Sempre lì, lì nel mezzo, fin che ce n’hai: una vita da letame

Vedete voi se ridere o piangere: in Valtellina i Carabinieri hanno ricevuto segnalazioni, da parte di cittadini in vacanza, contro le vacche al pascolo perché con i campanacci disturberebbero la quiete e i pisolini.CC 2018.08.01 Letame 004Ma i bovini, oggi stimati in 5.500.0001 capi contro i 6.264.000 del 19212, oltre che tintinnare i campanacci defecano. E producono letame, risorsa tanto preziosa quanto controversa.
Da sempre sinonimo di fertilità e salute del terreno, il letame è storicamente accostato alle pratiche agricole per innalzare le rese e restituire al suolo quanto asportatovi dalle colture ma, pur nutrendo, strutturando, trattenendo l’acqua, è portatore di criticità, polemiche e limiti oggettivi nell’utilizzo.
Oggi gli allevamenti bovini sono prevalentemente concentrati nell’area centrale dell’Oceano Padano3, mentre un secolo fa erano distribuiti lungo quasi tutta la penisola, con particolare incidenza in Toscana, Marche, Lazio, Campania. La popolazione, inoltre, era in gran parte contadina, pertanto in ogni podere c’erano almeno un paio di vacche da latte, oltre a cavalli, asini o muli. Non vi era quindi campo che non potesse contare su un po’ di letame bovino ed equino. Oltre che su quello derivante dal pollame, come è noto la specie domestica più diffusa al mondo tanto da divenire emblematica delle aree povere di risorse.CC 2018.08.01 Letame 001Dal 1921 (anno i cui la popolazione assommava a 37.200.0004 unità) ad oggi (60.500.000) passando per il 1958 (49.300.000 ) anno che viene considerato l’inizio del boom economico, i consumi di carne sono notevolmente aumentati: è in quell’anno che l’immagine di un paese povero e arretrato, condannato a una dieta scarsa e pressoché vegetariana povera di grassi e proteine, vede una brusca impennata che inverte la tendenza e apre ad un’epoca nuova senza precedenti di crescita costante e intensa, nella quale l’alimentazione italiana raggiunge i livelli e gli standard dei Paesi avanzati del mondo occidentale.
Nel 1958 venivano mediamente consumati pro-capite 111 kg annui di carne bovina, 6 di suina e 3 di pollame (incluse oche, escluse anatre classificate come selvaggina); oggi si toccano rispettivamente i 25, i 40 e i 20 (senza distinzione fra anatre e oche, in ogni caso assolutamente marginali). Ma ciò è massimamente dovuto alle importazioni poiché, come visto, un secolo fa esistevano più bovini ma la popolazione era poco più della metà rispetto a quella attuale, ed il consumo di carne bovina era diffuso solo nelle fasce a reddito medio-alto.
Va aggiunto che, per l’allevamento dei bovini, la disponibilità di acqua è fondamentale, ben lo sapevano addirittura i Cistercensi che con le marcite istituirono il terzo ed il quarto taglio della fienagione, l’ultimo all’approssimarsi dell’inverno, e per tale ragione il Nord è da sempre più ricco di bovini rispetto al resto della penisola. Ed anche oggi, puntando un ideale compasso su Cremona e tracciando una circonferenza del diametro di 120 km includeremmo almeno il 60 per cento dei bovini, e dei suini, nazionali5.CC 2018.08.01 Letame 003Ciò è anche dovuto alla sempre più marcata specializzazione, pur tenendo conto (breve digressione fuori tema) che in aree come il Parmense sono numerosi gli impianti suinicoli abbandonati e sotto esecuzione, spesso perché dopo aver drenato contributi dalla tanto vituperata Europa ed aver delocalizzato all’estero gli “imprenditori” hanno portato i libri in tribunale, riciclandosi come intermediari e trasformatori di carni provenienti dall’estero, spesso da paesi dove i controlli esistono solo sulla carta e dove il giro di certificati sanitari incomprensibili la fa da padrone6. Per non andare troppo fuori tema ci limitiamo a citare come facciano fede, in tal senso, i dati del contenzioso di Cariparma (ex Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, oggi Crédit Agricole) oltre che dell’onnipresente Unicredit. Ma torniamo alla carne bovina: in Valtellina la bresaola doc-igp si fa con carne di zebù brasiliano.
Detto in altri termini: mangiamo la merda, ma la merda in senso stretto non la importiamo.
Questo significa, giusto per fare un esempio, che nelle vaste aree cerealicole del Centro e del Sud, dove i capi d’allevamento sono relativamente scarsi, letamare è praticamente impossibile. L’alternativa sono fertilizzanti minerali che, pur nutrendo le colture, non reintegrano il suolo relativamente al contenuto di sostanza organica, e i ritmi finanziari e del mercato non consentono di lasciare incolta una parte della superficie per ingrassare il terreno.
Per l’agricoltura biologica e biodinamica, che si sono vietate i fertilizzanti inorganici, il letame è uno dei fattori produttivi più ambiti ma…
Ma c’è un ma, perché qui sconfiniamo nell’ambito delle ideologie, dei convincimenti ascientifici, addirittura biomistici come nel caso della biodinamica, basata su una visione esoterica e resa famosa in primis dal Nazismo.
Fermo restando che, del letame, bisognerebbe avere la disponibilità sotto casa (ne va, anche, del km zero e dei costi di stoccaggio e trasporto) abbiamo visto come la preziosa risorsa sia prodotta prevalentemente al nord mentre l’agricoltura biologica e biodinamica è diffusa su tutto il territorio, addirittura con maggiore concentrazione al Sud.
