Terra cruda, paglia, vetro e acciaio

L’attenzione all’ecosostenibilità può abbinarsi vantaggiosamente al senso del bello, alle soluzioni innovative e al reddito d’impresa.CV 2017.04.26 Terra cruda 001Il CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, è in ordine di tempo l’ultima creatura nata da un’evoluzione professionale più che ventennale. Pur attuando interventi edilizi in contesti diversi fra loro abbiamo sempre privilegiato, dove possibile, soluzioni tecniche in sintonia con la bioedilizia e il risparmio energetico. Nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, di ecosostenibilità si sussurrava sottovoce esclusivamente tra pochi addetti ai lavori, nel contesto di riferimento ritenuti quanto meno degli stravaganti, e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
In tutti questi anni non abbiamo “costruito” nulla, fedeli alla nostra ambiziosa missione: recuperare l’esistente senza sottrarre ulteriore terra alla Natura con nuove edificazioni. Abbiamo ridato vita ad alberghi, conventi, edifici urbani e rurali dismessi, con il massimo rispetto possibile per l’ecosostenibilità ma attenti al bello, al nuovo, all’efficienza, all’ergonomia e, quando trattasi di complessi funzionali allo svolgimento di attività d’impresa, alla redditività.
Oggi siamo ad una svolta, di fronte ad una sfida che comporta ulteriore impegno e che accogliamo con piacere. Il nostro Paese conta innumerevoli realtà dismesse che possono tornare a rivivere in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente attraverso il recupero strutturale e funzionale, dai borghi abbandonati alle aziende agricole, dai terreni agli edifici rurali dove reimpiantare attività agrosilvopastorali, di trasformazione agroalimentare, artigianali, didattiche, ricettive dall’agriturismo all’albergo diffuso, residenziali attuate anche secondo la formula del cohousing con finalità sociali.
Non improbabili Avalon o attedrali nel deserto avulse dal contesto cronosociale ma recuperi edilizi rispettosi delle matrici identitarie territoriali e che privilegiano energie a bassa intensità e rinnovabili: fotovoltaica e idraulica, recupero delle acque piovane e riutilizzo di quelle reflue, minimizzazione degli sprechi anche attraverso il riutilizzo dei rifiuti, a loro volta suscettibili di dienire elemento privilegiato per la produzione di energia.
La nostra attenzione alle istanze sociali si sostanzia inserendo dove possibile, nelle strutture oggetto di recupero, quote residenziali e lavorative destinate a soggetti deboli o portatori di disagio, non come attività caritativa bensì quali realtà capci di autosostenersi finanziariamente.
In questo senso riteniamo fondamentale la collaborazione con imprese, associazioni, istituzioni nel convincimento che ecosostenibilità, finalità sociali ed iniziativa privata possano accompagnarsi vicendevolmente e che siano anzi maggiormente efficaci senza etichette o sponsor politici. Per tale ragione i progetti vengono sviluppati privilegiando il ricorso a risorse finanziarie private: istituti di credito, business angels e investitori.
Possiediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti: ricerca delle aree idonee, ottenimento delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
La nostra collocazione in una particolare nicchia di mercato, quella delle rivenienze da contenzioso, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Questo sito web e la pagina Facebook, aperta per condividere idee nell’intento di stimolare adesioni, vogliono essere un po’ vetrina e un po’ salotto.

