Dall’immondo virus il nuovo Rinascimento

Precisazione: il tema di questo scritto lo rende compatibile con la pubblicazione sia su CondiVivere sia su La Fucina dell’Anima.CC 2018.08.01 Letame 003Dall’8 marzo a ieri, 26 maggio, ho avuto pochissime occasioni di misurarmi con i talebani della mascherina e del guanto.
La prima fu quando, all’ingresso di un supermercato, ricevetti l’applauso di un medico che, allorché illustrai alla guardia di porta il reale concetto di contaminazione traslandolo ai cervelli, disse: “Applauso al signore che ha detto quello che io, come medico, non posso permettermi di dire.”
La seconda fu quando smisi di frequentare quello stesso supermercato perché una ragazzetta dello staff credette di potermi tenere un sermoncino sull’uso della mascherina.
La terza fu per strada quando venni apostrofato da uno di quei vecchi che in vita – era già morto ma non lo sapeva ancora – furono uomini tutti d’un pezzo, tipico il caso dell’ex-militare di carriera che, lui sì, saprebbe come mettere a posto e far rigare dritta questa ciurmaglia di drogati, senzadio, culattoni e, va da sé, comunisti.
È nota la mia avversione ai rossi, ma non mi sognerei mai di farli rigare dritti, mi accontento di fare ciò che posso per contribuire alla loro estinzione.
La quarta fu ieri, tanto per cambiare in un grande magazzino, ed inutile fu il mio tentativo, certamente non attuato con tono di voce mellifluo o remissivo, di far ragionare il tizio di turno: esaurito il mio brevissimo accenno al concetto di manipolazione l’unico neurone rimasto del suo cervello in libertà vigilata lo coartò ad affermare: “Si-ma-lei-deve-me-t-tere-la-ma-s-che-rina.”
E mentre l’ignoto schiavo respirava i propri miasmi rabbiosi, resi mefitici e, nel prosieguo d’uso, letali proprio grazie alla piccola strassa, da taluni orgogliosamente indossata nella versione tricolore, io uscivo con il cuore in festa nel sole e nell’aria frizzante, odorando l’afrore di alcuni alberi di fico e mappando a futura memoria un cospicuo rovo di more.
Tornato nel centro dell’antica minuscola città che mi ospita, scoprendomi assetato mi dirigevo verso un pub, trovandolo chiuso ma nel contempo scoprendo proprio di fronte un graziosissimo ristorantino con pareti in parte di pietra faccia a vista, illuminate dalla luce diffusa e calda di lampade sapientemente posate, ed in parte affrescate con richiami etruschi ed alla pompeiana Villa dei Misteri in armoniosa commistione.
Grazie alla mia disposizione d’animo – chiamatela, se preferite, vibrazione – ho cocreato una realtà di tempo dilatato, priva di costrizioni paranoiche e costituita da un aperitivo morbidamente fluito in un imprevisto pranzo scandito da un servizio ineccepibile, cordiale ed ammirevole, allietato da ottimo cibo, gradevolissimi vini ed un’interessante conversazione con un altro, sconosciuto, avventore.FDA 20200527 002Tutto questo mi ha portato a considerare quanto io, nonostante me la prenda per dovere civico con untori e dittatorelli vari, sia in realtà felice che si sia scatenata questa presunta pandemia all’insegna di un non-virus strumento per manipolare quegli esseri che anelavano alla prigione, ad essere trattanti da poppanti da un padrone che dicesse loro cosa fare e cosa non fare con la minaccia di bacchettare sul popò i trasgressori.
Sono felice di aver rimosso zavorra costituita da persone e sovrastrutture inutili, sono felice perché sto progettando un futuro lavorativo all’insegna di progetti che mi evocano le luci e gli odori del bosco.
Sono infine, ma dico anche purtroppo, felice di constatare come ciò che dal novembre scorso costituì lo scenario di visioni e viaggi nell’altrove stia puntualmente accadendo, a partire da febbraio.
Dapprima con la prigionia coatta, accompagnata da un costante fremito di scosse telluriche (e non abbiamo ancora visto quelle vere: arriveranno) e, nel prosieguo, di vessazione in vessazione mistificata da misura di prevenzione sino ad oggi, con il tentativo maldestro di istituire un corpo di guardie rosse in forma di assistenti civici con il compito di delatori, segnalatori al Sant’Uffizio di streghe, untori ed eretici in una parossistica tensione e tenzone che metterà contro fazioni dell’appecorata plebe, ancora oggi orgasmicamente attratta dai roghi in piazza, provvista di un cervello i cui 1.500 grammi di peso servono solo ad alzare il baricentro, incapace di discernimento, impaurita ed ignorante, impaurita proprio perché in cambio di un piatto di lenticchie, di plastica, ha permesso che la si tenesse nell’ignoranza.
Molto ancora accadrà, prima della resa dei conti, ed assisteremo all’ultima vanagloriosa ascesa, prima della rovina finale, di esperti del nulla, di dittatori pagliacci, di sbirri che dichiarano di essere dalla parte della gente ma intanto intascano i trenta denari di indennità.
Anche la natura farà il suo corso ma non, come affermato da Galimberti, perché sia matrigna, vendicativa e incazzosa come il dio misogino dell’antico testamento: farà il suo corso perché è nell’ordine delle cose, perché questo esserino, questo omuncolo antropocentrico, non ha ancora capito che può essere spazzato via in ogni istante, e che i danni che ha inferto a Madre Terra sono solo ferite superficiali.