Se tutta l’agricoltura dovesse diventare bio, o biodinamica, a parità di impegno e di produzioni si renderebbe necessario accrescere notevolmente il patrimonio bovino solo per star dietro ai fabbisogni di letame dei campi. Vale a dire proprio ciò che l’intero mondo ambientalista vede come fumo negli occhi per via dell’inquinamento, dell’effetto serra, dei nitrati, della deforestazione e del blablabla, pur considerando che quando gli ambientalisti parlano, anzi proclamano, bisogna sempre fare la tara a ciò che dicono.
Un esempio a tema, anche se datato: nella provincia di Piacenza7 venne realizzato 14 anni fa uno studio comparativo dei livelli di nitrati nelle acque parametrati alla consistenza dei bovini in ogni comune. Vennero riscontrati meno nitrati nei comuni con più capi bovini e di più in quelli a densità zootecnica inferiore, esattamente il contrario di quello che ci si sarebbe dovuti aspettare.
In ogni caso l’incremento della richiesta di letame, e conseguentemente (anzi antecedentemente, per lapalissiane ragioni…) di capi bovini, contrasta apertamente con qualsiasi pretesa di maggiore ecosostenibilità dell’agricoltura biologica e, in particolare, biodinamica.
Ma nel 1921, anno del Milite Ignoto? Oltre al Milite Ignoto c’erano, come scritto più sopra, 37 milioni e duecentomila abitanti, il doppio delle terre coltivabili rispetto ad oggi ed una popolazione prevalentemente contadina con il proprio pezzo di terra e qualche bestia nella stalla. Ciascuno la sua mamma e tutti a far la nanna…
Piaccia o meno agli ambientalisti, va detto che le indagini e le proiezioni più attendibili non le fanno Legambiente, i genuini clandestini o i vari debunker, le fa il marketing, quello responsabile dell’impegno di miliardi di euro in strategie, linee di prodotto, macchinari, attività lobbistica, logistica, pubblicità per indurre i consumi.
E le indagini dicono (per chi mi conosce, siamo alle solite: il 90/10 che è ormai stabilmente diventato 95/5) che il mercato agroalimentaree, dopo il picco registrato negli anni scorsi, è in controtendenza: vegetariano e vegano costano troppo e, si è scoperto, spesso senza ragione, non sviluppano serotonine e la gente tende ad associarli con tutta una serie di intemperanze e fisse che negli anni scorsi hanno reso tristemente famosi vegani e antispecisti, a causa di alcune frange estremiste.
Il marketing ha quindi sentenziato che lo stile alimentare vegetariano, ed in particolare vegano, rappresenterà solo qualche punto percentuale sul totale (al massimo l’11 per cento), tenendo conto che i vegetariani mangiano uova e formaggi e bevono latte: ciò significa che pollame e vacche da latte sopravviveranno. E con loro il letame.CC 2018.08.01 Letame 002E, per concludere come l’uroboro, tornando ai villeggianti che si lamentano per il suono dei campanacci delle vacche, i cittadini, specialmente gli ecobiobau che orgasmano con semi antichi e bacche di improbabile provenienza nei biomercatini di città, una volta trasferitisi a vivere in campagna sono maestri nel rompere i maroni a chi in campagna ci lavora sul serio, per esempio lamentandosi che dalle stalle fuoriescono puzza e mosche. Adusi alle dinamiche cittadine sobillano comitati e presentano esposti, purtroppo essendo nuovi elettori e nuovi contribuenti vengono lasciati fare, nella speranza che – magari attraverso qualche pratica di meditazione, che negli ecobiobau non manca mai – trovino, se non il Nirvana, almeno la pace con se stessi, auspicabilmente decidendo di ritornare nelle loro città dove, forti del vissuto agreste, potranno organizzare corsi di agricoltura sostenibile ed ecovillaggi che saranno come la marcia dell’Aida, nonché ritrovarsi, oltre che al solito Radetzky, in quell’ammmmore del nuovo tisanispremificio appena aperto dalla Cicci, dalla Pilli, dal Simo o da Slurpasgnapavat.
Per quanto ci riguarda, nella consapevolezza che il letame gode, e per lungo tempo ancora godrà, ottima salute, gli formuliamo i nostri migliori auguri.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – Tutti i dati numerici sul patrimonio zootecnico e sull’alimentazione: Ministero delle Politiche Agricole e Forestali
2 – Anno del 6° censimento effettuato a partire dall’istituzione del Regno d’Italia (1861); fu l’ultimo demandato ai comuni, gravati anche delle spese di rilevazione, prima dell’avvento dell’Istat e rivestì particolare importanza poiché seguì il precedente, risalente al 1911, riferendo lo stato della popolazione e delle attività dopo la I Guerra Mondiale.
Mediante tale censimento vennero anche aggiornati i dati sulla proprietà fondiaria, che aveva per base il Catasto Geometrico Particellare istituito con legge 1° marzo 1886 e che accorpava i dati dei singoli stati, escluso lo Stato della Chiesa rilevato in due riprese, nel 1876 e nel 1898, che fino al 1861 costituivano l’ossatura politica della penisola.
3 – Oceano Padano è il titolo del libro di Mirko Volpi pubblicato da Laterza nel 2015.
4 – Tutti i dati numerici sulla popolazione: Istat
5 – Dato desunto da Interviste impossibili: una vita da letame, di A. Sandroni, Agrinotizie 25 luglio 2018, che ha liberamente ispirato il nostro articolo.
6 – Cristophe Brusset: Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2015.
7 – Progetto Aquanet: Analisi degli effetti dell’inquinamento diffuso sulle acque destinate all’uso potabile: definizione di piani di prevenzione – Arpa Emilia-Romagna, Università Cattolica del Sacro Cuore Facoltà di Chimica Agraria e Ambientale, anno 2004.

