Perché il cohousing non sia solo un bell’ecogioco di società

Abbiamo partecipato al convegno tenutosi il 14 corrente presso l’Università di Verona rilevando, oltre ad una partecipazione notevolmente superiore alle più rosee aspettative degli organizzatori, spunti di estremo interesse e chiarificatori dello stato dell’arte.
Notevole il filmato L’abitare sostenibile presentato da Isabelle Dupont dell’università di Roma Tre: quattro esempi, e tra questi quello relativo ad uno storico ecovillaggio situato in Toscana, improntati a concretezza e logica del fare.
I numeri riferiti dai relatori sono sintomatici: esistono oltre un migliaio di cohousing nel mondo occidentale, il che ne fa in ogni caso una soluzione abitativa di nicchia. A fronte di questi, quelli italiani (nel nostro paese di parla di cohousing da circa un quarantennio) constano attualmente soltanto in 22 esempi di residenza condivisa mentre una cinquantina di iniziative sono in corso, quasi tutte ferme alla fase di discussione teorica.Cesec-CondiVivere-2014.11.21-Identikit-Cohouser-002.jpgA nostro avviso, come abbiamo sottolineato nel nostro, non previsto, intervento che ha letteralmente riscosso applausi a scena aperta – segno che c’è voglia di concretezza dopo decenni di ecochiacchiere? – la ragione risiede nell’incapacità di uscire dal circolo vizioso che attribuisce alle pubbliche amministrazioni l’indebito potere di essere i soggetti attivi nella politica del cohousing, non ipotizzando la realizzazione di complessi coresidenziali come normali interventi privati da lasciare all’iniziativa privata ma come oggetto di bandi, assegnazioni, graduatorie, concessioni a vario titolo di immobili.
Ciò pertiene a nostro parere a quella cultura residuale di una sinistra intellettuale, ormai defunta e putrefatta ma che viene tuttora indebitamente accreditata come l’unica capace di coagulare iniziative ecosostenibili.
Quella, purtroppo, è la cultura delle interminabili discussioni, è la cultura del non fare, è la cultura dello stato che deve fare-dare-assegnare, che stabilisce come pensare: lo provano le graduatorie di merito nelle ipotesi di assegnazione di residenze in cohousing e, non da ultimo, è la cultura di chi bofonchia di urbanistica e riqualificazione del territorio ma non ha mai visto un cantiere, nemmeno nella pausa pranzo. E peccato che il cohouser, per comprarsi casa, sottoscriva un mutuo e nemmeno a condizioni agevolate.kl-cesec-cv-2014-01-31-ecovillaggio-ces-003Un disegno di legge, ora promosso da M5S ma precedentemente dal PD, propone addirittura classi di merito e vincoli alla proprietà ed alla negoziabilità dell’immobile.
Per quanto ci riguarda, e lo diciamo e lo scriviamo da anni, il recupero di un edificio per il suo riutilizzo in qualità di coresidenza prevede il rapporto con la pubblica amministrazione solo, ed esclusivamente, per quanto riguarda l’urbanizzazione primaria e secondaria, la dia, la scia, l’antisismica, l’impatto ambientale, il recupero volumetrico. Anche relativamente all’aspetto finanziario preferiamo ricorrere all’iniziativa privata mediante il ricorso a mutui e investitori etici privati.
Questo non solo non impedisce ai futuri coresidenti di essere sul territorio con iniziative sociali, culturali, ambientali, ma anzi agevola le azioni proprio perché svincolate da pastoie burocratiche o valutazioni di merito politico funzionali a raccattare voti. E si ha una definizione concreta e univoca in termini di identità e potenzialità operativa, proprio perché svincolati dal politico di turno che oggi dice A, domani dice B e dopodomani si rimangia tutto perché non ha più la convenienza a sostenere l’iniziativa.cesec-condivivere-2014-10-20-ecovillaggio-005Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, Cà di Landino è un villaggio operaio, oggi sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino, un campo base realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura popolato da centinaia di operai. Una volta terminati i lavori fu utilizzato per ospitare alcune colonie estive.
Cà di Landino, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è circondata da boschi di faggi e castagni. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine
Il villaggio presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio (nostro articolo 9 settembre 2016: Mappare l’abbandono).
Conosciamo realtà che, in un decennio di incontri, non sono ancora riuscite a trovarsi un nome, altre che sono ancora al palo con la storia del facilitatore per la risoluzione dei conflitti ed altre ancora che organizzano giornate di studio dove, anziché nozioni tecniche, pratiche o normative, vengono scambiati massaggi shiatsu per concludersi con il cerchio di condivisione al suono del tamburo sciamanico. Questa, come abbiamo avuito modo di dire a suo tempo, è fuffa (21 febbraio 2014: Percorsi per ecovillaggisti. Formativi?).
Ed un esempio che non dev’essere taciuto riguarda infine la dolorosa vicenda dell’autocostruzione assistita che ha visto coinvolte centinaia di famiglie truffate da una società (ovviamente cooperativa, ed ovviamente legata a onlus e ong) accreditata presso numerosi enti locali, e che dobbiamo purtroppo collocare nel pianeta cohousing.
Scrivevamo in proposito il 1° dicembre 2016, nell’articolo Il nostro contributo al referendum: “Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma.”
Questo per dire che a nostro parere il cohousing – che riteniamo una splendida risposta alle sfide sociali, economiche ed ambientali ed alle istanze di condivisione e solidarietà – deve essere visto in una logica d’impresa, sociale fin che si vuole ma all’insegna dell’iniziativa privata. Altrimenti rimarrà argomento di ecodotte disquisizioni intellettuali confinate nei salotti ecochic o nelle feste in cascina.

Alberto C. Steiner

Riabitare Antiche Pietre: tra pascoli e malghe l’opportunità di gestire un rifugio in Adamello

l’ERSAF, Ente Regionale per le Foreste di Lombardia, ha riaperto i termini per presentare un’eventuale manifestazione di interesse per la concessione triennale del fabbricato adibito a rifugio, e relative pertinenze, denominato Baita Rifugio Rosello di Sopra e situato nel Comune di Esine (Brescia) località Valgrigna.rap-2017-01-02-rifadamello-002Info sul nostro sito partner Riabitare Antiche Pietre.

