Terra cruda, paglia, vetro e acciaio

L’attenzione all’ecosostenibilità può abbinarsi vantaggiosamente al senso del bello, alle soluzioni innovative e al reddito d’impresa.CV 2017.04.26 Terra cruda 001Il CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, è in ordine di tempo l’ultima creatura nata da un’evoluzione professionale più che ventennale. Pur attuando interventi edilizi in contesti diversi fra loro abbiamo sempre privilegiato, dove possibile, soluzioni tecniche in sintonia con la bioedilizia e il risparmio energetico. Nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, di ecosostenibilità si sussurrava sottovoce esclusivamente tra pochi addetti ai lavori, nel contesto di riferimento ritenuti quanto meno degli stravaganti, e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
In tutti questi anni non abbiamo “costruito” nulla, fedeli alla nostra ambiziosa missione: recuperare l’esistente senza sottrarre ulteriore terra alla Natura con nuove edificazioni. Abbiamo ridato vita ad alberghi, conventi, edifici urbani e rurali dismessi, con il massimo rispetto possibile per l’ecosostenibilità ma attenti al bello, al nuovo, all’efficienza, all’ergonomia e, quando trattasi di complessi funzionali allo svolgimento di attività d’impresa, alla redditività.
Oggi siamo ad una svolta, di fronte ad una sfida che comporta ulteriore impegno e che accogliamo con piacere. Il nostro Paese conta innumerevoli realtà dismesse che possono tornare a rivivere in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente attraverso il recupero strutturale e funzionale, dai borghi abbandonati alle aziende agricole, dai terreni agli edifici rurali dove reimpiantare attività agrosilvopastorali, di trasformazione agroalimentare, artigianali, didattiche, ricettive dall’agriturismo all’albergo diffuso, residenziali attuate anche secondo la formula del cohousing con finalità sociali.
Non improbabili Avalon o attedrali nel deserto avulse dal contesto cronosociale ma recuperi edilizi rispettosi delle matrici identitarie territoriali e che privilegiano energie a bassa intensità e rinnovabili: fotovoltaica e idraulica, recupero delle acque piovane e riutilizzo di quelle reflue, minimizzazione degli sprechi anche attraverso il riutilizzo dei rifiuti, a loro volta suscettibili di dienire elemento privilegiato per la produzione di energia.
La nostra attenzione alle istanze sociali si sostanzia inserendo dove possibile, nelle strutture oggetto di recupero, quote residenziali e lavorative destinate a soggetti deboli o portatori di disagio, non come attività caritativa bensì quali realtà capci di autosostenersi finanziariamente.
In questo senso riteniamo fondamentale la collaborazione con imprese, associazioni, istituzioni nel convincimento che ecosostenibilità, finalità sociali ed iniziativa privata possano accompagnarsi vicendevolmente e che siano anzi maggiormente efficaci senza etichette o sponsor politici. Per tale ragione i progetti vengono sviluppati privilegiando il ricorso a risorse finanziarie private: istituti di credito, business angels e investitori.
Possiediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti: ricerca delle aree idonee, ottenimento delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
La nostra collocazione in una particolare nicchia di mercato, quella delle rivenienze da contenzioso, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Questo sito web e la pagina Facebook, aperta per condividere idee nell’intento di stimolare adesioni, vogliono essere un po’ vetrina e un po’ salotto.

ACS

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Ex-stazioni ferroviarie e occasioni perdute

