So’ fratelli a noi: alienare il patrimonio demaniale per stroncare le radici identitarie

“Uh mammà, ci stanno sparando, uh mammà!” cantava nel 1981 Mimmo Cavallo, portavoce del Sud ferito e violato come allora, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, imponeva la moda impegnata.
La madre rispondeva: “So’ fratelli a noi, ci vengono a liberà!”
Ed egli replicava: “Ma mammà sparano su di noi, uh mammà!”
E la madre, rassicurante: “Lo so figlio mio, ma lo fanno per necessità.”
Ed arrivarono infine i Piemontesi, decisamente meno simpatici di quelli della pubblicità di Barbero: “Ci stanno occupando, uh, mammà!”
“Il fatto è temporaneo, poi ci dovrebbero lasciare”
“E hanno aggiunto alla bandiera uno stemma blu, uh, mammà!”
“E non sei più contento? Mò teniamo un colore in più”
“E scrivo una canzone, uh, mammà!”
“Bravo sfogati figlio mio, che questo lo puoi fare, e scrivi una canzone evasiva”
“Uh, mammà!”
“Ma non metterci opinioni, fai una musichella d’invasione”
Incontrastato da un’Italiland che aveva altro da fare, per esempio sprecarsi a commentare, unitamente ad altre inutilità, la Carola uscita dal tribunale senza reggiseno (con le forze dell’ordine che, per una volta sincere, esortavano: “Circolare, circolare, non c’è niente da vedere!”) il governatorato italilandese ha varato il PiSDIP, Piano Straordinario di Dismissioni degli Immobili Pubblici 2019-2021 (in Veneto MPiSDos, Me Pisso Dosso? lo ignoriamo), previsto dalla Legge di Bilancio 2019.CSE 2019.08.06 dismissioniIl Demanio ha selezionato un primo lotto di 420 fra appartamenti, edifici e terreni, pubblicato nella Gazzetta ufficiale 166/2019 e del quale propongo lo stralcio nella tabella a corredo, unitamente alle definizioni ed alle modalità di attuazione, generalmente mediante asta, i cui iter sono già in preparazione relativamente a 90 unità selezionate, e le cui informazioni sono disponibili sulla piattaforma del Consiglio Nazionale del Notariato oltre che sul sito dell’Agenzia delle Entrate, alla sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”.
Il provvedimento, già operativo, dovrebbe contribuire ad abbattere il debito dello stato, migliorando quello degli enti locali ed incentivando, mediante la variazione della destinazione d’uso, la valorizzazione dei beni e del territorio favorendo ricadute positive, locali e nazionali, in termini di investimenti e occupazione.
Vale a dire che una caserma potrà diventare l’ennesimo centro commerciale, un castello un resort, un manicomio un complesso residenziale. E fin qui nulla da dire, anzi: svecchiare il territorio, togliere la muffa dalle strade, eliminare ricettacoli di balordi e di traffici tra disperati.
Agli immobili elencati nel primo programma di cessione potrebbero aggiungersene altri, per un valore complessivo stimato in circa 1,2 miliardi di euro. L’aspettativa è quella di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 nel biennio 2020-21.
L’elenco completo degli immobili è scaricabile in formato pdf da diverse fonti, io ho scelto Biblus, il notiziario online di una società di software attiva nella progettazione edilizia.
Scorrendo l’elenco saltano all’occhio immobili e terreni di notevole valore storico: carceri come quelle di Rossano Calabro e Vigevano, caserme, castelli, edifici manifatturieri, fari, stazioni ferroviarie la cui vendita comprometterà per sempre ogni ipotesi di ripristino delle linee cessate.
Colpisce, e sarebbe da approfondire, la vendita di aree pertinenti alla stazione ferroviaria di Tirano, tuttora in attività, mentre nel Friuli Venezia Giulia sarà presto in atto la massiccia vendita di edifici e fondi già in uso per scopi militari.
I veneziani, invece di perdere tempo a prendersela con i turisti, potrebbero meglio indirizzare le loro energie per comprendere e, se del caso contrastare, la cessione di beni decisamente importanti sotto il profilo storico locale, come quelli riportati nella tabella citata.
Infine una nota tecnica dettata dall’esperienza: il mercato delle vendite all’asta langue ormai da tempo e si lavora molto sul saldo e stralcio, pratica non possibile nel caso delle dismissioni, per le quali è obbligatoria la procedura ordinaria.
Si assisterà piuttosto, dopo aver constatato che le aste saranno andate non casualmente deserte, alla concessione di ribassi più o meno consistenti, che in casi particolari potranno portare persino all’effettivo azzeramento del controvalore di cessione.
Nel frattempo sarà trascorso non meno di un biennio e la gente, che già ora ignora l’iniziativa, si sarà completamente dimenticata di tutto. I reggitori del gioco politico potranno cambiare, ma ciò non sposterà assolutamente nulla nel teatrino, e non è escluso che certi beni, particolarmente appetibili, vengano acquistati ad un prezzo simbolico da enti locali o associazioni per svolgervi finalità culturali, sociali, di valorizzazione del territorio: l’abitazione del presidente e dei maggiorenti dell’associazione, la trasformazione in resort camuffato da centro culturale dove ogni anno, giusto per il punto della bandiera, si tiene un convegno per la valorizzazione della lasagna bio consapevole di Tarallo di Sopra o il concorso letterario Cicciuzza Della Gattina destinato a glorificare ego locali.
Su alcune estensioni territoriali si potrebbe, ricorrendone le caratteristiche, impiantare un’attività agricola per dare lavoro a volontari portatori di disagio sociale. Ovvio che saranno portatori di disagio, se nessuno li pagherà.
Sono modalità già viste, ma che i portatori di quella “cultura” che indebitamente si è appropriata di ecosostenibilità e solidarietà sociale sono ben attenti a custodire ammantate di segreto, nel timore di ipotesi di complotto maturate all’ombra delle modalità paranoidi che li caratterizzano.
E nel frattempo l’Italiland della quale, insieme con la pretaglia, occupano i punti sensibili: scuola, comuni, pubblica amministrazione, sanità, sindacato, tribunali, comunicazione, va allegramente a pezzi tra un selfie e l’altro.
Per quanto mi riguarda non sarò certo io a contribuire a contrastare il fenomeno: una metastasi di tale portata deve solo toccare il fondo, morire e imputridirsi nella trasformazione che la farà rinascere.
Sperabilmente in forma di piccole comunità locali autosufficienti, consce ed orgogliose delle proprie radici identitarie che non sono, nè mai potranno essere, quelle del villaggio globale, farsa decerebrante e deresponsabilizzante insieme con il politicamente corretto.
Se, infine, chi legge dovesse chiedersi, non già dimentico del titolo, la ragione dell’affermazione “stroncare le radici identitarie” ho pronta la risposta: a parte caserme ed altri ammennicoli edificati post-unitariamente, molti immobili e fondi, oltre a possedere una storia pre-unitaria, costituiscono precise connotazioni territoriali, punti di riferimento della storia locale e dell’etnografia. Venderli a non si sa chi, perché ne faccia non si sa cosa in nome di una non meglio definita riqualificazione, significa estirpare le radici territoriali, significa fare violenza al territorio.
Certo, ben venga lo straniero se nessuno a livello locale prende l’iniziativa andando oltre i lamenti e le recriminazioni, posto che ve ne siano state, ve ne siano o ve ne saranno … Del resto senza lilleri ‘un si lallera, come dicono in Toscana.