ACS

Menu del giorno: terra, acqua e gasolio

31 chili di suolo, 23 quintali di acqua e quasi 5 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. Altro che cibo spazzatura! E moltiplicato per 7 miliardi fa una cifra spaventosa:
217 miliardi di chilogrammi di suolo
161 miliardi di quintali di acqua
 35 miliardi di litri di gasolio
Questa incredibile quantità di risorse, sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili, viene consumata indirettamente proprio sotto forma di cibo, perché costituisce la materia prima e l’energia necessarie a produrlo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Secondo la Fao metà del pianeta è già degradato e la prima preoccupazione sorge dall’analisi dello stato di salute dell’acqua dolce, con oltre 4 mila chilometri cubi estratti annualmente dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili.
Quanto al petrolio siamo già al punto di non ritorno, dato che la produzione automobilistica mondiale cresce da 9 a 12 volte più rapidamente di quella dell’oro nero.
Infine il cibo, dove si incentrano i maggiori sprechi perché la sua produzione intensiva richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia.
Nell’attuale periodo storico, da alcuni battezzato Antropocene, abbiamo bombe ad orologeria innescate ovunque, e il timer continua a correre a causa della distonia tra scienza del clima, consapevolezza della società e obiettivo finalizzato al profitto. Il momento dell’esplosione è prossimo, più o meno attorno all’anno 2045 a meno che non vengano introdotti mutamenti radicali nell’agricoltura industriale, nel riscaldamento e nella mobilità cittadina, e soprattutto nell’alimentazione.
Tutto questo ci ricorda due libri. Il primo è The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, scritto nel 2010 da Julian Cribb, noto comunicatore scientifico. Il secondo è quasi un reperto archeologico: Il medioevo prossimo venturo, scritto nel 1971 da Roberto Vacca, ingegnere esperto in questioni ambientali e sociali.cv-2016-11-25-cibo-022Cribb afferma che c’è ancora tempo per cambiare mediante un’azione rapida e universale. Vacca invece, senza mezzi termini, illustrava un irreversibile quadro apocalittico che avrebbe portato – come sta accadendo – a un degrado e ad un’involuzione, anche delle facoltà intellettive, sino a giungere alla scomparsa del genere umano e del suo habitat sociale così come oggi li intendiamo.
Entrambi gli autori sono accomunati, nella loro visione, nell’indicare le ragioni della nostra prossima dissoluzione nel cambiamento climatico, nella dipendenza da combustibili fossili, nel disboscamento finalizzato a creare spazi per foraggiare gli allevamenti e le colture industriali e, soprattutto, nell’incontrollata crescita della popolazione mondiale.
Il vero nodo da sciogliere sembrerebbe quindi quello del cibo, nel senso della sua pessima qualità e del sovraconsumo, che riguarda però solo il 23% della popolazione mondiale (percentuale nella quale rientriamo anche noi italiani) mentre il 47% patisce, letteralmente, la fame mentre, paradossalmente, è proprio il suo territorio quello ad essere maggiormente devastato da operazioni speculative come il land grabbing.

ACS

Quando la segnalazione alla Centrale Rischi è illegittima

Queste brevi note vogliono costituire un’indicazione di servizio a beneficio di chi intende presentarsi al cospetto delle cosiddette autorità – effettive o che credano di esserlo, e in ogni caso sempre più proterve ed arroganti – nella consapevolezza del proprio status di cittadino invece che con il cappello in mano: nella fattispecie oggi parliamo di banche.CV 2016.10.31 Banca 002.jpgChi opera nel comparto agrosilvopastorale, e non è una multinazionale da grabbing-land (pur indossando i guanti di velluto esistono anche in Italia) ma una piccola o addirittura micro azienda che si muove con attenzione all’ecosostenibilità può trovarsi più di altri esposto all’eventualità di dover rinegoziare il credito o l’affidamento ottenuto dalle banche.
Se la banca ha accettato il piano di rientro del debito, ed in particolar modo se la prima rata è stata già versata, non può segnalare il proprio cliente alla Centrale Rischi Interbancaria: in tale circostanza trattasi di un comportamento del tutto ingiustificato e sproporzionato, e ciò a maggior ragione vale se il debito con l’istituto di credito è di modesta entità.
Nel caso di auspicabile denuncia da parte del cliente, la banca non può inoltre far valere il patto leonino di recedere dal rapporto in essere: in tale circostanza è il cliente il solo a poter decidere.
Avremmo potuto far uso dell’aggettivo “mafioso-ricattatorio” in quanto l’eventuale rescissione del rapporto così configurata peserebbe evidentemente non poco sull’azienda nel momento in cui questa dovesse tentare di intrattenere nuovi rapporti con altri soggetti bancari: le banche si parlano, si scambiano informazioni e la nomea di cliente non gradito, guastafeste e fastidioso impedirebbe di fatto all’azienda di aprire nuovi rapporti bancari e di accedere al credito.cv-2016-10-31-banca-001Se vi trovate in questa situazione il nostro consiglio pertanto è: obbligate la banca ad avervi come clienti e fatele le pulci senza indugio, senza sensi di colpa e soprattutto senza ritegno.
E, quando c’è qualcosa che non va, le segnalazioni ai cosiddetti organismi di controllo: adusbef, ombudsman, unione consumatori e pifipifpif inviatele giusto per – come si dice – il punto della bandiera e per far volare gli stracci. Le cose serie fatele invece con Guardia di Finanza e magistratura: c’è sempre una fattispecie penale, dite ai vostri avvocato e commercialista che li state pagando per trovarla. E, giusto per non farvi mancare nulla, pignoramenti ex-articolo 700.
Se ciò che scriviamo vi sembra eccessivo pensate solo al fatto che la banca, con il suo atteggiamento, ha tentato di rovinare voi, la vostra azienda, la vostra famiglia, il vostro benessere psicofisico.
Ma attenzione, se vi viene voglia di dedicarvi alla dentiera del direttore di filiale fatevela passare: è un reato, oltre al fatto che una persona perbene, e voi lo siete, queste cose non le fa.
Ovviamente nulla può impedirvi di narrare la vostra disavventura a giornali, televisioni locali, altri media, o riportarla sui social. Prestando estrema attenzione ai termini che utilizzerete onde evitare di passare dalla parte del torto rimediando una querela e vanificando un lavoro che potremmo veramente definire socialmente utile.
Sul nostro sito partner Consulenza Finanziaria un ottimo articolo a tema leggibile qui, ispirato da laleggepertutti.

