Sorella Acqua: stato dell’arte

La trentanovesima edizione del Festival del Cinema Africano1, tenutasi a Verona dall’8 al 17 novembre, ci ha riportati ad alcune riflessioni su un tema a noi particolarmente caro, quello dell’acqua.CSE 2019.11.26 Acqua 001Poiché siamo in ambito di cinema africano facciamo nostro il filo conduttore di uno scritto pubblicato in questi giorni su Nigrizia2 a firma di Alex Zanotelli3, il combattivo padre Comboniano che già il 20 novembre di dieci anni fa, all’indomani dell’approvazione in Parlamento della cosiddetta Legge Ronchi4, si scagliò contro coloro che la votarono al grido di “Maledetti voi!” facendo propria l’espressione usata da Gesù secondo il Vangelo di Luca: “Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua. Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è un diritto fondamentale umano, perché questa è la più clamorosa sconfitta della politica, è la stravittoria dei potentati economico-finanziari e delle lobby internazionali. È la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business.”
Dal novembre 2009 al giugno 2011 il passo fu breve, e il disastro delle coscienze totale nel fare strame della volontà popolare dimostrando che non da oggi l’Italiland è saldamente in mano ad una losca cricca malavitosa che nessuno schieramento politico e nessun movimento finto spontaneo potranno mai scalfire.
Spesso anzi partiti e movimenti, ad onta di ciò che viene ammannito ad una base di zombie sempre più inconsapevoli, esistono per tirare la volata a potentati economici dietro ai quali si nascondono, ma nemmeno tanto, gruppi criminali.
Come sarebbe a dire nemmeno tanto? Certo, nemmeno tanto, nel momento in cui tali gruppi e le loro esteriorità vengono prese trasversalmente a modello, secondo un copione tipico delle società culturalmente sottosviluppate e, spesso, di matrice cattolica. I casi latino americani, nell’agghiacciante silenzio dei media che contano, sono sotto gli occhi di chiunque sia in grado di vedere.
E quindi l’acqua.
Infatti si fa presto a parlare di acqua pubblica, quando 26 milioni di ‘’ non sono bastati per trasformare il modello di gestione del servizio idrico nazionale. A otto anni dal referendum del 12 e 13 giugno 2011, nel quale il 54% degli elettori affermò la propria opposizione ad ogni forma di privatizzazione, non solo le tariffe non sono cambiate ma si è anzi sviluppata una pletora di società che, come per gas, energia elettrica e telefonia, sciacalla l’ultimo miglio, l’ultimo metro, l’ultimo centimetro di rete di trasporto per campare sul nulla drenando ciò che nelle tariffe generali è già previsto come surplus, per poter giocare a praticare sconti giustificando l’esistenza di queste aziende parassite.
Dal 2011 ad oggi si sono viste città come Ferrara, che hanno ridotto la partecipazione pubblica nelle multiutility, e regioni, come Red Tuscany, che davanti alle richieste dei comitati hanno attuato la tipica sgtrategia della sinistra, chiudendo la porta al dialogo.
In ogni caso, ad otto anni dal referendum, l’acqua non è uscita dal mercato, nonostante i sette governi alternatisi, che hanno visto in sella esponenti politici che, pur eletti dal popolo sovrano, se ne fregano di ciò che ventisei milioni di persone appartenenti a quel popolo hanno deciso nel giugno 2011, affermando che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si possono fare profitti sull’oro blu.
Politica sorda e popolo smemorato, esaurita l’onda emotiva. È un conto che chi detiene il potere sa fare benissimo e chissenefrega di cambi di casacche, opinioni, ruoli in corsa. Tanto non se ne accorge nessuno.
E anche fosse, due parole per intortare gli incauti si trovano sempre.
Un esempio? L’attuale presidente della Camera Roberto Fico, che mosse i primi passi proprio lottando, a Napoli, a favore dell’acqua che definì diritto umano fondamentale, tanto da affermare, invitando in parlamento i rappresentanti del Forum dei movimenti per l’acqua: “Lego la mia presidenza alla legge sull’acqua.”
Gli italilandesi hanno dimenticato, o forse non hanno mai saputo, storditi fra jus-sola e migranti tanto nullafacenti quanto arrapati, che nel famoso “contratto” del governo giallo-verde, l’acqua pubblica compariva, nella lista, al primo posto.
L’acqua che si sarebbe dovuta sottrarre allo strapotere di controllo ad Arera, autorità il cui fine è la gestione dell’acqua nel mercato, per restituirla al ministero dell’Ambiente, è ancora lì, esattamente dove stava prima. Anzi, approvando il decreto Crescita, è stata di fatto privatizzata l’acqua di Puglia, Basilicata e Campania.
Inquietanti anche il silenzio e l’inazione dei due presidenti della repubblica susseguitisi nella carica dal giugno 2011, nonostante il dovere costituzionale di richiamare i governi all’obbligo istituzionale di tradurre i referendum in leggi.