Alberto Cazzoli Steiner

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Sostenibilità ambientale degli edifici. Itaca: siamo veramente all’epilogo dell’Odissea?

CSE 2019.07.13 Itaca“La mia casa ce l’ho solo là” cantava Lucio Dalla in Itaca (https://www.youtube.com/watch?v=L2XuEvZNQO8) ed anch’io, credo come altri professionisti, vorrei poter tornare metaforicamente al mio letto ricavato dal maestoso ulivo, nel conforto del riposo sorretto dalla serenità di aver applicato norme univoche e non soggette alle solite interpretazioni, che alimentano incertezza e contenziosi facendo puntualmente ritrovare, invece che nella patria del diritto, nella terra dei Lestrigoni. E chi vuol capire capisca.
Dal 9 luglio vige la norma UNI PDR 13/2019, che specifica i criteri per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici.
Applicando di fatto il protocollo ITACA, Istituto per l’Innovazione e la Trasparenza negli Appalti (si, chi lo desidera può ridere) e Compatibilità Ambientale  nato in collaborazione con UNI, l’ente per la normazione, sostituisce la PDR 13/2015 ed il Protocollo Edifici Non Residenziali.
La nuova Prassi è suddivisa in tre parti:

  • 0 – UNI/PdR 13.0:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Inquadramento generale e principi metodologici
  • 1 – UNI/PdR 13.1:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici residenziali
  • 2 – UNI/PdR 13.2:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici non residenziali

La parte 0 illustra l’inquadramento generale ed i principi metodologici e procedurali che sottendono al sistema di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Le parti 1 e 2 specificano i criteri sui quali si fondano i sistemi di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici residenziali e non residenziali, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Oggetto di ogni valutazione sono il singolo edificio e la sua area esterna pertinenziale, applicando i criteri normativi al fine di calcolare un punteggio prestazionale degli edifici di nuova costruzione o oggetto di ristrutturazioni importanti.
Il protocollo ITACA, nelle sue diverse declinazioni, è lo strumento di valutazione del livello di sostenibilità energetica e ambientale degli edifici che permette di verificare le prestazioni di un edificio, non solo in riferimento ai consumi ed all’efficienza energetica, ma anche considerando il suo impatto sull’ambiente e sulla salute.
La ratio è quella di favorire la realizzazione di edifici utilizzando materiali sempre più innovativi e la cui produzione comporti ridotti consumi energetici, garantendo contestualmente un elevato confort, un impatto energetico e consumi idrici sempre più ridotti.
Il protocollo, garantendo l’oggettività valutativa attraverso l’utilizzo di indicatori e criteri di verifica conformi alle norme tecniche ed alle leggi di riferimento, grazie alle molteplici finalità di utilizzo costituisce uno strumento che per i professionisti sostiene la progettazione, per la pubblica amministrazione agevola i controlli, per gli attori finanziari agevola la valutazione degli investimenti e per i consumatori fornisce chiarezza nei criteri di scelta di immobili ed appartamenti.
Ciò è reso possibile dai principi dello strumento destinati ad individuare i criteri, parametrati ai temi ambientali, che permettono di misurare le prestazioni ambientali dell’edificio in esame ed i suoi eventuali scostamenti dallo standard.
Cliccando sui link che seguono è possibile scaricare dal sito dell’Ente Italiano di Normazione i testi, in formato pdf, delle norme
UNI/PdR 13.0:2019 – Inquadramento generale e principi metodologici
UNI/PdR 13.1:2019 – Edifici residenziali
UNI/PdR13.2:2019 – Edifici non residenziali