Mentre il pecorame, esattamente come più volte accadde in passato, si compiace della dittatura incipiente, il conto karmico di tutto è in arrivo una volta per tutte. Fateci caso, se non siete distratti dalle notizie terroristiche: ogni giorno emerge in superficie un pezzo di schifo, una parte della crosta immonda: dai bambini di Bibbiano a quelli del Forteto, dalla verità sui vaccini a quella delle reali cause delle morti attribuite al virus e via enumerando.
E non serve il lavoro di Guglielmo Cancelli e dei suoi laidi scherani e lacchè per far sì che si rimanga in pochi: 90/10.
E quando lo saremo, in pace, tra anime giuste e menti in buona salute, balleremo sulle macerie di questa farsa da avanspettacolo, prima di rimboccarci le maniche per ricostruire un mondo migliore, il nostro mondo.
Lasciando alle torme di sub-umani le puteolenti suburre urbane, agli zombie dalla faccia incrostata di terra e sangue rappreso i falò nelle stazioni delle metropolitane ridotte a riparo, agli esegeti della mascherina gli episodi di cannibalismo.CV 20200527 001Quelli come noi saranno i protagonisti del nuovo Rinascimento delle anime e del territorio, coloro che abbandoneranno il carico antropico dei grandi agglomerati, e presumibilmente anche di quelli di medie dimensioni, estesi in quella provincia della quale un tempo si disse che era sana, senza sapere del verminaio che prolificava sotto la superficie.
Molti di noi andranno ad occupare i quasi due milioni di case su 4,3 milioni oggi disabitate, in contesti insediativi che nel tempo antecedente il morbus gravis vennero ritenuti disagiati, svolgendo lavori creativi e portando innovazione sostenibile, sperimentando l’economia collaborativa e la condivisione di spazi, beni e servizi.
Lavorare nella e per la comunità, prendersi cura delle persone, costruire esperienze in borghi di poche centinaia di abitanti sperimentando nuove relazioni con il territorio circostante ed integrando energie rinnovabili ed efficienze energetiche costituirà la fase applicativa della nuova visione.
Le opportunità offerte, tra tradizione e innovazione, peculiarità locali e sviluppo globale costituiscono un patrimonio che riguarda oltre la metà del territorio nazionale ed il 70 per cento dei 7.954 comuni: ciò permetterà di valorizzare, ponendosi nella condizione di essere pronti per quando sarà il momento, l’offerta culturale, turistica ed enogastronomica.
Agglomerati e territori esistono: sono quelli che nei secoli hanno contribuito a costruire l’immagine e l’immaginario della penisola, anche antropizzato come dimostrano i dolci rilievi toscani o i terrazzamenti liguri e valtellinesi, e nei quali verranno messi al centro il lavoro, la salvaguardia dell’ambiente, il radicale ripensamento dei servizi trasformando la marginalizzazione in risorsa.
La stessa tecnologia che sinora ha diviso costituirà un punto di forza. Mi riferisco non solo a quella che fu la difficoltà di raggiungere servizi essenziali quali scuole, presidi sanitari, uffici postali, ma anche al mancato interesse degli operatori delle telecomunicazioni ad investire portando nelle campagne ed in media montagna le proprie infrastrutture per la connessione veloce.
Questa mancanza favorirà un ritmo lento, un diverso approccio alle relazioni, anche di affari, contribuendo a garantire una buona qualità della vita, possibile anche disponendo di un reddito non elevato.
Non vogliamo respirare aria inquinata: i vecchi rognosi e imbecilli che hanno dimostrato di impestare le città con i loro luridi egoismi, le attività delatorie, il loro sconcio terrore che li avrebbe portati, se avessero potuto farlo, ad incarcerare e sopprimere chiunque, verranno pertanto volentieri lasciati alle suburre del medioevo prossimo venturo.
Gli altri, che preferisco definire anziani proprio per una questione di rispetto, potranno vivere condividendo fra loro abitazioni e servizi, ottimizzando cure mediche e infermieristiche, momenti di socialità e di fruizione culturale.
Le comunità potranno autoprodurre una parte del fabbisogno alimentare in una logica di qualità. Già oggi il 92 per cento delle produzioni tipiche è opera di 297mila aziende che hanno sede in comuni con meno di 5.000 abitanti, dove esperienze anche recenti dimostrano quanto l’agricoltura basata su princìpi ecosostenibili e legata ai territori sia il più importante alleato per uno sviluppo armonioso ed economicamente sostenibile.
Tutto questo senza dimenticare i quasi 11 milioni di ettari costituiti da foreste, in costante crescita proprio perché non rappresenta l’esito di politiche mirate ma la conseguenza dell’abbandono dei territori agricoli e dei pascoli, soprattutto montani.FDA 20200527 001Si potrebbero recuperare attività forestali non legnose: frutta, funghi, piante aromatiche o di uso cosmetico e medicinale, selvaggina, fibre, resine garantendo un’adeguata protezione del suolo e una efficace conservazione della biodiversità.
Gli stimoli capaci di condurre alle interpretazioni di un mondo nuovo sono innumerevoli. Ma la vera sfida consiste nel coraggio di promuovere innovazione e recupero della tradizione, convogliando idee e risorse per progettare e realizzare spazi sicuri, accoglienti e sostenibili.