Alberto C. Steiner

Cime: la montagna a Milano

Cime a Milano, tre giorni di mostre, conferenze, incontri, laboratori incentrati sulla realtà e la funzione della montagna organizzati da Unimont, l’Università della Montagna con sede a Edolo, e dal CAI, Club Alpino Italiano.cv-2016-10-08-cime-mi-001La conferenza stampa di presentazione che avrà luogo il 25 ottobre alle ore 11:30 presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Milano ne costituirà il preludio.
Tra i numerosi eventi, in programma da giovedì 3 a sabato 5 novembre ed ospitati nella cornice della “Statale”, l’Università degli Studi di Milano in via Festa del Perdono 7, segnaliamo quelli a nostro parere più interessanti.
Venerdì 4 novembre
Ore 09:00-12:00 – Quattro passi tra le cime
Quattro laboratori interattivi dedicati alle scuole primarie e secondarie inferiori: agro-food, cambiamento climatico e grandi ungulati, la montagna dei racconti, esplorare la montagna;
Ore 14:00-16:00 – Da un fiore un formaggio
L’evento per noi più interessante ed al quale parteciperemo: presentazione della nuova filosofia adottata da alcuni allevatori, il loro nuovo approccio alla produzione, alla promozione e alla distribuzione di latte e formaggi.
Il focus viene posto sulla salvaguardia delle razze animali autoctone e in via d’estinzione e sulla valorizzazione della biodiversità, anche vegetale, dei pascoli di montagna e dei prodotti che ne derivano. La vendita di un formaggio unico per approccio di produzione mira a creare un circolo virtuoso atto a preservare dell’estinzione animali e piante, anche attraverso il coinvolgimento diretto, attivo e consapevole del consumatore che in ogni momento può monitorare online il processo in corso e le caratteristiche del prodotto disponibile.
Nella tavola rotonda verranno introdotte esperienze in corso, casi di successo, prospettive presenti e future per le valli. Regione Lombardia e ERSAF presentate alcune delle condizioni che rendono possibile ai giovani imprenditori avviare aziende di questo tipo in montagna, gli allevatori illustreranno le loro esperienza e guideranno la degustazione dei prodotti.
Ore 14:00-16:00 – Viticoltura Eroica da tutte le regioni alpine italiane
Tavola rotonda con laboratorio di degustazione guidata dai produttori.
Ore 17:00-10:00 – Clima che cambia, montagna che cambia
I cambiamenti del clima, l’impatto sensibile sulla montagna e sulle modalità di frequentazione di questo ambiente.
Sabato 5 novembre
Ore 09:00-12:00 – La medicina di montagna
Tavola rotonda sugli interventi di primo soccorso e gestione delle emergenze con simulazione di un intervento di soccorso con unità cinofile.
Ore 12:00-14:00 – Incontro con gli specialisti della medicina in montagna
Aperto al pubblico, agli studenti delle scuole superiori e dell’Università.
Ore 13:00-14:30 – Un nuovo tipo di turismo
Sentieri e rifugi tecnologici
Ore 14:30-16:00 – Giovani e impresa
Tra ricerca, innovazione e creatività presentando casi di successo per indirizzare i giovani all’imprenditoria in aree montane.
Ore 14:30-18:00 – Sentieri e rifugi
Tavola rotonda con laboratorio di sentieristica aperto al pubblico, agli studenti delle scuole superiori e delle università.
Tra le mostre, aperte per tutta la durata della manifestazione, segnaliamo Presenze Silenziose: ritorni e nuovi arrivi di carnivori nelle Alpi, curata dal Gruppo Grandi Carnivori del CAI e composta da 20 pannelli che descrivono i grandi carnivori delle Alpi e le situazioni a essi collegate mediante 57 foto attuali e storiche, 10 disegni e 7 cartine che raccontano e informano sul ritorno attuale e futuro dei grandi carnivori, in particolare lupo e orso.
La partecipazione ad alcuni eventi, tutti gratuiti, deve essere prenotata; il nutritissimo programma è consultabile sul sito cimeamilano dal quale può essere scaricato in formato pdf.

