Gli asset del futuro? Acqua e cibo

Politica e finanza invece che di petrolio, inflazione, debito e tassi di interesse farebbero meglio ad occuparsi di acqua e cibo, che costituiranno i veri asset su cui investire per il futuro. È la tesi espressa dal nostro sito partner Consulenza Finanziaria in un articolo molto interessante, che accentua l’aspetto niente affatto etico delle attuali speculazioni finanziarie sui beni primari, in grado di realizzare performances spaventose nella totale indifferenza, in aree geografiche dove la gente muore, letteralmente, di fame.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Il persistente livello di sotto-alimentazione, con le conseguenti ricadute economiche, sanitarie ed umanitarie, colpisce un terzo della popolazione mondiale, e tre quarti del cibo consumato nel pianeta sono costituiti da riso, grano e mais. In particolare, metà di tutto ciò che mangiano i 7 miliardi di esseri umani – compresi noi dei paesi ricchi – è rappresentato da riso.
Ma l’efficienza produttiva e lo sfruttamento del terreno variano considerevolmente fra paesi avanzati e arretrati. Un esempio aiuta a comprendere la situazione: se negli Stati Uniti della metà del XX Secolo 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate oggi, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per contadino.
Nell’Africa sub-sahariana, invece, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi solamente 700 chili annui, in prevalenza destinati prevalentemente all’autoconsumo.
Si direbbe inoltre che la domanda di cibo proveniente dalla Cina costituiscano la vera questione. Se lo sviluppo cinese, e conseguentemente la sua domanda mantenessero il ritmo attuale, nel 2030 quel paese, che oggi sta già importando il 25% della soia mondiale per nutrire i suoi 500 milioni di maiali ed i suoi 5.000 milioni di polli, abbisognerebbe del 70% della produzione mondiale di frumento e del 75% di quello di carne. La Cina deve, e dovrà, nutrire il 20% della popolazione mondiale disponendo solo dell’8% della terra coltivabile mondiale. Con lo sviluppo dell’industria e lo sfruttamento intensivo dei terreni, ogni anno Pechino perde un milione0 di ettari coltivabili e quantità enormi di acqua.
Per fare un raffronto, ogni cinese dispone oggi di 0,15 ettari, a fronte di ogni statunitense che può beneficiare di 1,5 ettari.
Altro grave, anzi gravissimo problema – che abbiamo più volte denunciato, per esempio nell’articolo  Land Grabbing e vergini dai candidi manti pubblicato sul vecchio blog il 29 novembre 2013) è costituito dal Land Grabbing. I dati sono controversi perché, va detto, abbiamo a che fare con vere e proprie organizzazioni criminali che sostengono, spesso ricorrendo all’uso delle armi, l’accaparramento delle terre nei paesi dell’Altro Mondo, quello che oggi è povero e che è destinato a divenire sempre più povero per soddisfare iu bisogni dei paesi ricchi.
La Banca Mondiale stima che nel periodo 2007-2010 56 milioni di ettari siano stati oggetto di land grabbing, mentre la National Academy of Sciences degli USA dichiara che le appropriazioni assommano a 100 milioni di ettari e l’Ong Oxfam afferma che si tratti di ben 200 milioni di ettari, due terzi dei quali si trovano in Africa.
Un terzo delle terre sarebbe usato per coltivare alimenti (esportati nel paese dei nuovi proprietari), un terzo per agro-combustibili, un terzo come foreste, legno e fiori, questi ultimi utilizzati principalmente per ottenere i cosiddetti crediti di anidride carbonica compensativi delle emissioni nei paesi acquirenti.terra-africa-001Riteniamo utile riportare, in proposito, due citazioni. La prima, inquietante, dal nostro articolo sopra menzionato: “Oltre il non profit, c’è un settore che punta a coniugare reddito, etica e sostenibilità. L’articolo, pubblicato dal settimanale Il Mondo del 22 novembre con un sottotitolo dal sapore vagamente inquietante di slogan: Siamo utili, e facciamo utili ci fornisce lo spunto per parlare di un argomento che da gran tempo, in particolare da quando a Milano ed in altre città italiane si è tenuto il Forum della finanza sostenibile, è nelle nostre corde. Vale a dire, quando la finanza dai denti a sciabola indossa l’abito di scena etico e solidale. Che lor signori, come scriveva l’indimenticato Fortebraccio, facciano utili è pleonastico. Se siano utili è altrettanto induscutibile: in questo scritto cercheremo di portare il nostro contributo per stabilire a chi siano utili.”
