I nostri servi ci avvelenano mentre giochiamo a mosca cieca nei giardini reali

“Sono tanto semplici gli uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare” scrisse Niccolò Machiavelli nel capitolo XVIII de Il Principe, e proseguendo nella lettura vedremo come questa citazione sia pertinente all’argomento.CV 2017.03.08 Servi 005.jpegÈ nata l’ennesima professione inutile emergente, il personal shopper per cuochi: si incarica di consigliare e scegliere i prodotti bio che il genio dei fornelli trasformerà in gustosi e creativi manicaretti.
Siamo certi che siffatta collaborazione irrobustirà ulteriormente l’ego di certi cuochistar, e del resto possiamo capire che tra libri, interviste, presenze televisive costoro non abbiano certo il tempo di fare la spesa. Ci viene il rovello se ne avanzino per cucinare ma forse, novelli Michelangelo a bottega, passano tra gli allievi osservando, annusando, redarguendo e apportando correzioni con il loro sapiente tocco, pronti alla sfuriata come l’irascibile artista di Caprese.
E, a proposito di cuochi d’alto bordo, ricordiamo l’intensa interpretazione cinematografica che del cuoco François Vatel rese Depardieu. La vicenda si conclude tragicamente: questo coscienziosissimo genio della cucina, non essendo giunte per tempo le preziose ostriche di Normandia ed essendo egli ormai disgustato del proprio lavoro e delle dinamiche cortigiane, si toglie la vita.
In ambito militare, e rapportata all’epoca, la vicenda avrebbe sicuramente meritato un’onorificenza, va da sé alla memoria, la cui motivazione iniziata con le parole: “Comandante di nucleo di cucinieri, nel corso di una difficile operazione con perizia e intelligenza concorreva con le forze alle sue dipendenze …” si sarebbe inevitabilmente conclusa con: “… sino all’estremo sacrificio, inferto di propria mano pur di non subire l’onta del disonore. Fulgido esempio di abnegazione e senso del dovere. Castello di Chantilly, Francia, 1671.”
E pensando alla similitudine militare, vale la pena di riferire come nelle caserme si vociferasse di un’amena pietanza destinata ai superiori ritenuti stronzi: la bistecca dell’ufficiale. Essa bistecca sarebbe stata dapprima battuta, non con il batticarne bensì con la suola di un anfibio (usato, è ovvio), poscia lavata con ammoniaca, candeggina o altro grazioso detergente. Riferisce la vulgata che il corrosivo liquido venisse rimosso sotto un breve getto d’acqua corrente, il sapore della carne venisse esaltato da urina e sputi, e che la bistecca trovasse infine dignitoso olocausto in abbondante burro pronto ad accoglierla spumeggiando come il mare che ci donò Venere.
Ed eccoci al punto. Noi oggi non solo mangiamo inconsapevolmente la bistecca dell’ufficiale, ma siamo come quei nobili e cortigiani protagonisti e comprimari del film, che organizzano cacce al tesoro e mosche cieche in lussureggianti giardini fra oscure trame di corte e ancillari, stringendo alleanze per far la guerra all’Olanda di turno: in fondo, ora come allora, sono in gioco le nostre Terres d’Outre-mer dove chi produce ciò di cui ci alimentiamo patisce sfruttamento e fame.CV 2017.03.08 Servi 001Nel frattempo noi, gioiosi e giocosi, sperperiamo a man bassa le sempre più scarse risorse di cui disponiamo evitando, poiché non è un atteggiamento regale, di occuparci seriamente dell’amministrazione dei nostri beni. Intanto i nostri dipendenti, fiduciari, vicerè, governatori e persino servi ci tengono in pugno avvelenandoci e sottraendoci i risparmi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
Trascorsi alcuni decenni il popolo non avrà il pane e noi suggeriremo “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!” e, anche se l’affermazione pare sia un falso, ci sta. Poi ci taglieranno la testa, fine del film. Ma questa volta niente titoli di coda, ressa all’uscità, pipì, caffè, sigaretta.
Un po’ metafora e un po’ no, questi pensieri sparsi vogliono riportare al concetto che, né più né meno, stiamo mangiando, letteralmente, merda. Sai che novità, dirà qualcuno.
No, non è una novità, ma fingiamo di non rendercene conto presi come siamo a giocare agli ecobiobau da salotto, ai consapevoli da baraccone che leggono con aria da intenditori le etichette di vini delle terre del conte piripicchio, con vigneti impiantati su una ex-discarica1, o dei ravioli della nonna prodotti da multinazionali del food & beverage. E ciò non riguarda solo prodotti voluttuari come gamberetti per i nostri cocktail, bollicine per l’aperitivo, merendine o schifezze modaiole a base di pesce crudo (vedasi immagine sottostante e questo link correlato). No, riguarda anche i beni primari destinati all’alimentazione: farine, cereali, ortaggi, carne per chi ancora ritiene di consumarne.CV 2017.03.08 Servi 004Intendiamoci, stiamo riferendoci ai comportamenti di massa, e non è che nei bei tempi andati da taluni tanto vagheggiati le cose funzionassero diversamente, basta ricordare le vittime, arse sul rogo, fra tante poverette che, letteralmente, allucinate da un parassita della segale vaneggiavano di congiunzioni carnali con il Maligno ed altre nefandezze. O quelle mietute in tempi anche recenti da scrofola, pellagra, malaria ed altre malattie dovute all’alimentazione insufficiente e malsana, alla vita in indecorosi tuguri e alle prime coltivazioni intensive in aree piemontesi e pavesi in terreni non sufficientemente permeabili. Ne tratteggia uno sconfortante quadro Eravamo poveri, torneremo poveri, il tremendo libro di Giampaolo Pansa che parla della vita nelle nostre campagne a cavallo fra Ottocento e Novecento. Allora c’erano gli alibi dell’ignoranza e del degrado, e oggi?
Ma chi sarebbero, nell’accezione di questo scritto, i “servi”? La risposta è: tutti coloro che dovrebbero essere al nostro servizio a partire dai coltivatori passando per i trasportatori, i trasformatori, i commercianti per terminare con chi fornisce il sostegno finanziario e con gli organismi legislativi e di controllo. Tutti coloro, quindi, che dovrebbero lavorare per noi con dedizione, professionalità, trasparenza e onestà; in un ambito allargato nessun compito, nessun passaggio sarebbero inutili, in una sana logica di mercato. Ciò che invece non solo è inutile, ma anche dannoso, è il concetto che il guadagno non debba essere giusto o etico ma il prodotto di furbizie, vessazioni, frodi e sfruttamento di terre e persone.CV 2017.03.08 Servi 003.jpgIn questo senso i nostri “servi” sono coloro ai quali permettiamo di tenerci in scacco complottando a danno della nostra salute e del nostro portafogli, oltre che delle sorti del pianeta, a nostro parere forse non irrimediabilmente bensì auspicabilmente segnate, così si finisce una volta per tutte con il culo per terra, ci si osserva per ciò che si è realmente, si riparte da capo e non se ne parla più.
Si potrebbe osservare che la filiera, chiamiamola così, è troppo lunga. Vero, ma essa non può comprimersi in assenza della compressione di una domanda di massa superficiale, viziata, tendente al superfluo, al malsano, al fuori stagione ed al minor esborso possibile.