Alberto Cazzoli Steiner

Spopolamento: parte da Bedonia la rivolta contro l’e-commerce

Bedonia, poco meno di 4mila abitanti, un Dreiländereck nascosto a 500 metri di altitudine nei boschi appenninici al confine tra le province di Parma, Piacenza e Genova.
Ma anche terra di confine, ben nota a chi segue il nostro blog La Fucina dell’Anima, tra il mondo vuoto e quello insospettato della Bellezza, del sovrasensibile, del lato magico della natura, dove Haria, Donna di Conoscenza e straordinaria scrittrice, viveva, e forse vive ancora, traendo significati e depositando nel cavo dei tronchi i propri manoscritti destinati a Maria Cristina del Torchio, la titolare della casa editrice Rupe Mutevole che sedici anni fa ebbe il coraggio di pubblicare libri senza tempo, destinati a far vibrare lo spirito svelando il magico che si cela negli spazi aperti, nei boschi di castagni, nei laghi segreti, su rupi e montagne.
Restare sospese, La mappa delle antiche Donne di Conoscenza, Estensità ed Eventi di bellezza sono i titoli dei libri a nostro avviso più intensi e significativi.CSE 2020.01.21 Spopolamento 002Bedonia è nel novero dei comuni, estesi su una superficie di 50.223 km1, corrispondente ad un sesto della superficie nazionale, in cammino verso il nulla: vale a dire come se dalla carta geografica scomparissero Lombardia, Toscana e Valle d’Aosta.
Un sesto della superficie nazionale, colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire, vedrà migrare i propri abitanti, corrispondenti al 4 per cento della popolazione. E, come sostiene Punto Ponte, “due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani.”
Dopo alcuni decenni di effimero benessere, campagne e montagne tornano a spopolarsi, perché vivere dignitosamente, oggi, in villaggi sempre più isolati e senza mezzi pubblici, farmacie, medici, uffici postali, negozi richiede primariamente mobilità esasperata e niente affatto ecologica per soddisfare esigenze di lavoro, istruzione, socializzazione.
Non di rado le case non rispettano la normativa antisismica, internet non arriva, il gas è affidato alle bombole, il medico e la farmacia sono a molti chilometri, non ci sono né scuole né banche e la posta arriva saltuariamente in ossequio alla linea cosiddetta liberista secondo la quale non si forniscono strutture se non garantite da un certo “giro di affari”.CV 2017.06.14 Sostila 001Esistono, per onor del vero, provvedimenti legislativi tendenti a contrastare lo spopolamento, ma non è con incentivi finanziari che odorano di assistenzialismo che ci si oppone ad un fenomeno che, ormai, è culturale.
E non è nemmeno agevole ottenerli, se non ci si sa muovere tra le pastoie burocratiche, la presentazione di progetti, i bandi e gli amici degli amici.
Per esempio, il provvedimento recentemente varato dalla Regione Liguria non andrà a beneficio di nessun comune montano o della primissima collina: le amministrazioni sono concentrate a riqualificare costantemente le zone centrali mentre i borghi si spopolano, riempiendo le città e lasciando abbandonati immobili e terreni, incrementando il rischio idrogeologico in un’area di per sè difficile.
Stessa sorte, probabilmente, riguarderà un fondo di 700 euro mensili previsto dalla Regione Molise e destinato a chi decide di trasferirsi aprendo un’attività in uno dei 106 paesi con meno di duemila abitanti. Il bando, pubblicato il 16 settembre scorso e che concedeva 60 giorni di tempo per partecipare, è andato praticamente deserto ed i pochi progetti presentati non sono stati giudicati meritevoli di sostegno.
Abbiamo in corso la stesura di un progetto finanziario immobiliare, innovativo e che garantirà il recupero di superfici rurali ed agrosilvopastorali, non in funzione di presepe o buen retiro ma come recupero di attività produttive affiancate a strutture ricettive e per il benessere fisico e spirituale improntate ad un elevato livello qualitativo.
Ne parleremo a tempo debito, nel frattempo troviamo interessante riferire come tra le cause dello spopolamento dei borghi minori, oltre a quelle indicate sopra, ve ne sia una insospettata: l’e-commerce.
L’insieme delle attività di vendita e acquisto di prodotti effettuato tramite Internet sta diventando una vera e propria piaga sociale. Il comparto è fonte di inquinamento a causa dell’incremento esasperato dei servizi di consegna effettuati con furgoni i cui guidatori, tesi da tempi di percorrenza esasperati, sono causa di incidenti sempre più numerosi e di parcheggi sempre più selvaggi.
È altresì all’origine del fenomeno di un neo-schiavismo costituito dall’assunzione di lavoratori privi di tutela, con qualifiche basse e stipendi risibili rispetto al carico ed ai ritmi di lavoro.
I centri di magazzinaggio e distribuzione, inoltre, consumano suolo e contribuiscono a deturpare un paesaggio sempre più compromesso, oltre che ad intasare la rete viaria con l’incessante andirivieni di furgoni e mezzi pesanti.
Ma non c’è solo questo, a carico di questa comodità sostanziata dall’accoppiata divano e carta di credito: c’è la morte dei negozi locali.
La gente acquista su Internet per pigrizia e comodità, nonché attratta dai prezzi inferiori a quelli praticati dai negozi di paese, e persino dai centri commerciali, resi possibili dall’enorme volume di acquisti garantiti da questi colossi, spesso multinazionali quotate in borsa. Prezzi dei quali riparleremo allorché queste mostruosità avranno conseguito uno status di monopolio.
Curioso il fatto che sulla stampa e nei dibattiti televisivi si stigmatizzi il fenomeno, ma facendo precedere la prolusione dall’incipit: “Non siamo contro il progresso ma …”
Progresso? Quale progresso? L’e-commerce è regresso, non progresso: è bruttura, schiavismo, sottocultura, isolamento, inquinamento.CSE 2020.01.21 Spopolamento 001Fuori dal coro dei belanti che fingono di contestare si pone Gianpaolo Serpagli, consulente aziendale e, dal maggio 2019, sindaco di Bedonia che, con una garbatissima lettera, ha invitato bambini e ragazzi (vale a dire le loro famiglie) a prediligere per gli acquisti i negozi di prossimità.
Tutto nasce dalla promozione, attuata dal colosso dei colossi dell’ e-commerce, consistente nell’attribuzione di punti ai plessi scolastici in funzione del volume di acquisti effettuato dai genitori degli alunni che li frequentano. I punti, va da sè, consentono agli istituti scolastici di effettuare a propria volta acquisti per via telematica.
Gianpaolo Serpagli ha scritto agli alunni delle scuole locali spiegando che: “Vivere a Bedonia è un privilegio. Siamo più fortunati e protetti dalla nostra stupenda vallata rispetto a tantissimi altri luoghi. Cosa sarebbe però Bedonia senza il suo centro storico vivo con i suoi negozi e le sue attività?” e proseguendo sottolineando che “dietro i colossi dell’e-commerce ci sono ragazzi sfruttati, a cui vengono contati i passi giornalieri che devono compiere per fare il proprio lavoro, ai quali anche i bisogni fisiologici sono sottoposti a controlli” e concludendo: “ho scelto quindi di rivolgermi a voi, piccoli concittadini, perché siete la forza del nostro paese, siete la speranza che mi fa ancora dire che vale la pena amministrare la nostra piccola comunità, più semplicemente siete il futuro. Credo che la vostra generazione possa ancora cambiare le cose. Cercare di farvi capire che la sagacia delle persone sta nel guardare non all’apparenza, ma dare un’occhiata anche a ciò che sta dietro, alle seconde file. Mi sono quindi sentito di rivolgervi a voi, piccoli bedoniesi, per non farvi trascurare i nostri negozi di vicinato, forza vitale della nostra comunità.”

