Obiettivo qualità: un albergo diffuso a Verona

ScenarioPopietra sfumato per tabella.jpgnella graduatoria delle province italiane a maggiore vocazione turistica Venezia rimane inscalfibile al primo posto, seguita da Bolzano che conferma la qualità dell’offerta sciistica che ha definitivamente oscurato la Valle d’Aosta. Subito dopo c’è Roma ma in quarta posizione, ben prima di Firenze e Napoli, c’è Verona, relativamente alla quale il 2016 ha confermato, consolidandola, la tendenza all’incremento di visite e pernottamenti registrata nel 2015, che ha costituito un vero e proprio record. I risultati sono la ricompensa di un lavoro eccezionale svolto da operatori e istituzioni, soprattutto per l’impegno profuso in ambito culturale per implementare, mantenere e sviluppare un’offerta turistica di qualità elevata.
15.125.798 presenze nella provincia (+4,83%) e 1.762.637 in città (+4,83%) costituiscono un dato di estremo interesse, con una permanenza media in provincia – segnatamente è il Garda a riscontrare il maggior numero di preferenze – di 4,62 giorni, e nel capoluogo di 1,98.
77,40% del totale i turisti stranieri, con tedeschi (5.372.463) e olandesi (1.516.709) ai primi posti. Seguono britannici, austriaci, danesi e svizzeri. Stazionari canadesi, statunitensi e francesi, in calo i russi (40.389 presenze, -24,20%), ininfluente la presenza di cinesi (0,11% sul totale). Questi ultimi costituiscono il 3,65% delle visite cittadine ma, inquadrati in rapidissimi tour mordi e fuggi, non contano assolutamente nulla sotto il profilo dei consumi non acquistando, letteralmente, neppure una bottiglietta d’acqua.
Relativamente ai visitatori italiani, la maggior parte proviene da Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige. Seguono Campania (incremento del 15,42% rispetto al 2014), Calabria (+16,37%) e Lazio (+14,81%).
Risorgere dall’acquaverona romana.jpgNella parte più antica di Verona, dominata dal fortilizio austriaco di Castel San Pietro edificato sulla spianata del colle dove sono state trovate tracce di insediamenti pre-romani risalenti all’Età del Ferro, tradizione, storia, esoterismo e religione si incontrano nel centro della Minor Hierusalem presso la memoria dell’antico Ponte Postumio, risalente al I Secolo ed in linea con il Cardo e il Decumano cittadini, crollato una prima volta nel 589 e definitivamente nel 1153, ed affiancato e poi sostituito dall’attuale Ponte Pietra, costituente oggi il più antico manufatto cittadino, edificato 150 metri più a monte del precedente.
Sacro e profano si incontrano inoltre nel Teatro Romano e nella chiesa di San Siro, fondata nel X Secolo e dove venne celebrata la prima messa cristiana.
Dal 26 novembre 2016 la chiesa (oggi intitolata ai santi Siro e Libera) è inserita nel percorso “Risorgere dall’acqua”, nell’ambito del progetto Verona Minor Hierusalem che ha portato in città migliaia di visitatori ed il cui tracciato si snoda dove abbiamo individuato tre immobili suscettibili di garantire un’accoglienza mirata di qualità.
A Verona, affascinante città la cui capacità ricettiva è oggi notevolmente inferiore alla domanda originata da afflussi turistici senza sosta dovuti alle bellezze architettoniche e paesaggistiche, alle manifestazioni culturali e fieristiche, è possibile investire con sensibili ritorni d’immagine ed economici in iniziative di elevato standing che facciano incontrare il calore di una casa in un borgo antico e le comodità di un hotel stellato.
Tale modalità ha un nome: ospitalità diffusa, gradevole alternativa all’albergo o all’affitto di case vacanza. L’ospite soggiorna in strutture solitamente lontane tra loro ma gestite come una unica, un sistema che permette di utilizzare tutti i servizi alberghieri garantendo autonomia e discrezione.
Nata in Abruzzo e molto popolare in Toscana, l’ospitalità diffusa ha permesso di recuperare intere frazioni che rischiavano di scomparire, regalando una totale immersione nella storia e nelle tradizioni di zone meno famose ma piene di fascino.