“Come spendi mangi” chiosavano le nostre nonne, e queste tre parole esprimono magistralmente il concetto. Poiché sulle fragole a gennaio o sull’uva a marzo non occorre approfondire, ci limitiamo ad esemplificare attraverso il prodotto tradizionalmente considerato principe della tavola italiana: quella pasta di grano duro il cui prezzo al banco di vendita non supera i 58 centesimi al mezzo chilo. Il grano nazionale viene oggi pagato ai coltivatori 24 euro al quintale – quasi neppure il costo vivo alla produzione – dopo un drastico crollo dovuto all’arrivo nei nostri porti di analogo prodotto estero che ha stracciato il mercato e di cui non si sa praticamente nulla2: non dove e come sia stato coltivato, e soprattutto non in quali condizioni e per quanto tempo sia stato conservato. In alcuni dei paesi di origine era considerato prodotto di scarto buono per mangime o per concime, da noi serve per preparare pasta, prodotti da forno e derivati.
Escludiamo dal discorso la pasta bio realizzata con lino, legumi ed altre farine diverse da quella di grano e venduta al banco ad un prezzo variabile fra 1,80 e 2,70 euro alla confezione da 340 grammi, limitandoci a quella tratta, ipotizzando la sussistenza di tutte le garanzie sanitarie consentite ad un prodotto industriale, da farine tradizionali di ottima qualità. Il suo costo al banco può variare da 1,40 a 2 euro alla confezione da 500 grammi. Tolti coloro che da soli si scofanano mezzo chilo di pasta alla volta, la media dei consumi si attesta sui 70/80 grammi per persona: 2 euro ÷ 500 grammi = 0,004 euro/grammo x 80 grammi = 0,32 euro a porzione e, nell’ipotesi della pasta più economica: 0,58 euro ÷ 500 grammi = 0,00116 x 80 grammi = 0,0928. Un delta di 0,2272 euro a porzione. Considerando che secondo i dati Istat la popolazione nazionale residente in famiglia assomma a 59.132.045 individui su 60.783.407 e che ogni famiglia è mediamente composta da 3,42 persone ciascuno faccia i conti in base ai propri parametri: bambini, adolescenti, anziani, monogenitoriali, single, abitudini alimentari e via enumerando. In ogni caso quei 22 centesimi moltiplicati per 6,84 – nell’improbabile ipotesi che i componenti della famiglia Istat mangino pasta due volte al giorno – assommano a 1,4608 euro e fanno parte del prezzo della salute.
Non c’entra niente con la salubrità, ma un certo modello di telefono Galaxy costa 800 euro, che ammortizzati per soli 365 giorni, visto che l’anno successivo esce il modello nuovo e “bisogna” acquistarlo, fa 2,1917 euro al giorno, senza contare la variabile data dal costo di esercizio.
Decrescita, questa è la soluzione. E decrescita non significa “sviluppo sostenibile”, ossimoro degno della Settimana Enigmistica.
E quello che serve per decrescere, e che una sempre meno sparuta minoranza sta dimostrando di possedere, è una maturata coscienza: sono in costante crescita coloro che hanno assunto atteggiamenti onorevoli quali l’impianto di orti condivisi in città, la conservazione e lo scambio di semi, l’acquisto in cascina o anche solo la sempre maggiore attenzione dedicata alla lettura delle etichette.
Il boicottaggio ha fatto il suo tempo, pur con degnissimi esiti quali quelli conseguiti contro lo strapotere di Nestlè quando decise di entrare a gamba tesa nel business dell’allattamento. Non pensiamo inoltre che la messa al bando di produttori e intermediari scorretti o criminali possa avvenire mediante azioni pseudo terroristiche, ridicole oltre che controproducenti. Il mercato crea, il mercato distrugge. Lo sanno bene molti produttori che, osservata la crescita della domanda di prodotti naturali, stanno progressivamente affiancando alla produzione tradizionale quella biologica. Anche se non sono tutte rose e fiori, come si dice: non infrequentemente dietro certe etichette pseudobio c’è il prodotto tradizionale, spesso di scarsa qualità. Di passaggio, due osservazioni. La prima: pseudobio in quanto il prodotto sembra bio nelle allocuzioni usate per descriverlo ma non lo è, perché se venisse dichiarato come tale senza esserlo le sanzioni sarebbero pesanti. La seconda: un marchio che ci tiene al proprio nome ed alla clientela fidelizzata, queste cretinate non le fa.
Torniamo al “come spendi mangi”: è li che accade il moto rivoluzionario, nel momento in cui la scelta va a privilegiare produttori minori, locali, di provata onestà, aperti al dialogo e all’informazione, nella consapevolezza che non è possibile mangiar bene spendendo poco, anche se in tutta obiettività ci sentiamo di affermare che certe catene ecochic stiano esagerando con i prezzi. Crediamo che i più validi osservatori non siano i convegni ma i supermercati, e spesso accade di osservare che nel carrello, accanto alla pasta al minor prezzo campeggiano casse di bibite gassate e altri veleni.
E quindi è una questione di cultura.
Una maturata consapevolezza può comportare il diventare antipatici qualora al ristorante si dovesse chiedere conto degli ingredienti e della loro provenienza e senza escludere, fingendo di scusarci per esserci persi mentre cercavamo il bagno, di infilare di sfroso il naso in cucina giusto per capire se siamo in una clinica svizzera o in una cloaca.
Una maturata consapevolezza può ingenerare attriti con altri genitori qualora si pretenda che nelle mense di asili e scuole vengano utilizzati prodotti di qualità, realmente naturali e il minor quantitativo possibile, non solo di carne, ma anche di derivati animali.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma esistono già organismi come i Nas e Altroconsumo che fanno le pulci a prodotti e produttori, e noi non abbiamo né il tempo né i mezzi per fare tutto questo, e poi tutto sommato non è che possiamo andare a cena con amici e fare la figura dei rompicoglioni, o inimicarci gli altri genitori a scuola. Ecco, a nostro avviso sono queste implicazioni a costituire la verità: essere fuori dal coro, sbattersi è faticoso, noioso, antipatico, può comportare la messa al bando. Meglio atteggiarsi, lamentarsi sui social, rilanciare post allarmistici ma non provvisti della necessaria base scientifica, partecipare a giornate in qualche cuccagnosa cascina ecobiobau per sentirsi a posto la coscienza mentre si marcia verso il baratro accodati al proverbiale pifferaio.CV 2017.03.08 Servi 002Quello che occorre, e di cui la nostra cultura storica onusta di santi, poeti e navigatori difetta, è un diverso atteggiamento verso la scientificità vera e non immaginata, attraverso un’adeguata riconsiderazione del ruolo di agronomi, biotecnologi, chimici, ingegneri, nutrizionisti piuttosto che di filosofi del verde o facilitatori nella risoluzione dei conflitti tra pisum sativum e cicoria pirolina, ed una ritrovata considerazione delle norme nazionali in materia alimentare, spesso ben più restrittive di quelle europee o di altri continenti.
E tenere alla bisogna presente, giusto per concludere, questa ulteriore citazione dal XVIII capitolo de Il Principe: “Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi.”

