Sostenibilità ambientale degli edifici. Itaca: siamo veramente all’epilogo dell’Odissea?

CSE 2019.07.13 Itaca“La mia casa ce l’ho solo là” cantava Lucio Dalla in Itaca (https://www.youtube.com/watch?v=L2XuEvZNQO8) ed anch’io, credo come altri professionisti, vorrei poter tornare metaforicamente al mio letto ricavato dal maestoso ulivo, nel conforto del riposo sorretto dalla serenità di aver applicato norme univoche e non soggette alle solite interpretazioni, che alimentano incertezza e contenziosi facendo puntualmente ritrovare, invece che nella patria del diritto, nella terra dei Lestrigoni. E chi vuol capire capisca.
Dal 9 luglio vige la norma UNI PDR 13/2019, che specifica i criteri per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici.
Applicando di fatto il protocollo ITACA, Istituto per l’Innovazione e la Trasparenza negli Appalti (si, chi lo desidera può ridere) e Compatibilità Ambientale  nato in collaborazione con UNI, l’ente per la normazione, sostituisce la PDR 13/2015 ed il Protocollo Edifici Non Residenziali.
La nuova Prassi è suddivisa in tre parti:

  • 0 – UNI/PdR 13.0:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Inquadramento generale e principi metodologici
  • 1 – UNI/PdR 13.1:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici residenziali
  • 2 – UNI/PdR 13.2:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici non residenziali

La parte 0 illustra l’inquadramento generale ed i principi metodologici e procedurali che sottendono al sistema di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Le parti 1 e 2 specificano i criteri sui quali si fondano i sistemi di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici residenziali e non residenziali, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Oggetto di ogni valutazione sono il singolo edificio e la sua area esterna pertinenziale, applicando i criteri normativi al fine di calcolare un punteggio prestazionale degli edifici di nuova costruzione o oggetto di ristrutturazioni importanti.
Il protocollo ITACA, nelle sue diverse declinazioni, è lo strumento di valutazione del livello di sostenibilità energetica e ambientale degli edifici che permette di verificare le prestazioni di un edificio, non solo in riferimento ai consumi ed all’efficienza energetica, ma anche considerando il suo impatto sull’ambiente e sulla salute.
La ratio è quella di favorire la realizzazione di edifici utilizzando materiali sempre più innovativi e la cui produzione comporti ridotti consumi energetici, garantendo contestualmente un elevato confort, un impatto energetico e consumi idrici sempre più ridotti.
Il protocollo, garantendo l’oggettività valutativa attraverso l’utilizzo di indicatori e criteri di verifica conformi alle norme tecniche ed alle leggi di riferimento, grazie alle molteplici finalità di utilizzo costituisce uno strumento che per i professionisti sostiene la progettazione, per la pubblica amministrazione agevola i controlli, per gli attori finanziari agevola la valutazione degli investimenti e per i consumatori fornisce chiarezza nei criteri di scelta di immobili ed appartamenti.
Ciò è reso possibile dai principi dello strumento destinati ad individuare i criteri, parametrati ai temi ambientali, che permettono di misurare le prestazioni ambientali dell’edificio in esame ed i suoi eventuali scostamenti dallo standard.
Cliccando sui link che seguono è possibile scaricare dal sito dell’Ente Italiano di Normazione i testi, in formato pdf, delle norme
UNI/PdR 13.0:2019 – Inquadramento generale e principi metodologici
UNI/PdR 13.1:2019 – Edifici residenziali
UNI/PdR13.2:2019 – Edifici non residenziali

