Non finisce qui: scriverò a Legambiente!

CC 2018.07.05 San Vigilio 001Ecco bravo, fatti prendere per la goletta.
I milanesi d’antan ricorderanno, se lettori del Corriere, il fastidiosissimo Carlo Radollovich. Incarnava perfettamente lo stereotipo di “quello che scrive ai giornali” per ogni puttan… ehm, inezia. Un’indagine avviata per soddisfare la curiosità dei lettori appurò che, anziano, tutto d’un pezzo, di profonda cultura e spaccapalle fin da giovane, non aveva un accidente da fare. Quando non scriveva ai giornali infastidiva il vicinato.
Diventerò così? Può essere, anche se non ho mai sopportato quelli che con tono ieratico annunciano che scriveranno ai giornali, chiameranno il Gabibbo o, ancora peggio, i carabinieri: lì mi sale addirittura l’odore del napalm alla mattina, a prescindere dalla ragione del contendere.
Mi fa quindi ridere l’esortazione della Goletta dei Laghi: “SOS Goletta: Per segnalare casi di inquinamento è possibile inviare una email a *email* con una breve descrizione della situazione, l’indirizzo e le indicazioni utili per identificare il punto, le foto dello scarico o dell’area inquinata e un recapito telefonico.”
E i reparti speciali di Legambiente, garantito, interverrranno prontamente, come folgore dal cielo e come nembo di tempesta, a … a fare che? Con quale facoltà e autorità? La risposta è: nulla.
Cerchiamo quindi quali siano le alternative con facoltà di legge. Scopriamo così quanto ben strano sia il motore di ricerca Google. Digitando la chiave di ricerca “lago garda segnalare casi inquinamento” le prime due schermate di riferimenti riguardano Legambiente, nulla è lasciato a polizia locale, carabinieri o Arpa, nemmeno digitando “come segnalare casi inquinamento lago garda” ovvero provando con “a chi segnalare casi inquinamento lago garda” e, infine, nemmeno provando il disperato “autorità alle quali segnalare casi inquinamento lago garda”.
Sempre i gialli paladini escono ai primi posti. Che sembra prediligano la sponda veronese a quella bresciana, della quale hanno indicato 8 punti inquinatissimi contro i 3 veronesi, assolvendo Peschiera (!) e, come sempre, la costa trentina, per definizione bella, bio e pura siccome un giglio.
Dice: voi siete prevenuti. No, noi ci basiamo sul fatto che, storicamente, molte strasse, alias bandierine, rilasciate dal probo attributore di purezza hanno riguardato località inquinatissime, per esempio lungo la riviera romagnola o la costiera amalfitana piuttosto che il litorale versiliese, per citarne tre fra le tante.
Quindi ci dispiace ma, e lo affermiamo veramente malvolentieri, riteniamo assolutamente inattendibile, quasi un canard come si dice in gergo, quanto comunicato circa lo stato delle acque gardesane, e leggibile sul sito degli amici di VeronaGreen (Goletta dei Laghi 2018, 3 punti inquinati su 5 – 4 luglio 2081) piuttosto che sul quotidiano L’Arena (Allarme inquinamento in tre punti su cinque – 4 luglio 2018).

Alberto C. Steiner

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Ex-stazioni ferroviarie e occasioni perdute