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – Non accade nella Terra dei Fuochi ma nel civilissimo Friuli: http://robertainer.blogspot.it/2017/03/quei-vigneti-inquinati-sul-carso.html?view=classic&m=1

2 – “Precotto, surgelato, ricotto. Magari con grano coltivato e lavorato fuori dai nostri patri confini: non mangiamo più pane (e facciamo bene)”. Interessante articolo pubblicato da Lacrepanelmuro.blogspot.

Rovetta: l’esperienza di un ecovillaggio bergamasco dedicato principalmente ai disabili

Il ristorante è frequentato anche da ecochic milanesi che, tra casoncelli e polenta e strinù, discettano di cambiare il mondo come i quattro amici al bar mentre persone portatrici di handicap sgambettano in cucina e fra i tavoli.CV 2017.03.04 Coop Alchimia 001.jpgQui non ci sono tamburi sciamanici, tenda dell’inipi o scambi di massaggi reiki per imparare come si fa a realizzare ecovillaggi, ma solo gente che, gentile con chi se lo merita, si è rimboccata le maniche: siamo nelle Orobie bergamasche, per la precisione a Rovetta, dove presso la Rèssa de Fï – la salita per Fino (Del Monte) nella lingua dei padri, anzi delle madri – in località Vecchio Mulino si incontrano i tornanti che da Cerete Basso portano a Clusone.
Qui, il giorno di ferragosto del 2015 un gruppo di volontari decide di realizzare un sogno, costituendo Alchimia, una Onlus con l’obiettivo di svolgere le attività che caratterizzano la vita quotidiana di un ecovillaggio, traendone il proprio sostentamento.
Gli intenti sono valorizzare il territorio, vivere applicando nella misura del possibile il concetto di decrescita e inserire lavoratori protetti
I destinatari del progetto sono soggetti in situazione di svantaggio fisico, cognitivo e psicologico purché in grado di essere inseriti in un contesto lavorativo.
Sulla base di una concreta progettualità l’attività lavorativa è vista come opportunità emancipativa e di accompagnamento delle persone svantaggiate in un percorso finalizzato alla crescita dell’autostima.
Nell’ecovillaggio Vecchio Mulino è stato creato anche uno spazio per bambini, destinato a sussidiare genitori che hanno imprevisti lavorativi e a bambini bisognosi di un sostegno scolastico.
L’ecovillaggio è anche un ristorante ed un albergo, e l’associazione Alchimia (nin nomen omen…) sta attivando progetti di valorizzazione del territorio mirando soprattutto all’housing sociale, pensato in particolare per padri separati in difficoltà, che possono fruire di vitto e alloggio collaborando nel recupero degli spazi verdi estesi per circa tre ettari nei quali sono in corso esperienze di agricoltura e micro allevamento a chilometro zero.
L’associazione è infine aperta al territorio, cercando di valorizzare gli aspetti culturali della valle in collaborazione con le associazioni locali.
Il reperimento dei fondi necessari all’implemento dell’attività è avvenuto nel modo più logico e pragmatico possibile: nessuna attesa della manna dal cielo fatta scendere da qualche politico locale, nessuna richiesta di assegnazione o regalia con il cappello in mano in nome di improbabili e stantie visioni “alternative” ma, come si conviene a dei bergamaschi di montagna, mano al portafoglio e mutuo concesso sul valore dell’immobile e del terreno, rilevati da una situazione compromessa, ed in base a concrete garanzie di una fattiva progettualità.