Alberto Cazzoli Steiner

Annunci

Paesi Bassi: un rifugio invisibile di 35 metri quadrati

CSC 2019.03.30 Rifugioparco 002Se le archistar non fossero sopraffatte dal proprio ego avrebbero molto da imparare da questo modestissimo edificio, che possiede però notevoli controindicazioni: non può alimentare il trogolo di politici, amministratori e maneggioni vari poiché non fornisce lavoro alle megaimprese degli appalti pubblici, quelle che giocano con la finanza in carta del burro, quella che costruisce edifici finanziati da una banca, che li rivende ad un’altra che li affitta ad una compagnia di assicurazioni che li subaffitta alla pubblica amministrazione, che utilizza superfici di 120mila metri quadrati per tenervi uffici deserti o, una o due volte l’anno, convegni ai quali partecipano al massimo 60 persone.
E il resto è affittato ai soliti mutatemutandis, paninarium, biofrullallarium, ecosciurettam e libertomentosum che adeguano strutture, aprono, spendono per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiudono, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua strutture, apre, spende per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiude, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua … ah no, scusate: mi stavo ripetendo.
È probabilmente per questa ragione che il minuscolo edificio che sto per descrivere è stato pensato e realizzato nei Paesi Bassi e non in italiland.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 003CSC 2019.03.30 Rifugioparco 004.jpgEsteso su 2.388 ettari compresi fra i comuni di Utrecht, Stichtse Vecht e de Bilt, il Noorderpark è un’area di riqualificazione che include i laghi Loosdrecht, le foreste di Hollandsche Rading e i villaggi di Maartensdijk e Groenekan.
Il sito è sottoposto alla competenza dello Staatsbosbeheer, l’organismo statale costituito nel 1899 per la salvaguardia del patrimonio naturale.
All’interno del parco, nel 1966 venne realizzato uno spartano edificio con funzione di punto di appoggio logistico per i volontari che curano l’habitat. Ormai bisognosa di un’importante manutenzione, la struttura è stata sostituita con una ancora più semplice, ma affascinante e progettata in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 001.jpgEsteso su soli 35 m2 ed altro al colmo interno 3,5 m, l’edificio consta di ripostiglio, bagno/lavanderia, angolo relax con letto e zona pranzo con focolare, stufa a legna e sedute.
Il focolare è portante della struttura di supporto della copertura ed è conformato in modo da ricordare un albero.
Le facce esterne di tetto e pareti dell’edificio sono realizzati in pannelli in alluminio dipinti in verde, quelle interno sono rivestite in pannelli di legno locale. Ampie aperture finestrate caratterizzano pareti e tetto creano un forte richiamo con l’ambiente esterno, che “entra” nella struttura smaterializzando i confini anche grazie alle due ampie porte scorrevoli ad angolo che, aprendosi completamente, offrono l’opportunità di godere del prato ed instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.
L’ambiente naturale è l’unico protagonista della scena, e cucina e camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco, e nessuno è andato in fissa per la questione di eventuali emissioni nocive originate da un focolare acceso saltuariamente ed in funzione solo per poche ore.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 005Un’opera minima, di facile realizzazione, basso impatto e costo modesto, ripetibile su ampia scala ed in grado di stupire per la sua caratteristica di rifugio, quasi nascondiglio, inaspettato.
Ne abbiamo parlato proprio perché, nonostante la sua apparente modestia, costituisce un esempio di opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in modo adeguato e naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Mobilità insostenibile: in caso di neve, ci scusiamo per il disagio

