Fantascienza bancaria veneta, con monito finale

Correva l’anno 2013 quando suggerii ad un’amica trevigiana di smobilizzare gli investimenti e chiudere il conto presso una certa banca veneta: a lei diedero della matta, a me del catastrofista. Oggi quella banca non esiste praticamente più.CV 2017.03.27 Fantascienza bancaria 001Correva l’anno 2011 quando un banchiere della provincia veneta rilasciava al Sole 24 Ore un’intervista dal titolo “Popolare di Vicenza sarà polo nazionale” dichiarando, fra l’altro: «Il nostro slogan è ‘sicurezza nella continuità’. Non è marketing, è la sintesi di 30 anni di attività. Le cito un dato: chi ha investito nel 1980 in azioni PopVicenza in trent’anni ha ottenuto un rendimento medio annuo dell’8,7% tra rivalutazione del capitale e dividendi incassati.»
Sei anni dopo quella dichiarazione la banca ha registrato perdite di oltre 750 milioni nel 2014 e di un miliardo solo nei primi 6 mesi del 2015; ha dovuto svalutare montagne di prestiti ai clienti e di investimenti pagati troppo, varare di corsa un aumento di capitale seguito da un secondo per ricostituire i ratio minimi di capitale previsti dalla Vigilanza, il titolo il cui prezzo è stato fissato per anni a € 62,5 è stato svalutato una prima volta a € 48, ed una seconda svalutazione ne ha quasi azzerato il valore.
Dopo un’apparentemente inarrestabile espansione attraverso l’acquisizione di sportelli in Sicilia, Toscana ed altre zone d’Italia la marcia trionfale si è arrestata sulla Beresina di impieghi malsani che hanno portato pesanti minusvalenze, esplosione delle sofferenze, un contenzioso immobiliare spaventoso ed impossibile da riassorbire tramite le esecuzioni, risparmi andati in fumo.
Le cronache, anche giudiziarie, ci hanno reso noto come gli azionisti-clienti di quella banca non siano i soli ad aver vissuto un incubo nell’ultimo quadriennio. Un amaro risveglio per il Veneto che sognava, e un’amara lezione per chi sottoscrive azioni bancarie senza comprendere i rischi che corre rinunciando a farsi consigliare da chi non ha interesse né di parte né a fare vendite affrettate.
Ma anche un monito: forse il futuro non prevede più spazi per investimenti speculativi legati al PIL, alla produttività intensiva, alle scalate, ma solo per concetti finanziari etici e sostenibili, inclusivi di microcredito ed economia collaborativa.
Sul nostro sito-partner Consulenza Finanziaria l’articolo “Un po’ di fantascienza nella storia belle banche popolari venete” traccia l’inquietante storia delle vicende vicentine (questo il link).