Alberto C. Steiner

Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento

Tradizione e innovazione, in Trentino, si fondono costantemente, facendo del territorio un laboratorio sperimentale apprezzato a livello europeo.
cv-2017-02-28-trento-001In quest’ottica si colloca la Deliberazione 59 del 3 maggio 2016 del Consiglio comunale di Trento, che impegna Sindaco e Giunta ad avviare il censimento degli immobili di proprietà comunale non utilizzati e che possano essere destinati al riuso come unità abitative, selezionando quelli più idonei ad un progetto di abitare collaborativo privilegiando, tra le caratteristiche complementari rafforzative, il fatto che siano situati in aree cittadine che verrebbero valorizzate dalla riqualificazione degli edifici, che siano limitrofi a spazi verdi da destinare ad orti urbani e si trovino prossimi alla viabilità ciclabile.
Attuando la delibera il comune si impegnava ad avviare un’indagine conoscitiva per confrontarsi con realtà già attive in Italia e all’estero, coinvolgendo altri attori sensibili al tema e individuando possibili finanziamenti anche attraverso la partecipazione a bandi europei, per sperimentare progetti di cohousing mediante la messa a disposizione di immobili secondo idonee modalità idonee, tra queste il comodato trentennale gratuito.
Il passo successivo consiste nell’elaborare il nuovo PRG, Piano Regolatore Generale, dedicando azioni specifiche alle residenze solidali ed alla coabitazione, e favorendo tramite sgravi e incentivi il recupero del patrimonio edilizio privato al fine di accentuare la coesione sociale cittadina e la riqualificazione del tessuto esistente nell’ottica di “costruire sul costruito”, scongiurando così l’ulteriore consumo del suolo.
Per quanto ne sappiamo è la prima volta in Italia che un’amministrazione pubblica esce dalla stantia logica assistenziale e delle cooptazioni per meriti di fazione politica per affrontare pragmaticamente la questione con piglio imprenditoriale, finanziario e di tutela del territorio.
Ciò significa che privati, associazioni e cooperative, se vorranno che sia loro concesso un immobile, dovranno presentare progetti realistici, circostanziati ed in grado di autosostenersi economicamente.cv-2017-02-28-trento-003Degna di nota, inoltre, la particolare attenzione con la quale l’ammistrazione comunale sta osservando il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione con l’intento di utilizzare le risorse costituite dal patrimonio di conoscenze degli anziani, non più considerati carne da ingrasso per il fatturato delle varie RSA ma portatori di insegnamenti a bambini e giovani.
Ciò significa intervenire sulla pianificazione e sulla riprogettazione degli spazi urbani, attualizzando nella pratica del cohousing due caratteristiche centrali della tradizione trentina: cooperazione e cura per il territorio, caratterizzando la trasformazione dei bisogni sociali di base, della casa e delle relazioni di vicinato.
Detto in altri termini, una visione globale in luogo della risposta sociale frammentata e caratterizzata da discontinuità assistenziale.
Effettivamente il cohousing si inserisce a pieno titolo nel contesto delle pratiche resilienti di sostenibilità e collaborazione civica, prestandosi ad essere esempio di innovazione sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello delle logiche economiche, con la possibilità di coinvolgere attraverso un’ottimale integrazione tra mercato, istituzioni e società civile, una vasta gamma di attori economici e sociali: cittadini animati da senso civico nella gestione del bene comune, associazioni, terzo settore e i diversi livelli della governance locale, anche in partnership pubblico-privato.
Rovesciando la logica tradizionale volta a intervenire sui casi problematici quando si sono ormai manifestati e promuovendo azioni ex-ante verso il disagio potenziale, in modo da ridurre i costi sociali e sanitari degli interventi indirizzati a problemi oramai conclamati, questo modello di cohousing sarebbe suscettibile di produrre benefici ai diversi livelli di complessità individuale-relazionale, comunitario e sociale rivelandosi espressione di un cambiamento nei servizi rivolti alla terza età.
Gli anziani, sottratti ad un ruolo passivo spesso accompagnato da senso di sfiducia, solitudine e sconforto, interagirebbero con giovani e adulti diventando protagonisti di un progetto di vita reale che crea alleanze permettendo di guardare al futuro con serenità.
Sul piano comunitario la soluzione rafforza la comunità intera, promuovendo l’esercizio della cittadinanza attiva, sostenendo la coesione e rinsaldando il sistema di relazioni sociali che anticamente innervarono il territorio.cv-2017-02-28-trento-002Trento può in questo senso vantare un modello che funziona, la Casa alla Vela, dove anziani e giovani già fruiscono di beni condivisi e servizi autoprodotti. Trattasi di un edificio costituito da tre appartamenti: i primi due accolgono 5 anziane parzialmente autonome seguite da due assistenti familiari, ed il terzo è abitato da 6 studenti dell’Università di Trento.
Le signore vivono insieme, escono liberamente, decidono il menu che l’assistente cucina per tutte e possono partecipare ad una serie di attività ed iniziative pensate appositamente per loro. Affitto, costi di bollette, spesa e assistente familiare sono divisi per cinque.
Gli studenti offrono parte del loro tempo per condividere momenti di relazione con le signore, conseguendo in tal modo la possibilità di ridurre i costi della loro permanenza a Trento svolgendo alcune mansioni utili alla casa, per le quali percepiscono una retribuzione. Qui il link al sito Percorsi di Secondo Welfare che ne parla in un articolo di Cinzia Boniatti e Enrico Bramerini pubblicato il 2 marzo 2015.
E, per concludere, la comunità scientifica è ormai unanime nell’inserire l’abitare collaborativo nella dimensione più concreta del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner

È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS

Olio d’oliva: scarsa produzione e rincari del 20 per cento

cc-2017-02-22-olio-rincaro-001Non è necessario aver frequentato il classico per sapere quanta importanza l’Antica Grecia attribuisse all’olio.
I produttori oleari italiani lo sanno bene, e infatti mai come quest’anno hanno intonato un pianto greco. A stretta creditizia e tasse si sono aggiunti maltempo e parassiti: questi ultimi in particolare, essendo cinesi e non avendo nemici naturali, pare si siano mangiati tutti gli ulivi nazionali. Una roba che neanche il Pacman…
E non fa nulla se i produttori di quel fluido che troviamo a tre euro sugli scaffali dei supermercati acquistano la materia prima prevalentemente in Spagna, Marocco, Grecia (non sappiamo se, giusto per retsare in tema, piangendo in ossequio a Cassandra…), Medio Oriente o chissà dove, indicando comunque sull’etichetta “prodotto da olive italiane” o, in un fremito di sensi di colpa?, “europee”.
Intendiamoci: stiamo parlando dei barboni, quelli che oggi si chiamano “Olio del Contadino” e domani “Frantoio di nonna Pina” e nel tempo libero, grazie a commercialisti e politici compiacenti, razzolano qualche contributo pubblico qua e là per poi sparire. Detto in altri termini stiamo parlando di quelli che sputtanano il mercato.
A proposito di sputtanamento: è di questi giorni la notizia che i Carabinieri hanno effettuato numerosi arresti fra gli affiliati al clan Piromalli (‘ndrangheta) che, oltre a chiedere un “contributo” di 50 centesimi al litro a produttori calabresi, siciliani e laziali, spacciava sul mercato statunitense per olio extravergine d’oliva quello che in realtà era olio di sansa – cioè frutto degli scarti di produzione – e che come tale passava la dogana.
La materia prima, di pessima qualità, veniva acquistata a prezzi stracciati in Grecia, Siria, Turchia e le etichette venivano taroccate prima che il prodotto giungesse sugli scaffali di Wal-Mart e altri grandi catene.
Sia chiaro: conosciamo produttori seri, e sono numerosi, che tengono al loro marchio e alla fidelizzazione dei clienti, e che praticamente ogni giorno ricevono la visita dei Nas.
Esaurita la premessa, torniamo ai parassiti: il timore di particolare tipo di mosca che si sarebbe potuta mangiare l’equivalente del 50 per cento della produzione avrebbe costretto ad una raccolta anticipata, roba da stato di calamità. E infatti le richieste sono già partite.
Quello che non hanno fatto i parassiti lo avrebbe fatto il maltempo, con le prime piogge che hanno rovinato le gemme. Risultato: prezzi all’ingrosso balzati all’insù del 64%, e al dettaglio ritoccati almeno del 20 per cento.
Gli italiani consumano collettivamente circa il 20% della produzione mondiale, la Spagna il 16 e gli Stati Uniti circa il 10. Il proprietario di un negozio parigino di generi alimentari italiani ha dichiarato che sperava di ottenere 30mila litri di olio ma, avendone ricevuti solo ottomila, dovrà fare affidamento su rimanenze dello scorso anno per compensare la differenza e assorbire parte dell’aumento dei prezzi. Oh, povero Ciccio!
Nel corso degli ultimi 25 anni il consumo di olio è aumentato del 75% e la domanda ha riguardato particolarmente mercati non tradizionali: incremento di sette volte nel Regno Unito e di 14 volte in Giappone, ha dichiarato Coldiretti, specificando che l’olio italiano è più vulnerabile rispetto a quello di altri paesi a causa di cambiamenti climatici, parassiti e in ragione della morfologia del territorio, che varia dalle colline del Nord agli uliveti del Sud. Ciò comporta per contro il notevole vantaggio di poter vantare circa 400 diverse qualità dai sapori unici derivati dalle combinazioni del terreno.cc-2017-02-22-olio-rincaro-002La notizia, rilanciata da AP, l’abbiamo trovata sul Washington Post. Stranamente i media italiani a grande diffusione non ne hanno parlato.
Per concludere: conosciamo alcuni produttori di olio bio, dal Garda al Salento. Appassionati al loro lavoro disdegnano il palcoscenico, e ci hanno dichiarato che anche quest’anno proporranno la loro produzione ai soliti prezzi variabili dai 9 ai 16 euro al litro.
I parassiti? Si, nella norma. Il maltempo? Non peggio del solito. Gli scarti? Al solito: cosmesi, alimenti per animali, compost. Richieste di sovvenzioni pubbliche? Non diciamo cazzate.