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Secondo i dati Istat e Anci al 2 gennaio 2020 i comuni italiani sono 7.904, estesi su una superficie complessiva di 301.338 km²

 

Vieni? No, unesco perché è tutto avvelenato: prosecco Docg

Come è noto, alla fine la lobby del prosecco l’ha spuntata: i 18.967,25 ettari nel cuore del Veneto sono diventati patrimonio dell’umanità sotto le insegne dell’Unesco e il motto, anzi il mantra, “unione di cultura e natura in un paesaggio non riproducibile”.FRANCE-AGRICULTURE-VITICULTURE-WINEChe non sia riproducibile ce ne accorgeremo quando non esisterà più, visto che oggi quel paesaggio sta scomparendo, eroso in misura variabile da 9.300 a 43.400 chilogrammi per ettaro, pari a 31 volte la media fisiologica ammissibile che va da 300 a 1.400 chilogrammi per ettaro.
L’erosione è un fenomeno assolutamente naturale, ma quello che nelle terre de ombre baciate dall’Unesco preoccupa è la velocità con cui avviene.
La ragione per cui avviene è una sola, si chiama “schei”, denaro, al quale è stata sacrificata qualsiasi cultura del lungo termine, qualsiasi forma di tutela del territorio, in un parossistico qui-e-ora che non prevede, anzi ne respinge il solo pensiero, quali saranno le conseguenze dell’eccessiva erosione fra venticinque, cinquanta o cento anni.
Intendiamoci, il suolo non si volatilizza, si trasforma, per esempio in polveri, e si sposta. E nessuno si preoccupa di verificare l’impatto ambientale di questa imponente massa di sedimenti che finisce nei fossi, nei fiumi e via via fino al mare portando quantità di inquinanti, a cominciare dai residui di fito”farmaci” e fertilizzanti come il fosforo attaccato alle particelle di suolo.
Ma andiamo con ordine.
Va detto, anzitutto, che esistono due aree del prosecco. Quella Doc è estesa su nove province, tre friulane (Gorizia, Pordenone e Udine) una giuliana (Trieste) e cinque venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza) e complessivamente vale 464 milioni di bottiglie che assommano annualmente 2,5 miliardi di euro.
Quella Docg, oggetto di queste note, è ricompresa in quindici comuni: Cison di Valmarino, Colle Umberto, Conegliano, Farra di Soligo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana, Tarzo, Valdobbiadene, Vidor e Vittorio Veneto e produce complessivamente poco più di 90 milioni di bottiglie per un controvalore di 520 milioni di euro.
Un tempo il vino italiano più bevuto nel mondo era il chianti, e molti si chiedevano come fosse possibile garantire un’esportazione otto volte superiore alla produzione.
Ma i misteri vitivinicoli sono pressoché infiniti, quasi pari a quelli eleusini, e si esplicano senza esclusioni territoriali dalle Alpi al Lilibeo. Per esempio trasformando, grazie ad enologi Maghi Merlini, il Primitivo o lo Squinzano in Prosecco. Nemmeno Michael Jackson riuscì mai a diventare così bianco.
Ma per non uscire dal tema non indaghiamo e mettiamoci una pietra sopra, come dicevano i costruttori della Salerno – Reggio Calabria.
Oggi il vino italiano più stappato al mondo è il prosecco, e il Regno Unito ne è il maggior consumatore. Nel 2019 il Docg ha già registrato un incremento del 28% delle esportazioni e per fine anno si prevede di raggiungere il miliardo di euro.
Ironia della sorte: è anche uno dei vini più imitati, soprattutto da cileni e sudafricani. E si stanno affacciando i cinesi. Loro non imitano, comprano.
Ma laggiù dove le linee dell’orizzonte sono dominate da colline dolci anche se molto ripide e da innumerevoli piccoli vigneti sviluppati longitudinalmente da Est a Ovest in scenografici terrazzamenti inerbiti, si nascondono invisibili insidie, mostri pronti a prenderti alla gola, ad entrarti nel sangue, a mozzarti il respiro, a modificare le tue cellule come in Morbus Gravis di Eleuteri Serpieri.
I peana che esprimono grande soddisfazione e immensa gioia per l’iscrizione a patrimonio dell’umanità delle colline di Conegliano e Valdobbiadene si sono sprecati, e tutti gli aedi affermano, come per esempio dichiara Innocente Nardi, presidente dell’Associazione temporanea di scopo Colline di Conegliano Valdobbiadene patrimonio dell’umanità e del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene prosecco Docg, che “il riconoscimento non rappresenta il punto di arrivo ma un’importante tappa di un percorso che mira alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico ed agricolo di questo piccolo territorio. Da oggi l’impegno di tutti sarà rivolto alla conservazione e alla manutenzione dei beni paesaggistici iscritti, con particolare attenzione alle raccomandazioni Unesco per la tutela e la valorizzazione a favore delle future generazioni, in coerenza con l’obiettivo di un equilibrato e armonico sviluppo economico e sociale.”
Banda, zum-pa-ppa, taglio del nastro e benedizione del vescovo. Segue brindisi.
Dal coro dei belanti si staccano in pochi. Per esempio Francois Veillerette, presidente del PAN, Pesticide Action Network, che scrisse una lettera al comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco per mettere in crisi la decisione:
“Vi scriviamo per conto di chi rappresenta 600 organizzazioni, istituzioni e individui in oltre 90 paesi che lavorano per sostituire l’uso di pesticidi pericolosi con alternative ecologicamente valide e socialmente giuste.
