Uno sguardo a economia collaborativa e microcredito

L’economia collaborativa non si limita a sviluppare modelli pragmatici di produzione, commercio, scambio e consumo improntati alla solidarietà, ma è portatrice di un’energia nuova alle relazioni umane, spostando il focus dall’egocentrismo al sociocentrismo.
Spesso, e questo a mio avviso è un bene, senza l’intervento di uno Stato che non c’è, e se c’è crea solo problemi di elefantismo, sovrastruttura, miopia, carrozzoni per interessi clientelari.cesec-condivivere-2014-10-20-io-odio-la-finanza-sostenibileUno dei principi fondativi della finanza etica è l’economia solidale attuata sostenendo il lavoro autogestito, finalizzato alla creazione di modelli di cooperazione e associazionismo di base alternativi al sistema economico tradizionale.
Proponendosi come nuovo modello economico, l’economia collaborativa – che possiamo anche evitare di chiamare sharing economy – è oggi uno dei temi del cambiamento epocale che sta portando enormi benefici in termini di valore del lavoro e del tempo libero, solidarietà e consapevolezza consentendo di rispondere alle sfide della crisi promuovendo modelli di consumo più consapevoli basati sull’accesso piuttosto che sulla proprietà.
L’economia della condivisione richiama antiche tradizioni, non solo in materia di mutualità e cooperativismo ma anche di comunità ristrette in villaggi che dovevano autosostentarsi il più possibile.
L’economia collaborativa ci aiuta a comprendere come un sistema ideale sia quello dove non serve possedere beni e servizi, ma avere la facoltà di utilizzarli quando necessario, pagandone il corrispettivo: una nuova versione di capitalismo, privo di connotati speculativi e che dal concetto di proprietà tradizionale indottoci dalle concentrazioni produttive, finanziarie e del marketing trasmigra ad un sistema su basi decisamente più paritarie e diffuse, favorendo l’accesso. In funzione delle loro peculiarità possiamo sinteticamente individuare alcune modalità:
Il consumo collaborativo, sostanziato da riutilizzo, baratto, impiego di risorse utilizzate in maniera inefficiente o della cosiddetta capacità inutilizzata. Sul web ne abbiamo esempi ormai noti: Blablacar, Airbnb, Ebay, Gnammo.
I finanziamenti collaborativi, noti anche come crowdfunding dall’inglese crowd, folla, che consentono di finanziare un progetto attraverso il concorso di numerose persone. La modalità equity rende possibile ad un gruppo di investitori di finanziare startup o piccole aziende in cambio di alcuni titoli che li fanno diventare proprietari di una parte del business. I titoli possono essere riacquistati dal finanziato ad una scadenza stabilita – generalmente dopo tre o cinque anni – per un controvalore che remuneri in modo equo e non speculativo il capitale investito.
La produzione collaborativa, o peer production, introduce invece nuovo modo di produrre beni e servizi che fa affidamento su una comunità di individui, cooperanti (spesso attraverso il volontariato) per il conseguimento di un obiettivo comune.cesec-condivivere-2014-11-21-identikit-cohouser-002-640x450E infine il microcredito: accompagna iniziative di economia sociale e finanza solidale venendo spesso confuso con la beneficenza. In realtà è un’attività finanziaria a supporto dell’impresa, individuale o sociale, prevalentemente nei comparti dell’agricoltura biologica, della trasformazione agroalimentare e più in generale nella tutela ambientale e territoriale, nei servizi per la cura persona, tecnici ed ausiliari, nella produzione artigianale, nel commercio equo e solidale, nell’educazione, nella formazione e nelle attività destinate alla socializzazione.
Non mancano esempi negli ambiti turistici, dell’arte e della cultura, nella tutela dei diritti dei soggetti deboli e della tecnologia. Come nel caso dell’immagine sottostante, ripresa il 23 maggio 2015 nella coinvolgente cornice dell’ex Arsenale austriaco di Verona quando si tenne Roboval 2015, la manifestazione dedicata alla robotica ed in generale all’innovazione organizzata dall’Associazione Verona FabLab ed incentrata su ragazzi decisamente creativi delle scuole superiori, che si incontrarono per mostrare e condividere invenzioni ed esperienze. Alcuni di loro hanno avuto accesso ad interventi di microcredito per sviluppare le proprie idee e farne un’attività imprenditoriale.