CC Neve 2018.11.002In quel tempo … il riferimento è alla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso, il marchio di abbigliamento sportivo Colmar e le Ferrovie dello Stato si contesero lo slogan “in caso di neve”.
In una tenzone giudiziaria il monzesissimo Colombo Mario (ColMar, appunto: credevate che si trattasse di una ridente cittadina alpina francese? sbagliato …) l’ebbe vinta sulle F.S., che abbandonarono lo slogan, corroborato dall’immagine, rigorosamente affidata al fascino del bianco/nero, di un convoglio che sfrecciava sollevando due ali di neve, trainato dall’allora iconico locomotore 646, macchina pensata per treni pesanti e, per l’epoca, veloci, dipinta nella livrea “verde magnolia e grigio nebbia” caratteristico degli elettrotreni veloci di lusso, che dopo decenni rompeva lo schema marrone da treno operaio.
Una cosa è certa: i treni viaggiavano qualunque fosse la condizione atmosferica, e specialmente con neve e ghiaccio: negli impianti a rischio, specialmente in Piemonte, Alto Adige, Abruzzo, sui Giovi, sulla Pontremolese, erano dislocati spazzaneve, spesso ricavati da vecchi locomotori elettrici in disuso risalenti ai primi anni del ‘900, mentre anziane locomotive a vapore, accese per garantire la riserva, si annunciavano nel bianco dei piazzali con le loro esili colonne di fumo. Appositi raschiaghiaccio erano montati sui pantografi, si iniziavano ad installare deviatoi riscaldati.CC Neve 2018.11.001Particolare attenzione era dedicata alla cosiddetta Direttissima Bologna – Firenze, via Vernio, la linea inaugurata nel 1933 senza la quale l’Italia sarebbe stata tagliata in due, ed all’antica Bologna – Firenze via Porretta, a binario unico, dal profilo planoaltimetrico difficile ma che costituiva una parziale alternativa in caso di interruzioni alla Direttissima: lo dimostrò in uno dei momenti peggiori della nostra storia, quello degli attentati ai treni, in particolare quello dell’Italicus avvenuto nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1974 e del Rapido 904, del 23 dicembre 1984, e di tragici incidenti come quello avvenuto il 15 aprile 1978 e che coinvolse l’Espresso 572-bis Bari – Trieste (che non sarebbe dovuto transitare di là, ma che il destino ha voluto instradato via Caserta – Roma – Firenze a cusa del crollo di un ponte sulla linea Adriatica) ed il Rapido 813 “Freccia della Laguna” Trieste – Roma.
Tornando al meteo, a parte precipitazioni nevose di portata insostenibile, il sistema funzionava, primariamente grazie alla dedizione ed alla competenza di tecnici e personale.
Intendiamoci: non è che in passato le ferrovie fossero una meraviglia, anzi. A partire dal fatto che i viaggiatori, detti utenti, venivano trattati come pezze.
Ma come funziona il traffico ferroviario oggi, in caso di neve? Semplice: dopo varie cure, risanamenti, centostazioni, le ferrovie che si sono messe a giocare con la finanza immobiliare, la rete snella, vale a dire che non consente più retrocessioni o spostamenti di incroci in caso di necessità, è stato istituito un sistema di allerta gialla/arancio/rossa.
Attenzione: il sistema non prevede diversi gradi di intervento, ma diversi livelli di soppressione del traffico.
Prendiamo la Liguria, regione dall’orografia ferroviaria particolare: se l’allerta è arancione/rossa i treni vengono preventivamente soppressi nella misura del 50 per cento. Non solo i regionali ma anche quelli in transito, per dire un Torino – Roma.
Intendiamoci: allerta significa che potrebbe nevicare, secondo le notizie provenienti “in varie fasi sulla base delle previsioni dei bollettini meteo emanati dalla Protezione Civile”. Se, invece, dovesse nevicare davvero il blocco sarebbe totale. Così è se vi pare.
Del resto, proprio l’anno scorso un treno rimase bloccato sulla linea dei Giovi a causa del ghiaccio sulla linea elettrica di alimentazione. Ed in soccorso qualche genio inviò … una locomotiva elettrica. Che si inchiodò a propria volta, costituendo un ulteriore intralcio quando, ore dopo e passeggeri stremati, venne finalmente inviata un locomotiva Diesel.
Il bello è che, sotto la denominazione “Piano Neve e Gelo 2018/2019”, il tutto è stato presentato nei giorni scorsi agli organi di informazione “per gestire al meglio la circolazione ferroviaria in caso di criticità legate al maltempo”.
Sotto il profilo tecnico le riduzioni verranno programmate e annunciate il giorno precedente eventuali dichiarazioni di allerta, ed il piano sarà attivato a partire dai due giorni precedenti la dichiarazione di allerta meteo. Notare: precedenti.
Tra i molti aspetti incomprensibili si situa anche l’impiego di 170 addetti straordinari per ogni turno di lavoro, annunciato da Rete Ferroviaria Italiana per la gestione delle emergenze, il mantenimento in efficienza di impianti ferroviari e stazioni, le informazioni al pubblico, la gestione della circolazione. No fateci capire: se tutto è soppresso, se regna il silenzio sotto la coltre bianca, di quale circolazione stiamo parlando?
Il comunicato stampa di RFI si conclude rendendo noto che variazioni e soppressioni saranno tempestivamente comunicate utilizzando tutti i canali informativi del Gruppo: siti web, account sui social, biglietterie, uffici di assistenza, tabelloni elettronici e annunci sonori.
Naturalmente. Già immaginiamo la scena: Genova Sturla, ore 07:50, il tabellone annuncia dapprima un ritardo di 10′, che salgono a 15′, a 20′, a 30′ … Ed infine ecco l’annuncio: “Il treno, Regionale 2299, proveniente da Genova Piazza Principe e diretto a La Spezia Centrale previsto in arrivo per le ore 07:25, oggi, non è stato effettuato causa avverse condizioni meteo. Ci scusiamo per il disagio.”

