Evoluzione interiore e consapevolezza ecologica

Anticamente le manifestazioni della Natura, tanto potenti quanto incontrollabili, sgomentarono i nostri progenitori lasciando loro supporre l’azione di forze divine: il tuono, il lampo, il fuoco improvviso, lo sconvogimento tellurico, il seme di dimensioni infinitesimali che, gettato casualmente nella terra, dava vita ad un arbusto, un ortaggio, un albero in grado di nutrire.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Essere razionale che ha letto Virgilio, Voltaire, Rousseau, Nietzsche, Tolstòj ed altri, percepisco la consapevolezza ecologica come coronamento di un percorso legato alla crescita interiore, che non auspica il ritorno all’età della pietra o al nomadismo raccoglitore ma, all’opposto, intende promuovere un riequilibrio attraverso l’uso responsabile delle attuali conoscenze e delle moderne risorse tecnologiche, imprenditoriali e finanziarie.
Pensiamo a quanto l’evoluzione umana sia speculare alle tappe fondamentali delle nostre vite individuali. Esse iniziano con l’essenziale, l’allattamento, e proseguono con pappine e cibi sempre più elaborati fino a quando, drogate di superfluo, pervengono alle nefandezze sovrastrutturate della nouvelle cuisine, dell’empia mattanza di bovini, ovini, suini, pollame1 finalizzata alla preparazione di brasati e insaccati, cotechini e bistecchine, rognoncini al salto e risotti con l’ossobuco. Come se non bastasse, a latere di tutto questo nel mondo ricco disponiamo di patatine, acque minerali, liquori, biscottini “della nonna”, bibite gassate, snack e junk-food. Con la conseguenza di glicemia alle stelle, problemi cardiovascolari, insorgenze tumorali, tonnellate di monnezza data dai residui di cibo e dalle loro confezioni, depauperamento dell’ambiente perché il nostro geniale Giovannino o l’arguta Melissa possano avere a merenda il panino con prosciutto (cotto, che fa meno male…) e, noi adulti, gamberetti allevati nei loro escrementi e in overdose da farmaci per le nostre salsine oppure il costosissimo caffè, letteralmente, cacato da certi mammiferi esotici. Perché non ho scritto defecato? Perché cacato rende maggiormente l’idea. Mi fermo, nella certezza che in chi legge saranno già affiorati alla mente innumerevoli altri esempi di schifezze.
Osservo spesso come, a parole, siamo tutti compunti e compresi dalla necessità di porre un freno all’autodistruzione galoppante. Nelle minute manifestazioni del quotidiano constato invece con quanta inconsapevolezza ci stiamo allegramente mangiando la Terra (mentre scrivo ho la visione mistica della vignetta dei trinariciuti di Guareschi), e siamo arrivati al torsolo. Quanto al bere nessun problema: innumerevoli circostanze dimostrano come ci siamo ampiamente bevuti il cervello.
Perduta la capacità di provvedere al nostro autosostentamento mediante il ricorso a tecniche appropriate, delegando a macroaziende (che si chiamano infatti agroindustriali) il compito di produrre il nostro cibo, abbiamo altresì smarrito la benché minima facoltà di controllo, autoturlupinandoci con false scientificità, prodotti magici e miracolosi, ecofinzioni: dal seme antico scambiato come se fosse il Gronchi Rosa alla pasta alla carbonara di seitan, dalle fatate bacche di goji al caffè equosolidale, oggetto quest’ultimo di un ignobile sfruttamento di lavoratori come ben argomentò alcuni anni fa un’inchiesta del quotidiano La Repubblica.
Ci trastulliamo nel convincimento che qualche nicchia si sia salvata dalle mani rapaci dell’agrofinanza. È così, ma solo perché ci hanno lasciato un Kinderheim, un parchetto dove giocare con le nostre altalene e i nostri scivoli. E se abbiamo in mente il contadino dal quale il sabato andiamo a fare la spesa, facciamocene una ragione: costui fa parte di una nicchia marginale costantemente borderline, che le multinazionali lasciano sopravvivere al loro strapotere in quanto ininfluente. E comunque anche dal nostro contadino a km zero troviamo ananas e banane. Banane a Cassano d’Adda?