Anche per Cadore e Ampezzano, come per altre località italiane particolarmente vocate al turismo, vale quanto cantò De Andrè in Bocca di Rosa: si è scoperta l’ecosostenibilità quando, dopo decenni di speculazione selvaggia, non era rimasto praticamente più nulla da ecosostenere.
Nel frattempo sono emersi due fenomeni: da una parte l’intento statale di fare cassa mediante l’alienazione di proprietà demaniali e pubbliche: aree coltivate e incolte, immobili e pertinenze ferroviarie; dall’altra la trasformazione in ciclovie dei sedimi ferroviari.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 003Sorte consimile è toccata anche alla Ferrovia delle Dolomiti Calalzo – Cortina d’Ampezzo – Dobbiaco, aperta all’esercizio il 15 giugno 1921 e, a pochi anni da un dispendioso rinnovo di mezzi e infrastrutture attuato in occasione delle olimpiadi invernali del 1956 e in difetto di ulteriori investimenti, chiusa definitivamente il 17 maggio 1964.
In proposito l’estensore della nota su Wikipedia, al paragrafo Declino e chiusura, afferma: “In breve tutto il materiale utilizzato dalla ferrovia (binari, traversine, cavi elettrici e piloni) fu fatto sparire e rivenduto dalla gente e dalle imprese del posto. L’unica eccezione è il ponte sul Felizon, ancora oggi presente come allora.”
Dopo anni di abbandono, parte del sedime è stato riqualificato come pista per lo sci di fondo e come ciclovia, della cui esistenza terrà conto lo studio di fattibilità previsto dal protocollo d’intesa siglato il 13 febbraio 2016 a Cortina d’Ampezzo dai presidenti del Veneto, Luca Zaia, e della Provincia Autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, volto ad avviare un’analisi finalizzata all’eventuale ripristino del collegamento ferroviario.
Affrontiamo l’argomento perché recentemente alcuni siti legati al mondo dei sistemi di trasporto hanno ripreso e commentato una vecchia notizia di stampa (in particolare: Corriere delle Alpi, 8 gennaio e 18 febbraio 2017) relativa alla messa in vendita di fabbricati un tempo al servizio della Ferrovia delle Dolomiti e la vicenda ci offre l’opportunità di proporre alcune riflessioni specifiche, ma estensibili ad un carattere generale, sulla dismissione di certo patrimonio immobiliare pubblico.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 001L’offerta di vendita immobiliare era promossa dall’Agenzia del Demanio e il bando, Protocollo 2016/18651/DR-VE Scheda LOTTO 36 – BLD0017 scaduto alle ore 16:00 del 24 gennaio scorso, riguardava, fra altri immobili e terreni non pertinenti al tema trattato, i fabbricati delle stazioni di Sottocastello e di Tai di Cadore, e due caselli.
I quattro fabbricati si presentano oggi nello stato di scheletro strutturale e necessitano per il recupero di radicali interventi di ristrutturazione. Gli immobili sono stati dichiarati di interesse culturale ai sensi dell’Art. 12 D.Lgs 42/2004, con sussistenza di prescrizioni per il recupero e la conservazione di eventuali elementi architettonici e decorativi, ed obbligo di comunicare l’intento della variazione della destinazione d’uso alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto, affinché possa accertarne la compatibilità con il carattere storico ed artistico.
Di seguito alcune particolarità dei beni offerti attraverso i dati desunti dal bando pubblicato dall’Agenzia del Demanio sul proprio sito e, alla data odierna (26.03.2017), ancora visionabile e scaricabile in formato pdf a questo indirizzo: https://venditaimmobili.agenziademanio.it/AsteDemanio/sito.php/immobile?id-immobile=7483.
33. Pieve di Cadore – Casello nelle vicinanze SS 51-bis località Roccolo
Catasto terreni Foglio 29 part. 174 – Catasto fabbricati Foglio 29 part. 174
