Vieni? No, unesco perché è tutto avvelenato: prosecco Docg

Come è noto, alla fine la lobby del prosecco l’ha spuntata: i 18.967,25 ettari nel cuore del Veneto sono diventati patrimonio dell’umanità sotto le insegne dell’Unesco e il motto, anzi il mantra, “unione di cultura e natura in un paesaggio non riproducibile”.FRANCE-AGRICULTURE-VITICULTURE-WINEChe non sia riproducibile ce ne accorgeremo quando non esisterà più, visto che oggi quel paesaggio sta scomparendo, eroso in misura variabile da 9.300 a 43.400 chilogrammi per ettaro, pari a 31 volte la media fisiologica ammissibile che va da 300 a 1.400 chilogrammi per ettaro.
L’erosione è un fenomeno assolutamente naturale, ma quello che nelle terre de ombre baciate dall’Unesco preoccupa è la velocità con cui avviene.
La ragione per cui avviene è una sola, si chiama “schei”, denaro, al quale è stata sacrificata qualsiasi cultura del lungo termine, qualsiasi forma di tutela del territorio, in un parossistico qui-e-ora che non prevede, anzi ne respinge il solo pensiero, quali saranno le conseguenze dell’eccessiva erosione fra venticinque, cinquanta o cento anni.
Intendiamoci, il suolo non si volatilizza, si trasforma, per esempio in polveri, e si sposta. E nessuno si preoccupa di verificare l’impatto ambientale di questa imponente massa di sedimenti che finisce nei fossi, nei fiumi e via via fino al mare portando quantità di inquinanti, a cominciare dai residui di fito”farmaci” e fertilizzanti come il fosforo attaccato alle particelle di suolo.
Ma andiamo con ordine.
Va detto, anzitutto, che esistono due aree del prosecco. Quella Doc è estesa su nove province, tre friulane (Gorizia, Pordenone e Udine) una giuliana (Trieste) e cinque venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza) e complessivamente vale 464 milioni di bottiglie che assommano annualmente 2,5 miliardi di euro.
Quella Docg, oggetto di queste note, è ricompresa in quindici comuni: Cison di Valmarino, Colle Umberto, Conegliano, Farra di Soligo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana, Tarzo, Valdobbiadene, Vidor e Vittorio Veneto e produce complessivamente poco più di 90 milioni di bottiglie per un controvalore di 520 milioni di euro.
Un tempo il vino italiano più bevuto nel mondo era il chianti, e molti si chiedevano come fosse possibile garantire un’esportazione otto volte superiore alla produzione.
Ma i misteri vitivinicoli sono pressoché infiniti, quasi pari a quelli eleusini, e si esplicano senza esclusioni territoriali dalle Alpi al Lilibeo. Per esempio trasformando, grazie ad enologi Maghi Merlini, il Primitivo o lo Squinzano in Prosecco. Nemmeno Michael Jackson riuscì mai a diventare così bianco.
Ma per non uscire dal tema non indaghiamo e mettiamoci una pietra sopra, come dicevano i costruttori della Salerno – Reggio Calabria.
Oggi il vino italiano più stappato al mondo è il prosecco, e il Regno Unito ne è il maggior consumatore. Nel 2019 il Docg ha già registrato un incremento del 28% delle esportazioni e per fine anno si prevede di raggiungere il miliardo di euro.
Ironia della sorte: è anche uno dei vini più imitati, soprattutto da cileni e sudafricani. E si stanno affacciando i cinesi. Loro non imitano, comprano.
Ma laggiù dove le linee dell’orizzonte sono dominate da colline dolci anche se molto ripide e da innumerevoli piccoli vigneti sviluppati longitudinalmente da Est a Ovest in scenografici terrazzamenti inerbiti, si nascondono invisibili insidie, mostri pronti a prenderti alla gola, ad entrarti nel sangue, a mozzarti il respiro, a modificare le tue cellule come in Morbus Gravis di Eleuteri Serpieri.
I peana che esprimono grande soddisfazione e immensa gioia per l’iscrizione a patrimonio dell’umanità delle colline di Conegliano e Valdobbiadene si sono sprecati, e tutti gli aedi affermano, come per esempio dichiara Innocente Nardi, presidente dell’Associazione temporanea di scopo Colline di Conegliano Valdobbiadene patrimonio dell’umanità e del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene prosecco Docg, che “il riconoscimento non rappresenta il punto di arrivo ma un’importante tappa di un percorso che mira alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico ed agricolo di questo piccolo territorio. Da oggi l’impegno di tutti sarà rivolto alla conservazione e alla manutenzione dei beni paesaggistici iscritti, con particolare attenzione alle raccomandazioni Unesco per la tutela e la valorizzazione a favore delle future generazioni, in coerenza con l’obiettivo di un equilibrato e armonico sviluppo economico e sociale.”
Banda, zum-pa-ppa, taglio del nastro e benedizione del vescovo. Segue brindisi.
Dal coro dei belanti si staccano in pochi. Per esempio Francois Veillerette, presidente del PAN, Pesticide Action Network, che scrisse una lettera al comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco per mettere in crisi la decisione:
“Vi scriviamo per conto di chi rappresenta 600 organizzazioni, istituzioni e individui in oltre 90 paesi che lavorano per sostituire l’uso di pesticidi pericolosi con alternative ecologicamente valide e socialmente giuste.
La regione del prosecco Docg è caratterizzata da un’intensa produzione di vino, in cui i vigneti coprono sia le aree urbane sia quelle naturali dell’intera area e dove vengono utilizzati intensamente i pesticidi pericolosi.
L’uso intensivo di pesticidi ha già dimostrato effetti negativi sulla salute della popolazione locale e sulla qualità della vita nella regione. Le persone che vivono in prossimità delle zone viticole soffrono di questi effetti giorno dopo giorno.
I cittadini della regione del prosecco hanno contestato fortemente la nomina come patrimonio mondiale, poiché il loro benessere e la loro salute sono continuamente minacciati dall’uso di pesticidi pericolosi.”
Gli abitanti delle aree interessate, ma non interessati anzi dominati dalla produzione del prosecco, hanno fondato numerose organizzazioni, hanno organizzato marce, hanno scritto ed inviato petizioni, hanno promosso sit-in nel tentativo di fermare il processo di iscrizione, almeno fino a quando non si fosse interrotto l’uso di pesticidi.
A fronte di tutto questo il Consorzio Valdobbiadene ha messo al bando il pesticida più famoso, il glifosato, ma ciò ovviamente non è sufficiente per contenere la rabbia dei cittadini che si sentono abbandonati rispetto all’invadenza dei fitofarmaci usati abbondantemente vicino a case, scuole, ospedali e si sono sentiti presi in giro da coloro ai quali hanno espresso la loro fiducia attraverso il voto in ragione dell’inutilità dei loro sforzi.CV 2017.03.18 Bancaterra 002E veniamo infine al fenomeno dell’erosione.
Il processo che ha portato all’ottenimento della Docg ed al riconoscimento da parte dell’Unesco è durato undici anni e, negli ultimi sette, una ricerca caratterizzata da efficienza, professionalità, dedizione e basso profilo è stata svolta da un gruppo di agronomi, geografi, geologi, ingegneri ambientali e sismologi dell’Università di Padova.
Poiché nella letteratura scientifica si possono trovare diversi articoli in cui si evidenzia l’alto tasso di erosione dei suoli, i risultati della ricerca non sorprendono.
Purtroppo è noto come i processi del e nel suolo si manifestino nel lungo periodo ed è altrettanto evidente come attualmente, in qualsiasi attività produttiva intensiva si badi alla convenienza immediata, a discapito di qualsiasi interesse o bisogno ambientale o sociale.
A tali dinamiche l’agricoltura non sfugge, soprattutto per quanto riguarda colture estensive e certe eccellenze produttive, per esempio il prosecco.
E quindi, nei giorni in cui il prosecco segna record mondiali di vendite, l’Università di Padova pubblica sotto il titolo “Estimation of potential soil erosion in the Prosecco Docg area” sulla prestigiosa rivista Plos One il resoconto dell’accurata ricerca che dal 2012 ha monitorato i terreni del prosecco docg, certificando che quel territorio ha un indice di erosione trentun volte superiore ai limiti considerati tollerabili all’interno dell’Unione Europea.
Secondo la ricerca, per produrre una bottiglia di prosecco si consumano 3,3 kg di terra; calcolando come sopra indicato una produzione di 464 milioni di bottiglie doc e di 90 docg, il conto è presto fatto: scompaiono 1.828.200.000 kg di terra.
Evidente come l’impronta ecologica del prodotto sia notevolissima. Stiamo parlando di un’area estesa per 215 chilometri quadrati, dove la coltivazione della vite che origina il docg occupa il 30 per cento del terreno disponibile, e la ricerca avanza il dubbio che un’attività agricola così intensiva non sia più sopportabile sul piano ambientale.
Nella parte narrativa della ricerca si legge: “Il suolo è una risorsa non rinnovabile, per questo motivo bisogna avere un approccio integrato alla gestione dell’agroecosistema. Un territorio come quello dell’area prosecco oggi dà ottimi risultati dal punto di vista economico, ma questo tipo di produttività alla lunga difficilmente sarà sostenibile.”
Nei fatti, con l’erosione il suolo si abbassa sul piano topografico e il terreno si impoverisce, in termini di sostanza organica e nutrienti e l’erosione, che in natura assomma normalmente alla media di 1 mm/anno, qui preoccupa per la velocità con cui si manifesta.
Le colture di vigneti, ricomprese nella cosiddetta agricoltura da versante, sono tra quelle che più stimolano i processi erosivi, e la ricerca dell’Università di Padova stima che il processo degenerativo potrebbe essere dimezzato se intorno alla produzione si allargasse una fascia di contenimento costituita da siepi intorno ai filari, fasce tampone e inerbimento delle aree dei vitigni.
Vi è stata, inevitabilmente, un’alzata di scudi da parte degli agricoltori che, oltre a contestare i dati della ricerca, hanno affermato come frenare l’erosione sia interesse primario di chi produce vino, indicando processi di mitigazione produttiva già avvenuti negli anni scorsi nelle zone del Chianti e delle Langhe, con esiti disastrosi per il fatturato.
Hanno perciò espresso la loro disponibilità ad intervenire, qualora sostenuti economicamente dallo Stato e dall’Unione Europea. L’80 per cento del prosecco varca la frontiera e, c’è da giurarci, l’80 per cento dei viticoltori sono a chiacchiere favorevoli all’indipendenza del Veneto.
Così è, se vi pare. Cioè no, cosa dico? Non sia mai che cito Pirandello, un terrone.

Alberto Cazzoli Steiner

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So’ fratelli a noi: alienare il patrimonio demaniale per stroncare le radici identitarie

“Uh mammà, ci stanno sparando, uh mammà!” cantava nel 1981 Mimmo Cavallo, portavoce del Sud ferito e violato come allora, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, imponeva la moda impegnata.
La madre rispondeva: “So’ fratelli a noi, ci vengono a liberà!”
Ed egli replicava: “Ma mammà sparano su di noi, uh mammà!”
E la madre, rassicurante: “Lo so figlio mio, ma lo fanno per necessità.”
Ed arrivarono infine i Piemontesi, decisamente meno simpatici di quelli della pubblicità di Barbero: “Ci stanno occupando, uh, mammà!”
“Il fatto è temporaneo, poi ci dovrebbero lasciare”
“E hanno aggiunto alla bandiera uno stemma blu, uh, mammà!”
“E non sei più contento? Mò teniamo un colore in più”
“E scrivo una canzone, uh, mammà!”
“Bravo sfogati figlio mio, che questo lo puoi fare, e scrivi una canzone evasiva”
“Uh, mammà!”
“Ma non metterci opinioni, fai una musichella d’invasione”
Incontrastato da un’Italiland che aveva altro da fare, per esempio sprecarsi a commentare, unitamente ad altre inutilità, la Carola uscita dal tribunale senza reggiseno (con le forze dell’ordine che, per una volta sincere, esortavano: “Circolare, circolare, non c’è niente da vedere!”) il governatorato italilandese ha varato il PiSDIP, Piano Straordinario di Dismissioni degli Immobili Pubblici 2019-2021 (in Veneto MPiSDos, Me Pisso Dosso? lo ignoriamo), previsto dalla Legge di Bilancio 2019.CSE 2019.08.06 dismissioniIl Demanio ha selezionato un primo lotto di 420 fra appartamenti, edifici e terreni, pubblicato nella Gazzetta ufficiale 166/2019 e del quale propongo lo stralcio nella tabella a corredo, unitamente alle definizioni ed alle modalità di attuazione, generalmente mediante asta, i cui iter sono già in preparazione relativamente a 90 unità selezionate, e le cui informazioni sono disponibili sulla piattaforma del Consiglio Nazionale del Notariato oltre che sul sito dell’Agenzia delle Entrate, alla sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”.
Il provvedimento, già operativo, dovrebbe contribuire ad abbattere il debito dello stato, migliorando quello degli enti locali ed incentivando, mediante la variazione della destinazione d’uso, la valorizzazione dei beni e del territorio favorendo ricadute positive, locali e nazionali, in termini di investimenti e occupazione.
Vale a dire che una caserma potrà diventare l’ennesimo centro commerciale, un castello un resort, un manicomio un complesso residenziale. E fin qui nulla da dire, anzi: svecchiare il territorio, togliere la muffa dalle strade, eliminare ricettacoli di balordi e di traffici tra disperati.
Agli immobili elencati nel primo programma di cessione potrebbero aggiungersene altri, per un valore complessivo stimato in circa 1,2 miliardi di euro. L’aspettativa è quella di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 nel biennio 2020-21.
L’elenco completo degli immobili è scaricabile in formato pdf da diverse fonti, io ho scelto Biblus, il notiziario online di una società di software attiva nella progettazione edilizia.
Scorrendo l’elenco saltano all’occhio immobili e terreni di notevole valore storico: carceri come quelle di Rossano Calabro e Vigevano, caserme, castelli, edifici manifatturieri, fari, stazioni ferroviarie la cui vendita comprometterà per sempre ogni ipotesi di ripristino delle linee cessate.
Colpisce, e sarebbe da approfondire, la vendita di aree pertinenti alla stazione ferroviaria di Tirano, tuttora in attività, mentre nel Friuli Venezia Giulia sarà presto in atto la massiccia vendita di edifici e fondi già in uso per scopi militari.
I veneziani, invece di perdere tempo a prendersela con i turisti, potrebbero meglio indirizzare le loro energie per comprendere e, se del caso contrastare, la cessione di beni decisamente importanti sotto il profilo storico locale, come quelli riportati nella tabella citata.
Infine una nota tecnica dettata dall’esperienza: il mercato delle vendite all’asta langue ormai da tempo e si lavora molto sul saldo e stralcio, pratica non possibile nel caso delle dismissioni, per le quali è obbligatoria la procedura ordinaria.
Si assisterà piuttosto, dopo aver constatato che le aste saranno andate non casualmente deserte, alla concessione di ribassi più o meno consistenti, che in casi particolari potranno portare persino all’effettivo azzeramento del controvalore di cessione.
Nel frattempo sarà trascorso non meno di un biennio e la gente, che già ora ignora l’iniziativa, si sarà completamente dimenticata di tutto. I reggitori del gioco politico potranno cambiare, ma ciò non sposterà assolutamente nulla nel teatrino, e non è escluso che certi beni, particolarmente appetibili, vengano acquistati ad un prezzo simbolico da enti locali o associazioni per svolgervi finalità culturali, sociali, di valorizzazione del territorio: l’abitazione del presidente e dei maggiorenti dell’associazione, la trasformazione in resort camuffato da centro culturale dove ogni anno, giusto per il punto della bandiera, si tiene un convegno per la valorizzazione della lasagna bio consapevole di Tarallo di Sopra o il concorso letterario Cicciuzza Della Gattina destinato a glorificare ego locali.
Su alcune estensioni territoriali si potrebbe, ricorrendone le caratteristiche, impiantare un’attività agricola per dare lavoro a volontari portatori di disagio sociale. Ovvio che saranno portatori di disagio, se nessuno li pagherà.
Sono modalità già viste, ma che i portatori di quella “cultura” che indebitamente si è appropriata di ecosostenibilità e solidarietà sociale sono ben attenti a custodire ammantate di segreto, nel timore di ipotesi di complotto maturate all’ombra delle modalità paranoidi che li caratterizzano.
E nel frattempo l’Italiland della quale, insieme con la pretaglia, occupano i punti sensibili: scuola, comuni, pubblica amministrazione, sanità, sindacato, tribunali, comunicazione, va allegramente a pezzi tra un selfie e l’altro.
Per quanto mi riguarda non sarò certo io a contribuire a contrastare il fenomeno: una metastasi di tale portata deve solo toccare il fondo, morire e imputridirsi nella trasformazione che la farà rinascere.
Sperabilmente in forma di piccole comunità locali autosufficienti, consce ed orgogliose delle proprie radici identitarie che non sono, nè mai potranno essere, quelle del villaggio globale, farsa decerebrante e deresponsabilizzante insieme con il politicamente corretto.
Se, infine, chi legge dovesse chiedersi, non già dimentico del titolo, la ragione dell’affermazione “stroncare le radici identitarie” ho pronta la risposta: a parte caserme ed altri ammennicoli edificati post-unitariamente, molti immobili e fondi, oltre a possedere una storia pre-unitaria, costituiscono precise connotazioni territoriali, punti di riferimento della storia locale e dell’etnografia. Venderli a non si sa chi, perché ne faccia non si sa cosa in nome di una non meglio definita riqualificazione, significa estirpare le radici territoriali, significa fare violenza al territorio.
Certo, ben venga lo straniero se nessuno a livello locale prende l’iniziativa andando oltre i lamenti e le recriminazioni, posto che ve ne siano state, ve ne siano o ve ne saranno … Del resto senza lilleri ‘un si lallera, come dicono in Toscana.

Alberto Cazzoli Steiner

Sorridono tra un selfie e l’altro, ma sarà un riso sempre più amaro

CC 2019.07.04 riso amaroMentre a sinistra e a destra giocano al teatrino dei pirla nell’intento di anestetizzare gli imbecilli che credono ai falsi obiettivi, i numerosi chiaroscuri dell’accordo fra Unione Europea e Vietnam rischiano di ammazzare il mercato risicolo nazionale.
L’accordo firmato domenica 30 giugno tra Hanoi e l’Unione Europea, rappresentata dal Commissario al Commercio Cecilia Malmström e dal ministro rumeno per il Commercio Stefan-Radu Oprea, elimina quasi totalmente le barriere doganali e prevede misure affinché 169 indicazioni geografiche europee siano protette nello Stato asiatico.
Alcune righe dell’accordo, strumento sul quale la Commissione Ue ha puntato molto come strumento di negoziato commerciale, sono dedicate alla solita fuffa formale: l’impegno al rispetto dell’accordo di Parigi sul clima e alla messa in atto dei principi sul diritto dei lavoratori dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Blablabla.
Il numero uno di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, afferma però che l’accordo potrebbe nuocere gravemente alla produzione risicola nazionale e sollecita controlli alle frontiere ed ai porti sulle importazioni di riso da Cambogia e Myanmar (Birmania), perché è minacciata una produzione tipicamente europea come la varietà Japonica.
L’intesa col Vietnam, secondo Giansanti, non è soddisfacente per il riso, per il quale è stato fissato un contingente di importazioni agevolate sul mercato europeo di circa 80mila tonnellate, le cui conseguenze si sommano alla pesante situazione già determinatasi nelgli scorsi anni proprio in ragione delle concessioni fatte a Myanmar e Cambogia.
Estremamente critica la posizione di Coldiretti, il cui presidente Ettore Prandini, ricorda come il riso sia prevalentemente ottenuto attraverso il lavoro minorile, aggiungendo come l’accordo sia sbagliato e contraddittorio in virtù della difficile situazione del comparto e della decisione dell’Unione europea che da metà gennaio 2019 ha messo finalmente i dazi sulle importazioni provenienti dalla Cambogia e del Myanmar, che fanno concorrenza sleale ai produttori italiani.
Secondo Coldiretti, inoltre, il settore agricolo non deve diventare merce di scambio degli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico, occupazionale e ambientale sui territori. E la parità dei criteri deve essere rispettata poiché in gioco c’è il primato dell’Italia in Europa: il nostro paese è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende, che copre il 50% dell’intera produzione Ue, con una gamma varietale del tutto unica su una superficie coltivata di circa 220mila ettari.
Paolo Carrà, dell’Ente Nazionale Risi, parla addirittura di beffa: “Adottata la clausola di garanzia dopo anni di concorrenza sleale sul riso Indica cambogiano, l’Europa viene invasa da migliaia di tonnellate di riso Japonica lavorato, che non paga dazio. E si tratta di una doppia beffa, poiché si tratterebbe di varietà Japonica molto simili all’Indica. I numeri sono già impressionanti: nel mese di aprile 2019 sono entrate 11.261 tonnellate di lavorato Japonica e in maggio circa 18mila, portando il dato totale della presente campagna (settembre 2018-maggio 2019) a 52.076 tonnellate, con un incremento di 31.167 tonnellate (+149%) su base annua. Poiché il riso di tipo Japonica non è interessato dall’applicazione della clausola di salvaguardia, le importazioni di riso Japonica avvengono senza il pagamento del dazio e arrecano un danno alla coltivazione del riso europeo in quanto tale tipologia rappresenta il 75% della produzione totale di riso nell’Ue. Proprio per questo, esistono le condizioni perché la Commissione europea adotti la clausola di salvaguardia sul riso Japonica lavorato d’importazione.”
“Peraltro da parte del Mipaaft (Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo – NdR) sottolinea Carrà “c’è grande impegno per la difesa del Made in Italy, come dimostra l’impegno di Centinaio proprio sulla Cambogia e l’attenzione che ha riservato in questi mesi al problema dell’ex Birmania. Non dimentichiamo che il paese da cui proviene il riso lavorato è lo stesso che ha deportato la popolazione Rohingya, così come gravi violazioni dei diritti umani sono state segnalate anche in Cambogia.”
Per finire, lancia in resta anche per l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Fabio Rolfi, che parla di “passo indietro sulla sicurezza alimentare, sui diritti dei lavoratori e sulla qualità del cibo. Si tratta di un pugno nello stomaco che l’Unione europea assesta ai risicoltori lombardi. L’accordo con il Vietnam per l’agricoltura lombarda è una follia che non abbiamo intenzione di subire, e non nascondo la mia preoccupazione considerando che i 1.800 risicoltori lombardi producono il 40% del riso italiano. Li difenderemo dalle folli politiche europee.”
Sarà, ma a me sembra che i buoi siano scappati. Dov’erano i politici italilandesi quando si trattava di sputare in faccia a quelli di Bruxelles?

Alberto Cazzoli Steiner

Isola vendesi: 15 ettari sui quali non è possibile fare assolutamente nulla

CSE 2019.04.06 Isola Femmine 001Non solo luogo di antichi misteri, a partire dall’origine del toponimo, ma anche di recenti: viene indicata come lunga 575 metri e larga 325 che, essendo la pianta pressoché rettangolare, dovrebbero corrispondere metro più metro meno ad un’area di 186.875m², vale a dire 18,6875 ettari. E invece viene normalmente data per estesa su 15.
Che fine avrà fatto il 19,74% mancante? Erosione? Pizzo? Non sappiamo e, in fondo, neppure ci interessa saperlo.
Il suo punto di massima elevazione è di 32 metri sul livello marino e la trovate nel Tirreno a 38°12′37″N 13°14′09″E, a 800 metri dalla costa settentrionale della Sicilia, tra Capo Gallo e Punta Raisi: è Isola delle Femmine, amministrativamente parte dell’omonimo comune costiero, di proprietà privata ma dal 1997 riserva naturale curata, a partire dal 1998, dalla LIPU, Lega Italiana Protezione Uccelli.
Gli antichi abitanti vivevano prevalentemente di pesca ma oggi l’isola è disabitata e sul suo promontorio, dal quale lo sguardo può spaziare da Capo Gallo all’isola di Ustica ed agli abitati di Carini, Isola delle Femmine e Capaci, si eleva l’unico edificio: il mozzicone di una torre di avvistamento eretta nel XVI Secolo, sembra su progetto dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, più noto per avere realizzato la Fontana Pretoria a Palermo: a pianta quadrata e con spessori murari che superano i due metri subì notevoli danni durante il secondo conflitto mondiale.
Ed ecco la notizia: l’isola è in vendita. La proprietà, che nel 2017 chiedeva oltre tre milioni di euro, ha ribassato a un milione trattabile.
Il prezzo richiesto non è dissimile da quello pertinente ad analoghe soluzioni nella laguna veneziana e sull’isola, a parte restaurare la torre recuperando l’originaria volumetria ed ottenendo il cambio di destinazione in abitazione, non si può fare altro poiché l’area protetta e vincolata, la presenza di un sito archeologico ma soprattutto l’asperità del terreno, ne consentono l’utilizzo esclusivamente nel rispetto delle severissime norme che regolamentano l’area naturale.
Tanto è vero che il sindaco del comune ha affermato: “Chi la compra potrà solo guardarla.”
Probabilmente, aggiungiamo con una punta di malignità, perché la mafia non ritiene l’isola un affare. Altrimenti chissà da quanti anni vi si sarebbe insediato un resort di lusso con spa e, giusto per dare un ecocontentino, postazioni di birdwatching. Alla faccia dell’oasi naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Paesi Bassi: un rifugio invisibile di 35 metri quadrati

CSC 2019.03.30 Rifugioparco 002Se le archistar non fossero sopraffatte dal proprio ego avrebbero molto da imparare da questo modestissimo edificio, che possiede però notevoli controindicazioni: non può alimentare il trogolo di politici, amministratori e maneggioni vari poiché non fornisce lavoro alle megaimprese degli appalti pubblici, quelle che giocano con la finanza in carta del burro, quella che costruisce edifici finanziati da una banca, che li rivende ad un’altra che li affitta ad una compagnia di assicurazioni che li subaffitta alla pubblica amministrazione, che utilizza superfici di 120mila metri quadrati per tenervi uffici deserti o, una o due volte l’anno, convegni ai quali partecipano al massimo 60 persone.
E il resto è affittato ai soliti mutatemutandis, paninarium, biofrullallarium, ecosciurettam e libertomentosum che adeguano strutture, aprono, spendono per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiudono, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua strutture, apre, spende per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiude, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua … ah no, scusate: mi stavo ripetendo.
È probabilmente per questa ragione che il minuscolo edificio che sto per descrivere è stato pensato e realizzato nei Paesi Bassi e non in italiland.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 003CSC 2019.03.30 Rifugioparco 004.jpgEsteso su 2.388 ettari compresi fra i comuni di Utrecht, Stichtse Vecht e de Bilt, il Noorderpark è un’area di riqualificazione che include i laghi Loosdrecht, le foreste di Hollandsche Rading e i villaggi di Maartensdijk e Groenekan.
Il sito è sottoposto alla competenza dello Staatsbosbeheer, l’organismo statale costituito nel 1899 per la salvaguardia del patrimonio naturale.
All’interno del parco, nel 1966 venne realizzato uno spartano edificio con funzione di punto di appoggio logistico per i volontari che curano l’habitat. Ormai bisognosa di un’importante manutenzione, la struttura è stata sostituita con una ancora più semplice, ma affascinante e progettata in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 001.jpgEsteso su soli 35 m2 ed altro al colmo interno 3,5 m, l’edificio consta di ripostiglio, bagno/lavanderia, angolo relax con letto e zona pranzo con focolare, stufa a legna e sedute.
Il focolare è portante della struttura di supporto della copertura ed è conformato in modo da ricordare un albero.
Le facce esterne di tetto e pareti dell’edificio sono realizzati in pannelli in alluminio dipinti in verde, quelle interno sono rivestite in pannelli di legno locale. Ampie aperture finestrate caratterizzano pareti e tetto creano un forte richiamo con l’ambiente esterno, che “entra” nella struttura smaterializzando i confini anche grazie alle due ampie porte scorrevoli ad angolo che, aprendosi completamente, offrono l’opportunità di godere del prato ed instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.
L’ambiente naturale è l’unico protagonista della scena, e cucina e camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco, e nessuno è andato in fissa per la questione di eventuali emissioni nocive originate da un focolare acceso saltuariamente ed in funzione solo per poche ore.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 005Un’opera minima, di facile realizzazione, basso impatto e costo modesto, ripetibile su ampia scala ed in grado di stupire per la sua caratteristica di rifugio, quasi nascondiglio, inaspettato.
Ne abbiamo parlato proprio perché, nonostante la sua apparente modestia, costituisce un esempio di opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in modo adeguato e naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Orvieto: recupero strutturale e considerazioni sull’impianto per la produzione di biogas

Inizieranno auspicabilmente entro la prossima estate i lavori per il recupero strutturale e funzionale di una tenuta agricola orvietana estesa su 62 ettari con due complessi edificati, l’uno in uso e l’altro dismesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 001.jpgLa vocazione del sito sarà agrosilvopastorale, in quanto verterà sulla produzione di manufatti realizzati con una  lana ovina particolarmente pregiata, olio, vino e prodotti correlati, con commercio diretto e presso unità distributive esterne.
Un’importante quota delle risorse verrà invece dedicata alla ricettività turistica ed all’effettuazione di attività afferenti l’ambito olistico di livello medio-alto.
Dei due complessi edificati, quelli in uso dispone di una fossa biologica bisognosa di consistente manutenzione, mentre in quello dismesso è presente la vecchia buca del letame, com’era in uso un tempo.
Il progetto prevede la realizzazione, in zona defilata, di un impianto per la produzione di biogas alimentato con le deiezioni animali e umane, con gli sfalci di frutteti, oliveto, vigna e con gli scarti alimentari e della lavorazione dei prodotti. La capacità dell’impianto consentirà l’autonomia relativamente all’acqua calda sanitaria ed al gas per uso di cucina.
Uno degli ambiti valutativi fondamentali riguarda conseguentemente la scelta del tipo di impianto: fitodepurativo aerobico piuttosto che mediante lagunaggio, oppure anaerobico.
tale scelta, che non esclude l’ipotesi del lagunaggio, potrebbe privilegiare l’ipotesi anaerobica per motivi estetici (maggiore possibilità di occultare l’impianto nell’ambiente) e legati alla diffusione di odori sgradevoli ed all’inevitabile genesi di zanzare, considerata l’attività ricettiva che caratterizzerà parte del complesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 003Questo scritto è incentrato sull’esame di alcune particolarità dei digestori e ad alcune caratteristiche del metodo pFOM e delle metodologie Weende e Nirs.
Premettiamo che se gli scarti vegetali riguarderanno residui della cucina, dell’orto, della sfalciatura e delle potature, le deiezioni animali saranno di origine prevalentemente ovina, quindi con marker organici e gradienti di acidità molto particolari e ben differenti rispetto a quelli di origine bovina massimamente noti in ragione della loro diffusione dovuta all’allevamento intensivo.
Sappiamo come la base teorica che sottende alla valutazione ed alla previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica sia il metodo Weende1, zoccolo duro dell’analisi della digeribilità dei mangimi e più noto come CFM, Crude Fiber Method. Risale al 1864, quando fu codificato da Henneburg e Stohmann.
L’alternativa potrebbe essere costituita dal metodo Van Soest, più accurato del precedente ma non il più avanzato tecnicamente2.
Entrambi i metodi si basano sulla determinazione della frazione difficilmente degradabile (cellulosa) e non degradabile (lignina) di un foraggio, assumendo che la differenza fra tali misurazioni sia il valore nutrizionale netto per l’animale. Poiché il metodo non elabora moltissime variabili prenderemo in considerazione metodi ancora più accurati3.
Riteniamo che l’applicazione ad un impianto di biogas di un metodo sviluppato per la valutazione di mangimi, come comunemente avviene, sia sbagliata poiché la degradazione della biomassa nell’apparato digerente di un animale è sostanzialmente diversa da quella che si verifica all’interno di un digestore anaerobico.
Un’evidenza fondamentale in tal senso è data dai tempi: da 24 a 48 ore per il passaggio attraverso l’apparato digerente di un animale, contro i trenta o più giorni di permanenza in un digestore anaerobico.
Dati indicativi come la sostanza secca e la sostanza organica secca sono inoltre superati. tanto è vero che hanno lasciato il posto all’indicatore pFOM, potentially Fermentable Organic Matter, materia organica potenzialmente fermentescibile. Il valore definisce ciò che può essere effettivamente fermentato in modo efficace escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcola l’autoconsumo della massa batterica.
Per parte nostra specifichiamo che, affinché un impianto di biogas possa conseguire il massimo livello di efficienza, devono essere sviluppate competenze integrate di biologia, fisica, meccanica, automazione. Va inoltre tenuto in conto il fatto che un impianto viene realizzato nella previsione di un lungo periodo di alimentazione: agricola, industriale, comunale e della conseguente valorizzazione dell’energia ricavata per la sua gestione o vendita come prodotto finale in uscita.
Per avere certezza del potere metanigeno dei substrati, della loro adeguatezza biologica, della reperibilità, del costo e della gestione logistica, l’alimentazione dell’impianto viene quindi definita già in fase progettuale.
Ricapitoliamo un istante prima di proseguire: la base teorica ancora oggi più avanzata che sottende a valutazione ed a previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica è il metodo Weender, ampliato di Van Soest per combinare ed elaborare numerose variabili, dove i dati su sostanza secca e sostanza organica secca, ritenuti superati, hanno lasciato il campo all’indicatore pFOM, valore che definisce ciò che può essere effettivamente ed efficacemente fermentato, escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine ​​grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcolando l’autoconsumo della massa batterica, identificando il tempo di fermentazione kd di ogni singolo componente.
Collegando quindi il valore pFOM con i dati forniti dall’analisi all’infrarosso NIRS, Near Infrared Reflectance Spectroscopy, in uso da decenni, eseguita mediante spettroscopia a corto raggio ed oggi certificata ISO 9001, è possibile ottimizzare la ricetta di alimentazione in modo biologico, tecnico ed economico, per ottenerne una massa di deiezione ottimale, anticipando eventuali criticità e prevedendo contromisure in anticipo rispetto al manifestarsi di eventuali problemi.
Il corretto termine tecnico utilizzato, solidi volatili (SV, norma UNI 10458:2011, definizione 3.65), deriva dalla traduzione letterale dal tedesco Organische Trockenmasse, appunto sostanza secca organica per differenziarla dalla sostanza secca che include anche la frazione minerale nota come ceneri, ed i SV sono strettamente correlati al BMP, Biochemical Methane Potential, potenziale metanigeno, costituendo un indicatore fondamentale in tutte le norme applicabili alle biomasse per digestione anaerobica. Quindi la loro misurazione è imprescindibile per una corretta gestione dell’impianto.
Il processo di produzione del biogas, combustibile rinnovabile e dotato di un buon potere calorifico, avviene all’interno di digestori nei quali la biomassa introdotta, dove il cosiddetto substrato, che trova un riferimento nella cellulosa4, viene demolito in percentuali variabili tra il 40 e il 60%. Il biogas ricavato dal processo è composto mediamente al 50-80% da metano, dal 15-45% da anidride carbonica e nella misura residua del 5% da altri gas, soprattutto idrogeno e azoto.
Se per produrre calore, o elettricità con motori cogenerativi, il biogas può essere utilizzato tal quale, per essere immesso in una rete distributiva di gas, anche minima e privata come quella prevista a Orvieto, è indispensabile prevederne la purificazione che innalzi al 95-98% la percentuale di metano, incrementandone così qualità e potere calorifico. Il prodotto ottenuto assume, a rigore, la denominazione di biometano.
Un m³ di biogas consente di ottenere 1,8÷2,2 kWh di energia elettrica o 2÷3 kWh di energia termica, e la sua produzione mediante digestione anaerobica si differenzia in base alla temperatura di svolgimento del processo e del tipo di microrganismi coinvolti.
Le definizioni sono, rispettivamente, psicrofila tra 10 e 25° C, mesofila a circa 35° C e termofila a circa 55° C.
Sembra una banalità, ma la qualità del prodotto finito, nel nostro caso il biogas, è funzione della qualità di ciò che mangia l’animale le cui deiezioni finiscono nel digestore, ed in particolare delle proteine grezze, la cui digeribilità dipende dalla razza dell’animale e dai batteri anaerobici.
Nel caso in esame le proteine sono, in realtà, perfettamente digeribili dai batteri anaerobici a prescindere dall’origine, con valori di BMP, Biochemical Methane Potential, che si aggirano sui 450 Nm3/ton SV, metri cubi Normali per tonnellata di solidi volatili.
Lo dimostrano i numerosi impianti per la produzione di biogas autorizzati dal Ministero della Salute a funzionare con resti di macellazione, i cosiddetti SOA, Sottoprodotti di Origine Animale.
Il valore di autoconsumo della biomassa batterica si misura con una prova biologica, calcolando la differenza fra i SV totali iniziali e finali della biomassa batterica, detta inoculo. Tale differenza rappresenta la frazione di materia organica digeribile che, non mutata in biogas, contribuisce ad accrescere la popolazione di batteri vivi.
Se, sin dai tempi di Pasteur e addirittura con una strumentazione autocostruita e un po’ di pazienza, è possibile effettuare una semplice verifica di Bmp, misurando la costante di tempo di digestione, ben diversa è una situazione come quella orvietana, dove dovremo gestire la quotidianità dell’impianto con la massima precisione, ove possibile anticipando problemi di carico e qualità, e senza ricorrere all’acquisto di scarti di terzi.
Verrà pertanto impiantato un sistema di controllo digitalizzato ed in grado di dialogare con l’impianto di carico, il digestore e le altre strutture aziendali, in ossequio alla legge 232/2016 Industria 4.0 per fruire delle relative agevolazioni, ben sapendo che un modello matematico statico non ci consentirà di gestire un sistema che, per quanto minuscolo potrà essere, sarà in permanente cambiamento esattamente come accade nei digestori di impianti ben più dimensionati ed alimentati con sottoprodotti, per loro stessa natura inevitabilmente variabili nel tempo.
Ciò comporterà la costituzione di un data base di dati concreti, nello storico comprendenti picchi, assenze, carenze, eccedenze, presenza di composti anomali, parametri dei substrati e tra questi TS, NDF, ADF, Lignina, ADL, zucchero, proteine, grassi, amidi e via enumerando5. E ciò potrà avvenire solo mediante costanti prove biologiche realizzate nelle effettive condizioni operative dell’impianto.
La gestione della banca dati dinamica permetterà di avere sotto controllo alimentazione, combinazione corretta dei substrati per ottenere una resa ottimale del biogas, problemi di accumulo nei digestori, consistenza del volume fermentativo utile. L’utilizzo del software specifico consentirà inoltre di analizzare la degradazione dei substrati singolarmente ed in relazione tra loro, la produzione di energia, l’autoconsumo di batteri, la disponibilità residua, la riduzione volumetrica ed innumerevoli altri elementi.
Si potrà così disporre di valori sempre aggiornati in tempo reale, monitorando ed inserendo da remoto dati e parametri, sia ottenuti manualmente sia automaticamente con l’ausilio di strumenti come il Nirs.
I fautori del metodo sostengono che mediante un software, alimentato da una serie di dati numerici ricavati da prove non-biologiche, sia possibile addirittura diagnosticare i problemi biologici e prevedere la riduzione del volume dei digestori per accumulo di sedimenti o massa galleggiante.
Lo scopriremo in corso d’opera poiché, come ben sanno coloro che da decenni svolgono funzioni tecniche dedicate, è impossibile prevedere la resa in metano di un substrato esclusivamente in base alle analisi chimiche come il pFOM, il cui scopo effettivo, ricordiamo, è il calcolo delle razioni dei mangimi. Aspetto che a noi interesserà in modo assolutamente marginale.
Poiché non riteniamo tecnicamente corretto applicare norme al di fuori del loro scopo dichiarato, verrà inizialmente applicata la norma tedesca VDI 4630, pur nella consapevolezza di quanto sia abbondantemente superata, per poi trasmigrare alle norme nazionali più recenti e precise, come da tabella sottostante.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 002Concludiamo queste brevi e sommarie note con una precisazione: pur in ossequio all’interconnettività tipicizzata dai criteri di Industria 4.0, nel caso specifico non è necessario che la strumentazione sia hi tech, ma è sufficiente che sia adeguata alla tipologia delle biomasse ed alle dimensioni dell’impianto e che le sue caratteristiche metrologiche siano note e affidabili.
Crediamo che requisito principale per la proficua gestione di un impianto di biogas sia fondamentalmente una mente aperta e libera da pregiudizi e timori, in modo da interpretare obiettivamente gli esiti delle prove biologiche senza tentare di parametrare la realtà con algoritmi predefiniti o con i risultati della letteratura scientifica ufficiale.
Quello che fa fede sono le norme e la loro scrupolosa osservanza, seguendo alla perfezione i protocolli prestabiliti, valutando sempre i margini di errore delle prove e le informazioni fornite dalle curve di produzione di metano.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Metodo Weende: quello ufficiale universalmente adottato e qui inteso in particolare per gli estrattivi inazotati, sempre superstimati rispetto al loro valore effettivo. In rete è presente esaustiva casistica
2 – Van Soest and McQueen: The chemistry and estimation of fibre – Cambridge University, 1973
3 – Considerazioni derivate in particolare dall’alimentazione di precisione delle bovine da latte
4 – norma UNI/TS 11703/2018
5 – La nota fa riferimento alle metodiche analitiche per la determinazione del contenuto in fibra degli alimenti, quella di Weende o della fibra grezza, ed il metodo Van Soest o della fibra neutro detersa, NDF, della fibra acido detersa, ADF e della lignina acido detersa, ADL.
Il metodo ufficiale universalmente utilizzato è quello di Weende, il cui principio è il seguente:
una aliquota dell’alimento macinato, dopo delipidizzazione con etere o acetone, viene trattata all’ebollizione per 30 min. con una soluzione di acido solforico 0,26N. Dopo filtrazione e lavaggio del residuo con acqua bollente questo viene trattato all’ebollizione per 30 min si filtra, si lava con acqua bollente e si secca il residuo in stufa; si pesa e si incenerisce il campione, che viene di nuovo pesato: la differenza tra le due pesate costituisce la fibra grezza del campione. Questo metodo sottostima il reale contenuto in fibra dell’alimento perchè il 50-90% della lignina, lo 0-50% della cellulosa e fino all’85% delle emicellulose può essere solubilizzato e quindi non dosato come fibra grezza.
Il sistema delle frazioni fibrose secondo Van Soest consente invece una migliore classificazione dei costituenti delle pareti cellulari. Principio del metodo:
a) fibra residua al detergente neutro NDF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente sodio laurilsolfato in ebollizione per 1 ora, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa; la differenza fra le due pesate, rapportata al peso del campione, costituisce l’NDF;
b) fibra residua al detergente acido ADF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente bromuro di cetil-trimetilammonio in acido solforico 1N in ebollizione per 1 ora. Si filtra, si essica in stufa il residuo e si pesa. Questo residuo costituisce l’ADF;
c) lignina ADL: il residuo dell’ADF viene trattato con acido solforico al 72% a freddo per 3 ore. Si lava, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa di nuovo: la differenza tra le due pesate costituisce l’ADL.
Il metodo NDF consente di separare cellulosa, emicellulose e lignina dalle pareti cellulari vegetali e dal materiale cellulare solubile rappresentato da zuccheri, acidi organici, sostanze azotate proteiche e non proteiche, lipidi, sali minerali solubili.
All’analisi NDF sfuggono le pectine, che vengono solubilizzate, anche se sono intimamente legate alla parete cellulare.
Il metodo ADF consente di determinare un residuo fibroso costituito da cellulosa, lignina, cutina e silice. La differenza tra NDF-ADF dà una stima delle emicellulose.
Il metodo ADL consente di determinare la lignina, al netto delle ceneri.

È sarda l’alchimista che ha saputo trasformare gli scarti in oro

Daniela Anna Ducato: era assolutamente sconosciuta ai più quando, il 10 marzo 2015, ne parlammo nell’articolo Dal letame nascono i fior. Di aziende pubblicato sul vecchio blog.
Fu in occasione della Giornata della Donna, quando Sergio Mattarella le conferì la nomina a Cavaliere “per avere offerto testimonianza, con la sua attività di trasformazione degli scarti in innovativi materiali edilizi, di come l’impegno imprenditoriale possa essere d’ausilio alla causa della tutela ambientale.”cc 2019.01.28 ducato 001La sua Edizero Architecture for Peace ha sede a Guspini, Medio Campidano, censita come l’area più povera d’Italia e Daniela Anna Ducato, grazie al sapiente utilizzo degli scarti, che lei preferisce definire eccedenze in una logica di celebrazione dell’abbondanza, ha impiantato sei aziende e creato alcune centinaia di posti di lavoro.
Ne riparliamo a distanza di tre anni (anche sulla nostra pagina Facebook Centro Studi Ecosostenibili) perché la prestigiosa rivista Fortune ha certificato la Ducato donna più innovativa d’Italia, nell’ambito di una classifica delle donne in grado di cambiare il mondo.
“Ho iniziato con la lana di pecora, quella a pelo corto, uno scarto di lavorazione, un rifiuto difficile da smaltire, e l’ho trasformata in un isolante termico per l’edilizia, ma anche in una straordinaria spugna per assorbire il petrolio nel mare” ha dichiarato l’imprenditrice. E dopo la lana il sughero, e poi la canapa, e ancora le vinacce e le bucce di pomodoro: “Cento sostanze da buttare diventate 120 biomateriali da impiegare in tanti settori. Non scarti, semmai scarti preziosi, ma preferisco eccedenze, dà il senso dell’abbondanza, di un dono. Cerco di trovare una funzione a ogni cosa.”
L’imprenditrice è dell’opinione che la vera povertà siano l’incapacità delle istituzioni di ascoltare il territorio, l’assistenzialismo, lo spreco di risorse, la svalutazione dell’esistente.
E che innovare significhi non rassegnarsi, valorizzando quello che c’è invece di agognare improbabili progetti faraonici trappole travestite da Green Economy1 dietro la quale si muovono imprenditori che sfruttano solo i fondi messi a disposizione senza offrire in cambio nulla, nè ecosostenibilità nè lavoro.
Nel corso di questo 2019 Daniela Anna Ducato esplorerà nuove vie: “Mi occuperò di alta formazione nella progettazione con le Università di Cagliari e Sassari. E mi dedicherò a produzioni differenti nel settore del cibo. Ammetto che da un lato sono preoccupata, ma dall’altro so che è giusto cambiare. È sempre utile mutare prospettiva, modo di vedere le cose.”

Alberto Cazzoli Steiner

cc 2019.01.28 ducato 002NOTA – 1 – Relativamente a quella che chiamammo “la finanza dai denti a sciabola con il vestitino sostenibile” ecco una selezione di articoli che pubblicammo sul vecchio blog:
7 novembre 2013 – Onoriamo il Lupo, per noi è un animale veramente Sacro. Soprattutto se parliamo di finanza
21 ottobre 2014 – Chi sostiene la finanza sostenibile