ACS

Fantascienza bancaria veneta, con monito finale

Correva l’anno 2013 quando suggerii ad un’amica trevigiana di smobilizzare gli investimenti e chiudere il conto presso una certa banca veneta: a lei diedero della matta, a me del catastrofista. Oggi quella banca non esiste praticamente più.CV 2017.03.27 Fantascienza bancaria 001Correva l’anno 2011 quando un banchiere della provincia veneta rilasciava al Sole 24 Ore un’intervista dal titolo “Popolare di Vicenza sarà polo nazionale” dichiarando, fra l’altro: «Il nostro slogan è ‘sicurezza nella continuità’. Non è marketing, è la sintesi di 30 anni di attività. Le cito un dato: chi ha investito nel 1980 in azioni PopVicenza in trent’anni ha ottenuto un rendimento medio annuo dell’8,7% tra rivalutazione del capitale e dividendi incassati.»
Sei anni dopo quella dichiarazione la banca ha registrato perdite di oltre 750 milioni nel 2014 e di un miliardo solo nei primi 6 mesi del 2015; ha dovuto svalutare montagne di prestiti ai clienti e di investimenti pagati troppo, varare di corsa un aumento di capitale seguito da un secondo per ricostituire i ratio minimi di capitale previsti dalla Vigilanza, il titolo il cui prezzo è stato fissato per anni a € 62,5 è stato svalutato una prima volta a € 48, ed una seconda svalutazione ne ha quasi azzerato il valore.
Dopo un’apparentemente inarrestabile espansione attraverso l’acquisizione di sportelli in Sicilia, Toscana ed altre zone d’Italia la marcia trionfale si è arrestata sulla Beresina di impieghi malsani che hanno portato pesanti minusvalenze, esplosione delle sofferenze, un contenzioso immobiliare spaventoso ed impossibile da riassorbire tramite le esecuzioni, risparmi andati in fumo.
Le cronache, anche giudiziarie, ci hanno reso noto come gli azionisti-clienti di quella banca non siano i soli ad aver vissuto un incubo nell’ultimo quadriennio. Un amaro risveglio per il Veneto che sognava, e un’amara lezione per chi sottoscrive azioni bancarie senza comprendere i rischi che corre rinunciando a farsi consigliare da chi non ha interesse né di parte né a fare vendite affrettate.
Ma anche un monito: forse il futuro non prevede più spazi per investimenti speculativi legati al PIL, alla produttività intensiva, alle scalate, ma solo per concetti finanziari etici e sostenibili, inclusivi di microcredito ed economia collaborativa.
Sul nostro sito-partner Consulenza Finanziaria l’articolo “Un po’ di fantascienza nella storia belle banche popolari venete” traccia l’inquietante storia delle vicende vicentine (questo il link).

