Pedemontana: S.P.Q.R., Sono Pazzi Questi Romani… I brianzoli invece no, sono molto peggio.

“Sono Pazzi Questi Romani”… Afferma sconsolato Obelix, però fa ridere, specialmente nell’interpretazione di Gérard Depardieu.
I brianzoli, invece, non sono pazzi: in relazione alla Pedemontana sono dei veri figli di puttana.
l’Unione Artigiani si schiera con Gigi Ponti, presidente della Provincia, che esorta a creare una cabina di regia per il completamento della Pedemontana e, incredibile! (tranquilli, è sarcasmo), anche l’Unione Artigiani di Monza e Brianza spinge per il completamento dell’opera, condividendone spirito e contenuto, in particolare delle due lettere inviate al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delirio, e al nuovo presidente della Società Pedemontana Lombarda Antonio Chec’azzecca.cc-2016-07-17-pedemontana-003Ne avevamo scritto il 17 luglio scorso: Quella Pedemontana che porterà soldi. E diossina, leggibile qui.
“Sosteniamo convintamente” commenta il segretario generale dell’Unione Artigiani, Marco Accornero “il pressing attuato dal presidente Ponti circa la realizzazione del sistema autostradale lombardo, in grave ritardo a causa della scarsità di risorse e al mancato closing finanziario.”
A parte il “closing” che, si, fa proprio venire voglia di un closing in una stanza imbottita, quel “convintamente” ci ha fatto, malheureusement, ridere pensando a questi padani cornuti (non solo per l’elmo, credete) che non sono affatto dissimili da quel Cetto Laqualunque magistralmente inventato da Antonio Albanese: “Cosa intendo fare per l’ecosostenibilità? Una beata minchia!”
Proseguiamo: “La volontà espressa in primavera dal Governo di voler istituire una cabina di regia per valutare tutti gli aspetti problematici ed anche eventuali revisioni del progetto, deve trovare concretizzazione nella convocazione urgente del tavolo, al quale ci pare opportuno trovino posto anche le associazioni di categoria. Trattandosi di opere infrastrutturali vitali per la viabilità lombarda, in particolare della Brianza e di Milano, la presenza dei rappresentanti delle attività produttive appare doverosa.”
I rappresentanti delle attività produttive… Come diceva Sofia Loren in quella pubblicità della TIM: aiutateme! Ma lo sconcio prosegue: “Quanto alla particolare situazione della tratta B2 di Pedemontana” conclude Accornero “l’Unione Artigiani si colloca al fianco delle Amministrazioni comunali coinvolte (Lentate sul Seveso, Meda, Seveso, Barlassina e Cesano Maderno), invocando chiarezza circa la volontà attuativa e temporale di giungere al completamento dell’opera, auspicando anche in questo caso di essere coinvolta, insieme con le altre associazioni di categoria territoriali, nei processi di confronto che verranno istituiti. Pedemontana ha senso solo se vista nel suo complesso ed interamente ultimata. Attualmente non può esprimere tutte le sue potenzialità essendone stati realizzati solo alcuni tratti, ed il passaggio cruciale ovest-est attraverso la Brianza costituirà una arteria strategica per i collegamenti a nord di Milano, dal varesotto alla bergamasca.”
Fine delle citazioni. Commenti? Perché, secondo voi servono?

Alberto C. Steiner

Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo

La condivisione di un video dedicato al recupero di particelle idriche dalla sospensione atmosferica, pubblicato da Marina Busetto su Idee per un mondo migliore ci ha riportati con la memoria ad uno dei nostri fallimenti.
Primavera 2014: era per noi un periodo di intensa attività sul fronte dell’acqua intesa come bene pubblico. Il nostro slogan era “Compriamo l’acqua per salvare l’acqua” intendendone il salvataggio dalle mani della speculazione finanziaria che, ad onta del referendum del 2011, allungava le mani sulla rete distributiva.
Disponendo di una mappatura attendibile relativa a centinaia di sorgenti alpine non sfruttate iniziammo un lavoro presso comuni, comunità montane, comprensori, movimenti proponendo di richiedere la concessione governativa e la costituzione di public company che sarebbero state proprietarie degli impianti di adduzione e distribuzione. Grazie a certi contributi pubblici la cosa sarebbe stata fattibile senza particolari sforzi finanziari e i cittadini avrebbero beneficiato per decenni della loro acqua senza interferenze ed a costi più che accettabili, decisamente inferiori a quelli nomalmente praticati. Non solo non pervenimmo mai ad un’assemblea pubblica, ma ci scontrammo con un muro e con il sarcasmo di certi politici, che deridevano la nostra iniziativa perché l’acqua sarebbe stata sempre un bene pubblico, e lo stato avrebbe fatto, dato, garantito e blablabla. Insomma, il solito imbonimento dell’assistenzialismo e dell’inazione da caravanserraglio pubblico. Intanto, a distanza di soli due anni, tutti siamo in grado di vedere cosa sta accadendo e in ogni caso, siccome non siamo masochisti, a un certo punto mollammo il colpo.cv-2016-09-18-warka-001Proprio in quel periodo una società composta da sette agguerriti trentenni veneziani ci contattò proponendoci di esaminare il prototipo di una struttura in bamboo che, attraverso un processo di condensazione, ricavava acqua dall’aria.
L’idea era quella di una produzione in serie da diffondere nei paesi africani tramite l’acquisto da parte di Ong e Onlus, ma servivano investitori per partire con una prima produzione in serie.
A regime il manufatto non sarebbe costato più di 400 euro e l’eventuale manutenzione sarebbe stata attuabile persino con ciò che sarebbe stato possibile reperire sulle bancarelle dei mercatini locali africani, comprese le camere d’aria delle biciclette e le lattine delle bibite. Geniale.
Il senso del progetto non era solo tecnico ma anche sociale: vi sono ancora oggi località dove donne e bambini trascorrono non meno di sei ore giornaliere impegnati nella raccolta dell’acqua, da pozzi spesso notevolmente distanti dalle abitazioni e le cui condizioni igieniche sono solo un veicolo di malattie.
Certi pozzi, in condizioni ignobili, sono il prodotto di donazioni europee: installati e lasciati al loro destino. Ne scrivemmo il 14 marzo 2014 nell’articolo Africa: quando i regali sono inutili leggibile qui.
E, sempre sul tema, il 7 aprile 2014 nell’articolo Acqua nascosta: il vero spreco è lì leggibile qui e il 18 ottobre 2014 nell’articolo Campioni del mondo! di spreco leggibile qui, senza dimenticare quello che consideriamo il nostro manifesto, pubblicato il 23 dicembre 2015 con il titolo Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare leggibile qui.kl-martaC’era il sostegno del Centro Italiano di Cultura di Addis Abeba e del EiABC, Ethiopian Institute of Architecture, Building Construction and City Development. Ma questi di soldi non ne avevano.
Il manufatto, che aveva anche un nome: Warka, come il monumentale fico etiope in via d’estinzione sotto al quale si tenevano le tradizionali riunioni pubbliche, era scomponibile in cinque moduli, pesava solo 60 kg e chiunque lo poteva assemblare.
A vederlo sembrava un “albero dell’acqua” altro 10 metri che, sfruttando l’umidità dell’aria, attraverso un processo di condensazione la trasformava in acqua che era possibile potabilizzare. Una struttura reticolare a maglia triangolare realizzata in giunco, materiale naturale e facilmente reperibile, alloggiava all’interno una fitta rete realizzata in polietilene tessile capace di trasformare l’umidità dell’aria, la rugiada e la nebbia in acqua potabile tramite condensazione, raccogliendo fino a 100 litri giornalieri.cv-2016-09-18-warka-002Considerando che poteva funzionare anche nel deserto era una manna, non solo per l’Africa ma anche per tutti quei paesi dove l’escursione termica fra giorno e notte è molto accentuata.
Una prima versione era stata presentata, a livello di progetto, alla Biennale di Architettura di Venezia del 2012 ricevendo alcuni applausi e qualche trafiletto sul Gazzettino e sui giornali specializzati. Nulla di più.
Perché il progetto decollasse occorreva denaro: raccoglierlo è una delle nostre specialità, tramite canali bancari e investitori privati, e ci siamo dati da fare. Visto che non servivano più di 250mila euro abbiamo anche lanciato una campagna di crowdfunding.
Risultato: le banche hanno riso tanto, gli investitori privati non hanno avuto il coraggio di rischiare e dal crowdfunding non abbiamo raccolto un centesimo.
Fine ingloriosa della storia, e non stiamo nemmeno a raccontare se qualcuno ci ha messo, come suol dirsi, i bastoni fra le ruote per la stessa ragione per cui l’acqua è oggi quotata alla borsa di Chicago, e si stanno già combattendo guerre silenziose per acqua e cibo.
Ma non molliamo: da tempo abbiamo allo studio un sensore desinato a monitorare la qualità dell’acqua realizzando altresì, grazie ad una banca dati, una mappatura territoriale: delle dimensioni di una pen-drive termina con una sorta di cucchiaino che, inserito nell’acqua, ne classifica la composizione. Può essere tarato per la ricerca di acidi, metalli pesanti ed altri elementi tossici e, con un’integrazione costituita da un semplice braccialetto da polso, può dirci se l’acqua che stiamo analizzando è adatta o meno al nostro stato di salute. Il nostro intento, dopo averne ultimato il prototipo, è quello di avviarne una produzione in grande serie, possibile grazie ai costi decisamente ridotti: lo regaleremmo ai bambini delle scuole primarie nel corso di incontri all’insegna del gioco, in modo che le famiglie possano utilizzarlo. In un ambito territoriale ristretto ciò consentirebbe una mappatura attendibile iun tempo reale e, agli organismi preposti alla distribuzione, di intervenire in caso di necessità. Il tester potrebbe essere utilizzato anche in città come Milano – notoriamente quella italiana con l’acqua migliore in assoluto e monitorata più volte al giorno – a fini educativi per i bambini e per il monitoraggio individuale di compatibilità sanitaria.