Alberto C. Steiner

Mi manca la terra sotto i piedi: ancora sul consumo del suolo

Successivamente alla pubblicazione dell’articolo Riflessioni sul consumo del suolo pubblicato il 29 settembre scorso ho ricevuto telefonate ed email che sia pure garbatamente confutavano la mia posizione “ideologica”. Ho quindi deciso di precisare, come professionista e come cittadino, quello che ritengo sia un concetto importante della limitazione del consumo di suolo, imprescindibilmente connesso a quello della qualità urbanistica del risanamento delle città.cv-2016-10-06-citta-idealeDirò cose forse antipatiche, e sarò io a stigmatizzare posizioni “ideologiche”: da tempo è invalsa l’abitudine di accettare acriticamente stereotipi su ogni cosa. Discutendo, ad esempio, sulla ideologia del consumo di suolo mi sento dire: “Cosa vuoi farci, è così per la maggior parte della gente” come se ciò costituisse una giustificazione.
Scrivendo: “… è sufficiente un assessore ignorante contornato da una commissione edilizia di cretini” mi riferisco a quelle istituzioni che, pur riempiendosi la bocca con l’abuso del termine urbanistica, la ritengono una disciplina imprecisa, senza regole e fattibile da chiunque. Niente di più sbagliato: anche se l’urbanistica non ha la precisione di chi misura in angstrom, ha poche regole ben definite e precise per chi ne fa una corretta professione al servizio della comunità.
Cento abitanti in più o in meno in una città, a meno che non determinino un andamento statistico, non sono per l’urbanista significativi come lo è l’attenzione per le aree urbane e periurbane, la tutela delle quali dovrebbe mettere in gioco atti di programmazione urbanistica ed economica attuate da chi possiede una cultura specifica, non da chi vede solo la propria bottega o non è in grado di comprendere la differenza a lungo termine tra una tramvia e un centro commerciale. Per dire.
E invece si assiste spesso a scelte statiche ed obsolete. Faccio un esempio: se intendo utilizzare un’area dismessa nel tessuto urbano, al progetto devo anteporre la domanda: che cosa serve realmente nel contesto. E qualora la risposta fosse “un parco pubblico” devo (ripeto, devo) prevedere come attuarlo anche se ciò significa uno spostamento della volumetria in altre aree, di solito libere, ai margini dell’edificato, affrontando così un doppio problema: il parco dentro e la qualificazione dei margini urbanizzati fuori, solitamente sconclusionati per funzionalità e paesaggio. Certo, se la legge non mi imponesse lo spostamento della volumetria… ma qui siamo nell’ambito del fantasy, non nella progettazione e non dell’urbanistica.
Potrei portare innumerevoli esempi, nella direzione di esigenze non ideologiche ma ideali, di programmazione e che corrispondano agli standard di qualità di vita degli abitanti e dei loro fabbisogni. Ma torno all’esempio del parco interno: dovrebbe nascere dopo attenti studi sui fabbisogni del tessuto urbano e della gente, cosa che invece, sembra incredibile, spesso non avviene privilegiando (qui si) scelte ideologiche, mode, interessi di conventicole pseudonaturaliste. E naturalmente senza uno straccio di seria ricerca che valuti il rapporto tra fabbisogni, luoghi, priorità, tempi di realizzazione, fattori economici, ambientali e paesaggistici, di mobilità.
Detto in altri termini: i contenuti dei PGT e dei Piani Servizi che definiscono le strategie per l’utilizzo di risorse private e pubbliche, possibilmente prima dei Documenti di Piano e non dopo, come avviene quasi ovunque. Questa, a mio avviso, è ideologia, non le parole che ho scritto.
Ed è anche crassa ignoranza in materia, soprattutto per quanto riguarda il fatto che una corretta metodologia urbanistica determina la programmazione degli interventi nel tessuto urbano ed i loro tempi e priorità, compreso l’obiettivo del contenimento del consumo di suolo.
Le nostre città sono cresciute male e mettere mano alla loro riqualificazione non significa interessarsi solo delle aree dismesse, ma anche dell’espansione selvaggia avvenuta nel dopoguerra, delle frange periferiche a contatto con le residue aree agricole, della mobilità come fattore di sviluppo, del verde esistente come fattori determinanti la qualità.
Proprio perché cresciute male non vanno difese ad oltranza per le loro componenti ed esigenze parziali, ma per le trasformazioni che rispondono a fini precisi e molteplici: Le città migliorano solo attraverso una programmazione che risponda ai fabbisogni, per esempio a quelli della casa e dell’housing sociale.
Confermo quindi ciò che ho scritto relativamente al consumo del suolo, nell consapevolezza che i fabbisogni urbani sono complessi, da quelli ambientali a quelli sociali, economici, di mobilità e, oggi più che mai, di migrazione.