Alberto C. Steiner

Shamballa esiste, e vi si costruiscono case

CC 2018.10.17 Casa 3D 001Mentre mistici e filosofi continuano a cercare invano la sua forma a fior di loto nel nord dell’India, vagheggiando, a dimostrazione di quanto abbiano lasciato andare l’attaccamento alla materia, case d’oro e d’argento tempestate di gemme preziose, gli ingegneri l’hanno trovata.
È in Romagna, a Massa Lombarda, e, sorpresa: non esiste la macchinina che con la forza della mente sforna la salsapariglia e i maglioncini di cachemire tanto cari ai gauchistes ecochic, e che ho sempre immaginato come la gloriosa Imperia con cui le nostre mamme e nonne facevano la sfoglia in casa.
Molto più realisticamente, vi si costruiscono case in terra cruda, calce idraulica, paglia e lolla di riso grazie a Crane Wasp, stampante 3D di ultimissima generazione realizzata da Wasp, azienda leader nella progettazione e produzione di stampanti tridimensionali utilizzabili in svariati settori, edilizia compresa.
E, mediante la stampa digitale tridimensionale ed utilizzando nella miscela del processo additivo materiali locali e prodotti di scarto della lavorazione del riso, è stata realizzata un’abitazione prototipo, non casualmente chiamata Gaia, durante una manifestazione dimostrativa tenutasi presso la sede di Wasp il 6 e 7 ottobre scorsi e denominata, non senza ironia, “Viaggio a Shamballa”.
Merita una menzione l’indispensabile apporto della startup biellese RiceHouse, attiva nel settore dei materiali per bioedilizia utilizzando terra cruda, calce, paglia e lolla provenienti come scarti dalla lavorazione riso. Questa tecnica, ecosostenibile e di ultima generazione, ha consentito di contenere i costi del materiale, utilizzato per realizzare l’edificio dimostrativo, assommante 20 metri quadrati di piano di calpestio, in soli 900 euro.
Per chi volesse approfondire linkiamo questo interessante filmato: https://youtu.be/KS1mb8QVE-E dal quale proviene l’immagine sottostante.CC 2018.10.17 Casa 3D 003Il prototipo Gaia, così denominato in ragione dell’utilizzo della terra cruda quale principale legante della miscela, è il prodotto di un’innovativa tecnologia 3D printing che privilegia l’impiego di fibre vegetali e materiali naturali di scarto provenienti dalla produzione risicola.
Composta al 25% da terreno prelevato in sito (costituito per il 30% da argilla, per il 40% da limo e per il 30% da sabbia), per il 40% da paglia di riso trinciata, per il 25% da lolla di riso e il 10% da calce idraulica, la miscela viene posata in strati additivi portando all’estrusione della parete perimetrale della struttura per complessivi 30 m2 di involucro circolare, spesso 40 cm e completo dei sistemi di ventilazione naturale e dell’isolamento termo-acustico, finito mediante una stratigrafia di copertura in legno, isolata con calce e lolla di riso, rasato internamente con argilla e lolla di riso ed infine levigato e oliato con olio di lino.CC 2018.10.17 Casa 3D 002Ciò rende superfluo installare impianti di riscaldamento e condizionamento, poiché l’interno dell’edificio garantisce temperatura adeguata ed elevato livello di salubrità, grazie anche ad un massetto contro terra appositamente studiato per l’isolamento termico ed anch’esso in calce e lolla di riso, che permette di classare energeticamente in A4. Curato, infine, anche l’orientamento a sud-ovest, con la posa di un’ampia vetrata che, oltre ad ottimizzare la luce naturale, consente di sfruttare l’apporto passivo del sole.

