Parco della Lessinia: intollerabile per Legambiente, Italia Nostra e Lipu che qualcuno possa decidere in casa propria

CC 2018.07.14 Lessini 001“Grave voto della Giunta verso l’autogestione.” Per Italia Nostra, Legambiente Verona, Wwf veronese e Lipu è intollerabile che i proprietari dei terreni costituenti il parco della Lessinia, cioè i padroni di casa, entrino a far parte del comitato tecnico scientifico di gestione.
Per chiarire da subito come la pensiamo di loro e di quelli come loro: è da tempo immemore che esistono per barcamenarsi in chiacchiere, con qualche azione esclusivamente simbolica che al territorio ha procurato più danni che altro, e con l’esclusiva funzione reale di portare voti. È finita a Napoleone, si dice. Figuriamoci se prima o poi non sarebbe finita anche per loro.
Piccola premessa triste, prima di entrare in argomento: quando si trattò di devastare il territorio scaricando nei fiumi gli acidi delle concerie piuttosto che costruendo iinutili strade o realizzando improbabili poli artigianali oggi memento di uno squallido cimitero degli elefanti, per tacere di altre nefandezze, anche i Veneti elettori di Pio Mariano dei Miracoli non furono secondi a nessuno.
Stiamo parlando di quel Veneto, asservito per convenienza al governo di occupazione, dal quale si teneva ben saldo il timone dell’allora Ministero dell’Agricoltura che provvedeva ad elargire sul territorio gran copia di fondi e sovvenzioni, dove modesti artigiani diventavano miracolosamente imprenditori e successivamente industriali per poi delocalizzare dapprima nei paesi dell’Est europeo e successivamente ancora più lontano, in Asia e America Latina.
Intendiamoci: fatte le debite proporzioni nulla di nuovo sotto i cieli d’Italiland.
Ma le cose cambiano, le consapevolezze mutano, vi è maggiore attenzione alla tutela di un territorio sempre più percepito come Heimat, corroborata dala precisa volontà di essere attori del proprio cambiamento in una sorta di democrazia diretta e non rappresentativa.
In tutto questo, morta per consunzione la Balena Bianca, perite le altre sigle sue nemiche o alleate a seconda del canovaccio teatrale da mettere in scena, le forze d’occupazione con i loro scherani e i loro Ascari si sono ricompattate sotto sigle diverse e colori vuoi annacquati vuoi accentuati, imbrogli e tentativi di depistaggio, presto scoperti, di chi cavalcava in modo truffaldino il nascente desiderio di autonomia. Il resto non è più storia bensì cronaca.
Ma esiste ancora chi, in nome di uno statalismo comatoso, di un dirigismo da sacrestia e da segreteria pretende di comandare in casa d’altri indirizzando scelte e fondi, spiegando “al colto e all’inclita” come dovrebbero, anzi devono, pensare ed agire, e soprattutto davanti a chi dovrebbero, anzi devono, scappellarsi.
Il fenomeno è particolarmente riscontrabile nell’ambito della tutela ambientale del quale, sotto un manto di purezza virginale dagli irresistibilmente comici risvolti newage e disneiani, si sono nel silenzio di istituzioni e cittadini appropriate segreterie annacquate e sacrestie arrossate in allegra commistione, formando dei Komintern che ancora oggi pretendono di arrogarsi la facoltà di decidere chi, cosa, come, dove, quando sulla pelle degli altri e nei quali ingegneri, arhitetti del verde, agronomi, biotecnologi, biologi, veterinari, pastori e allevatori sono merce rara, contrapposta alla marea dei laureati (quando lo sono) in filosofia e scienze politiche o lettere antiche.
In questo scenario non stupisce il comunicato stampa unificato di Italia Nostra, Legambiente Verona, LIPU e WWF Veronese dedicato al Parco della Lessinia.
Che, nel Veneto, numerose aree verdi e protette siano state commissariate è storia. C’è da chiedersi dove fossero questi soloni verdi, queste cariatidi del pino mugo, questi opportunisti del cocal quando si trattò di commettere gli abusi e gli illeciti che portarono al commissariamento. Non sappiamo. Sappiamo però che furono fra i membri dei comitati di gestione, fra i probiviri, fra il questo e il quello degli organi di commissariamento, fra i disturbatori delle assemblee cittadine.