Alberto C. Steiner

I 25 anni del Parco Agricolo Sud Milano: lo stato dell’arte

Un emiciclo dall’Adda al Ticino esteso per 47.044 ettari dove svolgono la loro attività 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti: è il Parco Agricolo Sud Milano, nella cui area rientrano 61 Comuni che ne condividono i vincoli ambientali ed urbanistici.cc-2017-02-04-parcosud-003Istituito il 23 aprile 1990 ma, a causa del tempo necessario per stilare regolamenti e convenzioni, attivato due anni più tardi, festeggia quest’anno il suo primo quarto di secolo. Oggi è gestito dalla Città Metropolitana di Milano, l’ente subentrato alla Provincia a partire dal gennaio 2015.
Anticamente l’area di competenza del parco era un’inestricabile foresta di aceri, querce, carpini, ciliegi selvatici, farnie, frassini, olmi e tigli. La plurisecolare attività agricola, in particolare quella sviluppata dai monaci cistercensi che a partire dal XII Secolo introdussero i metodi di coltivazione intensiva e le cosiddette marcite, comportarono una prima antropizzazione del territorio. Una seconda fase, ben più invasiva, iniziò con l’industrializzazione del XIX Secolo accompagnata dalla costruzione di infrastrutture viarie e dall’espansione, spesso senza ritegno, delle aree edificate, ed oggi i tratti naturalistici dell’area non costituiscono l’elemento preminente del territorio.
Alcuni comuni hanno, letteralmente, sgomitato per poter essere inseriti nell’area e circa la piaga dell’edificazione non mancano le mistificazioni, come quella che riportiamo nel box sottostante.cc-2017-02-04-parcosud-001Il progetto di istituzione del parco ha rappresentato una notevole opportunità per conservare e riqualificare quel che restava della natura prossima alle aree urbanizzate, ed in particolare risorgive, fontanili, marcite e testimonianze della storia contadina lombarda come complessi storici religiosi a vocazione agricola (le abbazie di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone), corti fortificate (Carpiano, Coazzano, Fagnano, Gudo Visconti, Settala e Tolcinasco), antiche cascine (Bazzanella, Gudo Gambaredo, Santa Brera) e castelli (Binasco, Buccinasco, Cassino Scanasio, Cusago, Locate Triulzi, Macconago, Melegnano e Peschiera Borromeo).cc-2016-02-26-parco-sud-001Oggi l’attività principale delle aziende agricole che insistono sul territorio del parco è l’allevamento di bovini e suini, seguono la coltivazione di cereali, riso, girasole e soia. Numerosi i fondi a prato, gli orti ed i vivai. Sono state inoltre salvaguardate 40 antiche marcite.
Sempre più numerose sono le cascine attive, 29 delle quali convertitesi al biologico, dov’è possibile acquistare prodotti agricoli direttamente o tramite i 73 GAS, gruppi di acquisto solidale, che intrattengono rapporti con le aziende agricole.
Non trascurabile l’offerta agrituristica e gastronomica (non possiamo apporre il prefisso eno poiché in zona la produzione vinicola è oggi praticamente inesistente) anche tramite la presenza di qualificate trattorie, alcune delle quali tuttora ruspanti mentre altre si sono rifatte il look, ritoccando sensisbilmente e talvolta immotivatamente i prezzi.
Notevole l’offerta di percorsi ciclopedonali, sentieri per il trekking, birdwatching e persino opportunità di navigazione su fiumi e canali.
Purtroppo l’area, tangente l’aeroporto di Linate, comprende anche tangenziali esterne, siti dediti alle trivellazioni per la ricerca di metano ed impianti a biomasse per la produzione di energia elettrica, oltre a siti – dismessi ma non completamente bonificati – già sede di industrie chimiche che in passato hanno impattato pesantemente sul territorio.
Ciò che, ad un quarto di secolo dall’istituzione, non è a nostro avviso adeguatamente valorizzato è non tanto il significato naturalistico dell’area, quanto il concetto che il parco sia un luogo di lavoro, e come tale meritevole di rispetto.cc-2017-02-04-parcosud-004Sui vari siti, compresi quelli istituzionali (googlare per credere) il parco è eminentemente proposto come un giocattolo per cittadini, una valvola di sfogo delle tensioni e dei malesseri da inurbamento, un luogo dove fare gli agricoltori ecochic. Una sola considerazione: se come scritto più sopra esistono 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti, ciò significa una media di 2,91 addetti per azienda. Ne risulta in linea di massima che, escluse le aziende esistenti ma prive di addetti ufficiali (esistono, a dimostrazione che nel parco non tutto è rose e fiori, per esempio nel comparto apparentemente non-profit dove viene occupata manovalanza volontaria non retribuita), si tratta di realtà a conduzione familiare dove i buoni propositi di incremento delle opportunità di lavoro propugnati da politici ed associazioni non trovano riscontro per mancanza di spazi di manovra economici.
Il parco ha in ogni caso il merito di aver creato il tramite di un processo di reciproca conoscenza fra cassinée (come venivano definiti, in un tono invero un po’ sprezzante, i contadini dell’hinterland milanese) e cittadini, che in passato difficilmente si frequentavano. Per mezzo del parco gli agricoltori hanno inoltre trovato un’opportunità di uscire parzialmente dal circolo vizioso di prezzi capestro imposti dagli intermediari commerciali, ed i cittadini la possibilità di acquistare prodotti sani, non come quelli di plastica provenienti dal comparto agroindustriale.cc-2017-02-04-parcosud-002Nell’area del parco trovano infine spazio organizzazioni dedite alla solidarietà sociale, come quella – un tempo privata ed oggi confluita nell’Opera San francesco – che fornisce un alloggio ed un lavoro a detenuti ed ex-detenuti, la cui sede è attualmente in fase di restauro. O quella che accoglie ragazze e donne madri e vittime di violenza, stoicamente voluta da una suora, Ancilla Beretta, spentasi nel dicembre scorso all’età di 94 anni. E per finire, nel parco ci sono persino i Templari. Si incontrano in due stanze presso l’Abbazia di Chiaravalle, ma chi è in cerca di arcani misteri resterà deluso: la loro attività principale consiste nell’essere presenti, indossando la tunica con la croce patente, a determinate funzioni religiose nelle chiese del circondario. Non cercano proseliti, cercano soldi. Per ristrutturare antiche pievi e cascine da trasformare in luoghi per accogliere portatori di disagio sociale. E di notte, ad onor del vero non sempre offrendo prodotti bio a km zero ma quel che c’è, ed in quel caso non indossando la veste d’ordinanza, li trovate dalle parti della Stazione Centrale insieme con i City Angels a portare un aiuto ai sempre più numerosi homeless.