Alberto C. Steiner

Imputato bianco, come si dichiara circa i poveri negri? Non colpevole.

L’impulso a pubblicare questo articolo, i cui appunti gironzolavano da tempo sul mio desktop occasionalmente integrati da ulteriori annotazioni, me lo ha fornito l’ennesimo articolo a tema, datato 30 maggio scorso ma visto solo ieri: Coltan, il Congo e la tua sporca coscienza apparso sul sito Lineadiretta24 a firma di tale Federico Lordi.
Con un tono accusatorio, sarcastico, arrogante, e supponente questo Savonarola in sedicesimo predicatore da strapazzo si permette di giudicare, rivolgendosi al lettore utilizzando la seconda persona singolare, ritenendolo incapace di resistere alla fregola dell’acquisto compulsivo di un nuovo smartphone, tablet, pc o che dir si voglia ed accusandolo così indirettamente di fiancheggiare il mercato criminale che presiede all’estrazione del coltan tentando – ma non ci riesce perché pur credendosi un Giordano Bruno scrive in modo cialtronesco – di instillare sensi di colpa nel lettore.
Ciccio, dammi retta: hai forse scritto l’articolo su un codex utilizzando un legnetto intinto nel succo di mirtillo? L’hai forse copiato a mano innumerevoli volte perché avesse un’adeguata diffusione? E queste domande, che non abbisognano di risposta, bastano da sole. Quindi, caro mio, osserva in primis i cazzi tuoi evitando di giudicare e di accusare per catturare con mezzucci da miserabile l’attenzione di qualche lettore e sentirti migliore. Non te l’hanno mai spiegato che di solito chi spala merda sugli altri è perché cerca di fare in modo che la merda altrui raggiunga il livello di quella che egli ha dentro di sè?
Bene, tolto il sassolino passiamo alle cose serie.
L’Africa è sempre innocente e l’Occidente è colpevole: un dogma, un assioma, un terzo principio della termodinamica.cvfoto-sudanNei cellulari c’è il coltan, ed è noto come questo minerale giunga ai nostri padiglioni auricolari proveniente in massima parte dalla Repubblica Democratica del Congo grazie a condizioni di lavoro insalubri e pericolose, minatori bambini in condizione di schiavitù, gruppi armati che se lo contendono per contrabbandarlo.
Ma a devastare le notti insonni di noi occidentali neocolonialisti non c’è solo il coltan: in principio fu il rame, nello Zambia che negli anni ’60 era il secondo produttore mondiale dopo il Cile. Per non dimenticare i diamanti, notoriamente insanguinati, il cacao e il petrolio, il legname e il cadmio, l’uranio ed oggi il land grabbing, ovvero il furto di terre.terra-africa-001Ad onor del vero, oltre che dai soliti Stati Uniti, perpetrato in massima parte da multinazionali arabe e indiane: il 29 novembre 2013, sul vecchio blog scrivemmo in proposito l’articolo Land Grabbing e vergini dai candidi manti leggibile qui.
Chi avrà voglia di leggerlo, vi ҄troverà queste illuminanti considerazioni sul povero negretto espresse da un amico di origine senegalese, presidente di una nota Associazione che tenta di dare una mano alle popolazioni dell’Africa più povera: “La responsabilità è anche di certe popolazioni africane, e non hanno nessun significato certe frasi buoniste che sento spesso ripetere quando mi ritrovo a riunioni, convegni o seminari e che suonano sempre di compassione verso il povero negretto: che è colpa dell’occidente colonialista. No, non è colpa dell’occidente colonialista se a Milano, dove vivo, vedo squadre di operai che effettuano riparazioni stradali in cinque: uno sovrintende e gli altri lavorano sapendo esattamente cosa fare. Al mio paese, ed anche in altri dell’Africa equatoriale, non è così: otto sovrintendono creando un casino infernale mentre altri quindici lavorano sovrapponendosi a vicenda.
Tra i molti di noi che, spesso con grandi sacrifici economici delle famiglie, hanno studiato e si sono laureati c’era il sogno di tornare a casa e dare una mano. Alcuni ci hanno provato, ma solo chi è entrato nel vortice della politica grazie ad agganci tribali e di parentela si è sistemato, ma non sta di certo lavorando per il bene della gente. Gli altri hanno cercato spazio in Europa e negli Stati Uniti, ritrovandosi spesso frustrati e quindi rancorosi. L’Africa morirà. Morirà come il resto del pianeta, ma questa non è una consolazione.”kl-cesec-cv-2014-03-14-acqua-africa-001
A proposito di terre: il 60 per cento dei soggetti privati che comprano porzioni di terra ha come obiettivo esportare tutto quello che produce. Secondo un’indagine effettuata dal francese Cirad, Centre Internationaux de Recherche Agriculture et Développement, la metà delle coltivazioni avviate non produce cibo bensì biocarburanti, su superfici cedute a prezzi ridicoli, vale a dire tra i 70 centesimi di dollaro ed i 100 dollari annui per ettaro con contratti di durata cinquantennale o centennale. I cui corrispettivi vengono versati direttamente nei conti delle etnie al momento al governo.
Il Congo uscì dallo status di colonia belga nel 1960, entrando immediatamente in una crisi che perdurò per un quinquennio favorendo atti criminali e faide da parte di esponenti delle etnie locali.
Nel 1965 Mobutu Sese Seko, già capo di stato maggiore dell’esercito nel 1961, assunse il potere assoluto inaugurando un trentennio di feroce dittatura, mutando il nome del paese nel tradizionale Zaire e costringendo gli abitanti ad assumere un nome tribale. Il biennio 1996-97 fu sconvolto da una guerra dai connotati tribali che vide protagonisti anche ruandesi e ugandesi. Lo Zaire tornò a chiamarsi Congo e nel 1998 iniziò una seconda guerra che perdurò sino al 2003 e costò quasi cinque milioni di vittime. Dal 2004 al 2008 il paese fu teatro di un ennesimo conflitto.
Nel 1964 lo Zambia, già Rhodesia Settentrionale, divenne indipendente inaugurando un trentennio di disagi per i circa 11 milioni di abitanti ed un susseguirsi di scandali finanziari a carico degli esponenti al potere e delle loro famiglie.
Significativa la posizione dell’agronomo francese René Dumont: nel 1962, mentre nell’ubriacatura indipendentista che caratterizzava gli anni Sessanta tutti prevedevano un roseo futuro per i paesi africani finalmente sottratti al giogo colonialista, egli scrisse L’Afrique noire est mal partie, un libro dove previde tutte le ragioni che avrebbero impedito agli africani di godersi l’indipendenza – previsioni puntualmente realizzatesi – e che gli costò il discredito della gauche intellettuale.
A partire dagli anni ’60 le cosiddette guerre di liberazione furono in realtà civili e tribali, finalizzate a mettere le mani sulle risorse naturali. Le etnie che ciclicamente si alternavano nel ruolo di vincitori, oltre a trucidare senza pietà i vinti, una volta insediatesi iniziavano il saccheggio rendendo i paesi sempre più poveri proprio a causa delle ricchezze ferocemente contese e dilapidate senza scrupoli in vistosi beni di lusso personali, palazzi ministeriali sfarzosi, ostentazione di simboli di status a beneficio dell’etnia dominante.
Numerosi, anche fra gli stessi africani, sono coloro che definiscono i leader corrotti, irresponsabili e criminali senza eccezioni.
Ma per la vulgata terzomondista è tutta colpa nostra se sono ridotti così, perché li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda non solo mi dichiaro non colpevole, ma penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali, fantocci rapaci e feroci che ben volentieri e per primi si concedono alle mani di istituzioni finanziarie internazionali. In più mendicando aiuti internazionali con la voce lamentosa e il dito puntato.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Persino quell’intoccabile icona di Serge Latouche – avversario tra i più noti dell’occidentalizzazione del pianeta e sostenitore della decrescita e del localismo – scrisse nelle sue memorie che un giorno un’anziana donna del Benin gli chiese: “Ma quando tornate voi francesi?” a significare che il paradosso africano seguiterà a congiungersi tragicamente a quello occidentale fintanto che la cultura occidentale si manterrà solo grazie al desiderio del resto del mondo di entrare a farne parte.
Ma ormai è trendy affermare che ci sono le guerre perché noi occidentali fabbrichiamo armi, sfruttiamo le risorse e il coltan alimenta conflitti, schiavitù, corruzione e stupri perché noi occidentali – tutti assassini della popolazione del Congo – usiamo smartphone, tablet ed altri gadget elettronici. Sorpresa: li usano anche indiani, cinesi e, naturalmente, africani, questi ultimi stimati in 400 milioni e con un mercato in crescita.
Ma la colpa resta nostra perché ragionare con la propria testa non seguendo ciò che viene scritto per il gregge costa fatica.