Le tipologie sono molto differenti: città d’arte di media dimensione, antichi borghi immersi nella campagna, località montane comprendendo un’offerta che spazia dall’hotel di lusso a strutture più semplici con appartamenti disseminati nelle case del paese o nella campagna, o ancora agriturismi e dove una doppia o un appartamento costano da 49 a 488 Euro.
L’offerta è generalmente integrata da corsi di cucina, tour enogastronomici e culturali, escursioni a cavallo o in bicicletta, camini accesi e ritmi lenti, spettacolari colazioni servite all’ombra di antiche mura o nel profumo di giardini e pergolati, piscine a sfioro, massaggi aromatici, atmosfere medioevali di villaggi costruiti da contadini ed ora, dopo decenni di abbandono, diventati piacevoli relais.
A rigore la definizione di albergo diffuso sarebbe pertinente a comuni che non eccedono i tremila abitanti, ma anche in città di più vasta dimensione è possibile realizzare strutture analoghe. Muta solo la denominazione e un appartamento che normalmente verrebbe locato ad un canone mensile da 600 a 1.200 Euro può rendere da 69 a 280 Euro a notte: dovendo fare i conti con sano pragmatismo ed attenzione alla redditività, questa è l’idea che ha portato allo sviluppo del progetto.
Essere green è un must, anche per i B&Bda spalletta ponte.jpgSembra la conseguenza di una filosofia pauperista tardo-hippy, ma non lasciamoci trarre in inganno: siamo al cospetto della decrescita responsabile. E chi la sposa, ed apprezza dove questa viene praticata, appartiene sempre più per censo e cultura ad una fascia medio alta.
In Italia le strutture ricettive turistiche (alberghi, bed & breakfast, agriturismi) che adottano misure finalizzate a ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività sono una consolidata realtà in espansione, per quanto ancora di nicchia: Legambiente ne ha censite circa 1.200 conferendo a molte la certificazione Eco-Label.
Per ottenere la classificazione le strutture devono rispettare, in modo rigoroso, semplici ma fondamentali regole. Tra queste risparmio idrico ed energetico, riduzione dei rifiuti prodotti e loro riciclo attraverso la raccolta differenziata.
Una gestione sostenibile deve inoltre attuare la promozione del territorio e dei suoi beni naturalistici e culturali, adottare menu che valorizzino l’enogastronomia, preferibilmente biologica, tipica del luogo e proporre itinerari a stretto contatto con l’ambiente circostante.
Per nulla trascurabile ai fini del punteggio, infine, la capacità dei gestori di coinvolgere gli ospiti favorendo comportamenti rispettosi dell’ambiente. Va detto che quest’ultima particolarità incontra il divertito favore degli ospiti stranieri, in particolare olandesi, svizzeri e tedeschi che, abituati a casa loro a comportamenti ecosensibili, prendono la cosa come un simpatico gioco nel quale coinvolgere i bambini. Tra gli italiani sono sempre meno quelli che reagiscono infastiditi pronunciando la frase fatidica: “Almeno in vacanza vo-glio rilassarmi!” e sempre più quelli che accolgono l’opportunità, non fosse altro che per non fare la figu-ra dei selvaggi se sono in vacanza con amici.
Per ridurre l’impatto ambientale di un B&B gli accorgimenti sono semplici e alla portata di chiunque: de-tergenti ecologici, riduttori di flusso per l’acqua e pannelli solari per riscaldarla, sistemi di riutilizzo delle acque piovane, sensori crepuscolari di movimento per le luci.
Non incontra in linea di massima, dobbiamo dirlo, il nostro favore la prescrizione di eliminare tutti i prodotti usa e getta e monodose, dai saponi alle marmellate, poiché la riteniamo inelegante e poco igienica.
Concordiamo invece con il cambio degli asciugamani su richiesta e l’offerta di colazioni con prodotti locali – non necessariamente bio purché improntati ad un target di eccellenza – con il suggerimento di itinerari lenti e di ecoturismo, con l’incentivazione degli spostamenti a piedi, con i mezzi pubblici o in bicicletta, magari offrendo agli ospiti biciclette o free-pass turistici per i servizi di trasporto pubblico, non solo urbano.