Vogliamo proprio essere pignoli ed osservare con la lente che cosa abbiano portato i commissariamenti, soprattutto in riferimento a certe realtà locali particolarmente delicate, in termini di benefici ambientali, ripopolamento, tutela delle specie e del territorio?
La risposta può validamente fornirla la nota e salvifica espressione di Cetto Laqualunque.
Ciò premesso gli organismi sopra menzionati hanno emesso un comunicato, che riportiamo nei suoi elementi essenziali:
“La Giunta Veneta, conscia della maggioranza in Consiglio, non ha faticato ad ottenere quello che da oltre un anno stava perseguendo. L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di svilire e ridurre le aree protette a favore di spazi per le attività economiche.” vale a dire esattamente quello che hanno fatto loro in questi anni non facendo nulla. Ma proseguiamo:
“… riuscita nell’intento con l’approvazione di questa legge, che accentra poteri straordinari su di sé in merito a nomine e controllo per la gestione di tutti i parchi del Veneto, ora potrà dedicarsi alle modifiche sostanziali della Legge Regionale 40 del 1984, riducendo le superfici dei parchi così come già più volte ribadito da alcuni consiglieri di maggioranza che non tollerano la presenza di tutele, vincoli e limiti alla libertà d’impresa.
Eppure non più tardi di due anni fa in fase di redazione della proposta di legge per modificare quella in vigore per l’istituzione dei parchi e delle riserve naturali regionali, si recitava che … Le aree naturali protette e più in generale la rete ecologica regionale … rappresentano un importante laboratorio per la conservazione e l’implementazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici attraverso lo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale …
Una premessa sacrosanta di cui oggi non c’è traccia nella norma appena approvata. Al suo posto, quali finalità e obiettivi da garantire, si dichiara che … le nuove disposizioni per la gestione e il funzionamento dei parchi perseguono l’obiettivo della semplificazione, del miglioramento e dell’efficienza delle procedure programmatorie e gestionali …”
Ed ora arrivano i toni lirici: “Addio conservazione, addio biodiversità!” Si, addio monti sorgenti dall’acque, addio gettoni di presenza, addio commissione di perizie, progetti, studi programmatici destinati ai blabla dei convegni. Andiamo avanti:
“Per uscire dal regime di commissariamento in cui tutti i parchi del Veneto erano miseramente finiti” E come mai c’erano finiti? Voi, nel frangente dove eravate? “il disegno di accentramento nelle mani della Giunta Regionale lo si legge in tutto l’articolato: ‘La Giunta regionale definisce … coordina … fornisce supporto …”
E qui troviamo la frase che ha fatto scendere gli ambientaioli dalle scale come la ragazzina de L’esorcista, sputazzando vomito e bile: “Il consiglio direttivo è nominato dal Presidente della Giunta regionale … il presidente del parco è nominato dal Presidente della Giunta regionale…”
E adesso viene l’intollerabile, per comunistoidi sacrestariani: “In questo quadro destra (Testuale nel comunicato, destra in luogo di desta. Ah, i lapis! ops, i lapsus… se non esistessero bisognerebbe inventarli) molta perplessità l’inserimento nel Consiglio Direttivo dei proprietari terrieri, rappresentanti almeno il 60% dei terreni silvo-pastorali, appartenenti cioè al Parco della Lessinia, con conseguenti possibili divergenze tra le istanze private e quello della protezione e conservazione del patrimonio naturale che sono la ragione per la quale ogni parco è Istituito, secondo quanto previsto dalla L. 394/1991.
Gravissimo, infine, il passaggio delle competenze in merito alle autorizzazioni paesaggistiche dalle mani dell’Ente Parco ai Comuni, spesso inadeguati per competenze tecnico-scientifiche, per mancanza di risorse umane e strumentali e per assenza di visione d’insieme.”
Insomma, nihil sub sole novi: gli altri, di chiunque si tratti, non sono sufficientemente acculturati, preparati, competenti per decidere in casa propria. Hanno bisogno il tutore.
Peccato che il tutore assomigli sempre al commissario politico. E questo è quanto.

