Sentieri di Lombardia: per capire bisogna sporcarsi le scarpe

Provengo da una famiglia un po’ matta, e il più matto di tutti era mio cugino Alessandro detto Sandro, che viveva quasi da eremita con il fratello Bortolo in alta Valle Seriana allevando capre e cavalli avelignesi, che credo fossero i più viziati, se non dell’arco alpino, sicuramente delle Orobie: esistevano per mietere premi ai concorsi, raccogliere complimenti e coccole e fare qualche escursione in alpeggio, ma solo quando lo volevano loro. Neanche a dirlo, morivano serenamente di vecchiaia e in quelle occasioni Sandro piangeva come un vitello.
Ma per altri versi Sandro, unico in una famiglia altrimenti di tesorucci della quale costituisco un significativo esempio (mi sta crescendo il naso… boh, mi avrà punto un insetto), era uno incazzoso ed estremamente territoriale. Un pomeriggio d’estate un gruppo di ragazzi percorreva con le moto da cross (dire a un bergamasco che le moto da cross non sono sostenibili e firmare la propria condanna a morte significa più o meno la stessa cosa…) uno dei sentieri che si snodavano in fregio ai suoi terreni, diviso nella mezzeria tra proprietà privata e comunale. A detta di Sandro il torto dei ragazzi fu quello di percorrere la sua metà e non quella comunale ed egli, conscio del suo diritto divino alla difesa della proprietà, levò il fucile dal chiodo e sparò. Fortunatamente solo due colpi, visto che era un’arma da caccia, e ancor più fortunatamente con una pessima mira. Naturalmente spergiurò ai Carabinieri, prontamente intervenuti su segnalazione dei ragazzi, di aver sparato in aria per allontanare certi cani selvatici che nessuno peraltro vide mai.cc-2017-02-9-sentieri-lombardia-002Mi è tornato in mente l’episodio apprendendo che il 29 gennaio scorso è toccato alla VII Commissione Cultura della Regione l’ennesimo esame della proposta di legge finalizzata alla tutela della fruibilità dei sentieri lombardi.
Che io ricordi se ne parla da almeno tredici anni. Il progetto è ambizioso, di notevole impatto sociale e prevede un puntiglioso lavoro tecnico per la mappatura e l’inclusione in un catasto dei sentieri in collaborazione con Ersaf, Cai e Progetto Interreg Italia Svizzera.
Semmai si trovassero i fondi per effettuarlo, dovrebbe essere svolto da persone capaci di mappare anche i segni: impronte, buche, peli, natura degli escrementi ed altre evidenze per definire la fauna e i suoi passaggi tipici in modo da approntare una classificazione dei selvatici ed all’occorrenza proteggerli dagli umani.
La proposta di legge appare debole e lacunosa: non prevede nessun vincolo urbanistico a tutela dei percorsi oggi presenti, non pochi dei quali millenari, affidando anzi la loro fruibilità ad accordi che la pubblica amministrazione dovrebbe sottoscrivere con i privati possessori dei fondi su cui i tracciati insistono. Figuriamoci.
Nel corso del tempo il bosco e la montagna, e conseguentemente i sentieri hanno mutato funzione. Non più vie primarie di comunicazione ma parte del patrimonio culturale del territorio, oggi vivono in un ambito legislativo nebuloso, incerto e carente. Va detto che la proposta, nella sua formulazione, propone strumenti efficaci sul piano della valorizzazione, ma non su quello della tutela dei tracciati esistenti.
Il primo punto riguarda proprio la salvaguardia dell’esistente: comuni e associazioni hanno sottolineato come sarebbe opportuno introdurre e vincolare nella rete regionale tutti i percorsi segnalati e quelli che sono stati fatti propri dai PGT, Piani di Governo del Territorio, delle amministrazioni comunali che in misura sempre maggiore hanno scelto di mappare e inserire in allegato ai loro documenti di piano anche le reti sentieristiche.
Il secondo punto concerne la possibilità di valorizzare il lavoro delle molte associazioni che, a livello locale, hanno in questi anni mantenuto e curato fruibilità, manutenzione e segnalazione dei sentieri. L’attuale proposta di legge prevede come interlocutore di riferimento per gli interventi il CAI.
Il CAI è quell’oggetto misterioso al quale ti devi rivolgere, per esempio a Como, per avere le chiavi di un bivacco (non un rifugio, un bivacco, che dovrebbe essere sempre aperto) in alta Valtellina, e lo scopri leggendo il cartello affisso sulla parete del bivacco stesso, alle nove di sera, magari mentre sta nevicando. Che fai in quella circostanza? O pernotti all’addiaccio o forzi la porta del bivacco, sbattendotene le palle del CAI.