La regione del prosecco Docg è caratterizzata da un’intensa produzione di vino, in cui i vigneti coprono sia le aree urbane sia quelle naturali dell’intera area e dove vengono utilizzati intensamente i pesticidi pericolosi.
L’uso intensivo di pesticidi ha già dimostrato effetti negativi sulla salute della popolazione locale e sulla qualità della vita nella regione. Le persone che vivono in prossimità delle zone viticole soffrono di questi effetti giorno dopo giorno.
I cittadini della regione del prosecco hanno contestato fortemente la nomina come patrimonio mondiale, poiché il loro benessere e la loro salute sono continuamente minacciati dall’uso di pesticidi pericolosi.”
Gli abitanti delle aree interessate, ma non interessati anzi dominati dalla produzione del prosecco, hanno fondato numerose organizzazioni, hanno organizzato marce, hanno scritto ed inviato petizioni, hanno promosso sit-in nel tentativo di fermare il processo di iscrizione, almeno fino a quando non si fosse interrotto l’uso di pesticidi.
A fronte di tutto questo il Consorzio Valdobbiadene ha messo al bando il pesticida più famoso, il glifosato, ma ciò ovviamente non è sufficiente per contenere la rabbia dei cittadini che si sentono abbandonati rispetto all’invadenza dei fitofarmaci usati abbondantemente vicino a case, scuole, ospedali e si sono sentiti presi in giro da coloro ai quali hanno espresso la loro fiducia attraverso il voto in ragione dell’inutilità dei loro sforzi.CV 2017.03.18 Bancaterra 002E veniamo infine al fenomeno dell’erosione.
Il processo che ha portato all’ottenimento della Docg ed al riconoscimento da parte dell’Unesco è durato undici anni e, negli ultimi sette, una ricerca caratterizzata da efficienza, professionalità, dedizione e basso profilo è stata svolta da un gruppo di agronomi, geografi, geologi, ingegneri ambientali e sismologi dell’Università di Padova.
Poiché nella letteratura scientifica si possono trovare diversi articoli in cui si evidenzia l’alto tasso di erosione dei suoli, i risultati della ricerca non sorprendono.
Purtroppo è noto come i processi del e nel suolo si manifestino nel lungo periodo ed è altrettanto evidente come attualmente, in qualsiasi attività produttiva intensiva si badi alla convenienza immediata, a discapito di qualsiasi interesse o bisogno ambientale o sociale.
A tali dinamiche l’agricoltura non sfugge, soprattutto per quanto riguarda colture estensive e certe eccellenze produttive, per esempio il prosecco.
E quindi, nei giorni in cui il prosecco segna record mondiali di vendite, l’Università di Padova pubblica sotto il titolo “Estimation of potential soil erosion in the Prosecco Docg area” sulla prestigiosa rivista Plos One il resoconto dell’accurata ricerca che dal 2012 ha monitorato i terreni del prosecco docg, certificando che quel territorio ha un indice di erosione trentun volte superiore ai limiti considerati tollerabili all’interno dell’Unione Europea.
Secondo la ricerca, per produrre una bottiglia di prosecco si consumano 3,3 kg di terra; calcolando come sopra indicato una produzione di 464 milioni di bottiglie doc e di 90 docg, il conto è presto fatto: scompaiono 1.828.200.000 kg di terra.
Evidente come l’impronta ecologica del prodotto sia notevolissima. Stiamo parlando di un’area estesa per 215 chilometri quadrati, dove la coltivazione della vite che origina il docg occupa il 30 per cento del terreno disponibile, e la ricerca avanza il dubbio che un’attività agricola così intensiva non sia più sopportabile sul piano ambientale.
Nella parte narrativa della ricerca si legge: “Il suolo è una risorsa non rinnovabile, per questo motivo bisogna avere un approccio integrato alla gestione dell’agroecosistema. Un territorio come quello dell’area prosecco oggi dà ottimi risultati dal punto di vista economico, ma questo tipo di produttività alla lunga difficilmente sarà sostenibile.”
Nei fatti, con l’erosione il suolo si abbassa sul piano topografico e il terreno si impoverisce, in termini di sostanza organica e nutrienti e l’erosione, che in natura assomma normalmente alla media di 1 mm/anno, qui preoccupa per la velocità con cui si manifesta.
Le colture di vigneti, ricomprese nella cosiddetta agricoltura da versante, sono tra quelle che più stimolano i processi erosivi, e la ricerca dell’Università di Padova stima che il processo degenerativo potrebbe essere dimezzato se intorno alla produzione si allargasse una fascia di contenimento costituita da siepi intorno ai filari, fasce tampone e inerbimento delle aree dei vitigni.
Vi è stata, inevitabilmente, un’alzata di scudi da parte degli agricoltori che, oltre a contestare i dati della ricerca, hanno affermato come frenare l’erosione sia interesse primario di chi produce vino, indicando processi di mitigazione produttiva già avvenuti negli anni scorsi nelle zone del Chianti e delle Langhe, con esiti disastrosi per il fatturato.
Hanno perciò espresso la loro disponibilità ad intervenire, qualora sostenuti economicamente dallo Stato e dall’Unione Europea. L’80 per cento del prosecco varca la frontiera e, c’è da giurarci, l’80 per cento dei viticoltori sono a chiacchiere favorevoli all’indipendenza del Veneto.
Così è, se vi pare. Cioè no, cosa dico? Non sia mai che cito Pirandello, un terrone.