Alberto Cazzoli Steiner

Paesi Bassi: un rifugio invisibile di 35 metri quadrati

CSC 2019.03.30 Rifugioparco 002Se le archistar non fossero sopraffatte dal proprio ego avrebbero molto da imparare da questo modestissimo edificio, che possiede però notevoli controindicazioni: non può alimentare il trogolo di politici, amministratori e maneggioni vari poiché non fornisce lavoro alle megaimprese degli appalti pubblici, quelle che giocano con la finanza in carta del burro, quella che costruisce edifici finanziati da una banca, che li rivende ad un’altra che li affitta ad una compagnia di assicurazioni che li subaffitta alla pubblica amministrazione, che utilizza superfici di 120mila metri quadrati per tenervi uffici deserti o, una o due volte l’anno, convegni ai quali partecipano al massimo 60 persone.
E il resto è affittato ai soliti mutatemutandis, paninarium, biofrullallarium, ecosciurettam e libertomentosum che adeguano strutture, aprono, spendono per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiudono, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua strutture, apre, spende per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiude, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua … ah no, scusate: mi stavo ripetendo.
È probabilmente per questa ragione che il minuscolo edificio che sto per descrivere è stato pensato e realizzato nei Paesi Bassi e non in italiland.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 003CSC 2019.03.30 Rifugioparco 004.jpgEsteso su 2.388 ettari compresi fra i comuni di Utrecht, Stichtse Vecht e de Bilt, il Noorderpark è un’area di riqualificazione che include i laghi Loosdrecht, le foreste di Hollandsche Rading e i villaggi di Maartensdijk e Groenekan.
Il sito è sottoposto alla competenza dello Staatsbosbeheer, l’organismo statale costituito nel 1899 per la salvaguardia del patrimonio naturale.
All’interno del parco, nel 1966 venne realizzato uno spartano edificio con funzione di punto di appoggio logistico per i volontari che curano l’habitat. Ormai bisognosa di un’importante manutenzione, la struttura è stata sostituita con una ancora più semplice, ma affascinante e progettata in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 001.jpgEsteso su soli 35 m2 ed altro al colmo interno 3,5 m, l’edificio consta di ripostiglio, bagno/lavanderia, angolo relax con letto e zona pranzo con focolare, stufa a legna e sedute.
Il focolare è portante della struttura di supporto della copertura ed è conformato in modo da ricordare un albero.
Le facce esterne di tetto e pareti dell’edificio sono realizzati in pannelli in alluminio dipinti in verde, quelle interno sono rivestite in pannelli di legno locale. Ampie aperture finestrate caratterizzano pareti e tetto creano un forte richiamo con l’ambiente esterno, che “entra” nella struttura smaterializzando i confini anche grazie alle due ampie porte scorrevoli ad angolo che, aprendosi completamente, offrono l’opportunità di godere del prato ed instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.
L’ambiente naturale è l’unico protagonista della scena, e cucina e camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco, e nessuno è andato in fissa per la questione di eventuali emissioni nocive originate da un focolare acceso saltuariamente ed in funzione solo per poche ore.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 005Un’opera minima, di facile realizzazione, basso impatto e costo modesto, ripetibile su ampia scala ed in grado di stupire per la sua caratteristica di rifugio, quasi nascondiglio, inaspettato.
Ne abbiamo parlato proprio perché, nonostante la sua apparente modestia, costituisce un esempio di opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in modo adeguato e naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Vecchi tram interurbani milanesi: nessuno li salverà dalla demolizione

CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 001In bici, a piedi, a cavallo, ‘n coppa ‘o ciuccio.
Numeri da esodo domenica 3 marzo per migliaia di persone, per le quali il fulcro dell’attenzione sarà costituito da ferrovie soppresse, abbandonate, dimenticate per auspicarne l’improbabile ripristino o la più verosimile trasformazione in piste ciclopedonali: giocattoli ecochic per arroganti pattuglie di velocisti e per sciurette da ciclocestino, non certamente sistemi di trasporto, realizzati spesso a costi da tav ed altrettanto spesso definitivamente compromissori della possibilità di ripristinare la ferrovia dismessa sul cui cadavere corrono.
Ma al popolo bove piacciono ed i politici locali ne fanno sempre strumento delle loro campagne elettorali ecotrendy, e pure quarandy. Talvolta a cinquandy li beccano col sorcio in bocca. Infortuni sul lavoro.
La Giornata delle Ferrovie Dimenticate, così si chiama la kermesse marzolina, procederà fra viaggi su treni composti da materiale d’epoca trainati da gloriose locomotive a vapore, qualche celebrazione, orazione, auspicio, lacrimuccia e poi, come cantava Bennato “anche l’ultimo degli addetti ai lavori ha a casa qualcuno che lo aspetta.”
Si parla di recupero di vestigia ferroviarie e ad onor del vero, in silenzio, molto è stato fatto, a partire da gruppi locali di appassionati sino all’arrivo dell’asso pigliatutto: Fondazione FS che, con l’appoggio istituzionale ed i mezzi finanziari a disposizione, ha potuto dove le risorse di piccoli gruppi mai sarebbero arrivate.
Oggi la situazione non è affatto rosea, ma va detto che molta parte dello scempio è figlia della scriteriata opera degli anni passati, oltre che di leggi che non tengono conto di casi particolari. Mi riferisco alla bonifica dall’amianto, con il quale molti rotabili ferroviari erano, un tempo, letteralmente foderati. Pur consapevole delle tragedie e delle devastazioni, anche familiari, che le numerose morti per amianto hanno creato, per questi casi si sarebbe potuta creare una norma ad hoc, ma invece che procedere ad una bonifica con tutte le cautele del caso si è preferito buttare l’acqua e il bambino.
Se ne sono così andati per sempre mezzi come l’elegantissimo autotreno Diesel binato Breda 442/448 nato per i servizi TEE, Trans Europe Express, i cui ultimi esemplari finirono mestamente i loro giorni sulla Jonica titolari di improbabili rapidi e nel Trevigiano ad effettuare servizi locali in orario prevalentemente scolastico.CC 2018.06.02 TEE 002O come la gran parte dei materiali utilizzati sulla ferrovia a cremagliera Paola – Cosenza, per tacere delle troppe tramvie e ferrovie in concessione delle quali non è rimasta traccia.
La medesima sorte, a meno di interventi dell’ultima ora, sta per toccare ad una quarantina di storici veicoli tramviari interurbani milanesi, motrici e rimorchi, da anni accantonati all’aperto presso il deposito di Desio. Concluso l’iter di una gara in corso di esperimento la fiamma ossidrica dardeggerà i suoi infuocati colpi letali.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 003CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 004.jpgSono i tram che ancora pochi decenni fa sferragliavano annunciandosi con il loro rauco fischio lungo sedi poste lateralmente alle carreggiate di strade statali e provinciali per collegare Milano con Giussano fino al 1958, Corsico e Monza (Ω 1966), Cassano d’Adda (Ω 1972), Vaprio d’Adda (Ω 1978), Vimercate (Ω 1981), Carate (Ω 1982), Desio (Ω 2011).
Di questa rete, che precedentemente si estendeva ad Ovest sino a Magenta e Castano, ad Est a Trezzo e Bergamo, a Sud a Pavia, Melegnano e Lodi rimane oggi un’unica testimonianza: la tramvia per Limbiate Ospedale, una tratta che dal 29 marzo 2011 origina dal capolinea di Comasina M3 e si sviluppa per 11.600 metri su un percorso elettrificato alla tensione di 600 V cc, a binario unico in sede propria adiacente alla Via dei Giovi, un tempo Strada Statale 35, con tre raddoppi sedi di incrocio rispettivamente a Cormano Molinazzo, Paderno Cassina Amata, Varedo.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 002Oggi, pur costituendo una valida alternativa ad una strada affollata al limite del collasso, è servita da pochissime corse nei giorni feriali, nelle fasce orarie dalle 06:00 alle 10:00 e dalle 16:30 alle 21:00 dal lunedì al sabato. I mezzi in uso sono degli elettrotreni a composizione bloccata di tre elementi, allestiti dal 1961 al 1964 unendo una motrice centrale con due rimorchi pilota alle estremità. Ne restano in servizio sei unità delle dodici originarie, in pessime condizioni nonostante interventi di manutenzione e revisione che ne hanno allungato l’agonia.
Il filmato, ripreso nei giorni scorsi e visibile qui, ne mostra uno in servizio mattinale diretto a Limbiate, in arrivo alla fermata di Paderno Tonolli.
Una curiosità: l’azienda Tonolli, un tempo nota fonderia di metalli non ferrosi e dove ebbi modo di lavorare per un biennio all’epoca dell’università, non esiste più da almeno un ventennio. Nonostante ciò la fermata tramviaria ne ha conservato il nome e, fino ad alcuni anni fa, la pensilina presentava una lastratura traforata con l’incisione del logo dell’azienda nei caratteri grafici “fascisti” caratteristici degli anni ’30 del secolo scorso.
Tornando ai rotabili di prossima demolizione presso il deposito di Desio, quelli ancora in grado di essere preservati – una decina in tutto – sono stati oggetto di una petizione, avente per oggetto il loro salvataggio, che ha raccolto decine di migliaia di firme e, recentemente, sono stati richiesti da alcuni privati, da un ristoratore che, da un’azienda bergamasca specializzata nell’organizzazione di eventi e da due associazioni di appassionati.
La prima ha sede a Reggio Emilia, dove un tempo erano attive le Officine Meccaniche Reggiane, costruttrici di una serie di motrici denominate proprio Reggio Emilia.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 005L’altra è la tedesca HSM, Hannoversche Straßenbahn Museum, proprietaria di un importante museo tramviario e di una linea ad anello della lunghezza di circa 2.500 metri nei sobborghi del capoluogo della Bassa Sassonia, sulla quale viaggiano antiche motrici provenienti da svariate città germaniche, oltre che da Vienna, Brno, Amsterdam.
Tutti costoro hanno scritto ad ATM, che non risulta abbia risposto.
L’ipotesi paventata da molti è che ATM attenda l’esito della gara di assegnazione delle vetture demolende a qualche commerciante di rottami, il quale provvederà, se ne rileverà l’interesse, a vendere i rotabili a chi ne farà richiesta. Un’ennesima dimostrazione che le prime a fregarsene del proprio patrimonio storico sono proprio certe aziende esercenti.