La prima vittima di questi veri e propri tradimenti, particolarmente gravi in un momento così difficile, sarà il bene comune più prezioso: l’acqua. Ed a pagarne le conseguenze saranno i poveri.
Ma, dimostrazione che il centralismo ha ormai fatto il suo tempo e che la democrazia cosiddetta rappresentativa è putrescente, a livello locale il lavoro per ottenere la gestione pubblica dell’acqua continua, spesso conseguendo ottimi risultati: Agrigento, Benevento, Brescia, Napoli.
Tra i significativi piccoli passi dal basso anche quelli, per noi particolarmente significativi, compiuti da una comunità montana inferiore ai mille abitanti, quella della Valle dei Ratti, 11 chilometri tra Valtellina e Valchiavenna ad un’altitudine media di 1.200 metri e priva di strade carrozzabili: senza clamore e senza scendere in piazza hanno semplicemente detto No al tentativo di appropriazione della loro acqua da parte di un gruppo finanziario attivo nel settore dell’energia.
La loro disobbedienza civile che, silenziosamente, ha paralizzato per un paio di mesi l’attività locale, è bastata per fare capire che non era aria. C’è da dire che queste persone sono state fortunate: in fondo il piatto non era, evidentemente, così appetibile, perché lupara bianca non è mai andata in pensione, non solo in America Latina o in Sicilia.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Festival del Cinema Africano
Trattasi di un festival cinematografico internazionale dedicato al continente africano, promosso per la prima volta nel 1981 dalla rivista Nigrizia.
In questa edizione, tenutasi tra Verona e 25 località della provincia, è stata rappresentata la realtà di 15 paesi: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Egitto, Kenya, Madagascar, Marocco, Mauritania, Nigeria, Rwanda, Senegal, Sudafrica, Sudan, Swaziland, Tunisia attraverso 145 proiezioni, 30 delle quali lungometraggi, ed il coinvolgimento di 7.500 studenti e studentesse e 600 docenti di scuole di ogni ordine e grado.
Lo sguardo sull’appena trascorsa edizione è stato focalizzato a partire dalla mostra allestita al Museo Africano di Verona, uno dei più importanti sul territorio nazionale ma ignorato dal circo della cultura ufficiale, compresa quella dell’inclusione, perché non nato da lombi né dei circoli Arci né delle sacrestie.
Come sempre, un invito a cambiare prospettiva osservando con altri occhi, per contribuire al cambiamento di visione, per andare al di là della percezione restrittiva, contaminata da pregiudizi e prese di posizione che hanno poco a che fare con l’orizzonte, anche culturale, ampio e variegato che caratterizza questo continente.
Anno dopo anno, il Festival è cresciuto. Non più solo cinema in sala, ma workshop con i nuovi cittadini di origine africana, con l’attrice Takoua Ben Mohamed e il musicista Tommy Kuti, aperitivi con i registi e le comunità africane presenti nel territorio, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, laboratori per famiglie.
Cresciuto anche il numero delle giurie coinvolte, da quella internazionale a quella degli esperti, affiancate dagli studenti dell’Università di Verona e dai detenuti della Casa circondariale di Montorio.
2 – Nigrizia
Nigrizia è la rivista mensile dei missionari comboniani dedicata al continente africano: annovera tra i suoi più noti collaboratori Alex Zanotelli ed altri autorevoli giornalisti e scrittori, africani e non.
fondata nel gennaio 1883, sostituì gli Annali, bimestrale fondato nel 1872 dall’Associazione del Buon Pastore con lo scopo di diffondere i testi di Daniele Comboni, che fu il primo vescovo di Khartoum.
A partire dal 1965 la rivista pose sempre maggiore attenzione alle vicende politiche locali, fornendo un’ottima visione dell’Africa post-coloniale e dando spazio ad una profonda riflessione autocritica sul concetto di missione. In questo periodo iniziò la collaborazione con due settimanali africani, l’Afrique Nouvelle di Dakar e La Semaine africaine di Brazzaville.
L’attuale direttore è Efrem Tresoldi. Negli anni novanta del secolo scorso la rivista accentuò l’interesse per le problematiche economiche legate alla globalizzazione, ai flussi migratori verso l’Europa, offrendo un punto di vista molto attendibile dal Sud del mondo.
3 – Alex Zanotelli
Alessandro, Alex, Zanotelli, nato a Livo, in provincia di Trento, il 26 agosto 1938, appartiene alla comunità missionaria dei Comboniani.
Iispiratore e fondatore di diversi movimenti tendenti a creare condizioni di pace e giustizia solidale, entra giovanissimo in seminario e nel 1964 viene ordinato sacerdote nell’ordine dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù.
Dal 1965 al 1973 è missionario nel Sudan meridionale martoriato dalla guerra civile.
Nel 1978 assume la direzione di Nigrizia, edita dai Comboniani hanno presso la casa madre di Verona, contribuendo a trasformarlo da mensile di informazione religiosa ad organo di informazione sociale e politica sulla situazione africana.
Lascia la direzione nel 1987 ed oggi vive a Napoli.