Alberto C. Steiner

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Profumo di pane: dall’abbandono all’eccellenza

Nel suo libro Io faccio così, viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia (Chiarelettere, 2013) Daniel Tarozzi racconta storie di microeconomie, che non fanno più parte dell’aneddotica ma delle quali non troviamo notizia sui media impegnati a darci oggi il nostro nemico quotidiano informandoci su chi scanna chi, e che stanno silenziosamente consolidando una mentalità diffusa che valorizza il territorio e le competenze delle persone, spesso promuovendo lavori all’insegna dell’ecocompatibilità, del risparmio e della qualità della vita.
Della storia che stiamo per raccontare ci perviene una notizia datata 2013, ma l’origine risale addirittura al 1999. Perciò, prima di pubblicare, vogliamo verificare. E siamo felici di scoprire che ad oggi l’attività è più che mai viva e fiorente.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 001.jpgSanta Rita, nelle campagne attorno a Caltanissetta, è un borgo agricolo. Molto d’atmosfera e romantico, ma colpito dall’inesorabile abbandono che lo accomuna agli innumerevoli paesi fantasma italiani.
Aprire un panificio in un posto così è da pazzi, e infatti il pazzo c’è, risponde al nome di Maurizio Spinello ed ha fatto una scommessa, primariamente con se stesso. Piuttosto che andarsene come hanno fatto in tanti, o svolgere una stentata attività agropastorale, ha optato per una terza possibilità: aprire un forno e fare il pane. Cosa che avviene a partire dal 1999 grazie all’aiuto dei genitori e ad un prestito bancario.
Ma il suo non è un forno qualsiasi, perché grazie alla ricerca ed al recupero dei grani antichi siciliani Russello, Tumminia, Bidì, Maiorca, Perciasacchi ricavati da molitura a pietra, e con la sola aggiunta di sale, acqua e pasta madre viene preparato un pane seguendo il metodo tradizionale che prevede lievitazione lenta e cottura nel forno caricato con legna di mandorlo e di ulivo.
Anche la ricerca del mulino è stata laboriosa e tendente ad escludere tutti quelli industriali, che surriscaldano il grano durante la molitura. La scelta ha favorito un mulino di Castelvetrano, caratterizzato dalla lavorazione tradizionale a pietra.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 002I prodotti sono certificati Aiab, ed entrare nel forno di Maurizio Spinello significa essere inebriati dagli aromi di pane, legno di ulivo, terra, mandorle, lavanda, rosmarino, vino.
L’attività ha conseguito numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e, tra le numerose attività collaterali svolte, segnaliamo seguitissimi corsi di panificazione e la manifestazione Cibo che unisce, organizzata ogni ultima domenica del mese. Questa fiera del biologico fa incontrare aziende, consumatori ed appassionati siciliani (e non solo, considerata ormai la notorietà dell’evento) e comprende momenti di convivialità, musica, spettacoli teatrali e confronti tra i vari produttori che arrivano a radunare nel piccolo borgo fino a duemila persone.
Per finire, ma è un modo di dire perché in realtà, quando si è sorretti dalla passione e dalla creatività, non è mai finita… da qualche anno è in corso un’attività di agriturismo resa possibile dall’acquisto degli edifici abbandonati, oggetto di restauri accurati nel rispetto delle caratteristiche locali.
Precisiamo che questo non è un articolo redazionale, non pubblicihiamo quindi contatti ma solo questo link ad un gradevole filmato caricato su Youtube. Chi fosse interessato ad approfondire trova in rete ampia messe di riferimenti, tra questi il sito, e la pagina su uno dei più seguiti social network.
C’è indubbiamente qualcosa di magico in tutto questo. Quella magia, quell’alchimia che derivano dalla capacità di sognare, dall’intelligenza emotiva sorretta da pragmatismo, concretezza e determinazione.
Per quanto ci riguarda è l’ennesima dimostrazione che, nel rispetto di determinate condizioni, il recupero di borghi disabitati non solo è possibile ma può costituire una piacevole e redditizia fonte di attività.
A condizione, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di mettere mano al portafogli senza aspettarsi o, peggio, pretendere, che scenda la manna dal cielo sotto forma di stato assistenziale che deve dare, assegnare, promuovere, tutelare, garantire. Nel Medioevo prossimo venturo più che mai audentes Fortuna iuvat, il resto sono solo giochi da salotto ecochicbiobau.

Alberto C. Steiner

Un ringraziamento particolare a Rosa Kaska per avere pubblicato sulla propria pagina Fb la notizia che ci ha incuriositi.
Riferimenti: Foodscovery, Il Gambero Rosso, Italia che cambia, Tempi e Terre, Tripadvisor.