La norma, altresì, non esplicita la possibilità di collaborazioni tra amministrazione pubblica e altre realtà, e il CAI da solo, oltre a non bastare, ha dimostrato in svariate circostanze di non essere super partes. L’assenza di chiarezza viene inoltre rafforzata da quanto asserito in sede di discussione da certe compagini politiche, che hanno dichiarato di che proporranno l’inserimento di ulteriori figure associative tra quelle contemplate dalla legge.
Purché non siano brutte figure… Non so voi, ma io sinceramente non riesco ad immaginarmi un portatore di disagio urbano o un transfuga dai centri sociali, che il pollo l’hanno visto solo eviscerato e confezionato al supermercato, a mappare il territorio senza che si debba chiamare l’elisoccorso per recuperarli dopo che son finiti nei casini. Non riesco ad immaginarmeli nemmeno se hanno partecipato ad un corso tenuto in un week-end dalla RIVE, Rete Ideologica Villaggi Ecochic.
I comuni, tanto pragmaticamente quanto inascoltati, hanno suggerito un’alternativa più pratica: la possibilità di delega da parte dell’ente locale, che individuate le realtà competenti sul proprio territorio stipuli con esse una convenzione per la gestione della sentieristica. Sano principio di sussidiarietà e buonsenso: ciascuno conosce la realtà di casa propria, senza bisogno di istituire dispendiose commissioni, aprire e chiudere tavoli e tavolini e avere tra le palle gente cui bisogna badare perché non si facciano male, nel frattempo fottendosi i pochi fondi disponibili.
Per capire i problemi – ci insegnano storia e geografia – bisogna sporcarsi le scarpe per andare a vedere, verificare di persona. Ed essere in grado di comprendere cosa si sta guardando e, esagero, magari non avere come membri di una Commissione che si occupa di territorio gente diplomata in ragioneria o laureata in filosofia o lettere antiche.cc-2017-02-9-sentieri-lombardia-001E concludo evidenziando un caso emblematico, anche se fortunatamente non pericoloso. Esiste un Comune, Casatenovo in provincia di Lecco, dove cittadini e pubblica amministrazione hanno potuto sperimentare con mano l’incerto status che affligge oggi le reti dei sentieri.
Nella valle della Nava, piccola oasi di natura intatta dentro la città diffusa brianzola, c’è (c’era) un bel sentiero lungo qualche chilometro che la percorre (percorreva) tutta da nord a sud e la popolazione locale ci tiene molto: lo hanno difeso dalla costruzione di una bretella stradale, hanno fondato una associazione – il Gruppo Valle Nava – che porta il nome del luogo, ci organizzano manifestazioni ludiche e sportive, recentemente hanno inserito l’area dentro il Parco dei Colli Briantei.
Un tratto del sentiero attraversa un fondo privato e un giorno il nuovo proprietario, stanco di avere gente che passava “sul suo”, lo ha chiuso, affiggendo sugli alberi (pubblici) cartelli che avvertono trattarsi di proprietà privata. All’indomani dell’accaduto il sindaco del paese – che aveva in maniera lungimirante inserito la rete sentieristica nel PGT – emette un’ordinanza di rimessa in pristino. Il privato si oppone e ricorre sostenendo che il tracciato non è mai esistito. Il tribunale rimanda più volte la sentenza e chiede alle parti di tentare un accordo, l’amministrazione comunale ci prova, ma il privato è irremovibile. Cittadini e associazioni organizzano una manifestazione spontanea (qui il video dell’evento) tra le più partecipate che si siano mai viste, con un presidio di protesta davanti al recinto. Non serve a nulla, la legge è dalla sua parte, ed è già tanto se il comune non sarà condannato a sostenere le spese di giudizio.
Uno spazio largo anche solo due metri tra il corso del ruscello e la proprietà sarebbe bastato per garantire la fruibilità del sentiero, ma l’incaponimento del tipo ha fatto sì che un impianto storico andasse perduto. Fino all’anno scorso il sentiero della Valle della Nava, un itinerario immerso nel nel verde e nel silenzio era meta di famiglie, cicloturisti, scenario di manifestazioni. Oggi è interrotto e abbandonato. E stando così le cose nessuno può farci nulla.