Padre Alex Zanotelli ha sempre sostenuto che i riti della religione cattolica vanno adattati alla cultura africana in modo da essere rispettosi della sua identità.
4 – Legge Ronchi
Con tale denominazione si intende la conversione del Decreto Legge 135/2009 che conteneva “disposizioni per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle comunità europea” ponendo l’obbligo di privatizzare almeno il 40% delle partecipazioni delle municipalizzate.

So’ fratelli a noi: alienare il patrimonio demaniale per stroncare le radici identitarie

“Uh mammà, ci stanno sparando, uh mammà!” cantava nel 1981 Mimmo Cavallo, portavoce del Sud ferito e violato come allora, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, imponeva la moda impegnata.
La madre rispondeva: “So’ fratelli a noi, ci vengono a liberà!”
Ed egli replicava: “Ma mammà sparano su di noi, uh mammà!”
E la madre, rassicurante: “Lo so figlio mio, ma lo fanno per necessità.”
Ed arrivarono infine i Piemontesi, decisamente meno simpatici di quelli della pubblicità di Barbero: “Ci stanno occupando, uh, mammà!”
“Il fatto è temporaneo, poi ci dovrebbero lasciare”
“E hanno aggiunto alla bandiera uno stemma blu, uh, mammà!”
“E non sei più contento? Mò teniamo un colore in più”
“E scrivo una canzone, uh, mammà!”
“Bravo sfogati figlio mio, che questo lo puoi fare, e scrivi una canzone evasiva”
“Uh, mammà!”
“Ma non metterci opinioni, fai una musichella d’invasione”
Incontrastato da un’Italiland che aveva altro da fare, per esempio sprecarsi a commentare, unitamente ad altre inutilità, la Carola uscita dal tribunale senza reggiseno (con le forze dell’ordine che, per una volta sincere, esortavano: “Circolare, circolare, non c’è niente da vedere!”) il governatorato italilandese ha varato il PiSDIP, Piano Straordinario di Dismissioni degli Immobili Pubblici 2019-2021 (in Veneto MPiSDos, Me Pisso Dosso? lo ignoriamo), previsto dalla Legge di Bilancio 2019.CSE 2019.08.06 dismissioniIl Demanio ha selezionato un primo lotto di 420 fra appartamenti, edifici e terreni, pubblicato nella Gazzetta ufficiale 166/2019 e del quale propongo lo stralcio nella tabella a corredo, unitamente alle definizioni ed alle modalità di attuazione, generalmente mediante asta, i cui iter sono già in preparazione relativamente a 90 unità selezionate, e le cui informazioni sono disponibili sulla piattaforma del Consiglio Nazionale del Notariato oltre che sul sito dell’Agenzia delle Entrate, alla sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”.
Il provvedimento, già operativo, dovrebbe contribuire ad abbattere il debito dello stato, migliorando quello degli enti locali ed incentivando, mediante la variazione della destinazione d’uso, la valorizzazione dei beni e del territorio favorendo ricadute positive, locali e nazionali, in termini di investimenti e occupazione.
Vale a dire che una caserma potrà diventare l’ennesimo centro commerciale, un castello un resort, un manicomio un complesso residenziale. E fin qui nulla da dire, anzi: svecchiare il territorio, togliere la muffa dalle strade, eliminare ricettacoli di balordi e di traffici tra disperati.
Agli immobili elencati nel primo programma di cessione potrebbero aggiungersene altri, per un valore complessivo stimato in circa 1,2 miliardi di euro. L’aspettativa è quella di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 nel biennio 2020-21.
L’elenco completo degli immobili è scaricabile in formato pdf da diverse fonti, io ho scelto Biblus, il notiziario online di una società di software attiva nella progettazione edilizia.
Scorrendo l’elenco saltano all’occhio immobili e terreni di notevole valore storico: carceri come quelle di Rossano Calabro e Vigevano, caserme, castelli, edifici manifatturieri, fari, stazioni ferroviarie la cui vendita comprometterà per sempre ogni ipotesi di ripristino delle linee cessate.
Colpisce, e sarebbe da approfondire, la vendita di aree pertinenti alla stazione ferroviaria di Tirano, tuttora in attività, mentre nel Friuli Venezia Giulia sarà presto in atto la massiccia vendita di edifici e fondi già in uso per scopi militari.
I veneziani, invece di perdere tempo a prendersela con i turisti, potrebbero meglio indirizzare le loro energie per comprendere e, se del caso contrastare, la cessione di beni decisamente importanti sotto il profilo storico locale, come quelli riportati nella tabella citata.
Infine una nota tecnica dettata dall’esperienza: il mercato delle vendite all’asta langue ormai da tempo e si lavora molto sul saldo e stralcio, pratica non possibile nel caso delle dismissioni, per le quali è obbligatoria la procedura ordinaria.
Si assisterà piuttosto, dopo aver constatato che le aste saranno andate non casualmente deserte, alla concessione di ribassi più o meno consistenti, che in casi particolari potranno portare persino all’effettivo azzeramento del controvalore di cessione.