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Ed ora sfatiamo un mito. Come afferma Marco Gallicani nel suo Manuale del risparmiatore etico e solidale, edito da Terre di Mezzo nel novembre 2008: “Il microcredito non è un prodotto per poveri e tanto meno è uno strumento per l’eliminazione della povertà. Le caratteristiche elencate per chiarire cosa potesse intendersi come elemento d’innovazione nel brulicante mondo del microcredito italico non influenzano minimamente il necessario rapporto di clientela che si stabilisce tra affidante e affidato. Cionostante il logoro immaginario dell’alternativa ha ovviamente contagiato anche l’ultimo nato, ma questo ha solo giovato a chi lo ha voluto strumentalizzare.”
Molti credono erroneamente che il microcredito italiano nasca con Banca Etica, della quale conosciamo bene l’immagine eticochic con le sue seggioline pieghevoli, i suoi costi fra i più alti del mercato, le sue istruttorie da Sant’Uffizio. Tanto fumo, in passato anche di polvere da sparo con certi fondi etici dei quali avevamo scritto il 9 luglio 2015: Analisi del portafoglio di Banca Etica Sgr leggibile qui.cesec-condivivere-2014-10-20-squali-della-finanza-sostenibileIl microcredito nasce invece nel 1978 a Verona dal Movimento per l’Economia di Solidarietà capeggiato dall’avvocato Giambattista Rossi.
Chi si occupa di microcredito non si limita ad istruire una pratica, ma presta la propria opera anche nell’ambito dell’ascolto e dell’accompagnamento del soggetto sino alla restituzione del prestito ottenuto. Gli importi vengono generalmente erogati mediante una convenzione con il circuito delle BCC, le Banche di Credito Cooperativo.
Il microcredito è prevalentemente finalizzato all’avvio di un’attività imprenditoriale anche in assenza o inadeguatezza di storia creditizia ovvero in possesso di garanzie patrimoniali considerate inidonee dal credito tradizionale a causa della necessità di piccoli importi (non remunerativi per i parametri di reddito bancario) o addirittura di non bancabilità dei soggetti per assenza di garanzie, eventi pregressi o precaria situazione lavorativa.
Svolge anche un importante ruolo nel contrasto dell’usura e crea occupazione e inclusione sociale favorendo altresì l’educazione finanziaria.
Essendo paragonabile a un prestito d’onore il contenzioso è molto limitato e mai per ragioni che esulino da difficoltà oggettive, anche se in passato – quando la materia non era ancora adeguatamente regolamentata e l’esperienza ancora scarsa – accaddero episodi di particolare gravità.
L’attività microcreditizia ricorre anche allo strumento del peer-to peer, vale a dire prestiti tra privati strutturati attraverso l’aggregazione di un certo numero di piccoli prestiti, spesso ad un tasso di interesse trascurabile.
Numerosi studi dimostrano come il microcredito riduca la povertà creando opportunità di generare reddito, una maggiore occupazione e redditi più alti.
Alcune forme di finanziamento ad attività imprenditoriali sono possibili grazie al programma European Progress Microfinance Facility costituito dall’Unione Europea e, recentemente, la Provincia Autonoma di Bolzano ha istituito un proprio fondo di garanzia in collaborazione con la locale Camera di Commercio e con il Ministero per lo Sviluppo Economico: tramite l’iniziativa, che si rivolge ad aziende con meno di cinque anni di vita e in difficoltà nell’accesso al credito bancario, si possono ottenere crediti sino a 25mila Euro.
Istruire pratiche di microcredito non è difficile, bisogna solo prestare molta attenzione a fattori non finanziari, impossibili da classare nei software dedicati ai parametri finanziari. Detto in altri termini bisogna essere buoni conoscitori delle persone e delle aree di disagio, un po’ confessori, un po’ psicologi e… un po’ sbirri perché fare microcredito è oggi di moda e chiunque – da una parte e dall’altra – potrebbe approfittarne.
Dal punto di vista del soggetto beneficiario il microcredito è infine generalmente vantaggioso: gli oneri finanziari applicati sono agevolati perché manca nell’erogatore la componente del guadagno speculativo.