La seconda citazione, significativa poiché pone l’accento sulla reale capacità di autodeterminazione delle ex-colonie africane, proviene da un altro nostro articolo, L’Africa morirà. Questo come la fa sentire? Non colpevole, pubblicato anch’esso sul vecchio blog il 6 dicembre 2014: “Accade di parlare della devastazione di cui sono preda i paesi del Sud del mondo e, inevitabilmente, il discorso vira puntando ai sensi di colpa che attanaglia certi occidentali: colpa nostra se sono ridotti così, li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda mi dichiaro non colpevole. Penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali fantocci rapaci e feroci nelle mani di istituzioni finanziarie internazionali. Meglio ancora se li avessero lasciati in pace, ma questo è un altro discorso.
Oggi assistiamo ad una nuova colonizzazione di quei paesi, perpetrata da paesi che furono a loro volta colonizzati: e trattasi di una colonizzazione senza né pudore né ritegno, che va sotto il nome di land grabbing.”
Ma quali sarebbero i prodotti agricoli più coltivati? Soia, canna da zucchero, mais, olio di palma. Detto in altri termini, le terre africane sono considerate una soluzione a basso costo dei problemi altrui.
Vale a dire dei problemi dei paesi nei quali lo spreco di cibo è la norma, in proporzioni sempre più insostenibili: secondo l’Institution of Mechanical Engineers del Regno Unito, la produzione annua di cibo è di 4 miliardi di tonnellate, ma a causa di sistemi di raccolta, immagazzinamento e trasporto carenti, sprechi del mercato e dei consumatori, tra il 30 ed il 50 per cento dell’intera produzione alimentare mondiale (una quantità compresa fra 1,2 e 2 miliardi di tonnellate) non viene consumata.
Enormi quantità di terra, energia, fertilizzanti, acqua sono inoltre sprecati e persi durante la produzione di prodotti alimentari, che finiscono nei rifiuti.
Le cause variano in base alle regioni: nei paesi dell’Altro Mondo mancano infrastrutture, sistemi di stoccaggio e refrigerazione, trasporti adeguati. Se in Cina la percentuale di riso persa è pari al 45% del raccolto e in Vietnam dell’80%, nei paesi ricchi il cibo viene “dimenticato” in frigoriferi e banchi dei supermercati.
Studi della FAO indicano che in Europa e negli Stati Uniti il consumatore medio spreca 100 chili di cibo l’anno, contro i 10 chili del consumatore asiatico; i consumatori dei paesi ricchi sprecano ogni anno 100 milioni di tonnellate di cibo (un quantitativo superiore all’intera produzione dell’Africa Nera), e in particolare si stima che negli USA il 40% del cibo venga gettato. La spazzatura è la metafora del mondo di sopra, che spreca, e di quello di sotto, che muore di fame.cvfoto-sudanIl business del cibo (agricoltura e produzione) costituisce il 6% dell’economia mondiale, ma il 43% della popolazione mondiale attiva, circa 1,4 miliardi di persone, è fatto di agricoltori. Demografia, peso economico, necessità reale sono molto lontani e sembra non riescano a trovare un decente punto di incontro ed equilibrio. Chi ha terra coltivabile di buona qualità e disponibilità di acqua avrà cibo a sufficienza per nutrirsi; il valore di questa buona terra potrebbe aumentare in modo significativo.