Alberto Cazzoli Steiner

Il nostro contributo al referendum

Lungi da me entrare nel merito delle disquisizioni politiche, del fronte del si e del muro del no. Non ne sono in grado e mi fa venire l’orticaria. Mi limito perciò a scrivere queste note accompagnato dalla Ciaccona per Organo di Pachelbel, che con il gelo che c’è fuori ci sta benissimo.cv-2016-12-01-referendum-002Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma. Neanche fossero passati francesi, spagnoli, alamanni, lanzichenecchi, saraceni e … abbiamo perso il conto … tutti coloro ai quali i nostri satrapi locali permisero di fare strame di terre e genti purché li aiutassero ad ottenere un marchesato o un papato.
Ah si, certo, stiamo parlando di Medioevo e Rinascimento. Oggi non è più così, specialmente da quando è nata la repubblica democratica fondata sul lavoro e sui valori della resistenza (quali, quelli che si misurano in Ohm?).
Nell’aprile 2012 i soci/lavoratori/mutuatari/vittime di una cooperativa ravennate finita a gambe all’aria ricevono questa raccomandata da Banca Etica (copia ai nostri atti): «Vi invitiamo a volerci rimborsare immediatamente, e comunque entro 8 giorni dal ricevimento della presente, il credito da noi vantato nei vostri confronti, ed ammontante a 1.288.605,80 euro. Nel mentre ci corre l’obbligo di informarvi che ci premuriamo di valutare le modalità più opportune per la tutela delle nostre ragioni di credito e di provvedere, in caso di mancato pagamento, alla segnalazione in Centrale Rischi della posizione di sofferenza.» Come dire cornuti e mazziati.
Dov’era la banca, si proprio quella banca con le seggioline da campeggio che impiega quindici giorni per aprirti un conto perché deve primariamente verificare se sei etico, quando si è trattato di periziare i lavori, di assumere informazioni sui promotori delle iniziative?
Dov’erano gli amministratori pubblici quando si è trattato di verificare il gradiente di affidabilità, i progetti ed i capitolati dei promotori delle iniziative, gli stati di avanzamento?cv-2016-12-01-referendum-001Oggi, dopo anni di opportuno silenzio, le iniziative di autocostruzione si stanno risvegliando. Ma senza apparire e, come avverte l’ingegnere campana Maria Angela Pucci, presidente dell’associazione Edilpaglia che si occupa da diversi anni di autocostruzione: «Edilizia naturale e autocostruzione sono stati sempre legati, ma non abbiamo bisogno di nuove leggi, ce ne sono anche troppe. Il problema, semmai, è di ordine burocratico. Avendo a che fare con dei cantieri che non vengono affidati a un’impresa, il sistema organizzativo dei cantieri in autocostruzione prevede addirittura l’innalzamento dei livelli di sicurezza rispetto a quanto richiesto, proprio in virtù di un principio di precauzione.» Come a dire che l’autocostruzione può non essere concepita solo per i grandi numeri delle cooperative, e non deve lasciare campo aperto a illeciti e abusi edilizi. Infatti l’ingegner Pucci aggiunge: «Chiunque condivida i principi etici che stanno alla base dell’associazione può aprire un cantiere in autocostruzione, ma di fatto però si tratta di cantieri innovativi, anomali rispetto a quelli convenzionali, e succede che sia necessario vigilare sulla legalità: non vogliamo che si possa mascherare il lavoro nero dietro la facciata del volontariato.»
Questa, signori, è una parte dell’Italia che racconta palle a chi andrà a referendarsela il 4 dicembre sostenendo gli uni che con il si i treni arriveranno in orario (fantasia ragazzi, fantasia! questa l’aveva già inventata il Duce e oggi dei treni non frega più niente a nessuno), gli altri che con il no la fatina buona del cazzo esaudirà ogni desiderio, e tutti, come prometteva il sergente Hartman di Full Metal Jacket: «Ti invito a casa mia, ti faccio scopare mia sorella.»
Per chi volesse approfondire lo “stato dell’arte” della tragedia dell’autocostruzione consiglio questo magistrale articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica: Il sogno tradito dell’autocostruzione.
Pur con tutta la buona volontà non riesco a concepire come si possa veramente continuare con l’illusione di considerare un Paese, uno Stato, questa cloaca maleolente accozzaglia di contrapposti interessi e localismi che trovano modo di accomunarsi solamente di fronte al dare addosso a qualcuno o al moloch del profitto, all’idea di assomigliare tutti a un venditore di spazzole che promise un milione di posti di lavoro, ad abbozzare di fronte all’elargizione (meglio: alla promessa di elargizione) di 85 euro ai dipendenti pubblici – da sempre una solidissima base elettorale – guarda caso proprio in concomitanza del referendum.cv-2016-12-01-referendum-003Cercando riferimenti in Rete ci siamo imbattuti in un nostro articolo scritto sul vecchio blog Cesec-CondiVivere il 6 giugno 2015 da Lorenzo Pozzi. Si intitola Sharing economy: una pericolosa “alternativa” ed è la recensione del libro Mi fido di te scritto da tale Gea Scancarello che, sotto il paravento della condivisione propone un’economia ed un’iniziativa fatte di accattonaggio. Illuminante, in particolare, questo passaggio che riportiamo: «E se i gestori di B&B vogliono svilire la loro professionalità regalando il soggiorno in cambio… in cambio di che? Dormo due notti e gli ridipingo le pareti? Ma figuriamoci, loro dimostrano di non valorizzare adeguatamente la risorsa imprenditoriale sulla quale hanno investito, e io in compenso so di non valere nulla come imbianchino.
Trovo che questo libro, al di là delle buone intenzioni, sia un inno al pressapochismo ed alla mancanza di professionalità ma, se decidiamo di vivere in una comune o in una setta di matrice orientaleggiante dove la condivisione è totale abbiamo fatto bingo. Peccato che gli hippies siano morti di vecchiaia e di stenti, tranne i più furbi che son diventati guru, e siano rimasti solo gli straccioni con la presunzione di insegnare agli altri come essere alternativi.
Oltretutto seguendo il percorso indicato nel libro si fa il gioco del potere più bieco, quello che oggi non è più neppure capitalista ma iperfinanziario, che vuole una massa di beoti non pensanti, amorfi, privi di iniziativa e massificati in ogni senso verso il basso come i negri (sissignori, ho scritto negri: consultare il Devoto-Oli) ridotti a vivere in attesa degli aiuti umanitari. L’iniziativa, signori, non consiste nello svegliarsi la mattina per andare a cercare la carità mascherata da new economy.»
Questo è quanto.