Alberto C. Steiner

Usseaux: quando il “sentirsi comunità” fa rinascere un borgo

Trovo fantastica la gente di montagna: più sali di quota e più aumentano l’identità culturale e, oggi, il desiderio di rinnovarsi.CV 2017.03.22 Usseaux 005Sintomatica in questo senso la storia di un territorio dimenticato fatto di case ridotte a ruderi e sentieri fangosi, sempre meno percorsi da abitanti sempre più in fuga verso Pinerolo, Torino e la vicina Francia.
Oggi, dopo diciassette anni di ostinato lavoro, ben lungi dall’essere concluso, molte case sono state recuperate, le strade sono lastricate in pietra e gli abitanti hanno smesso di andarsene. Nelle antiche stalle, alcune trasformate in musei, si tengono mercatini di Natale ed altre iniziative.CV 2017.03.22 Usseaux 00238,32 km² nell’alta Val Chisone ripartiti nelle cinque località di Usseaux, Balboutet, Fraisse, Laux e Pourrieres comprese fra un’altitudine di 1.210 e 2.890 metri nelle quali vivono 191 persone (dato Wikipedia) fra i boschi dove riecheggiano ancora gli echi del conflitto che tra il XVI e il XVIII Secolo contrappose cattolici e valdesi.
Area in gran parte montuosa e con limitati pianori coltivabili, dove bosco e pascoli costituiscono ancora oggi una ricchezza, nella quale ogni borgata doveva provvedere autonomamente al proprio sostentamento vivendo di allevamento, per quanto possibile di agricoltura, e scambiando i prodotti con le comunità vicine.
Ogni villaggio era infatti concepito e costruito in modo che gli abitanti vivessero in modo indipendente, e quasi tutte le borgate conservano ancora buona parte dell’antica struttura. Nel corso dell’ultimo secolo il progressivo abbandono ha portato un visibile degrado ai nuclei abitativi ed al territorio, ma oggi sono numerose le iniziative di recupero in corso.
Le borgate di Usseaux aderirono dal 1343 al 1713, anno in cui venne sottoscritto il Trattato di Utrecht, alla Repubblica degli Escartons (questo il link a Wikipedia per chi desiderasse approfondire).CV 2017.03.22 Usseaux 003Il percorso che ha ridato vita a Usseaux, facendolo ascrivere tra i Borghi più belli d’Italia, nasce dalla strategia di una decrescita messa in atto non solo nelle ristrutturazioni, ma anche nei più minuti gesti del quotidiano, attraverso un lavoro spesso immane, ma che ha ricreato un valore inestimabile.
L’azione pubblica ha riguardato la riqualificazione delle strade e il recupero di antichi forni, lavatoi, fontane. L’esito ha indotto i privati ad avere più cura delle proprie abitazioni ed a recuperarle nel rispetto delle specificità caratterizzanti le costruzioni, identificandosi sempre più con l’appartenenza ad una comunità territoriale dotata di caratteristiche e peculiarità assolutamente pregevoli.
In sinergia tra privato e pubblico sono state compiute azioni anche sul patrimonio forestale, certificato PFC, incentivando sempre di più l’utilizzo del legno locale, dimenticato com’è accaduto in tante valli montane. La filiera locale del legno inizia oggi ad importare sempre meno materiale dall’estero, in particolare dall’Austria e dall’Est europeo.
Ciascuna delle cinque borgate si caratterizza per alcuni murales che, contribuendo a riqualificarle ed abbellirle, sono dedicati al tema storico e culturale dei cattolici valdesi, al ciclo dell’acqua, alla filiera del pane nella borgata dotata di un forno comune, alla filiera del legno dove tutti i percorsi di abbellimento vengono realizzati con tale materiale, ed infine alla vita alpina e agli animali del bosco.CV 2017.03.22 Usseaux 004Particolare impegno, oltre che alla promozione e alla valorizzazione di un turismo naturalistico e culturale, è stato dedicato all’efficientamento energetico mediante lo sfruttamento di fonti rinnovabili, con l’obiettivo di pervenire all’autosufficienza.
Si sta lavorando al recupero della produzione agricola, agli inizi del ‘900 importante ma andata in gran parte perduta per l’abbandono delle valli generato prima dall’emigrazione e poi dall’industrializzazione, sul territorio particolarmente connessa al polo accentratore torinese.
In corso di rivalutazione anche pascoli e aziende di trasformazione casearia puntando a qualità e riconoscibilità dei prodotti.
Usciti dai localismi che in passato hanno portato solo improduttivi conflitti, Usseaux e gli altri comuni valligiani stanno sviluppando la condivisione, anche amministrativa, delle molteplici offerte turistiche attraverso una nuova visione progettuale, e la tematica del “fare rete”, adottata anche dagli artigiani locali con visibili economie di scala, potrebbe portare alla costituzione di un ecosistema territoriale che riunisca acqua, rifiuti, energia, mobilità promuovendola anche mediante forme di azionariato diffuso.
L’obiettivo primario non è creare un bel presepe a beneficio di un turismo pseudoculturale di passaggio, ma garantire concrete possibilità residenziali alla fascia in età lavorativa, con figli, che necessita quindi dei servizi necessari per fare in modo che gli abitanti non si sentano cittadini di seconda scelta.
L’amministrazione pubblica è perciò concentrata sull’investimento di risorse ricavate dalla valorizzazione dei beni locali, sia per garantire i servizi sia per proseguire recuperi e manutenzioni, nella consapevolezza che le opere vanno non solo realizzate ma anche mantenute.
L’inseriemnto di Usseaux nel circuito dei Borghi più belli d’Italia ha avuto ricadute positive in termini di visibilità in un contesto tendente a garantire un turismo di qualità, per accogliere il quale si sta seriamente pensando ad una formula di albergo diffuso che, idealmente, vorrebbe poter garantire una struttura a ciascuna delle cinque borgate per accogliere un turismo lento e sostenibile, integrato con esperienze sul territorio a partire dall’escursionismo in quota ma con l’assoluta preclusione ad infrastrutture pesanti come le funivie.CV 2017.03.22 Usseaux 001Con uno sguardo al Trentino Alto Adige, che però dispone di un’economia molto più diversificata, si sta creando spazio per fare in modo che tutte le potenziali risorse del territorio siano valorizzate creando attività socioeconomiche in grado di far crescere la comunità locale.
Unico rammarico: se Usseaux si fosse trovata nella vicina Svizzera, non solo della un tempo notevole rete locale di trasporti su rotaia costituita da ferrovie e tramvie molto sarebbe sopravvissuto, ma forse si sarebbe realizzato il collegamento ferroviario internazionale fra Pinerolo e Briançon progettato nel XIX Secolo e, chissà, anche quello con la Valle di Susa. Invece la tramvia Pinerolo – Perosa Argentina, che si attestava a pochi chilometri da Usseaux, venne soppressa nel 1968 “in nome del progresso” come scrisse il giornale locale, L’Eco del Chisone.

