Sempre lì, lì nel mezzo, fin che ce n’hai: una vita da letame

Vedete voi se ridere o piangere: in Valtellina i Carabinieri hanno ricevuto segnalazioni, da parte di cittadini in vacanza, contro le vacche al pascolo perché con i campanacci disturberebbero la quiete e i pisolini.CC 2018.08.01 Letame 004Ma i bovini, oggi stimati in 5.500.0001 capi contro i 6.264.000 del 19212, oltre che tintinnare i campanacci defecano. E producono letame, risorsa tanto preziosa quanto controversa.
Da sempre sinonimo di fertilità e salute del terreno, il letame è storicamente accostato alle pratiche agricole per innalzare le rese e restituire al suolo quanto asportatovi dalle colture ma, pur nutrendo, strutturando, trattenendo l’acqua, è portatore di criticità, polemiche e limiti oggettivi nell’utilizzo.
Oggi gli allevamenti bovini sono prevalentemente concentrati nell’area centrale dell’Oceano Padano3, mentre un secolo fa erano distribuiti lungo quasi tutta la penisola, con particolare incidenza in Toscana, Marche, Lazio, Campania. La popolazione, inoltre, era in gran parte contadina, pertanto in ogni podere c’erano almeno un paio di vacche da latte, oltre a cavalli, asini o muli. Non vi era quindi campo che non potesse contare su un po’ di letame bovino ed equino. Oltre che su quello derivante dal pollame, come è noto la specie domestica più diffusa al mondo tanto da divenire emblematica delle aree povere di risorse.CC 2018.08.01 Letame 001Dal 1921 (anno i cui la popolazione assommava a 37.200.0004 unità) ad oggi (60.500.000) passando per il 1958 (49.300.000 ) anno che viene considerato l’inizio del boom economico, i consumi di carne sono notevolmente aumentati: è in quell’anno che l’immagine di un paese povero e arretrato, condannato a una dieta scarsa e pressoché vegetariana povera di grassi e proteine, vede una brusca impennata che inverte la tendenza e apre ad un’epoca nuova senza precedenti di crescita costante e intensa, nella quale l’alimentazione italiana raggiunge i livelli e gli standard dei Paesi avanzati del mondo occidentale.
Nel 1958 venivano mediamente consumati pro-capite 111 kg annui di carne bovina, 6 di suina e 3 di pollame (incluse oche, escluse anatre classificate come selvaggina); oggi si toccano rispettivamente i 25, i 40 e i 20 (senza distinzione fra anatre e oche, in ogni caso assolutamente marginali). Ma ciò è massimamente dovuto alle importazioni poiché, come visto, un secolo fa esistevano più bovini ma la popolazione era poco più della metà rispetto a quella attuale, ed il consumo di carne bovina era diffuso solo nelle fasce a reddito medio-alto.
Va aggiunto che, per l’allevamento dei bovini, la disponibilità di acqua è fondamentale, ben lo sapevano addirittura i Cistercensi che con le marcite istituirono il terzo ed il quarto taglio della fienagione, l’ultimo all’approssimarsi dell’inverno, e per tale ragione il Nord è da sempre più ricco di bovini rispetto al resto della penisola. Ed anche oggi, puntando un ideale compasso su Cremona e tracciando una circonferenza del diametro di 120 km includeremmo almeno il 60 per cento dei bovini, e dei suini, nazionali5.CC 2018.08.01 Letame 003Ciò è anche dovuto alla sempre più marcata specializzazione, pur tenendo conto (breve digressione fuori tema) che in aree come il Parmense sono numerosi gli impianti suinicoli abbandonati e sotto esecuzione, spesso perché dopo aver drenato contributi dalla tanto vituperata Europa ed aver delocalizzato all’estero gli “imprenditori” hanno portato i libri in tribunale, riciclandosi come intermediari e trasformatori di carni provenienti dall’estero, spesso da paesi dove i controlli esistono solo sulla carta e dove il giro di certificati sanitari incomprensibili la fa da padrone6. Per non andare troppo fuori tema ci limitiamo a citare come facciano fede, in tal senso, i dati del contenzioso di Cariparma (ex Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, oggi Crédit Agricole) oltre che dell’onnipresente Unicredit. Ma torniamo alla carne bovina: in Valtellina la bresaola doc-igp si fa con carne di zebù brasiliano.