Alberto C. Steiner

Uno sguardo a economia collaborativa e microcredito

L’economia collaborativa non si limita a sviluppare modelli pragmatici di produzione, commercio, scambio e consumo improntati alla solidarietà, ma è portatrice di un’energia nuova alle relazioni umane, spostando il focus dall’egocentrismo al sociocentrismo.
Spesso, e questo a mio avviso è un bene, senza l’intervento di uno Stato che non c’è, e se c’è crea solo problemi di elefantismo, sovrastruttura, miopia, carrozzoni per interessi clientelari.cesec-condivivere-2014-10-20-io-odio-la-finanza-sostenibileUno dei principi fondativi della finanza etica è l’economia solidale attuata sostenendo il lavoro autogestito, finalizzato alla creazione di modelli di cooperazione e associazionismo di base alternativi al sistema economico tradizionale.
Proponendosi come nuovo modello economico, l’economia collaborativa – che possiamo anche evitare di chiamare sharing economy – è oggi uno dei temi del cambiamento epocale che sta portando enormi benefici in termini di valore del lavoro e del tempo libero, solidarietà e consapevolezza consentendo di rispondere alle sfide della crisi promuovendo modelli di consumo più consapevoli basati sull’accesso piuttosto che sulla proprietà.
L’economia della condivisione richiama antiche tradizioni, non solo in materia di mutualità e cooperativismo ma anche di comunità ristrette in villaggi che dovevano autosostentarsi il più possibile.
L’economia collaborativa ci aiuta a comprendere come un sistema ideale sia quello dove non serve possedere beni e servizi, ma avere la facoltà di utilizzarli quando necessario, pagandone il corrispettivo: una nuova versione di capitalismo, privo di connotati speculativi e che dal concetto di proprietà tradizionale indottoci dalle concentrazioni produttive, finanziarie e del marketing trasmigra ad un sistema su basi decisamente più paritarie e diffuse, favorendo l’accesso. In funzione delle loro peculiarità possiamo sinteticamente individuare alcune modalità:
Il consumo collaborativo, sostanziato da riutilizzo, baratto, impiego di risorse utilizzate in maniera inefficiente o della cosiddetta capacità inutilizzata. Sul web ne abbiamo esempi ormai noti: Blablacar, Airbnb, Ebay, Gnammo.
I finanziamenti collaborativi, noti anche come crowdfunding dall’inglese crowd, folla, che consentono di finanziare un progetto attraverso il concorso di numerose persone. La modalità equity rende possibile ad un gruppo di investitori di finanziare startup o piccole aziende in cambio di alcuni titoli che li fanno diventare proprietari di una parte del business. I titoli possono essere riacquistati dal finanziato ad una scadenza stabilita – generalmente dopo tre o cinque anni – per un controvalore che remuneri in modo equo e non speculativo il capitale investito.
La produzione collaborativa, o peer production, introduce invece nuovo modo di produrre beni e servizi che fa affidamento su una comunità di individui, cooperanti (spesso attraverso il volontariato) per il conseguimento di un obiettivo comune.cesec-condivivere-2014-11-21-identikit-cohouser-002-640x450E infine il microcredito: accompagna iniziative di economia sociale e finanza solidale venendo spesso confuso con la beneficenza. In realtà è un’attività finanziaria a supporto dell’impresa, individuale o sociale, prevalentemente nei comparti dell’agricoltura biologica, della trasformazione agroalimentare e più in generale nella tutela ambientale e territoriale, nei servizi per la cura persona, tecnici ed ausiliari, nella produzione artigianale, nel commercio equo e solidale, nell’educazione, nella formazione e nelle attività destinate alla socializzazione.
Non mancano esempi negli ambiti turistici, dell’arte e della cultura, nella tutela dei diritti dei soggetti deboli e della tecnologia. Come nel caso dell’immagine sottostante, ripresa il 23 maggio 2015 nella coinvolgente cornice dell’ex Arsenale austriaco di Verona quando si tenne Roboval 2015, la manifestazione dedicata alla robotica ed in generale all’innovazione organizzata dall’Associazione Verona FabLab ed incentrata su ragazzi decisamente creativi delle scuole superiori, che si incontrarono per mostrare e condividere invenzioni ed esperienze. Alcuni di loro hanno avuto accesso ad interventi di microcredito per sviluppare le proprie idee e farne un’attività imprenditoriale.