Alberto C. Steiner

Banca della Terra: appena nata già puzza di fritto rancido

Quando Montagnadizucchero propose la banda larga come mezzo risolutore dei problemi africani un nostro amico senegalese ci spiegò che i cannibali, nel Continente Nero, non esistono più da tempo e gli Africani ringraziavano ma non avrebbero saputo cosa farsene dell’arrivo di bande musicali composte da ciccioni.CV 2017.03.18 Bancaterra 002Da noi, nata sotto il segno dei pesci, è attiva dal 15 marzo la Banca della Terra, un applicativo disponibile sul sito dell’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, finalizzato a censire il patrimonio fondiario pubblico o sequestrato alla mafia e reso disponibile per la vendita o altre forme di possesso, con l’obiettivo dichiarato di agevolare il ricambio generazionale e recuperare terre abbandonate riportandole all’agricoltura valorizzando il patrimonio fondiario pubblico.
Ogni scheda informerà sulle caratteristiche naturali e strutturali dei terreni, sulle modalità e sulle condizioni di cessione e di acquisto, e nelle intenzioni costituirà un inventario completo della domanda e dell’offerta dei terreni e delle aziende agricole italiane. Se e quando Regioni e Province Autonome conferiranno i dati delle loro disponibilità da aggiungere ai per ora 8mila ettari resi disponibili da Ismea.
Scusate, ma siamo scettici. Non sull’aspetto tecnico: abbiamo verificato che l’applicativo informatico – sviluppato dalla bolognese Idea Futura utilizzando Flexcmp, il sistema ideato da Dedagroup, uno dei più importanti attori dell’Information Technology Made in Italy con headquarter a Trento e un fatturato di tutto rispetto – ben fatto e di agevole consultazione, consente di individuare le terre ripartite in tre classi (fino a 10 ettari, da 10 a 50, oltre 50) raggruppate per provincia, indicando tipologie colturali e informazioni catastali e corredando il tutto con una scheda in formato pdf che fornisce anche una mappa con buona vista da satellite.CV 2017.03.18 Bancaterra 001Il nostro scetticismo parte da queste premesse: se l’obiettivo dichiarato è quello di rimettere in circolo capitali e investimenti sulla terra, strombazzata come «perno fondamentale per la ricomposizione fondiaria e per la lotta all’abbandono dei terreni agricoli, nell’indifferibile intento di favorire l’occupazione giovanile» perché la legge, esistente dal marzo 2014, solo a dicembre 2016 è stata corredata dalle norme attuative? Quasi due anni per spiegare cosa si voleva ottenere dal software (peraltro immesso per la prima volta in reste alle ore 09:25 del 04/08/15) e come conferire l’elenco delle terre?
Quasi due anni prima che Regioni e Province Autonome, che in assenza di norme applicative non possono legiferare, potessero muoversi emanando una legge ed un regolamento, stilando e conferendo gli elenchi: se va bene passa un altro biennio (sicuramente non nel Veneto, dove dall’estate 2014 15mila ettari già censiti – quasi il doppio di quelli costituenti il patrimonio ministeriale – attendono solo di poter essere conferiti alla banca).
Il testo di legge recita inoltre testualmente: «La Banca delle terre agricole può essere alimentata con i terreni derivanti dalle attività fondiarie gestire dall’Ismea, sia da quelli appartenenti a regioni e province autonome, o altri soggetti pubblici interessati a dismettere i propri terreni». Quel “può” a nostro avviso la dice lunga…
Del resto lo stesso ministro Maurizio Martina, a margine del convegno di presentazione della Banca, ha dichiarato: «Si tratta di 8.000 ettari appartenenti a Ismea» Nè più, né meno. Aggiungendo che «si tratta di un importante sostegno ai giovani in agricoltura che si concretizza con l’utilizzo della banca dati e incentivi come decontribuzione totale per 3 anni per gli under 40 e incentivi al credito.»
In caso di richiesta d’acquisto da parte di giovani agricoltori, è infatti stata dichiarata la possibilità di richiedere un mutuo ipotecario all’Ismea (caso mai l’istruttoria per un mutuo, visto che Ismea non è una banca) argomentando di mutui a tasso zero per gli investimenti, e di esenzione totale dei contributi previdenziali per il primo triennio di attività. Per i mutui abbiamo interpellato alcune banche: ovviamente non ne sanno nulla, in attesa di disposizioni che spieghino, fra l’altro, chi e come pagherà il costo finanziario.
Viene infine dichiarato che le risorse ricavate dalla vendita dei terreni saranno destinate a interventi a favore del ricambio generazionale. Come, dove, quando? Silenzio e, per quel che ne sappiamo noi, anche una scopata può costituire un intervento finalizzato al ricambio generazionale.
«Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni», afferma Gianluca Guerra, trentenne veronese laureato in tecnologie alimentari, vincitore del premio conferito da Confagricoltura Verona per l’innovazione impressa all’azienda di erbe aromatiche rilevata dal padre nel 2013 aggiungendo che «per un’attività redditizia serve una base economica, alla quale vanno aggiunte competenze e impegno. Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni.»
Gli fa eco Andrea Lavagnoli, presidente di Cia Verona: «La Banca della terra veneta è un’iniziativa positiva ma presenta dei limiti» riferendosi a certi terreni messi a disposizione che non sono mai stati lavorati e spesso non si trovano in zone vocate all’agricoltura e sottolineando che «se un giovane deve partire da zero, serve accesso facilitato al credito, tutt’altro che scontato.».
Altro punto dolente la burocrazia, come sottolinea Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura: «Il progetto è eticamente affascinante, ma temiamo indirizzi diversi giovani verso attività difficilmente sostenibili economicamente. Per incentivare l’approccio occorrerebbe alleggerire fiscalità e burocrazia, che gravano sulle nostre aziende.»
Nonostante gli ostacoli, il ritorno degli under 40 in campagna è un fatto, visto come un’opportunità di conseguire reddito in un momento di crisi ma spesso, chi avvia una nuova attività parte da una proprietà familiare e da una base di capitale, indispensabili per programmare investimenti. Per l’agricoltura i giovani sono una risorsa, anche quando partono da zero. Per questa ragione è importante metterli in condizione di provare: solo con agevolazioni, sostegni e una formazione rigorosamente selettiva si eviterà di alimentare la fabbrica degli illusi e dei falliti.