Eravamo poveri, torneremo poveri, è il titolo del bellissimo e terribile libro di Giampaolo Pansa che cito spesso. Da quando abbiamo smesso di crederci poveri abbiamo iniziato a comportarci da nuovi ricchi ma, proprio perché privi della cultura del denaro, facendo qualunque cosa che non ci ricordi i miserabili che fummo: ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale, il momento in cui abbiamo iniziato a divorare di tutto, preferibilmente di marca, esotico e costoso. Abbiamo iniziato alla fine degli anni ’60 con i pompelmi israeliani che facevano dimagrire (a pensarci oggi faceva tenerezza quel nostro convincimento che l’economia israeliana si fondasse sui pompelmi) e zolla per zolla ci siamo comportati come il Pacman dissipando acqua, impestando aria e suolo, modificando persino la composizione chimica dell’acqua marina.
Ad un certo punto qualcuno si è reso conto che così non avremmo potuto proseguire a lungo, la consapevolezza è cresciuta sino ai livelli attuali. Si può fare di più… Ma siamo sinceri: quanti crediamo di essere? Pochi, ancora troppo pochi, e osteggiati, come dimostrano i menu delle scuole primarie, quando oggetto di timidi tentativi di togliere ai creaturi la fesa di tacchino contrastati da genitori che rizzano barricate, non so dirvi se gridando ça ira o salamella, perché se per il buonismo multietnico imperante il menu islamico è politicamente corretto2,  quello vegetariano è da fanatici rompicoglioni.
La media è bassa, e non mi riferisco al profitto scolastico, e anche l’acqua… conseguentemente la papera ha smesso da un pezzo di galleggiare.
In questo momento storico particolare alcuni (in tutta onestà non me la sento di scrivere “molti”) stanno lasciando o hanno lasciato il materialismo ideologico, il sovrabbondante, l’inutile, il ridondante per passare tra le fila dei consapevoli.
Ed ecco che affermo come la profondità della consapevolezza ecologica si situi nell’ambito della spiritualità naturale legata all’animismo e al culto di Madre Terra. Tutto bene, allora: siamo belli, siamo bio ed apparteniamo alla ristretta cerchia degli eletti, gli ecoconsapevoli, gli illuminati. Siamo i buoni per definizione e conseguentemente, come cantava l’architetto Edoardo Bennato, abbiamo sempre ragione e andiamo dritti verso la gloria.
Come no, riparliamone dopo aver esaminato le due tabelle ed il grafico a corredo: annotano a quanto ammonti la superficie terrestre, quanta di questa sia dedicata alla produzione delle risorse alimentari e, soprattutto, ricordano quanti siamo e quanti saremo nel prossimo futuro.ecopro 1Sfrondiamoci di inutile buonismo: siamo tanti, siamo troppi. E continuiamo a crescere, soprattutto nel Sud del mondo.ecopro 3Chi propone una seria politica di limitazione delle nascite viene preso a sputi dagli esponenti delle varie religioni, in questo assolutamente coalizzate, e chi ipotizza un riuso consapevole delle eccedenze viene gratificato di qualche scatolone di avanzi scaduti, in modo che giocando a fare il buono con i negretti si senta ecosolidalappagato.ecopro 2.jpgNon siamo come i lemming, i roditori che in caso di sovraffollamento intraprendono il loro viaggio finale in gelide acque per riequilibrare le risorse, ma anche noi ci autodistruggiamo: con le guerre (a bassa intensità, si capisce) con i suicidi (non necessariamente puntandoci una pistola alla tempia) con una vita malsana, pur perseverando nell’arroganza di ritenerci specie superiore e dominante.
Le tabelle e il grafico spiegano, più di tante parole. A fronte dell’espansione umana le specie animali si sono drasticamente ridotte, alcune sono scomparse, la maggior parte di esse nel corso dell’ultimo secolo. Stando così le cose è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse per soddisfare le esigenze di consumo parossistico dei grandi agglomerati urbani.
Se persino la storia delle religioni ci insegna che fu attraverso l’osservazione delle manifestazioni della natura, oltre che del mistero della nascita e della morte, che l’umanità pervenne ad un concetto3 di spiritualità, questa, riferita oggi al contesto in esame, dovrebbe perseguire scopi non immaginari o dogmatici ma occuparsi esclusivamente del presente, mediante una presa di coscienza di come rimettere per quanto possibile in pari i piatti della bilancia senza ritenerci controllori, dominanti o possessori.