A questo proposito va detto che Verona, essendo il suo centro storico da visitare a piedi, esula da tale concetto che riteniamo però valido per il territorio circostante: pensiamo solo alle difficoltà di parcheggio ed alle interminabili code lungo la litorale Gardesana.
Le tradizioni di un territorio già contemplano in sé la cultura dell’accoglienza, e la carta vincente consiste nel non cedere dalla standardizzazione che fa trovare ovunque i medesimi prodotti. Nell’ambito del progetto intendiamo perciò offrire servizi che valorizzino prodotti locali ed utilizzi tradizionali, poiché è dal contatto con il vivere quotidiano che nasce quell’esperienza che l’ospite ricorderà di aver vissuto come unica.
Relativamente agli interventi edilizi, per il recupero in chiave green di un edificio esistente vanno presi in considerazione i materiali cosiddetti poveri: ecosostenibili e naturali, ma non per questo meno costosi, come paglia, legno, terra cruda, e il verde anche per i tetti.
Essere green contempla la possibilità di accedere a contributi ed incentivi, per esempio a quelli previsti dai programmi di sviluppo cofinanziati dall’Unione Europea, dedicati agli imprenditori attivi nel comparto dell’ospitalità con una particolare attenzione ai temi della sostenibilità ambientale.
L’unico ostacolo, e non da poco, si incontra quando ci si deve malauguratamente rapportare alla burocrazia, che a parole incentiva l’innovazione e l’ecosostenibilità ma nei fatti è assolutamente contro l’imprenditorialità.
La nostra esperienza veronesepopietra originale 003.jpgNella città di Verona non arriviamo impreparati: il nostro team gestisce da tempo una struttura dalle caratteristiche similari a quelle che intendiamo acquisire, indirizzata specificatamente all’accoglienza di ospiti provenienti dall’estero e gestita attraverso le principali piattaforme di booking.
Il nostro target medio si compone abitualmente di coppie che, salvo eventi particolari come Fiere e manifestazioni sportive, soggiorna per una media di 2 -3 notti.
L’età è molto variabile, dai 20 agli over 65. Molto raramente ci sono figli di giovane età, per i quali siamo attrezzati con un letto dedicato.
Al momento la nostra piccola attività ha un altissimo indice di riempimento grazie ad una posizione estremamente favorevole in pieno centro storico a pochi passi dalle principali attrazioni, ed oggi non vediamo particolari minacce all’attuale redditività poiché le strutture analoghe in centro storico non sono molte e, a parte un paio di eccezioni, sono di ridotte dimensioni e quindi non possono crescere in competitività.
Relativamente alla definizione del prezzo per una camera doppia, negli ultimi due anni la forbice si è costantemente mantenuta tra i 62 Euro a notte nella bassissima stagione (mesi di Novembre – Gennaio – Febbraio sino a San Valentino) e 109 Euro in caso di importanti manifestazioni (Vinitaly, grandi concerti in Arena, apertura della stagione operistica), con un prezzo variabile tra i 79 e gli 89 Euro negli altri giorni. Questo per una struttura che fondamentalmente offre servizi quasi spartani (in pratica un letto matrimoniale o due letti separati in una stanza accogliente ma null’altro) però in una posizione di assoluto prestigio.
Riteniamo che, vista l’elevatissima richiesta per una sistemazione di centro storico, questa forbice di prezzo rimarrà inalterata nel medio – lungo periodo e sicuramente, vista appunto l’elevata richiesta, non vedremo i margini di guadagno intaccati dai potenziali competitor che eventualmente entreranno sul mercato.
Gli immobili oggetto della nostra attenzioneCV 2017.06.07 Verona 001.jpgUn elegante trilocale in vicolo Cappelletta, in edificio risalente alla seconda metà del XIX Secolo che si apre su un cortile interno che richiama atmosfere conventuali, con uno splendido terrazzo dal quale sembra spuntare il campanile del Duomo.
