Vieni? No, unesco perché è tutto avvelenato: prosecco Docg

Come è noto, alla fine la lobby del prosecco l’ha spuntata: i 18.967,25 ettari nel cuore del Veneto sono diventati patrimonio dell’umanità sotto le insegne dell’Unesco e il motto, anzi il mantra, “unione di cultura e natura in un paesaggio non riproducibile”.FRANCE-AGRICULTURE-VITICULTURE-WINEChe non sia riproducibile ce ne accorgeremo quando non esisterà più, visto che oggi quel paesaggio sta scomparendo, eroso in misura variabile da 9.300 a 43.400 chilogrammi per ettaro, pari a 31 volte la media fisiologica ammissibile che va da 300 a 1.400 chilogrammi per ettaro.
L’erosione è un fenomeno assolutamente naturale, ma quello che nelle terre de ombre baciate dall’Unesco preoccupa è la velocità con cui avviene.
La ragione per cui avviene è una sola, si chiama “schei”, denaro, al quale è stata sacrificata qualsiasi cultura del lungo termine, qualsiasi forma di tutela del territorio, in un parossistico qui-e-ora che non prevede, anzi ne respinge il solo pensiero, quali saranno le conseguenze dell’eccessiva erosione fra venticinque, cinquanta o cento anni.
Intendiamoci, il suolo non si volatilizza, si trasforma, per esempio in polveri, e si sposta. E nessuno si preoccupa di verificare l’impatto ambientale di questa imponente massa di sedimenti che finisce nei fossi, nei fiumi e via via fino al mare portando quantità di inquinanti, a cominciare dai residui di fito”farmaci” e fertilizzanti come il fosforo attaccato alle particelle di suolo.
Ma andiamo con ordine.
Va detto, anzitutto, che esistono due aree del prosecco. Quella Doc è estesa su nove province, tre friulane (Gorizia, Pordenone e Udine) una giuliana (Trieste) e cinque venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza) e complessivamente vale 464 milioni di bottiglie che assommano annualmente 2,5 miliardi di euro.
Quella Docg, oggetto di queste note, è ricompresa in quindici comuni: Cison di Valmarino, Colle Umberto, Conegliano, Farra di Soligo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana, Tarzo, Valdobbiadene, Vidor e Vittorio Veneto e produce complessivamente poco più di 90 milioni di bottiglie per un controvalore di 520 milioni di euro.
Un tempo il vino italiano più bevuto nel mondo era il chianti, e molti si chiedevano come fosse possibile garantire un’esportazione otto volte superiore alla produzione.
Ma i misteri vitivinicoli sono pressoché infiniti, quasi pari a quelli eleusini, e si esplicano senza esclusioni territoriali dalle Alpi al Lilibeo. Per esempio trasformando, grazie ad enologi Maghi Merlini, il Primitivo o lo Squinzano in Prosecco. Nemmeno Michael Jackson riuscì mai a diventare così bianco.
Ma per non uscire dal tema non indaghiamo e mettiamoci una pietra sopra, come dicevano i costruttori della Salerno – Reggio Calabria.
Oggi il vino italiano più stappato al mondo è il prosecco, e il Regno Unito ne è il maggior consumatore. Nel 2019 il Docg ha già registrato un incremento del 28% delle esportazioni e per fine anno si prevede di raggiungere il miliardo di euro.
Ironia della sorte: è anche uno dei vini più imitati, soprattutto da cileni e sudafricani. E si stanno affacciando i cinesi. Loro non imitano, comprano.
Ma laggiù dove le linee dell’orizzonte sono dominate da colline dolci anche se molto ripide e da innumerevoli piccoli vigneti sviluppati longitudinalmente da Est a Ovest in scenografici terrazzamenti inerbiti, si nascondono invisibili insidie, mostri pronti a prenderti alla gola, ad entrarti nel sangue, a mozzarti il respiro, a modificare le tue cellule come in Morbus Gravis di Eleuteri Serpieri.