Negli ultimi due secoli abbiamo privilegiato la prestazione, il superfluo e le sovrastrutture a discapito di ciò che è primario: acqua, aria, cibo, suolo, serenità. La rivoluzione industriale e l’inurbamento hanno portato disagi, malattie, delinquenza, fame, miseria, tensioni sociali.
Pensiamoci: dovremo rendere domani tutto ciò che prendiamo oggi. Per godercela senza sentire di avere colpe da espiare, ma anche senza esagerare con le fisse, ciascuno di noi dovrebbe perciò affrontare un percorso di crescita individuale sapendo che respiriamo, mangiamo, viviamo con gli stessi diritti di ogni altro essere vivente.
E piantiamola di credere che la spinta evolutiva promani dalle masse: quelle servono per mantenere il senso del gregge che il potere deve tenere sotto il tallone con l’ignoranza, la superstizione, la falsa scientificità, la paura. La spinta evolutiva è solitaria e quasi sempre fuori dal coro.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – In ambiti culturali diversi dal nostro possiamo annoverare anche serpenti e cani
2 – Al di là della farsa del “villaggio globale”, una società che non rispetta le proprie radici antropologiche è votata all’autoestinzione
3 – Il concetto è massimamente antropocentrico

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Nuovi attori dello sviluppo territoriale: i nonni

Tra i paesi europei siamo secondi solo alla Germania e la tendenza, in atto da tempo, viene annualmente confermata: i dati Istat e le previsioni avvertono che entro il 2030 gli over 80 potrebbero rappresentare quasi un terzo della popolazione.CV 2017.03.10 Anziani come risorsa 001Ciò che emerge nettamente è il calo della capacità di assorbimento istituzionale delle nuove e numerose esigenze che il fenomeno sta creando, accompagnate da richieste di servizi da parte di questo esercito di anziani. Che lo si voglia o meno, lo stato sociale non potrà rimanere com’è oggi: molto sta cambiando e cambierà in relazione agli assetti pensionistici e all’assistenza socio-sanitaria.
A causa della trasformazione delle famiglie, dovuta alla diminuzione o all’assenza dei figli e all’incremento di separazioni e divorzi, stiamo inoltre assistendo a nuove modalità di aggregazione sociale. Da una parte una congiuntura economica che limita notevolmente la possibilità, e talvolta la volontà, di intervenire attivamente nella cura di genitori e nonni, dall’altra un aumento esponenziale degli anziani, fascia di popolazione tra le meno privilegiate e più colpite dalla costante erosione dei fondi destinati al welfare.
Lo scenario è indubbiamente insidioso e l’unica alternativa consiste nella creazione di tutto ciò che non può essere chiesto al Servizio Sanitario Nazionale, che non dispone oggi di sufficienti mezzi finanziari. Non rimane quindi che ricorrere all’iniziativa privata, ispirandosi a modelli già esistenti laddove il welfare pubblico non è sviluppato come lo era da noi fino a qualche anno fa. La soluzione risiede nello sviluppo di realtà associative o imprese private non lucrative finalizzate ad un’assistenza qualificata e non improvvisata e all’organizzazione di relazioni sociali, contemplando la possibilità che gli anziani possano rendere disponibili le loro conoscenze a beneficio di bambini, adolescenti e giovani, oltre che prestare la loro opera in attività adatte al loro stato psicofisico, tenendo presente che il desiderio di rimettersi in gioco non manca. Una delle migliori possibilità perché ciò possa accadere è la statuizione di contesti coresidenziali sociali dove per attuare un’economia di scala tutta una serie di servizi sia condivisa: assistenza, cucina, spazi di fruizione comune. E dove possano trovare dignitoso alloggio anche studenti universitari, singoli e giovani famiglie, con la garanzia di spazi individuali inviolabili destinati a ciascun soggetto, in cambio della disponibilità ad essere presenti e attivi nei riguardi degli anziani residenti.
Ne abbiamo parlato in proposito il 28 febbraio scorso nell’articolo Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento, citando la positiva esperienza di un cohousing solidale nella città atesina.
Il problema non si pone, o si pone in misura modesta, nei centri minori e nelle località montane, che tradizionalmente godono di relazioni sociali più solide rispetto a quelle cittadine. La questione va quindi massimamente affrontata nei centri urbani di una certa dimensione: Bergamo, Bologna, Firenze, Verona, oltre che nelle grandi città: Bari, Milano, Genova, Napoli, Palermo, Roma, Torino per citare alcune località e prestando attenzione a non creare gerontopoli ghetto.