Un bilocale in via Ponte Pietra che offre una vista ineguagliabile sull’Adige, su Ponte Pietra e sulla collina di Castel San Pietro.
Un edificio di tre piani fuori terra situato in vicolo Cœli, oltre il ponte dietro la chiesa di Santo Stefano.
Queste tre unità, dopo essere state sistemate, potranno offrire complessivamente 12 posti letto di estrema raffinatezza, con una serie di servizi aggregati improntati alla qualità.
Massaggi dell’Egofoto-34Proprio per definire un sano edonismo l’abbiamo chiamata Massaggi dell’Ego: un’iniziativa pensata per portare eccellenze italiane nel mondo, una finestra panoramica su cosa il nostro Bel Paese può offrire al turista attento alla costante ricerca di gusto, qualità e competenza in un campo, la cucina, che ricorda profumi e sapori di tempi lontani, mantenendo il senso della realtà viva e produttiva che caratterizza i nostri tempi e costituisce una delle più considerevoli attrattive turistiche nazionali.
Un vero e proprio massaggio dell’Ego emozionale, apportatore di serotonina attraverso il benessere psicofisico innato nell’alimentazione di eccellenza.
Nelle nostre unità ricettive saranno disponibili prodotti selezionati di alta gamma, creati con passione e supportati da anni di storie familiari legate ai territori delle nostre regioni, per creare sensazioni uniche racchiuse in cofanetti preziosi.
Pur stabilendo opportune convenzioni con ristoranti locali significativi per una cucina attenta alla qualità ed alla storia del territorio, nelle unità immobiliari protagoniste del progetto proporremo agli ospiti colazioni, aperitivi, cene, pacchetti da asporto utilizzabili per gite di un giorno con prodotti di elevato standing, frutto di una ricerca mirata che, attualmente in corso, sta selezionando una gamma ristretta di prodotti e fornitori affidabili.
Le dinamiche della proposta prevedono inoltre una componente di e-commerce affinché gli ospiti possano, una volta tornati a casa, ordinare direttamente online nostro tramite miele, vini, birre, dolci, conserve, elaborazioni a base di carne e pesce, ed altro di ciò che costituirà il corposo catalogo in corso di formazione, per un notevolissimo ritorno d’immagine ed un consistente apporto di fatturato.
Adottiamo un monumentoMappa antica.JPEGAbbiamo infine deciso di adottare un monumento. Anche in un città attenta al proprio passato ed al territorio com’è Verona sono purtroppo presenti monumenti, edifici, luoghi di culto esposti all’abbandono e al degrado.
Mediante la patrimonializzazione immobiliare e lo svolgimento dell’attività ricettiva intendiamo pertanto proporci per il recupero e la salvaguardia di una testimonianza del passato da conservare, rendendola disponibile alla cittadinanza ed ai turisti per visite e incontri tematici.
Individueremo il manufatto da tutelare mediante ricerche mirate e stabilendo opportuni accordi con l’Amministrazione Comunale e con gli enti preposti alla tutela degli edifici storici.
A livello esemplificativo si potrebbe pensare ad uno dei numerosi forti austriaci che, oltre a presentare interessanti strutture edificate, dispongono di superfici esterne adatte allo svolgimento di eventi ed attività ludiche e culturali e, sotto il profilo architettonico, vantano in alcuni casi delle soluzioni spettacolari, come l’incredibile dop-pia scala elicoidale seconda solo a quella dell’orvietano Pozzo di San Patrizio.
Riteniamo che, sapendo che parte del prezzo pagato per i pernottamenti andrebbe destinato a tale iniziativa, anche gli ospiti delle strutture ricettive si sentano molto coinvolti e ne deriverebbe per noi un sensibile ritorno d’immagine.
Opportuni strumenti informativi, cartacei e sul Web, informeranno con periodicità costante circa il procedere del recupero e l’effettuazione di eventi ed iniziative.