Anche per Cadore e Ampezzano, come per altre località italiane particolarmente vocate al turismo, vale quanto cantò De Andrè in Bocca di Rosa: si è scoperta l’ecosostenibilità quando, dopo decenni di speculazione selvaggia, non era rimasto praticamente più nulla da ecosostenere.
Nel frattempo sono emersi due fenomeni: da una parte l’intento statale di fare cassa mediante l’alienazione di proprietà demaniali e pubbliche: aree coltivate e incolte, immobili e pertinenze ferroviarie; dall’altra la trasformazione in ciclovie dei sedimi ferroviari.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 003Sorte consimile è toccata anche alla Ferrovia delle Dolomiti Calalzo – Cortina d’Ampezzo – Dobbiaco, aperta all’esercizio il 15 giugno 1921 e, a pochi anni da un dispendioso rinnovo di mezzi e infrastrutture attuato in occasione delle olimpiadi invernali del 1956 e in difetto di ulteriori investimenti, chiusa definitivamente il 17 maggio 1964.
In proposito l’estensore della nota su Wikipedia, al paragrafo Declino e chiusura, afferma: “In breve tutto il materiale utilizzato dalla ferrovia (binari, traversine, cavi elettrici e piloni) fu fatto sparire e rivenduto dalla gente e dalle imprese del posto. L’unica eccezione è il ponte sul Felizon, ancora oggi presente come allora.”
Dopo anni di abbandono, parte del sedime è stato riqualificato come pista per lo sci di fondo e come ciclovia, della cui esistenza terrà conto lo studio di fattibilità previsto dal protocollo d’intesa siglato il 13 febbraio 2016 a Cortina d’Ampezzo dai presidenti del Veneto, Luca Zaia, e della Provincia Autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, volto ad avviare un’analisi finalizzata all’eventuale ripristino del collegamento ferroviario.
Affrontiamo l’argomento perché recentemente alcuni siti legati al mondo dei sistemi di trasporto hanno ripreso e commentato una vecchia notizia di stampa (in particolare: Corriere delle Alpi, 8 gennaio e 18 febbraio 2017) relativa alla messa in vendita di fabbricati un tempo al servizio della Ferrovia delle Dolomiti e la vicenda ci offre l’opportunità di proporre alcune riflessioni specifiche, ma estensibili ad un carattere generale, sulla dismissione di certo patrimonio immobiliare pubblico.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 001L’offerta di vendita immobiliare era promossa dall’Agenzia del Demanio e il bando, Protocollo 2016/18651/DR-VE Scheda LOTTO 36 – BLD0017 scaduto alle ore 16:00 del 24 gennaio scorso, riguardava, fra altri immobili e terreni non pertinenti al tema trattato, i fabbricati delle stazioni di Sottocastello e di Tai di Cadore, e due caselli.
I quattro fabbricati si presentano oggi nello stato di scheletro strutturale e necessitano per il recupero di radicali interventi di ristrutturazione. Gli immobili sono stati dichiarati di interesse culturale ai sensi dell’Art. 12 D.Lgs 42/2004, con sussistenza di prescrizioni per il recupero e la conservazione di eventuali elementi architettonici e decorativi, ed obbligo di comunicare l’intento della variazione della destinazione d’uso alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto, affinché possa accertarne la compatibilità con il carattere storico ed artistico.
Di seguito alcune particolarità dei beni offerti attraverso i dati desunti dal bando pubblicato dall’Agenzia del Demanio sul proprio sito e, alla data odierna (26.03.2017), ancora visionabile e scaricabile in formato pdf a questo indirizzo: https://venditaimmobili.agenziademanio.it/AsteDemanio/sito.php/immobile?id-immobile=7483.
33. Pieve di Cadore – Casello nelle vicinanze SS 51-bis località Roccolo
Catasto terreni Foglio 29 part. 174 – Catasto fabbricati Foglio 29 part. 174