 

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Parco della Lessinia: intollerabile per Legambiente, Italia Nostra e Lipu che qualcuno possa decidere in casa propria

CC 2018.07.14 Lessini 001“Grave voto della Giunta verso l’autogestione.” Per Italia Nostra, Legambiente Verona, Wwf veronese e Lipu è intollerabile che i proprietari dei terreni costituenti il parco della Lessinia, cioè i padroni di casa, entrino a far parte del comitato tecnico scientifico di gestione.
Per chiarire da subito come la pensiamo di loro e di quelli come loro: è da tempo immemore che esistono per barcamenarsi in chiacchiere, con qualche azione esclusivamente simbolica che al territorio ha procurato più danni che altro, e con l’esclusiva funzione reale di portare voti. È finita a Napoleone, si dice. Figuriamoci se prima o poi non sarebbe finita anche per loro.
Piccola premessa triste, prima di entrare in argomento: quando si trattò di devastare il territorio scaricando nei fiumi gli acidi delle concerie piuttosto che costruendo iinutili strade o realizzando improbabili poli artigianali oggi memento di uno squallido cimitero degli elefanti, per tacere di altre nefandezze, anche i Veneti elettori di Pio Mariano dei Miracoli non furono secondi a nessuno.
Stiamo parlando di quel Veneto, asservito per convenienza al governo di occupazione, dal quale si teneva ben saldo il timone dell’allora Ministero dell’Agricoltura che provvedeva ad elargire sul territorio gran copia di fondi e sovvenzioni, dove modesti artigiani diventavano miracolosamente imprenditori e successivamente industriali per poi delocalizzare dapprima nei paesi dell’Est europeo e successivamente ancora più lontano, in Asia e America Latina.
Intendiamoci: fatte le debite proporzioni nulla di nuovo sotto i cieli d’Italiland.
Ma le cose cambiano, le consapevolezze mutano, vi è maggiore attenzione alla tutela di un territorio sempre più percepito come Heimat, corroborata dala precisa volontà di essere attori del proprio cambiamento in una sorta di democrazia diretta e non rappresentativa.
In tutto questo, morta per consunzione la Balena Bianca, perite le altre sigle sue nemiche o alleate a seconda del canovaccio teatrale da mettere in scena, le forze d’occupazione con i loro scherani e i loro Ascari si sono ricompattate sotto sigle diverse e colori vuoi annacquati vuoi accentuati, imbrogli e tentativi di depistaggio, presto scoperti, di chi cavalcava in modo truffaldino il nascente desiderio di autonomia. Il resto non è più storia bensì cronaca.
Ma esiste ancora chi, in nome di uno statalismo comatoso, di un dirigismo da sacrestia e da segreteria pretende di comandare in casa d’altri indirizzando scelte e fondi, spiegando “al colto e all’inclita” come dovrebbero, anzi devono, pensare ed agire, e soprattutto davanti a chi dovrebbero, anzi devono, scappellarsi.
Il fenomeno è particolarmente riscontrabile nell’ambito della tutela ambientale del quale, sotto un manto di purezza virginale dagli irresistibilmente comici risvolti newage e disneiani, si sono nel silenzio di istituzioni e cittadini appropriate segreterie annacquate e sacrestie arrossate in allegra commistione, formando dei Komintern che ancora oggi pretendono di arrogarsi la facoltà di decidere chi, cosa, come, dove, quando sulla pelle degli altri e nei quali ingegneri, arhitetti del verde, agronomi, biotecnologi, biologi, veterinari, pastori e allevatori sono merce rara, contrapposta alla marea dei laureati (quando lo sono) in filosofia e scienze politiche o lettere antiche.
In questo scenario non stupisce il comunicato stampa unificato di Italia Nostra, Legambiente Verona, LIPU e WWF Veronese dedicato al Parco della Lessinia.
Che, nel Veneto, numerose aree verdi e protette siano state commissariate è storia. C’è da chiedersi dove fossero questi soloni verdi, queste cariatidi del pino mugo, questi opportunisti del cocal quando si trattò di commettere gli abusi e gli illeciti che portarono al commissariamento. Non sappiamo. Sappiamo però che furono fra i membri dei comitati di gestione, fra i probiviri, fra il questo e il quello degli organi di commissariamento, fra i disturbatori delle assemblee cittadine.
Vogliamo proprio essere pignoli ed osservare con la lente che cosa abbiano portato i commissariamenti, soprattutto in riferimento a certe realtà locali particolarmente delicate, in termini di benefici ambientali, ripopolamento, tutela delle specie e del territorio?
La risposta può validamente fornirla la nota e salvifica espressione di Cetto Laqualunque.
Ciò premesso gli organismi sopra menzionati hanno emesso un comunicato, che riportiamo nei suoi elementi essenziali:
“La Giunta Veneta, conscia della maggioranza in Consiglio, non ha faticato ad ottenere quello che da oltre un anno stava perseguendo. L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di svilire e ridurre le aree protette a favore di spazi per le attività economiche.” vale a dire esattamente quello che hanno fatto loro in questi anni non facendo nulla. Ma proseguiamo:
“… riuscita nell’intento con l’approvazione di questa legge, che accentra poteri straordinari su di sé in merito a nomine e controllo per la gestione di tutti i parchi del Veneto, ora potrà dedicarsi alle modifiche sostanziali della Legge Regionale 40 del 1984, riducendo le superfici dei parchi così come già più volte ribadito da alcuni consiglieri di maggioranza che non tollerano la presenza di tutele, vincoli e limiti alla libertà d’impresa.
Eppure non più tardi di due anni fa in fase di redazione della proposta di legge per modificare quella in vigore per l’istituzione dei parchi e delle riserve naturali regionali, si recitava che … Le aree naturali protette e più in generale la rete ecologica regionale … rappresentano un importante laboratorio per la conservazione e l’implementazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici attraverso lo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale …
Una premessa sacrosanta di cui oggi non c’è traccia nella norma appena approvata. Al suo posto, quali finalità e obiettivi da garantire, si dichiara che … le nuove disposizioni per la gestione e il funzionamento dei parchi perseguono l’obiettivo della semplificazione, del miglioramento e dell’efficienza delle procedure programmatorie e gestionali …”
Ed ora arrivano i toni lirici: “Addio conservazione, addio biodiversità!” Si, addio monti sorgenti dall’acque, addio gettoni di presenza, addio commissione di perizie, progetti, studi programmatici destinati ai blabla dei convegni. Andiamo avanti:
“Per uscire dal regime di commissariamento in cui tutti i parchi del Veneto erano miseramente finiti” E come mai c’erano finiti? Voi, nel frangente dove eravate? “il disegno di accentramento nelle mani della Giunta Regionale lo si legge in tutto l’articolato: ‘La Giunta regionale definisce … coordina … fornisce supporto …”
E qui troviamo la frase che ha fatto scendere gli ambientaioli dalle scale come la ragazzina de L’esorcista, sputazzando vomito e bile: “Il consiglio direttivo è nominato dal Presidente della Giunta regionale … il presidente del parco è nominato dal Presidente della Giunta regionale…”
E adesso viene l’intollerabile, per comunistoidi sacrestariani: “In questo quadro destra (Testuale nel comunicato, destra in luogo di desta. Ah, i lapis! ops, i lapsus… se non esistessero bisognerebbe inventarli) molta perplessità l’inserimento nel Consiglio Direttivo dei proprietari terrieri, rappresentanti almeno il 60% dei terreni silvo-pastorali, appartenenti cioè al Parco della Lessinia, con conseguenti possibili divergenze tra le istanze private e quello della protezione e conservazione del patrimonio naturale che sono la ragione per la quale ogni parco è Istituito, secondo quanto previsto dalla L. 394/1991.
Gravissimo, infine, il passaggio delle competenze in merito alle autorizzazioni paesaggistiche dalle mani dell’Ente Parco ai Comuni, spesso inadeguati per competenze tecnico-scientifiche, per mancanza di risorse umane e strumentali e per assenza di visione d’insieme.”
Insomma, nihil sub sole novi: gli altri, di chiunque si tratti, non sono sufficientemente acculturati, preparati, competenti per decidere in casa propria. Hanno bisogno il tutore.
Peccato che il tutore assomigli sempre al commissario politico. E questo è quanto.