Alberto C. Steiner

Terra cruda, paglia, vetro e acciaio

L’attenzione all’ecosostenibilità può abbinarsi vantaggiosamente al senso del bello, alle soluzioni innovative e al reddito d’impresa.CV 2017.04.26 Terra cruda 001Il CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, è in ordine di tempo l’ultima creatura nata da un’evoluzione professionale più che ventennale. Pur attuando interventi edilizi in contesti diversi fra loro abbiamo sempre privilegiato, dove possibile, soluzioni tecniche in sintonia con la bioedilizia e il risparmio energetico. Nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, di ecosostenibilità si sussurrava sottovoce esclusivamente tra pochi addetti ai lavori, nel contesto di riferimento ritenuti quanto meno degli stravaganti, e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
In tutti questi anni non abbiamo “costruito” nulla, fedeli alla nostra ambiziosa missione: recuperare l’esistente senza sottrarre ulteriore terra alla Natura con nuove edificazioni. Abbiamo ridato vita ad alberghi, conventi, edifici urbani e rurali dismessi, con il massimo rispetto possibile per l’ecosostenibilità ma attenti al bello, al nuovo, all’efficienza, all’ergonomia e, quando trattasi di complessi funzionali allo svolgimento di attività d’impresa, alla redditività.
Oggi siamo ad una svolta, di fronte ad una sfida che comporta ulteriore impegno e che accogliamo con piacere. Il nostro Paese conta innumerevoli realtà dismesse che possono tornare a rivivere in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente attraverso il recupero strutturale e funzionale, dai borghi abbandonati alle aziende agricole, dai terreni agli edifici rurali dove reimpiantare attività agrosilvopastorali, di trasformazione agroalimentare, artigianali, didattiche, ricettive dall’agriturismo all’albergo diffuso, residenziali attuate anche secondo la formula del cohousing con finalità sociali.
Non improbabili Avalon o attedrali nel deserto avulse dal contesto cronosociale ma recuperi edilizi rispettosi delle matrici identitarie territoriali e che privilegiano energie a bassa intensità e rinnovabili: fotovoltaica e idraulica, recupero delle acque piovane e riutilizzo di quelle reflue, minimizzazione degli sprechi anche attraverso il riutilizzo dei rifiuti, a loro volta suscettibili di dienire elemento privilegiato per la produzione di energia.
La nostra attenzione alle istanze sociali si sostanzia inserendo dove possibile, nelle strutture oggetto di recupero, quote residenziali e lavorative destinate a soggetti deboli o portatori di disagio, non come attività caritativa bensì quali realtà capci di autosostenersi finanziariamente.
In questo senso riteniamo fondamentale la collaborazione con imprese, associazioni, istituzioni nel convincimento che ecosostenibilità, finalità sociali ed iniziativa privata possano accompagnarsi vicendevolmente e che siano anzi maggiormente efficaci senza etichette o sponsor politici. Per tale ragione i progetti vengono sviluppati privilegiando il ricorso a risorse finanziarie private: istituti di credito, business angels e investitori.
Possiediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti: ricerca delle aree idonee, ottenimento delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
La nostra collocazione in una particolare nicchia di mercato, quella delle rivenienze da contenzioso, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Questo sito web e la pagina Facebook, aperta per condividere idee nell’intento di stimolare adesioni, vogliono essere un po’ vetrina e un po’ salotto.