Alberto C. Steiner

Immobili e terreni demaniali: facciamo chiarezza

Successivamente all’uscita del nostro articolo Banca della Terra: appena nata già puzza di fritto rancido pubblicato il 18 corrente ci sono pervenute richieste di precisazioni, oltre ad accuse di essere i soliti disfattisti, nonché ecofascisti neoliberisti che respingono irridendole le iniziative tendenti a coinvolgere i giovani, i movimenti e le spinte dal basso.
Senza perder tempo a specificare quali siano i nostri convincimenti, da tempo ben noti a chi ci legge, replichiamo con questo scritto a tali vaneggiamenti.CV 2017.03.18 Bancaterra 002I beni immobili confiscati alla criminalità organizzata sono gestiti dall’Agenzia del Demanio, che nell’ambito delle procedure fissate provvede ad assegnarli o alienarli, non di rado affrontando fattori di criticità che portano a rallentare o rendere di fatto inutilizzabili i beni stessi: gravame di ipoteche o pignoramenti, procedure giudiziarie in corso, occupazione o locazione, quote indivise.
È all’Agenzia, unico organismo che ha la facoltà di disporre del bene, che qualsiasi ente privato o pubblico che si propone o propone il riutilizzo o l’assegnazione del bene deve riferirsi, di fatto ponendosi come intermediario delle aspettative del potenziale utilizzatore. E ciò vale anche per le varie associazioni che si propongono il riutilizzo di immobili o fondi sottratti alla mafia.
L’Agenzia del Demanio, soggetto giuridico autonomo costituito da una Direzione Generale a Roma in via Barberini e 16 strutture regionali, è nata nel 1999 dal conferimento delle funzioni dell’allora Ministero delle Finanze alle quattro Agenzie: Entrate, Territorio, Dogane e Demanio. Opera nell’ambito della Pubblica Amministrazione e, per raggiungere i propri obiettivi, ricorre a strumenti operativi di tipo privatistico nell’intento di perseguire il soddisfacimento dell’interesse pubblico mediante criteri di economicità e di creazione di valore economico e sociale nella gestione del patrimonio immobiliare dello Stato.
Poiché organi di stampa e altri media diffondono spesso informazioni superficiali e fuorvianti, non raramente a beneficio dell’immagine di associazioni e conventicole, va chiarito che il tratto caratteristico principale dei beni pertinenti al demanio pubblico è la loro inalienabilità (Codice Civile articolo 822 e seguenti, articolo 2774; Codice della Navigazione articoli 28, 29, 692 per le pertinenze del demanio marittimo). Gli altri beni, di proprietà dello Stato o di enti locali e non rientranti nel demanio, costituiscono il patrimonio dell’ente, ulteriormente ripartito in disponibile e indisponibile.
Stante la connotazione definita in premessa va quindi tenuto ben presente che, quando si plaude alla nascita o all’esistenza di questa o quella organizzazione, associazione o struttura intesa a rendere disponibili edifici, aree o fondi di proprietà pubblica ci si deve riferire a soggetti intermediari. Fumo negli occhi? Non sempre, anche se talvolta trattasi di veri e propri inutili doppioni nati da iniziative politiche ma privi di qualsiasi facoltà decisionale in materia di patrimonio statale.
La procedura per acquisire un bene soggetto all’Agenzia del Demanio è semplice: si accede al sito web, si ricercano le opportunità suddivise per regioni e province, si leggono le schede tecniche, si effettuano sopralluoghi e valutazioni, si partecipa ai bandi di acquisto o locazione cauzionando l’offerta con il 10% della medesima. Diverso è il caso delle concessioni, ben specificato sul sito caso per caso.
Nel contesto di queste note una menzione particolare spetta all’iniziativa Terrevive, scaturita dal decreto con cui il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, autorizzò in attuazione dell’art. 66 del decreto legge 24 gennaio 2012 n.1, convertito nella legge 24 marzo 2012, n.27 la vendita e l’affitto con prelazione riservata agli agricoltori under 40 di 5.510 ettari di terreni provenienti per 2.480 ettari al Demanio, per 2.148 al Corpo Forestale dello Stato e per 882 al CRA, Consiglio per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura. Nel testo della legge è espressamente vietato attribuire ai terreni alienati o locati una destinazione urbanistica diversa da quella agricola prima che siano trascorsi 20 anni dalla trascrizione dei contratti nei pubblici registri immobiliari.
La cartina sottostante illustra per ciascuna regione il numero di ettari dei terreni originariamente compresi nel Decreto Terrevive (5.510 e non 5.512 come indicato nella cartina stessa).
L’iniziativa Banca della Terra non costituisce pertanto che un’estensione, per non dire una sovrapposizione, all’iniziativa di cui sopra.CV 2017.03.25 Terrevive 001Tradotto in soldoni, poiché di questo si tratta: chi intende acquistare o locare immobili e terreni pubblico mette mano al portafogli, chi intende invece farseli assegnare gratis et amore dei segue un altro tipo di procedura e… aspetta l’esito dell’esame di congruità, nel frattempo riunendosi con i propri sodali per progettare, raccogliere consensi, organizzare eventi, discutere, deliberare, rilasciare comunicati stampa, attendere l’erogazione di sovvenzioni.