Alberto C. Steiner

Riflessioni sul consumo del suolo

“This is your dance space, this is my dance space” dice Patrick Swayze a Jennifer Grey in una delle scene più famose di Dirty Dancing, a significare che esistono dei confini, dei limiti.
Così come esistono nelle relazioni umane, esistono anche relativamente al diritto di costruire forsennatamente senza alcun riguardo al consumo del suolo.cv-2016-09-29-consumo-suolo-001E non ci sentiamo neppure di affermare che è giunto il momento di statuirli: siamo anzi in ritardo, e di parecchio, lungo il percorso che avrebbe dovuto portarci a recuperare il senso della misura e del rispetto per Madre Terra. Che prima o poi si stancherà di offrirci la tetta e la farà finita con il nostro Edipo, costringendoci a diventare di botto adulti consapevoli. Consapevoli di ritrovarci con il culo per terra ad onta dello sviluppo sostenibile, triste farsa tuttora in cartellone nei più scalcinati teatri dell’imbonimento politico.
In massima parte il paesaggio, come lo conosciamo e lo riconosciamo oggi, non è più, da millenni, frutto della natura ma dell’opera umana: coltivi, terrazzamenti, colline, canali, gli stessi boschi sono il prodotto dell’agricoltura e della pastorizia che plasmando il paesaggio e modificando il territorio, come dicono i botanici domano la natura e forse la distruggono.
In alcune zone, come la Pianura Padana, il continuo lavorio agricolo che dai tempi delle bonifiche benedettine modifica e trasforma gli elementi naturali è particolarmente evidente e di grande effetto anche ad occhi profani.
Ma anche le colline della Borgogna, gli aranceti e i vigneti di Sicilia, i riporti di terra olandesi, i terrazzamenti di Valtellina, le dolci colline toscane che tanto caratterizzano un paesaggio da cartolina sono altrettanti esempi di come l’agricoltura abbia contribuito in modo determinante a creare l’identità di molti luoghi, e non solo dal punto di vista estetico ma anche della cultura, delle tradizioni e della vita quotidiana delle persone che la abitano.
Per molti versi è vero che l’opera dell’agricoltura innesca una forza distruttrice e insensibile che nel suo sviluppo riduce la biodiversità, inquina e travolge la natura “selvaggia”, fermo restando che ormai quel concetto di natura appartiene solo ai film della Disney, anche se molti vi si sono abbarbicati in nome di un naturismo ideale ma privo di riscontri pratici.
Da quando l’uomo non è più un nomade raccoglitore, addomesticare piante ed animali – perché questo fa l’attività agrosilvopastorale – è stata sempre un’attività primaria assolutamente necessaria a garantire cibo e sopravvivenza: inizialmente a piccoli gruppi e successivamente ad intere popolazioni. Sopravvivenza, quella era la precipua preoccupazione, e non certamente l’attenzione al paesaggio o la conservazione di una biodiversità di cui non esisteva alcuna coscienza. Comunque sia l’agricoltura ha cambiato il volto delle terre emerse e la rassicurante presenza umana si esprime oggi nei paesaggi rurali, nei solchi dell’aratura, nei filari di pioppeti e vigneti, nei campanili e nelle cascine, nelle colline pettinate e nei pascoli incastonati tra i boschi. In fondo lo affermava indirettamente già nel 58 a.C. Tito Lucrezio Caro nel suo De Rerum Natura.cv-2016-09-29-consumo-suolo-002Testimonianze della bellezza e della bontà del lavoro che ha plasmato la natura rendendola forse ancora più bella, sicuramente meno ostica anche per i molti che vagheggiano un ritorno alle origini ma che, se si trovassero in una foresta come quelle che ancora esistevano nel Medioevo, non solo non saprebbero come procacciarsi il cibo, ma sussulterebbero terrorizzati ad ogni minimo rumore e, fatte le debite proporzioni, avrebbero la stessa probabilità di sopravvivenza di un sottenente dei Marines appena sbarcato in Vietnam (citazione dal film Full Metal Jacket) specialmente se tentassero di abbracciare un orso.
Non siamo messi bene: paradossalmente oggi l’avanzata del bosco a causa dell’abbandono dei coltivi viene ritenuta un pericolo. Lo è, ma per l’eccessiva antropizzazione del territorio. Ma a ben guardare dov’è questa bella campagna? Dov’è fra autostrade soffocate da barriere antirumore da edilizia carceraria, villette a schiera, sfilate di capannoni dismessi e abbandonati, luci per ogni dove, rotonde, tanto immensi quanto inutili centri commerciali, stazioni di servizio, linee ferroviarie ad alta velocità?
Il suolo non è una risorsa infinita da consumare a nostro piacimento, e solo in riferimento all’Italia nell’ultimo decennio ne abbiamo perduto quasi tre milioni di ettari, e non erano terre marginali o residuali ma pianure fertili, irrigue, preziose per produrre cibo, vita, benessere.
In ogni caso, citando dal Macbeth: what’s done is done, quello che è fatto è fatto, e quindi, nell’intento di salvare il salvabile, passiamo alle nostre città dove costruire sulle poche aree rimaste libere da costruzioni dovrebbe essere proibito.
Ma se ci rechiamo all’edilizia, all’urbanistica o all’ufficio tecnico di qualsiasi comune a chiedere lumi circa terreni incolti, non infrequentemente ci sentiamo rispondere che trattasi di aree edificabili in quanto definite “di completamento”, vale a dire che se in un dato quartiere esistono fazzoletti residuali di aree libere, vanno eliminati per “completare” l’urbanizzazione.
Il medesimo discorso vale purtroppo per la “riqualificazione” di aree verdi urbane e periurbane, eliminare le quali significa aprire la porta a inquinamento ambientale, mutamenti climatici, migrazione forzata della piccola fauna stanziale, in particolare l’avifauna.
Con buona pace delle strategie globali sbandierate per la tutela dell’ambiente, il parcheggio di un piccolo centro commerciale – mediamente equivalente alla superficie di dieci campi di calcio – eleva la temperatura locale di 8° con picchi di 12 nelle giornate più torride. Senza nessun bisogno di tirare in ballo il nuovo ordine mondiale e i suoi complotti: è sufficiente un assessore ignorante contornato da una commissione edilizia di cretini. E sono talmente stupidi che spesso è sufficiente far vedere loro la carota senza nemmeno bisogno di corromperli.
Sfatiamo un mito: le maggiori responsabili del consumo di suolo urbano (ricordiamo che non stiamo argomentando di autostrade, tangenziali o TAV ma di edilizia) non sono le grandi concentrazioni finanziarie ed immobiliari: quelle convertono aree dismesse creando economia di carta attraverso l’edificazione di faraonici complessi, destinati in massima parte a rimanere invenduti e vuoti fino a quando l’emanazione di una banca “concorrente” quella che ha finanziato l’operazione non li acquista per farne alloggi convenzionati per i dipendenti, residences, centri polifunzionali, università e compagnia bella. Esempi? A Milano: Pirelli Bicocca, Richard Ginori e l’area circostante la stazione di Porta Garibaldi, per citarne solo tre. I maggiori responsabili sono le piccole imprese di costruzioni, sono i piccoli proprietari, sono come sempre i peones sgomitanti che a suo tempo hanno acquistato incolti agricoli vagheggiando un personale new deal attraverso la conversione in terreno edificabile grazie al mutamento delle norme edilizie o alla corruttela di qualche politico locale.
Questo è il vero malcostume, quello insospettabile del vicino di casa. Come sempre, la banalità del male.
Oggi è necessario che qualcuno (qualcuno chi? I cittadini naturalmente, attraverso una mutata coscienza civica) faccia presente ai proprietari di terreni liberi che l’epopea della rendita edilizia è fertig, finita. La corsa all’Ovest è arrivata al capolinea.cv-2016-09-29-consumo-suolo-003Non è escluso che costoro a quel punto, pur continuando a pensare a come mettere il terreno a reddito, scelgano di farlo a beneficio della comunità.
Basta girare naso all’aria e occhio attento per scoprire come negli angoli più impensati delle nostre città esistano estensioni di ruderi, alcuni risalenti ai bombardamenti della guerra, e costruzioni abbandonate. Demolire i fabbricati e risanare i terreni ove necessario, oppure recuperare gli edifici recuperabili. E se esistessero concreti incentivi di tipo compensativo per la trasformazione in area verde…
Un’obiezione che spesso viene opposta contro l’ipotesi del vincolo edificativo sulle aree libere è la crisi dell’edilizia: quando si muove l’edilizia si muove tutto, si sente dire spesso.
Non è affatto vero: ristrutturazioni, riconversioni, nuove edificazioni su aree già occupate da edifici demoliti costituirebbero un volano di entità non trascurabile.
E quando i comuni affermano che in questo modo non incasserebbero contributi a beneficio delle loro dissestate finanze non dicono il vero.