Alberto C. Steiner

Paesaggi lunari tra Matilde di Canossa e la Pietra di Bismantova

Chi intende sfruttare o, come recita il linguaggio giuridico coltivare, una cava deve fra altri obblighi provvedere alla rimessa in pristino, ovvero al risanamento ambientale al termine dell’attività estrattiva. A garanzia di tale obbligo le amministrazioni comunali delle località interessate richiedono una fideiussione di importo pari agli oneri di ripristino. Non è però infrequente che la garanzia venga escussa per inadempienza dell’azienda concessionaria, e non è meno infrequente che la stessa azienda, una volta conclusa l’attività chiuda i battenti lasciando il sito non bonificato.
Uno dei trucchi spesso utilizzati consiste nel trasferire la concessione ad una nuova azienda i cui principali esponenti non hanno, come suol dirsi, nulla da perdere e nemmeno gli occhi per piangere: questa subentra nella facoltà e nei relativi obblighi per poi cessare l’attività, all’occorrenza mediante fallimento, entro pochi mesi dal subentro. La fideiussione risulta generalmente coperta ma se il suo ammontare può essere sufficiente a sostenere gli oneri di rispristino, non lo è per risarcire il danno ambientale.
Certi terreni argillosi presenti nelle province di Reggio Emilia e Modena hanno consentito a partire dai primi anni del secondo dopoguerra l’espansione della locale industria ceramica, che ha avuto un picco a partire dagli anni ’60 del secolo scorso: piastrelle per pavimentazioni e rivestimenti, manufatti decorativi, stoviglie, materiali per impianti elettrici e motoristici hanno visto una produzione a ritmi vertiginosi sino a pochi anni fa.
Oggi la produzione langue, molte aziende hanno cessato o ridotto sensibilmente l’attività e le cave dalle quali veniva estratto il materiale sono state chiuse e spesso abbandonate lasciando insanabili ferite sul territorio e, specialmente nel caso di terreni argillosi, creando le premesse per smottamenti ed altre gravi compromissioni ambientali.rap-2016-09-13-carpineti-008Carpineti, in provincia di Reggio Emilia, è una delle località deturpate: dagli anni ’90 l’estrazione inizia a calare in concomitanza con l’importazione di risorse esterne al bacino reggiano; il calo di richiesta non è dovuto ad una maturata sensibilità ambientale, bensì alla tipologia di prodotto, per il quale l’argilla locale non possiede più idonee caratteristiche.
Alla fine degli anni ’80 nella provincia si contano ancora 78 cave, una minima parte delle quali, nelle zone pianeggianti, forniscono ghiaia e, in quelle montane, materiali lapidei per edilizia. Ma dalla maggior parte, nelle adiacenze del Po, si ricava sabbia e dalle altre argilla: queste ultime sono concentrate fra Baiso, Castellarano e Carpineti, dov’è nata l’industria ceramica locale.
Ancora due anni fa le cave erano otto, tre a Castellarano e cinque a Carpineti e un tempo la tipologia classica era costituita da numerosi impianti di piccole dimensioni, ma oggi assistiamo ad una concentrazione: pochi impianti di notevoli dimensioni. La quantità di estratto ha subito un ridimensionamento: nel 2011 sono stati stimati 75mila metri cubi dalle tre cave di Castellarano (nel 2000 furono 92mila) e nel 2012 110mila dalle cinque di Carpineti (nel 2000 300mila).
Un Censimento delle aree degradate da attività estrattive redatto dalla Regione nell’anno 2000 presenta tuttora la sua validità.
L’argilla è la materia che provoca i maggiori danni ambientali, e la più difficile da recuperare perché tende a trasformarsi in calanco, essendo arida rende difficile la formazione del manto vegetativo in caso di mancato ripristino, portando il suolo al dissesto e ad una potenzialità franosa.
Va detto: una ex-cava non tornerà mai più come prima, perché l’attività estrattiva ha mutato la morfologia. Al massimo si può predisporre, all’atto della concessione come richiede la Legge Regionale 17 del 1991, un buon piano di risistemazione.
L’autorizzazione all’attività estrattiva non può durare oltre un quinquennio, ma può essere rinnovata, e il piano di ripristino deve essere contestuale allo scavo in modo che trascorsi i cinque anni si sia ultimata anche la sistemazione.
Ma la legge venne varata pensando principalmente alle cave di ghiaia e sabbia che, anche se abbandonate, vengono ripristinate entro breve tempo dall’acqua e dalla natura. Per quelle di argilla è tutto molto più complesso: essendo cave montane si scava sempre la stessa area, e chi estrae non può materialmente sistemare contestualmente allo svolgimento dell’attività estrattiva, che ne verrerbbe impedita.
E proprio sull’argilla, poiché gli effetti degli interventi si vedono non prima che siano trascorsi tre anni, è stabilito che successivamente agli interventi le aziende effettuino manutenzione sino alla ricomparsa ed al consolidamento del manto vegetativo.
A Carpineti, dopo numerose proteste, interventi di comitati cittadini, associazioni ambientaliste e magistratura qualcosa si è fortunatamente mosso nella cittadina di 4mila abitanti ai piedi del Monte Antognano che, nonostante lo sfregio ambientale, conserva un suo fascino fatto di importanti vicende e testimonianze storiche.rap-2016-09-13-carpineti-001Posta a 562 metri di altitudine lungo la S.S. 63 del Cerreto, sulla dorsale dei monti Valestra e Fosola e ricompresa fra parte del bacino del fiume Secchia e dei torrenti Tresinaro e Tassobbio, la sua vegetazione è rappresentata prevalentemente da querceti, con tutto ciò che significa in termini di funghi porcini. Sul territorio comunale, che presenta numerosi esempi di borghi arroccati, chiese e case torri di origine altomedievale, si sono succeduti Liguri, Romani, Bizantini e Longobardi.rap-2016-09-13-carpineti-003Ma la località è indissolubilmente legata alla famosa vicenda della contessa Matilde di Canossa: nel castello romanico tuttora esistente ebbe luogo nell’anno 1092 il “Convegno di Carpineti” durante il quale ecclesiastici ed alleati della contessa discussero le proposte di pace di Enrico IV, che subì successivamente la nota umiliazione nella non lontana Canossa.rap-2016-09-13-carpineti-004E nel confinante comune di Castelnovo ne’ Monti svetta la Pietra di Bismantova, il monte che si eleva per 1.041 metri stagliandosi isolato tra le montagne appenniniche e che numerosi studiosi identificano come montagna sacra mediandone la denominazione dall’etrusco man, pietra scolpita, e tae, altare per sacrifici, mentre altri propendono per una matrice celtica data da vis, vischio, men, luna, e tua, raccolta notturna di vischio espressione di un antico culto lunare: Vismentua sarebbe perciò inizialmente divenuta Bismentua e poi Bismantua. Dante la menziona nel Canto IV del Purgatorio: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli / montasi su in Bismantova e ‘n Cacume / con esso i piè; ma qui convien ch’om voli.”rap-2016-09-13-carpineti-005Tornando all’argomento del ripristino ambientale, scrivo di questa località poiché il 6 dicembre prossimo, presso il Tribunale di Reggio Emilia, si procederà alla vendita – sempre che vi siano acquirenti – proprio di una ex-cava: quella denominata Pianella: 188.023 m2 offerti ad una base minima d’asta di 30.938,00 Euro.