E c’è da scommetterci, come scrivemmo per l’appunto quattro anni fa: il cibo e l’acqua saranno sempre più al centro di politica e finanza. Oltre che delle missioni militari “di pace”.

Alberto C. Steiner

Avevo sete e me l’avete data a bere: acque morte

Gli italiani sono i secondi consumatori mondiali di acqua minerale, dopo il Messico, con 208 litri annui pro-capite (dati Istat 11 aprile 2016).cc-2016-12-03-minerale-007Va detto che i Messicani hanno tutte le ragioni per giustificare il loro palmares, prima fra tutte quella che le acque dei loro acquedotti, oltre ad essere riconoscibili dall’odore nauseabondo e dal sapore pessimo, contengono una quantità pressoché infinita di agenti patogeni. Il Messico è altresì regno incontrastato di numerose multinazionali che utilizzano l’acqua come pare loro e non hanno nessun interesse ad investire in tubature affidabili ed impianti di depurazione pubblica: tra queste Pepsi.
L’incremento italiano rispetto al 2015 è stato del 7.9%, passando da 12.800 a 13.800 milioni di litri che, anche se ripartiti fra 140 stabilimenti che imbottigliano oltre 260 marchi, sono massimamente riconducibili a otto assetti proprietari, che controllano il 71,2% delle vendite. Tra questi Nestlè in posizione dominante (Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Panna, Pejo, Perrier, Pra Castello, Recoaro, San Benedetto, San Bernardo, San Pellegrino, Vera per citare alcune etichette).
I consumi (71% naturale, 12,3 gassata, 11,2 effervescente naturale e 5,3 leggermente gassata) sono ripartiti per il 28,9% al Nord Ovest seguito dal Sud con il 27,8%, dal Centro comprensivo della Sardegna con il 25% e dal Nord Est con il 18,3%. Chi vuole può divertirsi a ripartire le percentuali parametrandole alle popolazioni macroregionali: ne derivano dati interessanti.
Leggendo le etichette ci si rende conto delle date di imbottigliamento e di scadenza. Poiché la legge ammette il trascorrere di anni tra l’uno e l’altra, proviamo ad immaginare quanto possa essere “fresca” la nostra acqua giunta in tavola dopo mesi o anni di conservazione, prevalentemente in una bottiglia di plastica.cc-2016-12-03-minerale-005Il consumo di acque minerali comporta infatti un non trascurabile impatto ambientale costituito da tonnellate di plastica da smaltire e da trasporti che, se negli ultimi anni hanno rivalutato il vettore ferroviario, si svolgono su strada nella misura dell’82 per cento.
Il 73% dell’acqua venduta in Italia è imbottigliata in bottiglie di Pet da 1,5 o 2 litri, il 6% in quelle da 0,5 litri. Solamente il 34% delle bottiglie che finiscono annualmente tra i rifiuti, corrispondente a 124mila tonnellate, viene riciclato ma il rimanente 64%, pari a 320mila tonnellate, va perduto. E tra i rifiuti dell’indotto bisogna considerare anche le migliaia di chilometri quadrati di film ed i chilometri di regge, oltre ai quintali di clip metalliche di chiusura, utilizzati per il confezionamento sui bancali, ai quali si assomma il materiale plastico utilizzato per contenere la confezione finale, quella classica da sei bottiglie che preleviamo nei supermercati. A tutto questo vanno aggiunti altri chilometri quadrati dei separatori costituiti da figli in cartone e qualche tonnellata di legno costituita dai bancali che, per usura o incidenti, si rompono. In linea di massima questo tipo di rifiuti viene riciclato quasi completamente, ma non dimentichiamo che il riciclo costa in termini di denaro, energia, emissioni.cc-2016-12-03-minerale-002Perché, e da quando, consumiamo così tanta acqua minerale? La risposte sono disarmanti: in primo luogo per paura, indotta da una raffinata azione di marketing che è riuscita a farci credere che “l’acqua del sindaco” sia malsana e che quella minerale possieda addirittura proprietà medicamentose. Non è affatto così, specie nelle grandi città del Nord, Milano in testa, e se si ragiona un attimo ci si rende conto che tutta l’acqua, per sua stessa natura, fa fare plin-plin.