Alberto C. Steiner

La Dama dell’Ermellino, nata in Brianza tra rogge e mulini

Il primo documento europeo che ne parla è il Trattato d’Architettura di Vitruvio, ma dell’utilizzo del mulino idraulico si trovano tracce in iscrizioni mesopotamiche.
A partire dal IX Secolo il suo utilizzo si diffuse e il suo predominio, insieme con quello del successivo mulino a vento, rimase incontrastato sino al XIX Secolo quando l’avvento della macchina a vapore prima e del motore elettrico successivamente, ne decretarono la fine.cv-2016-09-28-dama-ermellino-002Per avere un’idea della produttività: poteva macinare due quintali di grano in un’ora, equivalente al lavoro di 40 schiavi o tre asini in un giorno.
Solitamente identifichiamo l’energia idraulica con la produzione di granaglie, ma essa serviva anche per ricavare olio e per azionare i telai delle filande o i magli dei fabbri.
Dai riscontri in nostro possesso risulta come gli ultimi mulini lombardi funzionanti ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso furono il Mulino Colombo di Monza e il mulino Orsi di Miradolo Terme in provincia di Pavia.
Circa la sorte del secondo nulla sappiamo, il primo venne invece trasformato in museo etnografico con annesso un minuscolo ristorante, tuttora esistente nel centro del capoluogo brianteo.cv-2016-09-28-dama-ermellino-005La strutture dei mulini ad acqua, in alcune parti analoghe e comuni a quelle di altri opifici industriali idraulici, sono sostanzialmente riconducibili al canale di adduzione delle acque: la ruota esterna all’edificio trasforma l’energia idraulica in energia meccanica che, attraverso una serie di alberi e ruote dentate, viene trasferita alle macine in pietra all’interno dell’edificio, come mostra l’immagine sottostante.cv-2016-09-28-dama-ermellino-004Relativamente alla produzione olearia parametrata ad un quintale di prodotto originario, dal lino si ricavava una resa in olio del 22%, dal germe di grano il 6%, dalle mandorle circa il 40%. Le scorie di lavorazione pressate in panetti, o panelli, venivano acquistate dai contadini come mangime per animali.
Le macine potevano essere orizzontali o verticali a seconda del tipo di lavorazione e del prodotto da ottenere e appositi invasi o tramogge servivano a raccogliere e convogliare alle macine la materia prima da sottoporre a pilatura o macinazione, mentre i buratti, per i cereali, raccoglievano il prodotto della prima lavorazione separando la farina dalla crusca.
Leve, tiranti, contrappesi, viti di regolazione e cinghie accompagnavano ovunque la complessa struttura, innescando o interrompendo i flussi.
L’avvento del vapore e dell’energia elettrica ha trasformato e reso obsoleti in breve tempo gli antichi impianti ad acqua con le grandi ruote in legno e ferro, i vecchi e polverosi congegni, talvolta d’impostazione ancora medievale, i suggestivi ambienti dove per secoli vennero lavorati i cereali locali.
La possibilità di localizzare le strutture produttive lontano dai corsi d’acqua provocò, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, una vera e propria rivoluzione nell’organizzazione del lavoro: non più luoghi obbligati, spazi ridotti, aree spesso umide, fredde e talvolta di difficile accesso, ma spazi ampi, ben serviti, dove le trasformazioni e gli adeguamenti erano in ogni modo e momento facilmente attuabili. Un esempio di razionalità in tal senso sono i Mulini Certosa, situati lungo la Statale 35 dei Giovi presso la Certosa di Pavia.
Oggi rimangono solo poche testimonianze di mulini ad acqua ed altre fabbriche idrauliche progressivamente abbandonate, che fortunatamente qualcuno ha conservato e talvolta recuperato salvando la memoria di quella che alcuni autori hanno definito l’unica vera grande “Macchina del Medioevo”.
I mulini dismessi e riconvertiti in musei della civiltà contadina, relais o ristoranti d’atmosfera sono innumerevoli, così come numerosi sono quelli tuttora in vendita, spesso in luoghi suggestivi.
E concludiamo quindi queste brevi note citando un mulino – nel quale oggi sono stati ricavati un piccolo museo ed un ristorante molto bello – situato ad Agrate Brianza: il Mulino dell’Offellera.cv-2016-09-28-dama-ermellino-001Il 30 ottobre 1926 un contratto redatto su 40 pagine ne assegnava la conduzione, da parte del proprietario Pio Istituto dei Rachitici di Milano, ai signori Ortolina Livio, Calimero e Aliberto (detto Liberto) per un periodo di nove anni rinnovabili.
La perizia di stima allegata al contratto, a cura dell’ing. Luigi Giachi, descrive nel dettaglio i beni oggetto dell’affitto:
Prato “di sotto” per 34.340 m2
Prato “di mezzo” per 43.140 m2
Prato “di sopra” per 58.340 m2
Caseggiato e molino composto da cascinale di 21 vani su 2 piani con corte, orti e spazi uniti su un’area di 4.870 m2 (di cui 2.490 in catasto terreni e 2.380 in catasto fabbricati).
Complessivamente una proprietà di oltre 14 ettari tra i comuni di Agrate e Brugherio, con il mulino situato in quella che ancora oggi è chiamata Curt di Murnée, corte dei mugnai in dialetto.
Ma cos’avrà mai di particolare questo vecchio mulino, in fondo uno come tanti, per essere al centro della nostra attenzione?
Anzitutto il fatto di essere alimentato dalla Roggia Gallerana, tuttora esistente anche se non più in uso e in parte interrata, che sorgeva al Pian d’Erba derivata dal fiume Lambro e che, svolgendosi lungo la Brianza collinare, da Villasanta (in origine La Santa) raggiungeva Agrate Brianza e Brugherio e di qui attraverso Cisnusculus (l’attuale Cernusco sul Naviglio) e Pioltello si ricongiungeva al Lambro nei pressi dell’attuale San Donato Milanese.cv-2016-09-28-dama-ermellino-006Nel Quattrocento il duca Galeazzo Maria Visconti approvò una variante affinché il corso d’acqua venisse estratto dal lambro mediante un pozzo. Successivamente alla realizzazione del canale della Martesana dovuto a Leonardo da Vinci, l’acqua venne derivata dal canale Villoresi (originante dal Ticino e passante per Monza in senso Ovest-Est) incrociandosi con la Martesana, cosa che tuttora avviene tramite un sistema di chiuse non distante dalla stazione della metropolitana di Villa Fiorita, all’estremità orientale del comune di Cernusco sul Naviglio.
Ma è ben altra la particolarità della roggia Gallerana: essa deve il suo nome alla famiglia benestante dei Gallerani, di origine senese e trasferitasi a Milano – dove abitava nell’attuale corso Garibaldi presso San Simpliciano – a causa della guerra tra Guelfi e Ghibellini. Essendo di origine “straniera” non è censita fra i nobili milanesi anche se, provvista di notevoli mezzi, acquisì terre nella Brianza orientale ed in particolare tra Agrate Brianza e l’antica Vicus Mercati, l’odierna Vimercate. Di sua proprietà divenne la roggia, che dall’antroponimo prese a quel punto il nome.
Il mulino in questione fu voluto nel 1476 da Fazio Gallerani, padre di quella Cecilia che, sedicenne, divenne l’amante di Ludovico il Moro, lo “sponsor” ambrosiano di Leonardo da Vinci, al quale commissionò il ritratto successivamente intitolato La dama con l’ermellino, un piccolo olio su tavola delle dimensioni di 54×40 cm, databile al 1488-1490 ed uno dei più famosi insieme con la Gioconda e la Vergine delle Rocce.cv-2016-09-28-dama-ermellino-003Nel 1488 il Moro ricevette dal Re di Napoli il titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino, e sembra che l’identificazione con la giovane amante Cecilia Gallerani si basi sul sottile rimando rappresentato dall’animale simbolo di purezza e incorruttibilità, in greco denominato galḗ, γαλή, con un’allusiva assonanza al cognome di Cecilia.
E quindi? E quindi niente: la roggia Gallerana percorre tuttora, parzialmente interrata, i territori di Cernusco e Pioltello, e in quest’ultima località, al confine con Segrate non lontana da una nota industria tipografica, insiste una imponente cascina in via di progressivo degrado che potrebbe essere recuperata per ricavarne residenze, terreni coltivabili e spazi abitativi e di fruizione sociale a servizio della comunità.