I peana che esprimono grande soddisfazione e immensa gioia per l’iscrizione a patrimonio dell’umanità delle colline di Conegliano e Valdobbiadene si sono sprecati, e tutti gli aedi affermano, come per esempio dichiara Innocente Nardi, presidente dell’Associazione temporanea di scopo Colline di Conegliano Valdobbiadene patrimonio dell’umanità e del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene prosecco Docg, che “il riconoscimento non rappresenta il punto di arrivo ma un’importante tappa di un percorso che mira alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico ed agricolo di questo piccolo territorio. Da oggi l’impegno di tutti sarà rivolto alla conservazione e alla manutenzione dei beni paesaggistici iscritti, con particolare attenzione alle raccomandazioni Unesco per la tutela e la valorizzazione a favore delle future generazioni, in coerenza con l’obiettivo di un equilibrato e armonico sviluppo economico e sociale.”
Banda, zum-pa-ppa, taglio del nastro e benedizione del vescovo. Segue brindisi.
Dal coro dei belanti si staccano in pochi. Per esempio Francois Veillerette, presidente del PAN, Pesticide Action Network, che scrisse una lettera al comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco per mettere in crisi la decisione:
“Vi scriviamo per conto di chi rappresenta 600 organizzazioni, istituzioni e individui in oltre 90 paesi che lavorano per sostituire l’uso di pesticidi pericolosi con alternative ecologicamente valide e socialmente giuste.
La regione del prosecco Docg è caratterizzata da un’intensa produzione di vino, in cui i vigneti coprono sia le aree urbane sia quelle naturali dell’intera area e dove vengono utilizzati intensamente i pesticidi pericolosi.
L’uso intensivo di pesticidi ha già dimostrato effetti negativi sulla salute della popolazione locale e sulla qualità della vita nella regione. Le persone che vivono in prossimità delle zone viticole soffrono di questi effetti giorno dopo giorno.
I cittadini della regione del prosecco hanno contestato fortemente la nomina come patrimonio mondiale, poiché il loro benessere e la loro salute sono continuamente minacciati dall’uso di pesticidi pericolosi.”
Gli abitanti delle aree interessate, ma non interessati anzi dominati dalla produzione del prosecco, hanno fondato numerose organizzazioni, hanno organizzato marce, hanno scritto ed inviato petizioni, hanno promosso sit-in nel tentativo di fermare il processo di iscrizione, almeno fino a quando non si fosse interrotto l’uso di pesticidi.
A fronte di tutto questo il Consorzio Valdobbiadene ha messo al bando il pesticida più famoso, il glifosato, ma ciò ovviamente non è sufficiente per contenere la rabbia dei cittadini che si sentono abbandonati rispetto all’invadenza dei fitofarmaci usati abbondantemente vicino a case, scuole, ospedali e si sono sentiti presi in giro da coloro ai quali hanno espresso la loro fiducia attraverso il voto in ragione dell’inutilità dei loro sforzi.CV 2017.03.18 Bancaterra 002E veniamo infine al fenomeno dell’erosione.
Il processo che ha portato all’ottenimento della Docg ed al riconoscimento da parte dell’Unesco è durato undici anni e, negli ultimi sette, una ricerca caratterizzata da efficienza, professionalità, dedizione e basso profilo è stata svolta da un gruppo di agronomi, geografi, geologi, ingegneri ambientali e sismologi dell’Università di Padova.