La botta grossa

Il nostro interesse, relativamente al progetto al quale stiamo lavorando a Orvieto, non è tanto concludere una brillante e redditizia operazione di recupero immobiliare quanto sviluppare le premesse per una permanenza sul territorio in modo da operarvi come attori, agenti di sviluppo riconosciuti come appartenenti alla Comunità.CV 2017.11.22 La botta grossa 001.jpgÈ funzionalmente a tale premessa che, volentieri, condividiamo la notizia dell’uscita nelle sale cinematografiche, in particolare della Capitale e dell’Umbria (a Milano, ça va sans dire, solo al Mexico, isola felice tra multisale tamarre addobbate come centri psicosociali fetenti di popcorn di plastica), de La botta grossa, il documentario di Sandro Baldoni prodotto da Istituto Luce che racconta cosa accadde dopo il terremoto del 30 ottobre 2016 che colpì il Centro Italia, successivamente al sisma di Amatrice. Un evento che pur non mietendo vittime costituì, a memoria d’uomo, la scossa più devastante da decenni: interi paesi distrutti, 40mila persone sfollate, un’eredità sociale e psicologica ancora oggi, a distanza di un anno, “da centro psichiatrico a cielo aperto” come afferma il regista, aggiungendo: “è un documentario fuori moda, ho voluto far parlare le persone in macchina, oppure filmarle mentre fanno qualcosa ma ogni tanto rivolgono parole e sguardi allo spettatore, facendolo partecipare.”
La botta grossa, come in Umbria e Marche hanno chiamato il sisma, non racconta, purtroppo, storie nuove ma ci parla di emergenze e urgenze che paradossalmente si rinnovano, procrastinandosi quotidianamente in un eterno nulla. Il film racconta cosa accade a chi perde quasi tutto e come si sopravvive, continuando a vivere nell’attesa di interventi, tra dolore, smarrimento, auto-organizzazione, umanità e ironia tentando di smettere di sopravvivere per irprendere a vivere. Scuotendosi, dopo la scossa.
Il film è, infine, anche un road-movie tra strade dissestate, una Pro Loco divenuta isola nell’oceano, villeggiature forzate al mare, scuole improvvisate, racconti di anziani alternati al mondo dei social.
E, figura che a noi piace più di tutte, il nostro personale Arcano 9 dei tarocchi, un eremita che, pur solitario, fa qualcosa che rappresenta decine di migliaia di persone. Vedere e ascoltare per credere.CV 2017.11.22 La botta grossa 002Un film che senza fingere che la cinepresa non sia presente parla di persone, confidando di lanciare un messaggio ai cittadini di tutta Italia.
Ma su quest’ultimo punto noi – e ci duole affermarlo da decenni – abbiamo seri dubbi sulla capacità di ascolto e di comprensione, oltre che sulla memoria degli italiani.
Questo il link al trailer: http://cinecitta.com/IT/it-it/news/45/8679/la-botta-grossa-storie-da-dentro-il-terremoto-in-sala.aspx.