Alberto C. Steiner

Banca della Terra: appena nata già puzza di fritto rancido

Quando Montagnadizucchero propose la banda larga come mezzo risolutore dei problemi africani un nostro amico senegalese ci spiegò che i cannibali, nel Continente Nero, non esistono più da tempo e gli Africani ringraziavano ma non avrebbero saputo cosa farsene dell’arrivo di bande musicali composte da ciccioni.CV 2017.03.18 Bancaterra 002Da noi, nata sotto il segno dei pesci, è attiva dal 15 marzo la Banca della Terra, un applicativo disponibile sul sito dell’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, finalizzato a censire il patrimonio fondiario pubblico o sequestrato alla mafia e reso disponibile per la vendita o altre forme di possesso, con l’obiettivo dichiarato di agevolare il ricambio generazionale e recuperare terre abbandonate riportandole all’agricoltura valorizzando il patrimonio fondiario pubblico.
Ogni scheda informerà sulle caratteristiche naturali e strutturali dei terreni, sulle modalità e sulle condizioni di cessione e di acquisto, e nelle intenzioni costituirà un inventario completo della domanda e dell’offerta dei terreni e delle aziende agricole italiane. Se e quando Regioni e Province Autonome conferiranno i dati delle loro disponibilità da aggiungere ai per ora 8mila ettari resi disponibili da Ismea.
Scusate, ma siamo scettici. Non sull’aspetto tecnico: abbiamo verificato che l’applicativo informatico – sviluppato dalla bolognese Idea Futura utilizzando Flexcmp, il sistema ideato da Dedagroup, uno dei più importanti attori dell’Information Technology Made in Italy con headquarter a Trento e un fatturato di tutto rispetto – ben fatto e di agevole consultazione, consente di individuare le terre ripartite in tre classi (fino a 10 ettari, da 10 a 50, oltre 50) raggruppate per provincia, indicando tipologie colturali e informazioni catastali e corredando il tutto con una scheda in formato pdf che fornisce anche una mappa con buona vista da satellite.CV 2017.03.18 Bancaterra 001Il nostro scetticismo parte da queste premesse: se l’obiettivo dichiarato è quello di rimettere in circolo capitali e investimenti sulla terra, strombazzata come «perno fondamentale per la ricomposizione fondiaria e per la lotta all’abbandono dei terreni agricoli, nell’indifferibile intento di favorire l’occupazione giovanile» perché la legge, esistente dal marzo 2014, solo a dicembre 2016 è stata corredata dalle norme attuative? Quasi due anni per spiegare cosa si voleva ottenere dal software (peraltro immesso per la prima volta in reste alle ore 09:25 del 04/08/15) e come conferire l’elenco delle terre?
Quasi due anni prima che Regioni e Province Autonome, che in assenza di norme applicative non possono legiferare, potessero muoversi emanando una legge ed un regolamento, stilando e conferendo gli elenchi: se va bene passa un altro biennio (sicuramente non nel Veneto, dove dall’estate 2014 15mila ettari già censiti – quasi il doppio di quelli costituenti il patrimonio ministeriale – attendono solo di poter essere conferiti alla banca).
Il testo di legge recita inoltre testualmente: «La Banca delle terre agricole può essere alimentata con i terreni derivanti dalle attività fondiarie gestire dall’Ismea, sia da quelli appartenenti a regioni e province autonome, o altri soggetti pubblici interessati a dismettere i propri terreni». Quel “può” a nostro avviso la dice lunga…
Del resto lo stesso ministro Maurizio Martina, a margine del convegno di presentazione della Banca, ha dichiarato: «Si tratta di 8.000 ettari appartenenti a Ismea» Nè più, né meno. Aggiungendo che «si tratta di un importante sostegno ai giovani in agricoltura che si concretizza con l’utilizzo della banca dati e incentivi come decontribuzione totale per 3 anni per gli under 40 e incentivi al credito.»
In caso di richiesta d’acquisto da parte di giovani agricoltori, è infatti stata dichiarata la possibilità di richiedere un mutuo ipotecario all’Ismea (caso mai l’istruttoria per un mutuo, visto che Ismea non è una banca) argomentando di mutui a tasso zero per gli investimenti, e di esenzione totale dei contributi previdenziali per il primo triennio di attività. Per i mutui abbiamo interpellato alcune banche: ovviamente non ne sanno nulla, in attesa di disposizioni che spieghino, fra l’altro, chi e come pagherà il costo finanziario.
Viene infine dichiarato che le risorse ricavate dalla vendita dei terreni saranno destinate a interventi a favore del ricambio generazionale. Come, dove, quando? Silenzio e, per quel che ne sappiamo noi, anche una scopata può costituire un intervento finalizzato al ricambio generazionale.
«Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni», afferma Gianluca Guerra, trentenne veronese laureato in tecnologie alimentari, vincitore del premio conferito da Confagricoltura Verona per l’innovazione impressa all’azienda di erbe aromatiche rilevata dal padre nel 2013 aggiungendo che «per un’attività redditizia serve una base economica, alla quale vanno aggiunte competenze e impegno. Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni.»
Gli fa eco Andrea Lavagnoli, presidente di Cia Verona: «La Banca della terra veneta è un’iniziativa positiva ma presenta dei limiti» riferendosi a certi terreni messi a disposizione che non sono mai stati lavorati e spesso non si trovano in zone vocate all’agricoltura e sottolineando che «se un giovane deve partire da zero, serve accesso facilitato al credito, tutt’altro che scontato.».
Altro punto dolente la burocrazia, come sottolinea Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura: «Il progetto è eticamente affascinante, ma temiamo indirizzi diversi giovani verso attività difficilmente sostenibili economicamente. Per incentivare l’approccio occorrerebbe alleggerire fiscalità e burocrazia, che gravano sulle nostre aziende.»
Nonostante gli ostacoli, il ritorno degli under 40 in campagna è un fatto, visto come un’opportunità di conseguire reddito in un momento di crisi ma spesso, chi avvia una nuova attività parte da una proprietà familiare e da una base di capitale, indispensabili per programmare investimenti. Per l’agricoltura i giovani sono una risorsa, anche quando partono da zero. Per questa ragione è importante metterli in condizione di provare: solo con agevolazioni, sostegni e una formazione rigorosamente selettiva si eviterà di alimentare la fabbrica degli illusi e dei falliti.