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Ed ora sfatiamo un mito. Come afferma Marco Gallicani nel suo Manuale del risparmiatore etico e solidale, edito da Terre di Mezzo nel novembre 2008: “Il microcredito non è un prodotto per poveri e tanto meno è uno strumento per l’eliminazione della povertà. Le caratteristiche elencate per chiarire cosa potesse intendersi come elemento d’innovazione nel brulicante mondo del microcredito italico non influenzano minimamente il necessario rapporto di clientela che si stabilisce tra affidante e affidato. Cionostante il logoro immaginario dell’alternativa ha ovviamente contagiato anche l’ultimo nato, ma questo ha solo giovato a chi lo ha voluto strumentalizzare.”
Molti credono erroneamente che il microcredito italiano nasca con Banca Etica, della quale conosciamo bene l’immagine eticochic con le sue seggioline pieghevoli, i suoi costi fra i più alti del mercato, le sue istruttorie da Sant’Uffizio. Tanto fumo, in passato anche di polvere da sparo con certi fondi etici dei quali avevamo scritto il 9 luglio 2015: Analisi del portafoglio di Banca Etica Sgr leggibile qui.cesec-condivivere-2014-10-20-squali-della-finanza-sostenibileIl microcredito nasce invece nel 1978 a Verona dal Movimento per l’Economia di Solidarietà capeggiato dall’avvocato Giambattista Rossi.
Chi si occupa di microcredito non si limita ad istruire una pratica, ma presta la propria opera anche nell’ambito dell’ascolto e dell’accompagnamento del soggetto sino alla restituzione del prestito ottenuto. Gli importi vengono generalmente erogati mediante una convenzione con il circuito delle BCC, le Banche di Credito Cooperativo.
Il microcredito è prevalentemente finalizzato all’avvio di un’attività imprenditoriale anche in assenza o inadeguatezza di storia creditizia ovvero in possesso di garanzie patrimoniali considerate inidonee dal credito tradizionale a causa della necessità di piccoli importi (non remunerativi per i parametri di reddito bancario) o addirittura di non bancabilità dei soggetti per assenza di garanzie, eventi pregressi o precaria situazione lavorativa.
Svolge anche un importante ruolo nel contrasto dell’usura e crea occupazione e inclusione sociale favorendo altresì l’educazione finanziaria.
Essendo paragonabile a un prestito d’onore il contenzioso è molto limitato e mai per ragioni che esulino da difficoltà oggettive, anche se in passato – quando la materia non era ancora adeguatamente regolamentata e l’esperienza ancora scarsa – accaddero episodi di particolare gravità.
L’attività microcreditizia ricorre anche allo strumento del peer-to peer, vale a dire prestiti tra privati strutturati attraverso l’aggregazione di un certo numero di piccoli prestiti, spesso ad un tasso di interesse trascurabile.
Numerosi studi dimostrano come il microcredito riduca la povertà creando opportunità di generare reddito, una maggiore occupazione e redditi più alti.
Alcune forme di finanziamento ad attività imprenditoriali sono possibili grazie al programma European Progress Microfinance Facility costituito dall’Unione Europea e, recentemente, la Provincia Autonoma di Bolzano ha istituito un proprio fondo di garanzia in collaborazione con la locale Camera di Commercio e con il Ministero per lo Sviluppo Economico: tramite l’iniziativa, che si rivolge ad aziende con meno di cinque anni di vita e in difficoltà nell’accesso al credito bancario, si possono ottenere crediti sino a 25mila Euro.
Istruire pratiche di microcredito non è difficile, bisogna solo prestare molta attenzione a fattori non finanziari, impossibili da classare nei software dedicati ai parametri finanziari. Detto in altri termini bisogna essere buoni conoscitori delle persone e delle aree di disagio, un po’ confessori, un po’ psicologi e… un po’ sbirri perché fare microcredito è oggi di moda e chiunque – da una parte e dall’altra – potrebbe approfittarne.
Dal punto di vista del soggetto beneficiario il microcredito è infine generalmente vantaggioso: gli oneri finanziari applicati sono agevolati perché manca nell’erogatore la componente del guadagno speculativo.