Detto in altri termini: mangiamo la merda, ma la merda in senso stretto non la importiamo.
Questo significa, giusto per fare un esempio, che nelle vaste aree cerealicole del Centro e del Sud, dove i capi d’allevamento sono relativamente scarsi, letamare è praticamente impossibile. L’alternativa sono fertilizzanti minerali che, pur nutrendo le colture, non reintegrano il suolo relativamente al contenuto di sostanza organica, e i ritmi finanziari e del mercato non consentono di lasciare incolta una parte della superficie per ingrassare il terreno.
Per l’agricoltura biologica e biodinamica, che si sono vietate i fertilizzanti inorganici, il letame è uno dei fattori produttivi più ambiti ma…
Ma c’è un ma, perché qui sconfiniamo nell’ambito delle ideologie, dei convincimenti ascientifici, addirittura biomistici come nel caso della biodinamica, basata su una visione esoterica e resa famosa in primis dal Nazismo.
Fermo restando che, del letame, bisognerebbe avere la disponibilità sotto casa (ne va, anche, del km zero e dei costi di stoccaggio e trasporto) abbiamo visto come la preziosa risorsa sia prodotta prevalentemente al nord mentre l’agricoltura biologica e biodinamica è diffusa su tutto il territorio, addirittura con maggiore concentrazione al Sud.
Se tutta l’agricoltura dovesse diventare bio, o biodinamica, a parità di impegno e di produzioni si renderebbe necessario accrescere notevolmente il patrimonio bovino solo per star dietro ai fabbisogni di letame dei campi. Vale a dire proprio ciò che l’intero mondo ambientalista vede come fumo negli occhi per via dell’inquinamento, dell’effetto serra, dei nitrati, della deforestazione e del blablabla, pur considerando che quando gli ambientalisti parlano, anzi proclamano, bisogna sempre fare la tara a ciò che dicono.
Un esempio a tema, anche se datato: nella provincia di Piacenza7 venne realizzato 14 anni fa uno studio comparativo dei livelli di nitrati nelle acque parametrati alla consistenza dei bovini in ogni comune. Vennero riscontrati meno nitrati nei comuni con più capi bovini e di più in quelli a densità zootecnica inferiore, esattamente il contrario di quello che ci si sarebbe dovuti aspettare.
In ogni caso l’incremento della richiesta di letame, e conseguentemente (anzi antecedentemente, per lapalissiane ragioni…) di capi bovini, contrasta apertamente con qualsiasi pretesa di maggiore ecosostenibilità dell’agricoltura biologica e, in particolare, biodinamica.
Ma nel 1921, anno del Milite Ignoto? Oltre al Milite Ignoto c’erano, come scritto più sopra, 37 milioni e duecentomila abitanti, il doppio delle terre coltivabili rispetto ad oggi ed una popolazione prevalentemente contadina con il proprio pezzo di terra e qualche bestia nella stalla. Ciascuno la sua mamma e tutti a far la nanna…
Piaccia o meno agli ambientalisti, va detto che le indagini e le proiezioni più attendibili non le fanno Legambiente, i genuini clandestini o i vari debunker, le fa il marketing, quello responsabile dell’impegno di miliardi di euro in strategie, linee di prodotto, macchinari, attività lobbistica, logistica, pubblicità per indurre i consumi.
E le indagini dicono (per chi mi conosce, siamo alle solite: il 90/10 che è ormai stabilmente diventato 95/5) che il mercato agroalimentaree, dopo il picco registrato negli anni scorsi, è in controtendenza: vegetariano e vegano costano troppo e, si è scoperto, spesso senza ragione, non sviluppano serotonine e la gente tende ad associarli con tutta una serie di intemperanze e fisse che negli anni scorsi hanno reso tristemente famosi vegani e antispecisti, a causa di alcune frange estremiste.