Fabbricato composto da due corpi: il nucleo originario sviluppato su due piani fuori terra e sottotetto con struttura portante in muratura e l’attiguo ampliamento ad unico piano fuori terra con muratura portante in mattoni.
Solaio di copertura con struttura portante in legno a due falde e manto di copertura in lastre di acciaio ondulate. Privo di infissi ad eccezione del portoncino d’ingresso, e di impianti tecnologici.
Stato libero, superficie lorda 67 m2, prezzo richiesto € 16.000.
34. Pieve di Cadore – Casello in località Ronchi/cimitero e pertinenze
Catasto terreni Foglio 31 part. 139
Il fabbricato si sviluppa su due piani fuori terra e sottotetto con struttura portante mista muratura/mattoni.
Solaio di copertura con struttura portante in legno a due falde e manto di copertura in lastre di acciaio ondulate. Privo di infissi ad eccezione del portoncino d’ingresso, e di impianti tecnologici.
Stato libero, superficie lorda 48 m2, superficie scoperta 96 m2 catastali, prezzo richiesto € 11.000.
35. Pieve di Cadore – ex-Stazione di Sottocastello, fabbricato pertinenziale e relativa area
Catasto terreni Foglio 28 partt. 180-181-182 – Catasto fabbricati Foglio 28 part. 90 graf. 182
Il fabbricato si sviluppa su due piani fuori terra e sottotetto, è realizzato in muratura di pietrame, con tetto con struttura portante in legno a padiglione e manto in scandole di acciaio. Infissi in legno con vetro singolo e oscuranti. Immobile privo di impianti tecnologici.
Il fabbricato secondario accessorio si sviluppa su un piano fuori terra e presenta una struttura portante in muratura e copertura con struttura portante in legno e manto con guaina. Sprovvisto di impianti tecnologici.
Edifici asserviti da corte pianeggiante, in parte asfaltata e per il resto finita con ciottoli fluviali di media pezzatura.
Nel 2014 è stato effettuato un intervento di manutenzione straordinaria: rifacimento orditura secondaria, posa in opera di nuovo manto in scandole d’acciaio e pluviali.
Stato libero, superficie lorda edificio principale 104 m2, edificio secondario 18 m2, ex-latrine (demolite) 5 m2, superficie scoperta 450 m2, prezzo richiesto € 49.000
libero 49.000
36. Pieve di Cadore – ex-Stazione di Tai di Cadore, fabbricato pertinenziale con esclusione area di pertinenza già di proprietà comunale.
Catasto terreni Foglio 35 partt. 91-92 – Catasto fabbricati Foglio 35 part. 91 graf. 92
Il fabbricato si sviluppa su due piani fuori terra e sottotetto, è realizzato in muratura di pietrame, con tetto con struttura portante in legno a padiglione e manto in scandole di acciaio. Infissi in legno con vetro singolo e oscuranti. Immobile privo di impianti tecnologici.
Il fabbricato secondario accessorio si sviluppa su un piano fuori terra e presenta una struttura portante in muratura e copertura con struttura portante in legno e manto con guaina. Sprovvisto di impianti tecnologici.
Con Atto 2713 del 1.3.2006 è stata alienata al Comune di Pieve di Cadore l’area di pertinenza estesa per circa 226 m2 ora identificata al Foglio 35 mapp. 567. Con tale Atto il Comune si impegna vendere e autorizza l’Agenzia del Demanio a includere nell’asta di vendita l’area di pertinenza al prezzo di 60 €/m2 rivalutato annualmente e incrementato della stessa percentuale che sarà offerta per l’acquisto della stazione (il prezzo di cessione è pari all’attualità a € 15.607,56 cui va aggiunto il rialzo d’asta).