Nel frattempo sarà trascorso non meno di un biennio e la gente, che già ora ignora l’iniziativa, si sarà completamente dimenticata di tutto. I reggitori del gioco politico potranno cambiare, ma ciò non sposterà assolutamente nulla nel teatrino, e non è escluso che certi beni, particolarmente appetibili, vengano acquistati ad un prezzo simbolico da enti locali o associazioni per svolgervi finalità culturali, sociali, di valorizzazione del territorio: l’abitazione del presidente e dei maggiorenti dell’associazione, la trasformazione in resort camuffato da centro culturale dove ogni anno, giusto per il punto della bandiera, si tiene un convegno per la valorizzazione della lasagna bio consapevole di Tarallo di Sopra o il concorso letterario Cicciuzza Della Gattina destinato a glorificare ego locali.
Su alcune estensioni territoriali si potrebbe, ricorrendone le caratteristiche, impiantare un’attività agricola per dare lavoro a volontari portatori di disagio sociale. Ovvio che saranno portatori di disagio, se nessuno li pagherà.
Sono modalità già viste, ma che i portatori di quella “cultura” che indebitamente si è appropriata di ecosostenibilità e solidarietà sociale sono ben attenti a custodire ammantate di segreto, nel timore di ipotesi di complotto maturate all’ombra delle modalità paranoidi che li caratterizzano.
E nel frattempo l’Italiland della quale, insieme con la pretaglia, occupano i punti sensibili: scuola, comuni, pubblica amministrazione, sanità, sindacato, tribunali, comunicazione, va allegramente a pezzi tra un selfie e l’altro.
Per quanto mi riguarda non sarò certo io a contribuire a contrastare il fenomeno: una metastasi di tale portata deve solo toccare il fondo, morire e imputridirsi nella trasformazione che la farà rinascere.
Sperabilmente in forma di piccole comunità locali autosufficienti, consce ed orgogliose delle proprie radici identitarie che non sono, nè mai potranno essere, quelle del villaggio globale, farsa decerebrante e deresponsabilizzante insieme con il politicamente corretto.
Se, infine, chi legge dovesse chiedersi, non già dimentico del titolo, la ragione dell’affermazione “stroncare le radici identitarie” ho pronta la risposta: a parte caserme ed altri ammennicoli edificati post-unitariamente, molti immobili e fondi, oltre a possedere una storia pre-unitaria, costituiscono precise connotazioni territoriali, punti di riferimento della storia locale e dell’etnografia. Venderli a non si sa chi, perché ne faccia non si sa cosa in nome di una non meglio definita riqualificazione, significa estirpare le radici territoriali, significa fare violenza al territorio.
Certo, ben venga lo straniero se nessuno a livello locale prende l’iniziativa andando oltre i lamenti e le recriminazioni, posto che ve ne siano state, ve ne siano o ve ne saranno … Del resto senza lilleri ‘un si lallera, come dicono in Toscana.

Alberto Cazzoli Steiner

Vecchi tram interurbani milanesi: nessuno li salverà dalla demolizione

CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 001In bici, a piedi, a cavallo, ‘n coppa ‘o ciuccio.
Numeri da esodo domenica 3 marzo per migliaia di persone, per le quali il fulcro dell’attenzione sarà costituito da ferrovie soppresse, abbandonate, dimenticate per auspicarne l’improbabile ripristino o la più verosimile trasformazione in piste ciclopedonali: giocattoli ecochic per arroganti pattuglie di velocisti e per sciurette da ciclocestino, non certamente sistemi di trasporto, realizzati spesso a costi da tav ed altrettanto spesso definitivamente compromissori della possibilità di ripristinare la ferrovia dismessa sul cui cadavere corrono.
Ma al popolo bove piacciono ed i politici locali ne fanno sempre strumento delle loro campagne elettorali ecotrendy, e pure quarandy. Talvolta a cinquandy li beccano col sorcio in bocca. Infortuni sul lavoro.
La Giornata delle Ferrovie Dimenticate, così si chiama la kermesse marzolina, procederà fra viaggi su treni composti da materiale d’epoca trainati da gloriose locomotive a vapore, qualche celebrazione, orazione, auspicio, lacrimuccia e poi, come cantava Bennato “anche l’ultimo degli addetti ai lavori ha a casa qualcuno che lo aspetta.”
Si parla di recupero di vestigia ferroviarie e ad onor del vero, in silenzio, molto è stato fatto, a partire da gruppi locali di appassionati sino all’arrivo dell’asso pigliatutto: Fondazione FS che, con l’appoggio istituzionale ed i mezzi finanziari a disposizione, ha potuto dove le risorse di piccoli gruppi mai sarebbero arrivate.
Oggi la situazione non è affatto rosea, ma va detto che molta parte dello scempio è figlia della scriteriata opera degli anni passati, oltre che di leggi che non tengono conto di casi particolari. Mi riferisco alla bonifica dall’amianto, con il quale molti rotabili ferroviari erano, un tempo, letteralmente foderati. Pur consapevole delle tragedie e delle devastazioni, anche familiari, che le numerose morti per amianto hanno creato, per questi casi si sarebbe potuta creare una norma ad hoc, ma invece che procedere ad una bonifica con tutte le cautele del caso si è preferito buttare l’acqua e il bambino.