Il marketing ha quindi sentenziato che lo stile alimentare vegetariano, ed in particolare vegano, rappresenterà solo qualche punto percentuale sul totale (al massimo l’11 per cento), tenendo conto che i vegetariani mangiano uova e formaggi e bevono latte: ciò significa che pollame e vacche da latte sopravviveranno. E con loro il letame.CC 2018.08.01 Letame 002E, per concludere come l’uroboro, tornando ai villeggianti che si lamentano per il suono dei campanacci delle vacche, i cittadini, specialmente gli ecobiobau che orgasmano con semi antichi e bacche di improbabile provenienza nei biomercatini di città, una volta trasferitisi a vivere in campagna sono maestri nel rompere i maroni a chi in campagna ci lavora sul serio, per esempio lamentandosi che dalle stalle fuoriescono puzza e mosche. Adusi alle dinamiche cittadine sobillano comitati e presentano esposti, purtroppo essendo nuovi elettori e nuovi contribuenti vengono lasciati fare, nella speranza che – magari attraverso qualche pratica di meditazione, che negli ecobiobau non manca mai – trovino, se non il Nirvana, almeno la pace con se stessi, auspicabilmente decidendo di ritornare nelle loro città dove, forti del vissuto agreste, potranno organizzare corsi di agricoltura sostenibile ed ecovillaggi che saranno come la marcia dell’Aida, nonché ritrovarsi, oltre che al solito Radetzky, in quell’ammmmore del nuovo tisanispremificio appena aperto dalla Cicci, dalla Pilli, dal Simo o da Slurpasgnapavat.
Per quanto ci riguarda, nella consapevolezza che il letame gode, e per lungo tempo ancora godrà, ottima salute, gli formuliamo i nostri migliori auguri.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – Tutti i dati numerici sul patrimonio zootecnico e sull’alimentazione: Ministero delle Politiche Agricole e Forestali
2 – Anno del 6° censimento effettuato a partire dall’istituzione del Regno d’Italia (1861); fu l’ultimo demandato ai comuni, gravati anche delle spese di rilevazione, prima dell’avvento dell’Istat e rivestì particolare importanza poiché seguì il precedente, risalente al 1911, riferendo lo stato della popolazione e delle attività dopo la I Guerra Mondiale.
Mediante tale censimento vennero anche aggiornati i dati sulla proprietà fondiaria, che aveva per base il Catasto Geometrico Particellare istituito con legge 1° marzo 1886 e che accorpava i dati dei singoli stati, escluso lo Stato della Chiesa rilevato in due riprese, nel 1876 e nel 1898, che fino al 1861 costituivano l’ossatura politica della penisola.
3 – Oceano Padano è il titolo del libro di Mirko Volpi pubblicato da Laterza nel 2015.
4 – Tutti i dati numerici sulla popolazione: Istat
5 – Dato desunto da Interviste impossibili: una vita da letame, di A. Sandroni, Agrinotizie 25 luglio 2018, che ha liberamente ispirato il nostro articolo.
6 – Cristophe Brusset: Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2015.
7 – Progetto Aquanet: Analisi degli effetti dell’inquinamento diffuso sulle acque destinate all’uso potabile: definizione di piani di prevenzione – Arpa Emilia-Romagna, Università Cattolica del Sacro Cuore Facoltà di Chimica Agraria e Ambientale, anno 2004.

 

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Evoluzione interiore e consapevolezza ecologica

Anticamente le manifestazioni della Natura, tanto potenti quanto incontrollabili, sgomentarono i nostri progenitori lasciando loro supporre l’azione di forze divine: il tuono, il lampo, il fuoco improvviso, lo sconvogimento tellurico, il seme di dimensioni infinitesimali che, gettato casualmente nella terra, dava vita ad un arbusto, un ortaggio, un albero in grado di nutrire.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Essere razionale che ha letto Virgilio, Voltaire, Rousseau, Nietzsche, Tolstòj ed altri, percepisco la consapevolezza ecologica come coronamento di un percorso legato alla crescita interiore, che non auspica il ritorno all’età della pietra o al nomadismo raccoglitore ma, all’opposto, intende promuovere un riequilibrio attraverso l’uso responsabile delle attuali conoscenze e delle moderne risorse tecnologiche, imprenditoriali e finanziarie.
Pensiamo a quanto l’evoluzione umana sia speculare alle tappe fondamentali delle nostre vite individuali. Esse iniziano con l’essenziale, l’allattamento, e proseguono con pappine e cibi sempre più elaborati fino a quando, drogate di superfluo, pervengono alle nefandezze sovrastrutturate della nouvelle cuisine, dell’empia mattanza di bovini, ovini, suini, pollame1 finalizzata alla preparazione di brasati e insaccati, cotechini e bistecchine, rognoncini al salto e risotti con l’ossobuco. Come se non bastasse, a latere di tutto questo nel mondo ricco disponiamo di patatine, acque minerali, liquori, biscottini “della nonna”, bibite gassate, snack e junk-food. Con la conseguenza di glicemia alle stelle, problemi cardiovascolari, insorgenze tumorali, tonnellate di monnezza data dai residui di cibo e dalle loro confezioni, depauperamento dell’ambiente perché il nostro geniale Giovannino o l’arguta Melissa possano avere a merenda il panino con prosciutto (cotto, che fa meno male…) e, noi adulti, gamberetti allevati nei loro escrementi e in overdose da farmaci per le nostre salsine oppure il costosissimo caffè, letteralmente, cacato da certi mammiferi esotici. Perché non ho scritto defecato? Perché cacato rende maggiormente l’idea. Mi fermo, nella certezza che in chi legge saranno già affiorati alla mente innumerevoli altri esempi di schifezze.
Osservo spesso come, a parole, siamo tutti compunti e compresi dalla necessità di porre un freno all’autodistruzione galoppante. Nelle minute manifestazioni del quotidiano constato invece con quanta inconsapevolezza ci stiamo allegramente mangiando la Terra (mentre scrivo ho la visione mistica della vignetta dei trinariciuti di Guareschi), e siamo arrivati al torsolo. Quanto al bere nessun problema: innumerevoli circostanze dimostrano come ci siamo ampiamente bevuti il cervello.
Perduta la capacità di provvedere al nostro autosostentamento mediante il ricorso a tecniche appropriate, delegando a macroaziende (che si chiamano infatti agroindustriali) il compito di produrre il nostro cibo, abbiamo altresì smarrito la benché minima facoltà di controllo, autoturlupinandoci con false scientificità, prodotti magici e miracolosi, ecofinzioni: dal seme antico scambiato come se fosse il Gronchi Rosa alla pasta alla carbonara di seitan, dalle fatate bacche di goji al caffè equosolidale, oggetto quest’ultimo di un ignobile sfruttamento di lavoratori come ben argomentò alcuni anni fa un’inchiesta del quotidiano La Repubblica.
Ci trastulliamo nel convincimento che qualche nicchia si sia salvata dalle mani rapaci dell’agrofinanza. È così, ma solo perché ci hanno lasciato un Kinderheim, un parchetto dove giocare con le nostre altalene e i nostri scivoli. E se abbiamo in mente il contadino dal quale il sabato andiamo a fare la spesa, facciamocene una ragione: costui fa parte di una nicchia marginale costantemente borderline, che le multinazionali lasciano sopravvivere al loro strapotere in quanto ininfluente. E comunque anche dal nostro contadino a km zero troviamo ananas e banane. Banane a Cassano d’Adda?
Eravamo poveri, torneremo poveri, è il titolo del bellissimo e terribile libro di Giampaolo Pansa che cito spesso. Da quando abbiamo smesso di crederci poveri abbiamo iniziato a comportarci da nuovi ricchi ma, proprio perché privi della cultura del denaro, facendo qualunque cosa che non ci ricordi i miserabili che fummo: ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale, il momento in cui abbiamo iniziato a divorare di tutto, preferibilmente di marca, esotico e costoso. Abbiamo iniziato alla fine degli anni ’60 con i pompelmi israeliani che facevano dimagrire (a pensarci oggi faceva tenerezza quel nostro convincimento che l’economia israeliana si fondasse sui pompelmi) e zolla per zolla ci siamo comportati come il Pacman dissipando acqua, impestando aria e suolo, modificando persino la composizione chimica dell’acqua marina.
Ad un certo punto qualcuno si è reso conto che così non avremmo potuto proseguire a lungo, la consapevolezza è cresciuta sino ai livelli attuali. Si può fare di più… Ma siamo sinceri: quanti crediamo di essere? Pochi, ancora troppo pochi, e osteggiati, come dimostrano i menu delle scuole primarie, quando oggetto di timidi tentativi di togliere ai creaturi la fesa di tacchino contrastati da genitori che rizzano barricate, non so dirvi se gridando ça ira o salamella, perché se per il buonismo multietnico imperante il menu islamico è politicamente corretto2,  quello vegetariano è da fanatici rompicoglioni.