Poiché nella letteratura scientifica si possono trovare diversi articoli in cui si evidenzia l’alto tasso di erosione dei suoli, i risultati della ricerca non sorprendono.
Purtroppo è noto come i processi del e nel suolo si manifestino nel lungo periodo ed è altrettanto evidente come attualmente, in qualsiasi attività produttiva intensiva si badi alla convenienza immediata, a discapito di qualsiasi interesse o bisogno ambientale o sociale.
A tali dinamiche l’agricoltura non sfugge, soprattutto per quanto riguarda colture estensive e certe eccellenze produttive, per esempio il prosecco.
E quindi, nei giorni in cui il prosecco segna record mondiali di vendite, l’Università di Padova pubblica sotto il titolo “Estimation of potential soil erosion in the Prosecco Docg area” sulla prestigiosa rivista Plos One il resoconto dell’accurata ricerca che dal 2012 ha monitorato i terreni del prosecco docg, certificando che quel territorio ha un indice di erosione trentun volte superiore ai limiti considerati tollerabili all’interno dell’Unione Europea.
Secondo la ricerca, per produrre una bottiglia di prosecco si consumano 3,3 kg di terra; calcolando come sopra indicato una produzione di 464 milioni di bottiglie doc e di 90 docg, il conto è presto fatto: scompaiono 1.828.200.000 kg di terra.
Evidente come l’impronta ecologica del prodotto sia notevolissima. Stiamo parlando di un’area estesa per 215 chilometri quadrati, dove la coltivazione della vite che origina il docg occupa il 30 per cento del terreno disponibile, e la ricerca avanza il dubbio che un’attività agricola così intensiva non sia più sopportabile sul piano ambientale.
Nella parte narrativa della ricerca si legge: “Il suolo è una risorsa non rinnovabile, per questo motivo bisogna avere un approccio integrato alla gestione dell’agroecosistema. Un territorio come quello dell’area prosecco oggi dà ottimi risultati dal punto di vista economico, ma questo tipo di produttività alla lunga difficilmente sarà sostenibile.”
Nei fatti, con l’erosione il suolo si abbassa sul piano topografico e il terreno si impoverisce, in termini di sostanza organica e nutrienti e l’erosione, che in natura assomma normalmente alla media di 1 mm/anno, qui preoccupa per la velocità con cui si manifesta.
Le colture di vigneti, ricomprese nella cosiddetta agricoltura da versante, sono tra quelle che più stimolano i processi erosivi, e la ricerca dell’Università di Padova stima che il processo degenerativo potrebbe essere dimezzato se intorno alla produzione si allargasse una fascia di contenimento costituita da siepi intorno ai filari, fasce tampone e inerbimento delle aree dei vitigni.
Vi è stata, inevitabilmente, un’alzata di scudi da parte degli agricoltori che, oltre a contestare i dati della ricerca, hanno affermato come frenare l’erosione sia interesse primario di chi produce vino, indicando processi di mitigazione produttiva già avvenuti negli anni scorsi nelle zone del Chianti e delle Langhe, con esiti disastrosi per il fatturato.
Hanno perciò espresso la loro disponibilità ad intervenire, qualora sostenuti economicamente dallo Stato e dall’Unione Europea. L’80 per cento del prosecco varca la frontiera e, c’è da giurarci, l’80 per cento dei viticoltori sono a chiacchiere favorevoli all’indipendenza del Veneto.
Così è, se vi pare. Cioè no, cosa dico? Non sia mai che cito Pirandello, un terrone.