Alberto C. Steiner

Coltivare legami: il condominio solidale

C’è una fascia debole della popolazione che oggi non riesce ad accedere alle misure locali o nazionali di contrasto alla povertà né ai servizi comunali, che invece raggiungono principalmente le fragilità delle famiglie il cui disagio si è cronicizzato e, partendo da questa riflessione che riguarda molti cittadini, ci siamo chiesti quali azioni sia possibile mettere in campo per dare una risposta anche ai loro bisogni.CV 2017.03.15 Condominio solidale 001.jpgLa persona dovrebbe sempre costituire il focus delle relazioni, quelle che sostengono la solidarietà reciproca accompagnando anche nei periodi in cui si affrontano difficoltà.
L’emergere di bisogni nuovi richiede la capacità di intercettarli e comprenderli attraverso l’adeguata progettualità di servizi innovativi sui quali investire, per affrontare situazioni di difficoltà temporanea o di disagio cronico che non trovano risposte nelle misure tradizionali di contrasto alla povertà. Pensiamo alla presenza di disabili all’interno della famiglia, alle madri con minori, alle situazioni di rischio evolutivo, o ancora agli adulti che faticano a reinserirsi nel mondo del lavoro.
Questo modello urbano ci piace e non lo riteniamo utopistico. Il condominio solidale risponde all’emergente necessità di casa o di socialità, di accompagnamento all’autonomia, di un contesto protetto e tutelato inserito nel tessuto urbano.CV 2017.03.15 Condominio solidale 002I bisogni specifici possono essere meglio affrontati in una piccola comunità dove si valorizzano i rapporti di prossimità e vicinato. In questo senso il condominio solidale promuove la solidarietà tra condomini con il sostegno reciproco e la partecipazione ad attività di socializzazione, sotto la guida di professionisti adeguatamente preparati.
Parlare di condominio sarebbe, tecnicamente, improprio poiché il modo migliore di concretizzare i progetti consisterebbe a nostro avviso in edifici ricostruiti o recuperati da imprese private, per esempio nell’ambito di più ampi progetti di edilizia convenzionata, e ceduti, come previsto nell’ambito di apposite convenzioni, alle amministrazioni comunali o ad operatori specializzati di provata affidabilità.