Alberto C. Steiner

Apple store mediolanensis: sarà un troiaio come sui ponti di Venezia

CC 2018.06.28 Liberty 002Così come Tarantasio, il drago del lago Gerundo, si confondeva sotto il pelo dell’acqua pronto a ghermire le proprie prede, lo store Apple c’è ma non si vede.
La differenza è che nelle fauci del mostro creato da Stefano Impieghi (al quale ho sempre, di gran lunga, preferito Stefano Disegni) le prede ci si infileranno volontariamente, gioiose anzi e paghe di aver titillato il proprio miserrimo ego nel convincimento di sentirsi speciali discendendo, fra due colonne d’acqua, la scala che dalla Piazza Del Liberty li condurrà all’ipogeo Paese dei Balocchi ricavato nello spazio che fu del cinema Apollo.
I lavori, partiti non senza suscitare polemiche lo scorso anno, sono in dirittura d’arrivo e, ci informa Citylife: “Grazie a un’originale soluzione architettonica l’accogliente anfiteatro esterno sarà il posto perfetto per condividere le proprie passioni, scoprirne di nuove e approfondire le proprie capacità. Si scende nello store passando tra due alte pareti d’acqua: sono quelle che formano la grande fontana, omaggio alle piazze italiane e allo stretto legame tra Milano e i suoi navigli nella piazza è sempre aperta a costituire un moderno anfiteatro dove sedersi, rilassarsi e vedersi con gli amici.”
Leggi queste cose e non puoi più sostenere che a Milano non scorrono fiumi di droga. Scorrono, invece, e si tratta di roba brutta.
Saremo inguaribili romantici serotini, esteti decadenti, ma noi su quella scalinata – interdetta ai disabili motori – ci vediamo un troiaio come quello che ormai domina i ponti di Venezia: accumuli di carne sfatta e maleolente che vocifera masticando panzerotti acquistati da Luini e sputazzandone briciole insalivate, cicche di sigaretta, bicchieri di pseudocarta con cannuccia perché ormai non si beve, ridotti allo stadio neonatale si ciuccia. E nottetempo pisciate, e forse anche peggio, sui cui residui malamente rimossi e igienizzati l’indomani qualche coppia si siederà a limonare.
I rendering sono sufficientemente esplicativi, in particolare quello dell’enorme totem in cristallo, a piano strada, che ospiterà i giochi d’acqua fungendo anche da megaschermo per promuovere il brevetto Apple dedicato ad un sofisticato sistema audiovideo spaziale.
Del resto lo disse a chiare lettere Angela Ahrendts, vice presidente del colosso di Cupertino, secondo un certo immaginario collettivo alternativo allo strapotere delle multinazionali imperialiste, easy e persino hippy nonché ecofriendly e amato da ogni architetto o intellettuale di sinistra che si rispetti: “I nuovi Apple Store sono progettati per fungere da moderne piazze e punti di incontro, luoghi vitali per le persone e le città che li ospitano.”
E quello di Piazza Del Liberty sembra, in tal senso, l’applicazione meglio riuscita perché trasformerà la piazza in un anfiteatro.
Come? No, non c’entra nulla: quella era Anna, anzi Hannah, Arendt, l’autrice de La banalità del male, il libro che parlava dei crimini nazisti e che in Le origini del totalitarismo scrisse: “Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. Ma nel loro sforzo di tradurla in pratica, i regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare. Quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire.” Assolutamente fuori contesto.CC 2018.06.28 Liberty 001A nostro avviso quello che altri definiscono restyling urbano noi lo chiamiamo aberrazione, degrado culturale, prima ancora che ambientale, che sporca, ferisce, umilia il senso (residuo) delle nostre città, occupandole con l’equivalente fashion e tecnologico delle tende dei franzosi o dei lanzichenecchi travisato addirittura da azione illuminata finalizzata ad una migliore fruizione degli spazi urbani.
Del resto le stazioni della metropolitana si chiamano ormai Garibaldi Nissan (220mila euro per tre anni) piuttosto che San Siro Mediaset Premium (180mila euro annui, concessione biennale scaduta e prorogata fino a settembre, poi si vedrà), Tre Torri Allianz-Generali (5 milioni di euro per dieci anni), Cenisio Monte Paschi (55mila euro annui per tre anni) e, per finire, Gerusalemme Ibl Banca, a 60mila euro annui: saranno discendenti dei poveri cavalieri del tempio?
Il discorso, sia chiaro, è generale ed investe beni monumentali ed architettonici, e il fatto che siano sponsorizzati da qualche multinazionale non è di per sè negativo, se ne consente fruizione, conservazione, manutenzione. Se questo dà fastidio agli statalisti ad ogni costo vale la famosa risposta del colonnello Nathan Jessup /Jack Nicholson che i miei lettori ben conoscono, visto che gli statalisti più che aspettarsi assegnazioni di cohousing, organizzare mercatini finto bio, blaterare e promuovere la tradizione del cicciopirillo, purché andino perché fa cultura altra e nuovo paradigma, non hanno fatto. Per tacere di ben altro.
Resta il fatto che la scalinata che condurrà allo store, un enorme piano inclinato con gradini di dimensioni francamente eccessive e fuori contesto, e (lo ripetiamo) non accessibile ai disabili motori con buona pace del DPR 503/96, occuperà il 68 per cento della superficie della piazza discriminando di fatto gli utenti dello store (gli utili appleiani) dagli altri ai quali della mela mangiucchiata non interessa nulla.
I disabili, lo riferiamo per dovere di cronaca, potranno comunque accedere al negozio mediante un ascensore, come a dire: in qualità di consumatori sono benevenuti, per il resto stiano fuori dalle palle, che con le loro carrozzine compromettono e deturpano il messaggio di gente giovane, attiva, sana, benestante.
Giusto per finire in belezza: dal 1946 ad oggi, salvo le parentesi morattiana e albertiniana (Forza Italia) e formentiniana (Lega) e un commissariamento dal marzo al giugno 1993, i sindaci succedutisi alla guida della città sono stati socialisti in varie salse (addirittura una coalizione DC-PSI-PC concomitante l’elezione di Antonio Greppi, sindaco dal 27 aprile 1945 al 25 giugno 1951). I più recenti, è noto, sono stati Giuliano Pisapia e l’attuale, Giuseppe Sala, dei quali sono note le posizioni politiche. Ed è proprio nel corso di questi ultimi mandati che la città ha conoscoiuto una progressiva mercificazione totale.
Sic stantibus… avevamo pensato di concludere questo scritto con la nota esortazione: dimmi qualcosa di sinistra. No, meglio di no. Un bel tacer non fu mai scritto.