Alberto Cazzoli Steiner

So’ fratelli a noi: alienare il patrimonio demaniale per stroncare le radici identitarie

“Uh mammà, ci stanno sparando, uh mammà!” cantava nel 1981 Mimmo Cavallo, portavoce del Sud ferito e violato come allora, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, imponeva la moda impegnata.
La madre rispondeva: “So’ fratelli a noi, ci vengono a liberà!”
Ed egli replicava: “Ma mammà sparano su di noi, uh mammà!”
E la madre, rassicurante: “Lo so figlio mio, ma lo fanno per necessità.”
Ed arrivarono infine i Piemontesi, decisamente meno simpatici di quelli della pubblicità di Barbero: “Ci stanno occupando, uh, mammà!”
“Il fatto è temporaneo, poi ci dovrebbero lasciare”
“E hanno aggiunto alla bandiera uno stemma blu, uh, mammà!”
“E non sei più contento? Mò teniamo un colore in più”
“E scrivo una canzone, uh, mammà!”
“Bravo sfogati figlio mio, che questo lo puoi fare, e scrivi una canzone evasiva”
“Uh, mammà!”
“Ma non metterci opinioni, fai una musichella d’invasione”
Incontrastato da un’Italiland che aveva altro da fare, per esempio sprecarsi a commentare, unitamente ad altre inutilità, la Carola uscita dal tribunale senza reggiseno (con le forze dell’ordine che, per una volta sincere, esortavano: “Circolare, circolare, non c’è niente da vedere!”) il governatorato italilandese ha varato il PiSDIP, Piano Straordinario di Dismissioni degli Immobili Pubblici 2019-2021 (in Veneto MPiSDos, Me Pisso Dosso? lo ignoriamo), previsto dalla Legge di Bilancio 2019.CSE 2019.08.06 dismissioniIl Demanio ha selezionato un primo lotto di 420 fra appartamenti, edifici e terreni, pubblicato nella Gazzetta ufficiale 166/2019 e del quale propongo lo stralcio nella tabella a corredo, unitamente alle definizioni ed alle modalità di attuazione, generalmente mediante asta, i cui iter sono già in preparazione relativamente a 90 unità selezionate, e le cui informazioni sono disponibili sulla piattaforma del Consiglio Nazionale del Notariato oltre che sul sito dell’Agenzia delle Entrate, alla sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”.
Il provvedimento, già operativo, dovrebbe contribuire ad abbattere il debito dello stato, migliorando quello degli enti locali ed incentivando, mediante la variazione della destinazione d’uso, la valorizzazione dei beni e del territorio favorendo ricadute positive, locali e nazionali, in termini di investimenti e occupazione.
Vale a dire che una caserma potrà diventare l’ennesimo centro commerciale, un castello un resort, un manicomio un complesso residenziale. E fin qui nulla da dire, anzi: svecchiare il territorio, togliere la muffa dalle strade, eliminare ricettacoli di balordi e di traffici tra disperati.
Agli immobili elencati nel primo programma di cessione potrebbero aggiungersene altri, per un valore complessivo stimato in circa 1,2 miliardi di euro. L’aspettativa è quella di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 nel biennio 2020-21.
L’elenco completo degli immobili è scaricabile in formato pdf da diverse fonti, io ho scelto Biblus, il notiziario online di una società di software attiva nella progettazione edilizia.
Scorrendo l’elenco saltano all’occhio immobili e terreni di notevole valore storico: carceri come quelle di Rossano Calabro e Vigevano, caserme, castelli, edifici manifatturieri, fari, stazioni ferroviarie la cui vendita comprometterà per sempre ogni ipotesi di ripristino delle linee cessate.
Colpisce, e sarebbe da approfondire, la vendita di aree pertinenti alla stazione ferroviaria di Tirano, tuttora in attività, mentre nel Friuli Venezia Giulia sarà presto in atto la massiccia vendita di edifici e fondi già in uso per scopi militari.
I veneziani, invece di perdere tempo a prendersela con i turisti, potrebbero meglio indirizzare le loro energie per comprendere e, se del caso contrastare, la cessione di beni decisamente importanti sotto il profilo storico locale, come quelli riportati nella tabella citata.
Infine una nota tecnica dettata dall’esperienza: il mercato delle vendite all’asta langue ormai da tempo e si lavora molto sul saldo e stralcio, pratica non possibile nel caso delle dismissioni, per le quali è obbligatoria la procedura ordinaria.
Si assisterà piuttosto, dopo aver constatato che le aste saranno andate non casualmente deserte, alla concessione di ribassi più o meno consistenti, che in casi particolari potranno portare persino all’effettivo azzeramento del controvalore di cessione.
Nel frattempo sarà trascorso non meno di un biennio e la gente, che già ora ignora l’iniziativa, si sarà completamente dimenticata di tutto. I reggitori del gioco politico potranno cambiare, ma ciò non sposterà assolutamente nulla nel teatrino, e non è escluso che certi beni, particolarmente appetibili, vengano acquistati ad un prezzo simbolico da enti locali o associazioni per svolgervi finalità culturali, sociali, di valorizzazione del territorio: l’abitazione del presidente e dei maggiorenti dell’associazione, la trasformazione in resort camuffato da centro culturale dove ogni anno, giusto per il punto della bandiera, si tiene un convegno per la valorizzazione della lasagna bio consapevole di Tarallo di Sopra o il concorso letterario Cicciuzza Della Gattina destinato a glorificare ego locali.
Su alcune estensioni territoriali si potrebbe, ricorrendone le caratteristiche, impiantare un’attività agricola per dare lavoro a volontari portatori di disagio sociale. Ovvio che saranno portatori di disagio, se nessuno li pagherà.
Sono modalità già viste, ma che i portatori di quella “cultura” che indebitamente si è appropriata di ecosostenibilità e solidarietà sociale sono ben attenti a custodire ammantate di segreto, nel timore di ipotesi di complotto maturate all’ombra delle modalità paranoidi che li caratterizzano.
E nel frattempo l’Italiland della quale, insieme con la pretaglia, occupano i punti sensibili: scuola, comuni, pubblica amministrazione, sanità, sindacato, tribunali, comunicazione, va allegramente a pezzi tra un selfie e l’altro.
Per quanto mi riguarda non sarò certo io a contribuire a contrastare il fenomeno: una metastasi di tale portata deve solo toccare il fondo, morire e imputridirsi nella trasformazione che la farà rinascere.
Sperabilmente in forma di piccole comunità locali autosufficienti, consce ed orgogliose delle proprie radici identitarie che non sono, nè mai potranno essere, quelle del villaggio globale, farsa decerebrante e deresponsabilizzante insieme con il politicamente corretto.
Se, infine, chi legge dovesse chiedersi, non già dimentico del titolo, la ragione dell’affermazione “stroncare le radici identitarie” ho pronta la risposta: a parte caserme ed altri ammennicoli edificati post-unitariamente, molti immobili e fondi, oltre a possedere una storia pre-unitaria, costituiscono precise connotazioni territoriali, punti di riferimento della storia locale e dell’etnografia. Venderli a non si sa chi, perché ne faccia non si sa cosa in nome di una non meglio definita riqualificazione, significa estirpare le radici territoriali, significa fare violenza al territorio.
Certo, ben venga lo straniero se nessuno a livello locale prende l’iniziativa andando oltre i lamenti e le recriminazioni, posto che ve ne siano state, ve ne siano o ve ne saranno … Del resto senza lilleri ‘un si lallera, come dicono in Toscana.

Alberto Cazzoli Steiner

Sorridono tra un selfie e l’altro, ma sarà un riso sempre più amaro

CC 2019.07.04 riso amaroMentre a sinistra e a destra giocano al teatrino dei pirla nell’intento di anestetizzare gli imbecilli che credono ai falsi obiettivi, i numerosi chiaroscuri dell’accordo fra Unione Europea e Vietnam rischiano di ammazzare il mercato risicolo nazionale.
L’accordo firmato domenica 30 giugno tra Hanoi e l’Unione Europea, rappresentata dal Commissario al Commercio Cecilia Malmström e dal ministro rumeno per il Commercio Stefan-Radu Oprea, elimina quasi totalmente le barriere doganali e prevede misure affinché 169 indicazioni geografiche europee siano protette nello Stato asiatico.
Alcune righe dell’accordo, strumento sul quale la Commissione Ue ha puntato molto come strumento di negoziato commerciale, sono dedicate alla solita fuffa formale: l’impegno al rispetto dell’accordo di Parigi sul clima e alla messa in atto dei principi sul diritto dei lavoratori dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Blablabla.
Il numero uno di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, afferma però che l’accordo potrebbe nuocere gravemente alla produzione risicola nazionale e sollecita controlli alle frontiere ed ai porti sulle importazioni di riso da Cambogia e Myanmar (Birmania), perché è minacciata una produzione tipicamente europea come la varietà Japonica.
L’intesa col Vietnam, secondo Giansanti, non è soddisfacente per il riso, per il quale è stato fissato un contingente di importazioni agevolate sul mercato europeo di circa 80mila tonnellate, le cui conseguenze si sommano alla pesante situazione già determinatasi nelgli scorsi anni proprio in ragione delle concessioni fatte a Myanmar e Cambogia.
Estremamente critica la posizione di Coldiretti, il cui presidente Ettore Prandini, ricorda come il riso sia prevalentemente ottenuto attraverso il lavoro minorile, aggiungendo come l’accordo sia sbagliato e contraddittorio in virtù della difficile situazione del comparto e della decisione dell’Unione europea che da metà gennaio 2019 ha messo finalmente i dazi sulle importazioni provenienti dalla Cambogia e del Myanmar, che fanno concorrenza sleale ai produttori italiani.
Secondo Coldiretti, inoltre, il settore agricolo non deve diventare merce di scambio degli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico, occupazionale e ambientale sui territori. E la parità dei criteri deve essere rispettata poiché in gioco c’è il primato dell’Italia in Europa: il nostro paese è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende, che copre il 50% dell’intera produzione Ue, con una gamma varietale del tutto unica su una superficie coltivata di circa 220mila ettari.
Paolo Carrà, dell’Ente Nazionale Risi, parla addirittura di beffa: “Adottata la clausola di garanzia dopo anni di concorrenza sleale sul riso Indica cambogiano, l’Europa viene invasa da migliaia di tonnellate di riso Japonica lavorato, che non paga dazio. E si tratta di una doppia beffa, poiché si tratterebbe di varietà Japonica molto simili all’Indica. I numeri sono già impressionanti: nel mese di aprile 2019 sono entrate 11.261 tonnellate di lavorato Japonica e in maggio circa 18mila, portando il dato totale della presente campagna (settembre 2018-maggio 2019) a 52.076 tonnellate, con un incremento di 31.167 tonnellate (+149%) su base annua. Poiché il riso di tipo Japonica non è interessato dall’applicazione della clausola di salvaguardia, le importazioni di riso Japonica avvengono senza il pagamento del dazio e arrecano un danno alla coltivazione del riso europeo in quanto tale tipologia rappresenta il 75% della produzione totale di riso nell’Ue. Proprio per questo, esistono le condizioni perché la Commissione europea adotti la clausola di salvaguardia sul riso Japonica lavorato d’importazione.”
“Peraltro da parte del Mipaaft (Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo – NdR) sottolinea Carrà “c’è grande impegno per la difesa del Made in Italy, come dimostra l’impegno di Centinaio proprio sulla Cambogia e l’attenzione che ha riservato in questi mesi al problema dell’ex Birmania. Non dimentichiamo che il paese da cui proviene il riso lavorato è lo stesso che ha deportato la popolazione Rohingya, così come gravi violazioni dei diritti umani sono state segnalate anche in Cambogia.”
Per finire, lancia in resta anche per l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Fabio Rolfi, che parla di “passo indietro sulla sicurezza alimentare, sui diritti dei lavoratori e sulla qualità del cibo. Si tratta di un pugno nello stomaco che l’Unione europea assesta ai risicoltori lombardi. L’accordo con il Vietnam per l’agricoltura lombarda è una follia che non abbiamo intenzione di subire, e non nascondo la mia preoccupazione considerando che i 1.800 risicoltori lombardi producono il 40% del riso italiano. Li difenderemo dalle folli politiche europee.”
Sarà, ma a me sembra che i buoi siano scappati. Dov’erano i politici italilandesi quando si trattava di sputare in faccia a quelli di Bruxelles?

Alberto Cazzoli Steiner

Isola vendesi: 15 ettari sui quali non è possibile fare assolutamente nulla

CSE 2019.04.06 Isola Femmine 001Non solo luogo di antichi misteri, a partire dall’origine del toponimo, ma anche di recenti: viene indicata come lunga 575 metri e larga 325 che, essendo la pianta pressoché rettangolare, dovrebbero corrispondere metro più metro meno ad un’area di 186.875m², vale a dire 18,6875 ettari. E invece viene normalmente data per estesa su 15.
Che fine avrà fatto il 19,74% mancante? Erosione? Pizzo? Non sappiamo e, in fondo, neppure ci interessa saperlo.
Il suo punto di massima elevazione è di 32 metri sul livello marino e la trovate nel Tirreno a 38°12′37″N 13°14′09″E, a 800 metri dalla costa settentrionale della Sicilia, tra Capo Gallo e Punta Raisi: è Isola delle Femmine, amministrativamente parte dell’omonimo comune costiero, di proprietà privata ma dal 1997 riserva naturale curata, a partire dal 1998, dalla LIPU, Lega Italiana Protezione Uccelli.
Gli antichi abitanti vivevano prevalentemente di pesca ma oggi l’isola è disabitata e sul suo promontorio, dal quale lo sguardo può spaziare da Capo Gallo all’isola di Ustica ed agli abitati di Carini, Isola delle Femmine e Capaci, si eleva l’unico edificio: il mozzicone di una torre di avvistamento eretta nel XVI Secolo, sembra su progetto dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, più noto per avere realizzato la Fontana Pretoria a Palermo: a pianta quadrata e con spessori murari che superano i due metri subì notevoli danni durante il secondo conflitto mondiale.
Ed ecco la notizia: l’isola è in vendita. La proprietà, che nel 2017 chiedeva oltre tre milioni di euro, ha ribassato a un milione trattabile.
Il prezzo richiesto non è dissimile da quello pertinente ad analoghe soluzioni nella laguna veneziana e sull’isola, a parte restaurare la torre recuperando l’originaria volumetria ed ottenendo il cambio di destinazione in abitazione, non si può fare altro poiché l’area protetta e vincolata, la presenza di un sito archeologico ma soprattutto l’asperità del terreno, ne consentono l’utilizzo esclusivamente nel rispetto delle severissime norme che regolamentano l’area naturale.
Tanto è vero che il sindaco del comune ha affermato: “Chi la compra potrà solo guardarla.”
Probabilmente, aggiungiamo con una punta di malignità, perché la mafia non ritiene l’isola un affare. Altrimenti chissà da quanti anni vi si sarebbe insediato un resort di lusso con spa e, giusto per dare un ecocontentino, postazioni di birdwatching. Alla faccia dell’oasi naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Paesi Bassi: un rifugio invisibile di 35 metri quadrati

CSC 2019.03.30 Rifugioparco 002Se le archistar non fossero sopraffatte dal proprio ego avrebbero molto da imparare da questo modestissimo edificio, che possiede però notevoli controindicazioni: non può alimentare il trogolo di politici, amministratori e maneggioni vari poiché non fornisce lavoro alle megaimprese degli appalti pubblici, quelle che giocano con la finanza in carta del burro, quella che costruisce edifici finanziati da una banca, che li rivende ad un’altra che li affitta ad una compagnia di assicurazioni che li subaffitta alla pubblica amministrazione, che utilizza superfici di 120mila metri quadrati per tenervi uffici deserti o, una o due volte l’anno, convegni ai quali partecipano al massimo 60 persone.
E il resto è affittato ai soliti mutatemutandis, paninarium, biofrullallarium, ecosciurettam e libertomentosum che adeguano strutture, aprono, spendono per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiudono, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua strutture, apre, spende per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiude, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua … ah no, scusate: mi stavo ripetendo.
È probabilmente per questa ragione che il minuscolo edificio che sto per descrivere è stato pensato e realizzato nei Paesi Bassi e non in italiland.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 003CSC 2019.03.30 Rifugioparco 004.jpgEsteso su 2.388 ettari compresi fra i comuni di Utrecht, Stichtse Vecht e de Bilt, il Noorderpark è un’area di riqualificazione che include i laghi Loosdrecht, le foreste di Hollandsche Rading e i villaggi di Maartensdijk e Groenekan.
Il sito è sottoposto alla competenza dello Staatsbosbeheer, l’organismo statale costituito nel 1899 per la salvaguardia del patrimonio naturale.
All’interno del parco, nel 1966 venne realizzato uno spartano edificio con funzione di punto di appoggio logistico per i volontari che curano l’habitat. Ormai bisognosa di un’importante manutenzione, la struttura è stata sostituita con una ancora più semplice, ma affascinante e progettata in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 001.jpgEsteso su soli 35 m2 ed altro al colmo interno 3,5 m, l’edificio consta di ripostiglio, bagno/lavanderia, angolo relax con letto e zona pranzo con focolare, stufa a legna e sedute.
Il focolare è portante della struttura di supporto della copertura ed è conformato in modo da ricordare un albero.
Le facce esterne di tetto e pareti dell’edificio sono realizzati in pannelli in alluminio dipinti in verde, quelle interno sono rivestite in pannelli di legno locale. Ampie aperture finestrate caratterizzano pareti e tetto creano un forte richiamo con l’ambiente esterno, che “entra” nella struttura smaterializzando i confini anche grazie alle due ampie porte scorrevoli ad angolo che, aprendosi completamente, offrono l’opportunità di godere del prato ed instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.
L’ambiente naturale è l’unico protagonista della scena, e cucina e camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco, e nessuno è andato in fissa per la questione di eventuali emissioni nocive originate da un focolare acceso saltuariamente ed in funzione solo per poche ore.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 005Un’opera minima, di facile realizzazione, basso impatto e costo modesto, ripetibile su ampia scala ed in grado di stupire per la sua caratteristica di rifugio, quasi nascondiglio, inaspettato.
Ne abbiamo parlato proprio perché, nonostante la sua apparente modestia, costituisce un esempio di opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in modo adeguato e naturale.

Alberto Cazzoli Steiner