Alberto C. Steiner

Salone del gusto: W la brogna! (nel senso della pecora)

cv-2016-09-25-salone-gusto-001Ti seguono, ti precedono, ti circondano, ti sovrastano masticanti, sorseggianti, ciuccianti ancorché discettanti ispirati di ecosostenibilità e specismo mentre lanciano lo sguardo lubrico allo stand accanto dove gli espositori affettano sapientemente a mano saporosi prosciutti e nell’aria si spargono effluvi di porchetta: sono le torme di visitatori del Salone del Gusto, precipitati in piena fase orale, pronti a una finta o a uno scarto da provetti calciatori alla vista, o all’odorato di cioccolata, grani antichi, vino, birra, lasagne, agnolotti e, per l’appunto, braciole o salamelle.cv-2016-09-25-salone-gusto-002Tra questi distingui a distanza i reparti speciali d’ecoassalto milanesi, soprattutto distingui le loro erinni.
Senza tirarla lunga: un suk, una fiera di paese, un inno all’inconsapevolezza mascherata con abiti tradizionali e peana alla sostenibilità e al benessere degli animali. Non sappiamo se prima o dopo essere diventati cotechini.
Una farsa condita dalle solite chiacchiere nei convegni dove i delegati di Terra Madre hanno sciorinato tra loro e con esperti provenienti da tutto il mondo la solita merce buona per i saldi: problemi di cibo, suolo, legalità, biodiversità, consumi di carne, ruolo delle donne spesso tratta da un canovaccio immutato da anni.cv-2016-09-25-salone-gusto-003Tra le immagini a corredo il kebab furlan: ineffabile. O il tipo che conciona di grani antichi mentre l’addetto allo stand della Garfagnana, a furia di ascoltare puttanate, se non si addormenta è un miracolo.cv-2016-09-25-salone-gusto-004E l’ennesimo furgoncino Ape o Citroën vintage per somministrare quel che è diventato il nuovo emblema della cultura gastronomica: il cibo di strada. Giusto per consentire alle masse di bifolchi di salire in metrò masticando e ungendo tutto e tutti con le loro dita zozze sentendosi trendy. Senza trascurare l’ecosensibilità dei consumatori quando si tratta di liberarsi di involti, fagotti, piatti, contenitori e bicchieri. La cui produzione ha un costo elevatissimo per l’ambiente, ad onta del fatto che siano spacciati come ecologici.
Per chiuderla con gli innumerevoli aspetti negativi e con gli esempi di ottusità e incoerenza, una sola, doverosa, citazione: un’azienda suinicola di Reggio Emilia alleva i maiali in modo assolutamente naturale.cv-2016-09-25-salone-gusto-005A leggere lo stampato che diffondono le scrofe partoriscono poco, i cuccioli rimangono altre un anno con le mamme, i capi hanno tantissimo spazio a disposizione, manca solo che li portino in vacanza a Sharm (ehm, no magari a Sharm i maiali non è il caso…) prima di accopparli. Sempra quasi che i maiali non vedano l’ora di diventare e salami e coppe.
E passiamo alle cose serie: sono talmente poche che faremo prestissimo.
Iniziamo da Ismea, l’organismo collegato al Ministero delle Politiche Agricole che si occupa di sostenere giovani talenti mediante assistenza normativa, formazione, finanziamenti: era ottimamente rappresentato da alcune aziende gestite da giovani che hanno scommesso sulla campagna.
Interessante e coinvolgente la conversazione intrattenuta con un funzionario dell’IPLA, l’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente già centro studi di una nota cartiera ed ora partecipata delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta e dal Comune di Torino: pur barcamenandosi tra ristrettezze di bilancio svolgono un importante e spesso scomodo lavoro nell’ambito micologico, delle patologie agroforestali, dell’analisi e della tutela dei terreni.
Una menzione per International Land Coalition, che si occupa di tutela dei diritti delle popolazioni agricole del Sud del mondo e di contrastare il fenomeno del land grabbing.
A seguire le aziende: iniziamo da un simpatico gentiluomo di campagna friulano che alle proprie mele, coltivate recuperandone diverse varietà quasi scomparse, dichiara di effettuare due soli trattamenti annui, uno dei quali con il classico sistema bordolese. Alla domanda: “Quanti quintali vende?” la risposta è stata: “Nemmeno una mela! le uso per farci marmellate, succhi, aceto e sidro. Al massimo le regalo.”  Detto fatto: certamente non laccate come quella di Biancaneve ma strabuone.
E ancora friulano è un prodotto di eccellenza: lo zafferano, solitamente coltivato nell’Italia centrale e per la prima volta sperimentato con successo in provincia di Pordenone.
Spicca a nostro parere – nell’inflazione di birre crude, ai tremilaseicentoluppoli, di fossa, di abbazia, di autorimessa, affinata in barrique che hanno in comune una cosa: la dialettica dei produttori – uno storico birrificio della provincia di Belluno. La sua produzione è diffusa anche nei supermercati, spesso con marchi ad hoc perché – come hanno spiegato – altrimenti a Cortina non la bevevano più. Senza tirarsela si presentano per ciò che sono: un’azienda che produce birra. Oltretutto buona.cv-2016-09-25-salone-gusto-006E passiamo alle ragazze veronesi di Vin Strip: un’idea semplice, simpatica e geniale, una rete morbida, resistente e flessibile che avvolge e protegge bottiglie e calici.
E per finire la Brogna di cui al titolo: l’unica razza di pecora autoctona della montagna veronese sopravvissuta all’estinzione, per la cui tutela è stata costituita nel 2012 un’associazione con lo scopo di evitare l’estinzione di un patrimonio della biodiversità.cv-brognaOltre al latte, dal quale vengono derivati formaggi decisamente particolari, le pecore forniscono lana, spesso tinta utilizzando il pigmento fornito da un frutto locale: il pero misso, anch’esso una rarità un tempo a rischio di estinzione.
Non è stato ovviamente possibile osservare ed ascoltare tutto. Sicuramente sono sfuggite tante aziende che tendono all’eccellenza, ma queste righe non hanno la pretesa di costituire un resoconto della manifestazione, ma solo di trasferire alcune sensazioni.