Alberto C. Steiner

Ernährungssouveränität: l’Austria sceglierà la sovranità alimentare?

Italiland: in riferimento è all’incorporazione di Monsanto da parte di Bayer alcuni organi di stampa legati al ministero delle politiche agricole e forestali ed alla Coldiretti (il virgolettato è di Agronotizie del 12 corrente ma in rete non mancano altre genuflessioni) porgono “Un sincero augurio alla nuova organizzazione aziendale, la quale dovrà cercare di integrarsi il più velocemente ed efficacemente possibile … perché le sfide che l’attendono nei prossimi anni … sono e resteranno particolarmente acri” avvertendo che “Si preparino in Germania, perché già fioriscono da tempo i nomignoli affibbiati dal mondo ecologista più oltranzista alla nuova realtà aziendale … se prima la Casa di St.Louis veniva chiamata Monsatàn, dai chiari contenuti demoniaci, ora il nuovo eco-brand che si ritiene andrà per la maggiore diventa Belzebayer … fantasie sataniche e un po’ morbose, emblema di una mentalità così distorta da ritenersi irrecuperabile.”CC 2018.06.19 Nachmarkt 001.jpgMentre in Italiland accade questo, in Austria con questa nota: “Die Kriterien für diese Maßnahmen müssen die Nahrungsmittelsouveränität, die Sicherstellung gesunder und unbedenklicher1 Lebensmittel in ausreichender Menge und zu niedrigen Preisen, der Schutz der Umwelt und der Natur sowie die Verhinderung von Landflucht durch die Gewährleistung menschenwürdiger Lebensbedingungen sein” il governo federale comunica che potrebbe prendere la decisione di provare a rendere il paese autonomo sotto il profilo agroalimentare.
La nota, tradotta in italiano, significa: “I criteri ispiratori per queste misure sono la sovranità alimentare, la garanzia di alimenti sani (nel testo originale unbedenklicher, innocui), in quantità sufficiente ed a prezzi bassi, la protezione dell’ambiente e della natura, nonché il contrasto (nel testo originale Verhinderung, prevenzione) all’esodo rurale attraverso la garanzia di decenti condizioni di vita.”
La decisione potrebbe essere presa a seguito di due studi, uno prodotto dalla viennese Boku, Globalen Wandel der Universität für Bodenkultur, e l’altro da FiBL, Forschungsinstitut für Biologischen Landbau, il prestigioso istituto di ricerche sull’agricoltura biologica attivo da oltre un quarantennio in Austria, Svizzera e Germania.
Sulla carta entrambi gli studi dimostrano che gli Austriaci potrebbero essere autosufficienti dal punto di vista agroalimentare e che il paese sarebbe già oggi in grado di convertire la propria produzione agricola totalmente al biologico, purché ciò avvenga nel rispetto di due condizioni: che perdite e sprechi di cibo siano ridotti del 25% (attestandosi sul 7%) e che il consumo di carne diminuisca del 10%.
Nelle analisi, non dissimili da ricerche analoghe aventi come tema lo sviluppo sostenibile, compaiono però alcuni interessanti spunti di riflessione. Oltre alle problematiche di carattere ambientale, evidenziate dalla prevalenza di territorio montano che rappresenta ben il 60 per cento della superficie nazionale, ed alla riduzione delle biodiversità, l’accento è marcato sull’eccessiva pressione alla quale sono assoggettate le aziende agricole per effetto dell’enorme competizione internazionale, che ha portato, non solo nei paesi europei, al declino delle imprese, una china apparentemente inarrestabile e la cui evidenza è sempre più difficile da ignorare.
Va sottolineato che in paesi come Austria (8.700.000 abitanti) Svizzera (8.300.000) Danimarca (5.700mila) e Olanda (17 milioni) dove ben salda è la cultura ambientalista e dove l’agricoltura è percepita come patrimonio comune, è agevole operare perseguendo qualità e sostenibilità. Tanto è vero che è proprio da questi territori che negli ultimi anni giungono segnali e suggerimenti per una tutela dell’agricoltura ed una diversa cultura alimentare.
Resta inteso che gli austriaci non rinunceranno ad importare cacao per la Sachertorte…

Alberto C. Steiner

Quando CondiVivere significa solidarietà

Lo riconosco: quando, nell’aprile 2013, scelsi CondiVivere per identificare l’attività del Cesec, Centro Studi Ecosostenibili, nell’ambito del cohousing e conseguentemente della bioedilizia, delle energie rinnovabili e, più in generale, dell’ecosostenibilità, ebbi un colpo di genio.
Con buona pace di chi afferma che bisogna lasciar andare l’ego – e perché mai visto che da piccolo, oltre al lego, avevo anche il trenino e il meccano? – diedi origine ad un nome evocativo.CC 2018.03.22 Fondazione CondiVivere 001E sono lieto di sapere che altri abbiano seguito le mie orme, per esempio la Fondazione CondiVivere Onlus con sede a Bresso, vicino Milano, di recente formazione e con la quale non c’entro nulla.
Ne ho scoperto l’esistenza fortuitamente in ragione di una pubblicità apparsa su Facebook e, incuriosito, ho voluto approfondire. Ho così scoperto che svolgono un’attività interessante nell’ambito dell’accompagnamento di persone con deficit cognitivo affinché trovino una dignitosa collocazione in ambito relazionale e lavorativo.
In particolare attraverso Scuola delle autonomie, un progetto finalizzato alla formazione delle competenze, utili perché le persone possano vivere in modo il più autonomo e indipendente possibile, in particolare proponendo un itinerario che, dopo la scuola, vada a colmare il vuoto progettuale che spesso si lamenta in questo periodo di vita della persona con deficit e che crea le premesse a situazioni di esclusione e segregazione.
Un’altra iniziativa è L’emozione di conoscere i sapori, laboratorio e punto vendita di prodotti alimentari biologici di qualità, aperto nel quartiere Dergano, a Milano, e gestito da un gruppo di adulti disabili e di operatori, che lavorano insieme con l’obiettivo di costruire un’esperienza di imprenditoria etico-solidale e di inclusione sociale lontana da una logica assistenzialistica.
Nello spazio aperto nel dicembre 2016, oltre ad offrire verdura e frutta, formaggi e salumi, pasta e riso, olio, marmellate, legumi, farine, birra e vino, succhi, prodotti tipici regionali e a chilometro zero in collaborazione con produttori locali e gruppi di acquisto solidali, si promuovono iniziative culturali e sociali, eventi di degustazione, mostre e presentazione di libri, laboratori per bambini e spettacoli teatrali.
La Fondazione si segnala infine per un progetto di cohousing che intende sviluppare la convivenza fra persone con e senza disabilità.CC 2018.03.22 Fondazione CondiVivere 002Il sito della Fondazione è condivivere-onlus.org e una cosa è certa: ora che so dell’esistenza di questa realtà, oltretutto prossima a Milano, la osserverò con attenzione e, poiché non sono nuovo ad esperienze di volontariato, non è escluso che possa apportare il mio contributo.