Stato libero, superficie lorda edificio principale 145 m2, ex-latrine 5 m2, superficie scoperta di proprietà comunale 226 m2, prezzo richiesto € 45.000.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 002Non si tratta del primo, bensì del terzo bando che va inesitato. La prima considerazione, tutto sommato non fondamentale, riguarda le richieste economiche: sono eccessive, fuori da ogni concetto di mercato e assolutamente incompatibili con lo stato di conservazione degli immobili, che costerebbe meno demolire e ricostruire identici, compresi fregi e pitture, piuttosto che restaurare. Per non parlare dei 15mila euro richiesti per … un piazzale asfaltato che (ci siamo informati) l’eventuale acquirente non potrebbe trasformare nemmeno in parcheggio a pagamento per trarne un minimo di recupero dell’investimento.
Ma c’è il vincolo, e qui scatta la seconda considerazione non trattandosi della Pietà di Michelangelo ma di edifici ridotti da far pietà. Il vincolo è pesante, non tiene conto della realtà oggettiva, pone severe limitazioni in termini di riuso dell’immobile, che viene “suggerito” di adibire ad attività al servizio del cicloturismo. Detto in altri termini: si chiede l’esborso di capitale privato, ponendo però limitazioni feudali alle definizioni funzionali.
Con un’attività, stagionale al servizio del cicloturismo si potrebbe anche campare ma occorrerebbe un quantitativo eccessivo di anni per recuperare l’investimento e, in una logica d’impresa, esistono altre attività che richiedono tempi minori per il recupero del capitale, specialmente qualora si sia sottoscritto un mutuo.
Aprire un bar o un posto di ristoro significherebbe inserirsi nella marea di quelli già esistenti, un Bed&Breakfast o altra attività ricettiva sono da escludere per impedimenti strutturali e amministrativi.
La cosa migliore da farsi, a nostro avviso, sarebbe quella di cedere in comodato trentennale gli edifici delle ex-stazioni ad affidabili associazioni impegnate nella tutela del territorio, nel turismo culturale magari attraverso il recupero delle testimonianze relative alla storia della ferrovia, nell’assistenza a portatori di disagio eventualmente valutandone la conversione residenziale. Magari dando loro una mano per il costoso recupero strutturale e impiantistico degli edifici.
Quanto agli ex-caselli, la loro superficie lorda è talmente ridotta che, in tutta obiettività e pur essendo sostenitori della conservazione delle memorie del passato, non riusciamo a prevederne nessun utilizzo pratico che non assomigli ad un chiosco, ed anche in quel caso soggetto agli oneri di demolizione, smaltimento, ricostruzione ed a quelli, successivi, della manutenzione.
Chi ha avuto la pazienza di leggere sin qui potrebbe domandarsi quali siano e occasioni perdute di cui al titolo. La prima, imperdonabile, è stata la chiusura della ferrovia. La seconda quella di lasciar trascorrere decenni prima di decidere cosa fare degli edifici di servizio. Le notizie d’archivio della cronaca locale traboccano di tentativi speculativi, arenatisi per una sola ragione: immobili e aree non erano suscettibili di garantire una remuneratività. E quindi tutto è stato lasciato andare alla malora. Ed ora in una visione miope si tenta di patrimonializzare quelli che, a causa del degrado, sono solo poco più che ruderi, per alcuni dei quali è stato altresì speso in anni passati denaro pubblico per opere straordinarie dettate dalla necessità della messa in sicurezza e dell’impedirne il degrado in quanto soggetti a vincolo.
Lo Stivale è pieno di immobili in queste condizioni, pensiamo solo alle ex-case cantoniene dell’ANAS per tacere degli innumerevoli caselli ferroviari, a volte situati in località incantevoli (diciamolo: quelli più incantevoli sono già stati presi). Ma fino a quando lo stato e le sue emanazioni pretenderanno che il privato acquisti con i propri soldi, per poi soggiacere ad un’infinita serie di limiti, divieti e dinieghi alle facoltà di utilizzo, gli immobili continueranno a sgretolarsi preda di intemperie, vandali e disperati.