ACS

Banca della Terra: appena nata già puzza di fritto rancido

Quando Montagnadizucchero propose la banda larga come mezzo risolutore dei problemi africani un nostro amico senegalese ci spiegò che i cannibali, nel Continente Nero, non esistono più da tempo e gli Africani ringraziavano ma non avrebbero saputo cosa farsene dell’arrivo di bande musicali composte da ciccioni.CV 2017.03.18 Bancaterra 002Da noi, nata sotto il segno dei pesci, è attiva dal 15 marzo la Banca della Terra, un applicativo disponibile sul sito dell’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, finalizzato a censire il patrimonio fondiario pubblico o sequestrato alla mafia e reso disponibile per la vendita o altre forme di possesso, con l’obiettivo dichiarato di agevolare il ricambio generazionale e recuperare terre abbandonate riportandole all’agricoltura valorizzando il patrimonio fondiario pubblico.
Ogni scheda informerà sulle caratteristiche naturali e strutturali dei terreni, sulle modalità e sulle condizioni di cessione e di acquisto, e nelle intenzioni costituirà un inventario completo della domanda e dell’offerta dei terreni e delle aziende agricole italiane. Se e quando Regioni e Province Autonome conferiranno i dati delle loro disponibilità da aggiungere ai per ora 8mila ettari resi disponibili da Ismea.
Scusate, ma siamo scettici. Non sull’aspetto tecnico: abbiamo verificato che l’applicativo informatico – sviluppato dalla bolognese Idea Futura utilizzando Flexcmp, il sistema ideato da Dedagroup, uno dei più importanti attori dell’Information Technology Made in Italy con headquarter a Trento e un fatturato di tutto rispetto – ben fatto e di agevole consultazione, consente di individuare le terre ripartite in tre classi (fino a 10 ettari, da 10 a 50, oltre 50) raggruppate per provincia, indicando tipologie colturali e informazioni catastali e corredando il tutto con una scheda in formato pdf che fornisce anche una mappa con buona vista da satellite.CV 2017.03.18 Bancaterra 001Il nostro scetticismo parte da queste premesse: se l’obiettivo dichiarato è quello di rimettere in circolo capitali e investimenti sulla terra, strombazzata come «perno fondamentale per la ricomposizione fondiaria e per la lotta all’abbandono dei terreni agricoli, nell’indifferibile intento di favorire l’occupazione giovanile» perché la legge, esistente dal marzo 2014, solo a dicembre 2016 è stata corredata dalle norme attuative? Quasi due anni per spiegare cosa si voleva ottenere dal software (peraltro immesso per la prima volta in reste alle ore 09:25 del 04/08/15) e come conferire l’elenco delle terre?
Quasi due anni prima che Regioni e Province Autonome, che in assenza di norme applicative non possono legiferare, potessero muoversi emanando una legge ed un regolamento, stilando e conferendo gli elenchi: se va bene passa un altro biennio (sicuramente non nel Veneto, dove dall’estate 2014 15mila ettari già censiti – quasi il doppio di quelli costituenti il patrimonio ministeriale – attendono solo di poter essere conferiti alla banca).
Il testo di legge recita inoltre testualmente: «La Banca delle terre agricole può essere alimentata con i terreni derivanti dalle attività fondiarie gestire dall’Ismea, sia da quelli appartenenti a regioni e province autonome, o altri soggetti pubblici interessati a dismettere i propri terreni». Quel “può” a nostro avviso la dice lunga…
Del resto lo stesso ministro Maurizio Martina, a margine del convegno di presentazione della Banca, ha dichiarato: «Si tratta di 8.000 ettari appartenenti a Ismea» Nè più, né meno. Aggiungendo che «si tratta di un importante sostegno ai giovani in agricoltura che si concretizza con l’utilizzo della banca dati e incentivi come decontribuzione totale per 3 anni per gli under 40 e incentivi al credito.»
In caso di richiesta d’acquisto da parte di giovani agricoltori, è infatti stata dichiarata la possibilità di richiedere un mutuo ipotecario all’Ismea (caso mai l’istruttoria per un mutuo, visto che Ismea non è una banca) argomentando di mutui a tasso zero per gli investimenti, e di esenzione totale dei contributi previdenziali per il primo triennio di attività. Per i mutui abbiamo interpellato alcune banche: ovviamente non ne sanno nulla, in attesa di disposizioni che spieghino, fra l’altro, chi e come pagherà il costo finanziario.
Viene infine dichiarato che le risorse ricavate dalla vendita dei terreni saranno destinate a interventi a favore del ricambio generazionale. Come, dove, quando? Silenzio e, per quel che ne sappiamo noi, anche una scopata può costituire un intervento finalizzato al ricambio generazionale.
«Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni», afferma Gianluca Guerra, trentenne veronese laureato in tecnologie alimentari, vincitore del premio conferito da Confagricoltura Verona per l’innovazione impressa all’azienda di erbe aromatiche rilevata dal padre nel 2013 aggiungendo che «per un’attività redditizia serve una base economica, alla quale vanno aggiunte competenze e impegno. Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni.»
Gli fa eco Andrea Lavagnoli, presidente di Cia Verona: «La Banca della terra veneta è un’iniziativa positiva ma presenta dei limiti» riferendosi a certi terreni messi a disposizione che non sono mai stati lavorati e spesso non si trovano in zone vocate all’agricoltura e sottolineando che «se un giovane deve partire da zero, serve accesso facilitato al credito, tutt’altro che scontato.».
Altro punto dolente la burocrazia, come sottolinea Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura: «Il progetto è eticamente affascinante, ma temiamo indirizzi diversi giovani verso attività difficilmente sostenibili economicamente. Per incentivare l’approccio occorrerebbe alleggerire fiscalità e burocrazia, che gravano sulle nostre aziende.»
Nonostante gli ostacoli, il ritorno degli under 40 in campagna è un fatto, visto come un’opportunità di conseguire reddito in un momento di crisi ma spesso, chi avvia una nuova attività parte da una proprietà familiare e da una base di capitale, indispensabili per programmare investimenti. Per l’agricoltura i giovani sono una risorsa, anche quando partono da zero. Per questa ragione è importante metterli in condizione di provare: solo con agevolazioni, sostegni e una formazione rigorosamente selettiva si eviterà di alimentare la fabbrica degli illusi e dei falliti.