Alberto C. Steiner

La ricerca: una risorsa per la tutela del suolo

Conservare e scambiare preziosi semi antichi non serve, se non si conosce nulla del terreno dove verranno immessi. Vagheggiare il ritorno ad un’agricoltura primitiva di impronta utopisticamente arcadica, impiantando un’attività senza tener conto delle attuali risorse tecnologiche significa campare borderline e diventare, entro breve tempo, carne da macello per gli uffici esecuzioni immobiliari dei tribunali. Respingere, anzi demonizzare la ricerca come portatrice di sventura a prescindere significa essere oscurantisti e non capire un accidente di come debba funzionare un’azienda agricola.
Se questi sono i parametri sui quali si intende basare un ritorno alla terra è meglio pensare seriamente di dedicarsi ad altro, evitando così di creare ulteriori premesse per il depauperamento del territorio, oltre che mettere in serie difficoltà se stessi e le proprie famiglie.CV 2017.03.18 Ricerca 001Il ruolo della ricerca è fondamentale nell’attività agrosilvopastorale, non da ultimo per quanto riguarda la tutela della risorsa suolo.
l suolo, inteso come la parte più esterna della crosta terrestre situata tra roccia o sedimento inalterato e atmosfera, è un sistema naturale che tende ad autoorganizzarsi in conseguenza dell’azione dei fattori della pedogenesi, e particolarmente dell’attività biologica che ne determina i maggiori dinamismi. Non è quindi un substrato inerte, statico, attraverso il quale realizzare le produzioni agricole e forestali o sul quale appoggiare attività e infrastrutture, ma un essere vivente e un patrimonio naturale formatosi nei millenni precedenti l’Antropocene, l’attuale era geologica nella quale gli esseri umani provocano le principali modifiche territoriali e climatiche.
È ormai ampiamente dimostrato come l’umanità stia sfruttando questa risorsa, non rinnovabile o rinnovabile con estrema lentezza, in modo insostenibile. L’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, e la Unccd, Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione, individuano nella degradazione del suolo il rischio principale di diminuzione o scomparsa della produttività biologica o economica delle terre. Riferito alla diminuita produzione di derrate alimentari ciò significa per l’Italia un maggior costo annuo pari a 900 milioni di euro.
In Italia, la degradazione del suolo assume un particolare rilievo a causa della continua riduzione della superficie agricola utilizzata – da oltre un decennio scesa sotto i 13 milioni di ettari – della stabilizzazione delle rese unitarie delle principali colture e della crescita dei consumi. Il risultato è che il tasso di auto approvvigionamento alimentare in Italia è sceso sotto l’80% e il paese risulta terzo fra quelli dell’Unione europea come deficit di suolo agricolo.
La qualità del suolo italiano non è affatto eccellente: se si considerano parametri biofisici oggettivi quali pendenza e aridità, presenza di suoli a scarso drenaggio o profondità, tessitura eccessivamente argillosa o sabbiosa, abbondanza di scheletro e pietrosità, fenomeni vertici, torbe, suoli salini, sodici o acidi, i suoli agricoli italiani risultano notevolmente svantaggiati in una misura prossima all’80%.
Tra gli obiettivi Primari dell’Unione Europea individuati nella Strategia Europa 2020 due riguardano espressamente il suolo:
adattamento ai cambiamenti climatici e prevenzione e gestione dei rischi;
tutela dell’ambiente ed efficienza delle risorse.
In tale direzione sono orientate molte attività di ricerca. Tra queste, degne di menzione quelle volte ad individuare il ruolo che il suolo può giocare nella mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso il sequestro di carbonio e la regolazione delle emissioni di gas serra, e quelle finalizzate ad aumentare l’efficienza dei servizi agro ambientali prodotti dal suolo, in particolare quantità e qualità delle produzioni agricole e forestali, e regolazione dei deflussi idrici e dei sedimenti.
I risultati delle ricerche per la tutela della risorsa suolo hanno evidenziato come i cambiamenti climatici presenti e futuri influiscono negativamente sui parametri pedologici e sui servizi ecosistemici.
Gli effetti locali infatti dovrebbero essere considerati come più importanti rispetto ai trend generali, a causa delle interazioni tra natura dei suoli e loro gestione. Quest’ultima, in particolare, dovrebbe essere sempre sito specifica a causa dell’elevata variabilità spaziale dei suoli. In questo senso agricoltura di precisione, biologica e conservativa possono costituire strumenti fondamentali per mitigare i possibili effetti negativi dei cambiamenti climatici, ma solo se basati su una conoscenza dettagliata della variabilità pedologica.

Alberto C. Steiner

Riso in lacrime

A ben guardare le lacrime assomigliano a chicchi di riso. E per restare in tema morfologico, o forse perché credono nelle segnature, mai come quest’anno i risicoltori piangono. Fiumi di lacrime, che però potranno parzialmente contribuire a ridurre il volume dell’acqua da immettere nelle risaie.CV 2017.03.11 Riso 001L’imprenditoria italiana è ben strana: quando ci sono i profitti non vedi e non senti nessuno. Appena i profitti diminuiscono alè con il pianto greco, la richiesta di sovvenzioni, tutele, leggi garantiste, l’evocazione di catenacci protezionistici che da tempo immemore non si usano più nemmeno nel gioco del calcio.
Se non fossimo quei tesorucci che siamo potremmo sostenere che del Debakel della risicoltura italiana intensiva non ce ne può fregar di meno, visti i costi sanitari e ambientali che comporta. E infatti è così.
Ne parliamo incidentalmente proprio in riferimento alla qualità del prodotto immesso sulle nostre mense: mai come quest’anno il riso della grande produzione è generalmente di pessima qualità. E la ragione non è solo perché oltre la metà proviene dall’estero in regime di esenzione daziaria e coltivato non si sa né dove né come, probabilmente in Africa nelle terre oggetto di land grabbing da parte di multinazionali indiane e cinesi, ben consce che da questo cereale, che costituisce generalmente il primo alimento assunto durante lo svezzamento, dipende la sopravvivenza del 50 per cento della popolazione mondiale.
Ma consentiteci, prima di entrare in argomento, una breve digressione storica: ci farà comprendere come i risicoltori non fossero dei santi nemmeno nell’Ottocento, quando in Italia iniziò la coltivazione moderna grazie alle decine di varietà portate in patria – la storia non lo dice ma si suppone di sfroso – nel 1839 da Giovanni Calleri, gesuita missionario in Estremo Oriente. I semi selezionati attecchirono subito e la coltivazione ebbe un’impennata, uscendo dal giogo di una malattia, chiamata brusone, che affliggeva il Nostrale, l’unica qualità sino ad allora coltivata sul territorio nazionale.
Da quel momento il riso, e i suoi produttori latifondisti, furono a modo loro antesignani del land grabbing nostrano, accaparrandosi terre sempre più estese nel basso Piemonte e in Lombardia che, non sempre provviste di sedimento e drenaggio adeguati, furono in gran parte fonte del flagello della malaria. Nel Casalese, Vercellese e Pavese le risaie costituivano la coltura dominante: rendevano molto ai padroni e una miseria a chi ci lavorava, che in più si portava a casa la febbre terzana. Il primo a denunciarne effetti e ragioni fu Giovanni Lanza, medico e Presidente del Consiglio dal 1869 al 1873. A quella prima denuncia fece seguito nel 1877, in occasione di una vera e propria epidemia, quella di Benedetto Cairoli, Presidente del Consiglio eletto a Pavia nelle fila della Sinistra storica, e ne nacque uno scontro con Agostino Depretis, allora Ministro dell’Interno, anch’egli pavese di Stradella ma rappresentante gli interessi dei proprietari terrieri.
Il riso e il suo potere finanziario consentirono al Regno Sabaudo la realizzazione di importanti opere idrauliche come il Canale Cavour e, in concorso con altri interessi manifatturieri, una fitta rete di strade, tramvie e ferrovie economiche che sfruttavano la sede stradale e che non nacquero certamente per trasportare persone – visto che il costo dei biglietti non era alla portata dei miserabili che vivevano nelle campagne – ma per addurre merci, manufatti e semilavorati alle linee ferroviarie principali affinché raggiungessero i porti d’imbarco o i valichi transalpini (vedasi in proposito: Luigi Ballatore, Storia delle Ferrovie in Piemonte, Editrice Il Punto, anno 2002).CV 2017.03.11 Riso 002Fine dell’ora di storia. E ora, pacco del kleenex a portata di mano.
Tra costi e ricavi sembra che i conti non tornino: import a dazio zero dall’estero, prezzi che crollano, elevati costi di produzione e burocratici, impossibilità di comprimere molte voci di spesa, ricerca genetica sempre più cara e guadagni quasi nulli. Una ricerca presentata dall’Associazione dei laureati in scienze agrarie e forestali di Vercelli e Biella durante la Fiera in campo di Vercelli che si è tenuta il 4 e 5 marzo ha fatto i conti in tasca agli agricoltori mostrando l’amara situazione del settore.
Fra il 2015 e il 2016 sia gli ettari a riso nazionali sia la produzione sono aumentati (+90mila tonnellate) ma anche le scorte di risone sono elevate. Colpa, secondo i risicoltori, dei paesi cosiddetti meno avanzati che continuano a esportare in Europa a dazio zero.
Secondo i dati forniti dall’Associazione di cui sopra solo le aziende oltre i 300 ettari e che coltivano Arborio, Carnaroli o Lungo B hanno portato a casa la copertura dei costi e una modesta remunerazione per il proprio lavoro, tutte le altre sono andate sotto. Va tenuto presente che la dimensione media delle aziende risicole italiane si aggira sui 50 ettari, però quello che la ricerca non dice è che c’è una tendenza alla concentrazione. Il che, espresso in altri termini, significa che sempre meno aziende possiedono superfici sempre più elevate. Nessuno si è premurato di farci sapere chi siano questi facoltosi possidenti, anche se probabilmente finirà come a Milano: quando i cinesi arrivavano in bar, ristoranti, negozi con la proverbiale valigetta ricolma di contanti, pagando prezzi senza trattare, tutti a ossequiare e a vendere, ed ora tutti a lamentarsi dello strapotere degli operatori commerciali con gli occhi a mandorla.
L’Associazione, chiosando che le aziende risicole italiane contribuiscono a mantenere in ordine il territorio, propone di andare verso reti d’impresa, programmare accuratamente le semine coordinando ditte sementiere, industria e aziende agricole in modo da evitare scompensi sul mercato, liberare le aziende dalla burocrazia, puntare sulla ricerca genetica, razionalizzare il parco macchine e premere sull’Unione Europea – quell’Unione che normalmente viene schifata, salvo pietirla quando fa comodo – perché, oltre a porre un freno all’invasione del riso straniero, vigili affinché il prodotto in arrivo rispetti le norme sull’utilizzo di fitofarmaci. Un bel quadro, non c’è che dire, e la sconsolata conclusione della ricerca è che in assenza di cambiamenti e interventi pubblici il comparto risicolo nazionale rischia di scomparire.
Perché ciò non accada non serve che i risicoltori si attacchino a succhiare un’ormai asfittica tetta pubblica, il cui sempre più scarso alimento verrebbe distolto ad altre ben più utili cause.
Il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, detto Carlin, affermò: “L’agricoltura, che dovrebbe fondarsi su un’alleanza tra uomo e natura, è diventata invece una guerra. E non è un caso che le tecnologie per fare i pesticidi provengano tutte dall’industria bellica: l’agricoltura industriale è di fatto una dichiarazione di guerra alla Terra.” Ecco, queste parole contengono la soluzione: sarebbe ora che l’agroalimentare lo frequentasse gente consapevole che è ormai tempo di perseguire un’agricoltura sostenibile.
Ma è ora che anche i consumatori si decidano in massa ad acquistare direttamente dai produttori eliminando la ragion d’essere delle catene intermediarie, utilizzando le risorse economiche per pagare il cibo al giusto prezzo. Privilegiando la tavola, piuttosto che il tablet, pur nella consapevoelzza che anche riguardo al riso non è bio tutto ciò che non luccica. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Alberto C. Steiner

Rovetta: l’esperienza di un ecovillaggio bergamasco dedicato principalmente ai disabili

Il ristorante è frequentato anche da ecochic milanesi che, tra casoncelli e polenta e strinù, discettano di cambiare il mondo come i quattro amici al bar mentre persone portatrici di handicap sgambettano in cucina e fra i tavoli.CV 2017.03.04 Coop Alchimia 001.jpgQui non ci sono tamburi sciamanici, tenda dell’inipi o scambi di massaggi reiki per imparare come si fa a realizzare ecovillaggi, ma solo gente che, gentile con chi se lo merita, si è rimboccata le maniche: siamo nelle Orobie bergamasche, per la precisione a Rovetta, dove presso la Rèssa de Fï – la salita per Fino (Del Monte) nella lingua dei padri, anzi delle madri – in località Vecchio Mulino si incontrano i tornanti che da Cerete Basso portano a Clusone.
Qui, il giorno di ferragosto del 2015 un gruppo di volontari decide di realizzare un sogno, costituendo Alchimia, una Onlus con l’obiettivo di svolgere le attività che caratterizzano la vita quotidiana di un ecovillaggio, traendone il proprio sostentamento.
Gli intenti sono valorizzare il territorio, vivere applicando nella misura del possibile il concetto di decrescita e inserire lavoratori protetti
I destinatari del progetto sono soggetti in situazione di svantaggio fisico, cognitivo e psicologico purché in grado di essere inseriti in un contesto lavorativo.
Sulla base di una concreta progettualità l’attività lavorativa è vista come opportunità emancipativa e di accompagnamento delle persone svantaggiate in un percorso finalizzato alla crescita dell’autostima.
Nell’ecovillaggio Vecchio Mulino è stato creato anche uno spazio per bambini, destinato a sussidiare genitori che hanno imprevisti lavorativi e a bambini bisognosi di un sostegno scolastico.
L’ecovillaggio è anche un ristorante ed un albergo, e l’associazione Alchimia (nin nomen omen…) sta attivando progetti di valorizzazione del territorio mirando soprattutto all’housing sociale, pensato in particolare per padri separati in difficoltà, che possono fruire di vitto e alloggio collaborando nel recupero degli spazi verdi estesi per circa tre ettari nei quali sono in corso esperienze di agricoltura e micro allevamento a chilometro zero.
L’associazione è infine aperta al territorio, cercando di valorizzare gli aspetti culturali della valle in collaborazione con le associazioni locali.
Il reperimento dei fondi necessari all’implemento dell’attività è avvenuto nel modo più logico e pragmatico possibile: nessuna attesa della manna dal cielo fatta scendere da qualche politico locale, nessuna richiesta di assegnazione o regalia con il cappello in mano in nome di improbabili e stantie visioni “alternative” ma, come si conviene a dei bergamaschi di montagna, mano al portafoglio e mutuo concesso sul valore dell’immobile e del terreno, rilevati da una situazione compromessa, ed in base a concrete garanzie di una fattiva progettualità.