ACS

Rovetta: l’esperienza di un ecovillaggio bergamasco dedicato principalmente ai disabili

Il ristorante è frequentato anche da ecochic milanesi che, tra casoncelli e polenta e strinù, discettano di cambiare il mondo come i quattro amici al bar mentre persone portatrici di handicap sgambettano in cucina e fra i tavoli.CV 2017.03.04 Coop Alchimia 001.jpgQui non ci sono tamburi sciamanici, tenda dell’inipi o scambi di massaggi reiki per imparare come si fa a realizzare ecovillaggi, ma solo gente che, gentile con chi se lo merita, si è rimboccata le maniche: siamo nelle Orobie bergamasche, per la precisione a Rovetta, dove presso la Rèssa de Fï – la salita per Fino (Del Monte) nella lingua dei padri, anzi delle madri – in località Vecchio Mulino si incontrano i tornanti che da Cerete Basso portano a Clusone.
Qui, il giorno di ferragosto del 2015 un gruppo di volontari decide di realizzare un sogno, costituendo Alchimia, una Onlus con l’obiettivo di svolgere le attività che caratterizzano la vita quotidiana di un ecovillaggio, traendone il proprio sostentamento.
Gli intenti sono valorizzare il territorio, vivere applicando nella misura del possibile il concetto di decrescita e inserire lavoratori protetti
I destinatari del progetto sono soggetti in situazione di svantaggio fisico, cognitivo e psicologico purché in grado di essere inseriti in un contesto lavorativo.
Sulla base di una concreta progettualità l’attività lavorativa è vista come opportunità emancipativa e di accompagnamento delle persone svantaggiate in un percorso finalizzato alla crescita dell’autostima.
Nell’ecovillaggio Vecchio Mulino è stato creato anche uno spazio per bambini, destinato a sussidiare genitori che hanno imprevisti lavorativi e a bambini bisognosi di un sostegno scolastico.
L’ecovillaggio è anche un ristorante ed un albergo, e l’associazione Alchimia (nin nomen omen…) sta attivando progetti di valorizzazione del territorio mirando soprattutto all’housing sociale, pensato in particolare per padri separati in difficoltà, che possono fruire di vitto e alloggio collaborando nel recupero degli spazi verdi estesi per circa tre ettari nei quali sono in corso esperienze di agricoltura e micro allevamento a chilometro zero.
L’associazione è infine aperta al territorio, cercando di valorizzare gli aspetti culturali della valle in collaborazione con le associazioni locali.
Il reperimento dei fondi necessari all’implemento dell’attività è avvenuto nel modo più logico e pragmatico possibile: nessuna attesa della manna dal cielo fatta scendere da qualche politico locale, nessuna richiesta di assegnazione o regalia con il cappello in mano in nome di improbabili e stantie visioni “alternative” ma, come si conviene a dei bergamaschi di montagna, mano al portafoglio e mutuo concesso sul valore dell’immobile e del terreno, rilevati da una situazione compromessa, ed in base a concrete garanzie di una fattiva progettualità.