Alberto C. Steiner

Profumo di pane: dall’abbandono all’eccellenza

Nel suo libro Io faccio così, viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia (Chiarelettere, 2013) Daniel Tarozzi racconta storie di microeconomie, che non fanno più parte dell’aneddotica ma delle quali non troviamo notizia sui media impegnati a darci oggi il nostro nemico quotidiano informandoci su chi scanna chi, e che stanno silenziosamente consolidando una mentalità diffusa che valorizza il territorio e le competenze delle persone, spesso promuovendo lavori all’insegna dell’ecocompatibilità, del risparmio e della qualità della vita.
Della storia che stiamo per raccontare ci perviene una notizia datata 2013, ma l’origine risale addirittura al 1999. Perciò, prima di pubblicare, vogliamo verificare. E siamo felici di scoprire che ad oggi l’attività è più che mai viva e fiorente.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 001.jpgSanta Rita, nelle campagne attorno a Caltanissetta, è un borgo agricolo. Molto d’atmosfera e romantico, ma colpito dall’inesorabile abbandono che lo accomuna agli innumerevoli paesi fantasma italiani.
Aprire un panificio in un posto così è da pazzi, e infatti il pazzo c’è, risponde al nome di Maurizio Spinello ed ha fatto una scommessa, primariamente con se stesso. Piuttosto che andarsene come hanno fatto in tanti, o svolgere una stentata attività agropastorale, ha optato per una terza possibilità: aprire un forno e fare il pane. Cosa che avviene a partire dal 1999 grazie all’aiuto dei genitori e ad un prestito bancario.
Ma il suo non è un forno qualsiasi, perché grazie alla ricerca ed al recupero dei grani antichi siciliani Russello, Tumminia, Bidì, Maiorca, Perciasacchi ricavati da molitura a pietra, e con la sola aggiunta di sale, acqua e pasta madre viene preparato un pane seguendo il metodo tradizionale che prevede lievitazione lenta e cottura nel forno caricato con legna di mandorlo e di ulivo.
Anche la ricerca del mulino è stata laboriosa e tendente ad escludere tutti quelli industriali, che surriscaldano il grano durante la molitura. La scelta ha favorito un mulino di Castelvetrano, caratterizzato dalla lavorazione tradizionale a pietra.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 002I prodotti sono certificati Aiab, ed entrare nel forno di Maurizio Spinello significa essere inebriati dagli aromi di pane, legno di ulivo, terra, mandorle, lavanda, rosmarino, vino.
L’attività ha conseguito numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e, tra le numerose attività collaterali svolte, segnaliamo seguitissimi corsi di panificazione e la manifestazione Cibo che unisce, organizzata ogni ultima domenica del mese. Questa fiera del biologico fa incontrare aziende, consumatori ed appassionati siciliani (e non solo, considerata ormai la notorietà dell’evento) e comprende momenti di convivialità, musica, spettacoli teatrali e confronti tra i vari produttori che arrivano a radunare nel piccolo borgo fino a duemila persone.
Per finire, ma è un modo di dire perché in realtà, quando si è sorretti dalla passione e dalla creatività, non è mai finita… da qualche anno è in corso un’attività di agriturismo resa possibile dall’acquisto degli edifici abbandonati, oggetto di restauri accurati nel rispetto delle caratteristiche locali.
Precisiamo che questo non è un articolo redazionale, non pubblicihiamo quindi contatti ma solo questo link ad un gradevole filmato caricato su Youtube. Chi fosse interessato ad approfondire trova in rete ampia messe di riferimenti, tra questi il sito, e la pagina su uno dei più seguiti social network.
C’è indubbiamente qualcosa di magico in tutto questo. Quella magia, quell’alchimia che derivano dalla capacità di sognare, dall’intelligenza emotiva sorretta da pragmatismo, concretezza e determinazione.
Per quanto ci riguarda è l’ennesima dimostrazione che, nel rispetto di determinate condizioni, il recupero di borghi disabitati non solo è possibile ma può costituire una piacevole e redditizia fonte di attività.
A condizione, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di mettere mano al portafogli senza aspettarsi o, peggio, pretendere, che scenda la manna dal cielo sotto forma di stato assistenziale che deve dare, assegnare, promuovere, tutelare, garantire. Nel Medioevo prossimo venturo più che mai audentes Fortuna iuvat, il resto sono solo giochi da salotto ecochicbiobau.

Alberto C. Steiner

Un ringraziamento particolare a Rosa Kaska per avere pubblicato sulla propria pagina Fb la notizia che ci ha incuriositi.
Riferimenti: Foodscovery, Il Gambero Rosso, Italia che cambia, Tempi e Terre, Tripadvisor.