Alberto C. Steiner

Vallicoltura, una tradizione storica e identitaria Veneta unica al mondo

cc-2017-02-01-vallicoltura-001Pochi conoscono le Valli da Pesca, dove si pratica la pescicoltura cosiddetta valliva con le stesse tecniche di allevamento in uso nel XVI Secolo, che derivano dagli antichi Veneti e che non trovano riscontro in nessun’altra parte del mondo.
Le valli, in tutto una trentina, sono zone di barena delimitate. La laguna Nord di Venezia ha valli piuttosto grandi, tra queste la Val Dogà estesa per circa 2mila ettari. Nella laguna Sud conta invece valli più piccole estese dai 100 ai 500 ettari.
Vi si alleva pesce biologico rigorosamente certificato, contribuendo alla salvaguardia della laguna, in quanto le valli costituiscono preziosi serbatoi naturali.cc-2017-02-01-vallicoltura-002Quest’attività plurisecolare, per non dire millenaria, pur se molto quotata presso i consumatori locali, è stata valorizzata come merita solamente a partire dall’anno 2011, in particolare grazie al biologo mestrino Mauro Doimi, che nell’interessantissima intervista – datata ma quanto mai attuale – ripresa dal nostro sito-partner Consulenza Finanziaria e leggibile qui, sottolinea il sano concetto che il vero biologico ha dei costi illustrando il progetto di introdurre il bio vallivo in alberghi di adeguato livello, luoghi di benessere ed agriturismi, fattorie didattiche e ristoranti attenti all’ambiente e frequentati da clienti culturalmente preparati ed ecosensibili.

ACS

ECOnomy: Consulenza. Naturalmente.

ECOnomy nasce come marchio di CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, per dedicarsi allo sviluppo di progetti in grado di contribuire alla salvaguardia dell’ecosistema, e la sua consulenza finalizzata va oltre i confini della realtà agrosilvopastorale per diventare compagna di viaggio specializzata per le imprese e le comunità che operano con attenzione al settore ambientale.economy-378x378ECOnomy intende aiutare le comunità coresidenziali, le aziende agricole e di trasformazione, chi si dedica all’ospitalità rurale e al benessere psicofisico e ad ogni altra iniziativa rivolta ad un futuro sostenibile con attenzione alle soluzioni energetiche rinnovabili e a basso impatto.
ECOnomy offre servizi di consulenza tecnica, progettuale e di stima, finanziaria, assicurativa e di garanzia individuando i sostegni finanziari più adeguati ai programmi di investimento attraverso l’ottenimento di finanziamenti e contributi privati, bancari e pubblici regionali, nazionali e comunitari. Fornisce inoltre assistenza per l’incremento del capitale ai fini dell’autosostentamento e dello sviluppo. Continua a leggere

Sondaggio?

Ad un certo punto del suo romanzo La fine del mondo storto Mauro Corona scrive che causa il progressivo depauperarsi delle risorse alimentari furono i vegetariani più rigorosi i primi a mangiarsi senza ritegno polli, conigli e altri animali.cc-2017-01-20-sondaggio-001Ecco, la sensazione che abbiamo provato leggendo il comunicato sui “week-end formativi per chi vuole cambiare vita o l’ha appena fatto”, ed il relativo approfondimento – se così può essere definito, visto che in concreto non esplica molto più di quanto il post riportato riferisce – è che di fronte all’attuale momento congiunturale si siano allentati i freni di quella cultura “alternativa” che da sempre si propone come rigorosa rispetto alle nefandezze del peggiore capitalismo. Ma non intendiamo, per ora, giudicare bensì solo esprimere le nostre perplessità.
Le certezze sono: si parlerà di permacultura (vedi immagine a corredo), transizione, decrescita e downshifting (che è come dire tutto e niente), il primo incontro si terrà (forse) a marzo, il costo sarà di 200 euro (non è chiaro se per le tre sessioni o per singolo week-end: di fronte ad una precisa domanda non abbiamo rilevato risposta), i docenti saranno “i maggiori esperti italiani delle materie in questione” (nomi degli esperti? materie?), i lavori si apriranno con un cerchio di condivisione (con tamburo sciamanico, whitesage e penna di falco o senza?).
Appena avremo delucidazioni torneremo sull’argomento. Nel frattempo ci preme evidenziare come un “sondaggio” preveda normalmente solo una serie di domande alle quali è possibile rispondere barrando una casella, nel più rigoroso anonimato.
A parte il validissimo Monkey, persino Fb mette gratuitamente a disposizione degli utenti un apposito form di semplicissima applicazione, senza bisogno di comunicare, oltretutto pubblicamente, un indirizzo email.
L’immagine a corredo è inoltre presa da un convegno della RIVE, che gli organizzatori nel loro post, rispondendo ad una domanda specifica, escludono espressamente abbia attinenza.
Non ci sembra quindi adeguato definire “sondaggio” quella che a tutti gli effetti ci sembra configurarsi come una proposta commerciale.
A parziale discarico degli organizzatori possiamo ritenere che non vi siano competenze di marketing (ma leggendo il loro sito parrebbe il contrario), e che non si sia posta particolare attenzione nell’estensione del comunicato.
Però, giusto per fare un paragone in termini di inutilità e sino a prova in contrario, le primarie del PD costano solo due euro. E non promettono l’acquisizione di competenze.