Alberto C. Steiner

Riflessioni sul consumo del suolo

“This is your dance space, this is my dance space” dice Patrick Swayze a Jennifer Grey in una delle scene più famose di Dirty Dancing, a significare che esistono dei confini, dei limiti.
Così come esistono nelle relazioni umane, esistono anche relativamente al diritto di costruire forsennatamente senza alcun riguardo al consumo del suolo.cv-2016-09-29-consumo-suolo-001E non ci sentiamo neppure di affermare che è giunto il momento di statuirli: siamo anzi in ritardo, e di parecchio, lungo il percorso che avrebbe dovuto portarci a recuperare il senso della misura e del rispetto per Madre Terra. Che prima o poi si stancherà di offrirci la tetta e la farà finita con il nostro Edipo, costringendoci a diventare di botto adulti consapevoli. Consapevoli di ritrovarci con il culo per terra ad onta dello sviluppo sostenibile, triste farsa tuttora in cartellone nei più scalcinati teatri dell’imbonimento politico.
In massima parte il paesaggio, come lo conosciamo e lo riconosciamo oggi, non è più, da millenni, frutto della natura ma dell’opera umana: coltivi, terrazzamenti, colline, canali, gli stessi boschi sono il prodotto dell’agricoltura e della pastorizia che plasmando il paesaggio e modificando il territorio, come dicono i botanici domano la natura e forse la distruggono.
In alcune zone, come la Pianura Padana, il continuo lavorio agricolo che dai tempi delle bonifiche benedettine modifica e trasforma gli elementi naturali è particolarmente evidente e di grande effetto anche ad occhi profani.
Ma anche le colline della Borgogna, gli aranceti e i vigneti di Sicilia, i riporti di terra olandesi, i terrazzamenti di Valtellina, le dolci colline toscane che tanto caratterizzano un paesaggio da cartolina sono altrettanti esempi di come l’agricoltura abbia contribuito in modo determinante a creare l’identità di molti luoghi, e non solo dal punto di vista estetico ma anche della cultura, delle tradizioni e della vita quotidiana delle persone che la abitano.
Per molti versi è vero che l’opera dell’agricoltura innesca una forza distruttrice e insensibile che nel suo sviluppo riduce la biodiversità, inquina e travolge la natura “selvaggia”, fermo restando che ormai quel concetto di natura appartiene solo ai film della Disney, anche se molti vi si sono abbarbicati in nome di un naturismo ideale ma privo di riscontri pratici.
Da quando l’uomo non è più un nomade raccoglitore, addomesticare piante ed animali – perché questo fa l’attività agrosilvopastorale – è stata sempre un’attività primaria assolutamente necessaria a garantire cibo e sopravvivenza: inizialmente a piccoli gruppi e successivamente ad intere popolazioni. Sopravvivenza, quella era la precipua preoccupazione, e non certamente l’attenzione al paesaggio o la conservazione di una biodiversità di cui non esisteva alcuna coscienza. Comunque sia l’agricoltura ha cambiato il volto delle terre emerse e la rassicurante presenza umana si esprime oggi nei paesaggi rurali, nei solchi dell’aratura, nei filari di pioppeti e vigneti, nei campanili e nelle cascine, nelle colline pettinate e nei pascoli incastonati tra i boschi. In fondo lo affermava indirettamente già nel 58 a.C. Tito Lucrezio Caro nel suo De Rerum Natura.cv-2016-09-29-consumo-suolo-002Testimonianze della bellezza e della bontà del lavoro che ha plasmato la natura rendendola forse ancora più bella, sicuramente meno ostica anche per i molti che vagheggiano un ritorno alle origini ma che, se si trovassero in una foresta come quelle che ancora esistevano nel Medioevo, non solo non saprebbero come procacciarsi il cibo, ma sussulterebbero terrorizzati ad ogni minimo rumore e, fatte le debite proporzioni, avrebbero la stessa probabilità di sopravvivenza di un sottenente dei Marines appena sbarcato in Vietnam (citazione dal film Full Metal Jacket) specialmente se tentassero di abbracciare un orso.
Non siamo messi bene: paradossalmente oggi l’avanzata del bosco a causa dell’abbandono dei coltivi viene ritenuta un pericolo. Lo è, ma per l’eccessiva antropizzazione del territorio. Ma a ben guardare dov’è questa bella campagna? Dov’è fra autostrade soffocate da barriere antirumore da edilizia carceraria, villette a schiera, sfilate di capannoni dismessi e abbandonati, luci per ogni dove, rotonde, tanto immensi quanto inutili centri commerciali, stazioni di servizio, linee ferroviarie ad alta velocità?