Alberto C. Steiner

Pedemontana: S.P.Q.R., Sono Pazzi Questi Romani… I brianzoli invece no, sono molto peggio.

“Sono Pazzi Questi Romani”… Afferma sconsolato Obelix, però fa ridere, specialmente nell’interpretazione di Gérard Depardieu.
I brianzoli, invece, non sono pazzi: in relazione alla Pedemontana sono dei veri figli di puttana.
l’Unione Artigiani si schiera con Gigi Ponti, presidente della Provincia, che esorta a creare una cabina di regia per il completamento della Pedemontana e, incredibile! (tranquilli, è sarcasmo), anche l’Unione Artigiani di Monza e Brianza spinge per il completamento dell’opera, condividendone spirito e contenuto, in particolare delle due lettere inviate al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delirio, e al nuovo presidente della Società Pedemontana Lombarda Antonio Chec’azzecca.cc-2016-07-17-pedemontana-003Ne avevamo scritto il 17 luglio scorso: Quella Pedemontana che porterà soldi. E diossina, leggibile qui.
“Sosteniamo convintamente” commenta il segretario generale dell’Unione Artigiani, Marco Accornero “il pressing attuato dal presidente Ponti circa la realizzazione del sistema autostradale lombardo, in grave ritardo a causa della scarsità di risorse e al mancato closing finanziario.”
A parte il “closing” che, si, fa proprio venire voglia di un closing in una stanza imbottita, quel “convintamente” ci ha fatto, malheureusement, ridere pensando a questi padani cornuti (non solo per l’elmo, credete) che non sono affatto dissimili da quel Cetto Laqualunque magistralmente inventato da Antonio Albanese: “Cosa intendo fare per l’ecosostenibilità? Una beata minchia!”
Proseguiamo: “La volontà espressa in primavera dal Governo di voler istituire una cabina di regia per valutare tutti gli aspetti problematici ed anche eventuali revisioni del progetto, deve trovare concretizzazione nella convocazione urgente del tavolo, al quale ci pare opportuno trovino posto anche le associazioni di categoria. Trattandosi di opere infrastrutturali vitali per la viabilità lombarda, in particolare della Brianza e di Milano, la presenza dei rappresentanti delle attività produttive appare doverosa.”
I rappresentanti delle attività produttive… Come diceva Sofia Loren in quella pubblicità della TIM: aiutateme! Ma lo sconcio prosegue: “Quanto alla particolare situazione della tratta B2 di Pedemontana” conclude Accornero “l’Unione Artigiani si colloca al fianco delle Amministrazioni comunali coinvolte (Lentate sul Seveso, Meda, Seveso, Barlassina e Cesano Maderno), invocando chiarezza circa la volontà attuativa e temporale di giungere al completamento dell’opera, auspicando anche in questo caso di essere coinvolta, insieme con le altre associazioni di categoria territoriali, nei processi di confronto che verranno istituiti. Pedemontana ha senso solo se vista nel suo complesso ed interamente ultimata. Attualmente non può esprimere tutte le sue potenzialità essendone stati realizzati solo alcuni tratti, ed il passaggio cruciale ovest-est attraverso la Brianza costituirà una arteria strategica per i collegamenti a nord di Milano, dal varesotto alla bergamasca.”
Fine delle citazioni. Commenti? Perché, secondo voi servono?

Alberto C. Steiner