Rovetta: l’esperienza di un ecovillaggio bergamasco dedicato principalmente ai disabili

Il ristorante è frequentato anche da ecochic milanesi che, tra casoncelli e polenta e strinù, discettano di cambiare il mondo come i quattro amici al bar mentre persone portatrici di handicap sgambettano in cucina e fra i tavoli.CV 2017.03.04 Coop Alchimia 001.jpgQui non ci sono tamburi sciamanici, tenda dell’inipi o scambi di massaggi reiki per imparare come si fa a realizzare ecovillaggi, ma solo gente che, gentile con chi se lo merita, si è rimboccata le maniche: siamo nelle Orobie bergamasche, per la precisione a Rovetta, dove presso la Rèssa de Fï – la salita per Fino (Del Monte) nella lingua dei padri, anzi delle madri – in località Vecchio Mulino si incontrano i tornanti che da Cerete Basso portano a Clusone.
Qui, il giorno di ferragosto del 2015 un gruppo di volontari decide di realizzare un sogno, costituendo Alchimia, una Onlus con l’obiettivo di svolgere le attività che caratterizzano la vita quotidiana di un ecovillaggio, traendone il proprio sostentamento.
Gli intenti sono valorizzare il territorio, vivere applicando nella misura del possibile il concetto di decrescita e inserire lavoratori protetti
I destinatari del progetto sono soggetti in situazione di svantaggio fisico, cognitivo e psicologico purché in grado di essere inseriti in un contesto lavorativo.
Sulla base di una concreta progettualità l’attività lavorativa è vista come opportunità emancipativa e di accompagnamento delle persone svantaggiate in un percorso finalizzato alla crescita dell’autostima.
Nell’ecovillaggio Vecchio Mulino è stato creato anche uno spazio per bambini, destinato a sussidiare genitori che hanno imprevisti lavorativi e a bambini bisognosi di un sostegno scolastico.
L’ecovillaggio è anche un ristorante ed un albergo, e l’associazione Alchimia (nin nomen omen…) sta attivando progetti di valorizzazione del territorio mirando soprattutto all’housing sociale, pensato in particolare per padri separati in difficoltà, che possono fruire di vitto e alloggio collaborando nel recupero degli spazi verdi estesi per circa tre ettari nei quali sono in corso esperienze di agricoltura e micro allevamento a chilometro zero.
L’associazione è infine aperta al territorio, cercando di valorizzare gli aspetti culturali della valle in collaborazione con le associazioni locali.
Il reperimento dei fondi necessari all’implemento dell’attività è avvenuto nel modo più logico e pragmatico possibile: nessuna attesa della manna dal cielo fatta scendere da qualche politico locale, nessuna richiesta di assegnazione o regalia con il cappello in mano in nome di improbabili e stantie visioni “alternative” ma, come si conviene a dei bergamaschi di montagna, mano al portafoglio e mutuo concesso sul valore dell’immobile e del terreno, rilevati da una situazione compromessa, ed in base a concrete garanzie di una fattiva progettualità.

Alberto C. Steiner

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Sentieri di Lombardia: per capire bisogna sporcarsi le scarpe