Sono altresì da ritenere ininfluenti le ragioni addotte circa l’imbevibilità dell’acqua contaminata da Pfas individuata in 60 comuni (su oltre ottomila nazionali) che accorpano meno di 500mila abitanti (su 62 milioni).
Il “quando” va collocato nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso quando anche sulle tavole nostrane più modeste appare sempre più frequentemente l’acqua minerale, specialmente se vi sono ospiti o in occasione di festività. Il marketing, allora, non era ancora salutista ma basava la propria azione sulla corsa al benessere consumistico e sul senso di colpa indotto dal sentirsi “poveri” comportandosi di conseguenza. E il senso di deprivazione o miseria, pure negli anni che videro la consapevolezza dei primi movimenti di protesta, era fortissimo in un paese che proveniva da ristrettezze ataviche, alle quali la II Guerra Mondiale aveva dato un’ulteriore botta devastante.
E consumare acqua minerale denotava e simboleggiava, insieme con la Fiat prima 600 poi 850 e successivamente 127, il televisore, la cucina “all’americana” e la trattoria “di campagna” lungo una trafficatissima statale, dall’architettura chissà perché “rustico-spagnoleggiante” con tanto di ruota da carro all’esterno in puro stile spaghetti-western, se non ricchezza, quanto meno un benessere faticosamente conseguito.
Pensarci oggi fa sorridere, ma i simboli non si formano dall’impatto soggettivo con evidenze recenti. Quelli non fanno altro che insinuarsi nel data-base di una memoria atavica, trasmessaci dagli antenati, corroborandola. E quindi anche nel dna dell’operaio più acerrimo nemico della classe borghese risiedevano all’epoca i simboli della fonte termale, insieme con quelli della Belle Époque e dell’Orient Express mediati dai racconti di nonni e bisnonni.cc-2016-12-03-minerale-004L’industria delle acque minerali naturali nacque verso la fine dell’Ottocento nei Paesi europei a forte tradizione termale: Francia, Belgio, Germania e Italia. Si avvia l’imbottigliamento di acque provenienti da sorgenti storiche, famose per le loro virtù salutari, spesso utilizzando bottiglie dalle forme artistiche ed accattivanti, e “passare le terme” costituisce una forma di vacanza e intrattenimento, non privo di un connotato di trasgressione, per le sempre più numerose fasce benestanti nate dalla rivoluzione industriale. Intere località mutano definitivamente la propria anima diventando città termali con alberghi, iniziative per l’intrattenimento e addirittura l’impianto di casinò, strade, ferrovie e tramvie per un agevole collegamento. Se L’anno scorso a Marienbad fu un film famoso, non fu l’unico perché non infrequentemente le località termali fecero da sfondo a vicende patinate. Nella nostra Salsomaggiore, dove mirabili esempi di mosaici in stile liberty si sprecano, venne addirittura inventato il concorso di Miss Italia per far sognare l’Italia povera del dopoguerra. Chiunque di noi, ancora oggi, non cade dalle nuvole se sente nominare Bognanco, Recoaro, San Pellegrino, Tabiano, Montecatini, Chianciano o Fiuggi, per citare solo alcune località.cc-2016-12-03-minerale-003Nel nostro Paese i primi tentativi di commercializzazione di acque minerali naturali si ebbero verso il 1890 e ad essi seguì la costruzione dei primi impianti di imbottigliamento. Ma sino alla prima metà degli anni Sessanta il mercato delle acque minerali fu essenzialmente locale e ancorato alla connotazione medico-terapeutica, e proprio in tal senso rappresentativo di un segmento di consumatori appartenenti alle classi sociali più agiate.