Alberto C. Steiner

Così si fa, a valorizzare un territorio: sapevatelo!

Si è svolto il 10 gennaio a Varzi un convegno per la creazione di un comitato tecnico per la valorizzazione dell’Oltrepò Pavese, anzi dell’Appennino Lombardo – Alto Oltrepò Pavese, nuova area interna (meglio: Area Interna, creata ad hoc in modo da poter disporre di un apposito comitato opportunamente corredato di dipartimenti, sezioni, sottosezioni e uffici studi).
Non esprimiamo giudizi sul relativo comunicato stampa, leggibile sul sito di Unimont, l’Università della Montagna che, partita sotto i migliori auspici, si sta sempre più trasformando un convegnificio: ciascuno potrà giudicare da sè lo spreco di maiuscole, parole inutili, sigle roboanti, nomi e qualifiche. Ad onor del vero mancano i Puffi e i Sette Nani. Per chi non volesse tediarsi con la lettura del comunicato stampa ne proponiamo una sintesi in forma di ricetta. Anzi, di buona ricetta per una buona pratica.cc-2017-01-17-convegnite-001Ingredienti:
1 prestigiosa Università pubblica
1 Sottosegretario alla Presidenza con delega ai Rapporti con il Consiglio regionale
1 Dipartimento per le Politiche per la Montagna
1 Macroregione Alpina (Eusalp)
4 Motori per l’Europa (benzina, ecodiesel, metano, elettrico? può essere…)
1 Membro del Comitato Tecnico Nazionale Aree interne.
Montare a neve – in fondo è un’area montana – sino a creare “le premesse per un Incontro di Lancio della fase di Co-Progettazione della Strategia Nazionale Aree Interne.”
Unire 1 sindaco, preferibilmente del comune più rappresentativo dell’area, un pizzico di coinvolgimento, una presa di “partecipazione di tutti gli attori del territorio e la manifestazione della forte volontà di fare squadra per affrontare e vincere la sfida di dare una forte e concreta strategia di sviluppo all’Alto Oltrepò Pavese.”
Aggiungere una Comunità Montana, portare a bollore e cuocere lentamente per nove mesi, sempre mescolando unire “analisi e ascolto del territorio al fine di definire i risultati attesi e la visione complessiva per invertire le tendenze critiche in atto: spopolamento, invecchiamento della popolazione, dissesto idrogeologico, sfilacciamento delle reti interne ed esterne all’area, depauperamento materiale e immateriale, inaccessibilità dei patrimoni ambientali e culturali, abbandono delle attività agricole e produttive” e concludere “costruendo una strategia di sviluppo finale in co-progettazione con Regione Lombardia e Comitato Nazionale Aree Interne.”
A parte preparare una sfoglia e ripartirla in due fondi a forma di tavola rotonda con bordi rialzati di circa due cm, tenendone da parte un po’ per le guarnizioni finali superiori a forma di osservatorio, una finitura sempre elegante.
Riempire il primo fondo con l’impasto che chiameremo Strategia Nazionale Aree Interne “con una prima presentazione da parte delle Istituzioni presenti.”
Riempire il secondo con il medesimo impasto, che però chiameremo “un secondo momento di lavoro su tavoli tematici trasversali sui temi dell’Abitare in Oltrepò, Intraprendere in Oltrepò, Collaborare in Oltrepò, Reinterpretare l’Oltrepò, Riusare l’Oltrepò, scambiare Buone Pratiche.”
Abbrustolire leggermente alcune fette di pane ai cinque, no meglio sette, cereali e spalmarle con “una visione di sviluppo dimostrando una necessità di confronto e di coinvolgimento e portando all’attenzione valorizzazione ed innovazione delle filiere agricole ed agroalimentari, e la narrazione che il territorio deve portare all’esterno ricostruendo le reti lunghe, dalla diffusione ed innovazione della cura alla popolazione anziana al coinvolgimento dei giovani nel territorio, professionisti, operatori dei campi della salute, istruzione, mobilità, ritornanti (ritornanti?), innovatori ed attività resilienti.”
Raccomandiamo le attività resilienti: sono quelle che decidono il successo della cena perché sono come Laura P., ed è noto che: senza Laura P. nun se po’ partì
Per l’abbinamento suggeriamo riesling o pinot nero e, nel caso si desideri offrire un rustico dessert, sangue di giuda a temperatura ambiente.