I lavori di ripristino sono stati completati solo in parte e l’aggiudicatario dovrà provvedere all’esborso di 66.400,85 Euro per l’ultimazione ed attendere non meno di un triennio prima di poter ritenere il sito coltivabile.rap-2016-09-13-carpineti-002Queste le mie considerazioni tecniche:
La stima del sito è è stata effettuata considerando, come parametri fondamentali le dimensioni e il posizionamento dei terreni, urbanisticamente situati a circa 6 km dall’abitato: formalmente agricoli hanno sufficienti dimensioni e un agevole accesso, ma appaiono di difficile lavorabilità e di scarsa resa.
Tenuto conto che le opere di ripristino sono state eseguite solo parzialmente e considerata l’attuale situazione del mercato immobiliare locale per beni equivalenti e dopo aver analizzato attentamente le compravendite avvenute nell’arco dell’ultimo triennio – numericamente scarse ed economicamente non remunerative – ed averle raffrontate alle quotazioni dell’osservatorio dei valori agricoli medi della Provincia di Reggio Emilia, ho concluso che il più probabile valore sul libero mercato del bene in analisi, stabilito per comparazione, non possa superare 94.000,00 Euro per terreni vincolati da convenzione estrattiva e 21.500,00 per terreni svincolati.
Ritengo inoltre equo ridurre del 35% i valori sopra indicati perché – fermo restando che lo scenario del mercato immobiliare è oggi molto critico e le vendite sono in completa stasi – il bene, in stato di completo abbandono, non è accompagnato dalla garanzia sull’assenza di vizi occulti, non può essere disponibile immediatamente dopo l’acquisto in quanto gravato da tempi e modalità dettate dalla procedura esecutiva e, dopo aver adottato ed eseguito il piano di consolidamento e coltivazione, sarà necessario attendere almeno un triennio per effettuare il primo raccolto.
Le opere necessarie per riconvertire l’odierno incolto improduttivo consistono indifferibilmente nella livellatura delle aree portando le pendenze a livelli accettabili, nel riassetto idrogeologico, nella concimazione e semina dei terreni pianeggianti e semipianeggianti, nell’impianto arbustivo sui fronti di cava non coltivabili che presentano pendenze superiori a 30°.
Alcune opere di ripristino sono state eseguite a regola d’arte ed in modo uniforme, anche contestualmente all’attività estrattiva, su tutta la superficie del sito, mettendo in sicurezza i fronti di cava ad alta pendenza con gradoni a più livelli oltre che ripianando, drenandole, le superfici pianeggianti mediante la realizzazione di argini di regimentazione e canali di scolo per il graduale deflusso delle acque e, inoltre, spargendo concimi naturali e seminando specie erbose per conseguire un ripristino tendente a rimuovere le criticità ambientali: per l’effettuazione di detti interventi l’esborso accertato è stato di € 124.760,25 come si evince anche dal capitolato di progetto e dalla documentazione agli atti dell’Ufficio tecnico del Comune di Carpineti.rap-2016-09-13-carpineti-007Al fine di effettuare una valutazione oggettiva del complesso che tenesse conto anche del valore delle aree coltivate dalla cava e successivamente ripristinate ho suddiviso e classificato le aree in base alla loro evidenza morfologica, riportando le rispettive superfici, che gli interventi di ripristino hanno variato solo in minima parte.
Considerando che le variazioni non si riflettono sulla determinazione del controvalore monetario ho classato tre fasce:
Superficie pianeggiante e sub-pianeggiante: aree poste in corrispondenza dell’accesso alla cava e comprendenti le aie di essicazione ricavate a quote altimetriche diverse per una superficie catastale complessiva di m2 58.108,00.
Superficie in pendenza di circa 30° lavorabili esclusivamente con macchine operatrici: aree di connessione tra le aie di essicazione e contornanti le stesse, già oggetto di precedenti estrazioni e dove oggi può essere rilevato un recupero spontaneo del manto vegetativo, peraltro di modesta entità per una superficie catastale complessiva di m2 21.786,00.
Superficie con pendenze maggiori di 30° gradi: sostanzialmente il fronte di cava orientato a Ovest, unitamente all’adiacente fronte in direzione Nord-Ovest confinante con le zone boscate per una superficie catastale complessiva di m2 79.021,00.
La tabella sottostante riporta sinteticamente le considerazioni economiche pertinenti al ripristino.rap-2016-09-13-carpineti-006La superficie risultante è pari a 158.915,00 m2 ai quali vanno aggiunte aree in fregio e sparse per complessivi m2 29.108,00 portando la superficie complessiva oggetto di esecuzione a m2 188.023,00 – corrispondenti a 64,35 Biolche Reggiane – sulla quale non insistono più i fabbricati rurali tuttora classati in mappe catastali e visure, essendo stati gli stessi completamente distrutti da una frana.
Considerando infine che la prima iscrizione nel RGE, Registro Generale delle Esecuzioni, risale all’anno 2010, che a fronte del notevole impegno economico necessario per il completamento della bonifica sarà necessario almeno un triennio per verificare l’effettiva produttività del capitale impiegato, che il substrato argilloso – anche in presenza di bonifica – non consente l’impianto di colture di particolare pregio se parametrate alle condizioni geomorfologiche e climatiche locali, ritengo che anche in questa occasione la sessione d’asta non vedrà la partecipazione di offerenti.
La mia opinione è pertanto che il controvalore di negoziazione sia sensibilmente ridotto in sede di trattativa a saldo e stralcio con offerenti concretamente motivati, in grado di attendere un triennio e sostenuti dalla possibilità di recuperare le volumetrie abbattute dalla frana.
Solo in questo caso il sito potrà tornare a nuova vita attraverso il suo riuso come residenza agricola, presidio pastorale, fattoria didattica ed unità di trasformazione agroalimentare in possibile quota con un’attività ricettiva di pregio in grado di offrire un plus di servizi di livello alla clientela, eventualmente destinati alla sfera del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner

Confermiamo: i bambini? Mandiamoli a zappare!

Intitolandolo Agriasilo: i bambini? Mandiamoli a zappare! il 13 ottobre 2014 pubblicammo sul vecchio blog un articolo, leggibile qui. Nonostante il titolo provocatorio, assolutamente non apologetico del costume di quella miserrima Italia dei bei tempi andati – gli anni immediatamente successivi all’imbroglio chiamato Unità, per intenderci – che imponeva che i minori, spesso anche di soli 6 o 7 anni, venissero utilizzati senza ritegno nei campi e nelle miniere, nei cantieri edili e nelle filature o nelle fabbriche finché quelli di sesso maschile sopravvissuti a incidenti, malaria, colera, scrofola, pellagra ed altre malattie crescessero il necessario per essere mandati a morire ammazzati nelle trincee della I Guerra Mondiale.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-002Ci riferivamo invece agli odierni bambini inurbati: esclusa qualche sortita in parchi, boschi o fattorie didattiche, vivono rinchiusi dal mattino al pomeriggio in cubi di cemento dotati di patetici giardini di plastica credendo che i polli nascano tutto petto o tutta coscia e che i mirtilli spuntino in un guscio di plastica nera cellofanata in una serra che si chiama supermercato, insieme con gli alberi degli ombrelli.
Esprimevamo, a questo punto è palese, il nostro parere a favore dell’agriasilo e della scuola nel bosco: “Un’ipotesi progettuale da non trascurare, suscettibile di dare verde, serenità, socialità e conoscenza ai più piccoli e creare opportunità di lavoro. Senza dimenticare che in un contesto di cohousing, sia esso urbano oppure di campagna o montano, un agrinido ci sta benissimo.”cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-003Apprendiamo con piacere che a Milano sta nascendo un asilo nel bosco presso la Cascina S. Ambrogio, complesso risalente al XII Secolo in via Cavriana, a ridosso del Parco Forlanini.
La stessa cascina merita un breve accenno: è la storia di una decina di matti che alcuni anni fa decisero di ridare vita a questo imponente complesso fatiscente e praticamente in stato di abbandono. Oggi i matti sono oltre 1.500, hanno sottoscritto un contratto di locazione agricola trentennale con il Comune, proprietario del bene, e pian pano stanno creando un polo di aggregazione sociale, culturale e agricolo attraverso l’avvio di numerose iniziative.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-001Tra queste il neonato Asilo nel Bosco al quale auguriamo… anzi, al quale scaramanticamente non auguriamo proprio un bel niente limitandoci a un sentito: in bocca al lupo!
Per chi avesse interesse a seguire l’iniziativa riportiamo qui il link alla loro pagina Facebook.

Alberto C. Steiner

Mappare l’abbandono

Per una volta non parliamo di realtà agrosilvopastorali ma di un sito archeoindustriale che per questa circostanza assumiamo come emblema dell’abbandono: Cà di Landino.
Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, è un villaggio operaio realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino.cv-2016-09-09-ca-di-landino-004Fino al 22 aprile 1934 i collegamenti ferroviari lungo la dorsale appenninica erano affidati alla Porrettana, la linea progettata dall’ingegnere francese Jean Louis Protche ed inaugurata nel 1864. Originando da Bologna percorreva inizialmente la valle del Reno per poi inerpicarsi verso Marzabotto, Porretta Terme, Pracchia (il culmine, a 617 metri di altitudine) e, discendendo da qui verso Pistoia e Prato, raggiungeva Firenze: 99 km difficili che mettevano a dura prova uomini e mezzi e, con l’incremento delle necessità di trasporto, insufficienti a garantire un volume di traffico accettabile. La ferrovia esiste tuttora – notevole esempio di ingegneria – spesso minacciata di soppressione e da tempo relegata ad un traffico locale.cv-2016-09-09-ca-di-landino-008Nel 1919 iniziarono i lavori per realizzare una ferrovia dal tracciato meno tormentato che in tempi accettabili collegasse Bologna con Firenze: la cosiddetta Direttissima, inaugurata il 22 aprile 1934 alla presenza di Re Vittorio Emanuele III ed in assenza di Benito Mussolini, sembra perché indispettito dal fatto che l’inaugurazione non fosse stata stabilita per il giorno 21, celebrato dal regime come “Natale di Roma”.cv-2016-09-09-ca-di-landino-001Il manufatto costituì l’ultimo dei grandi trafori ferroviari realizzati realizzati a partire dalla metà dell’Ottocento.cv-2016-09-09-ca-di-landino-003Il punto nodale della ferrovia è la Grande Galleria dell’Appennino, lunga 18.510 metri ed all’interno della quale vi è tuttora – anche se da decenni disabilitata al traffico – una vera e propria stazione, denominata Precedenze.cv-2016-09-09-ca-di-landino-002Chi fosse interessato ad un approfondimento, seguendo questo link potrà visionare il filmato 22 aprile 1934 – 22 aprile 2014 Cà di Landino, 80 anni della Galleria dell’Appennino, pubblicato il 29 aprile 2014 da Edizioni Artestampa, che documentando le difficili condizioni di vita e di lavoro delle maestranze ricorda i numerosi caduti sul lavoro.
Nella località Cà di Landino, frazione di Castiglione dei Pepoli, vennero costruiti due pozzi inclinati per consentire l’accesso degli operai impegnati negli scavi, nel caso che ci interessa raggiungibili tramite una scala di 1.863 gradini in pendenza del 50%.cv-2016-09-09-ca-di-landino-006Questo campo base, realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura, era popolato da centinaia di operai e, una volta terminati i lavori, fu utilizzato per ospitarvi alcune colonie estive. Nel 1956 accolse un migliaio di profughi provenienti dall’Ungheria invasa dalle truppe sovietiche ma, nel censimento del 2000, a Cà di Landino risultavano residenti solo una ventina di abitanti e la località appariva già come un villaggio fantasma. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine.
Cà di Landino sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, circondata da boschi di faggi e castagni.cv-2016-09-09-ca-di-landino-005Il vecchio villaggio operaio, sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio.cv-2016-09-09-ca-di-landino-007Da qualche tempo si parla di recuperare l’antica scalinata di 1.863 gradini, sostituita da un ascensore (quindi a rigor di logica la scalinata non verrebbe recuperata) per accedere alla dismessa stazione sotterranea di Precedenze per salvaguardare la memoria dello spirito operaio e come monumento al lavoro. Si, e una volta arrivate alla stazione le persone che fanno, guardano passare i treni come nel romanzo di Simenon? Dalla tastiera, pensando all’insipienza di certi pubblici amministratori ed a come potrebbe essere più utilmente impiegato il fiume di denaro necessario, stava scappando un vaffa
Fortunatamente i fondi non ci sono, ma intanto il villaggio di Cà di Landino muore nell’indifferenza.
Questo articolo costituisce una premessa.
Desideriamo procedere ad una mappatura dell’abbandono in aree collinari e montane, parametrata alle nostre possibilità e che potrebbe costituire una premessa al recupero di immobili di proprietà privata: rustici e cascine, malghe e stalle, oggi improduttivi e che significano solo un onere in termini fiscali e qualora i comuni dovessero imporre la messa in sicurezza.
Pubblicheremo a breve un questionario, ringraziando sin d’ora chi vorrà risponderci. In cambio della collaborazione offriremo una sintetica valutazione reale dei beni segnalati e, ove ne ricorreranno i presupposti, una breve relazione dove formuleremo ipotesi per un recupero residenziale o per attività agrosilvopastorali senza trascurare aspetti legati alla solidarietà sociale.
Chi, stimolato dalla nostra ipotesi di fattibilità, vorrà ridare vita all’immobile, potrà trovare oltre alle necessarie competenze tecniche anche il necessario supporto finanziario.

Alberto C. Steiner

Verona Green Festival: morbidezza e silenzio

Si è conclusa ieri la terza edizione della tre giorni veronese dedicata all’ecosostenibilità tenutasi nella cornice del Forte Gisella, austera ma affascinante piazzaforte austriaca a pianta pentagonale.
Ci siamo stati e ne riportiamo brevi impressioni, non tanto sui partecipanti e sulle iniziative quanto su aspetti, per così dire, emozionali. Anzitutto semplicità: nessuna concessione ad orpelli scenografici, il prato bruciato dal sole estivo, materiale pubblicitario essenziale, i bidoni della spazzatura all’esterno del punto di ristoro, visibili e comodi, e non importa se accanto all’ingresso della sala conferenze.CV 2016.09.05 Verona Green 001Nessuno che se la tirava concionando di un’improbabile illuminazione avuta sulla via di … Dossobuono. Workshop e conferenze tenuti da persone che quotidianamente si occupano nella pratica reale dell’argomento trattato, esposto pacatamente, senza toni accademici e con la massima apertura alle domande.
I bambini, impegnati in giochi nell’area loro dedicata o semplicemente in giro con i genitori, carinissimi e … da mangiare, specialmente i più piccoli. No tranquilli, molti visitatori erano vegani e i bambini non correvano pericoli.CV 2016.09.05 Verona Green 002Accennando brevemente ai partecipanti che maggiormente ci hanno stimolati segnaliamo anzitutto una Onlus che gestisce una scuola nel bosco per bambini in età prescolare, una società che si occupa di condivisione di energia elettrica, un’organizzazione che promuove accoglienza e microcredito e, infine, progettisti e costruttori di edifici in paglia e antisismici.
Ciò che nel complesso maggiormente ci è risuonato, nella giornata trascorsa, lo è stato all’insegna della morbidezza e del silenzio, oltre che della concretezza e del sorriso.
Per la prossima edizione pensiamo di organizzare visite guidate di ecosotutto milanesi: crediamo che abbiano solo da imparare. Magari anche che Radetzky era un Feldmaresciallo austriaco, non un bar alla moda per radicalchic orfani della libreria Utopia.

Alberto C. Steiner

Riabitare Antiche Pietre: un podere a Castel Focognano

In posizione collinare a 310 metri di altitudine in provincia di Arezzo, nel Casentino (coordinate 43°39′12.1″N 11°47′16.8″E) Castel Focognano è un comune italiano esteso su 56,63 km² che conta poco più di 3mila abitanti ripartiti in cinque frazioni: Castel Focognano (da cui il toponimo), Carda, Pieve a Socana (il centro più antico con testimonianze della civiltà etrusca), Salutio e Rassina, eletta a capoluogo.RAP 2016.08.30 Castel Focognano 002A Opini, uno dei nuclei più antichi e sottoposto a tutela paesistica sono in vendita giudiziaria fabbricati 1.200 m2 (35 dei quali occupati da un’antica chiesetta) e terreni per complessivi ha 53,053, 16,654 dei quali coltivi e la rimanenza boschivi, il tutto ripartito in cinque lotti.
La richiesta a base d’asta, che si terrà il 9 novembre prossimo, è di 229000 €. Il creditore procedente è Unicredit e poiché la procedura è in essere dall’anno 2010 abbiamo ragione di ritenere che, in una trattativa a saldo e stralcio, sia possibile spuntare un ribasso anche del 50 per cento … continua a leggere.

Alberto C. Steiner

Si scrive cohousing, si pronuncia CondiVivere

CondiVivere: il riferimento è alla nostra nuova pagina Facebook sulla quale, nella presentazione, abbiamo scritto “un po’ vetrina e un po’ salotto” perché, a due anni dall’apertura dell’originaria pagina Cesec-CondiVivere, abbiamo deciso di… alleggerire il titolo enfatizzando l’aspetto che ci preme maggiormente: la condivisione di sogni, progetti, iniziative. Ed ecco quindi il senso di quel CondiVivere senza anteposizione di Cesec, l’acronimo che sta per Centro Studi Ecosostenibili.viandante Umberto VerdirosiProseguiamo nel nostro ambizioso obiettivo di non sottrarre nessun metro quadro a Madre Terra con nuove costruzioni. Ne sono stati erosi troppi a partire dagli anni immediatamente successivi all’ultimo dopoguerra, e il risultato è quello che possiamo nostro malgrado osservare in ogni angolo della Penisola: brutture, ecomostri, fantasmi di edifici mai completati o abbandonati come scarpe sfondate che deturpano per ogni dove il paesaggio contribuendo a devastare il territorio insieme con lussuose schifezze per ricchi tamarri, contrabbandate come ecoesempi in ragione di quattro povere piante che grazie alla dilagante sottocultura le sono valse l’appellativo di giardini verticali.
Per contro in campagna, collina e montagna resistono incantevoli luoghi abbandonati durante la corsa all’ultimo inurbamento avvenuta a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Del resto, quando l’alternativa per italiani che uscivano miserrimi dalla guerra erano ancora stenti e fame, l’ipotesi di un trasferimento a Milano, Torino e nei loro suburbi – oltre che nelle altre città del Nord e del Sud toccate dal miracolo della massiccia industrializzazione – appariva come un sogno, una benedizione divina.
Nel nostro Paese contiamo migliaia di borghi spopolati, in particolare nelle aree alpine e lungo la dorsale appenninica, che potrebbero tornare a nuova vita in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente, magari trasformati in Coresidenze.
Siamo presuntuosi, ce ne rendiamo conto: ci piace definirci creatori di Vita ecosostenible ed autosufficiente trasformando il lavoro da mero accidente di produzione alienata e alienante ad erogazione di tempo, cura, relazione. In una parola: CondiVisione.
Utopia? Apparentemente si, anche se un’esperienza professionale ormai ventennale ci ha convinti del contrario.
Corisiedere significa abitare condividendo spazi e servizi tra persone che hanno scelto di essere una comunità di vicinato, privilegiando gli aspetti sociale e ambientale per dare vita ad un villaggio inteso come comunità forte e coesa. E non importa se in campagna, in montagna, in un bosco o addirittura in città: ciò che conta è lo spirito che la anima.
La motivazione che porta alla Coresidenza è l’aspirazione a recuperare dimensioni perdute di socialità, aiuto reciproco e buon vicinato, riducendo contemporaneamente la complessità della vita, dello stress e dei costi di gestione delle attività quotidiane.
In ambito non urbano Coresidenza può significare fattoria didattica, azienda di trasformazione agroalimentare, attività ricettiva di turismo rurale, albergo diffuso, laboratorio artigianale: le opportunità di autosostentamento sono innumerevoli.
Lavoriamo per passione: nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, a malapena si parlava di ecosostenibilità e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
Possediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti, specialmente in campagna, in montagna e nelle aree boscate: ricerca dei siti idonei, verifica delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
Le nostre proposte, assolutamente pragmatiche nelle loro componenti tecniche, finanziarie e normative, si fondano primariamente sul rispetto delle persone.
Collocati in una particolare nicchia di mercato, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Per noi, come per molti, l’anno inizia dopo la pausa estiva con tutto il corredo di intenti e propositi. Relativamente a quella che ci piace definire linea editoriale andremo a privilegiare non solo l’informazione su progetti in corso, tecniche edilizie e materiali ecocompatibili, risorse energetiche rinnovabili ed a basso impatto, ma anche aspetti legati alla salvaguardia del territorio, all’agricoltura e all’allevamento sostenibili, particolarmente in aree montane e con attenzione a specie rare suscettibili di scomparire.
Aborriamo fanatismi e luoghi comuni: ne parleremo perciò come nostro costume all’insegna di un’ecosostenibilità non drastica o di maniera ma parametrata alla realtà di un vivere sereno, confortevole e piacevolmente rallentato.
Di una cosa non parleremo: non parleremo di sviluppo sostenibile. Perché il termine stesso è una presa in giro e perché per noi il re rimane nudo con le proprie vanagloriose miserie.1015x276Una menzione speciale, infine, al nostro blog La Fucina dell’Anima: apparentemente scollegato dai temi dell’ecosostenibilità poiché impegnato sul fronte della crescita personale e dell’esoterismo, fa parte invece a pieno titolo del nostro lavoro poiché affronta gli aspetti etnografici ed antropologici del nostro territorio costituendo una chiave di lettura in grado di farne comprendere le antiche tradizioni e contribuendo a salvaguardarne la memoria. Auguriamo a chi scorrerà queste pagine di trovarvi, se lo desidera, la sua nuova casa, dei compagni di viaggio e, in ogni caso, momenti di gradevole lettura e serena riflessione.

Alberto C. Steiner