Il suolo non è una risorsa infinita da consumare a nostro piacimento, e solo in riferimento all’Italia nell’ultimo decennio ne abbiamo perduto quasi tre milioni di ettari, e non erano terre marginali o residuali ma pianure fertili, irrigue, preziose per produrre cibo, vita, benessere.
In ogni caso, citando dal Macbeth: what’s done is done, quello che è fatto è fatto, e quindi, nell’intento di salvare il salvabile, passiamo alle nostre città dove costruire sulle poche aree rimaste libere da costruzioni dovrebbe essere proibito.
Ma se ci rechiamo all’edilizia, all’urbanistica o all’ufficio tecnico di qualsiasi comune a chiedere lumi circa terreni incolti, non infrequentemente ci sentiamo rispondere che trattasi di aree edificabili in quanto definite “di completamento”, vale a dire che se in un dato quartiere esistono fazzoletti residuali di aree libere, vanno eliminati per “completare” l’urbanizzazione.
Il medesimo discorso vale purtroppo per la “riqualificazione” di aree verdi urbane e periurbane, eliminare le quali significa aprire la porta a inquinamento ambientale, mutamenti climatici, migrazione forzata della piccola fauna stanziale, in particolare l’avifauna.
Con buona pace delle strategie globali sbandierate per la tutela dell’ambiente, il parcheggio di un piccolo centro commerciale – mediamente equivalente alla superficie di dieci campi di calcio – eleva la temperatura locale di 8° con picchi di 12 nelle giornate più torride. Senza nessun bisogno di tirare in ballo il nuovo ordine mondiale e i suoi complotti: è sufficiente un assessore ignorante contornato da una commissione edilizia di cretini. E sono talmente stupidi che spesso è sufficiente far vedere loro la carota senza nemmeno bisogno di corromperli.
Sfatiamo un mito: le maggiori responsabili del consumo di suolo urbano (ricordiamo che non stiamo argomentando di autostrade, tangenziali o TAV ma di edilizia) non sono le grandi concentrazioni finanziarie ed immobiliari: quelle convertono aree dismesse creando economia di carta attraverso l’edificazione di faraonici complessi, destinati in massima parte a rimanere invenduti e vuoti fino a quando l’emanazione di una banca “concorrente” quella che ha finanziato l’operazione non li acquista per farne alloggi convenzionati per i dipendenti, residences, centri polifunzionali, università e compagnia bella. Esempi? A Milano: Pirelli Bicocca, Richard Ginori e l’area circostante la stazione di Porta Garibaldi, per citarne solo tre. I maggiori responsabili sono le piccole imprese di costruzioni, sono i piccoli proprietari, sono come sempre i peones sgomitanti che a suo tempo hanno acquistato incolti agricoli vagheggiando un personale new deal attraverso la conversione in terreno edificabile grazie al mutamento delle norme edilizie o alla corruttela di qualche politico locale.
Questo è il vero malcostume, quello insospettabile del vicino di casa. Come sempre, la banalità del male.
Oggi è necessario che qualcuno (qualcuno chi? I cittadini naturalmente, attraverso una mutata coscienza civica) faccia presente ai proprietari di terreni liberi che l’epopea della rendita edilizia è fertig, finita. La corsa all’Ovest è arrivata al capolinea.cv-2016-09-29-consumo-suolo-003Non è escluso che costoro a quel punto, pur continuando a pensare a come mettere il terreno a reddito, scelgano di farlo a beneficio della comunità.
Basta girare naso all’aria e occhio attento per scoprire come negli angoli più impensati delle nostre città esistano estensioni di ruderi, alcuni risalenti ai bombardamenti della guerra, e costruzioni abbandonate. Demolire i fabbricati e risanare i terreni ove necessario, oppure recuperare gli edifici recuperabili. E se esistessero concreti incentivi di tipo compensativo per la trasformazione in area verde…
Un’obiezione che spesso viene opposta contro l’ipotesi del vincolo edificativo sulle aree libere è la crisi dell’edilizia: quando si muove l’edilizia si muove tutto, si sente dire spesso.
Non è affatto vero: ristrutturazioni, riconversioni, nuove edificazioni su aree già occupate da edifici demoliti costituirebbero un volano di entità non trascurabile.
E quando i comuni affermano che in questo modo non incasserebbero contributi a beneficio delle loro dissestate finanze non dicono il vero.