Se ne sono così andati per sempre mezzi come l’elegantissimo autotreno Diesel binato Breda 442/448 nato per i servizi TEE, Trans Europe Express, i cui ultimi esemplari finirono mestamente i loro giorni sulla Jonica titolari di improbabili rapidi e nel Trevigiano ad effettuare servizi locali in orario prevalentemente scolastico.CC 2018.06.02 TEE 002O come la gran parte dei materiali utilizzati sulla ferrovia a cremagliera Paola – Cosenza, per tacere delle troppe tramvie e ferrovie in concessione delle quali non è rimasta traccia.
La medesima sorte, a meno di interventi dell’ultima ora, sta per toccare ad una quarantina di storici veicoli tramviari interurbani milanesi, motrici e rimorchi, da anni accantonati all’aperto presso il deposito di Desio. Concluso l’iter di una gara in corso di esperimento la fiamma ossidrica dardeggerà i suoi infuocati colpi letali.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 003CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 004.jpgSono i tram che ancora pochi decenni fa sferragliavano annunciandosi con il loro rauco fischio lungo sedi poste lateralmente alle carreggiate di strade statali e provinciali per collegare Milano con Giussano fino al 1958, Corsico e Monza (Ω 1966), Cassano d’Adda (Ω 1972), Vaprio d’Adda (Ω 1978), Vimercate (Ω 1981), Carate (Ω 1982), Desio (Ω 2011).
Di questa rete, che precedentemente si estendeva ad Ovest sino a Magenta e Castano, ad Est a Trezzo e Bergamo, a Sud a Pavia, Melegnano e Lodi rimane oggi un’unica testimonianza: la tramvia per Limbiate Ospedale, una tratta che dal 29 marzo 2011 origina dal capolinea di Comasina M3 e si sviluppa per 11.600 metri su un percorso elettrificato alla tensione di 600 V cc, a binario unico in sede propria adiacente alla Via dei Giovi, un tempo Strada Statale 35, con tre raddoppi sedi di incrocio rispettivamente a Cormano Molinazzo, Paderno Cassina Amata, Varedo.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 002Oggi, pur costituendo una valida alternativa ad una strada affollata al limite del collasso, è servita da pochissime corse nei giorni feriali, nelle fasce orarie dalle 06:00 alle 10:00 e dalle 16:30 alle 21:00 dal lunedì al sabato. I mezzi in uso sono degli elettrotreni a composizione bloccata di tre elementi, allestiti dal 1961 al 1964 unendo una motrice centrale con due rimorchi pilota alle estremità. Ne restano in servizio sei unità delle dodici originarie, in pessime condizioni nonostante interventi di manutenzione e revisione che ne hanno allungato l’agonia.
Il filmato, ripreso nei giorni scorsi e visibile qui, ne mostra uno in servizio mattinale diretto a Limbiate, in arrivo alla fermata di Paderno Tonolli.
Una curiosità: l’azienda Tonolli, un tempo nota fonderia di metalli non ferrosi e dove ebbi modo di lavorare per un biennio all’epoca dell’università, non esiste più da almeno un ventennio. Nonostante ciò la fermata tramviaria ne ha conservato il nome e, fino ad alcuni anni fa, la pensilina presentava una lastratura traforata con l’incisione del logo dell’azienda nei caratteri grafici “fascisti” caratteristici degli anni ’30 del secolo scorso.
Tornando ai rotabili di prossima demolizione presso il deposito di Desio, quelli ancora in grado di essere preservati – una decina in tutto – sono stati oggetto di una petizione, avente per oggetto il loro salvataggio, che ha raccolto decine di migliaia di firme e, recentemente, sono stati richiesti da alcuni privati, da un ristoratore che, da un’azienda bergamasca specializzata nell’organizzazione di eventi e da due associazioni di appassionati.
La prima ha sede a Reggio Emilia, dove un tempo erano attive le Officine Meccaniche Reggiane, costruttrici di una serie di motrici denominate proprio Reggio Emilia.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 005L’altra è la tedesca HSM, Hannoversche Straßenbahn Museum, proprietaria di un importante museo tramviario e di una linea ad anello della lunghezza di circa 2.500 metri nei sobborghi del capoluogo della Bassa Sassonia, sulla quale viaggiano antiche motrici provenienti da svariate città germaniche, oltre che da Vienna, Brno, Amsterdam.
Tutti costoro hanno scritto ad ATM, che non risulta abbia risposto.
L’ipotesi paventata da molti è che ATM attenda l’esito della gara di assegnazione delle vetture demolende a qualche commerciante di rottami, il quale provvederà, se ne rileverà l’interesse, a vendere i rotabili a chi ne farà richiesta. Un’ennesima dimostrazione che le prime a fregarsene del proprio patrimonio storico sono proprio certe aziende esercenti.