Alberto C. Steiner

Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento

Tradizione e innovazione, in Trentino, si fondono costantemente, facendo del territorio un laboratorio sperimentale apprezzato a livello europeo.
cv-2017-02-28-trento-001In quest’ottica si colloca la Deliberazione 59 del 3 maggio 2016 del Consiglio comunale di Trento, che impegna Sindaco e Giunta ad avviare il censimento degli immobili di proprietà comunale non utilizzati e che possano essere destinati al riuso come unità abitative, selezionando quelli più idonei ad un progetto di abitare collaborativo privilegiando, tra le caratteristiche complementari rafforzative, il fatto che siano situati in aree cittadine che verrebbero valorizzate dalla riqualificazione degli edifici, che siano limitrofi a spazi verdi da destinare ad orti urbani e si trovino prossimi alla viabilità ciclabile.
Attuando la delibera il comune si impegnava ad avviare un’indagine conoscitiva per confrontarsi con realtà già attive in Italia e all’estero, coinvolgendo altri attori sensibili al tema e individuando possibili finanziamenti anche attraverso la partecipazione a bandi europei, per sperimentare progetti di cohousing mediante la messa a disposizione di immobili secondo idonee modalità idonee, tra queste il comodato trentennale gratuito.
Il passo successivo consiste nell’elaborare il nuovo PRG, Piano Regolatore Generale, dedicando azioni specifiche alle residenze solidali ed alla coabitazione, e favorendo tramite sgravi e incentivi il recupero del patrimonio edilizio privato al fine di accentuare la coesione sociale cittadina e la riqualificazione del tessuto esistente nell’ottica di “costruire sul costruito”, scongiurando così l’ulteriore consumo del suolo.
Per quanto ne sappiamo è la prima volta in Italia che un’amministrazione pubblica esce dalla stantia logica assistenziale e delle cooptazioni per meriti di fazione politica per affrontare pragmaticamente la questione con piglio imprenditoriale, finanziario e di tutela del territorio.
Ciò significa che privati, associazioni e cooperative, se vorranno che sia loro concesso un immobile, dovranno presentare progetti realistici, circostanziati ed in grado di autosostenersi economicamente.cv-2017-02-28-trento-003Degna di nota, inoltre, la particolare attenzione con la quale l’ammistrazione comunale sta osservando il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione con l’intento di utilizzare le risorse costituite dal patrimonio di conoscenze degli anziani, non più considerati carne da ingrasso per il fatturato delle varie RSA ma portatori di insegnamenti a bambini e giovani.
Ciò significa intervenire sulla pianificazione e sulla riprogettazione degli spazi urbani, attualizzando nella pratica del cohousing due caratteristiche centrali della tradizione trentina: cooperazione e cura per il territorio, caratterizzando la trasformazione dei bisogni sociali di base, della casa e delle relazioni di vicinato.
Detto in altri termini, una visione globale in luogo della risposta sociale frammentata e caratterizzata da discontinuità assistenziale.
Effettivamente il cohousing si inserisce a pieno titolo nel contesto delle pratiche resilienti di sostenibilità e collaborazione civica, prestandosi ad essere esempio di innovazione sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello delle logiche economiche, con la possibilità di coinvolgere attraverso un’ottimale integrazione tra mercato, istituzioni e società civile, una vasta gamma di attori economici e sociali: cittadini animati da senso civico nella gestione del bene comune, associazioni, terzo settore e i diversi livelli della governance locale, anche in partnership pubblico-privato.
Rovesciando la logica tradizionale volta a intervenire sui casi problematici quando si sono ormai manifestati e promuovendo azioni ex-ante verso il disagio potenziale, in modo da ridurre i costi sociali e sanitari degli interventi indirizzati a problemi oramai conclamati, questo modello di cohousing sarebbe suscettibile di produrre benefici ai diversi livelli di complessità individuale-relazionale, comunitario e sociale rivelandosi espressione di un cambiamento nei servizi rivolti alla terza età.
Gli anziani, sottratti ad un ruolo passivo spesso accompagnato da senso di sfiducia, solitudine e sconforto, interagirebbero con giovani e adulti diventando protagonisti di un progetto di vita reale che crea alleanze permettendo di guardare al futuro con serenità.
Sul piano comunitario la soluzione rafforza la comunità intera, promuovendo l’esercizio della cittadinanza attiva, sostenendo la coesione e rinsaldando il sistema di relazioni sociali che anticamente innervarono il territorio.cv-2017-02-28-trento-002Trento può in questo senso vantare un modello che funziona, la Casa alla Vela, dove anziani e giovani già fruiscono di beni condivisi e servizi autoprodotti. Trattasi di un edificio costituito da tre appartamenti: i primi due accolgono 5 anziane parzialmente autonome seguite da due assistenti familiari, ed il terzo è abitato da 6 studenti dell’Università di Trento.
Le signore vivono insieme, escono liberamente, decidono il menu che l’assistente cucina per tutte e possono partecipare ad una serie di attività ed iniziative pensate appositamente per loro. Affitto, costi di bollette, spesa e assistente familiare sono divisi per cinque.
Gli studenti offrono parte del loro tempo per condividere momenti di relazione con le signore, conseguendo in tal modo la possibilità di ridurre i costi della loro permanenza a Trento svolgendo alcune mansioni utili alla casa, per le quali percepiscono una retribuzione. Qui il link al sito Percorsi di Secondo Welfare che ne parla in un articolo di Cinzia Boniatti e Enrico Bramerini pubblicato il 2 marzo 2015.
E, per concludere, la comunità scientifica è ormai unanime nell’inserire l’abitare collaborativo nella dimensione più concreta del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner