È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS

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I 25 anni del Parco Agricolo Sud Milano: lo stato dell’arte

Un emiciclo dall’Adda al Ticino esteso per 47.044 ettari dove svolgono la loro attività 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti: è il Parco Agricolo Sud Milano, nella cui area rientrano 61 Comuni che ne condividono i vincoli ambientali ed urbanistici.cc-2017-02-04-parcosud-003Istituito il 23 aprile 1990 ma, a causa del tempo necessario per stilare regolamenti e convenzioni, attivato due anni più tardi, festeggia quest’anno il suo primo quarto di secolo. Oggi è gestito dalla Città Metropolitana di Milano, l’ente subentrato alla Provincia a partire dal gennaio 2015.
Anticamente l’area di competenza del parco era un’inestricabile foresta di aceri, querce, carpini, ciliegi selvatici, farnie, frassini, olmi e tigli. La plurisecolare attività agricola, in particolare quella sviluppata dai monaci cistercensi che a partire dal XII Secolo introdussero i metodi di coltivazione intensiva e le cosiddette marcite, comportarono una prima antropizzazione del territorio. Una seconda fase, ben più invasiva, iniziò con l’industrializzazione del XIX Secolo accompagnata dalla costruzione di infrastrutture viarie e dall’espansione, spesso senza ritegno, delle aree edificate, ed oggi i tratti naturalistici dell’area non costituiscono l’elemento preminente del territorio.
Alcuni comuni hanno, letteralmente, sgomitato per poter essere inseriti nell’area e circa la piaga dell’edificazione non mancano le mistificazioni, come quella che riportiamo nel box sottostante.cc-2017-02-04-parcosud-001Il progetto di istituzione del parco ha rappresentato una notevole opportunità per conservare e riqualificare quel che restava della natura prossima alle aree urbanizzate, ed in particolare risorgive, fontanili, marcite e testimonianze della storia contadina lombarda come complessi storici religiosi a vocazione agricola (le abbazie di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone), corti fortificate (Carpiano, Coazzano, Fagnano, Gudo Visconti, Settala e Tolcinasco), antiche cascine (Bazzanella, Gudo Gambaredo, Santa Brera) e castelli (Binasco, Buccinasco, Cassino Scanasio, Cusago, Locate Triulzi, Macconago, Melegnano e Peschiera Borromeo).cc-2016-02-26-parco-sud-001Oggi l’attività principale delle aziende agricole che insistono sul territorio del parco è l’allevamento di bovini e suini, seguono la coltivazione di cereali, riso, girasole e soia. Numerosi i fondi a prato, gli orti ed i vivai. Sono state inoltre salvaguardate 40 antiche marcite.
Sempre più numerose sono le cascine attive, 29 delle quali convertitesi al biologico, dov’è possibile acquistare prodotti agricoli direttamente o tramite i 73 GAS, gruppi di acquisto solidale, che intrattengono rapporti con le aziende agricole.
Non trascurabile l’offerta agrituristica e gastronomica (non possiamo apporre il prefisso eno poiché in zona la produzione vinicola è oggi praticamente inesistente) anche tramite la presenza di qualificate trattorie, alcune delle quali tuttora ruspanti mentre altre si sono rifatte il look, ritoccando sensisbilmente e talvolta immotivatamente i prezzi.
Notevole l’offerta di percorsi ciclopedonali, sentieri per il trekking, birdwatching e persino opportunità di navigazione su fiumi e canali.
Purtroppo l’area, tangente l’aeroporto di Linate, comprende anche tangenziali esterne, siti dediti alle trivellazioni per la ricerca di metano ed impianti a biomasse per la produzione di energia elettrica, oltre a siti – dismessi ma non completamente bonificati – già sede di industrie chimiche che in passato hanno impattato pesantemente sul territorio.
Ciò che, ad un quarto di secolo dall’istituzione, non è a nostro avviso adeguatamente valorizzato è non tanto il significato naturalistico dell’area, quanto il concetto che il parco sia un luogo di lavoro, e come tale meritevole di rispetto.cc-2017-02-04-parcosud-004Sui vari siti, compresi quelli istituzionali (googlare per credere) il parco è eminentemente proposto come un giocattolo per cittadini, una valvola di sfogo delle tensioni e dei malesseri da inurbamento, un luogo dove fare gli agricoltori ecochic. Una sola considerazione: se come scritto più sopra esistono 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti, ciò significa una media di 2,91 addetti per azienda. Ne risulta in linea di massima che, escluse le aziende esistenti ma prive di addetti ufficiali (esistono, a dimostrazione che nel parco non tutto è rose e fiori, per esempio nel comparto apparentemente non-profit dove viene occupata manovalanza volontaria non retribuita), si tratta di realtà a conduzione familiare dove i buoni propositi di incremento delle opportunità di lavoro propugnati da politici ed associazioni non trovano riscontro per mancanza di spazi di manovra economici.
Il parco ha in ogni caso il merito di aver creato il tramite di un processo di reciproca conoscenza fra cassinée (come venivano definiti, in un tono invero un po’ sprezzante, i contadini dell’hinterland milanese) e cittadini, che in passato difficilmente si frequentavano. Per mezzo del parco gli agricoltori hanno inoltre trovato un’opportunità di uscire parzialmente dal circolo vizioso di prezzi capestro imposti dagli intermediari commerciali, ed i cittadini la possibilità di acquistare prodotti sani, non come quelli di plastica provenienti dal comparto agroindustriale.cc-2017-02-04-parcosud-002Nell’area del parco trovano infine spazio organizzazioni dedite alla solidarietà sociale, come quella – un tempo privata ed oggi confluita nell’Opera San francesco – che fornisce un alloggio ed un lavoro a detenuti ed ex-detenuti, la cui sede è attualmente in fase di restauro. O quella che accoglie ragazze e donne madri e vittime di violenza, stoicamente voluta da una suora, Ancilla Beretta, spentasi nel dicembre scorso all’età di 94 anni. E per finire, nel parco ci sono persino i Templari. Si incontrano in due stanze presso l’Abbazia di Chiaravalle, ma chi è in cerca di arcani misteri resterà deluso: la loro attività principale consiste nell’essere presenti, indossando la tunica con la croce patente, a determinate funzioni religiose nelle chiese del circondario. Non cercano proseliti, cercano soldi. Per ristrutturare antiche pievi e cascine da trasformare in luoghi per accogliere portatori di disagio sociale. E di notte, ad onor del vero non sempre offrendo prodotti bio a km zero ma quel che c’è, ed in quel caso non indossando la veste d’ordinanza, li trovate dalle parti della Stazione Centrale insieme con i City Angels a portare un aiuto ai sempre più numerosi homeless.

Alberto C. Steiner

Rustico con terreno a Tizzano Val Parma

Ubicato sul pendio di un’altura dominata dai ruderi di un castello risalente al XIII Secolo, tra i monti Caio e Fuso e bagnato dai Torrenti Parma e Parmossa, Tizzano Val Parma (Coordinate 44°31′N 10°12′E) è un comune montano in provincia di Parma – dalla quale dista 40 km – esteso su una superficie di 78,39 km². Si trova a 814 metri di altitudine e il suo territorio era percorso dalla strada militare Romana detta delle Cento Miglia, che collegava Parma con Luni, l’odierna Ortonovo … continua su Riabitare Antiche Pietre.rap-2016-09-12-tizzano-val-parma-001

Confermiamo: i bambini? Mandiamoli a zappare!

Intitolandolo Agriasilo: i bambini? Mandiamoli a zappare! il 13 ottobre 2014 pubblicammo sul vecchio blog un articolo, leggibile qui. Nonostante il titolo provocatorio, assolutamente non apologetico del costume di quella miserrima Italia dei bei tempi andati – gli anni immediatamente successivi all’imbroglio chiamato Unità, per intenderci – che imponeva che i minori, spesso anche di soli 6 o 7 anni, venissero utilizzati senza ritegno nei campi e nelle miniere, nei cantieri edili e nelle filature o nelle fabbriche finché quelli di sesso maschile sopravvissuti a incidenti, malaria, colera, scrofola, pellagra ed altre malattie crescessero il necessario per essere mandati a morire ammazzati nelle trincee della I Guerra Mondiale.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-002Ci riferivamo invece agli odierni bambini inurbati: esclusa qualche sortita in parchi, boschi o fattorie didattiche, vivono rinchiusi dal mattino al pomeriggio in cubi di cemento dotati di patetici giardini di plastica credendo che i polli nascano tutto petto o tutta coscia e che i mirtilli spuntino in un guscio di plastica nera cellofanata in una serra che si chiama supermercato, insieme con gli alberi degli ombrelli.
Esprimevamo, a questo punto è palese, il nostro parere a favore dell’agriasilo e della scuola nel bosco: “Un’ipotesi progettuale da non trascurare, suscettibile di dare verde, serenità, socialità e conoscenza ai più piccoli e creare opportunità di lavoro. Senza dimenticare che in un contesto di cohousing, sia esso urbano oppure di campagna o montano, un agrinido ci sta benissimo.”cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-003Apprendiamo con piacere che a Milano sta nascendo un asilo nel bosco presso la Cascina S. Ambrogio, complesso risalente al XII Secolo in via Cavriana, a ridosso del Parco Forlanini.
La stessa cascina merita un breve accenno: è la storia di una decina di matti che alcuni anni fa decisero di ridare vita a questo imponente complesso fatiscente e praticamente in stato di abbandono. Oggi i matti sono oltre 1.500, hanno sottoscritto un contratto di locazione agricola trentennale con il Comune, proprietario del bene, e pian pano stanno creando un polo di aggregazione sociale, culturale e agricolo attraverso l’avvio di numerose iniziative.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-001Tra queste il neonato Asilo nel Bosco al quale auguriamo… anzi, al quale scaramanticamente non auguriamo proprio un bel niente limitandoci a un sentito: in bocca al lupo!
Per chi avesse interesse a seguire l’iniziativa riportiamo qui il link alla loro pagina Facebook.

Alberto C. Steiner

Bio è morto?

Retrospettiva: nel Veronese, il 26 novembre 2014, la trasmissione televisiva Le Iene smascherò un venditore di ortofrutticoli fintobio ancorché certificati, che non coltivava direttamente come dichiarato ma acquistava al mercato ortofrutticolo, e che non solo non erano bio ma contenevano anzi alcuni tipi di pesticidi comunemente utilizzati in agricoltura convenzionale.
Il fatto non mancò di suscitare scalpore: denunce, richieste di pareri all’AVeProBi, l’associazione veneta produttori biologici, articoli sul quotidiano L’Arena e sui portali green, post e accese discussioni sui social a tema, tavoli quadrati, rotondi e di ogni altra forma aperti e chiusi fino a quando, nello spazio di un amen, su tutto scese il velo dell’oblio.campagna lombardaA distanza di oltre due anni abbiamo deciso di fare una verifica, sia della memoria collettiva sia della qualità di quanto proposto in vendita nei vari mercati locali. Circa alla memoria collettiva il conto è presto fatto: zero. Nessuno ricorda più l’episodio, nemmeno mostrando il video tuttora presente sul sito www.iene.mediaset.it.
Quanto ai mercatini a km zero, sia in quelli promossi da Coldiretti sia negli altri a livello più ristretto, tutti gli operatori hanno tenuto a precisare, ancorché non richiesti, che bio non significa esenzione da pesticidi, perché sia la legge sia le associazioni agricole ne ammettono l’uso. Come si dice: excusatio non petita
È bene chiarire che nonostante le certificazioni Icea, Mipaf e altre che stabiliscono controlli rigidissimi sulle aziende, può sempre esserci il furbo di turno che ci prova, rovinando la reputazione di tutto il settore.
Porto come sempre il paragone dei tassisti milanesi: sono 5mila, e in un ventennio di assidua frequentazione avrò incontrato forse trenta imbecilli o farabutti. Ma questo nulla toglie agli altri che si sono dimostrati sempre all’altezza del compito, e in molti casi simpatici, professionali e gentili.
Tornando quindi al bio, se le aziende agricole tradizionali vengono verificate ogni decennio – ma è una stima ottimistica – quelle biologiche lo sono ogni semestre.
I consumatori hanno quindi, almeno sulla carta, tutte le ragioni per sentirsi al sicuro, tanto più che nel caso di certe cooperative veronesi che raggruppano svariate decine di produttori i controlli vengono effettuati, oltre che sulle imprese, anche sulle cooperative stesse e persino sui distributori commerciali.
Certo, sta ai consumatori dedicare un minimo di attenzione alla presenza della certificazione: sull’etichetta o sul contenitore sono sempre presenti il riferimento all’ente certificatore e l’identificativo dell’azienda controllata. Basta leggere.
Visitare le aziende, conoscere i coltivatori e parlare con loro è inoltre estremamente utile, istruttivo e piacevole: chi non ha nulla da nascondere mostra volentieri i propri campi e parla con orgoglio e passione del proprio lavoro.
Non dimentichiamo inoltre che nel biologico, quello vero, esiste una sorta di rete di autocontrollo da parte degli stessi operatori, che tengono moltissimo a tutelare la propria credibilità: è facile infatti che sia un agricoltore il primo a rendersi conto che qualcosa dal vicino non funziona ed a segnalarlo, dapprima al vicino stesso e se necessario agli organismi di controllo.
Il nostro consiglio per i consumatori è quindi di essere consapevoli e di non andare in giro fideisticamente con la testa nel sacco, nella pretesa che tutto funzioni e che debba sempre pensarci qualcun altro.
È innegabile che esistano coloro che, avendo venduto frutta e verdura per un trentennio, affermino che il bio vero è impresentabile e che sia sufficiente acquistare generi normali e lavarli con i prodotti giusti (diluente nitro?) per mettere in tavola prodotti di prima qualità. Sono i produttori bio ad essere disonesti… Peccato che costoro dimentichino che in Alto Adige, terra delle mele di Biancaneve, fino a non molto tempo fa venivano emesse ordinanze comunali per dissuadere la popolazione ad uscire in certe ore del giorno, esortare a tenere le finestre chiuse e sopratuttto tenere i bambini lontani dai campi.
Il problema del bio, casomai, è il non bio: certe sostanze, complici il vento e gli insetti che non possono essere ovviamente governati, si spargono ovunque contaminando tutto.
Per garantire che non vi siano tracce di fitosanitari sintetici sul prodotto il biologico ha regole precise, ma va detto che non tutti produttori bio rispettano un ideale etico di produzione, specialmente quando, per comprimere i costi e campare, le quantità prodotte assommano a valori industriali. Se il consumatore vuole una produzione artigianale di alto livello la strada è una sola: affidarsi a produttori locali noti, con metodiche documentate.
E, tanto per essere chiari, non credere all’equivalenza biologico uguale salutistico o naturale, non è obbligatoriamente così. Per esempio, i protocolli bio ammettono l’uso del verderame (sostanza altamente irritante per occhi, cute e vie respiratorie) e di alcuni ossicloruri, nocivi per inalazione e ingestione e che, oltre a causare dolori in bocca e nella faringe, nausea, vomito, diarrea con presenza di sangue e calo della pressione sanguigna, sono altamente tossici per gli organismi acquatici.
Il consumatore deve essere consapevole che non può chiedere un prodotto ecologico che costi solo il 10 per cento in piú rispetto a quello convenzionale. Intendiamoci: ciò non significa che il bio debba costare il doppio, anzi.CC 2016.07.08 Bio è morto 003Conosciamo un’azienda ligure di olio bio, la cui esigua produzione è venduta, a 16 Euro al litro, ancora prima di finire imbottigliata. Questi sono i prezzi del bio, piaccia o meno: chi pensa di comprare extravergine a 3 Euro non solo non compra bio, non compra nemmeno olio… Ma anche chi lamenta prezzi a suo dire esosi non compra il bio, si bea di frequentare le boutique biobau ma cerca il tofu, l’amaranto, il kamut (!) e improbabili miscelanee di segatura, non i prodotti seri, che hanno un prezzo di poco superiore al normale.
Indubbiamente il bio costa: energia, impegno e passione a chi lo produce ma le furbate, per chi opera seriamente in un contesto di nicchia, equivalgono al suicidio.
Bisogna prestare attenzione, inoltre, anche ai marchi della grande distribuzione che offrono lo spazio bio, specie nell’ortofrutta: Esselunga, Carrefour, Auchan, Coop per intenderci.
Per citare solo un marchio, sul quale abbiasmo notizie certe: Coop, nonostante i proclami eticosocialbiobau, ritira solo episodicamente dai piccoli produttori locali perchè afferma che non sarebbe in grado di riempire i banchi e garantire le scorte.
È innegabile infine come l’agricoltura intensiva tradizionale sia una delle prime fonti d’inquinamento ambientale a livello mondiale e, come scrivemmo sul blog il 28 maggio scorso a proposito dei numeri dell’agricoltura lombarda, oggi la campagna è letteralmente devastata: sembrano aziende agricole ma sono fabbriche, veri e propri cibifici, con sempre meno produttori ed appezzamenti sempre più grandi a segnare un paesaggio sempre meno umano.CC 2016.07.08 Bio è morto 002Solo ora la maggiore consapevolezza culturale ci consente di uscire, non senza fatica a causa degli errati convincimenti indotti da certo marketing, da un periodo storico durato oltre un secolo e segnato, non solo nell’agroalimentare, dall’abuso della chimica.
Un tempo, grazie alle reminiscenze contadine della maggior parte delle famiglie, gli acquirenti stessi erano molto più informati, ma oggi è quasi utopico pensare – in ragione dello stile di vita forsennato e competitivo nel quale ci siamo ingabbiati – di avere tempo da spendere per ricercare il prodotto giusto e sano: i supermercati, aperti fino a tardi e persino di notte, permettono di andare a fare la spesa ad ogni ora. Il bio, va detto, pur costituendo un buon investimento per chi lo produce e lo commercializza, è ancora di nicchia, e la consapevolezza alimentare è ben lungi dall’essere a livelli generalmente condivisi. Il consumatore del biologico, pertanto, è chi sceglie di investire parte del proprio (poco) tempo in ricercche e acquisti molto più faticosi e laboriosi rispetto all’acquisto compulsivo, superficiale, veloce e ignorante al quale la massa è stata dis-educata, è informato e consapevole, gli sono mediamente note le tecniche produttive, di conservazione e trasformazione. Insomma, è difficile fregarlo.

Alberto C. Steiner