L’eredità di tutto questo excursus storico è racchiusa nell’odierno giro d’affari, 3 miliardi e 250 milioni di euro annui.cc-2016-12-03-minerale-006L’acqua, definita non a caso Oro blu, rappresenta semmai ben altra questione a livello planetario, sulla quale più volte ci siamo espressi nell’ultimo triennio: la sperequata ripartizione delle fonti e la cattiva politica di gestione delle stesse, che causa ingenti danni idrogeologici, penuria di acqua in alcune zone geografiche, guerre e speculazioni.
Non dimentichiamo che il nostro pianeta è ricoperto per il 71% di acqua, per un volume pari a 1.400 milioni di km3, il 97% della quale è marina. Il restante 3% è acqua dolce (pari a circa 35 milioni di km3), i due terzi del quale si trovano nei ghiacciai perenni e l’1% deriva dalle precipitazioni o risiede nelle falde sotterranee.
Circa l’80 per cento dell’acqua dolce è concentrato in pochi bacini: il Baikal in Siberia, i Grandi Laghi in Canada, i laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa, il Rio delle Amazzoni in Brasile, il Gange e il Bramaputra in India e i fiumi Congo, Yangtze, Orinoco e Tigri. Purtroppo, a costo di dare un colpo basso alla nostra autostima, va detto che la catena alpina è abbastanza ininfluente nel computo: l’Asia dispone di circa 14.000 km3, il Sud America di 13.000, il Nord America di 9.000, l’Africa di 4.000, l’Europa di 3.500 e l’Oceania di 2.500.
Più in particolare il Canada dispone di risorse di acqua di buona qualità ben superiori al fabbisogno, mentre l’Egitto ne ha cento volte meno; Yemen e Israele hanno bassissime risorse di acqua, e devono ricorrere ai pozzi, pompaggio e desalinizzazione; Brasile e Zaire hanno grandi risorse di acqua ma una grande quantità della loro popolazione non ne ha accesso; gli Stati Uniti hanno scarse risorse ed alti consumi (in California si raggiungono consumi giornalieri pro-capite di 4mila litri, anche se gli statunitensi non appaiono in posizione di rilievo fra i consumatori di acqua in modo diretto, ma semplicemente perché bevono altro).cc-2016-12-03-minerale-001Dal 1950 al 1995, la quantità di acqua dolce disponibile pro-capite è diminuita da 17.000 a 7.500 m3 e se oggi si parla di crisi idrica la questione non è legata ai consumi individuali, bensì all’uso abnorme della preziosa risorsa da parte dell’industria agricola e dell’allevamento. Parallelamente a questa espansione, della quale beneficiamo però solo noi dei paesi ricchi, nell’ultimo cinquantennio la disponibilità di acqua è progressivamente diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia, in particolare a causa del land grabbing.
I “cattivi” non sono solo indiani e cinesi, ma anche italiani. Per esempio Benetton, in Patagonia proprietaria di tutte le terre di Rio Negro: le popolazioni tribali che le abitavano vengono utilizzate come manodopera sottopagata. Segregate in minuscoli lembi di terra subiscono ritmi di lavoro estenuanti, non beneficiano di nessuna assistenza medica e, in estate, è loro vietato di attingere acqua dai fiumi. In alcuni tratti per impedire l’accesso vengono utilizzati filo spinato e corrente elettrica.
E l’acqua sta sempre più assumendo un ruolo preminente nelle contrattazioni borsistiche dove, letteralmente, svariati fondi azionari di matrice speculativa scommettono sulla sete.

Alberto C. Steiner

Sull’argomento abbiamo già scritto qui:
2016 25.11 Menu del giorno: terra, acqua e gasolio
2016 18.09 Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo
e sul blog Cesec-CondiVivere in numerose circostanze, tra le quali:
2015 23 .12 Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare
2013 27 .07 Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?