Alberto C. Steiner

Perché il cohousing non sia solo un bell’ecogioco di società

Abbiamo partecipato al convegno tenutosi il 14 corrente presso l’Università di Verona rilevando, oltre ad una partecipazione notevolmente superiore alle più rosee aspettative degli organizzatori, spunti di estremo interesse e chiarificatori dello stato dell’arte.
Notevole il filmato L’abitare sostenibile presentato da Isabelle Dupont dell’università di Roma Tre: quattro esempi, e tra questi quello relativo ad uno storico ecovillaggio situato in Toscana, improntati a concretezza e logica del fare.
I numeri riferiti dai relatori sono sintomatici: esistono oltre un migliaio di cohousing nel mondo occidentale, il che ne fa in ogni caso una soluzione abitativa di nicchia. A fronte di questi, quelli italiani (nel nostro paese di parla di cohousing da circa un quarantennio) constano attualmente soltanto in 22 esempi di residenza condivisa mentre una cinquantina di iniziative sono in corso, quasi tutte ferme alla fase di discussione teorica.Cesec-CondiVivere-2014.11.21-Identikit-Cohouser-002.jpgA nostro avviso, come abbiamo sottolineato nel nostro, non previsto, intervento che ha letteralmente riscosso applausi a scena aperta – segno che c’è voglia di concretezza dopo decenni di ecochiacchiere? – la ragione risiede nell’incapacità di uscire dal circolo vizioso che attribuisce alle pubbliche amministrazioni l’indebito potere di essere i soggetti attivi nella politica del cohousing, non ipotizzando la realizzazione di complessi coresidenziali come normali interventi privati da lasciare all’iniziativa privata ma come oggetto di bandi, assegnazioni, graduatorie, concessioni a vario titolo di immobili.
Ciò pertiene a nostro parere a quella cultura residuale di una sinistra intellettuale, ormai defunta e putrefatta ma che viene tuttora indebitamente accreditata come l’unica capace di coagulare iniziative ecosostenibili.
Quella, purtroppo, è la cultura delle interminabili discussioni, è la cultura del non fare, è la cultura dello stato che deve fare-dare-assegnare, che stabilisce come pensare: lo provano le graduatorie di merito nelle ipotesi di assegnazione di residenze in cohousing e, non da ultimo, è la cultura di chi bofonchia di urbanistica e riqualificazione del territorio ma non ha mai visto un cantiere, nemmeno nella pausa pranzo. E peccato che il cohouser, per comprarsi casa, sottoscriva un mutuo e nemmeno a condizioni agevolate.kl-cesec-cv-2014-01-31-ecovillaggio-ces-003Un disegno di legge, ora promosso da M5S ma precedentemente dal PD, propone addirittura classi di merito e vincoli alla proprietà ed alla negoziabilità dell’immobile.
Per quanto ci riguarda, e lo diciamo e lo scriviamo da anni, il recupero di un edificio per il suo riutilizzo in qualità di coresidenza prevede il rapporto con la pubblica amministrazione solo, ed esclusivamente, per quanto riguarda l’urbanizzazione primaria e secondaria, la dia, la scia, l’antisismica, l’impatto ambientale, il recupero volumetrico. Anche relativamente all’aspetto finanziario preferiamo ricorrere all’iniziativa privata mediante il ricorso a mutui e investitori etici privati.
Questo non solo non impedisce ai futuri coresidenti di essere sul territorio con iniziative sociali, culturali, ambientali, ma anzi agevola le azioni proprio perché svincolate da pastoie burocratiche o valutazioni di merito politico funzionali a raccattare voti. E si ha una definizione concreta e univoca in termini di identità e potenzialità operativa, proprio perché svincolati dal politico di turno che oggi dice A, domani dice B e dopodomani si rimangia tutto perché non ha più la convenienza a sostenere l’iniziativa.cesec-condivivere-2014-10-20-ecovillaggio-005Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, Cà di Landino è un villaggio operaio, oggi sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino, un campo base realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura popolato da centinaia di operai. Una volta terminati i lavori fu utilizzato per ospitare alcune colonie estive.
Cà di Landino, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è circondata da boschi di faggi e castagni. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine
Il villaggio presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio (nostro articolo 9 settembre 2016: Mappare l’abbandono).
Conosciamo realtà che, in un decennio di incontri, non sono ancora riuscite a trovarsi un nome, altre che sono ancora al palo con la storia del facilitatore per la risoluzione dei conflitti ed altre ancora che organizzano giornate di studio dove, anziché nozioni tecniche, pratiche o normative, vengono scambiati massaggi shiatsu per concludersi con il cerchio di condivisione al suono del tamburo sciamanico. Questa, come abbiamo avuito modo di dire a suo tempo, è fuffa (21 febbraio 2014: Percorsi per ecovillaggisti. Formativi?).
Ed un esempio che non dev’essere taciuto riguarda infine la dolorosa vicenda dell’autocostruzione assistita che ha visto coinvolte centinaia di famiglie truffate da una società (ovviamente cooperativa, ed ovviamente legata a onlus e ong) accreditata presso numerosi enti locali, e che dobbiamo purtroppo collocare nel pianeta cohousing.
Scrivevamo in proposito il 1° dicembre 2016, nell’articolo Il nostro contributo al referendum: “Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma.”
Questo per dire che a nostro parere il cohousing – che riteniamo una splendida risposta alle sfide sociali, economiche ed ambientali ed alle istanze di condivisione e solidarietà – deve essere visto in una logica d’impresa, sociale fin che si vuole ma all’insegna dell’iniziativa privata. Altrimenti rimarrà argomento di ecodotte disquisizioni intellettuali confinate nei salotti ecochic o nelle feste in cascina.