Alberto C. Steiner

Ecovillaggisti: la fabbrica degli illusi non è mai in crisi

Premesso che la fabbrica degli illusi illude chi è disposto a farsi illudere, imperversa da tempo sul più diffuso dei social il santino della pecora, nera o che va controcorrente rispetto al gregge: ma a nessuno viene in mente che è pur sempre una pecora.
RIVE, Raggruppamento Ideologico Villaggi Eco-chic, è tornato a colpire patrocinando l’iniziativa di Italia che Cambia: Progettare il Cambiamento, weekend formativi in ecovillaggio che “lanciati per la prima volta nel marzo 2017” a detta degli organizzatori “si sono finora rivelati una scintilla di cambiamento per più di 150 partecipanti da tutta Italia.”
Non sappiamo se la scintilla sia stata senza conseguenze o se l’ecovillaggio abbia preso fuoco.KL-Cesec-CV-2014.02.21-PecoreMa, orsù, entriamo nel dettaglio: cosa serve, oltre all’intento, per creare un ecovillaggio? Calce, malta, legname, carpenteria, tavelloni, parquet, impianti elettrici, idraulici e termici, infissi e serramenti?
Non scherziamo: servono laboratori di yoga, di cucina e di autoproduzione, momenti di formazione-gioco, meditazioni collettive, sentieri di trekking e attività serali nonché:
Facilitazione, “una metodologia di lavoro sempre più diffusa che permette di porre attenzione ai nostri obiettivi, alle modalità con cui li raggiungiamo e alle persone coinvolte nel processo.”
Ecopsicologia, “disciplina in grado di attivare sensibilità e connessione con l’ambiente per facilitare l’autorealizzazione personale.”
Comunicazione ecologica e Ascolto profondo, “due strumenti utili a creare armonia nei gruppi – in modo che ognuno possa contribuire con i propri talenti a realizzare lo scopo comune – e per entrare in contatto con i propri mondi interiori sviluppando empatia con il prossimo.”
Sociocrazia, “metodo cooperativo in grado di dare ai gruppi umani maggiore efficienza, coinvolgimento, stabilità e agilità nei processi decisionali.”
Conoscenza e gestione del Conflitto, “focus orientato a comprendere il conflitto e la sua azione su di noi per affrontarlo in modo costruttivo ascoltando i messaggi che ci porta senza esserne travolti.”
Mai più senza.
E francamente non comprendiamo questa spasmodica attenzione alla gestione ed alla risoluzione dei conflitti: se sono tutti amici, belli, bio&bau, sorretti dall’intento, fanno pure meditazione, quali conflitti dovranno mai insorgere? Forse gli stessi che da sempre hanno diviso la sinistra ed i suoi cosiddetti intellettuali?
Ma perché progettare il cambiamento? Perché, affermano i promotori: “Uno degli obiettivi … è la diffusione delle conoscenze fondamentali all’uomo contemporaneo per costruire un futuro degno di essere vissuto in armonia con il Pianeta che lo ospita.”
Il programma “non è rivolto solo a chi ha bisogno di consolidare una traccia personale già avviata, ossia a chi ha già smesso di credere alla capacità della vita tradizionale, stretta nella tenaglia città-lavoro-consumo, di generare felicità.”
Bene, assertivi i ragazzi. E soprattutto modesti nelle ambizioni. Ma si, tanto è gratis… Ma avevamo chiesto “a chi”, non “a chi non”. Veniamo dunque a quando gli toglie le mutande: “Soprattutto, è rivolto a coloro i quali avvertono l’esigenza di cambiare la propria vita.” Azz.
“La presenza … di materie diverse che nascono dagli stessi presupposti di fondo e si pongono obiettivi simili, rende automaticamente questi eventi tra le migliori introduzioni possibili al sistema concettuale e pratico che porta al Cambiamento.”
“Ogni incontro comprende workshop di diverse materie, testimonianze e attività sociali. La socialità è una parte fondamentale del progetto, perché nel Cambiamento che verrà non saremo mai soli se impariamo a riconoscerci. A latere dei workshop sulle varie materie proponiamo pertanto cerchi di condivisione, esercizi di costruzione dell’identità di gruppo, laboratori sul “saper fare”, attività fisiche (movimento corporeo, yoga, trekking, ecc.), meditazione e visite guidate dell’ecovillaggio.”
“Nel prossimo incontro, che si svolgerà dal 14 al 17 giugno all’ecovillaggio Torri Superiore, nel comune di Ventimiglia … torneremo a parlare degli Strumenti del Cambiamento con un programma ricchissimo. Oltre alle 6 materie oggetto dei workshop, avremo una meditazione collettiva, un laboratorio di autoproduzione di cosmetici (crema all’aloe vera) e uno di cucina (gnocchi di patate alla ligure) a cura degli abitanti dell’ecovillaggio, e poi momenti di formazione-gioco, un sentiero di trekking (durante il workshop di Ecopsicologia), 2 cerchi di condivisione, 2 laboratori di yoga e uno di giochi teatrali, un Open Mic nella piazza di Torri Superiore e naturalmente la visita guidata dell’ecovillaggio.”
Si, ridi ridi che nell’ecovillaggio hanno fatto i gnocchi.KL-Cesec-CV-2014.01.31-Ecovillaggio-Ces-003Bene gente, questo è quanto. Per parte nostra, inutile che ci ripetiamo, non possiamo che ribadire il contenuto dell’articolo Percorsi per ecovillaggisti. Formativi? che scrivemmo il 21 febbraio 2014 sul cessato blog Cesec-CondiVivere, leggibile qui, e dal quale ci limitiamo a tratte alcune brevissime note ricomprese nel finale:
“Signori, questa è fuffa. Allo stato puro e a caro prezzo. … La questione è che, finché l’ecosostenibilità sarà appannaggio di questa gente alternativa che di alternativo ha solo notevole pochezza condita da altrettanto sussiego, la numerosa gente normale ma attenta alle questioni ecologiche si guarderà bene dall’accostarsi a siffatte istituzioni, temendo di finire in una comune fricchettona e lasciandole così preda di chi vive una realtà che, stando così le cose, sarà sempre e solo marginale e fuorviante.”
Questo invece, giusto per far sapere che non ci siamo inventati nulla, è il link alla pagina di Italia che Cambia dalla quale abbiamo tratto le notizie qui commentate.
Sarà un caso che, su un migliaio di ecovillaggi censiti nel mondo, i 32 censiti in Italia nel 2015 siano diventati 22? Naturalmente il conteggio degli ecovillaggi non comprende quelli moldavi, azerbaigiani, dell’America Latina, dell’Africa equatoriale e di tutti quei luoghi del sud del mondo dove non ci sono strade e dove le donne percorrono anche 20 chilometri al giorno per attingere acqua ad un pozzo e dove l’ospedale è a tre giorni di viaggio. No, quelli non li comprende perché sono veri, non finta miseria ecochic.