Alberto C. Steiner

Usseaux: quando il “sentirsi comunità” fa rinascere un borgo

Trovo fantastica la gente di montagna: più sali di quota e più aumentano l’identità culturale e, oggi, il desiderio di rinnovarsi.CV 2017.03.22 Usseaux 005Sintomatica in questo senso la storia di un territorio dimenticato fatto di case ridotte a ruderi e sentieri fangosi, sempre meno percorsi da abitanti sempre più in fuga verso Pinerolo, Torino e la vicina Francia.
Oggi, dopo diciassette anni di ostinato lavoro, ben lungi dall’essere concluso, molte case sono state recuperate, le strade sono lastricate in pietra e gli abitanti hanno smesso di andarsene. Nelle antiche stalle, alcune trasformate in musei, si tengono mercatini di Natale ed altre iniziative.CV 2017.03.22 Usseaux 00238,32 km² nell’alta Val Chisone ripartiti nelle cinque località di Usseaux, Balboutet, Fraisse, Laux e Pourrieres comprese fra un’altitudine di 1.210 e 2.890 metri nelle quali vivono 191 persone (dato Wikipedia) fra i boschi dove riecheggiano ancora gli echi del conflitto che tra il XVI e il XVIII Secolo contrappose cattolici e valdesi.
Area in gran parte montuosa e con limitati pianori coltivabili, dove bosco e pascoli costituiscono ancora oggi una ricchezza, nella quale ogni borgata doveva provvedere autonomamente al proprio sostentamento vivendo di allevamento, per quanto possibile di agricoltura, e scambiando i prodotti con le comunità vicine.
Ogni villaggio era infatti concepito e costruito in modo che gli abitanti vivessero in modo indipendente, e quasi tutte le borgate conservano ancora buona parte dell’antica struttura. Nel corso dell’ultimo secolo il progressivo abbandono ha portato un visibile degrado ai nuclei abitativi ed al territorio, ma oggi sono numerose le iniziative di recupero in corso.
Le borgate di Usseaux aderirono dal 1343 al 1713, anno in cui venne sottoscritto il Trattato di Utrecht, alla Repubblica degli Escartons (questo il link a Wikipedia per chi desiderasse approfondire).CV 2017.03.22 Usseaux 003Il percorso che ha ridato vita a Usseaux, facendolo ascrivere tra i Borghi più belli d’Italia, nasce dalla strategia di una decrescita messa in atto non solo nelle ristrutturazioni, ma anche nei più minuti gesti del quotidiano, attraverso un lavoro spesso immane, ma che ha ricreato un valore inestimabile.
L’azione pubblica ha riguardato la riqualificazione delle strade e il recupero di antichi forni, lavatoi, fontane. L’esito ha indotto i privati ad avere più cura delle proprie abitazioni ed a recuperarle nel rispetto delle specificità caratterizzanti le costruzioni, identificandosi sempre più con l’appartenenza ad una comunità territoriale dotata di caratteristiche e peculiarità assolutamente pregevoli.
In sinergia tra privato e pubblico sono state compiute azioni anche sul patrimonio forestale, certificato PFC, incentivando sempre di più l’utilizzo del legno locale, dimenticato com’è accaduto in tante valli montane. La filiera locale del legno inizia oggi ad importare sempre meno materiale dall’estero, in particolare dall’Austria e dall’Est europeo.
Ciascuna delle cinque borgate si caratterizza per alcuni murales che, contribuendo a riqualificarle ed abbellirle, sono dedicati al tema storico e culturale dei cattolici valdesi, al ciclo dell’acqua, alla filiera del pane nella borgata dotata di un forno comune, alla filiera del legno dove tutti i percorsi di abbellimento vengono realizzati con tale materiale, ed infine alla vita alpina e agli animali del bosco.CV 2017.03.22 Usseaux 004Particolare impegno, oltre che alla promozione e alla valorizzazione di un turismo naturalistico e culturale, è stato dedicato all’efficientamento energetico mediante lo sfruttamento di fonti rinnovabili, con l’obiettivo di pervenire all’autosufficienza.
Si sta lavorando al recupero della produzione agricola, agli inizi del ‘900 importante ma andata in gran parte perduta per l’abbandono delle valli generato prima dall’emigrazione e poi dall’industrializzazione, sul territorio particolarmente connessa al polo accentratore torinese.
In corso di rivalutazione anche pascoli e aziende di trasformazione casearia puntando a qualità e riconoscibilità dei prodotti.
Usciti dai localismi che in passato hanno portato solo improduttivi conflitti, Usseaux e gli altri comuni valligiani stanno sviluppando la condivisione, anche amministrativa, delle molteplici offerte turistiche attraverso una nuova visione progettuale, e la tematica del “fare rete”, adottata anche dagli artigiani locali con visibili economie di scala, potrebbe portare alla costituzione di un ecosistema territoriale che riunisca acqua, rifiuti, energia, mobilità promuovendola anche mediante forme di azionariato diffuso.
L’obiettivo primario non è creare un bel presepe a beneficio di un turismo pseudoculturale di passaggio, ma garantire concrete possibilità residenziali alla fascia in età lavorativa, con figli, che necessita quindi dei servizi necessari per fare in modo che gli abitanti non si sentano cittadini di seconda scelta.
L’amministrazione pubblica è perciò concentrata sull’investimento di risorse ricavate dalla valorizzazione dei beni locali, sia per garantire i servizi sia per proseguire recuperi e manutenzioni, nella consapevolezza che le opere vanno non solo realizzate ma anche mantenute.
L’inseriemnto di Usseaux nel circuito dei Borghi più belli d’Italia ha avuto ricadute positive in termini di visibilità in un contesto tendente a garantire un turismo di qualità, per accogliere il quale si sta seriamente pensando ad una formula di albergo diffuso che, idealmente, vorrebbe poter garantire una struttura a ciascuna delle cinque borgate per accogliere un turismo lento e sostenibile, integrato con esperienze sul territorio a partire dall’escursionismo in quota ma con l’assoluta preclusione ad infrastrutture pesanti come le funivie.CV 2017.03.22 Usseaux 001Con uno sguardo al Trentino Alto Adige, che però dispone di un’economia molto più diversificata, si sta creando spazio per fare in modo che tutte le potenziali risorse del territorio siano valorizzate creando attività socioeconomiche in grado di far crescere la comunità locale.
Unico rammarico: se Usseaux si fosse trovata nella vicina Svizzera, non solo della un tempo notevole rete locale di trasporti su rotaia costituita da ferrovie e tramvie molto sarebbe sopravvissuto, ma forse si sarebbe realizzato il collegamento ferroviario internazionale fra Pinerolo e Briançon progettato nel XIX Secolo e, chissà, anche quello con la Valle di Susa. Invece la tramvia Pinerolo – Perosa Argentina, che si attestava a pochi chilometri da Usseaux, venne soppressa nel 1968 “in nome del progresso” come scrisse il giornale locale, L’Eco del Chisone.