Alberto C. Steiner

Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento

Tradizione e innovazione, in Trentino, si fondono costantemente, facendo del territorio un laboratorio sperimentale apprezzato a livello europeo.
cv-2017-02-28-trento-001In quest’ottica si colloca la Deliberazione 59 del 3 maggio 2016 del Consiglio comunale di Trento, che impegna Sindaco e Giunta ad avviare il censimento degli immobili di proprietà comunale non utilizzati e che possano essere destinati al riuso come unità abitative, selezionando quelli più idonei ad un progetto di abitare collaborativo privilegiando, tra le caratteristiche complementari rafforzative, il fatto che siano situati in aree cittadine che verrebbero valorizzate dalla riqualificazione degli edifici, che siano limitrofi a spazi verdi da destinare ad orti urbani e si trovino prossimi alla viabilità ciclabile.
Attuando la delibera il comune si impegnava ad avviare un’indagine conoscitiva per confrontarsi con realtà già attive in Italia e all’estero, coinvolgendo altri attori sensibili al tema e individuando possibili finanziamenti anche attraverso la partecipazione a bandi europei, per sperimentare progetti di cohousing mediante la messa a disposizione di immobili secondo idonee modalità idonee, tra queste il comodato trentennale gratuito.
Il passo successivo consiste nell’elaborare il nuovo PRG, Piano Regolatore Generale, dedicando azioni specifiche alle residenze solidali ed alla coabitazione, e favorendo tramite sgravi e incentivi il recupero del patrimonio edilizio privato al fine di accentuare la coesione sociale cittadina e la riqualificazione del tessuto esistente nell’ottica di “costruire sul costruito”, scongiurando così l’ulteriore consumo del suolo.
Per quanto ne sappiamo è la prima volta in Italia che un’amministrazione pubblica esce dalla stantia logica assistenziale e delle cooptazioni per meriti di fazione politica per affrontare pragmaticamente la questione con piglio imprenditoriale, finanziario e di tutela del territorio.
Ciò significa che privati, associazioni e cooperative, se vorranno che sia loro concesso un immobile, dovranno presentare progetti realistici, circostanziati ed in grado di autosostenersi economicamente.cv-2017-02-28-trento-003Degna di nota, inoltre, la particolare attenzione con la quale l’ammistrazione comunale sta osservando il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione con l’intento di utilizzare le risorse costituite dal patrimonio di conoscenze degli anziani, non più considerati carne da ingrasso per il fatturato delle varie RSA ma portatori di insegnamenti a bambini e giovani.
Ciò significa intervenire sulla pianificazione e sulla riprogettazione degli spazi urbani, attualizzando nella pratica del cohousing due caratteristiche centrali della tradizione trentina: cooperazione e cura per il territorio, caratterizzando la trasformazione dei bisogni sociali di base, della casa e delle relazioni di vicinato.
Detto in altri termini, una visione globale in luogo della risposta sociale frammentata e caratterizzata da discontinuità assistenziale.
Effettivamente il cohousing si inserisce a pieno titolo nel contesto delle pratiche resilienti di sostenibilità e collaborazione civica, prestandosi ad essere esempio di innovazione sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello delle logiche economiche, con la possibilità di coinvolgere attraverso un’ottimale integrazione tra mercato, istituzioni e società civile, una vasta gamma di attori economici e sociali: cittadini animati da senso civico nella gestione del bene comune, associazioni, terzo settore e i diversi livelli della governance locale, anche in partnership pubblico-privato.
Rovesciando la logica tradizionale volta a intervenire sui casi problematici quando si sono ormai manifestati e promuovendo azioni ex-ante verso il disagio potenziale, in modo da ridurre i costi sociali e sanitari degli interventi indirizzati a problemi oramai conclamati, questo modello di cohousing sarebbe suscettibile di produrre benefici ai diversi livelli di complessità individuale-relazionale, comunitario e sociale rivelandosi espressione di un cambiamento nei servizi rivolti alla terza età.
Gli anziani, sottratti ad un ruolo passivo spesso accompagnato da senso di sfiducia, solitudine e sconforto, interagirebbero con giovani e adulti diventando protagonisti di un progetto di vita reale che crea alleanze permettendo di guardare al futuro con serenità.
Sul piano comunitario la soluzione rafforza la comunità intera, promuovendo l’esercizio della cittadinanza attiva, sostenendo la coesione e rinsaldando il sistema di relazioni sociali che anticamente innervarono il territorio.cv-2017-02-28-trento-002Trento può in questo senso vantare un modello che funziona, la Casa alla Vela, dove anziani e giovani già fruiscono di beni condivisi e servizi autoprodotti. Trattasi di un edificio costituito da tre appartamenti: i primi due accolgono 5 anziane parzialmente autonome seguite da due assistenti familiari, ed il terzo è abitato da 6 studenti dell’Università di Trento.
Le signore vivono insieme, escono liberamente, decidono il menu che l’assistente cucina per tutte e possono partecipare ad una serie di attività ed iniziative pensate appositamente per loro. Affitto, costi di bollette, spesa e assistente familiare sono divisi per cinque.
Gli studenti offrono parte del loro tempo per condividere momenti di relazione con le signore, conseguendo in tal modo la possibilità di ridurre i costi della loro permanenza a Trento svolgendo alcune mansioni utili alla casa, per le quali percepiscono una retribuzione. Qui il link al sito Percorsi di Secondo Welfare che ne parla in un articolo di Cinzia Boniatti e Enrico Bramerini pubblicato il 2 marzo 2015.
E, per concludere, la comunità scientifica è ormai unanime nell’inserire l’abitare collaborativo nella dimensione più concreta del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner

È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS

L’ecovillaggio del vicino: Ökodorf Sennrüti

Non sembra proprio una clinica svizzera, anche se lo era. La Kurhaus Bad Sennrüti venne realizzata in legno nel 1904 dall’imprenditore Isidor Grauer-Frey per effettuarvi terapie basate su bagni con idromassaggi e bagni solari, com’era di moda all’epoca. Nel 1922 ospitò per una cura anche lo scrittore Hermann Hesse e nel secondo dopoguerra venne ampliata e ammodernata sino a quando, il 9 settembre del 1973, un incendio la distrusse completamente. Fu ricostruita l’anno successivo ma l’attività cessò nel 2001 ed il complesso rimase abbandonato.cv-2017-02-26-okodorf-001Siamo a Degersheim, nel Cantone svizzero di St. Gallen, una cittadina di 3.791 abitanti incastonata in un paesaggio collinare a 800 metri di altitudine.
Che non siamo in Italia lo si capisce già dall’incipit della descrizione che ne fa Wikipedia: “Degersheim si trova sulla linea ferroviaria Südostbahn St. Gallen – Wattwil – Nesslau-Neu St. Johann.” Ecososteniblità a partire dalle strutture di trasporto.cv-2017-02-26-okodorf-005Nell’estate del 2009, venne acquisita dalla neocostituita Comunità Ökodorf Sennrüti, composta da una ventina di adulti di età compresa tra 25 e 62 anni con quindici bambini tra i sette mesi e dodici anni. Venivano da tutta la Svizzera tedesca, alcuni dalla Germania e per tre anni si incontrarono regolarmente per prendere in considerazione forme alternative di vita. sviluppando una visione comunitaria.
La battuta è troppo facile: essendo svizzeri non potevano che realizzare un ecovillaggio utilizzando una clinica. Invece non c’è proprio niente da ridere, è una cosa tanto seria quanto pragmaticamente organizzata. E anche per scegliersi il nome non hanno impiegato dieci anni come accade spesso da noi: Ökodorf, ecovillaggio, e Sennrüti dal nome della preesistente clinica. Punto.cv-2017-02-26-okodorf-007Il loro motto è Zukunftsfähig, hier und jetzt. Pronti per il futuro, qui e ora. Inizialmente la loro proposta di far rivivere il sito venne respinta dalla municipalità, che temeva di dover avere a che fare con una banda di hippies, ma di fronte a concreti progetti di riuso ed opportune garanzie non solo l’amministrazione comunale, ma anche quella Cantonale favorirono l’intento della comunità, e persino gli abitanti del paese – dopo la diffidenza iniziale – accolsero volentieri quei tizi un po’ strambi ma sempre sorridenti e gentili, anche perché “sponsorizzati” da nomi ben noti nel panorama culturale elvetico: il violinista Volker Biesenbender, il gesuita, maestro zen e fondatore dell’istituto Lassalle Niklaus Brantschen, lo storico Daniele Ganser, il musicista e compositore Paul Giger, la Consigliera Federale Pia Hollenstein. Va detto che gli stessi promotori dell’ecovillaggio non erano esattamente degli scappati di casa.
Sotto il profilo formale ogni famiglia è proprietaria dell’appartamento in cui vive, mentre una cooperativa costituita dagli stessi residenti è proprietaria degli spazi comuni e del terreno.
Prima di prendere una decisione definitiva i membri originari della comunità effettuarono delle prove, costituite da brevi periodi di vita in comune.cv-2017-02-26-okodorf-004A distanza di otto anni dalla sua nascita Ökodorf Sennrüti continua ad essere un progetto di vita in divenire, in particolare dedicato al potenziale di sviluppo umano ed ambientalee ricompreso in un concetto olistico, in grado di autoalimentarsi anche economicamente e nel quale una spiritualità, non di maniera ma profondamente radicata e senza orpelli, informa la vita di tutti i giorni degli attuali 30 adulti con altrettanti bambini.
L’ecovillaggio fa parte del network mondiale GEN, Global Ecovillage Network, al quale aderiscono anche alcuni ecovillaggi italiani.
Particolare attenzione viene posta nell’integrazione con la comunità locale, anche attraverso forme di cooperazione.cv-2017-02-26-okodorf-002Nell’ecovillaggio, che offre anche ospitalità di tipo alberghiero, la terra è coltivata con la tecnica della permacoltura e si svolgono numerose attività, aperte agli esterni.
Una, che promette di essere divertente e… golosa, è prevista per sabato 29 aprile: Pilze im eigenen Garten anbauen, crescere i funghi nel proprio giardino, un corso che insegnerà ad inoculare in legno vari tipi di funghi. E in chiusura niente cerchio di condivisione con tamburi sciamanici, ma un bel cestino di profumati miceti da portare a casa.

Alberto C. Steiner

Sondaggio?

Ad un certo punto del suo romanzo La fine del mondo storto Mauro Corona scrive che causa il progressivo depauperarsi delle risorse alimentari furono i vegetariani più rigorosi i primi a mangiarsi senza ritegno polli, conigli e altri animali.cc-2017-01-20-sondaggio-001Ecco, la sensazione che abbiamo provato leggendo il comunicato sui “week-end formativi per chi vuole cambiare vita o l’ha appena fatto”, ed il relativo approfondimento – se così può essere definito, visto che in concreto non esplica molto più di quanto il post riportato riferisce – è che di fronte all’attuale momento congiunturale si siano allentati i freni di quella cultura “alternativa” che da sempre si propone come rigorosa rispetto alle nefandezze del peggiore capitalismo. Ma non intendiamo, per ora, giudicare bensì solo esprimere le nostre perplessità.
Le certezze sono: si parlerà di permacultura (vedi immagine a corredo), transizione, decrescita e downshifting (che è come dire tutto e niente), il primo incontro si terrà (forse) a marzo, il costo sarà di 200 euro (non è chiaro se per le tre sessioni o per singolo week-end: di fronte ad una precisa domanda non abbiamo rilevato risposta), i docenti saranno “i maggiori esperti italiani delle materie in questione” (nomi degli esperti? materie?), i lavori si apriranno con un cerchio di condivisione (con tamburo sciamanico, whitesage e penna di falco o senza?).
Appena avremo delucidazioni torneremo sull’argomento. Nel frattempo ci preme evidenziare come un “sondaggio” preveda normalmente solo una serie di domande alle quali è possibile rispondere barrando una casella, nel più rigoroso anonimato.
A parte il validissimo Monkey, persino Fb mette gratuitamente a disposizione degli utenti un apposito form di semplicissima applicazione, senza bisogno di comunicare, oltretutto pubblicamente, un indirizzo email.
L’immagine a corredo è inoltre presa da un convegno della RIVE, che gli organizzatori nel loro post, rispondendo ad una domanda specifica, escludono espressamente abbia attinenza.
Non ci sembra quindi adeguato definire “sondaggio” quella che a tutti gli effetti ci sembra configurarsi come una proposta commerciale.
A parziale discarico degli organizzatori possiamo ritenere che non vi siano competenze di marketing (ma leggendo il loro sito parrebbe il contrario), e che non si sia posta particolare attenzione nell’estensione del comunicato.
Però, giusto per fare un paragone in termini di inutilità e sino a prova in contrario, le primarie del PD costano solo due euro. E non promettono l’acquisizione di competenze.

ACS