Fabbricato composto da due corpi: il nucleo originario sviluppato su due piani fuori terra e sottotetto con struttura portante in muratura e l’attiguo ampliamento ad unico piano fuori terra con muratura portante in mattoni.
Solaio di copertura con struttura portante in legno a due falde e manto di copertura in lastre di acciaio ondulate. Privo di infissi ad eccezione del portoncino d’ingresso, e di impianti tecnologici.
Stato libero, superficie lorda 67 m2, prezzo richiesto € 16.000.
34. Pieve di Cadore – Casello in località Ronchi/cimitero e pertinenze
Catasto terreni Foglio 31 part. 139
Il fabbricato si sviluppa su due piani fuori terra e sottotetto con struttura portante mista muratura/mattoni.
Solaio di copertura con struttura portante in legno a due falde e manto di copertura in lastre di acciaio ondulate. Privo di infissi ad eccezione del portoncino d’ingresso, e di impianti tecnologici.
Stato libero, superficie lorda 48 m2, superficie scoperta 96 m2 catastali, prezzo richiesto € 11.000.
35. Pieve di Cadore – ex-Stazione di Sottocastello, fabbricato pertinenziale e relativa area
Catasto terreni Foglio 28 partt. 180-181-182 – Catasto fabbricati Foglio 28 part. 90 graf. 182
Il fabbricato si sviluppa su due piani fuori terra e sottotetto, è realizzato in muratura di pietrame, con tetto con struttura portante in legno a padiglione e manto in scandole di acciaio. Infissi in legno con vetro singolo e oscuranti. Immobile privo di impianti tecnologici.
Il fabbricato secondario accessorio si sviluppa su un piano fuori terra e presenta una struttura portante in muratura e copertura con struttura portante in legno e manto con guaina. Sprovvisto di impianti tecnologici.
Edifici asserviti da corte pianeggiante, in parte asfaltata e per il resto finita con ciottoli fluviali di media pezzatura.
Nel 2014 è stato effettuato un intervento di manutenzione straordinaria: rifacimento orditura secondaria, posa in opera di nuovo manto in scandole d’acciaio e pluviali.
Stato libero, superficie lorda edificio principale 104 m2, edificio secondario 18 m2, ex-latrine (demolite) 5 m2, superficie scoperta 450 m2, prezzo richiesto € 49.000
libero 49.000
36. Pieve di Cadore – ex-Stazione di Tai di Cadore, fabbricato pertinenziale con esclusione area di pertinenza già di proprietà comunale.
Catasto terreni Foglio 35 partt. 91-92 – Catasto fabbricati Foglio 35 part. 91 graf. 92
Il fabbricato si sviluppa su due piani fuori terra e sottotetto, è realizzato in muratura di pietrame, con tetto con struttura portante in legno a padiglione e manto in scandole di acciaio. Infissi in legno con vetro singolo e oscuranti. Immobile privo di impianti tecnologici.
Il fabbricato secondario accessorio si sviluppa su un piano fuori terra e presenta una struttura portante in muratura e copertura con struttura portante in legno e manto con guaina. Sprovvisto di impianti tecnologici.
Con Atto 2713 del 1.3.2006 è stata alienata al Comune di Pieve di Cadore l’area di pertinenza estesa per circa 226 m2 ora identificata al Foglio 35 mapp. 567. Con tale Atto il Comune si impegna vendere e autorizza l’Agenzia del Demanio a includere nell’asta di vendita l’area di pertinenza al prezzo di 60 €/m2 rivalutato annualmente e incrementato della stessa percentuale che sarà offerta per l’acquisto della stazione (il prezzo di cessione è pari all’attualità a € 15.607,56 cui va aggiunto il rialzo d’asta).