Alberto Cazzoli Steiner

Terra cruda, paglia, vetro e acciaio

L’attenzione all’ecosostenibilità può abbinarsi vantaggiosamente al senso del bello, alle soluzioni innovative e al reddito d’impresa.CV 2017.04.26 Terra cruda 001Il CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, è in ordine di tempo l’ultima creatura nata da un’evoluzione professionale più che ventennale. Pur attuando interventi edilizi in contesti diversi fra loro abbiamo sempre privilegiato, dove possibile, soluzioni tecniche in sintonia con la bioedilizia e il risparmio energetico. Nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, di ecosostenibilità si sussurrava sottovoce esclusivamente tra pochi addetti ai lavori, nel contesto di riferimento ritenuti quanto meno degli stravaganti, e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
In tutti questi anni non abbiamo “costruito” nulla, fedeli alla nostra ambiziosa missione: recuperare l’esistente senza sottrarre ulteriore terra alla Natura con nuove edificazioni. Abbiamo ridato vita ad alberghi, conventi, edifici urbani e rurali dismessi, con il massimo rispetto possibile per l’ecosostenibilità ma attenti al bello, al nuovo, all’efficienza, all’ergonomia e, quando trattasi di complessi funzionali allo svolgimento di attività d’impresa, alla redditività.
Oggi siamo ad una svolta, di fronte ad una sfida che comporta ulteriore impegno e che accogliamo con piacere. Il nostro Paese conta innumerevoli realtà dismesse che possono tornare a rivivere in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente attraverso il recupero strutturale e funzionale, dai borghi abbandonati alle aziende agricole, dai terreni agli edifici rurali dove reimpiantare attività agrosilvopastorali, di trasformazione agroalimentare, artigianali, didattiche, ricettive dall’agriturismo all’albergo diffuso, residenziali attuate anche secondo la formula del cohousing con finalità sociali.
Non improbabili Avalon o attedrali nel deserto avulse dal contesto cronosociale ma recuperi edilizi rispettosi delle matrici identitarie territoriali e che privilegiano energie a bassa intensità e rinnovabili: fotovoltaica e idraulica, recupero delle acque piovane e riutilizzo di quelle reflue, minimizzazione degli sprechi anche attraverso il riutilizzo dei rifiuti, a loro volta suscettibili di dienire elemento privilegiato per la produzione di energia.
La nostra attenzione alle istanze sociali si sostanzia inserendo dove possibile, nelle strutture oggetto di recupero, quote residenziali e lavorative destinate a soggetti deboli o portatori di disagio, non come attività caritativa bensì quali realtà capci di autosostenersi finanziariamente.
In questo senso riteniamo fondamentale la collaborazione con imprese, associazioni, istituzioni nel convincimento che ecosostenibilità, finalità sociali ed iniziativa privata possano accompagnarsi vicendevolmente e che siano anzi maggiormente efficaci senza etichette o sponsor politici. Per tale ragione i progetti vengono sviluppati privilegiando il ricorso a risorse finanziarie private: istituti di credito, business angels e investitori.
Possiediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti: ricerca delle aree idonee, ottenimento delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
La nostra collocazione in una particolare nicchia di mercato, quella delle rivenienze da contenzioso, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Questo sito web e la pagina Facebook, aperta per condividere idee nell’intento di stimolare adesioni, vogliono essere un po’ vetrina e un po’ salotto.

ACS

ECOnomy: Consulenza. Naturalmente.

ECOnomy nasce come marchio di CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, per dedicarsi allo sviluppo di progetti in grado di contribuire alla salvaguardia dell’ecosistema, e la sua consulenza finalizzata va oltre i confini della realtà agrosilvopastorale per diventare compagna di viaggio specializzata per le imprese e le comunità che operano con attenzione al settore ambientale.economy-378x378ECOnomy intende aiutare le comunità coresidenziali, le aziende agricole e di trasformazione, chi si dedica all’ospitalità rurale e al benessere psicofisico e ad ogni altra iniziativa rivolta ad un futuro sostenibile con attenzione alle soluzioni energetiche rinnovabili e a basso impatto.
ECOnomy offre servizi di consulenza tecnica, progettuale e di stima, finanziaria, assicurativa e di garanzia individuando i sostegni finanziari più adeguati ai programmi di investimento attraverso l’ottenimento di finanziamenti e contributi privati, bancari e pubblici regionali, nazionali e comunitari. Fornisce inoltre assistenza per l’incremento del capitale ai fini dell’autosostentamento e dello sviluppo. Continua a leggere