Un’alternativa, della quale beneficierebbero i numerosissimi borghi in stato di abbandono dei quali è costellata la Penisola, potrebbe essere costituita dalla creazione di cohousing sul modello dell’albergo diffuso, che le leggi vigenti consentono di attuare in agglomerati che non superino i tremila abitanti. Memoria e cura del territorio, attività condivise, ritmi lenti in contesti ambientali ben diversi da quelli urbani costituirebbero gli atout. Il come, il dove, le modalità potranno essere oggetto di opportuni studi, in fondo oggi stiamo solo gettando un seme.
Gli spazi esistono quindi, senza dover ricorrere a nuove edificazioni. Si tratta di adattare l’esistente sottraendolo al degrado. In tal modo non solo si eviterebbe ulteriore consumo del suolo ma, in special modo in riferimento ai siti non urbani, si rivitalizzerebbero il territorio e la sua cultura, ottenendo altresì una sorta di “guardiania sociale” che contribuirebbe a contrastare il degrado ambientale.
Concludiamo esortando a non dimenticare che a fronte di anziani che, per mangiare, rovistano negli scarti del dopo mercato o addirittura si umiliano compiendo piccoli furti nei supermercati, altri godono di un tenore di vita improntato alla massima serenità economica. A certificare la sussistenza di un’area di benessere diffuso è l’esistenza di sempre più numerosi portali e siti web dove si incontrano domanda e offerta di servizi e di attività legate al mondo senior con informazioni utili non solo al reperimento di assistenti, personale medico e operatori socio sanitari, strutture di accoglienza e case di riposo, ma anche rubriche riguardanti soldi e lavoro, hobby e casa, cultura e mostre, viaggi e tempo libero, sport e centri termali, aree shop e persino incontri per rapporti di ogni tipo, dall’amicizia fino a qualcosa di più.
La questione fondamentale, che supera qualsiasi fattispecie tecnica, si situa però in un nuovo modo di ripensare e ripristinare la solidarietà e lo spirito di vicinato, non da ultimo unendo anziani più fortunati, che godono di un ottimo stato di salute e dispongono di un reddito dignitoso, ad altri che vivono al limite della sussistenza. Utopia? Può darsi.

Alberto C. Steiner

I nostri servi ci avvelenano mentre giochiamo a mosca cieca nei giardini reali

“Sono tanto semplici gli uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare” scrisse Niccolò Machiavelli nel capitolo XVIII de Il Principe, e proseguendo nella lettura vedremo come questa citazione sia pertinente all’argomento.CV 2017.03.08 Servi 005.jpegÈ nata l’ennesima professione inutile emergente, il personal shopper per cuochi: si incarica di consigliare e scegliere i prodotti bio che il genio dei fornelli trasformerà in gustosi e creativi manicaretti.
Siamo certi che siffatta collaborazione irrobustirà ulteriormente l’ego di certi cuochistar, e del resto possiamo capire che tra libri, interviste, presenze televisive costoro non abbiano certo il tempo di fare la spesa. Ci viene il rovello se ne avanzino per cucinare ma forse, novelli Michelangelo a bottega, passano tra gli allievi osservando, annusando, redarguendo e apportando correzioni con il loro sapiente tocco, pronti alla sfuriata come l’irascibile artista di Caprese.
E, a proposito di cuochi d’alto bordo, ricordiamo l’intensa interpretazione cinematografica che del cuoco François Vatel rese Depardieu. La vicenda si conclude tragicamente: questo coscienziosissimo genio della cucina, non essendo giunte per tempo le preziose ostriche di Normandia ed essendo egli ormai disgustato del proprio lavoro e delle dinamiche cortigiane, si toglie la vita.
In ambito militare, e rapportata all’epoca, la vicenda avrebbe sicuramente meritato un’onorificenza, va da sé alla memoria, la cui motivazione iniziata con le parole: “Comandante di nucleo di cucinieri, nel corso di una difficile operazione con perizia e intelligenza concorreva con le forze alle sue dipendenze …” si sarebbe inevitabilmente conclusa con: “… sino all’estremo sacrificio, inferto di propria mano pur di non subire l’onta del disonore. Fulgido esempio di abnegazione e senso del dovere. Castello di Chantilly, Francia, 1671.”