Alberto C. Steiner

Siegi am Stilfserjoch

Vi sono persone che ad un certo punto trovano il coraggio di ascoltarsi. E scelgono.CC-2016.03.07-Siegi-003.jpgUna di queste è Siegi: ha lavorato in banca per un quarto di secolo, giù in valle, e quando è morto suo padre ha sentito il bisogno di ritrovare il contatto con la natura tornando al paese, dove vivono prevalentemente gli anziani perché i ragazzi se ne vanno per studiare e spesso non tornano più. 500 anime a 1.300 metri di altitudine dominati dal massiccio dell’Ortles con i suoi 3.905 metri e le sue nevi perenni.
A sud l’Adamello e la Valcamonica, a ore sette la Valtellina, a ore nove i Grigioni e il Bernina, a est la Vinschgau che, all’orizzonte, si apre sulla piana di Merano.
Stilfs, in italiano Stelvio: un luogo molto diverso dai presepi altoatesini. Qui c’è una sola strada, quella che passa sotto il Dreisprachenspitze – in italiano banalmente Cima Garibaldi, che forse millantò di aver dormito anche qui – con le sue rampe ed i suoi quarantotto tornanti ancora considerata palestra dell’ardimento da trogloditi che per dimostrare quanto sono cazzuti la percorrono in moto e in auto, strappando urla strazianti ai motori tirati allo spasimo o imballati da inutili scalate. E ogni tanto qualcuno frena troppo tardi.
Per il resto si va a piedi fra boschi, costoni e prati quasi verticali, ed è qui che Siegi si dedica totalmente alle erbe, che coltiva e raccoglie nei campi a duemila metri, di proprietà della famiglia da generazioni e mai concimati con sostanze chimiche o sintetiche, per cucinare e per farne tisane, medicamenti o cosmetici. Ha ottenuto il permesso di raccogliere alchemilla, biancospino, borsa del pastore, crespino, eufrasia, olivello spinoso, prugnolo, rosa canina e, in più, d’estate sfalcia i prati per raccogliere il fieno, che è riuscito a far certificare come “Fieno d’alta montagna Sudtirolese”. Durante l’essiccazione l’inebriante profumo delle 40 diverse qualità si confonde con quello del legno stagionato.CC-2016.03.07-Siegi-001.jpgSiegi è noto anche per allestire, ogni estate, una specie di palcoscenico sul tetto del suo maso, destinato ad ospitare concerti. Questa iniziativa ha un nome: Stilfs Vertikal, Stelvio Verticale.
Nel maso, e nella Stube, accoglie anche gli ospiti ai quali fa assaggiare le sue proverbiali tisane e qualche bicchiere di Blauburgunder, di Traminer o di grappa con erbe capace di resuscitare i morti.
Molti vengono ad aiutarlo nel periodo della raccolta, in cambio Siegi offre vitto e alloggio. Vengono da Austria, Germania, Svizzera, Olamda e persino Finlandia. Dall’Italia se ne vedono ben pochi. Forse sono impegnatissimi in defatiganti cerchi di condivisione al ritmo del tamburo sciamanico per decidere se, dove, come, quando realizzare ecovillaggi dopo aver risolto i conflitti grazie ad un facilitatore.

Alberto C. Steiner

 

Rovetta: l’esperienza di un ecovillaggio bergamasco dedicato principalmente ai disabili

Il ristorante è frequentato anche da ecochic milanesi che, tra casoncelli e polenta e strinù, discettano di cambiare il mondo come i quattro amici al bar mentre persone portatrici di handicap sgambettano in cucina e fra i tavoli.CV 2017.03.04 Coop Alchimia 001.jpgQui non ci sono tamburi sciamanici, tenda dell’inipi o scambi di massaggi reiki per imparare come si fa a realizzare ecovillaggi, ma solo gente che, gentile con chi se lo merita, si è rimboccata le maniche: siamo nelle Orobie bergamasche, per la precisione a Rovetta, dove presso la Rèssa de Fï – la salita per Fino (Del Monte) nella lingua dei padri, anzi delle madri – in località Vecchio Mulino si incontrano i tornanti che da Cerete Basso portano a Clusone.
Qui, il giorno di ferragosto del 2015 un gruppo di volontari decide di realizzare un sogno, costituendo Alchimia, una Onlus con l’obiettivo di svolgere le attività che caratterizzano la vita quotidiana di un ecovillaggio, traendone il proprio sostentamento.
Gli intenti sono valorizzare il territorio, vivere applicando nella misura del possibile il concetto di decrescita e inserire lavoratori protetti
I destinatari del progetto sono soggetti in situazione di svantaggio fisico, cognitivo e psicologico purché in grado di essere inseriti in un contesto lavorativo.
Sulla base di una concreta progettualità l’attività lavorativa è vista come opportunità emancipativa e di accompagnamento delle persone svantaggiate in un percorso finalizzato alla crescita dell’autostima.
Nell’ecovillaggio Vecchio Mulino è stato creato anche uno spazio per bambini, destinato a sussidiare genitori che hanno imprevisti lavorativi e a bambini bisognosi di un sostegno scolastico.
L’ecovillaggio è anche un ristorante ed un albergo, e l’associazione Alchimia (nin nomen omen…) sta attivando progetti di valorizzazione del territorio mirando soprattutto all’housing sociale, pensato in particolare per padri separati in difficoltà, che possono fruire di vitto e alloggio collaborando nel recupero degli spazi verdi estesi per circa tre ettari nei quali sono in corso esperienze di agricoltura e micro allevamento a chilometro zero.
L’associazione è infine aperta al territorio, cercando di valorizzare gli aspetti culturali della valle in collaborazione con le associazioni locali.
Il reperimento dei fondi necessari all’implemento dell’attività è avvenuto nel modo più logico e pragmatico possibile: nessuna attesa della manna dal cielo fatta scendere da qualche politico locale, nessuna richiesta di assegnazione o regalia con il cappello in mano in nome di improbabili e stantie visioni “alternative” ma, come si conviene a dei bergamaschi di montagna, mano al portafoglio e mutuo concesso sul valore dell’immobile e del terreno, rilevati da una situazione compromessa, ed in base a concrete garanzie di una fattiva progettualità.

Alberto C. Steiner

Fame un spritz, fameo bon co ‘na feta de limon

Chi crede che il land grabbing sia un fenomeno tipico del Sud del mondo è in errore: accade anche da noi.CV 2017.03.01 Prosecco 001.jpgPer esempio in Lombardia, dove le aziende agricole stanno diventando sempre di meno ma con terreni sempre più estesi destinati a monocolture, in particolare soia e colza. Oppure nel Veneto, segnatamente nei territori votati alla produzione del prosecco.
Accade da anni ma da quando, nel gennaio dello scorso anno, la Regione Veneto ha di fatto liberalizzato l’impianto di nuovi vigneti, l’espansione delle vigne a Prosecco è stata inarrestabile. I coltivatori hanno cercato prevalentemente terreni di vaste proporzioni pagando anche da 6 a 10 euro al metro quadrato contro un valore effettivo che normalmente non supera i 2, non da ultimo grazie ai contributi elargiti dalla Regione, che nel 2015 hanno toccato la ragguardevole cifra di 13,5 milioni di euro.
La stessa Regione ha inoltre esteso l’area doc alla provincia di Belluno, e anche lì si è scatenato l’accaparramento delle terre per vigne da Prosecco.
Oltre alle conseguenze ambientali e sociali tipiche delle monocolture, ciò ha implicato un massiccio livello di utilizzo di prodotti chimici, segnatamente pesticidi utilizzati in non meno di 20-25 trattamenti annui, contro i quali nulla possono fare anche quei pochi coraggiosi produttori del biologico, visto che vengono sparsi con gli elicotteri e che i dati dell’Arpav sono chiari: aumento del 305% nell’uso di pesticidi dovuto ai nuovi vigneti.CV 2017.03.01 Prosecco 002.jpgA prescindere dall’effetto deriva dei pesticidi usati nel prosecco che inquinano altre coltivazioni e stanno creando problemi all’apicoltura, l’aumento dei prezzi della terra la rende inoltre sempre meno accessibile a chi volesse incrementare le coltivazioni tipiche e tradizionali. Una presenza invasiva come il prosecco, per la potenza economica di cui dispone e per l’impatto ambientale che provoca, comporta inoltre che l’uva divenga vino solo se trasformata nelle cantine del trevigiano. Sul territorio rimangono quindi solo pesticidi e danni, mentre la ricchezza va altrove. Esattamente come in Africa.
Le situazioni più critiche sono ovviamente nelle zone di Valdobiadene e Conegliano dove da decenni si coltiva il prosecco e dove ci sono molti problemi, oltre che di inquinamento e irrorazione, anche per il turismo, poiché sono state vietate le passeggiate lungo zone coltivate a vite da aprile ad agosto.
Già nel 2014 alcuni politici locali sono intervenuti in difesa della popolazione affermando che se fossero stati eletti al Parlamento Europeo avrebbero denunciato l’assalto alle terre e alla montagna. Perché, non potevano farlo come privati cittadini? E intanto anche l’incidenza dei tumori sta aumentando.
Grazie alla lobby del prosecco esiste inoltre una legge regionale che consente di distruggere i boschi per piantare i vigneti, tanto è vero che a Tarzo una collina è franata a causa della distruzione di un bosco secolare trasformato a suon di ruspe in area coltiva.
Per contrastare il fenomeno sono nati i GAST, Gruppi di Acquisto Solidale di Terreni, ma la battaglia è persa in partenza perché può essere combattuta solo a colpi di bonifici milionari, e non basta che gruppi di venti o trenta famiglie decidano di mettere insieme i loro risparmi per acquistare un terreno, un bosco, un frutteto, in modo da sottrarlo al prosecco.
A distanza di un anno dall’approvazione della legge assistiamo a boschi che scompaiono, e con loro animali selvatici, flora spontanea, possibili economie alternative, capacità di creare acqua, stabilità delle pendenze, caratterizzazione dei luoghi in senso paesaggistico, culturale, gastronomico. Tutto questo per far posto ad un’agricoltura che punta dritto all’happy hour e deve fare subito profitto grazie ad un aperitivo industriale frizzante.
Un’agricoltura armata di motoseghe e macchine movimento terra non pone le basi per la sostenibilità. Un produttore biologico o un vignaiolo serio non sterminano un bosco o un frutteto per poi produrre vino, perché l’agricoltura biologica è un sistema, non un processo.
Ma non era l’Africa quella della maledizione del riso e dell’olio di palma? Già… Non ce n’è, l’agroindustria miete vittime, e non è solo una questione estetica, ma anche etica. La terra considerata mera risorsa alla quale attingere a scopo di lucro non ha nulla a che vedere con i valori che l’agricoltura ha ispirato nei secoli.
Difendere il paesaggio è difendere la biodiversità, la fertilità del suolo, la qualità della vita e di ciò che consumiamo.
E, giusto per concludere un articolo per molti versi ovvio, con decisione unanime la Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco ha candidato il paesaggio vitivinicolo del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene e il dossier di candidatura, da qualche settimana a Parigi, ha molte possibilità di essere approvato entro l’anno. La notizia completa può essere letta sul sito dell’Agenzia Ansa, che l’ha pubblicata il 26 gennaio scorso e ciò significa che la lobby del prosecco si sta avviando a conseguire la patente di intoccabilità.
Bene. Sappiamo di avere, con questo articolo, smosso le coscienze degli ecochicbiobau di Brera. Ne parleranno, in attesa di completare il gruppo di amici davanti al Patuscino o al Radetzky. Dove, una volta accomodatisi, ordineranno uno spritz.

Alberto C. Steiner