Alberto C. Steiner

Il nostro contributo al referendum

Lungi da me entrare nel merito delle disquisizioni politiche, del fronte del si e del muro del no. Non ne sono in grado e mi fa venire l’orticaria. Mi limito perciò a scrivere queste note accompagnato dalla Ciaccona per Organo di Pachelbel, che con il gelo che c’è fuori ci sta benissimo.cv-2016-12-01-referendum-002Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma. Neanche fossero passati francesi, spagnoli, alamanni, lanzichenecchi, saraceni e … abbiamo perso il conto … tutti coloro ai quali i nostri satrapi locali permisero di fare strame di terre e genti purché li aiutassero ad ottenere un marchesato o un papato.
Ah si, certo, stiamo parlando di Medioevo e Rinascimento. Oggi non è più così, specialmente da quando è nata la repubblica democratica fondata sul lavoro e sui valori della resistenza (quali, quelli che si misurano in Ohm?).
Nell’aprile 2012 i soci/lavoratori/mutuatari/vittime di una cooperativa ravennate finita a gambe all’aria ricevono questa raccomandata da Banca Etica (copia ai nostri atti): «Vi invitiamo a volerci rimborsare immediatamente, e comunque entro 8 giorni dal ricevimento della presente, il credito da noi vantato nei vostri confronti, ed ammontante a 1.288.605,80 euro. Nel mentre ci corre l’obbligo di informarvi che ci premuriamo di valutare le modalità più opportune per la tutela delle nostre ragioni di credito e di provvedere, in caso di mancato pagamento, alla segnalazione in Centrale Rischi della posizione di sofferenza.» Come dire cornuti e mazziati.
Dov’era la banca, si proprio quella banca con le seggioline da campeggio che impiega quindici giorni per aprirti un conto perché deve primariamente verificare se sei etico, quando si è trattato di periziare i lavori, di assumere informazioni sui promotori delle iniziative?
Dov’erano gli amministratori pubblici quando si è trattato di verificare il gradiente di affidabilità, i progetti ed i capitolati dei promotori delle iniziative, gli stati di avanzamento?cv-2016-12-01-referendum-001Oggi, dopo anni di opportuno silenzio, le iniziative di autocostruzione si stanno risvegliando. Ma senza apparire e, come avverte l’ingegnere campana Maria Angela Pucci, presidente dell’associazione Edilpaglia che si occupa da diversi anni di autocostruzione: «Edilizia naturale e autocostruzione sono stati sempre legati, ma non abbiamo bisogno di nuove leggi, ce ne sono anche troppe. Il problema, semmai, è di ordine burocratico. Avendo a che fare con dei cantieri che non vengono affidati a un’impresa, il sistema organizzativo dei cantieri in autocostruzione prevede addirittura l’innalzamento dei livelli di sicurezza rispetto a quanto richiesto, proprio in virtù di un principio di precauzione.» Come a dire che l’autocostruzione può non essere concepita solo per i grandi numeri delle cooperative, e non deve lasciare campo aperto a illeciti e abusi edilizi. Infatti l’ingegner Pucci aggiunge: «Chiunque condivida i principi etici che stanno alla base dell’associazione può aprire un cantiere in autocostruzione, ma di fatto però si tratta di cantieri innovativi, anomali rispetto a quelli convenzionali, e succede che sia necessario vigilare sulla legalità: non vogliamo che si possa mascherare il lavoro nero dietro la facciata del volontariato.»
Questa, signori, è una parte dell’Italia che racconta palle a chi andrà a referendarsela il 4 dicembre sostenendo gli uni che con il si i treni arriveranno in orario (fantasia ragazzi, fantasia! questa l’aveva già inventata il Duce e oggi dei treni non frega più niente a nessuno), gli altri che con il no la fatina buona del cazzo esaudirà ogni desiderio, e tutti, come prometteva il sergente Hartman di Full Metal Jacket: «Ti invito a casa mia, ti faccio scopare mia sorella.»
Per chi volesse approfondire lo “stato dell’arte” della tragedia dell’autocostruzione consiglio questo magistrale articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica: Il sogno tradito dell’autocostruzione.
Pur con tutta la buona volontà non riesco a concepire come si possa veramente continuare con l’illusione di considerare un Paese, uno Stato, questa cloaca maleolente accozzaglia di contrapposti interessi e localismi che trovano modo di accomunarsi solamente di fronte al dare addosso a qualcuno o al moloch del profitto, all’idea di assomigliare tutti a un venditore di spazzole che promise un milione di posti di lavoro, ad abbozzare di fronte all’elargizione (meglio: alla promessa di elargizione) di 85 euro ai dipendenti pubblici – da sempre una solidissima base elettorale – guarda caso proprio in concomitanza del referendum.cv-2016-12-01-referendum-003Cercando riferimenti in Rete ci siamo imbattuti in un nostro articolo scritto sul vecchio blog Cesec-CondiVivere il 6 giugno 2015 da Lorenzo Pozzi. Si intitola Sharing economy: una pericolosa “alternativa” ed è la recensione del libro Mi fido di te scritto da tale Gea Scancarello che, sotto il paravento della condivisione propone un’economia ed un’iniziativa fatte di accattonaggio. Illuminante, in particolare, questo passaggio che riportiamo: «E se i gestori di B&B vogliono svilire la loro professionalità regalando il soggiorno in cambio… in cambio di che? Dormo due notti e gli ridipingo le pareti? Ma figuriamoci, loro dimostrano di non valorizzare adeguatamente la risorsa imprenditoriale sulla quale hanno investito, e io in compenso so di non valere nulla come imbianchino.
Trovo che questo libro, al di là delle buone intenzioni, sia un inno al pressapochismo ed alla mancanza di professionalità ma, se decidiamo di vivere in una comune o in una setta di matrice orientaleggiante dove la condivisione è totale abbiamo fatto bingo. Peccato che gli hippies siano morti di vecchiaia e di stenti, tranne i più furbi che son diventati guru, e siano rimasti solo gli straccioni con la presunzione di insegnare agli altri come essere alternativi.
Oltretutto seguendo il percorso indicato nel libro si fa il gioco del potere più bieco, quello che oggi non è più neppure capitalista ma iperfinanziario, che vuole una massa di beoti non pensanti, amorfi, privi di iniziativa e massificati in ogni senso verso il basso come i negri (sissignori, ho scritto negri: consultare il Devoto-Oli) ridotti a vivere in attesa degli aiuti umanitari. L’iniziativa, signori, non consiste nello svegliarsi la mattina per andare a cercare la carità mascherata da new economy.»
Questo è quanto.