E pensando alla similitudine militare, vale la pena di riferire come nelle caserme si vociferasse di un’amena pietanza destinata ai superiori ritenuti stronzi: la bistecca dell’ufficiale. Essa bistecca sarebbe stata dapprima battuta, non con il batticarne bensì con la suola di un anfibio (usato, è ovvio), poscia lavata con ammoniaca, candeggina o altro grazioso detergente. Riferisce la vulgata che il corrosivo liquido venisse rimosso sotto un breve getto d’acqua corrente, il sapore della carne venisse esaltato da urina e sputi, e che la bistecca trovasse infine dignitoso olocausto in abbondante burro pronto ad accoglierla spumeggiando come il mare che ci donò Venere.
Ed eccoci al punto. Noi oggi non solo mangiamo inconsapevolmente la bistecca dell’ufficiale, ma siamo come quei nobili e cortigiani protagonisti e comprimari del film, che organizzano cacce al tesoro e mosche cieche in lussureggianti giardini fra oscure trame di corte e ancillari, stringendo alleanze per far la guerra all’Olanda di turno: in fondo, ora come allora, sono in gioco le nostre Terres d’Outre-mer dove chi produce ciò di cui ci alimentiamo patisce sfruttamento e fame.CV 2017.03.08 Servi 001Nel frattempo noi, gioiosi e giocosi, sperperiamo a man bassa le sempre più scarse risorse di cui disponiamo evitando, poiché non è un atteggiamento regale, di occuparci seriamente dell’amministrazione dei nostri beni. Intanto i nostri dipendenti, fiduciari, vicerè, governatori e persino servi ci tengono in pugno avvelenandoci e sottraendoci i risparmi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
Trascorsi alcuni decenni il popolo non avrà il pane e noi suggeriremo “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!” e, anche se l’affermazione pare sia un falso, ci sta. Poi ci taglieranno la testa, fine del film. Ma questa volta niente titoli di coda, ressa all’uscità, pipì, caffè, sigaretta.
Un po’ metafora e un po’ no, questi pensieri sparsi vogliono riportare al concetto che, né più né meno, stiamo mangiando, letteralmente, merda. Sai che novità, dirà qualcuno.
No, non è una novità, ma fingiamo di non rendercene conto presi come siamo a giocare agli ecobiobau da salotto, ai consapevoli da baraccone che leggono con aria da intenditori le etichette di vini delle terre del conte piripicchio, con vigneti impiantati su una ex-discarica1, o dei ravioli della nonna prodotti da multinazionali del food & beverage. E ciò non riguarda solo prodotti voluttuari come gamberetti per i nostri cocktail, bollicine per l’aperitivo, merendine o schifezze modaiole a base di pesce crudo (vedasi immagine sottostante e questo link correlato). No, riguarda anche i beni primari destinati all’alimentazione: farine, cereali, ortaggi, carne per chi ancora ritiene di consumarne.CV 2017.03.08 Servi 004Intendiamoci, stiamo riferendoci ai comportamenti di massa, e non è che nei bei tempi andati da taluni tanto vagheggiati le cose funzionassero diversamente, basta ricordare le vittime, arse sul rogo, fra tante poverette che, letteralmente, allucinate da un parassita della segale vaneggiavano di congiunzioni carnali con il Maligno ed altre nefandezze. O quelle mietute in tempi anche recenti da scrofola, pellagra, malaria ed altre malattie dovute all’alimentazione insufficiente e malsana, alla vita in indecorosi tuguri e alle prime coltivazioni intensive in aree piemontesi e pavesi in terreni non sufficientemente permeabili. Ne tratteggia uno sconfortante quadro Eravamo poveri, torneremo poveri, il tremendo libro di Giampaolo Pansa che parla della vita nelle nostre campagne a cavallo fra Ottocento e Novecento. Allora c’erano gli alibi dell’ignoranza e del degrado, e oggi?