ACS

Rodano: il cohousing che per la Nomenklatura ecobiobau non esiste

cc-2017-01-19-rodano-001Progettazione partecipata, area fitness con sauna, lavanderia, deposito per il gruppo di acquisto solidale, foresteria per accogliere gli ospiti, area bricolage, zona musica insonorizzata, bike recovery e un grande salone polifunzionale con cucina e sala living, per ritrovarsi, conversare, pranzare o cenare insieme, far giocare i bambini.
Gli spazi condivisi al piano terra sono dotati di rete wireless e le parti verdi comuni consistono in un giardino esteso su ben di 2.000 m2, con area giochi per i bambini e varie oasi per le essenze.cc-2017-01-19-rodano-002La quota residenziale comprende 55 appartamenti di taglio diverso: bilocali, trilocali con doppi servizi, giardino privato e taverna, quadrilocali e pentalocali oltre ai box auto collocati in modo discreto, non invasivo e lontani dalle aree pedonali.cc-2017-01-19-rodano-004Possibilità di acquisto con mutuo 100%, mediante affitto con riscatto tradizionale di durata decennale o agevolata triennale denominata rent to buy, una formula conveniente che necessita di minori garanzie iniziali rispetto a quanto previsto da un mutuo e, per quanto riguarda la bancabilità, in 3 anni diventa una referenza per il futuro mutuo. Una soluzione privatistica che possiede una notevole ricaduta sociale: ideale per famiglie in cerca della prima casa senza possedere garanzie sufficienti per un mutuo.cc-2017-01-19-rodano-005TerraCielo è il nome di questa iniziativa, a tutti gli effetti un cohousing, la cui costruzione è iniziata nel 2010 e che sorge a qualche centinaio di metri dal centro di Rodano, a pochi passi dall’Idroscalo e dalla fermata del bus navetta per la stazione ferroviaria di Pioltello, dalla quale transitano le linee S5 e S6 del Passante.
Un’idea progettuale semplice, lontana da orpelli ideologici, con un adeguato equilibrio tra spazi aperti ed edificati, che richiama filologicamente la cascina lombarda e la sua corte rivisitata con portici, balconate, pilastri in mattoni faccia a vista, capriate in legno, elementi costruttivi che si integrano armonicamente con le coperture piane per i pannelli fotovoltaici. Le conformazioni planimetriche interne sono state pensate per favorire il dialogo tra interno ed esterno in equilibrio tra la vita in casa e quella all’aperto.cc-2017-01-19-rodano-003L’accurata progettazione – curata in collaborazione con il Politecnico di Milano dimostrando che è possibile coniugare piacevolezza dell’abitare con risparmio energetico, ecocompatibilità e notevoli economie di gestione – ha integrato gli edifici con impianti energetici di ultimissima generazione per ottenere il massimo livello in termini prestazionali e di eccellenza ambientale.
In fase progettuale venne effettuata una simulazione analizzando ogni componente con il software EnergyPlus che crea una realtà virtuale molto prossima a quella effettiva simulando il comportamento energetico, a cadenza oraria e in funzione dei carichi normalmente caratteristici della vita familiare, durante un intero anno.
L’iniziativa è stata promossa da Trivella SpA, impresa edile milanese con un secolo di storia alle spalle ed oggi specializzata nel restauro conservativo, nella riqualificazione energetica degli edifici e nella costruzione low energy adottando per quanto possibile tecniche e materiali ripresi dalla tradizione accostandoli a sistemi e prodotti innovativi.
L’impresa è piuttosto nota fra gli studenti di architettura e ingegneria perché apre volentieri i propri cantieri per collaborare alla stesura di tesi di laurea e di dottorato.cc-2017-01-19-rodano-006In conclusione, un cohousing a tutti gli effetti strutturali e normativi ma ignorato fra quelli censiti dal mondo dell’associazionismo e dei movimenti. La ragione è molto semplice: impresa costruttrice e professionisti incaricati hanno svolto il loro lavoro improntandolo ad una logica privatistica, e il rapporto con l’amministrazione locale – ben felice di introitare notevoli proventi edilizi e urbanistici – si è svolto in un contesto squisitamente tecnico, amministrativo e normativo.
Non si è mai ritenuto, infine, di partecipare a tavole rotonde, workshop o attività ideologicamente connotate o aderire a movimenti o raggruppamenti variamente marcati, ritenendo ciò inutile se non addirittura controproducente ai fini del successo dell’operazione, vale a dire la collocazione del bene sul mercato.

Alberto C. Steiner