Alberto C. Steiner

Menu del giorno: terra, acqua e gasolio

31 chili di suolo, 23 quintali di acqua e quasi 5 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. Altro che cibo spazzatura! E moltiplicato per 7 miliardi fa una cifra spaventosa:
217 miliardi di chilogrammi di suolo
161 miliardi di quintali di acqua
 35 miliardi di litri di gasolio
Questa incredibile quantità di risorse, sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili, viene consumata indirettamente proprio sotto forma di cibo, perché costituisce la materia prima e l’energia necessarie a produrlo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Secondo la Fao metà del pianeta è già degradato e la prima preoccupazione sorge dall’analisi dello stato di salute dell’acqua dolce, con oltre 4 mila chilometri cubi estratti annualmente dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili.
Quanto al petrolio siamo già al punto di non ritorno, dato che la produzione automobilistica mondiale cresce da 9 a 12 volte più rapidamente di quella dell’oro nero.
Infine il cibo, dove si incentrano i maggiori sprechi perché la sua produzione intensiva richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia.
Nell’attuale periodo storico, da alcuni battezzato Antropocene, abbiamo bombe ad orologeria innescate ovunque, e il timer continua a correre a causa della distonia tra scienza del clima, consapevolezza della società e obiettivo finalizzato al profitto. Il momento dell’esplosione è prossimo, più o meno attorno all’anno 2045 a meno che non vengano introdotti mutamenti radicali nell’agricoltura industriale, nel riscaldamento e nella mobilità cittadina, e soprattutto nell’alimentazione.
Tutto questo ci ricorda due libri. Il primo è The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, scritto nel 2010 da Julian Cribb, noto comunicatore scientifico. Il secondo è quasi un reperto archeologico: Il medioevo prossimo venturo, scritto nel 1971 da Roberto Vacca, ingegnere esperto in questioni ambientali e sociali.cv-2016-11-25-cibo-022Cribb afferma che c’è ancora tempo per cambiare mediante un’azione rapida e universale. Vacca invece, senza mezzi termini, illustrava un irreversibile quadro apocalittico che avrebbe portato – come sta accadendo – a un degrado e ad un’involuzione, anche delle facoltà intellettive, sino a giungere alla scomparsa del genere umano e del suo habitat sociale così come oggi li intendiamo.
Entrambi gli autori sono accomunati, nella loro visione, nell’indicare le ragioni della nostra prossima dissoluzione nel cambiamento climatico, nella dipendenza da combustibili fossili, nel disboscamento finalizzato a creare spazi per foraggiare gli allevamenti e le colture industriali e, soprattutto, nell’incontrollata crescita della popolazione mondiale.
Il vero nodo da sciogliere sembrerebbe quindi quello del cibo, nel senso della sua pessima qualità e del sovraconsumo, che riguarda però solo il 23% della popolazione mondiale (percentuale nella quale rientriamo anche noi italiani) mentre il 47% patisce, letteralmente, la fame mentre, paradossalmente, è proprio il suo territorio quello ad essere maggiormente devastato da operazioni speculative come il land grabbing.

ACS

Incuria del territorio e l’alluvione delle casse da morto

L’amico Lorenzo Pozzi ha pubblicato oggi su Archeologia Ferroviaria l’interessante articolo 8 novembre 1982: l’Italia ferroviaria divisa in due dedicato all’esondazione del fiume Taro avvenuta nella notte fra l’8 e il 9 novembre 1982 e che, letteralmente, spazzò via tre piloni del ponte ferroviario sulla linea Milano – Bologna dividendo l’Italia in due sino alla posa di un manufatto provvisorio ed alla successiva ricostruzione del ponte danneggiato.af-2016-10-20-taro-1982-01Nulla di nuovo, naturalmente. Il disastro del 1982 fu preceduto da quello del 1973 e seguito da quello del 1987, al quale seguirono quello dell’autunno 2000 (questa volta fu il Po) e quello di due anni fa che interessò solo marginalmente la provincia di Parma, abbattendosi più intensamente su Modenese e Reggiano.
A parte l’alluvione di Firenze del 1966, quelle del Polesine nel 1924 e nel 1951, i disastri in Valtellina nel 1906, nel 1929 e nel 1987, quello nella biellese valle del Cervo e quello in val d’Ossola, quello di Monza nel 2003 e quello… e quello… e quell’altro… e a parte il fatto che da quasi un secolo a Milano ogni volta che piove l’Olona esce e nel quartiere di Niguarda si va in barca, lo stato idrogeologico del nostro Paese gode ottima salute.
Un tempo ero un idealista, successivamente divenni pessimista. Ora, a parte le cose che mi riguardano direttamente, lo ammetto: me ne sto alla finestra a guardare. Tentare di risolvere i problemi di questa baracca che qualcuno insiste a chiamare paese è come insistere nel pestare la testa contro il muro, con l’inevitabile risultato.
Si spendono un sacco di soldi ma non si sa per cosa, visti i risultati. In ogni caso la soluzione non consiste nell’arginare i danni provocati da un abuso del territorio, la soluzione consiste proprio in un utilizzo diverso del territorio, per esempio nella non cementificazione degli alvei, per esempio curando la manutenzione dei boschi, per esempio non abbandonando il territorio a se stesso. Lo so, tutte cose già dette.
Dimenticavo… la storia delle casse da morto. L’alluvione del 7 novembre 1973 colpì molte località delle valli del Taro e del Ceno. Tra queste Bedonia, dove la fuoriuscita di un piccolo rio provocò l’allagamento della parte retrostante di un palazzo storico, area che si trasformò in un vero e proprio lago con quattro metri d’acqua e dove decine di bare fuoriuscite dal magazzino di una ditta di onoranze funebri che nel palazzo aveva sede presero a galleggiare come canoe. Dopo oltre quarant’anni questa lugubre scena rubata all’apocalisse rimane ancora ben salda nell’immaginario dei bedoniesi rimane ben salda, tant’è che tuttora l’evento è ricordato come “l’alluvione delle casse da morto”.