Alberto Cazzoli Steiner

Parco della Lessinia: intollerabile per Legambiente, Italia Nostra e Lipu che qualcuno possa decidere in casa propria

CC 2018.07.14 Lessini 001“Grave voto della Giunta verso l’autogestione.” Per Italia Nostra, Legambiente Verona, Wwf veronese e Lipu è intollerabile che i proprietari dei terreni costituenti il parco della Lessinia, cioè i padroni di casa, entrino a far parte del comitato tecnico scientifico di gestione.
Per chiarire da subito come la pensiamo di loro e di quelli come loro: è da tempo immemore che esistono per barcamenarsi in chiacchiere, con qualche azione esclusivamente simbolica che al territorio ha procurato più danni che altro, e con l’esclusiva funzione reale di portare voti. È finita a Napoleone, si dice. Figuriamoci se prima o poi non sarebbe finita anche per loro.
Piccola premessa triste, prima di entrare in argomento: quando si trattò di devastare il territorio scaricando nei fiumi gli acidi delle concerie piuttosto che costruendo iinutili strade o realizzando improbabili poli artigianali oggi memento di uno squallido cimitero degli elefanti, per tacere di altre nefandezze, anche i Veneti elettori di Pio Mariano dei Miracoli non furono secondi a nessuno.
Stiamo parlando di quel Veneto, asservito per convenienza al governo di occupazione, dal quale si teneva ben saldo il timone dell’allora Ministero dell’Agricoltura che provvedeva ad elargire sul territorio gran copia di fondi e sovvenzioni, dove modesti artigiani diventavano miracolosamente imprenditori e successivamente industriali per poi delocalizzare dapprima nei paesi dell’Est europeo e successivamente ancora più lontano, in Asia e America Latina.
Intendiamoci: fatte le debite proporzioni nulla di nuovo sotto i cieli d’Italiland.
Ma le cose cambiano, le consapevolezze mutano, vi è maggiore attenzione alla tutela di un territorio sempre più percepito come Heimat, corroborata dala precisa volontà di essere attori del proprio cambiamento in una sorta di democrazia diretta e non rappresentativa.
In tutto questo, morta per consunzione la Balena Bianca, perite le altre sigle sue nemiche o alleate a seconda del canovaccio teatrale da mettere in scena, le forze d’occupazione con i loro scherani e i loro Ascari si sono ricompattate sotto sigle diverse e colori vuoi annacquati vuoi accentuati, imbrogli e tentativi di depistaggio, presto scoperti, di chi cavalcava in modo truffaldino il nascente desiderio di autonomia. Il resto non è più storia bensì cronaca.
Ma esiste ancora chi, in nome di uno statalismo comatoso, di un dirigismo da sacrestia e da segreteria pretende di comandare in casa d’altri indirizzando scelte e fondi, spiegando “al colto e all’inclita” come dovrebbero, anzi devono, pensare ed agire, e soprattutto davanti a chi dovrebbero, anzi devono, scappellarsi.
Il fenomeno è particolarmente riscontrabile nell’ambito della tutela ambientale del quale, sotto un manto di purezza virginale dagli irresistibilmente comici risvolti newage e disneiani, si sono nel silenzio di istituzioni e cittadini appropriate segreterie annacquate e sacrestie arrossate in allegra commistione, formando dei Komintern che ancora oggi pretendono di arrogarsi la facoltà di decidere chi, cosa, come, dove, quando sulla pelle degli altri e nei quali ingegneri, arhitetti del verde, agronomi, biotecnologi, biologi, veterinari, pastori e allevatori sono merce rara, contrapposta alla marea dei laureati (quando lo sono) in filosofia e scienze politiche o lettere antiche.
In questo scenario non stupisce il comunicato stampa unificato di Italia Nostra, Legambiente Verona, LIPU e WWF Veronese dedicato al Parco della Lessinia.
Che, nel Veneto, numerose aree verdi e protette siano state commissariate è storia. C’è da chiedersi dove fossero questi soloni verdi, queste cariatidi del pino mugo, questi opportunisti del cocal quando si trattò di commettere gli abusi e gli illeciti che portarono al commissariamento. Non sappiamo. Sappiamo però che furono fra i membri dei comitati di gestione, fra i probiviri, fra il questo e il quello degli organi di commissariamento, fra i disturbatori delle assemblee cittadine.
Vogliamo proprio essere pignoli ed osservare con la lente che cosa abbiano portato i commissariamenti, soprattutto in riferimento a certe realtà locali particolarmente delicate, in termini di benefici ambientali, ripopolamento, tutela delle specie e del territorio?
La risposta può validamente fornirla la nota e salvifica espressione di Cetto Laqualunque.