Alberto C. Steiner

Paesaggi lunari tra Matilde di Canossa e la Pietra di Bismantova

Chi intende sfruttare o, come recita il linguaggio giuridico coltivare, una cava deve fra altri obblighi provvedere alla rimessa in pristino, ovvero al risanamento ambientale al termine dell’attività estrattiva. A garanzia di tale obbligo le amministrazioni comunali delle località interessate richiedono una fideiussione di importo pari agli oneri di ripristino. Non è però infrequente che la garanzia venga escussa per inadempienza dell’azienda concessionaria, e non è meno infrequente che la stessa azienda, una volta conclusa l’attività chiuda i battenti lasciando il sito non bonificato.
Uno dei trucchi spesso utilizzati consiste nel trasferire la concessione ad una nuova azienda i cui principali esponenti non hanno, come suol dirsi, nulla da perdere e nemmeno gli occhi per piangere: questa subentra nella facoltà e nei relativi obblighi per poi cessare l’attività, all’occorrenza mediante fallimento, entro pochi mesi dal subentro. La fideiussione risulta generalmente coperta ma se il suo ammontare può essere sufficiente a sostenere gli oneri di rispristino, non lo è per risarcire il danno ambientale.
Certi terreni argillosi presenti nelle province di Reggio Emilia e Modena hanno consentito a partire dai primi anni del secondo dopoguerra l’espansione della locale industria ceramica, che ha avuto un picco a partire dagli anni ’60 del secolo scorso: piastrelle per pavimentazioni e rivestimenti, manufatti decorativi, stoviglie, materiali per impianti elettrici e motoristici hanno visto una produzione a ritmi vertiginosi sino a pochi anni fa.
Oggi la produzione langue, molte aziende hanno cessato o ridotto sensibilmente l’attività e le cave dalle quali veniva estratto il materiale sono state chiuse e spesso abbandonate lasciando insanabili ferite sul territorio e, specialmente nel caso di terreni argillosi, creando le premesse per smottamenti ed altre gravi compromissioni ambientali.rap-2016-09-13-carpineti-008Carpineti, in provincia di Reggio Emilia, è una delle località deturpate: dagli anni ’90 l’estrazione inizia a calare in concomitanza con l’importazione di risorse esterne al bacino reggiano; il calo di richiesta non è dovuto ad una maturata sensibilità ambientale, bensì alla tipologia di prodotto, per il quale l’argilla locale non possiede più idonee caratteristiche.
Alla fine degli anni ’80 nella provincia si contano ancora 78 cave, una minima parte delle quali, nelle zone pianeggianti, forniscono ghiaia e, in quelle montane, materiali lapidei per edilizia. Ma dalla maggior parte, nelle adiacenze del Po, si ricava sabbia e dalle altre argilla: queste ultime sono concentrate fra Baiso, Castellarano e Carpineti, dov’è nata l’industria ceramica locale.
Ancora due anni fa le cave erano otto, tre a Castellarano e cinque a Carpineti e un tempo la tipologia classica era costituita da numerosi impianti di piccole dimensioni, ma oggi assistiamo ad una concentrazione: pochi impianti di notevoli dimensioni. La quantità di estratto ha subito un ridimensionamento: nel 2011 sono stati stimati 75mila metri cubi dalle tre cave di Castellarano (nel 2000 furono 92mila) e nel 2012 110mila dalle cinque di Carpineti (nel 2000 300mila).
Un Censimento delle aree degradate da attività estrattive redatto dalla Regione nell’anno 2000 presenta tuttora la sua validità.
L’argilla è la materia che provoca i maggiori danni ambientali, e la più difficile da recuperare perché tende a trasformarsi in calanco, essendo arida rende difficile la formazione del manto vegetativo in caso di mancato ripristino, portando il suolo al dissesto e ad una potenzialità franosa.
Va detto: una ex-cava non tornerà mai più come prima, perché l’attività estrattiva ha mutato la morfologia. Al massimo si può predisporre, all’atto della concessione come richiede la Legge Regionale 17 del 1991, un buon piano di risistemazione.
L’autorizzazione all’attività estrattiva non può durare oltre un quinquennio, ma può essere rinnovata, e il piano di ripristino deve essere contestuale allo scavo in modo che trascorsi i cinque anni si sia ultimata anche la sistemazione.
Ma la legge venne varata pensando principalmente alle cave di ghiaia e sabbia che, anche se abbandonate, vengono ripristinate entro breve tempo dall’acqua e dalla natura. Per quelle di argilla è tutto molto più complesso: essendo cave montane si scava sempre la stessa area, e chi estrae non può materialmente sistemare contestualmente allo svolgimento dell’attività estrattiva, che ne verrerbbe impedita.
E proprio sull’argilla, poiché gli effetti degli interventi si vedono non prima che siano trascorsi tre anni, è stabilito che successivamente agli interventi le aziende effettuino manutenzione sino alla ricomparsa ed al consolidamento del manto vegetativo.
A Carpineti, dopo numerose proteste, interventi di comitati cittadini, associazioni ambientaliste e magistratura qualcosa si è fortunatamente mosso nella cittadina di 4mila abitanti ai piedi del Monte Antognano che, nonostante lo sfregio ambientale, conserva un suo fascino fatto di importanti vicende e testimonianze storiche.rap-2016-09-13-carpineti-001Posta a 562 metri di altitudine lungo la S.S. 63 del Cerreto, sulla dorsale dei monti Valestra e Fosola e ricompresa fra parte del bacino del fiume Secchia e dei torrenti Tresinaro e Tassobbio, la sua vegetazione è rappresentata prevalentemente da querceti, con tutto ciò che significa in termini di funghi porcini. Sul territorio comunale, che presenta numerosi esempi di borghi arroccati, chiese e case torri di origine altomedievale, si sono succeduti Liguri, Romani, Bizantini e Longobardi.rap-2016-09-13-carpineti-003Ma la località è indissolubilmente legata alla famosa vicenda della contessa Matilde di Canossa: nel castello romanico tuttora esistente ebbe luogo nell’anno 1092 il “Convegno di Carpineti” durante il quale ecclesiastici ed alleati della contessa discussero le proposte di pace di Enrico IV, che subì successivamente la nota umiliazione nella non lontana Canossa.rap-2016-09-13-carpineti-004E nel confinante comune di Castelnovo ne’ Monti svetta la Pietra di Bismantova, il monte che si eleva per 1.041 metri stagliandosi isolato tra le montagne appenniniche e che numerosi studiosi identificano come montagna sacra mediandone la denominazione dall’etrusco man, pietra scolpita, e tae, altare per sacrifici, mentre altri propendono per una matrice celtica data da vis, vischio, men, luna, e tua, raccolta notturna di vischio espressione di un antico culto lunare: Vismentua sarebbe perciò inizialmente divenuta Bismentua e poi Bismantua. Dante la menziona nel Canto IV del Purgatorio: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli / montasi su in Bismantova e ‘n Cacume / con esso i piè; ma qui convien ch’om voli.”rap-2016-09-13-carpineti-005Tornando all’argomento del ripristino ambientale, scrivo di questa località poiché il 6 dicembre prossimo, presso il Tribunale di Reggio Emilia, si procederà alla vendita – sempre che vi siano acquirenti – proprio di una ex-cava: quella denominata Pianella: 188.023 m2 offerti ad una base minima d’asta di 30.938,00 Euro.
I lavori di ripristino sono stati completati solo in parte e l’aggiudicatario dovrà provvedere all’esborso di 66.400,85 Euro per l’ultimazione ed attendere non meno di un triennio prima di poter ritenere il sito coltivabile.rap-2016-09-13-carpineti-002Queste le mie considerazioni tecniche:
La stima del sito è è stata effettuata considerando, come parametri fondamentali le dimensioni e il posizionamento dei terreni, urbanisticamente situati a circa 6 km dall’abitato: formalmente agricoli hanno sufficienti dimensioni e un agevole accesso, ma appaiono di difficile lavorabilità e di scarsa resa.
Tenuto conto che le opere di ripristino sono state eseguite solo parzialmente e considerata l’attuale situazione del mercato immobiliare locale per beni equivalenti e dopo aver analizzato attentamente le compravendite avvenute nell’arco dell’ultimo triennio – numericamente scarse ed economicamente non remunerative – ed averle raffrontate alle quotazioni dell’osservatorio dei valori agricoli medi della Provincia di Reggio Emilia, ho concluso che il più probabile valore sul libero mercato del bene in analisi, stabilito per comparazione, non possa superare 94.000,00 Euro per terreni vincolati da convenzione estrattiva e 21.500,00 per terreni svincolati.
Ritengo inoltre equo ridurre del 35% i valori sopra indicati perché – fermo restando che lo scenario del mercato immobiliare è oggi molto critico e le vendite sono in completa stasi – il bene, in stato di completo abbandono, non è accompagnato dalla garanzia sull’assenza di vizi occulti, non può essere disponibile immediatamente dopo l’acquisto in quanto gravato da tempi e modalità dettate dalla procedura esecutiva e, dopo aver adottato ed eseguito il piano di consolidamento e coltivazione, sarà necessario attendere almeno un triennio per effettuare il primo raccolto.
Le opere necessarie per riconvertire l’odierno incolto improduttivo consistono indifferibilmente nella livellatura delle aree portando le pendenze a livelli accettabili, nel riassetto idrogeologico, nella concimazione e semina dei terreni pianeggianti e semipianeggianti, nell’impianto arbustivo sui fronti di cava non coltivabili che presentano pendenze superiori a 30°.
Alcune opere di ripristino sono state eseguite a regola d’arte ed in modo uniforme, anche contestualmente all’attività estrattiva, su tutta la superficie del sito, mettendo in sicurezza i fronti di cava ad alta pendenza con gradoni a più livelli oltre che ripianando, drenandole, le superfici pianeggianti mediante la realizzazione di argini di regimentazione e canali di scolo per il graduale deflusso delle acque e, inoltre, spargendo concimi naturali e seminando specie erbose per conseguire un ripristino tendente a rimuovere le criticità ambientali: per l’effettuazione di detti interventi l’esborso accertato è stato di € 124.760,25 come si evince anche dal capitolato di progetto e dalla documentazione agli atti dell’Ufficio tecnico del Comune di Carpineti.rap-2016-09-13-carpineti-007Al fine di effettuare una valutazione oggettiva del complesso che tenesse conto anche del valore delle aree coltivate dalla cava e successivamente ripristinate ho suddiviso e classificato le aree in base alla loro evidenza morfologica, riportando le rispettive superfici, che gli interventi di ripristino hanno variato solo in minima parte.
Considerando che le variazioni non si riflettono sulla determinazione del controvalore monetario ho classato tre fasce:
Superficie pianeggiante e sub-pianeggiante: aree poste in corrispondenza dell’accesso alla cava e comprendenti le aie di essicazione ricavate a quote altimetriche diverse per una superficie catastale complessiva di m2 58.108,00.
Superficie in pendenza di circa 30° lavorabili esclusivamente con macchine operatrici: aree di connessione tra le aie di essicazione e contornanti le stesse, già oggetto di precedenti estrazioni e dove oggi può essere rilevato un recupero spontaneo del manto vegetativo, peraltro di modesta entità per una superficie catastale complessiva di m2 21.786,00.
Superficie con pendenze maggiori di 30° gradi: sostanzialmente il fronte di cava orientato a Ovest, unitamente all’adiacente fronte in direzione Nord-Ovest confinante con le zone boscate per una superficie catastale complessiva di m2 79.021,00.
La tabella sottostante riporta sinteticamente le considerazioni economiche pertinenti al ripristino.rap-2016-09-13-carpineti-006La superficie risultante è pari a 158.915,00 m2 ai quali vanno aggiunte aree in fregio e sparse per complessivi m2 29.108,00 portando la superficie complessiva oggetto di esecuzione a m2 188.023,00 – corrispondenti a 64,35 Biolche Reggiane – sulla quale non insistono più i fabbricati rurali tuttora classati in mappe catastali e visure, essendo stati gli stessi completamente distrutti da una frana.
Considerando infine che la prima iscrizione nel RGE, Registro Generale delle Esecuzioni, risale all’anno 2010, che a fronte del notevole impegno economico necessario per il completamento della bonifica sarà necessario almeno un triennio per verificare l’effettiva produttività del capitale impiegato, che il substrato argilloso – anche in presenza di bonifica – non consente l’impianto di colture di particolare pregio se parametrate alle condizioni geomorfologiche e climatiche locali, ritengo che anche in questa occasione la sessione d’asta non vedrà la partecipazione di offerenti.
La mia opinione è pertanto che il controvalore di negoziazione sia sensibilmente ridotto in sede di trattativa a saldo e stralcio con offerenti concretamente motivati, in grado di attendere un triennio e sostenuti dalla possibilità di recuperare le volumetrie abbattute dalla frana.
Solo in questo caso il sito potrà tornare a nuova vita attraverso il suo riuso come residenza agricola, presidio pastorale, fattoria didattica ed unità di trasformazione agroalimentare in possibile quota con un’attività ricettiva di pregio in grado di offrire un plus di servizi di livello alla clientela, eventualmente destinati alla sfera del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner

Rustico con terreno a Tizzano Val Parma

Ubicato sul pendio di un’altura dominata dai ruderi di un castello risalente al XIII Secolo, tra i monti Caio e Fuso e bagnato dai Torrenti Parma e Parmossa, Tizzano Val Parma (Coordinate 44°31′N 10°12′E) è un comune montano in provincia di Parma – dalla quale dista 40 km – esteso su una superficie di 78,39 km². Si trova a 814 metri di altitudine e il suo territorio era percorso dalla strada militare Romana detta delle Cento Miglia, che collegava Parma con Luni, l’odierna Ortonovo … continua su Riabitare Antiche Pietre.rap-2016-09-12-tizzano-val-parma-001

Confermiamo: i bambini? Mandiamoli a zappare!

Intitolandolo Agriasilo: i bambini? Mandiamoli a zappare! il 13 ottobre 2014 pubblicammo sul vecchio blog un articolo, leggibile qui. Nonostante il titolo provocatorio, assolutamente non apologetico del costume di quella miserrima Italia dei bei tempi andati – gli anni immediatamente successivi all’imbroglio chiamato Unità, per intenderci – che imponeva che i minori, spesso anche di soli 6 o 7 anni, venissero utilizzati senza ritegno nei campi e nelle miniere, nei cantieri edili e nelle filature o nelle fabbriche finché quelli di sesso maschile sopravvissuti a incidenti, malaria, colera, scrofola, pellagra ed altre malattie crescessero il necessario per essere mandati a morire ammazzati nelle trincee della I Guerra Mondiale.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-002Ci riferivamo invece agli odierni bambini inurbati: esclusa qualche sortita in parchi, boschi o fattorie didattiche, vivono rinchiusi dal mattino al pomeriggio in cubi di cemento dotati di patetici giardini di plastica credendo che i polli nascano tutto petto o tutta coscia e che i mirtilli spuntino in un guscio di plastica nera cellofanata in una serra che si chiama supermercato, insieme con gli alberi degli ombrelli.
Esprimevamo, a questo punto è palese, il nostro parere a favore dell’agriasilo e della scuola nel bosco: “Un’ipotesi progettuale da non trascurare, suscettibile di dare verde, serenità, socialità e conoscenza ai più piccoli e creare opportunità di lavoro. Senza dimenticare che in un contesto di cohousing, sia esso urbano oppure di campagna o montano, un agrinido ci sta benissimo.”cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-003Apprendiamo con piacere che a Milano sta nascendo un asilo nel bosco presso la Cascina S. Ambrogio, complesso risalente al XII Secolo in via Cavriana, a ridosso del Parco Forlanini.
La stessa cascina merita un breve accenno: è la storia di una decina di matti che alcuni anni fa decisero di ridare vita a questo imponente complesso fatiscente e praticamente in stato di abbandono. Oggi i matti sono oltre 1.500, hanno sottoscritto un contratto di locazione agricola trentennale con il Comune, proprietario del bene, e pian pano stanno creando un polo di aggregazione sociale, culturale e agricolo attraverso l’avvio di numerose iniziative.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-001Tra queste il neonato Asilo nel Bosco al quale auguriamo… anzi, al quale scaramanticamente non auguriamo proprio un bel niente limitandoci a un sentito: in bocca al lupo!
Per chi avesse interesse a seguire l’iniziativa riportiamo qui il link alla loro pagina Facebook.

Alberto C. Steiner

Mappare l’abbandono

Per una volta non parliamo di realtà agrosilvopastorali ma di un sito archeoindustriale che per questa circostanza assumiamo come emblema dell’abbandono: Cà di Landino.
Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, è un villaggio operaio realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino.cv-2016-09-09-ca-di-landino-004Fino al 22 aprile 1934 i collegamenti ferroviari lungo la dorsale appenninica erano affidati alla Porrettana, la linea progettata dall’ingegnere francese Jean Louis Protche ed inaugurata nel 1864. Originando da Bologna percorreva inizialmente la valle del Reno per poi inerpicarsi verso Marzabotto, Porretta Terme, Pracchia (il culmine, a 617 metri di altitudine) e, discendendo da qui verso Pistoia e Prato, raggiungeva Firenze: 99 km difficili che mettevano a dura prova uomini e mezzi e, con l’incremento delle necessità di trasporto, insufficienti a garantire un volume di traffico accettabile. La ferrovia esiste tuttora – notevole esempio di ingegneria – spesso minacciata di soppressione e da tempo relegata ad un traffico locale.cv-2016-09-09-ca-di-landino-008Nel 1919 iniziarono i lavori per realizzare una ferrovia dal tracciato meno tormentato che in tempi accettabili collegasse Bologna con Firenze: la cosiddetta Direttissima, inaugurata il 22 aprile 1934 alla presenza di Re Vittorio Emanuele III ed in assenza di Benito Mussolini, sembra perché indispettito dal fatto che l’inaugurazione non fosse stata stabilita per il giorno 21, celebrato dal regime come “Natale di Roma”.cv-2016-09-09-ca-di-landino-001Il manufatto costituì l’ultimo dei grandi trafori ferroviari realizzati realizzati a partire dalla metà dell’Ottocento.cv-2016-09-09-ca-di-landino-003Il punto nodale della ferrovia è la Grande Galleria dell’Appennino, lunga 18.510 metri ed all’interno della quale vi è tuttora – anche se da decenni disabilitata al traffico – una vera e propria stazione, denominata Precedenze.cv-2016-09-09-ca-di-landino-002Chi fosse interessato ad un approfondimento, seguendo questo link potrà visionare il filmato 22 aprile 1934 – 22 aprile 2014 Cà di Landino, 80 anni della Galleria dell’Appennino, pubblicato il 29 aprile 2014 da Edizioni Artestampa, che documentando le difficili condizioni di vita e di lavoro delle maestranze ricorda i numerosi caduti sul lavoro.
Nella località Cà di Landino, frazione di Castiglione dei Pepoli, vennero costruiti due pozzi inclinati per consentire l’accesso degli operai impegnati negli scavi, nel caso che ci interessa raggiungibili tramite una scala di 1.863 gradini in pendenza del 50%.cv-2016-09-09-ca-di-landino-006Questo campo base, realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura, era popolato da centinaia di operai e, una volta terminati i lavori, fu utilizzato per ospitarvi alcune colonie estive. Nel 1956 accolse un migliaio di profughi provenienti dall’Ungheria invasa dalle truppe sovietiche ma, nel censimento del 2000, a Cà di Landino risultavano residenti solo una ventina di abitanti e la località appariva già come un villaggio fantasma. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine.
Cà di Landino sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, circondata da boschi di faggi e castagni.cv-2016-09-09-ca-di-landino-005Il vecchio villaggio operaio, sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio.cv-2016-09-09-ca-di-landino-007Da qualche tempo si parla di recuperare l’antica scalinata di 1.863 gradini, sostituita da un ascensore (quindi a rigor di logica la scalinata non verrebbe recuperata) per accedere alla dismessa stazione sotterranea di Precedenze per salvaguardare la memoria dello spirito operaio e come monumento al lavoro. Si, e una volta arrivate alla stazione le persone che fanno, guardano passare i treni come nel romanzo di Simenon? Dalla tastiera, pensando all’insipienza di certi pubblici amministratori ed a come potrebbe essere più utilmente impiegato il fiume di denaro necessario, stava scappando un vaffa
Fortunatamente i fondi non ci sono, ma intanto il villaggio di Cà di Landino muore nell’indifferenza.
Questo articolo costituisce una premessa.
Desideriamo procedere ad una mappatura dell’abbandono in aree collinari e montane, parametrata alle nostre possibilità e che potrebbe costituire una premessa al recupero di immobili di proprietà privata: rustici e cascine, malghe e stalle, oggi improduttivi e che significano solo un onere in termini fiscali e qualora i comuni dovessero imporre la messa in sicurezza.
Pubblicheremo a breve un questionario, ringraziando sin d’ora chi vorrà risponderci. In cambio della collaborazione offriremo una sintetica valutazione reale dei beni segnalati e, ove ne ricorreranno i presupposti, una breve relazione dove formuleremo ipotesi per un recupero residenziale o per attività agrosilvopastorali senza trascurare aspetti legati alla solidarietà sociale.
Chi, stimolato dalla nostra ipotesi di fattibilità, vorrà ridare vita all’immobile, potrà trovare oltre alle necessarie competenze tecniche anche il necessario supporto finanziario.

Alberto C. Steiner

Verona Green Festival: morbidezza e silenzio

Si è conclusa ieri la terza edizione della tre giorni veronese dedicata all’ecosostenibilità tenutasi nella cornice del Forte Gisella, austera ma affascinante piazzaforte austriaca a pianta pentagonale.
Ci siamo stati e ne riportiamo brevi impressioni, non tanto sui partecipanti e sulle iniziative quanto su aspetti, per così dire, emozionali. Anzitutto semplicità: nessuna concessione ad orpelli scenografici, il prato bruciato dal sole estivo, materiale pubblicitario essenziale, i bidoni della spazzatura all’esterno del punto di ristoro, visibili e comodi, e non importa se accanto all’ingresso della sala conferenze.CV 2016.09.05 Verona Green 001Nessuno che se la tirava concionando di un’improbabile illuminazione avuta sulla via di … Dossobuono. Workshop e conferenze tenuti da persone che quotidianamente si occupano nella pratica reale dell’argomento trattato, esposto pacatamente, senza toni accademici e con la massima apertura alle domande.
I bambini, impegnati in giochi nell’area loro dedicata o semplicemente in giro con i genitori, carinissimi e … da mangiare, specialmente i più piccoli. No tranquilli, molti visitatori erano vegani e i bambini non correvano pericoli.CV 2016.09.05 Verona Green 002Accennando brevemente ai partecipanti che maggiormente ci hanno stimolati segnaliamo anzitutto una Onlus che gestisce una scuola nel bosco per bambini in età prescolare, una società che si occupa di condivisione di energia elettrica, un’organizzazione che promuove accoglienza e microcredito e, infine, progettisti e costruttori di edifici in paglia e antisismici.
Ciò che nel complesso maggiormente ci è risuonato, nella giornata trascorsa, lo è stato all’insegna della morbidezza e del silenzio, oltre che della concretezza e del sorriso.
Per la prossima edizione pensiamo di organizzare visite guidate di ecosotutto milanesi: crediamo che abbiano solo da imparare. Magari anche che Radetzky era un Feldmaresciallo austriaco, non un bar alla moda per radicalchic orfani della libreria Utopia.