Stato libero, superficie lorda edificio principale 145 m2, ex-latrine 5 m2, superficie scoperta di proprietà comunale 226 m2, prezzo richiesto € 45.000.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 002Non si tratta del primo, bensì del terzo bando che va inesitato. La prima considerazione, tutto sommato non fondamentale, riguarda le richieste economiche: sono eccessive, fuori da ogni concetto di mercato e assolutamente incompatibili con lo stato di conservazione degli immobili, che costerebbe meno demolire e ricostruire identici, compresi fregi e pitture, piuttosto che restaurare. Per non parlare dei 15mila euro richiesti per … un piazzale asfaltato che (ci siamo informati) l’eventuale acquirente non potrebbe trasformare nemmeno in parcheggio a pagamento per trarne un minimo di recupero dell’investimento.
Ma c’è il vincolo, e qui scatta la seconda considerazione non trattandosi della Pietà di Michelangelo ma di edifici ridotti da far pietà. Il vincolo è pesante, non tiene conto della realtà oggettiva, pone severe limitazioni in termini di riuso dell’immobile, che viene “suggerito” di adibire ad attività al servizio del cicloturismo. Detto in altri termini: si chiede l’esborso di capitale privato, ponendo però limitazioni feudali alle definizioni funzionali.
Con un’attività, stagionale al servizio del cicloturismo si potrebbe anche campare ma occorrerebbe un quantitativo eccessivo di anni per recuperare l’investimento e, in una logica d’impresa, esistono altre attività che richiedono tempi minori per il recupero del capitale, specialmente qualora si sia sottoscritto un mutuo.
Aprire un bar o un posto di ristoro significherebbe inserirsi nella marea di quelli già esistenti, un Bed&Breakfast o altra attività ricettiva sono da escludere per impedimenti strutturali e amministrativi.
La cosa migliore da farsi, a nostro avviso, sarebbe quella di cedere in comodato trentennale gli edifici delle ex-stazioni ad affidabili associazioni impegnate nella tutela del territorio, nel turismo culturale magari attraverso il recupero delle testimonianze relative alla storia della ferrovia, nell’assistenza a portatori di disagio eventualmente valutandone la conversione residenziale. Magari dando loro una mano per il costoso recupero strutturale e impiantistico degli edifici.
Quanto agli ex-caselli, la loro superficie lorda è talmente ridotta che, in tutta obiettività e pur essendo sostenitori della conservazione delle memorie del passato, non riusciamo a prevederne nessun utilizzo pratico che non assomigli ad un chiosco, ed anche in quel caso soggetto agli oneri di demolizione, smaltimento, ricostruzione ed a quelli, successivi, della manutenzione.
Chi ha avuto la pazienza di leggere sin qui potrebbe domandarsi quali siano e occasioni perdute di cui al titolo. La prima, imperdonabile, è stata la chiusura della ferrovia. La seconda quella di lasciar trascorrere decenni prima di decidere cosa fare degli edifici di servizio. Le notizie d’archivio della cronaca locale traboccano di tentativi speculativi, arenatisi per una sola ragione: immobili e aree non erano suscettibili di garantire una remuneratività. E quindi tutto è stato lasciato andare alla malora. Ed ora in una visione miope si tenta di patrimonializzare quelli che, a causa del degrado, sono solo poco più che ruderi, per alcuni dei quali è stato altresì speso in anni passati denaro pubblico per opere straordinarie dettate dalla necessità della messa in sicurezza e dell’impedirne il degrado in quanto soggetti a vincolo.
Lo Stivale è pieno di immobili in queste condizioni, pensiamo solo alle ex-case cantoniene dell’ANAS per tacere degli innumerevoli caselli ferroviari, a volte situati in località incantevoli (diciamolo: quelli più incantevoli sono già stati presi). Ma fino a quando lo stato e le sue emanazioni pretenderanno che il privato acquisti con i propri soldi, per poi soggiacere ad un’infinita serie di limiti, divieti e dinieghi alle facoltà di utilizzo, gli immobili continueranno a sgretolarsi preda di intemperie, vandali e disperati.