Alberto C. Steiner

Profumo di pane: dall’abbandono all’eccellenza

Nel suo libro Io faccio così, viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia (Chiarelettere, 2013) Daniel Tarozzi racconta storie di microeconomie, che non fanno più parte dell’aneddotica ma delle quali non troviamo notizia sui media impegnati a darci oggi il nostro nemico quotidiano informandoci su chi scanna chi, e che stanno silenziosamente consolidando una mentalità diffusa che valorizza il territorio e le competenze delle persone, spesso promuovendo lavori all’insegna dell’ecocompatibilità, del risparmio e della qualità della vita.
Della storia che stiamo per raccontare ci perviene una notizia datata 2013, ma l’origine risale addirittura al 1999. Perciò, prima di pubblicare, vogliamo verificare. E siamo felici di scoprire che ad oggi l’attività è più che mai viva e fiorente.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 001.jpgSanta Rita, nelle campagne attorno a Caltanissetta, è un borgo agricolo. Molto d’atmosfera e romantico, ma colpito dall’inesorabile abbandono che lo accomuna agli innumerevoli paesi fantasma italiani.
Aprire un panificio in un posto così è da pazzi, e infatti il pazzo c’è, risponde al nome di Maurizio Spinello ed ha fatto una scommessa, primariamente con se stesso. Piuttosto che andarsene come hanno fatto in tanti, o svolgere una stentata attività agropastorale, ha optato per una terza possibilità: aprire un forno e fare il pane. Cosa che avviene a partire dal 1999 grazie all’aiuto dei genitori e ad un prestito bancario.
Ma il suo non è un forno qualsiasi, perché grazie alla ricerca ed al recupero dei grani antichi siciliani Russello, Tumminia, Bidì, Maiorca, Perciasacchi ricavati da molitura a pietra, e con la sola aggiunta di sale, acqua e pasta madre viene preparato un pane seguendo il metodo tradizionale che prevede lievitazione lenta e cottura nel forno caricato con legna di mandorlo e di ulivo.
Anche la ricerca del mulino è stata laboriosa e tendente ad escludere tutti quelli industriali, che surriscaldano il grano durante la molitura. La scelta ha favorito un mulino di Castelvetrano, caratterizzato dalla lavorazione tradizionale a pietra.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 002I prodotti sono certificati Aiab, ed entrare nel forno di Maurizio Spinello significa essere inebriati dagli aromi di pane, legno di ulivo, terra, mandorle, lavanda, rosmarino, vino.
L’attività ha conseguito numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e, tra le numerose attività collaterali svolte, segnaliamo seguitissimi corsi di panificazione e la manifestazione Cibo che unisce, organizzata ogni ultima domenica del mese. Questa fiera del biologico fa incontrare aziende, consumatori ed appassionati siciliani (e non solo, considerata ormai la notorietà dell’evento) e comprende momenti di convivialità, musica, spettacoli teatrali e confronti tra i vari produttori che arrivano a radunare nel piccolo borgo fino a duemila persone.
Per finire, ma è un modo di dire perché in realtà, quando si è sorretti dalla passione e dalla creatività, non è mai finita… da qualche anno è in corso un’attività di agriturismo resa possibile dall’acquisto degli edifici abbandonati, oggetto di restauri accurati nel rispetto delle caratteristiche locali.
Precisiamo che questo non è un articolo redazionale, non pubblicihiamo quindi contatti ma solo questo link ad un gradevole filmato caricato su Youtube. Chi fosse interessato ad approfondire trova in rete ampia messe di riferimenti, tra questi il sito, e la pagina su uno dei più seguiti social network.
C’è indubbiamente qualcosa di magico in tutto questo. Quella magia, quell’alchimia che derivano dalla capacità di sognare, dall’intelligenza emotiva sorretta da pragmatismo, concretezza e determinazione.
Per quanto ci riguarda è l’ennesima dimostrazione che, nel rispetto di determinate condizioni, il recupero di borghi disabitati non solo è possibile ma può costituire una piacevole e redditizia fonte di attività.
A condizione, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di mettere mano al portafogli senza aspettarsi o, peggio, pretendere, che scenda la manna dal cielo sotto forma di stato assistenziale che deve dare, assegnare, promuovere, tutelare, garantire. Nel Medioevo prossimo venturo più che mai audentes Fortuna iuvat, il resto sono solo giochi da salotto ecochicbiobau.

Alberto C. Steiner

Un ringraziamento particolare a Rosa Kaska per avere pubblicato sulla propria pagina Fb la notizia che ci ha incuriositi.
Riferimenti: Foodscovery, Il Gambero Rosso, Italia che cambia, Tempi e Terre, Tripadvisor.

Alpinum: un forum. Nell’acqua.

“Dove e sei sta-a-to mio be-e-ll’alpi-i-num, che ti g’ha cambià el colo-o-re …”
Sono anni che ci battiamo, stiliamo progetti, individuiamo sorgenti non sfruttate lungo l’arco alpino, tentiamo di risvegliare coscienze istituzionali e popolari. Risultato: zero.
Il tema è sempre quello: l’acqua pubblica e sana ma, di fronte all’insensibilità di chi è preposto alla cosa pubblica e all’indifferenza dei cittadini-elettori-consumatori (tanto l’acqua c’è, la paghiamo comunque, perché complicarci la vita con azionariato popolare, consorzi e menate varie?) il nostro slogan “Compriamo l’acqua per salvare l’acqua” lo abbiamo smontato, ripulito, ingrassato, rimontato, avvolto in un panno morbido, infilato in un sacchetto, sigillato e riposto in soffitta. Dove forse, un giorno, lo ritroveranno i nostri bis-bis-bis-bis nipoti che esterneranno il loro ammirato stupore, come accadde a noi di fronte alla sciabola o al fucile Carcano ’91 del nonno che prese parte alla Grande Guerra (in questa ideale simbologia il mio, di nonno, avrebbe avuto un Mannlicher M1890 perché, come ebbi più volte occasione di scrivere, affermò sempre di aver fatto la guerra, ma fieramente dalla parte sbagliata).CC 20189.01.28 Alpinum 2018 003Esaurita la premessa veniamo all’Alpinum del titolo: si tratta di un forum. Un forum nell’acqua, naturalmente. Sotto il roboante titolo Forum Alpinum 2018: Acqua alpina – bene comune o fonte di conflitti? lo organizzano dal 4 al 6 giugno prossimi, ISCAR, International Scientific Committee of the Alpine Conference (definito da http://www.unimontagna.it/enti/iscar/: “an official observer of the Alpine Convention”, come dire un guardone delle alte cime) e il premiato convegnificio Unimont, l’Università della Montagna di Edolo, realtà che stimavamo e con la quale ai primordi addirittura collaborammo, prima che si trasformasse in un’ectoplasmatica entità convegnificatrice.
Tema del simposio sarà il cambiamento ambientale e delle condizioni climatiche, legato agli elementi che portano a conflitti sull’uso dell’acqua ed la sua gestione nel territorio Alpino. Verranno individuati gli elementi chiave per l’uso e la gestione delle risorse idriche, analizzando gli eventuali conflitti e valutando le possibili soluzioni, nell’intento di fornire una piattaforma che faciliti il dialogo tra scienziati, professionisti e responsabili delle politiche al fine di creare suggerimenti e raccomandazioni politiche su argomenti prioritari.
E, a cotanto convegno, sappiamo già cosa seguirà, per dirla con Cetto Laqualunque, l’unico pseudodeputato che stimiamo: una beata minchia.CC 20189.01.28 Alpinum 2018 002“Toglieranno l’acqua da sotto la pancia delle anatre? Metteranno il cartellino con il prezzo a ogni goccia di pioggia? E quanto costerà la rugiada?” Queste, ed altre, erano le domande che si poneva Marta, la bimba che fu nostra mascotte, protagonista di Marta e l’acqua scomparsa, la favola bella, intelligente ed ecologica scritta da Emanuela Bussolati, della quale scrivemmo in uno degli articoli che consideriamo più belli e toccanti: Quanto costerà guardare l’arcobaleno? pubblicato nel giugno 2013 su Kryptos Life&Water, e richiamato in Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare, pubblicato il 23 dicembre 2015 sul vecchio blog Cesec-Condividere e leggibile qui. CC 20189.01.28 Alpinum 2018 001Non siamo nell’area subsahariana, pertanto da noi i conflitti per l’acqua non si combattono (ancora) a colpi di Kalashnikov, bensì di carta bollata. Lo dichiarammo a Verona, quando la città, dal 23 al 27 giugno 2014, divenne la capitale mondiale dell’acqua con tutta una serie di iniziative, progetti, incontri, ricerche e workshop a tema con 250 contributi provenienti da 41 paesi.
Le nostre proposte furono due: una, studiata con l’aiuto dell’Università scaligera e del Politecnico di Milano, riguardava gli scarichi domestici che potrebbero trasformarsi in una grande risorsa da cui recuperare energia rinnovabile, fertilizzanti, biopolimeri e plastiche biodegradabili, e più in generale soluzioni per il trattamento delle acque reflue, in abbinamento a quello dei rifiuti per l’ottenimento di biogas come quello che metteremo in pratica nel recupero di un’azienda agricola orvietana. Detto in soldoni, si tratterebbe di buttare nel lavandino tutta una serie di rifiuti domestici che, confluiti in appositi luoghi di raccolta, verrebbero opportunamente trattati.
La seconda proposta (sviluppabile qualora dovessimo trovare uno sponsor per lo sviluppo del prototipo, ma pare che camminiamo lungo sentieri percorsi solo da ciechi e sordi) riguardava un sensore captatore, una specie di cucchiaino in forma di chiavetta USB da connettere a pc, tablet, telefoni ed eventualmente collegato ad un braccialetto, per il monitoraggio delle acque in modo capillare sul territorio, creando una banca dati e individuando i punti di criticità affinché possano essere opportunamente bonificati. Il braccialetto consentirebbe inoltre di stabilire la tossicità in funzione di eventuali patologie una volta caricato lo screen anamnestico.
Pur senza fanatismi, abbiamo sempre posto costante attenzione alla sostenibilità ambientale ed economica, ad un rinnovato concetto di impianto di depurazione per la migliore qualità dell’effluente restituito all’ambiente, al recupero di risorse rinnovabili (biogas e bioidrogeno), al contenimento dei costi e dei consumi energetici ed all’efficienza gestionale.
Crediamo nell’interazione fra scienza, tecnica e ricerca applicata di carattere spiccatamente ingegneristico. Agli imbonimenti della filosofia e della politica no, a quelli non crediamo.