Provengo da una famiglia un po’ matta, e il più matto di tutti era mio cugino Alessandro detto Sandro, che viveva quasi da eremita con il fratello Bortolo in alta Valle Seriana allevando capre e cavalli avelignesi, che credo fossero i più viziati, se non dell’arco alpino, sicuramente delle Orobie: esistevano per mietere premi ai concorsi, raccogliere complimenti e coccole e fare qualche escursione in alpeggio, ma solo quando lo volevano loro. Neanche a dirlo, morivano serenamente di vecchiaia e in quelle occasioni Sandro piangeva come un vitello.
Ma per altri versi Sandro, unico in una famiglia altrimenti di tesorucci della quale costituisco un significativo esempio (mi sta crescendo il naso… boh, mi avrà punto un insetto), era uno incazzoso ed estremamente territoriale. Un pomeriggio d’estate un gruppo di ragazzi percorreva con le moto da cross (dire a un bergamasco che le moto da cross non sono sostenibili e firmare la propria condanna a morte significa più o meno la stessa cosa…) uno dei sentieri che si snodavano in fregio ai suoi terreni, diviso nella mezzeria tra proprietà privata e comunale. A detta di Sandro il torto dei ragazzi fu quello di percorrere la sua metà e non quella comunale ed egli, conscio del suo diritto divino alla difesa della proprietà, levò il fucile dal chiodo e sparò. Fortunatamente solo due colpi, visto che era un’arma da caccia, e ancor più fortunatamente con una pessima mira. Naturalmente spergiurò ai Carabinieri, prontamente intervenuti su segnalazione dei ragazzi, di aver sparato in aria per allontanare certi cani selvatici che nessuno peraltro vide mai.cc-2017-02-9-sentieri-lombardia-002Mi è tornato in mente l’episodio apprendendo che il 29 gennaio scorso è toccato alla VII Commissione Cultura della Regione l’ennesimo esame della proposta di legge finalizzata alla tutela della fruibilità dei sentieri lombardi.
Che io ricordi se ne parla da almeno tredici anni. Il progetto è ambizioso, di notevole impatto sociale e prevede un puntiglioso lavoro tecnico per la mappatura e l’inclusione in un catasto dei sentieri in collaborazione con Ersaf, Cai e Progetto Interreg Italia Svizzera.
Semmai si trovassero i fondi per effettuarlo, dovrebbe essere svolto da persone capaci di mappare anche i segni: impronte, buche, peli, natura degli escrementi ed altre evidenze per definire la fauna e i suoi passaggi tipici in modo da approntare una classificazione dei selvatici ed all’occorrenza proteggerli dagli umani.
La proposta di legge appare debole e lacunosa: non prevede nessun vincolo urbanistico a tutela dei percorsi oggi presenti, non pochi dei quali millenari, affidando anzi la loro fruibilità ad accordi che la pubblica amministrazione dovrebbe sottoscrivere con i privati possessori dei fondi su cui i tracciati insistono. Figuriamoci.
Nel corso del tempo il bosco e la montagna, e conseguentemente i sentieri hanno mutato funzione. Non più vie primarie di comunicazione ma parte del patrimonio culturale del territorio, oggi vivono in un ambito legislativo nebuloso, incerto e carente. Va detto che la proposta, nella sua formulazione, propone strumenti efficaci sul piano della valorizzazione, ma non su quello della tutela dei tracciati esistenti.
Il primo punto riguarda proprio la salvaguardia dell’esistente: comuni e associazioni hanno sottolineato come sarebbe opportuno introdurre e vincolare nella rete regionale tutti i percorsi segnalati e quelli che sono stati fatti propri dai PGT, Piani di Governo del Territorio, delle amministrazioni comunali che in misura sempre maggiore hanno scelto di mappare e inserire in allegato ai loro documenti di piano anche le reti sentieristiche.
Il secondo punto concerne la possibilità di valorizzare il lavoro delle molte associazioni che, a livello locale, hanno in questi anni mantenuto e curato fruibilità, manutenzione e segnalazione dei sentieri. L’attuale proposta di legge prevede come interlocutore di riferimento per gli interventi il CAI.
Il CAI è quell’oggetto misterioso al quale ti devi rivolgere, per esempio a Como, per avere le chiavi di un bivacco (non un rifugio, un bivacco, che dovrebbe essere sempre aperto) in alta Valtellina, e lo scopri leggendo il cartello affisso sulla parete del bivacco stesso, alle nove di sera, magari mentre sta nevicando. Che fai in quella circostanza? O pernotti all’addiaccio o forzi la porta del bivacco, sbattendotene le palle del CAI.