Alberto C. Steiner

Usseaux: quando il “sentirsi comunità” fa rinascere un borgo

Trovo fantastica la gente di montagna: più sali di quota e più aumentano l’identità culturale e, oggi, il desiderio di rinnovarsi.CV 2017.03.22 Usseaux 005Sintomatica in questo senso la storia di un territorio dimenticato fatto di case ridotte a ruderi e sentieri fangosi, sempre meno percorsi da abitanti sempre più in fuga verso Pinerolo, Torino e la vicina Francia.
Oggi, dopo diciassette anni di ostinato lavoro, ben lungi dall’essere concluso, molte case sono state recuperate, le strade sono lastricate in pietra e gli abitanti hanno smesso di andarsene. Nelle antiche stalle, alcune trasformate in musei, si tengono mercatini di Natale ed altre iniziative.CV 2017.03.22 Usseaux 00238,32 km² nell’alta Val Chisone ripartiti nelle cinque località di Usseaux, Balboutet, Fraisse, Laux e Pourrieres comprese fra un’altitudine di 1.210 e 2.890 metri nelle quali vivono 191 persone (dato Wikipedia) fra i boschi dove riecheggiano ancora gli echi del conflitto che tra il XVI e il XVIII Secolo contrappose cattolici e valdesi.
Area in gran parte montuosa e con limitati pianori coltivabili, dove bosco e pascoli costituiscono ancora oggi una ricchezza, nella quale ogni borgata doveva provvedere autonomamente al proprio sostentamento vivendo di allevamento, per quanto possibile di agricoltura, e scambiando i prodotti con le comunità vicine.
Ogni villaggio era infatti concepito e costruito in modo che gli abitanti vivessero in modo indipendente, e quasi tutte le borgate conservano ancora buona parte dell’antica struttura. Nel corso dell’ultimo secolo il progressivo abbandono ha portato un visibile degrado ai nuclei abitativi ed al territorio, ma oggi sono numerose le iniziative di recupero in corso.
Le borgate di Usseaux aderirono dal 1343 al 1713, anno in cui venne sottoscritto il Trattato di Utrecht, alla Repubblica degli Escartons (questo il link a Wikipedia per chi desiderasse approfondire).CV 2017.03.22 Usseaux 003Il percorso che ha ridato vita a Usseaux, facendolo ascrivere tra i Borghi più belli d’Italia, nasce dalla strategia di una decrescita messa in atto non solo nelle ristrutturazioni, ma anche nei più minuti gesti del quotidiano, attraverso un lavoro spesso immane, ma che ha ricreato un valore inestimabile.
L’azione pubblica ha riguardato la riqualificazione delle strade e il recupero di antichi forni, lavatoi, fontane. L’esito ha indotto i privati ad avere più cura delle proprie abitazioni ed a recuperarle nel rispetto delle specificità caratterizzanti le costruzioni, identificandosi sempre più con l’appartenenza ad una comunità territoriale dotata di caratteristiche e peculiarità assolutamente pregevoli.
In sinergia tra privato e pubblico sono state compiute azioni anche sul patrimonio forestale, certificato PFC, incentivando sempre di più l’utilizzo del legno locale, dimenticato com’è accaduto in tante valli montane. La filiera locale del legno inizia oggi ad importare sempre meno materiale dall’estero, in particolare dall’Austria e dall’Est europeo.
Ciascuna delle cinque borgate si caratterizza per alcuni murales che, contribuendo a riqualificarle ed abbellirle, sono dedicati al tema storico e culturale dei cattolici valdesi, al ciclo dell’acqua, alla filiera del pane nella borgata dotata di un forno comune, alla filiera del legno dove tutti i percorsi di abbellimento vengono realizzati con tale materiale, ed infine alla vita alpina e agli animali del bosco.CV 2017.03.22 Usseaux 004Particolare impegno, oltre che alla promozione e alla valorizzazione di un turismo naturalistico e culturale, è stato dedicato all’efficientamento energetico mediante lo sfruttamento di fonti rinnovabili, con l’obiettivo di pervenire all’autosufficienza.
Si sta lavorando al recupero della produzione agricola, agli inizi del ‘900 importante ma andata in gran parte perduta per l’abbandono delle valli generato prima dall’emigrazione e poi dall’industrializzazione, sul territorio particolarmente connessa al polo accentratore torinese.
In corso di rivalutazione anche pascoli e aziende di trasformazione casearia puntando a qualità e riconoscibilità dei prodotti.
Usciti dai localismi che in passato hanno portato solo improduttivi conflitti, Usseaux e gli altri comuni valligiani stanno sviluppando la condivisione, anche amministrativa, delle molteplici offerte turistiche attraverso una nuova visione progettuale, e la tematica del “fare rete”, adottata anche dagli artigiani locali con visibili economie di scala, potrebbe portare alla costituzione di un ecosistema territoriale che riunisca acqua, rifiuti, energia, mobilità promuovendola anche mediante forme di azionariato diffuso.
L’obiettivo primario non è creare un bel presepe a beneficio di un turismo pseudoculturale di passaggio, ma garantire concrete possibilità residenziali alla fascia in età lavorativa, con figli, che necessita quindi dei servizi necessari per fare in modo che gli abitanti non si sentano cittadini di seconda scelta.
L’amministrazione pubblica è perciò concentrata sull’investimento di risorse ricavate dalla valorizzazione dei beni locali, sia per garantire i servizi sia per proseguire recuperi e manutenzioni, nella consapevolezza che le opere vanno non solo realizzate ma anche mantenute.
L’inseriemnto di Usseaux nel circuito dei Borghi più belli d’Italia ha avuto ricadute positive in termini di visibilità in un contesto tendente a garantire un turismo di qualità, per accogliere il quale si sta seriamente pensando ad una formula di albergo diffuso che, idealmente, vorrebbe poter garantire una struttura a ciascuna delle cinque borgate per accogliere un turismo lento e sostenibile, integrato con esperienze sul territorio a partire dall’escursionismo in quota ma con l’assoluta preclusione ad infrastrutture pesanti come le funivie.CV 2017.03.22 Usseaux 001Con uno sguardo al Trentino Alto Adige, che però dispone di un’economia molto più diversificata, si sta creando spazio per fare in modo che tutte le potenziali risorse del territorio siano valorizzate creando attività socioeconomiche in grado di far crescere la comunità locale.
Unico rammarico: se Usseaux si fosse trovata nella vicina Svizzera, non solo della un tempo notevole rete locale di trasporti su rotaia costituita da ferrovie e tramvie molto sarebbe sopravvissuto, ma forse si sarebbe realizzato il collegamento ferroviario internazionale fra Pinerolo e Briançon progettato nel XIX Secolo e, chissà, anche quello con la Valle di Susa. Invece la tramvia Pinerolo – Perosa Argentina, che si attestava a pochi chilometri da Usseaux, venne soppressa nel 1968 “in nome del progresso” come scrisse il giornale locale, L’Eco del Chisone.