Alberto C. Steiner

Ecovillaggi e coresidenze: serve la voglia di fare, non una legge

Premessa: questo articolo non piacerà. Non piacerà a coloro che, collocati ideologicamente nella fu sinistra, si sono arrogati l’indebito diritto di appropriarsi dell’ecosostenibilità facendo credere di poter essere gli unici ad avere titolo per occuparsene.campagna appena ieriIl nostro è un Paese orograficamente difficile, nel quale porzioni sempre più ampie di territorio collinare e montano vengono ancora oggi abbandonate da persone attratte dalla chimera della vita cittadina. Chi rimane invecchia, assistendo al progressivo degrado di case e terre.
Pur essendo innegabile che da almeno un ventennio campagne, colline e montagne vedono un rinnovato interesse di agricoltori ed allevatori locali – specialmente giovani – e di nuclei di persone che scelgono di lasciare la città non possiamo parlare di inversione di tendenza. E il saldo è comunque negativo.
Che si tratti di condomini solidali, coresidenze, comunità intenzionali o ecovillaggi, tali modelli sociali rappresentano un valore culturale e materiale utile al territorio perché costituiscono un modo di vivere attento all’ambiente e portatore di utilità sociale attraverso volontariato, solidarietà, recupero di aree agricole e silvopastorali non adatte ad utilizzi intensivi, riscoperta dell’artigianato, cura della salute e inclusione di persone anziane o portatrici di disagio sociale nella vita quotidiana.
Queste comunità, nate dall’esigenza di relazioni autentiche e solidali e di uno stile di vita sostenibile ed a basso impatto ambientale, oltre a facilitare l’aggregazione di relazioni fra le persone producono risparmio economico attraverso aiuto reciproco, migliore fruizione del tempo e degli spazi abitativi, economie di scala.
Gli strumenti giuridici che ne regolamentano l’esistenza possono essere attinti dal Codice Civile, dalle leggi edilize, dalle norme deputate alla tutela ed all’utilizzo del territorio e da innumerevoli disposizioni a carattere locale.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 003Ma secondo RIVE, Rete Italiana Villaggi Ecologici, e Conacreis, Coordinamento Nazionale Associazioni e Comunità di Ricerca Etica Interiore Spirituale, l’attuale giurisprudenza non è sufficiente per ottenere un reale riconoscimento di queste nuove forme di aggregazione.
Si sono quindi fatti promotori di un disegno di legge che il 1° aprile 2014 venne presentato dall’onorevole Mirko Busto, ingegnere ambientale in forza al M5S. La proposta non ebbe seguito ed ora viene ripresentata con alcune integrazioni: è leggibile qui in formato Word.
Premettiamo che non ci piacciono, né ne abbiamo mai fatto mistero, né Rive né Conacreis. Consideriamo quest’ultimo il Komintern della spiritualità e la prima come un raduno di veterohippies, come tutti gli ecobiobau da salotto mille miglia lontani dalla realtà operaia e contadina. A riprova, nei corsi che vengono tenuti per ecovillaggisti piuttosto che apprendere come fare innesti o far partorire la vacca, il programma prevede scambio di massaggi reiki, cerchi di condivisione al suono del tamburo sciamanico e preparazione della pizza consapevole. Ne scrivemmo a suo tempo, l’articolo è leggibile qui.
Siamo a favore della libera iniziativa, dell’acquisto, del mutuo, del darsi da fare concretamente, del vivere nel tempo presente non decontestualizzati, non del restarsene in attesa che qualcuno assegni o doni un casale o un terreno come atto dovuto, in una logica contrabbandata come decrescita ma che si configura come non azione e fiancheggiamento dell’assistenzialismo. Un’ulteriore riprova? Dopo anni di blabla esistono “comunità” che, ben lungi dal partire non hanno ancora deciso che nome darsi. Però si riuniscono ogni giovedì, e il sabato se la tirano nei mercatini biofuffa a Brera, a Isola o in quella specie di boutique della Cascina Cuccagna.CC-2016.05.28-Agrilombardia-000Doverosamente chiarito questo nostro sentire, riprendiamo commentandoli alcuni passaggi redatti da Conacreis nel loro “manifesto” sul web.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000«Una legge per il riconoscimento giuridico dell’esistenza di Ecovillaggi e Comunità intenzionali. Sembra strano, ma in Italia anche una semplice scelta di vita può rivelarsi più complicata del previsto.»
Esistono già le figure giuridiche di comitati, associazioni, fondazioni, cooperative, società a responsabilità limitata e per azioni, senza dimenticare il trust.
«Non chiediamo sovvenzioni … vogliamo soltanto che la democrazia sia applicata e che queste scelte di vita non siano discriminate.»
il solito lamento del vittimismo piagnone della serie lo stato mi deve fare, dare, dire, tutelare.
«Condividere spazi abitativi, praticare la solidarietà, cercare soluzioni sostenibili nel rapporto con l’ambiente, l’alimentazione, l’educazione e le relazioni sociali oppure costruire con materiali ecologici sono argomenti sui quali i gruppi chiedono di potersi esprimere.»
Nessuno lo impedisce: se un gruppo di persone ha voglia di darsi da fare si rimbocca le maniche, senza auspicare un utopico sostegno legislativo da attesa della manna dal cielo.
«Per fare tutto questo è davvero necessaria una legge?»
Ecco, se lo chiedono persino loro…
«Ognuno trovi la sua risposta, noi ci siamo confrontati, arrivando a questa conclusione: oggi in Italia si può fare tutto (quasi tutto), almeno fino a quando una qualunque autorità chiede conto di quello che avviene o chiede un permesso, un’autorizzazione, un timbro qualunque.
Per questi motivi preferiamo spiegare chi siamo, cosa facciamo e i risultati delle nostre scelte di vita, perché siano eventualmente utili anche ad altri, anziché doverci giustificare o essere costretti a inventare mille sotterfugi.»
Il confronto, una delle specialità della casa… può durare anni, dà un senso all’esistenza e fa sentire coinvolti e parte attiva e consapevole. E nella migliore delle ipotesi chi non comprende deve osservarsi, nelle altre è fasista e rasista.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Esaurito anche questo passaggio troviamo interessanti gli Articoli 7 e 8 della proposta di legge.
Art. 7 – Proprietà
Ai sensi degli articoli 2659 e 2660 del codice civile, le Comunità possono acquisire la proprietà dei terreni necessari alla propria costituzione e funzionamento, con l’obbligo di destinare i beni ricevuti e le loro rendite all’esclusivo conseguimento delle finalità istituzionali.
Art. 8 – Gestione dei beni e dei rifiuti)
1. La gestione dei beni e dei rifiuti prodotti nell’ambito degli ecovillaggi è finalizzata:
a) a privilegiare operazioni di riparazione dei beni non ancora divenuti rifiuti oppure il riutilizzo di essi;
b) a ridurre a monte la produzione dei rifiuti urbani, assimilati e speciali;
c) alla promozione delle operazioni di riciclo, con particolare riferimento al riciclo di materia della frazione organica dei rifiuti, anche provenienti da lavorazioni agricole (compostaggio);
2. Nell’ambito degli interventi di prevenzione di cui al comma precedente, è privilegiato il ricorso all’uso di beni e imballaggi idonei ad un utilizzo durevole anziché l’utilizzo di beni e imballaggi monouso.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Ci trova invece completamente in disaccordo l’Articolo 2 – Regime autorizzativo:
1. Le regioni e i comuni disciplinano nel dettaglio le modalità di realizzazione e le procedure autorizzatorie degli ecovillaggi, determinando altresì i parametri, i requisiti, eventuali ulteriori restrizioni del rapporto tra area agricola e parte edificata, i controlli, il contenuto di eventuali convenzioni per la garanzia del rispetto dei parametri stessi, la possibilità di prevedere destinazioni complementari e coerenti con le finalità degli ecovillaggi.
2. Gli ecovillaggi sono realizzati su aree private o pubbliche, anche parzialmente. A tal fine i comuni possono procedere all’esproprio e riassegnazione dei terreni necessari.
3. I comuni, mediante procedure di evidenza pubblica, individuano i soggetti che intendono realizzare le comunità intenzionali di cui all’articolo 1. A tal fine i comuni possono avvalersi della disciplina di cui all’articolo 16 della legge 29 febbraio 1992, n. 179.
4. I programmi predisposti ai sensi del comma 3 garantiscono, in particolare modo:
l’effettivo raggiungimento dello scopo, prevenendo all’uopo sanzioni e cautele
⦁ la connessione logistica e funzionale con le aree agricole,
⦁ la prevalente destinazione dei prodotti agricoli ai residenti nell’ecovillaggio
⦁ la coltivazione secondo i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica.
Detto in altri termini, al di là delle chiacchiere di maniera biologiche e biodinamiche, l’ennesimo carrozzone che decide classi di merito, nonché cosa debbano fare gli altri e dove e come farlo: una mazzata all’iniziativa privata improntata alla concretezza. Ci immaginiamo chi farà parte dei comitati: nutrizionisti d’assalto, filosofi, counselor e facilitatori di stretta osservanza.
Non escludiamo che vengano affissi i bandi di assegnazione come per le case popolari, giusto per favorire il solito mangiamangia.
E che dire di sanzioni e cautele: la Stasi, la delazione in squallidi corridoi di partito, il controllo da dittatura del proletariato. Dittatura, appunto, perché i sinistri come sempre dimostrano di aver bisogno un padrone.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Quanto all’Articolo 13 – Eredità:
In caso di successione nel patrimonio di un associato appartenente alla Comunità intenzionale riconosciuta per morte del medesimo, in mancanza di altri successibili l’eredità è devoluta alla Comunità intenzionale di appartenenza in deroga all’art. 586 c.c.
Noi abbiamo una visione opposta: ciascun soggetto è proprietario della propria abitazione e pro-quota degli spazi comuni, esattamente come in un condominio (già ampiamente regolamentato dalla legge), e in caso di decesso valgono le normali regole delle successioni (regolamentate per legge come sopra).
Certo, non è una novità che esiste chi lascia i propri beni ad una chiesa o ad una setta, ma da qui a statuirlo per decreto ne corre.

Alberto C. Steiner