La norma, altresì, non esplicita la possibilità di collaborazioni tra amministrazione pubblica e altre realtà, e il CAI da solo, oltre a non bastare, ha dimostrato in svariate circostanze di non essere super partes. L’assenza di chiarezza viene inoltre rafforzata da quanto asserito in sede di discussione da certe compagini politiche, che hanno dichiarato di che proporranno l’inserimento di ulteriori figure associative tra quelle contemplate dalla legge.
Purché non siano brutte figure… Non so voi, ma io sinceramente non riesco ad immaginarmi un portatore di disagio urbano o un transfuga dai centri sociali, che il pollo l’hanno visto solo eviscerato e confezionato al supermercato, a mappare il territorio senza che si debba chiamare l’elisoccorso per recuperarli dopo che son finiti nei casini. Non riesco ad immaginarmeli nemmeno se hanno partecipato ad un corso tenuto in un week-end dalla RIVE, Rete Ideologica Villaggi Ecochic.
I comuni, tanto pragmaticamente quanto inascoltati, hanno suggerito un’alternativa più pratica: la possibilità di delega da parte dell’ente locale, che individuate le realtà competenti sul proprio territorio stipuli con esse una convenzione per la gestione della sentieristica. Sano principio di sussidiarietà e buonsenso: ciascuno conosce la realtà di casa propria, senza bisogno di istituire dispendiose commissioni, aprire e chiudere tavoli e tavolini e avere tra le palle gente cui bisogna badare perché non si facciano male, nel frattempo fottendosi i pochi fondi disponibili.
Per capire i problemi – ci insegnano storia e geografia – bisogna sporcarsi le scarpe per andare a vedere, verificare di persona. Ed essere in grado di comprendere cosa si sta guardando e, esagero, magari non avere come membri di una Commissione che si occupa di territorio gente diplomata in ragioneria o laureata in filosofia o lettere antiche.cc-2017-02-9-sentieri-lombardia-001E concludo evidenziando un caso emblematico, anche se fortunatamente non pericoloso. Esiste un Comune, Casatenovo in provincia di Lecco, dove cittadini e pubblica amministrazione hanno potuto sperimentare con mano l’incerto status che affligge oggi le reti dei sentieri.
Nella valle della Nava, piccola oasi di natura intatta dentro la città diffusa brianzola, c’è (c’era) un bel sentiero lungo qualche chilometro che la percorre (percorreva) tutta da nord a sud e la popolazione locale ci tiene molto: lo hanno difeso dalla costruzione di una bretella stradale, hanno fondato una associazione – il Gruppo Valle Nava – che porta il nome del luogo, ci organizzano manifestazioni ludiche e sportive, recentemente hanno inserito l’area dentro il Parco dei Colli Briantei.
Un tratto del sentiero attraversa un fondo privato e un giorno il nuovo proprietario, stanco di avere gente che passava “sul suo”, lo ha chiuso, affiggendo sugli alberi (pubblici) cartelli che avvertono trattarsi di proprietà privata. All’indomani dell’accaduto il sindaco del paese – che aveva in maniera lungimirante inserito la rete sentieristica nel PGT – emette un’ordinanza di rimessa in pristino. Il privato si oppone e ricorre sostenendo che il tracciato non è mai esistito. Il tribunale rimanda più volte la sentenza e chiede alle parti di tentare un accordo, l’amministrazione comunale ci prova, ma il privato è irremovibile. Cittadini e associazioni organizzano una manifestazione spontanea (qui il video dell’evento) tra le più partecipate che si siano mai viste, con un presidio di protesta davanti al recinto. Non serve a nulla, la legge è dalla sua parte, ed è già tanto se il comune non sarà condannato a sostenere le spese di giudizio.
Uno spazio largo anche solo due metri tra il corso del ruscello e la proprietà sarebbe bastato per garantire la fruibilità del sentiero, ma l’incaponimento del tipo ha fatto sì che un impianto storico andasse perduto. Fino all’anno scorso il sentiero della Valle della Nava, un itinerario immerso nel nel verde e nel silenzio era meta di famiglie, cicloturisti, scenario di manifestazioni. Oggi è interrotto e abbandonato. E stando così le cose nessuno può farci nulla.

Alberto C. Steiner