Alberto C. Steiner

Giornata delle Ferrovie Dimenticate: un insulto all’ecosostenibilità

Pubblichiamo, riprendendolo dal sito Archeologia Ferroviaria, questo articolo di Lorenzo Pozzi, appassionato studioso di trasporti su rotaia: un’analisi spietata ma realistica della Giornata delle Ferrovie Dimenticate.af-2017-03-02-ferrovie-dimenticate-001So che questo articolo attirerà consensi, ma anche critiche, degli amici esperti di Archeologia Ferroviaria. Ma quello che penso e, fino a prova contraria, non posso farci niente è che la giornata delle ferrovie dimenticate celebra, con la patente dell’ecosostenibilità, lo scempio delle ferrovie italiane.
Del resto è da quando mi interesso di trasporti su rotaia, si può dire fin da bambino, che sento ripetere la frase: “Il treno lo prendono studenti, militari, poveracci e sfigati” sottintendendo che “chi può” usa l’auto. E questo la dice lunga sull’importanza sociale e culturale che in Italia è da sempre attribuita ai trasporti pubblici.
Prima di scrivere questo articolo mi sono documentato, in particolare sui siti di Legambiente e Co.Mo.Do., Confederazione Mobilità Dolce, trovandovi affermazioni come questa: “Percorsi dove un tempo correvano i treni e che oggi sono stati sapientamente trasformati in piste ciclabili, sentieri pedonali e strade da percorrere anche a cavallo.” Sapientemente?
O questa: “In Umbria il percorso è quello che va da Spoleto a Norcia, il mitico ‘Gottardo dell’Umbria’, entrato in esercizio nel 1926 a trazione elettrica e chiuso nel ‘68. Su Ferroway e TRamway, i 51 km di tracciato passano attraverso un territorio accidentato, con una galleria di valico e varchi scavati nella gola del fiume Nera. In Toscana si fa trekking lungo la via della cremagliera da Saline a Volterra, uno splendido itinerario panoramico da godersi nel pieno silenzio.”
Questa è finta ecologia, quella che finisce per danneggiare l’ambiente. Non esistono giustificazioni né tecniche, né economiche, e nemmeno sociali per smantellare le sedi ferroviarie convertendole in piste ciclabili.
In Italia vi sono state vere e proprie mattanze di linee ferroviarie, a partire dagli anni ’30 del secolo scorso quando molte ferrovie (Menaggio – Porlezza, per dirne una) e tramvie interurbane furono convertite in servizi automobilistici: la Milano – Binasco – Pavia, per esempio, o quelle della bassa cremonese giusto per citarne un paio. Le decimazioni proseguirono tra la fine degli anni ’50 e il decennio successivo: Ferrovia delle Dolomiti, Ora – Predazzo, l’ineguagliabile Spoleto – Norcia, Voghera – Varzi, Piacenza – Bettola, valli Brembana e Seriana, Stresa – Mottarone, Intra – Premeno, per tacere delle tramvie, prime fra tutte Milano – Monza e Monza – Trezzo – Bergamo.
Il trucco è vecchio ma funziona sempre: si impoveriscono i servizi di una linea ferroviaria con orari senza senso e corse ridotte, assenti o sostituite da autoservizi. La domanda di trasporto inevitabilmente crolla e ciò giustifica la soppressione della linea.
Ma all’eliminazione di una ferrovia con una scarsa domanda, dovuta ad un’offerta scientemente pessima, non si risponde con una ciclovia. In Piemonte, dove in pochi anni è scomparsa quasi la metà delle ferrovie, soprattutto in quelle Langhe dichiarate patrimonio Unesco, nessun pendolare percorrerebbe in bicicletta i 45 km della Alessandria – Castagnole o i 52 della Asti – Castagnole – Alba. Ed ecco quindi gli autobus o l’auto privata, che rappresentano l’88% degli utilizzi e che vanno ad intasare strade già trafficate incrementando tempi di percorrenza, consumo di combustibili fossili, inquinamento, disagi.
La pista ciclabile è un giocattolo, va detto una volta per tutte. Ottima per trascorrere il tempo libero sentendosi ecotrendy. E dietro alla pista ciclabile, esattamente come per la caccia, c’è un impressionante indotto mercantile: bici, accessori, abbigliamento. Oltre alla costruzione delle piste stesse, che non infrequentemente sono costate come autostrade.
Tornando ai lampi di genio di Legambient e soci, questo merita una citazione: “In Lombardia, le iniziative più divertenti sono ‘Inseguendo il treno in bicicletta e a piedi’ che interessa la tratta Verona-Bologna e da Bergamo a Paratico lungo il percorso del Treno Blu.” A parte che la Verona – Bologna non è in Lombardia, un consiglio: seguite il treno, non anticipatelo. Soprattutto non in mezzo ai binari.
Non manca la citazione dei treni turistici di Fondazione FS lungo la cosiddetta Transiberiana d’Italia, la Sulmona – Carpinone, indicata come ferrovia molisana anche se da Sulmona a Castel di Sangro, cioè per il 60% del percorso, siamo in Abruzzo.
Non mancano, in verità, manifestazioni per promuovere la riattivazione di ferrovie dismesse, come la tratta Aosta – Pré Saint Didier o la Fano-Urbino, ma rappresentano una sparuta minoranza.af-2017-03-02-ferrovie-dimenticate-005E tutto questo fa venire in mente quanto siano lontane dalla mente di politici ed “esperti” la Val Venosta e la Merano – Malles, un ramo secco da meno di 200 passeggeri al giorno che oggi ne trasporta 6.000, con un servizio di noleggio di biciclette per raggiungere le valli laterali.
Questa è l’ecologia di cui abbiamo bisogno, non i vaneggiamenti faraonici di una ciclabile dalla Liguria al Lazio (La Stampa, 17 febbraio 2017).
“No alla pista ciclabile. Qui servono i treni” dichiaravano nel gennaio 2015 i sindaci dei paesi attraversati dalle dismesse Asti – Alba e Castagnole – Alessandria, ribadendo: “l’assoluta necessità del servizio ferroviario per la sua valenza storica e culturale e per la sua straordinaria attualità funzionale in chiave di valorizzazione turistica del territorio Langhe Roero e Monferrato insignito del riconoscimento Unesco” confermando che sono le ferrovie, e non le ciclabili, a svolgere un insostituibile ruolo per il trasporto pubblico locale e ad essere un prezioso elemento di sviluppo turistico (La Stampa 26 gennaio 2015).

Lorenzo Pozzi

Link all’articolo originale: https://archeologiaferroviaria.wordpress.com/2017/03/02/ferrovie-dimenticate-esistono-sono-quelle-locali-che-la-gente-prende-ogni-giorno/