Alberto C. Steiner

Responsabilità e sostenibilità: lasciateli lavorare, lo fanno per il bene della Nazione. E forse anche del Messaggero.

Non sappiamo a voi, ma a noi la lettura di una frase così concepita crea problemi di ritenuta fecale: “Oggi l’impresa non può considerarsi un semplice attore economico che si adatta allo scenario competitivo e al mercato, al contrario è un’organizzazione aperta all’ecosistema in cui opera. L’open innovation, o nell’accezione a noi più vicina l’innovazione per la sostenibilità è un paradigma che afferma che le imprese possono e devono fare ricorso a idee esterne, così come a quelle interne, per aggredire i grandi cambiamenti di scenario ambientale e sociale – economico e competitivo – del nostro tempo, per accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati, per adattare al contesto le loro competenze, per identificare nuove forme di creazione di valore.”cv-2016-10-04-csiQuesto enunciato del nulla è parte dei temi della 48 ore dedicata a responsabilità, sostenibilità e innovazione sociale che inizia oggi presso l’Università Luigi Bocconi di Milano promossa da Aretè, Terzo Canale/Reteconomy Sky, Gruppo Tecnico della Responsabilità Sociale di Confindustria in partnership con Il Sole 24 Ore, Rai Cultura, Costa Crociere, Arcadia, Bureau Veritas Italia e Gruppo Generali.
Più sostenibili di così… Dobbiamo aggiornarci: l’ultima conversione di cui avevamo notizia è quella dell’Innominato.
La mission dichiarata della manifestazione è quella di tradurre in strategie e azioni concrete il modo di per dare visibilità alle organizzazioni sostenibili creando un circolo virtuoso e un effetto contagio attraverso quello che viene definito il più importante evento nazionale a tema: un appuntamento atteso in un’ottica multidisciplinare, con spazi per il networking e numerose attività interattive per trasformare anche i visitatori in attori del cambiamento.
Saremo stati distratti, ma scorrendo il programma di organizzazioni sostenibili non ne abbiamo trovate fra i partecipanti, e ci siamo perciò immaginati che forse verranno accolti a palazzo i loro rappresentanti più meritevoli, che per la foto ufficiale si presenteranno schierati sulla soglia con il cappello in mano, per una breve udienza con rinfresco gentilmente offerto dalle padrone di casa.
Comunque sia, gente, sappiate che: “Lavorare sui nuclei generazionali significa definire una concezione dinamica della segmentazione, in cui, estendendo le aree di attrattività dei brand sulla scia della forza di legame, diventa possibile utilizzare il nucleo generazionale come core target: non come una gabbia o un bersaglio militare, ma piuttosto come una molla verso altre generazioni. In questa nuova prospettiva, imprenditori e manager potranno così valutare le opportunità di convergenza tra settori e utilizzare i nuclei generazionali come facilitatori per nuove partnership. I gruppi generazionali non sono infatti semplicemente target di mercato, ma produttori di possibilità inedite, per una società globale rigenerata, fondata sulla varietà dell’umano, alla ricerca di nuove forme di convivenza.” come recita la presentazione del libro ConsumAutori, i nuovi nuclei generazionali, che si terrà oggi fra le 12 e le 12:30.
Vabbè dai, lasciamoli lavorare tranquilli: lo fanno per il nostro futuro e per il bene della Nazione. Non sappiamo se anche per quello del Messaggero…