Ma chi sarebbero, nell’accezione di questo scritto, i “servi”? La risposta è: tutti coloro che dovrebbero essere al nostro servizio a partire dai coltivatori passando per i trasportatori, i trasformatori, i commercianti per terminare con chi fornisce il sostegno finanziario e con gli organismi legislativi e di controllo. Tutti coloro, quindi, che dovrebbero lavorare per noi con dedizione, professionalità, trasparenza e onestà; in un ambito allargato nessun compito, nessun passaggio sarebbero inutili, in una sana logica di mercato. Ciò che invece non solo è inutile, ma anche dannoso, è il concetto che il guadagno non debba essere giusto o etico ma il prodotto di furbizie, vessazioni, frodi e sfruttamento di terre e persone.CV 2017.03.08 Servi 003.jpgIn questo senso i nostri “servi” sono coloro ai quali permettiamo di tenerci in scacco complottando a danno della nostra salute e del nostro portafogli, oltre che delle sorti del pianeta, a nostro parere forse non irrimediabilmente bensì auspicabilmente segnate, così si finisce una volta per tutte con il culo per terra, ci si osserva per ciò che si è realmente, si riparte da capo e non se ne parla più.
Si potrebbe osservare che la filiera, chiamiamola così, è troppo lunga. Vero, ma essa non può comprimersi in assenza della compressione di una domanda di massa superficiale, viziata, tendente al superfluo, al malsano, al fuori stagione ed al minor esborso possibile.
“Come spendi mangi” chiosavano le nostre nonne, e queste tre parole esprimono magistralmente il concetto. Poiché sulle fragole a gennaio o sull’uva a marzo non occorre approfondire, ci limitiamo ad esemplificare attraverso il prodotto tradizionalmente considerato principe della tavola italiana: quella pasta di grano duro il cui prezzo al banco di vendita non supera i 58 centesimi al mezzo chilo. Il grano nazionale viene oggi pagato ai coltivatori 24 euro al quintale – quasi neppure il costo vivo alla produzione – dopo un drastico crollo dovuto all’arrivo nei nostri porti di analogo prodotto estero che ha stracciato il mercato e di cui non si sa praticamente nulla2: non dove e come sia stato coltivato, e soprattutto non in quali condizioni e per quanto tempo sia stato conservato. In alcuni dei paesi di origine era considerato prodotto di scarto buono per mangime o per concime, da noi serve per preparare pasta, prodotti da forno e derivati.
Escludiamo dal discorso la pasta bio realizzata con lino, legumi ed altre farine diverse da quella di grano e venduta al banco ad un prezzo variabile fra 1,80 e 2,70 euro alla confezione da 340 grammi, limitandoci a quella tratta, ipotizzando la sussistenza di tutte le garanzie sanitarie consentite ad un prodotto industriale, da farine tradizionali di ottima qualità. Il suo costo al banco può variare da 1,40 a 2 euro alla confezione da 500 grammi. Tolti coloro che da soli si scofanano mezzo chilo di pasta alla volta, la media dei consumi si attesta sui 70/80 grammi per persona: 2 euro ÷ 500 grammi = 0,004 euro/grammo x 80 grammi = 0,32 euro a porzione e, nell’ipotesi della pasta più economica: 0,58 euro ÷ 500 grammi = 0,00116 x 80 grammi = 0,0928. Un delta di 0,2272 euro a porzione. Considerando che secondo i dati Istat la popolazione nazionale residente in famiglia assomma a 59.132.045 individui su 60.783.407 e che ogni famiglia è mediamente composta da 3,42 persone ciascuno faccia i conti in base ai propri parametri: bambini, adolescenti, anziani, monogenitoriali, single, abitudini alimentari e via enumerando. In ogni caso quei 22 centesimi moltiplicati per 6,84 – nell’improbabile ipotesi che i componenti della famiglia Istat mangino pasta due volte al giorno – assommano a 1,4608 euro e fanno parte del prezzo della salute.
Non c’entra niente con la salubrità, ma un certo modello di telefono Galaxy costa 800 euro, che ammortizzati per soli 365 giorni, visto che l’anno successivo esce il modello nuovo e “bisogna” acquistarlo, fa 2,1917 euro al giorno, senza contare la variabile data dal costo di esercizio.
Decrescita, questa è la soluzione. E decrescita non significa “sviluppo sostenibile”, ossimoro degno della Settimana Enigmistica.
E quello che serve per decrescere, e che una sempre meno sparuta minoranza sta dimostrando di possedere, è una maturata coscienza: sono in costante crescita coloro che hanno assunto atteggiamenti onorevoli quali l’impianto di orti condivisi in città, la conservazione e lo scambio di semi, l’acquisto in cascina o anche solo la sempre maggiore attenzione dedicata alla lettura delle etichette.