Alberto C. Steiner

Imputato bianco, come si dichiara circa i poveri negri? Non colpevole.

L’impulso a pubblicare questo articolo, i cui appunti gironzolavano da tempo sul mio desktop occasionalmente integrati da ulteriori annotazioni, me lo ha fornito l’ennesimo articolo a tema, datato 30 maggio scorso ma visto solo ieri: Coltan, il Congo e la tua sporca coscienza apparso sul sito Lineadiretta24 a firma di tale Federico Lordi.
Con un tono accusatorio, sarcastico, arrogante, e supponente questo Savonarola in sedicesimo predicatore da strapazzo si permette di giudicare, rivolgendosi al lettore utilizzando la seconda persona singolare, ritenendolo incapace di resistere alla fregola dell’acquisto compulsivo di un nuovo smartphone, tablet, pc o che dir si voglia ed accusandolo così indirettamente di fiancheggiare il mercato criminale che presiede all’estrazione del coltan tentando – ma non ci riesce perché pur credendosi un Giordano Bruno scrive in modo cialtronesco – di instillare sensi di colpa nel lettore.
Ciccio, dammi retta: hai forse scritto l’articolo su un codex utilizzando un legnetto intinto nel succo di mirtillo? L’hai forse copiato a mano innumerevoli volte perché avesse un’adeguata diffusione? E queste domande, che non abbisognano di risposta, bastano da sole. Quindi, caro mio, osserva in primis i cazzi tuoi evitando di giudicare e di accusare per catturare con mezzucci da miserabile l’attenzione di qualche lettore e sentirti migliore. Non te l’hanno mai spiegato che di solito chi spala merda sugli altri è perché cerca di fare in modo che la merda altrui raggiunga il livello di quella che egli ha dentro di sè?
Bene, tolto il sassolino passiamo alle cose serie.
L’Africa è sempre innocente e l’Occidente è colpevole: un dogma, un assioma, un terzo principio della termodinamica.cvfoto-sudanNei cellulari c’è il coltan, ed è noto come questo minerale giunga ai nostri padiglioni auricolari proveniente in massima parte dalla Repubblica Democratica del Congo grazie a condizioni di lavoro insalubri e pericolose, minatori bambini in condizione di schiavitù, gruppi armati che se lo contendono per contrabbandarlo.
Ma a devastare le notti insonni di noi occidentali neocolonialisti non c’è solo il coltan: in principio fu il rame, nello Zambia che negli anni ’60 era il secondo produttore mondiale dopo il Cile. Per non dimenticare i diamanti, notoriamente insanguinati, il cacao e il petrolio, il legname e il cadmio, l’uranio ed oggi il land grabbing, ovvero il furto di terre.terra-africa-001Ad onor del vero, oltre che dai soliti Stati Uniti, perpetrato in massima parte da multinazionali arabe e indiane: il 29 novembre 2013, sul vecchio blog scrivemmo in proposito l’articolo Land Grabbing e vergini dai candidi manti leggibile qui.
Chi avrà voglia di leggerlo, vi ҄troverà queste illuminanti considerazioni sul povero negretto espresse da un amico di origine senegalese, presidente di una nota Associazione che tenta di dare una mano alle popolazioni dell’Africa più povera: “La responsabilità è anche di certe popolazioni africane, e non hanno nessun significato certe frasi buoniste che sento spesso ripetere quando mi ritrovo a riunioni, convegni o seminari e che suonano sempre di compassione verso il povero negretto: che è colpa dell’occidente colonialista. No, non è colpa dell’occidente colonialista se a Milano, dove vivo, vedo squadre di operai che effettuano riparazioni stradali in cinque: uno sovrintende e gli altri lavorano sapendo esattamente cosa fare. Al mio paese, ed anche in altri dell’Africa equatoriale, non è così: otto sovrintendono creando un casino infernale mentre altri quindici lavorano sovrapponendosi a vicenda.
Tra i molti di noi che, spesso con grandi sacrifici economici delle famiglie, hanno studiato e si sono laureati c’era il sogno di tornare a casa e dare una mano. Alcuni ci hanno provato, ma solo chi è entrato nel vortice della politica grazie ad agganci tribali e di parentela si è sistemato, ma non sta di certo lavorando per il bene della gente. Gli altri hanno cercato spazio in Europa e negli Stati Uniti, ritrovandosi spesso frustrati e quindi rancorosi. L’Africa morirà. Morirà come il resto del pianeta, ma questa non è una consolazione.”kl-cesec-cv-2014-03-14-acqua-africa-001
A proposito di terre: il 60 per cento dei soggetti privati che comprano porzioni di terra ha come obiettivo esportare tutto quello che produce. Secondo un’indagine effettuata dal francese Cirad, Centre Internationaux de Recherche Agriculture et Développement, la metà delle coltivazioni avviate non produce cibo bensì biocarburanti, su superfici cedute a prezzi ridicoli, vale a dire tra i 70 centesimi di dollaro ed i 100 dollari annui per ettaro con contratti di durata cinquantennale o centennale. I cui corrispettivi vengono versati direttamente nei conti delle etnie al momento al governo.
Il Congo uscì dallo status di colonia belga nel 1960, entrando immediatamente in una crisi che perdurò per un quinquennio favorendo atti criminali e faide da parte di esponenti delle etnie locali.
Nel 1965 Mobutu Sese Seko, già capo di stato maggiore dell’esercito nel 1961, assunse il potere assoluto inaugurando un trentennio di feroce dittatura, mutando il nome del paese nel tradizionale Zaire e costringendo gli abitanti ad assumere un nome tribale. Il biennio 1996-97 fu sconvolto da una guerra dai connotati tribali che vide protagonisti anche ruandesi e ugandesi. Lo Zaire tornò a chiamarsi Congo e nel 1998 iniziò una seconda guerra che perdurò sino al 2003 e costò quasi cinque milioni di vittime. Dal 2004 al 2008 il paese fu teatro di un ennesimo conflitto.
Nel 1964 lo Zambia, già Rhodesia Settentrionale, divenne indipendente inaugurando un trentennio di disagi per i circa 11 milioni di abitanti ed un susseguirsi di scandali finanziari a carico degli esponenti al potere e delle loro famiglie.
Significativa la posizione dell’agronomo francese René Dumont: nel 1962, mentre nell’ubriacatura indipendentista che caratterizzava gli anni Sessanta tutti prevedevano un roseo futuro per i paesi africani finalmente sottratti al giogo colonialista, egli scrisse L’Afrique noire est mal partie, un libro dove previde tutte le ragioni che avrebbero impedito agli africani di godersi l’indipendenza – previsioni puntualmente realizzatesi – e che gli costò il discredito della gauche intellettuale.
A partire dagli anni ’60 le cosiddette guerre di liberazione furono in realtà civili e tribali, finalizzate a mettere le mani sulle risorse naturali. Le etnie che ciclicamente si alternavano nel ruolo di vincitori, oltre a trucidare senza pietà i vinti, una volta insediatesi iniziavano il saccheggio rendendo i paesi sempre più poveri proprio a causa delle ricchezze ferocemente contese e dilapidate senza scrupoli in vistosi beni di lusso personali, palazzi ministeriali sfarzosi, ostentazione di simboli di status a beneficio dell’etnia dominante.
Numerosi, anche fra gli stessi africani, sono coloro che definiscono i leader corrotti, irresponsabili e criminali senza eccezioni.
Ma per la vulgata terzomondista è tutta colpa nostra se sono ridotti così, perché li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda non solo mi dichiaro non colpevole, ma penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali, fantocci rapaci e feroci che ben volentieri e per primi si concedono alle mani di istituzioni finanziarie internazionali. In più mendicando aiuti internazionali con la voce lamentosa e il dito puntato.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Persino quell’intoccabile icona di Serge Latouche – avversario tra i più noti dell’occidentalizzazione del pianeta e sostenitore della decrescita e del localismo – scrisse nelle sue memorie che un giorno un’anziana donna del Benin gli chiese: “Ma quando tornate voi francesi?” a significare che il paradosso africano seguiterà a congiungersi tragicamente a quello occidentale fintanto che la cultura occidentale si manterrà solo grazie al desiderio del resto del mondo di entrare a farne parte.
Ma ormai è trendy affermare che ci sono le guerre perché noi occidentali fabbrichiamo armi, sfruttiamo le risorse e il coltan alimenta conflitti, schiavitù, corruzione e stupri perché noi occidentali – tutti assassini della popolazione del Congo – usiamo smartphone, tablet ed altri gadget elettronici. Sorpresa: li usano anche indiani, cinesi e, naturalmente, africani, questi ultimi stimati in 400 milioni e con un mercato in crescita.
Ma la colpa resta nostra perché ragionare con la propria testa non seguendo ciò che viene scritto per il gregge costa fatica.

Alberto C. Steiner