ACS

Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo

La condivisione di un video dedicato al recupero di particelle idriche dalla sospensione atmosferica, pubblicato da Marina Busetto su Idee per un mondo migliore ci ha riportati con la memoria ad uno dei nostri fallimenti.
Primavera 2014: era per noi un periodo di intensa attività sul fronte dell’acqua intesa come bene pubblico. Il nostro slogan era “Compriamo l’acqua per salvare l’acqua” intendendone il salvataggio dalle mani della speculazione finanziaria che, ad onta del referendum del 2011, allungava le mani sulla rete distributiva.
Disponendo di una mappatura attendibile relativa a centinaia di sorgenti alpine non sfruttate iniziammo un lavoro presso comuni, comunità montane, comprensori, movimenti proponendo di richiedere la concessione governativa e la costituzione di public company che sarebbero state proprietarie degli impianti di adduzione e distribuzione. Grazie a certi contributi pubblici la cosa sarebbe stata fattibile senza particolari sforzi finanziari e i cittadini avrebbero beneficiato per decenni della loro acqua senza interferenze ed a costi più che accettabili, decisamente inferiori a quelli nomalmente praticati. Non solo non pervenimmo mai ad un’assemblea pubblica, ma ci scontrammo con un muro e con il sarcasmo di certi politici, che deridevano la nostra iniziativa perché l’acqua sarebbe stata sempre un bene pubblico, e lo stato avrebbe fatto, dato, garantito e blablabla. Insomma, il solito imbonimento dell’assistenzialismo e dell’inazione da caravanserraglio pubblico. Intanto, a distanza di soli due anni, tutti siamo in grado di vedere cosa sta accadendo e in ogni caso, siccome non siamo masochisti, a un certo punto mollammo il colpo.cv-2016-09-18-warka-001Proprio in quel periodo una società composta da sette agguerriti trentenni veneziani ci contattò proponendoci di esaminare il prototipo di una struttura in bamboo che, attraverso un processo di condensazione, ricavava acqua dall’aria.
L’idea era quella di una produzione in serie da diffondere nei paesi africani tramite l’acquisto da parte di Ong e Onlus, ma servivano investitori per partire con una prima produzione in serie.
A regime il manufatto non sarebbe costato più di 400 euro e l’eventuale manutenzione sarebbe stata attuabile persino con ciò che sarebbe stato possibile reperire sulle bancarelle dei mercatini locali africani, comprese le camere d’aria delle biciclette e le lattine delle bibite. Geniale.
Il senso del progetto non era solo tecnico ma anche sociale: vi sono ancora oggi località dove donne e bambini trascorrono non meno di sei ore giornaliere impegnati nella raccolta dell’acqua, da pozzi spesso notevolmente distanti dalle abitazioni e le cui condizioni igieniche sono solo un veicolo di malattie.
Certi pozzi, in condizioni ignobili, sono il prodotto di donazioni europee: installati e lasciati al loro destino. Ne scrivemmo il 14 marzo 2014 nell’articolo Africa: quando i regali sono inutili leggibile qui.
E, sempre sul tema, il 7 aprile 2014 nell’articolo Acqua nascosta: il vero spreco è lì leggibile qui e il 18 ottobre 2014 nell’articolo Campioni del mondo! di spreco leggibile qui, senza dimenticare quello che consideriamo il nostro manifesto, pubblicato il 23 dicembre 2015 con il titolo Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare leggibile qui.kl-martaC’era il sostegno del Centro Italiano di Cultura di Addis Abeba e del EiABC, Ethiopian Institute of Architecture, Building Construction and City Development. Ma questi di soldi non ne avevano.
Il manufatto, che aveva anche un nome: Warka, come il monumentale fico etiope in via d’estinzione sotto al quale si tenevano le tradizionali riunioni pubbliche, era scomponibile in cinque moduli, pesava solo 60 kg e chiunque lo poteva assemblare.
A vederlo sembrava un “albero dell’acqua” altro 10 metri che, sfruttando l’umidità dell’aria, attraverso un processo di condensazione la trasformava in acqua che era possibile potabilizzare. Una struttura reticolare a maglia triangolare realizzata in giunco, materiale naturale e facilmente reperibile, alloggiava all’interno una fitta rete realizzata in polietilene tessile capace di trasformare l’umidità dell’aria, la rugiada e la nebbia in acqua potabile tramite condensazione, raccogliendo fino a 100 litri giornalieri.cv-2016-09-18-warka-002Considerando che poteva funzionare anche nel deserto era una manna, non solo per l’Africa ma anche per tutti quei paesi dove l’escursione termica fra giorno e notte è molto accentuata.
Una prima versione era stata presentata, a livello di progetto, alla Biennale di Architettura di Venezia del 2012 ricevendo alcuni applausi e qualche trafiletto sul Gazzettino e sui giornali specializzati. Nulla di più.
Perché il progetto decollasse occorreva denaro: raccoglierlo è una delle nostre specialità, tramite canali bancari e investitori privati, e ci siamo dati da fare. Visto che non servivano più di 250mila euro abbiamo anche lanciato una campagna di crowdfunding.
Risultato: le banche hanno riso tanto, gli investitori privati non hanno avuto il coraggio di rischiare e dal crowdfunding non abbiamo raccolto un centesimo.
Fine ingloriosa della storia, e non stiamo nemmeno a raccontare se qualcuno ci ha messo, come suol dirsi, i bastoni fra le ruote per la stessa ragione per cui l’acqua è oggi quotata alla borsa di Chicago, e si stanno già combattendo guerre silenziose per acqua e cibo.
Ma non molliamo: da tempo abbiamo allo studio un sensore desinato a monitorare la qualità dell’acqua realizzando altresì, grazie ad una banca dati, una mappatura territoriale: delle dimensioni di una pen-drive termina con una sorta di cucchiaino che, inserito nell’acqua, ne classifica la composizione. Può essere tarato per la ricerca di acidi, metalli pesanti ed altri elementi tossici e, con un’integrazione costituita da un semplice braccialetto da polso, può dirci se l’acqua che stiamo analizzando è adatta o meno al nostro stato di salute. Il nostro intento, dopo averne ultimato il prototipo, è quello di avviarne una produzione in grande serie, possibile grazie ai costi decisamente ridotti: lo regaleremmo ai bambini delle scuole primarie nel corso di incontri all’insegna del gioco, in modo che le famiglie possano utilizzarlo. In un ambito territoriale ristretto ciò consentirebbe una mappatura attendibile iun tempo reale e, agli organismi preposti alla distribuzione, di intervenire in caso di necessità. Il tester potrebbe essere utilizzato anche in città come Milano – notoriamente quella italiana con l’acqua migliore in assoluto e monitorata più volte al giorno – a fini educativi per i bambini e per il monitoraggio individuale di compatibilità sanitaria.

Alberto C. Steiner