Il boicottaggio ha fatto il suo tempo, pur con degnissimi esiti quali quelli conseguiti contro lo strapotere di Nestlè quando decise di entrare a gamba tesa nel business dell’allattamento. Non pensiamo inoltre che la messa al bando di produttori e intermediari scorretti o criminali possa avvenire mediante azioni pseudo terroristiche, ridicole oltre che controproducenti. Il mercato crea, il mercato distrugge. Lo sanno bene molti produttori che, osservata la crescita della domanda di prodotti naturali, stanno progressivamente affiancando alla produzione tradizionale quella biologica. Anche se non sono tutte rose e fiori, come si dice: non infrequentemente dietro certe etichette pseudobio c’è il prodotto tradizionale, spesso di scarsa qualità. Di passaggio, due osservazioni. La prima: pseudobio in quanto il prodotto sembra bio nelle allocuzioni usate per descriverlo ma non lo è, perché se venisse dichiarato come tale senza esserlo le sanzioni sarebbero pesanti. La seconda: un marchio che ci tiene al proprio nome ed alla clientela fidelizzata, queste cretinate non le fa.
Torniamo al “come spendi mangi”: è li che accade il moto rivoluzionario, nel momento in cui la scelta va a privilegiare produttori minori, locali, di provata onestà, aperti al dialogo e all’informazione, nella consapevolezza che non è possibile mangiar bene spendendo poco, anche se in tutta obiettività ci sentiamo di affermare che certe catene ecochic stiano esagerando con i prezzi. Crediamo che i più validi osservatori non siano i convegni ma i supermercati, e spesso accade di osservare che nel carrello, accanto alla pasta al minor prezzo campeggiano casse di bibite gassate e altri veleni.
E quindi è una questione di cultura.
Una maturata consapevolezza può comportare il diventare antipatici qualora al ristorante si dovesse chiedere conto degli ingredienti e della loro provenienza e senza escludere, fingendo di scusarci per esserci persi mentre cercavamo il bagno, di infilare di sfroso il naso in cucina giusto per capire se siamo in una clinica svizzera o in una cloaca.
Una maturata consapevolezza può ingenerare attriti con altri genitori qualora si pretenda che nelle mense di asili e scuole vengano utilizzati prodotti di qualità, realmente naturali e il minor quantitativo possibile, non solo di carne, ma anche di derivati animali.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma esistono già organismi come i Nas e Altroconsumo che fanno le pulci a prodotti e produttori, e noi non abbiamo né il tempo né i mezzi per fare tutto questo, e poi tutto sommato non è che possiamo andare a cena con amici e fare la figura dei rompicoglioni, o inimicarci gli altri genitori a scuola. Ecco, a nostro avviso sono queste implicazioni a costituire la verità: essere fuori dal coro, sbattersi è faticoso, noioso, antipatico, può comportare la messa al bando. Meglio atteggiarsi, lamentarsi sui social, rilanciare post allarmistici ma non provvisti della necessaria base scientifica, partecipare a giornate in qualche cuccagnosa cascina ecobiobau per sentirsi a posto la coscienza mentre si marcia verso il baratro accodati al proverbiale pifferaio.CV 2017.03.08 Servi 002Quello che occorre, e di cui la nostra cultura storica onusta di santi, poeti e navigatori difetta, è un diverso atteggiamento verso la scientificità vera e non immaginata, attraverso un’adeguata riconsiderazione del ruolo di agronomi, biotecnologi, chimici, ingegneri, nutrizionisti piuttosto che di filosofi del verde o facilitatori nella risoluzione dei conflitti tra pisum sativum e cicoria pirolina, ed una ritrovata considerazione delle norme nazionali in materia alimentare, spesso ben più restrittive di quelle europee o di altri continenti.
E tenere alla bisogna presente, giusto per concludere, questa ulteriore citazione dal XVIII capitolo de Il Principe: “Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi.”

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – Non accade nella Terra dei Fuochi ma nel civilissimo Friuli: http://robertainer.blogspot.it/2017/03/quei-vigneti-inquinati-sul-carso.html?view=classic&m=1

2 – “Precotto, surgelato, ricotto. Magari con grano coltivato e lavorato fuori dai nostri patri confini: non mangiamo più pane (e facciamo bene)”. Interessante articolo pubblicato da Lacrepanelmuro.blogspot.

È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS