Vieni? No, unesco perché è tutto avvelenato: prosecco Docg

Come è noto, alla fine la lobby del prosecco l’ha spuntata: i 18.967,25 ettari nel cuore del Veneto sono diventati patrimonio dell’umanità sotto le insegne dell’Unesco e il motto, anzi il mantra, “unione di cultura e natura in un paesaggio non riproducibile”.FRANCE-AGRICULTURE-VITICULTURE-WINEChe non sia riproducibile ce ne accorgeremo quando non esisterà più, visto che oggi quel paesaggio sta scomparendo, eroso in misura variabile da 9.300 a 43.400 chilogrammi per ettaro, pari a 31 volte la media fisiologica ammissibile che va da 300 a 1.400 chilogrammi per ettaro.
L’erosione è un fenomeno assolutamente naturale, ma quello che nelle terre de ombre baciate dall’Unesco preoccupa è la velocità con cui avviene.
La ragione per cui avviene è una sola, si chiama “schei”, denaro, al quale è stata sacrificata qualsiasi cultura del lungo termine, qualsiasi forma di tutela del territorio, in un parossistico qui-e-ora che non prevede, anzi ne respinge il solo pensiero, quali saranno le conseguenze dell’eccessiva erosione fra venticinque, cinquanta o cento anni.
Intendiamoci, il suolo non si volatilizza, si trasforma, per esempio in polveri, e si sposta. E nessuno si preoccupa di verificare l’impatto ambientale di questa imponente massa di sedimenti che finisce nei fossi, nei fiumi e via via fino al mare portando quantità di inquinanti, a cominciare dai residui di fito”farmaci” e fertilizzanti come il fosforo attaccato alle particelle di suolo.
Ma andiamo con ordine.
Va detto, anzitutto, che esistono due aree del prosecco. Quella Doc è estesa su nove province, tre friulane (Gorizia, Pordenone e Udine) una giuliana (Trieste) e cinque venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza) e complessivamente vale 464 milioni di bottiglie che assommano annualmente 2,5 miliardi di euro.
Quella Docg, oggetto di queste note, è ricompresa in quindici comuni: Cison di Valmarino, Colle Umberto, Conegliano, Farra di Soligo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana, Tarzo, Valdobbiadene, Vidor e Vittorio Veneto e produce complessivamente poco più di 90 milioni di bottiglie per un controvalore di 520 milioni di euro.
Un tempo il vino italiano più bevuto nel mondo era il chianti, e molti si chiedevano come fosse possibile garantire un’esportazione otto volte superiore alla produzione.
Ma i misteri vitivinicoli sono pressoché infiniti, quasi pari a quelli eleusini, e si esplicano senza esclusioni territoriali dalle Alpi al Lilibeo. Per esempio trasformando, grazie ad enologi Maghi Merlini, il Primitivo o lo Squinzano in Prosecco. Nemmeno Michael Jackson riuscì mai a diventare così bianco.
Ma per non uscire dal tema non indaghiamo e mettiamoci una pietra sopra, come dicevano i costruttori della Salerno – Reggio Calabria.
Oggi il vino italiano più stappato al mondo è il prosecco, e il Regno Unito ne è il maggior consumatore. Nel 2019 il Docg ha già registrato un incremento del 28% delle esportazioni e per fine anno si prevede di raggiungere il miliardo di euro.
Ironia della sorte: è anche uno dei vini più imitati, soprattutto da cileni e sudafricani. E si stanno affacciando i cinesi. Loro non imitano, comprano.
Ma laggiù dove le linee dell’orizzonte sono dominate da colline dolci anche se molto ripide e da innumerevoli piccoli vigneti sviluppati longitudinalmente da Est a Ovest in scenografici terrazzamenti inerbiti, si nascondono invisibili insidie, mostri pronti a prenderti alla gola, ad entrarti nel sangue, a mozzarti il respiro, a modificare le tue cellule come in Morbus Gravis di Eleuteri Serpieri.
I peana che esprimono grande soddisfazione e immensa gioia per l’iscrizione a patrimonio dell’umanità delle colline di Conegliano e Valdobbiadene si sono sprecati, e tutti gli aedi affermano, come per esempio dichiara Innocente Nardi, presidente dell’Associazione temporanea di scopo Colline di Conegliano Valdobbiadene patrimonio dell’umanità e del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene prosecco Docg, che “il riconoscimento non rappresenta il punto di arrivo ma un’importante tappa di un percorso che mira alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico ed agricolo di questo piccolo territorio. Da oggi l’impegno di tutti sarà rivolto alla conservazione e alla manutenzione dei beni paesaggistici iscritti, con particolare attenzione alle raccomandazioni Unesco per la tutela e la valorizzazione a favore delle future generazioni, in coerenza con l’obiettivo di un equilibrato e armonico sviluppo economico e sociale.”
Banda, zum-pa-ppa, taglio del nastro e benedizione del vescovo. Segue brindisi.
Dal coro dei belanti si staccano in pochi. Per esempio Francois Veillerette, presidente del PAN, Pesticide Action Network, che scrisse una lettera al comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco per mettere in crisi la decisione:
“Vi scriviamo per conto di chi rappresenta 600 organizzazioni, istituzioni e individui in oltre 90 paesi che lavorano per sostituire l’uso di pesticidi pericolosi con alternative ecologicamente valide e socialmente giuste.
La regione del prosecco Docg è caratterizzata da un’intensa produzione di vino, in cui i vigneti coprono sia le aree urbane sia quelle naturali dell’intera area e dove vengono utilizzati intensamente i pesticidi pericolosi.
L’uso intensivo di pesticidi ha già dimostrato effetti negativi sulla salute della popolazione locale e sulla qualità della vita nella regione. Le persone che vivono in prossimità delle zone viticole soffrono di questi effetti giorno dopo giorno.
I cittadini della regione del prosecco hanno contestato fortemente la nomina come patrimonio mondiale, poiché il loro benessere e la loro salute sono continuamente minacciati dall’uso di pesticidi pericolosi.”
Gli abitanti delle aree interessate, ma non interessati anzi dominati dalla produzione del prosecco, hanno fondato numerose organizzazioni, hanno organizzato marce, hanno scritto ed inviato petizioni, hanno promosso sit-in nel tentativo di fermare il processo di iscrizione, almeno fino a quando non si fosse interrotto l’uso di pesticidi.
A fronte di tutto questo il Consorzio Valdobbiadene ha messo al bando il pesticida più famoso, il glifosato, ma ciò ovviamente non è sufficiente per contenere la rabbia dei cittadini che si sentono abbandonati rispetto all’invadenza dei fitofarmaci usati abbondantemente vicino a case, scuole, ospedali e si sono sentiti presi in giro da coloro ai quali hanno espresso la loro fiducia attraverso il voto in ragione dell’inutilità dei loro sforzi.CV 2017.03.18 Bancaterra 002E veniamo infine al fenomeno dell’erosione.
Il processo che ha portato all’ottenimento della Docg ed al riconoscimento da parte dell’Unesco è durato undici anni e, negli ultimi sette, una ricerca caratterizzata da efficienza, professionalità, dedizione e basso profilo è stata svolta da un gruppo di agronomi, geografi, geologi, ingegneri ambientali e sismologi dell’Università di Padova.
Poiché nella letteratura scientifica si possono trovare diversi articoli in cui si evidenzia l’alto tasso di erosione dei suoli, i risultati della ricerca non sorprendono.
Purtroppo è noto come i processi del e nel suolo si manifestino nel lungo periodo ed è altrettanto evidente come attualmente, in qualsiasi attività produttiva intensiva si badi alla convenienza immediata, a discapito di qualsiasi interesse o bisogno ambientale o sociale.
A tali dinamiche l’agricoltura non sfugge, soprattutto per quanto riguarda colture estensive e certe eccellenze produttive, per esempio il prosecco.
E quindi, nei giorni in cui il prosecco segna record mondiali di vendite, l’Università di Padova pubblica sotto il titolo “Estimation of potential soil erosion in the Prosecco Docg area” sulla prestigiosa rivista Plos One il resoconto dell’accurata ricerca che dal 2012 ha monitorato i terreni del prosecco docg, certificando che quel territorio ha un indice di erosione trentun volte superiore ai limiti considerati tollerabili all’interno dell’Unione Europea.
Secondo la ricerca, per produrre una bottiglia di prosecco si consumano 3,3 kg di terra; calcolando come sopra indicato una produzione di 464 milioni di bottiglie doc e di 90 docg, il conto è presto fatto: scompaiono 1.828.200.000 kg di terra.
Evidente come l’impronta ecologica del prodotto sia notevolissima. Stiamo parlando di un’area estesa per 215 chilometri quadrati, dove la coltivazione della vite che origina il docg occupa il 30 per cento del terreno disponibile, e la ricerca avanza il dubbio che un’attività agricola così intensiva non sia più sopportabile sul piano ambientale.
Nella parte narrativa della ricerca si legge: “Il suolo è una risorsa non rinnovabile, per questo motivo bisogna avere un approccio integrato alla gestione dell’agroecosistema. Un territorio come quello dell’area prosecco oggi dà ottimi risultati dal punto di vista economico, ma questo tipo di produttività alla lunga difficilmente sarà sostenibile.”
Nei fatti, con l’erosione il suolo si abbassa sul piano topografico e il terreno si impoverisce, in termini di sostanza organica e nutrienti e l’erosione, che in natura assomma normalmente alla media di 1 mm/anno, qui preoccupa per la velocità con cui si manifesta.
Le colture di vigneti, ricomprese nella cosiddetta agricoltura da versante, sono tra quelle che più stimolano i processi erosivi, e la ricerca dell’Università di Padova stima che il processo degenerativo potrebbe essere dimezzato se intorno alla produzione si allargasse una fascia di contenimento costituita da siepi intorno ai filari, fasce tampone e inerbimento delle aree dei vitigni.
Vi è stata, inevitabilmente, un’alzata di scudi da parte degli agricoltori che, oltre a contestare i dati della ricerca, hanno affermato come frenare l’erosione sia interesse primario di chi produce vino, indicando processi di mitigazione produttiva già avvenuti negli anni scorsi nelle zone del Chianti e delle Langhe, con esiti disastrosi per il fatturato.
Hanno perciò espresso la loro disponibilità ad intervenire, qualora sostenuti economicamente dallo Stato e dall’Unione Europea. L’80 per cento del prosecco varca la frontiera e, c’è da giurarci, l’80 per cento dei viticoltori sono a chiacchiere favorevoli all’indipendenza del Veneto.
Così è, se vi pare. Cioè no, cosa dico? Non sia mai che cito Pirandello, un terrone.

Alberto Cazzoli Steiner

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Riso in lacrime

A ben guardare le lacrime assomigliano a chicchi di riso. E per restare in tema morfologico, o forse perché credono nelle segnature, mai come quest’anno i risicoltori piangono. Fiumi di lacrime, che però potranno parzialmente contribuire a ridurre il volume dell’acqua da immettere nelle risaie.CV 2017.03.11 Riso 001L’imprenditoria italiana è ben strana: quando ci sono i profitti non vedi e non senti nessuno. Appena i profitti diminuiscono alè con il pianto greco, la richiesta di sovvenzioni, tutele, leggi garantiste, l’evocazione di catenacci protezionistici che da tempo immemore non si usano più nemmeno nel gioco del calcio.
Se non fossimo quei tesorucci che siamo potremmo sostenere che del Debakel della risicoltura italiana intensiva non ce ne può fregar di meno, visti i costi sanitari e ambientali che comporta. E infatti è così.
Ne parliamo incidentalmente proprio in riferimento alla qualità del prodotto immesso sulle nostre mense: mai come quest’anno il riso della grande produzione è generalmente di pessima qualità. E la ragione non è solo perché oltre la metà proviene dall’estero in regime di esenzione daziaria e coltivato non si sa né dove né come, probabilmente in Africa nelle terre oggetto di land grabbing da parte di multinazionali indiane e cinesi, ben consce che da questo cereale, che costituisce generalmente il primo alimento assunto durante lo svezzamento, dipende la sopravvivenza del 50 per cento della popolazione mondiale.
Ma consentiteci, prima di entrare in argomento, una breve digressione storica: ci farà comprendere come i risicoltori non fossero dei santi nemmeno nell’Ottocento, quando in Italia iniziò la coltivazione moderna grazie alle decine di varietà portate in patria – la storia non lo dice ma si suppone di sfroso – nel 1839 da Giovanni Calleri, gesuita missionario in Estremo Oriente. I semi selezionati attecchirono subito e la coltivazione ebbe un’impennata, uscendo dal giogo di una malattia, chiamata brusone, che affliggeva il Nostrale, l’unica qualità sino ad allora coltivata sul territorio nazionale.
Da quel momento il riso, e i suoi produttori latifondisti, furono a modo loro antesignani del land grabbing nostrano, accaparrandosi terre sempre più estese nel basso Piemonte e in Lombardia che, non sempre provviste di sedimento e drenaggio adeguati, furono in gran parte fonte del flagello della malaria. Nel Casalese, Vercellese e Pavese le risaie costituivano la coltura dominante: rendevano molto ai padroni e una miseria a chi ci lavorava, che in più si portava a casa la febbre terzana. Il primo a denunciarne effetti e ragioni fu Giovanni Lanza, medico e Presidente del Consiglio dal 1869 al 1873. A quella prima denuncia fece seguito nel 1877, in occasione di una vera e propria epidemia, quella di Benedetto Cairoli, Presidente del Consiglio eletto a Pavia nelle fila della Sinistra storica, e ne nacque uno scontro con Agostino Depretis, allora Ministro dell’Interno, anch’egli pavese di Stradella ma rappresentante gli interessi dei proprietari terrieri.
Il riso e il suo potere finanziario consentirono al Regno Sabaudo la realizzazione di importanti opere idrauliche come il Canale Cavour e, in concorso con altri interessi manifatturieri, una fitta rete di strade, tramvie e ferrovie economiche che sfruttavano la sede stradale e che non nacquero certamente per trasportare persone – visto che il costo dei biglietti non era alla portata dei miserabili che vivevano nelle campagne – ma per addurre merci, manufatti e semilavorati alle linee ferroviarie principali affinché raggiungessero i porti d’imbarco o i valichi transalpini (vedasi in proposito: Luigi Ballatore, Storia delle Ferrovie in Piemonte, Editrice Il Punto, anno 2002).CV 2017.03.11 Riso 002Fine dell’ora di storia. E ora, pacco del kleenex a portata di mano.
Tra costi e ricavi sembra che i conti non tornino: import a dazio zero dall’estero, prezzi che crollano, elevati costi di produzione e burocratici, impossibilità di comprimere molte voci di spesa, ricerca genetica sempre più cara e guadagni quasi nulli. Una ricerca presentata dall’Associazione dei laureati in scienze agrarie e forestali di Vercelli e Biella durante la Fiera in campo di Vercelli che si è tenuta il 4 e 5 marzo ha fatto i conti in tasca agli agricoltori mostrando l’amara situazione del settore.
Fra il 2015 e il 2016 sia gli ettari a riso nazionali sia la produzione sono aumentati (+90mila tonnellate) ma anche le scorte di risone sono elevate. Colpa, secondo i risicoltori, dei paesi cosiddetti meno avanzati che continuano a esportare in Europa a dazio zero.
Secondo i dati forniti dall’Associazione di cui sopra solo le aziende oltre i 300 ettari e che coltivano Arborio, Carnaroli o Lungo B hanno portato a casa la copertura dei costi e una modesta remunerazione per il proprio lavoro, tutte le altre sono andate sotto. Va tenuto presente che la dimensione media delle aziende risicole italiane si aggira sui 50 ettari, però quello che la ricerca non dice è che c’è una tendenza alla concentrazione. Il che, espresso in altri termini, significa che sempre meno aziende possiedono superfici sempre più elevate. Nessuno si è premurato di farci sapere chi siano questi facoltosi possidenti, anche se probabilmente finirà come a Milano: quando i cinesi arrivavano in bar, ristoranti, negozi con la proverbiale valigetta ricolma di contanti, pagando prezzi senza trattare, tutti a ossequiare e a vendere, ed ora tutti a lamentarsi dello strapotere degli operatori commerciali con gli occhi a mandorla.
L’Associazione, chiosando che le aziende risicole italiane contribuiscono a mantenere in ordine il territorio, propone di andare verso reti d’impresa, programmare accuratamente le semine coordinando ditte sementiere, industria e aziende agricole in modo da evitare scompensi sul mercato, liberare le aziende dalla burocrazia, puntare sulla ricerca genetica, razionalizzare il parco macchine e premere sull’Unione Europea – quell’Unione che normalmente viene schifata, salvo pietirla quando fa comodo – perché, oltre a porre un freno all’invasione del riso straniero, vigili affinché il prodotto in arrivo rispetti le norme sull’utilizzo di fitofarmaci. Un bel quadro, non c’è che dire, e la sconsolata conclusione della ricerca è che in assenza di cambiamenti e interventi pubblici il comparto risicolo nazionale rischia di scomparire.
Perché ciò non accada non serve che i risicoltori si attacchino a succhiare un’ormai asfittica tetta pubblica, il cui sempre più scarso alimento verrebbe distolto ad altre ben più utili cause.
Il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, detto Carlin, affermò: “L’agricoltura, che dovrebbe fondarsi su un’alleanza tra uomo e natura, è diventata invece una guerra. E non è un caso che le tecnologie per fare i pesticidi provengano tutte dall’industria bellica: l’agricoltura industriale è di fatto una dichiarazione di guerra alla Terra.” Ecco, queste parole contengono la soluzione: sarebbe ora che l’agroalimentare lo frequentasse gente consapevole che è ormai tempo di perseguire un’agricoltura sostenibile.
Ma è ora che anche i consumatori si decidano in massa ad acquistare direttamente dai produttori eliminando la ragion d’essere delle catene intermediarie, utilizzando le risorse economiche per pagare il cibo al giusto prezzo. Privilegiando la tavola, piuttosto che il tablet, pur nella consapevoelzza che anche riguardo al riso non è bio tutto ciò che non luccica. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Alberto C. Steiner

Fame un spritz, fameo bon co ‘na feta de limon

Chi crede che il land grabbing sia un fenomeno tipico del Sud del mondo è in errore: accade anche da noi.CV 2017.03.01 Prosecco 001.jpgPer esempio in Lombardia, dove le aziende agricole stanno diventando sempre di meno ma con terreni sempre più estesi destinati a monocolture, in particolare soia e colza. Oppure nel Veneto, segnatamente nei territori votati alla produzione del prosecco.
Accade da anni ma da quando, nel gennaio dello scorso anno, la Regione Veneto ha di fatto liberalizzato l’impianto di nuovi vigneti, l’espansione delle vigne a Prosecco è stata inarrestabile. I coltivatori hanno cercato prevalentemente terreni di vaste proporzioni pagando anche da 6 a 10 euro al metro quadrato contro un valore effettivo che normalmente non supera i 2, non da ultimo grazie ai contributi elargiti dalla Regione, che nel 2015 hanno toccato la ragguardevole cifra di 13,5 milioni di euro.
La stessa Regione ha inoltre esteso l’area doc alla provincia di Belluno, e anche lì si è scatenato l’accaparramento delle terre per vigne da Prosecco.
Oltre alle conseguenze ambientali e sociali tipiche delle monocolture, ciò ha implicato un massiccio livello di utilizzo di prodotti chimici, segnatamente pesticidi utilizzati in non meno di 20-25 trattamenti annui, contro i quali nulla possono fare anche quei pochi coraggiosi produttori del biologico, visto che vengono sparsi con gli elicotteri e che i dati dell’Arpav sono chiari: aumento del 305% nell’uso di pesticidi dovuto ai nuovi vigneti.CV 2017.03.01 Prosecco 002.jpgA prescindere dall’effetto deriva dei pesticidi usati nel prosecco che inquinano altre coltivazioni e stanno creando problemi all’apicoltura, l’aumento dei prezzi della terra la rende inoltre sempre meno accessibile a chi volesse incrementare le coltivazioni tipiche e tradizionali. Una presenza invasiva come il prosecco, per la potenza economica di cui dispone e per l’impatto ambientale che provoca, comporta inoltre che l’uva divenga vino solo se trasformata nelle cantine del trevigiano. Sul territorio rimangono quindi solo pesticidi e danni, mentre la ricchezza va altrove. Esattamente come in Africa.
Le situazioni più critiche sono ovviamente nelle zone di Valdobiadene e Conegliano dove da decenni si coltiva il prosecco e dove ci sono molti problemi, oltre che di inquinamento e irrorazione, anche per il turismo, poiché sono state vietate le passeggiate lungo zone coltivate a vite da aprile ad agosto.
Già nel 2014 alcuni politici locali sono intervenuti in difesa della popolazione affermando che se fossero stati eletti al Parlamento Europeo avrebbero denunciato l’assalto alle terre e alla montagna. Perché, non potevano farlo come privati cittadini? E intanto anche l’incidenza dei tumori sta aumentando.
Grazie alla lobby del prosecco esiste inoltre una legge regionale che consente di distruggere i boschi per piantare i vigneti, tanto è vero che a Tarzo una collina è franata a causa della distruzione di un bosco secolare trasformato a suon di ruspe in area coltiva.
Per contrastare il fenomeno sono nati i GAST, Gruppi di Acquisto Solidale di Terreni, ma la battaglia è persa in partenza perché può essere combattuta solo a colpi di bonifici milionari, e non basta che gruppi di venti o trenta famiglie decidano di mettere insieme i loro risparmi per acquistare un terreno, un bosco, un frutteto, in modo da sottrarlo al prosecco.
A distanza di un anno dall’approvazione della legge assistiamo a boschi che scompaiono, e con loro animali selvatici, flora spontanea, possibili economie alternative, capacità di creare acqua, stabilità delle pendenze, caratterizzazione dei luoghi in senso paesaggistico, culturale, gastronomico. Tutto questo per far posto ad un’agricoltura che punta dritto all’happy hour e deve fare subito profitto grazie ad un aperitivo industriale frizzante.
Un’agricoltura armata di motoseghe e macchine movimento terra non pone le basi per la sostenibilità. Un produttore biologico o un vignaiolo serio non sterminano un bosco o un frutteto per poi produrre vino, perché l’agricoltura biologica è un sistema, non un processo.
Ma non era l’Africa quella della maledizione del riso e dell’olio di palma? Già… Non ce n’è, l’agroindustria miete vittime, e non è solo una questione estetica, ma anche etica. La terra considerata mera risorsa alla quale attingere a scopo di lucro non ha nulla a che vedere con i valori che l’agricoltura ha ispirato nei secoli.
Difendere il paesaggio è difendere la biodiversità, la fertilità del suolo, la qualità della vita e di ciò che consumiamo.
E, giusto per concludere un articolo per molti versi ovvio, con decisione unanime la Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco ha candidato il paesaggio vitivinicolo del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene e il dossier di candidatura, da qualche settimana a Parigi, ha molte possibilità di essere approvato entro l’anno. La notizia completa può essere letta sul sito dell’Agenzia Ansa, che l’ha pubblicata il 26 gennaio scorso e ciò significa che la lobby del prosecco si sta avviando a conseguire la patente di intoccabilità.
Bene. Sappiamo di avere, con questo articolo, smosso le coscienze degli ecochicbiobau di Brera. Ne parleranno, in attesa di completare il gruppo di amici davanti al Patuscino o al Radetzky. Dove, una volta accomodatisi, ordineranno uno spritz.

Alberto C. Steiner

Gli asset del futuro? Acqua e cibo

Politica e finanza invece che di petrolio, inflazione, debito e tassi di interesse farebbero meglio ad occuparsi di acqua e cibo, che costituiranno i veri asset su cui investire per il futuro. È la tesi espressa dal nostro sito partner Consulenza Finanziaria in un articolo molto interessante, che accentua l’aspetto niente affatto etico delle attuali speculazioni finanziarie sui beni primari, in grado di realizzare performances spaventose nella totale indifferenza, in aree geografiche dove la gente muore, letteralmente, di fame.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Il persistente livello di sotto-alimentazione, con le conseguenti ricadute economiche, sanitarie ed umanitarie, colpisce un terzo della popolazione mondiale, e tre quarti del cibo consumato nel pianeta sono costituiti da riso, grano e mais. In particolare, metà di tutto ciò che mangiano i 7 miliardi di esseri umani – compresi noi dei paesi ricchi – è rappresentato da riso.
Ma l’efficienza produttiva e lo sfruttamento del terreno variano considerevolmente fra paesi avanzati e arretrati. Un esempio aiuta a comprendere la situazione: se negli Stati Uniti della metà del XX Secolo 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate oggi, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per contadino.
Nell’Africa sub-sahariana, invece, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi solamente 700 chili annui, in prevalenza destinati prevalentemente all’autoconsumo.
Si direbbe inoltre che la domanda di cibo proveniente dalla Cina costituiscano la vera questione. Se lo sviluppo cinese, e conseguentemente la sua domanda mantenessero il ritmo attuale, nel 2030 quel paese, che oggi sta già importando il 25% della soia mondiale per nutrire i suoi 500 milioni di maiali ed i suoi 5.000 milioni di polli, abbisognerebbe del 70% della produzione mondiale di frumento e del 75% di quello di carne. La Cina deve, e dovrà, nutrire il 20% della popolazione mondiale disponendo solo dell’8% della terra coltivabile mondiale. Con lo sviluppo dell’industria e lo sfruttamento intensivo dei terreni, ogni anno Pechino perde un milione0 di ettari coltivabili e quantità enormi di acqua.
Per fare un raffronto, ogni cinese dispone oggi di 0,15 ettari, a fronte di ogni statunitense che può beneficiare di 1,5 ettari.
Altro grave, anzi gravissimo problema – che abbiamo più volte denunciato, per esempio nell’articolo  Land Grabbing e vergini dai candidi manti pubblicato sul vecchio blog il 29 novembre 2013) è costituito dal Land Grabbing. I dati sono controversi perché, va detto, abbiamo a che fare con vere e proprie organizzazioni criminali che sostengono, spesso ricorrendo all’uso delle armi, l’accaparramento delle terre nei paesi dell’Altro Mondo, quello che oggi è povero e che è destinato a divenire sempre più povero per soddisfare iu bisogni dei paesi ricchi.
La Banca Mondiale stima che nel periodo 2007-2010 56 milioni di ettari siano stati oggetto di land grabbing, mentre la National Academy of Sciences degli USA dichiara che le appropriazioni assommano a 100 milioni di ettari e l’Ong Oxfam afferma che si tratti di ben 200 milioni di ettari, due terzi dei quali si trovano in Africa.
Un terzo delle terre sarebbe usato per coltivare alimenti (esportati nel paese dei nuovi proprietari), un terzo per agro-combustibili, un terzo come foreste, legno e fiori, questi ultimi utilizzati principalmente per ottenere i cosiddetti crediti di anidride carbonica compensativi delle emissioni nei paesi acquirenti.terra-africa-001Riteniamo utile riportare, in proposito, due citazioni. La prima, inquietante, dal nostro articolo sopra menzionato: “Oltre il non profit, c’è un settore che punta a coniugare reddito, etica e sostenibilità. L’articolo, pubblicato dal settimanale Il Mondo del 22 novembre con un sottotitolo dal sapore vagamente inquietante di slogan: Siamo utili, e facciamo utili ci fornisce lo spunto per parlare di un argomento che da gran tempo, in particolare da quando a Milano ed in altre città italiane si è tenuto il Forum della finanza sostenibile, è nelle nostre corde. Vale a dire, quando la finanza dai denti a sciabola indossa l’abito di scena etico e solidale. Che lor signori, come scriveva l’indimenticato Fortebraccio, facciano utili è pleonastico. Se siano utili è altrettanto induscutibile: in questo scritto cercheremo di portare il nostro contributo per stabilire a chi siano utili.”
La seconda citazione, significativa poiché pone l’accento sulla reale capacità di autodeterminazione delle ex-colonie africane, proviene da un altro nostro articolo, L’Africa morirà. Questo come la fa sentire? Non colpevole, pubblicato anch’esso sul vecchio blog il 6 dicembre 2014: “Accade di parlare della devastazione di cui sono preda i paesi del Sud del mondo e, inevitabilmente, il discorso vira puntando ai sensi di colpa che attanaglia certi occidentali: colpa nostra se sono ridotti così, li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda mi dichiaro non colpevole. Penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali fantocci rapaci e feroci nelle mani di istituzioni finanziarie internazionali. Meglio ancora se li avessero lasciati in pace, ma questo è un altro discorso.
Oggi assistiamo ad una nuova colonizzazione di quei paesi, perpetrata da paesi che furono a loro volta colonizzati: e trattasi di una colonizzazione senza né pudore né ritegno, che va sotto il nome di land grabbing.”
Ma quali sarebbero i prodotti agricoli più coltivati? Soia, canna da zucchero, mais, olio di palma. Detto in altri termini, le terre africane sono considerate una soluzione a basso costo dei problemi altrui.
Vale a dire dei problemi dei paesi nei quali lo spreco di cibo è la norma, in proporzioni sempre più insostenibili: secondo l’Institution of Mechanical Engineers del Regno Unito, la produzione annua di cibo è di 4 miliardi di tonnellate, ma a causa di sistemi di raccolta, immagazzinamento e trasporto carenti, sprechi del mercato e dei consumatori, tra il 30 ed il 50 per cento dell’intera produzione alimentare mondiale (una quantità compresa fra 1,2 e 2 miliardi di tonnellate) non viene consumata.
Enormi quantità di terra, energia, fertilizzanti, acqua sono inoltre sprecati e persi durante la produzione di prodotti alimentari, che finiscono nei rifiuti.
Le cause variano in base alle regioni: nei paesi dell’Altro Mondo mancano infrastrutture, sistemi di stoccaggio e refrigerazione, trasporti adeguati. Se in Cina la percentuale di riso persa è pari al 45% del raccolto e in Vietnam dell’80%, nei paesi ricchi il cibo viene “dimenticato” in frigoriferi e banchi dei supermercati.
Studi della FAO indicano che in Europa e negli Stati Uniti il consumatore medio spreca 100 chili di cibo l’anno, contro i 10 chili del consumatore asiatico; i consumatori dei paesi ricchi sprecano ogni anno 100 milioni di tonnellate di cibo (un quantitativo superiore all’intera produzione dell’Africa Nera), e in particolare si stima che negli USA il 40% del cibo venga gettato. La spazzatura è la metafora del mondo di sopra, che spreca, e di quello di sotto, che muore di fame.cvfoto-sudanIl business del cibo (agricoltura e produzione) costituisce il 6% dell’economia mondiale, ma il 43% della popolazione mondiale attiva, circa 1,4 miliardi di persone, è fatto di agricoltori. Demografia, peso economico, necessità reale sono molto lontani e sembra non riescano a trovare un decente punto di incontro ed equilibrio. Chi ha terra coltivabile di buona qualità e disponibilità di acqua avrà cibo a sufficienza per nutrirsi; il valore di questa buona terra potrebbe aumentare in modo significativo.
E c’è da scommetterci, come scrivemmo per l’appunto quattro anni fa: il cibo e l’acqua saranno sempre più al centro di politica e finanza. Oltre che delle missioni militari “di pace”.

Alberto C. Steiner

Avevo sete e me l’avete data a bere: acque morte

Gli italiani sono i secondi consumatori mondiali di acqua minerale, dopo il Messico, con 208 litri annui pro-capite (dati Istat 11 aprile 2016).cc-2016-12-03-minerale-007Va detto che i Messicani hanno tutte le ragioni per giustificare il loro palmares, prima fra tutte quella che le acque dei loro acquedotti, oltre ad essere riconoscibili dall’odore nauseabondo e dal sapore pessimo, contengono una quantità pressoché infinita di agenti patogeni. Il Messico è altresì regno incontrastato di numerose multinazionali che utilizzano l’acqua come pare loro e non hanno nessun interesse ad investire in tubature affidabili ed impianti di depurazione pubblica: tra queste Pepsi.
L’incremento italiano rispetto al 2015 è stato del 7.9%, passando da 12.800 a 13.800 milioni di litri che, anche se ripartiti fra 140 stabilimenti che imbottigliano oltre 260 marchi, sono massimamente riconducibili a otto assetti proprietari, che controllano il 71,2% delle vendite. Tra questi Nestlè in posizione dominante (Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Panna, Pejo, Perrier, Pra Castello, Recoaro, San Benedetto, San Bernardo, San Pellegrino, Vera per citare alcune etichette).
I consumi (71% naturale, 12,3 gassata, 11,2 effervescente naturale e 5,3 leggermente gassata) sono ripartiti per il 28,9% al Nord Ovest seguito dal Sud con il 27,8%, dal Centro comprensivo della Sardegna con il 25% e dal Nord Est con il 18,3%. Chi vuole può divertirsi a ripartire le percentuali parametrandole alle popolazioni macroregionali: ne derivano dati interessanti.
Leggendo le etichette ci si rende conto delle date di imbottigliamento e di scadenza. Poiché la legge ammette il trascorrere di anni tra l’uno e l’altra, proviamo ad immaginare quanto possa essere “fresca” la nostra acqua giunta in tavola dopo mesi o anni di conservazione, prevalentemente in una bottiglia di plastica.cc-2016-12-03-minerale-005Il consumo di acque minerali comporta infatti un non trascurabile impatto ambientale costituito da tonnellate di plastica da smaltire e da trasporti che, se negli ultimi anni hanno rivalutato il vettore ferroviario, si svolgono su strada nella misura dell’82 per cento.
Il 73% dell’acqua venduta in Italia è imbottigliata in bottiglie di Pet da 1,5 o 2 litri, il 6% in quelle da 0,5 litri. Solamente il 34% delle bottiglie che finiscono annualmente tra i rifiuti, corrispondente a 124mila tonnellate, viene riciclato ma il rimanente 64%, pari a 320mila tonnellate, va perduto. E tra i rifiuti dell’indotto bisogna considerare anche le migliaia di chilometri quadrati di film ed i chilometri di regge, oltre ai quintali di clip metalliche di chiusura, utilizzati per il confezionamento sui bancali, ai quali si assomma il materiale plastico utilizzato per contenere la confezione finale, quella classica da sei bottiglie che preleviamo nei supermercati. A tutto questo vanno aggiunti altri chilometri quadrati dei separatori costituiti da figli in cartone e qualche tonnellata di legno costituita dai bancali che, per usura o incidenti, si rompono. In linea di massima questo tipo di rifiuti viene riciclato quasi completamente, ma non dimentichiamo che il riciclo costa in termini di denaro, energia, emissioni.cc-2016-12-03-minerale-002Perché, e da quando, consumiamo così tanta acqua minerale? La risposte sono disarmanti: in primo luogo per paura, indotta da una raffinata azione di marketing che è riuscita a farci credere che “l’acqua del sindaco” sia malsana e che quella minerale possieda addirittura proprietà medicamentose. Non è affatto così, specie nelle grandi città del Nord, Milano in testa, e se si ragiona un attimo ci si rende conto che tutta l’acqua, per sua stessa natura, fa fare plin-plin.
Sono altresì da ritenere ininfluenti le ragioni addotte circa l’imbevibilità dell’acqua contaminata da Pfas individuata in 60 comuni (su oltre ottomila nazionali) che accorpano meno di 500mila abitanti (su 62 milioni).
Il “quando” va collocato nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso quando anche sulle tavole nostrane più modeste appare sempre più frequentemente l’acqua minerale, specialmente se vi sono ospiti o in occasione di festività. Il marketing, allora, non era ancora salutista ma basava la propria azione sulla corsa al benessere consumistico e sul senso di colpa indotto dal sentirsi “poveri” comportandosi di conseguenza. E il senso di deprivazione o miseria, pure negli anni che videro la consapevolezza dei primi movimenti di protesta, era fortissimo in un paese che proveniva da ristrettezze ataviche, alle quali la II Guerra Mondiale aveva dato un’ulteriore botta devastante.
E consumare acqua minerale denotava e simboleggiava, insieme con la Fiat prima 600 poi 850 e successivamente 127, il televisore, la cucina “all’americana” e la trattoria “di campagna” lungo una trafficatissima statale, dall’architettura chissà perché “rustico-spagnoleggiante” con tanto di ruota da carro all’esterno in puro stile spaghetti-western, se non ricchezza, quanto meno un benessere faticosamente conseguito.
Pensarci oggi fa sorridere, ma i simboli non si formano dall’impatto soggettivo con evidenze recenti. Quelli non fanno altro che insinuarsi nel data-base di una memoria atavica, trasmessaci dagli antenati, corroborandola. E quindi anche nel dna dell’operaio più acerrimo nemico della classe borghese risiedevano all’epoca i simboli della fonte termale, insieme con quelli della Belle Époque e dell’Orient Express mediati dai racconti di nonni e bisnonni.cc-2016-12-03-minerale-004L’industria delle acque minerali naturali nacque verso la fine dell’Ottocento nei Paesi europei a forte tradizione termale: Francia, Belgio, Germania e Italia. Si avvia l’imbottigliamento di acque provenienti da sorgenti storiche, famose per le loro virtù salutari, spesso utilizzando bottiglie dalle forme artistiche ed accattivanti, e “passare le terme” costituisce una forma di vacanza e intrattenimento, non privo di un connotato di trasgressione, per le sempre più numerose fasce benestanti nate dalla rivoluzione industriale. Intere località mutano definitivamente la propria anima diventando città termali con alberghi, iniziative per l’intrattenimento e addirittura l’impianto di casinò, strade, ferrovie e tramvie per un agevole collegamento. Se L’anno scorso a Marienbad fu un film famoso, non fu l’unico perché non infrequentemente le località termali fecero da sfondo a vicende patinate. Nella nostra Salsomaggiore, dove mirabili esempi di mosaici in stile liberty si sprecano, venne addirittura inventato il concorso di Miss Italia per far sognare l’Italia povera del dopoguerra. Chiunque di noi, ancora oggi, non cade dalle nuvole se sente nominare Bognanco, Recoaro, San Pellegrino, Tabiano, Montecatini, Chianciano o Fiuggi, per citare solo alcune località.cc-2016-12-03-minerale-003Nel nostro Paese i primi tentativi di commercializzazione di acque minerali naturali si ebbero verso il 1890 e ad essi seguì la costruzione dei primi impianti di imbottigliamento. Ma sino alla prima metà degli anni Sessanta il mercato delle acque minerali fu essenzialmente locale e ancorato alla connotazione medico-terapeutica, e proprio in tal senso rappresentativo di un segmento di consumatori appartenenti alle classi sociali più agiate.
L’eredità di tutto questo excursus storico è racchiusa nell’odierno giro d’affari, 3 miliardi e 250 milioni di euro annui.cc-2016-12-03-minerale-006L’acqua, definita non a caso Oro blu, rappresenta semmai ben altra questione a livello planetario, sulla quale più volte ci siamo espressi nell’ultimo triennio: la sperequata ripartizione delle fonti e la cattiva politica di gestione delle stesse, che causa ingenti danni idrogeologici, penuria di acqua in alcune zone geografiche, guerre e speculazioni.
Non dimentichiamo che il nostro pianeta è ricoperto per il 71% di acqua, per un volume pari a 1.400 milioni di km3, il 97% della quale è marina. Il restante 3% è acqua dolce (pari a circa 35 milioni di km3), i due terzi del quale si trovano nei ghiacciai perenni e l’1% deriva dalle precipitazioni o risiede nelle falde sotterranee.
Circa l’80 per cento dell’acqua dolce è concentrato in pochi bacini: il Baikal in Siberia, i Grandi Laghi in Canada, i laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa, il Rio delle Amazzoni in Brasile, il Gange e il Bramaputra in India e i fiumi Congo, Yangtze, Orinoco e Tigri. Purtroppo, a costo di dare un colpo basso alla nostra autostima, va detto che la catena alpina è abbastanza ininfluente nel computo: l’Asia dispone di circa 14.000 km3, il Sud America di 13.000, il Nord America di 9.000, l’Africa di 4.000, l’Europa di 3.500 e l’Oceania di 2.500.
Più in particolare il Canada dispone di risorse di acqua di buona qualità ben superiori al fabbisogno, mentre l’Egitto ne ha cento volte meno; Yemen e Israele hanno bassissime risorse di acqua, e devono ricorrere ai pozzi, pompaggio e desalinizzazione; Brasile e Zaire hanno grandi risorse di acqua ma una grande quantità della loro popolazione non ne ha accesso; gli Stati Uniti hanno scarse risorse ed alti consumi (in California si raggiungono consumi giornalieri pro-capite di 4mila litri, anche se gli statunitensi non appaiono in posizione di rilievo fra i consumatori di acqua in modo diretto, ma semplicemente perché bevono altro).cc-2016-12-03-minerale-001Dal 1950 al 1995, la quantità di acqua dolce disponibile pro-capite è diminuita da 17.000 a 7.500 m3 e se oggi si parla di crisi idrica la questione non è legata ai consumi individuali, bensì all’uso abnorme della preziosa risorsa da parte dell’industria agricola e dell’allevamento. Parallelamente a questa espansione, della quale beneficiamo però solo noi dei paesi ricchi, nell’ultimo cinquantennio la disponibilità di acqua è progressivamente diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia, in particolare a causa del land grabbing.
I “cattivi” non sono solo indiani e cinesi, ma anche italiani. Per esempio Benetton, in Patagonia proprietaria di tutte le terre di Rio Negro: le popolazioni tribali che le abitavano vengono utilizzate come manodopera sottopagata. Segregate in minuscoli lembi di terra subiscono ritmi di lavoro estenuanti, non beneficiano di nessuna assistenza medica e, in estate, è loro vietato di attingere acqua dai fiumi. In alcuni tratti per impedire l’accesso vengono utilizzati filo spinato e corrente elettrica.
E l’acqua sta sempre più assumendo un ruolo preminente nelle contrattazioni borsistiche dove, letteralmente, svariati fondi azionari di matrice speculativa scommettono sulla sete.

Alberto C. Steiner

Sull’argomento abbiamo già scritto qui:
2016 25.11 Menu del giorno: terra, acqua e gasolio
2016 18.09 Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo
e sul blog Cesec-CondiVivere in numerose circostanze, tra le quali:
2015 23 .12 Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare
2013 27 .07 Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?