Alberto C. Steiner

La ricerca: una risorsa per la tutela del suolo

Conservare e scambiare preziosi semi antichi non serve, se non si conosce nulla del terreno dove verranno immessi. Vagheggiare il ritorno ad un’agricoltura primitiva di impronta utopisticamente arcadica, impiantando un’attività senza tener conto delle attuali risorse tecnologiche significa campare borderline e diventare, entro breve tempo, carne da macello per gli uffici esecuzioni immobiliari dei tribunali. Respingere, anzi demonizzare la ricerca come portatrice di sventura a prescindere significa essere oscurantisti e non capire un accidente di come debba funzionare un’azienda agricola.
Se questi sono i parametri sui quali si intende basare un ritorno alla terra è meglio pensare seriamente di dedicarsi ad altro, evitando così di creare ulteriori premesse per il depauperamento del territorio, oltre che mettere in serie difficoltà se stessi e le proprie famiglie.CV 2017.03.18 Ricerca 001Il ruolo della ricerca è fondamentale nell’attività agrosilvopastorale, non da ultimo per quanto riguarda la tutela della risorsa suolo.
l suolo, inteso come la parte più esterna della crosta terrestre situata tra roccia o sedimento inalterato e atmosfera, è un sistema naturale che tende ad autoorganizzarsi in conseguenza dell’azione dei fattori della pedogenesi, e particolarmente dell’attività biologica che ne determina i maggiori dinamismi. Non è quindi un substrato inerte, statico, attraverso il quale realizzare le produzioni agricole e forestali o sul quale appoggiare attività e infrastrutture, ma un essere vivente e un patrimonio naturale formatosi nei millenni precedenti l’Antropocene, l’attuale era geologica nella quale gli esseri umani provocano le principali modifiche territoriali e climatiche.
È ormai ampiamente dimostrato come l’umanità stia sfruttando questa risorsa, non rinnovabile o rinnovabile con estrema lentezza, in modo insostenibile. L’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, e la Unccd, Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione, individuano nella degradazione del suolo il rischio principale di diminuzione o scomparsa della produttività biologica o economica delle terre. Riferito alla diminuita produzione di derrate alimentari ciò significa per l’Italia un maggior costo annuo pari a 900 milioni di euro.
In Italia, la degradazione del suolo assume un particolare rilievo a causa della continua riduzione della superficie agricola utilizzata – da oltre un decennio scesa sotto i 13 milioni di ettari – della stabilizzazione delle rese unitarie delle principali colture e della crescita dei consumi. Il risultato è che il tasso di auto approvvigionamento alimentare in Italia è sceso sotto l’80% e il paese risulta terzo fra quelli dell’Unione europea come deficit di suolo agricolo.
La qualità del suolo italiano non è affatto eccellente: se si considerano parametri biofisici oggettivi quali pendenza e aridità, presenza di suoli a scarso drenaggio o profondità, tessitura eccessivamente argillosa o sabbiosa, abbondanza di scheletro e pietrosità, fenomeni vertici, torbe, suoli salini, sodici o acidi, i suoli agricoli italiani risultano notevolmente svantaggiati in una misura prossima all’80%.
Tra gli obiettivi Primari dell’Unione Europea individuati nella Strategia Europa 2020 due riguardano espressamente il suolo:
adattamento ai cambiamenti climatici e prevenzione e gestione dei rischi;
tutela dell’ambiente ed efficienza delle risorse.
In tale direzione sono orientate molte attività di ricerca. Tra queste, degne di menzione quelle volte ad individuare il ruolo che il suolo può giocare nella mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso il sequestro di carbonio e la regolazione delle emissioni di gas serra, e quelle finalizzate ad aumentare l’efficienza dei servizi agro ambientali prodotti dal suolo, in particolare quantità e qualità delle produzioni agricole e forestali, e regolazione dei deflussi idrici e dei sedimenti.
I risultati delle ricerche per la tutela della risorsa suolo hanno evidenziato come i cambiamenti climatici presenti e futuri influiscono negativamente sui parametri pedologici e sui servizi ecosistemici.
Gli effetti locali infatti dovrebbero essere considerati come più importanti rispetto ai trend generali, a causa delle interazioni tra natura dei suoli e loro gestione. Quest’ultima, in particolare, dovrebbe essere sempre sito specifica a causa dell’elevata variabilità spaziale dei suoli. In questo senso agricoltura di precisione, biologica e conservativa possono costituire strumenti fondamentali per mitigare i possibili effetti negativi dei cambiamenti climatici, ma solo se basati su una conoscenza dettagliata della variabilità pedologica.

Alberto C. Steiner