Alberto C. Steiner

Nuovi attori dello sviluppo territoriale: i nonni

Tra i paesi europei siamo secondi solo alla Germania e la tendenza, in atto da tempo, viene annualmente confermata: i dati Istat e le previsioni avvertono che entro il 2030 gli over 80 potrebbero rappresentare quasi un terzo della popolazione.CV 2017.03.10 Anziani come risorsa 001Ciò che emerge nettamente è il calo della capacità di assorbimento istituzionale delle nuove e numerose esigenze che il fenomeno sta creando, accompagnate da richieste di servizi da parte di questo esercito di anziani. Che lo si voglia o meno, lo stato sociale non potrà rimanere com’è oggi: molto sta cambiando e cambierà in relazione agli assetti pensionistici e all’assistenza socio-sanitaria.
A causa della trasformazione delle famiglie, dovuta alla diminuzione o all’assenza dei figli e all’incremento di separazioni e divorzi, stiamo inoltre assistendo a nuove modalità di aggregazione sociale. Da una parte una congiuntura economica che limita notevolmente la possibilità, e talvolta la volontà, di intervenire attivamente nella cura di genitori e nonni, dall’altra un aumento esponenziale degli anziani, fascia di popolazione tra le meno privilegiate e più colpite dalla costante erosione dei fondi destinati al welfare.
Lo scenario è indubbiamente insidioso e l’unica alternativa consiste nella creazione di tutto ciò che non può essere chiesto al Servizio Sanitario Nazionale, che non dispone oggi di sufficienti mezzi finanziari. Non rimane quindi che ricorrere all’iniziativa privata, ispirandosi a modelli già esistenti laddove il welfare pubblico non è sviluppato come lo era da noi fino a qualche anno fa. La soluzione risiede nello sviluppo di realtà associative o imprese private non lucrative finalizzate ad un’assistenza qualificata e non improvvisata e all’organizzazione di relazioni sociali, contemplando la possibilità che gli anziani possano rendere disponibili le loro conoscenze a beneficio di bambini, adolescenti e giovani, oltre che prestare la loro opera in attività adatte al loro stato psicofisico, tenendo presente che il desiderio di rimettersi in gioco non manca. Una delle migliori possibilità perché ciò possa accadere è la statuizione di contesti coresidenziali sociali dove per attuare un’economia di scala tutta una serie di servizi sia condivisa: assistenza, cucina, spazi di fruizione comune. E dove possano trovare dignitoso alloggio anche studenti universitari, singoli e giovani famiglie, con la garanzia di spazi individuali inviolabili destinati a ciascun soggetto, in cambio della disponibilità ad essere presenti e attivi nei riguardi degli anziani residenti.
Ne abbiamo parlato in proposito il 28 febbraio scorso nell’articolo Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento, citando la positiva esperienza di un cohousing solidale nella città atesina.
Il problema non si pone, o si pone in misura modesta, nei centri minori e nelle località montane, che tradizionalmente godono di relazioni sociali più solide rispetto a quelle cittadine. La questione va quindi massimamente affrontata nei centri urbani di una certa dimensione: Bergamo, Bologna, Firenze, Verona, oltre che nelle grandi città: Bari, Milano, Genova, Napoli, Palermo, Roma, Torino per citare alcune località e prestando attenzione a non creare gerontopoli ghetto.
Un’alternativa, della quale beneficierebbero i numerosissimi borghi in stato di abbandono dei quali è costellata la Penisola, potrebbe essere costituita dalla creazione di cohousing sul modello dell’albergo diffuso, che le leggi vigenti consentono di attuare in agglomerati che non superino i tremila abitanti. Memoria e cura del territorio, attività condivise, ritmi lenti in contesti ambientali ben diversi da quelli urbani costituirebbero gli atout. Il come, il dove, le modalità potranno essere oggetto di opportuni studi, in fondo oggi stiamo solo gettando un seme.
Gli spazi esistono quindi, senza dover ricorrere a nuove edificazioni. Si tratta di adattare l’esistente sottraendolo al degrado. In tal modo non solo si eviterebbe ulteriore consumo del suolo ma, in special modo in riferimento ai siti non urbani, si rivitalizzerebbero il territorio e la sua cultura, ottenendo altresì una sorta di “guardiania sociale” che contribuirebbe a contrastare il degrado ambientale.
Concludiamo esortando a non dimenticare che a fronte di anziani che, per mangiare, rovistano negli scarti del dopo mercato o addirittura si umiliano compiendo piccoli furti nei supermercati, altri godono di un tenore di vita improntato alla massima serenità economica. A certificare la sussistenza di un’area di benessere diffuso è l’esistenza di sempre più numerosi portali e siti web dove si incontrano domanda e offerta di servizi e di attività legate al mondo senior con informazioni utili non solo al reperimento di assistenti, personale medico e operatori socio sanitari, strutture di accoglienza e case di riposo, ma anche rubriche riguardanti soldi e lavoro, hobby e casa, cultura e mostre, viaggi e tempo libero, sport e centri termali, aree shop e persino incontri per rapporti di ogni tipo, dall’amicizia fino a qualcosa di più.
La questione fondamentale, che supera qualsiasi fattispecie tecnica, si situa però in un nuovo modo di ripensare e ripristinare la solidarietà e lo spirito di vicinato, non da ultimo unendo anziani più fortunati, che godono di un ottimo stato di salute e dispongono di un reddito dignitoso, ad altri che vivono al limite della sussistenza. Utopia? Può darsi.

Alberto C. Steiner

Siegi am Stilfserjoch

Vi sono persone che ad un certo punto trovano il coraggio di ascoltarsi. E scelgono.CC-2016.03.07-Siegi-003.jpgUna di queste è Siegi: ha lavorato in banca per un quarto di secolo, giù in valle, e quando è morto suo padre ha sentito il bisogno di ritrovare il contatto con la natura tornando al paese, dove vivono prevalentemente gli anziani perché i ragazzi se ne vanno per studiare e spesso non tornano più. 500 anime a 1.300 metri di altitudine dominati dal massiccio dell’Ortles con i suoi 3.905 metri e le sue nevi perenni.
A sud l’Adamello e la Valcamonica, a ore sette la Valtellina, a ore nove i Grigioni e il Bernina, a est la Vinschgau che, all’orizzonte, si apre sulla piana di Merano.
Stilfs, in italiano Stelvio: un luogo molto diverso dai presepi altoatesini. Qui c’è una sola strada, quella che passa sotto il Dreisprachenspitze – in italiano banalmente Cima Garibaldi, che forse millantò di aver dormito anche qui – con le sue rampe ed i suoi quarantotto tornanti ancora considerata palestra dell’ardimento da trogloditi che per dimostrare quanto sono cazzuti la percorrono in moto e in auto, strappando urla strazianti ai motori tirati allo spasimo o imballati da inutili scalate. E ogni tanto qualcuno frena troppo tardi.
Per il resto si va a piedi fra boschi, costoni e prati quasi verticali, ed è qui che Siegi si dedica totalmente alle erbe, che coltiva e raccoglie nei campi a duemila metri, di proprietà della famiglia da generazioni e mai concimati con sostanze chimiche o sintetiche, per cucinare e per farne tisane, medicamenti o cosmetici. Ha ottenuto il permesso di raccogliere alchemilla, biancospino, borsa del pastore, crespino, eufrasia, olivello spinoso, prugnolo, rosa canina e, in più, d’estate sfalcia i prati per raccogliere il fieno, che è riuscito a far certificare come “Fieno d’alta montagna Sudtirolese”. Durante l’essiccazione l’inebriante profumo delle 40 diverse qualità si confonde con quello del legno stagionato.CC-2016.03.07-Siegi-001.jpgSiegi è noto anche per allestire, ogni estate, una specie di palcoscenico sul tetto del suo maso, destinato ad ospitare concerti. Questa iniziativa ha un nome: Stilfs Vertikal, Stelvio Verticale.
Nel maso, e nella Stube, accoglie anche gli ospiti ai quali fa assaggiare le sue proverbiali tisane e qualche bicchiere di Blauburgunder, di Traminer o di grappa con erbe capace di resuscitare i morti.
Molti vengono ad aiutarlo nel periodo della raccolta, in cambio Siegi offre vitto e alloggio. Vengono da Austria, Germania, Svizzera, Olamda e persino Finlandia. Dall’Italia se ne vedono ben pochi. Forse sono impegnatissimi in defatiganti cerchi di condivisione al ritmo del tamburo sciamanico per decidere se, dove, come, quando realizzare ecovillaggi dopo aver risolto i conflitti grazie ad un facilitatore.

Alberto C. Steiner

Questo articolo è stato pubblicato il 7 marzo 2016 sul nostro blog cesec-condivivere, attivo sulla piattaforma Myblog ed attualmente in uso esclusivamente come archivio storico.