Ciò premesso gli organismi sopra menzionati hanno emesso un comunicato, che riportiamo nei suoi elementi essenziali:
“La Giunta Veneta, conscia della maggioranza in Consiglio, non ha faticato ad ottenere quello che da oltre un anno stava perseguendo. L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di svilire e ridurre le aree protette a favore di spazi per le attività economiche.” vale a dire esattamente quello che hanno fatto loro in questi anni non facendo nulla. Ma proseguiamo:
“… riuscita nell’intento con l’approvazione di questa legge, che accentra poteri straordinari su di sé in merito a nomine e controllo per la gestione di tutti i parchi del Veneto, ora potrà dedicarsi alle modifiche sostanziali della Legge Regionale 40 del 1984, riducendo le superfici dei parchi così come già più volte ribadito da alcuni consiglieri di maggioranza che non tollerano la presenza di tutele, vincoli e limiti alla libertà d’impresa.
Eppure non più tardi di due anni fa in fase di redazione della proposta di legge per modificare quella in vigore per l’istituzione dei parchi e delle riserve naturali regionali, si recitava che … Le aree naturali protette e più in generale la rete ecologica regionale … rappresentano un importante laboratorio per la conservazione e l’implementazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici attraverso lo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale …
Una premessa sacrosanta di cui oggi non c’è traccia nella norma appena approvata. Al suo posto, quali finalità e obiettivi da garantire, si dichiara che … le nuove disposizioni per la gestione e il funzionamento dei parchi perseguono l’obiettivo della semplificazione, del miglioramento e dell’efficienza delle procedure programmatorie e gestionali …”
Ed ora arrivano i toni lirici: “Addio conservazione, addio biodiversità!” Si, addio monti sorgenti dall’acque, addio gettoni di presenza, addio commissione di perizie, progetti, studi programmatici destinati ai blabla dei convegni. Andiamo avanti:
“Per uscire dal regime di commissariamento in cui tutti i parchi del Veneto erano miseramente finiti” E come mai c’erano finiti? Voi, nel frangente dove eravate? “il disegno di accentramento nelle mani della Giunta Regionale lo si legge in tutto l’articolato: ‘La Giunta regionale definisce … coordina … fornisce supporto …”
E qui troviamo la frase che ha fatto scendere gli ambientaioli dalle scale come la ragazzina de L’esorcista, sputazzando vomito e bile: “Il consiglio direttivo è nominato dal Presidente della Giunta regionale … il presidente del parco è nominato dal Presidente della Giunta regionale…”
E adesso viene l’intollerabile, per comunistoidi sacrestariani: “In questo quadro destra (Testuale nel comunicato, destra in luogo di desta. Ah, i lapis! ops, i lapsus… se non esistessero bisognerebbe inventarli) molta perplessità l’inserimento nel Consiglio Direttivo dei proprietari terrieri, rappresentanti almeno il 60% dei terreni silvo-pastorali, appartenenti cioè al Parco della Lessinia, con conseguenti possibili divergenze tra le istanze private e quello della protezione e conservazione del patrimonio naturale che sono la ragione per la quale ogni parco è Istituito, secondo quanto previsto dalla L. 394/1991.
Gravissimo, infine, il passaggio delle competenze in merito alle autorizzazioni paesaggistiche dalle mani dell’Ente Parco ai Comuni, spesso inadeguati per competenze tecnico-scientifiche, per mancanza di risorse umane e strumentali e per assenza di visione d’insieme.”
Insomma, nihil sub sole novi: gli altri, di chiunque si tratti, non sono sufficientemente acculturati, preparati, competenti per decidere in casa propria. Hanno bisogno il tutore.
Peccato che il tutore assomigli sempre al commissario politico. E questo è quanto.

Alberto C. Steiner

I problemi della Calabria risolti da un libro fotografico. Parola di Domus.

CC 2018.07.11 A3Se già in lontananza noti qualcuno che indossa qualcosa di rosso potrebbe non essere il volontario di un’ambulanza.
Se avvicinandoti osservi il voluminoso pacco di quotidiani sottobraccio, a rischio lordosi, e tra questi spuntano Limes e Micromega, sei incappato in un presunto intellettuale inequivocabilmente connotato sotto il profilo ideologico.
Se fra tutte queste inconfutabili prove dell’uccisione di alberi, che rendono ecologista di comodo il portatore, distingui Domus, scarrella: il soggetto potrebbe essere addirittura architetto o sociologo urbano.
Tra i candidati al prestigioso Premio Gabriele Basilico, dedicato a “talenti emergenti della ricerca visiva”, vale a dire della fotografia senza bisogno di usare verbosità da manifesto programmatico, Domus, e segnatamente Domusweb, ne propone alcuni: In Quarta Persona è uno dei progetti fotografici selezionati per l’edizione 2018, realizzato da Martin Errichiello, classe 1987, e Filippo Menichetti, di un anno più grande. Immagini stupende, come quella che pubblichiamo.
Nell’incipit viene dichiarato che finalità del lavoro è quella di raccontare la Calabria “in quarta persona”.
Poiché l’espressione ci è apparsa priva di senso, ed essendo noi miseramente rimasti alla terza persona singolare e plurale, abbiamo provato ad informarci. Nulla: sul web l’unico riferimento è al titolo dell’opera de quo. Interpellata la Crusca per poco non ci hanno mandato… si, proprio là.
Viviamo di inesplicabili misteri ed irrisolte questioni, sopravviveremo anche a questa, nonché alla successiva: viene dichiarato che il libro dei due fotografi è “l’ultimo tassello di un’analisi precaria e plurale, condotta lungo l’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria”.
Crediamo di possedere cultura, acume, intuito “in misura bastevole”, come fece dire il Manzoni a Renzo, ma sentiamo che qualcosa ci sfugge come sabbia tra le dita. O forse è aria, aria fritta. Precaria? Plurale? L’ultimo tassello? E i precedenti?
Innegabilmente l’autostrada Salerno – Reggio Calabria è emblematica di contraddizioni e malversazioni, voluta inefficienza e malaffare che caratterizzano buona parte della Penisola.
Ma, francamente, il testo che accompagna la rassegna fotografica, avrebbe potuto scriverlo un americano tolto dal freezer dopo esservi stato immesso nei primi anni Sessanta del secolo scorso: pizza, mandolino, paesaggi deturpati, arcaiche reminiscenze di una cultura ancestrale. E mafia, tanta mafia asservita alla politica e viceversa. E ovvietà, tanta ovvietà. Come questa: “La memoria – l’atto di praticare la memoria – rappresenta un mezzo potente per ricordare ciò che si è perso e reclamare ciò che è stato dimenticato. Ed una grande parte della storia politica italiana degli ultimi 50 anni è innegabilmente avvolta nel mistero. Alcune delle sue storie e avvenimenti più importanti, pubblici e privati, sono ancora occulti, archiviati e persino censurati.
Poiché “Dagli anni Sessanta, nel bel mezzo del cosiddetto ‘miracolo economico’, le forze politiche e culturali in Italia hanno stabilito un processo di trasformazione ampio e radicale … il cambiamento andava alimentato con nuove strade, nuove macchine e industrie e sicuramente una nuova identità.”
Che, a detta di chi ha steso il testo “dovevano essere in grado di connettere – tecnicamente e politicamente – alcune delle aree più isolate del paese, portando i cittadini isolati verso il progresso.”  Progresso?
Ricordo ancora il cazziatone che mi presi, in seconda media, dalla prof di geografia quando affermai che la costruzione di strade portava l’Africa verso la civiltà. Mi fece graziosamente notare come uno dei paesi più civili al mondo era quindi sicuramente la Germania, che di una straordinaria rete viabilistica disponeva già negli anni Trenta. L’altro erano gli Stati Uniti, segnatamente la città di Los Angeles.
Come avrebbe detto il Giôan Brera: “palla lunga e pedalare”. Con le orecchie basse e una profonda incazzatura per avere detto una puttanata, aggiungo.
L’analisi è stata condotta lungo l’autostrada A3 in quanto “linea simbolica del progetto”. E ditelo, che c’è un progetto! Noi siam qui, a pettinare le uova, e invece c’è un progetto. Non si fa così, specialmente se questa linea “attraversa iconografia e storie sospese tra utopia e tradimento”. Azz.
Soprattutto considerando che in Calabria nessuno nega che vi sia la mafia e che – notizia dei giorni scorsi – un politico locale si sia appropriato pure dei fondi per un progetto di salvaguardia delle tartarughe marine. Saremo, come afferma l’intellighenzia (va da sè, di un unico colore possibile) quando non ha altre speranze dialettiche e non ha ancora fatto ricorso alle ingiurie, ancorati alla superficie dei fatti, ma non ci sembra di ravvisare eclatanti novità o scoperte tali da giustificare un caso di studio di questa terra antica “dove la sfida della modernità ha imposto un suo linguaggio e una sua estetica, opprimendo lentamente il paesaggio umano e naturale”.
Tutti bravi a sociologizzare con il cu… ehm, in casa d’altri: arrivano, aprono il tavolo, osservano, deducono sulla base del proprio metro antropologico, tecnologico, astrologico e scagazzano pregnanti ed ispirati teoremi. Spesso accompagnati da ineffabili ricette. Sempre quelle, in più di mezzo secolo. E sempre inutili. E quando chiudono il tavolo per andarsene non raccolgono nemmeno le cartacce.
Tanto è vero che fotografie, oggetti, documenti e video “sono assemblati come un progetto collettivo di un noi immaginario”.
Progetto collettivo di un noi immaginario. Perfetto, i problemi rimangono ma intanto abbiamo fatto giornata con il noi immaginario.
Conclusione: le immagini sono stupende – si vede che dietro c’è un lavoro mosso da competenza e passione – e meritano un’elevata considerazione. Il problema è il linguaggio, ideologicamente connotato e infarcito dei soliti luoghi comuni da colonizzatore bianco, però buono, che, lui si, sa come fare per risolvere i problemi del bovero negro.
Se ne sarebbe potuto fare tranquillamente a meno, ne avrebbero guadagnato sia l’opera sia la Calabria.

Alberto C. Steiner