La media è bassa, e non mi riferisco al profitto scolastico, e anche l’acqua… conseguentemente la papera ha smesso da un pezzo di galleggiare.
In questo momento storico particolare alcuni (in tutta onestà non me la sento di scrivere “molti”) stanno lasciando o hanno lasciato il materialismo ideologico, il sovrabbondante, l’inutile, il ridondante per passare tra le fila dei consapevoli.
Ed ecco che affermo come la profondità della consapevolezza ecologica si situi nell’ambito della spiritualità naturale legata all’animismo e al culto di Madre Terra. Tutto bene, allora: siamo belli, siamo bio ed apparteniamo alla ristretta cerchia degli eletti, gli ecoconsapevoli, gli illuminati. Siamo i buoni per definizione e conseguentemente, come cantava l’architetto Edoardo Bennato, abbiamo sempre ragione e andiamo dritti verso la gloria.
Come no, riparliamone dopo aver esaminato le due tabelle ed il grafico a corredo: annotano a quanto ammonti la superficie terrestre, quanta di questa sia dedicata alla produzione delle risorse alimentari e, soprattutto, ricordano quanti siamo e quanti saremo nel prossimo futuro.ecopro 1Sfrondiamoci di inutile buonismo: siamo tanti, siamo troppi. E continuiamo a crescere, soprattutto nel Sud del mondo.ecopro 3Chi propone una seria politica di limitazione delle nascite viene preso a sputi dagli esponenti delle varie religioni, in questo assolutamente coalizzate, e chi ipotizza un riuso consapevole delle eccedenze viene gratificato di qualche scatolone di avanzi scaduti, in modo che giocando a fare il buono con i negretti si senta ecosolidalappagato.ecopro 2.jpgNon siamo come i lemming, i roditori che in caso di sovraffollamento intraprendono il loro viaggio finale in gelide acque per riequilibrare le risorse, ma anche noi ci autodistruggiamo: con le guerre (a bassa intensità, si capisce) con i suicidi (non necessariamente puntandoci una pistola alla tempia) con una vita malsana, pur perseverando nell’arroganza di ritenerci specie superiore e dominante.
Le tabelle e il grafico spiegano, più di tante parole. A fronte dell’espansione umana le specie animali si sono drasticamente ridotte, alcune sono scomparse, la maggior parte di esse nel corso dell’ultimo secolo. Stando così le cose è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse per soddisfare le esigenze di consumo parossistico dei grandi agglomerati urbani.
Se persino la storia delle religioni ci insegna che fu attraverso l’osservazione delle manifestazioni della natura, oltre che del mistero della nascita e della morte, che l’umanità pervenne ad un concetto3 di spiritualità, questa, riferita oggi al contesto in esame, dovrebbe perseguire scopi non immaginari o dogmatici ma occuparsi esclusivamente del presente, mediante una presa di coscienza di come rimettere per quanto possibile in pari i piatti della bilancia senza ritenerci controllori, dominanti o possessori.
Negli ultimi due secoli abbiamo privilegiato la prestazione, il superfluo e le sovrastrutture a discapito di ciò che è primario: acqua, aria, cibo, suolo, serenità. La rivoluzione industriale e l’inurbamento hanno portato disagi, malattie, delinquenza, fame, miseria, tensioni sociali.
Pensiamoci: dovremo rendere domani tutto ciò che prendiamo oggi. Per godercela senza sentire di avere colpe da espiare, ma anche senza esagerare con le fisse, ciascuno di noi dovrebbe perciò affrontare un percorso di crescita individuale sapendo che respiriamo, mangiamo, viviamo con gli stessi diritti di ogni altro essere vivente.
E piantiamola di credere che la spinta evolutiva promani dalle masse: quelle servono per mantenere il senso del gregge che il potere deve tenere sotto il tallone con l’ignoranza, la superstizione, la falsa scientificità, la paura. La spinta evolutiva è solitaria e quasi sempre fuori dal coro.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – In ambiti culturali diversi dal nostro possiamo annoverare anche serpenti e cani
2 – Al di là della farsa del “villaggio globale”, una società che non rispetta le proprie radici antropologiche è votata all’autoestinzione
3 – Il concetto è massimamente antropocentrico