Alberto C. Steiner

Scuole di agricoltura sostenibile? Le aveva già inventate il Fascismo

O popolo bruto su, snuda il banano!
Non vedi che giunge l’amato sovrano?
Il sir di Corinto dal nobile augello,
Qual mai non fu visto più duro, più bello.  (Ifigonia in Culide, Atto I Scena I)
In questo momento storico fondamentale
dove?dove?dove?
per il Paese
quale?quale?quale?
a latere di una legge che pone l’ὀστρακισμός, l’ostrakismós
bono l’ostrakismós, con la polenta!
a tutto ciò che richiama il Fasismo, le spoglie del Re Soldato alias Sciaboletta, ovvero di colui che di tale regime permise l’insediamento intimorito dalla frase che l’imbonitore da fiera alias Crapùn pronunciò: “Farò di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli” e che in un paese ormai devastato dalla guerra
Ma è giusto che te la dia al primo appuntamento?  (da un gruppo Fb di incontri per cinquantenni)
se la squagliò peggio del Carlo Martello di De Andrè dando così la stura alla guerra civile, nel silenzio più totale stanno per calcare l’italico suolo, grazie ad una legge che lo ha consentito. È persino possibile che Sciaboletta venga inumato al Pantheon
In questa palude territoriale che taluni (taluni? non fare l’acculturato del cazzo! su, da bravo, scrivi: una sbaraccata sba-rac-ca-ta … ecco, così) si ostinano a definire paese abbiamo varcato da gran tempo il confine della dicotomia schizoide: i sinistri sono diventati peggio delle peggiori destre, in fusion con le medesime dopo che queste sono diventate una pallida caricatura di se stesse.

In un melange da vomito, anzi da trasüu de ciucch (perdonino le gentili lettrici) sono individuabili residui di salvataggi bancari con denaro pubblico, attentati alla riservatezza in favore di case farmaceutiche, fantasmi di presunte nipotine di satrapi nordafricani e rottami che – interdetti ai pubblici uffici per reati che in un paese mediamente normale sarebbero considerati infamanti – possiedono tuttora facoltà di parola e peso politico, gioppini che girano in treno, contestatissimi ma questo non lo si deve sapere, e via enumerando. Anzi, non enumerando: ci fermiamo qui perché non desideriamo che i nostri lettori – che in quanto nostri lettori appartengono alla quota del 10% non imbecille, imbelle, rassegnato, inconsapevole, lobotomizzato – respirino ulteriori olezzi di discarica.Cesec 2017.12.18 Scuola Agricoltura Sostenibile.jpgSullo sfondo di questo scenario a tinte livide ci è stato regalato il manifesto che riproduciamo, avente per oggetto il Concorso Nazionale per la Vittoria del Grano. Risale, come evidenziato nel tondo in alto a sinistra, all’Anno VI E.F., Era Fascista, il 1928, quasi un decennio prima delle “inique sanzioni” e della conseguente autarchia con annesse battaglie del grano.
Quello che ci colpisce è la scritta che campeggia in calce: rivolgersi alla cattedra ambulante di agricoltura, che ci rimanda inevitabilmente alle varie scuole ambulanti di agricoltura sostenibile, che affermano di richiamarsi ad un’economia di scambio, felicemente decrescente, improntata alla condivisione.
Cesec-CondiVivere-2014.12.05-Autarchia-Verde-006Il 5 dicembre 2014 pubblicammo sul vecchio blog l’articolo Green economy? L’ha inventata il Duce: si chiamava Autarchia che, in ragione dell’argomento spinoso, iniziava con queste parole: “Premessa: se ciò che sto per scrivere sarà causa di turbamenti per i figli dei figli dei fiori, vale la risposta che Jack Nicholson, nei panni del colonnello dei Marines Nathan R. Jessep, diede al suo vice, tenente colonnello Matthew Andrew Markinson, nel film Codice d’Onore.”Cesec-CondiVivere-2014.12.05-Autarchia-Verde-002-1024x414.jpgInvitiamo chi lo desidera a rileggerlo, perché gli spunti che offre sono quanto mai attuali. E ciò senza dimenticare l’articolo del 15 febbraio 2017: Wie braun sind die Grünen? titolo “la cui traduzione letterale è ‘Come (nel senso di quanto) sono marroni i Verdi?’ in riferimento al colore marrone delle Camicie Brune originariamente indossate dalle S.A. (Sturmabteilungen, reparti d’assalto) di Ernst Röhm, che in Germania identificano i nazisti esattamente come in Italia le camicie nere sono associate al fascismo”, e che concludevamo specificando come “certe tesi siano decisamente tirate per i capelli, altre siano palesemente strumentali, ma nel complesso trattasi di un indicatore di modelli di pensiero spesso diffusi anche da noi.”
Giorgio Nebbia, nella prefazione del libro citato nel primo dei due articoli indicati sopra, ricorda come un’autarchia vada oggi praticata perché abitiamo tutti in un’unica nazione, il Pianeta Terra, i cui confini sono chiusi: “Possiamo trarre quello che ci occorre soltanto dal suo interno e la nazione planetaria soffre degli stessi limiti che affliggevano i paesi in guerra nel XX Secolo. Contare sulle proprie forze, fare di più con meno non sono capricci, ma linee della politica economica da adottare nel XXI secolo.”
Pur comprendendo come l’autarchia sia stata oggetto di ostracismo a causa dei suoi eccessi e del suo orientamento alla preparazione della guerra, uno dei suoi meriti principali fu rammentarci che negli stessi anni le stesse politiche – come il New Deal di Roosevelt – ebbero invece l’obiettivo di salvare la pace, e persino Keynes, nell’opuscolo intitolato La fine del laissez-faire, scrisse chiaramente: “Inclino a credere che, quando il percorso di transizione si sarà compiuto, una certa misura di autarchia o di isolamento economico tra le nazioni, maggiore di quello che esisteva nel 1914 possa piuttosto servire che danneggiare la causa della pace”.
E gli attuali ecovillaggi non sono altro che l’emblema della ricerca di uno stile di vita rallentato all’insegna della decrescita a km zero: in altre parole comunità e autarchia.

Alberto C. Steiner