Avevo sete e me l’avete data a bere: acque morte

Gli italiani sono i secondi consumatori mondiali di acqua minerale, dopo il Messico, con 208 litri annui pro-capite (dati Istat 11 aprile 2016).cc-2016-12-03-minerale-007Va detto che i Messicani hanno tutte le ragioni per giustificare il loro palmares, prima fra tutte quella che le acque dei loro acquedotti, oltre ad essere riconoscibili dall’odore nauseabondo e dal sapore pessimo, contengono una quantità pressoché infinita di agenti patogeni. Il Messico è altresì regno incontrastato di numerose multinazionali che utilizzano l’acqua come pare loro e non hanno nessun interesse ad investire in tubature affidabili ed impianti di depurazione pubblica: tra queste Pepsi.
L’incremento italiano rispetto al 2015 è stato del 7.9%, passando da 12.800 a 13.800 milioni di litri che, anche se ripartiti fra 140 stabilimenti che imbottigliano oltre 260 marchi, sono massimamente riconducibili a otto assetti proprietari, che controllano il 71,2% delle vendite. Tra questi Nestlè in posizione dominante (Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Panna, Pejo, Perrier, Pra Castello, Recoaro, San Benedetto, San Bernardo, San Pellegrino, Vera per citare alcune etichette).
I consumi (71% naturale, 12,3 gassata, 11,2 effervescente naturale e 5,3 leggermente gassata) sono ripartiti per il 28,9% al Nord Ovest seguito dal Sud con il 27,8%, dal Centro comprensivo della Sardegna con il 25% e dal Nord Est con il 18,3%. Chi vuole può divertirsi a ripartire le percentuali parametrandole alle popolazioni macroregionali: ne derivano dati interessanti.
Leggendo le etichette ci si rende conto delle date di imbottigliamento e di scadenza. Poiché la legge ammette il trascorrere di anni tra l’uno e l’altra, proviamo ad immaginare quanto possa essere “fresca” la nostra acqua giunta in tavola dopo mesi o anni di conservazione, prevalentemente in una bottiglia di plastica.cc-2016-12-03-minerale-005Il consumo di acque minerali comporta infatti un non trascurabile impatto ambientale costituito da tonnellate di plastica da smaltire e da trasporti che, se negli ultimi anni hanno rivalutato il vettore ferroviario, si svolgono su strada nella misura dell’82 per cento.
Il 73% dell’acqua venduta in Italia è imbottigliata in bottiglie di Pet da 1,5 o 2 litri, il 6% in quelle da 0,5 litri. Solamente il 34% delle bottiglie che finiscono annualmente tra i rifiuti, corrispondente a 124mila tonnellate, viene riciclato ma il rimanente 64%, pari a 320mila tonnellate, va perduto. E tra i rifiuti dell’indotto bisogna considerare anche le migliaia di chilometri quadrati di film ed i chilometri di regge, oltre ai quintali di clip metalliche di chiusura, utilizzati per il confezionamento sui bancali, ai quali si assomma il materiale plastico utilizzato per contenere la confezione finale, quella classica da sei bottiglie che preleviamo nei supermercati. A tutto questo vanno aggiunti altri chilometri quadrati dei separatori costituiti da figli in cartone e qualche tonnellata di legno costituita dai bancali che, per usura o incidenti, si rompono. In linea di massima questo tipo di rifiuti viene riciclato quasi completamente, ma non dimentichiamo che il riciclo costa in termini di denaro, energia, emissioni.cc-2016-12-03-minerale-002Perché, e da quando, consumiamo così tanta acqua minerale? La risposte sono disarmanti: in primo luogo per paura, indotta da una raffinata azione di marketing che è riuscita a farci credere che “l’acqua del sindaco” sia malsana e che quella minerale possieda addirittura proprietà medicamentose. Non è affatto così, specie nelle grandi città del Nord, Milano in testa, e se si ragiona un attimo ci si rende conto che tutta l’acqua, per sua stessa natura, fa fare plin-plin.
Sono altresì da ritenere ininfluenti le ragioni addotte circa l’imbevibilità dell’acqua contaminata da Pfas individuata in 60 comuni (su oltre ottomila nazionali) che accorpano meno di 500mila abitanti (su 62 milioni).
Il “quando” va collocato nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso quando anche sulle tavole nostrane più modeste appare sempre più frequentemente l’acqua minerale, specialmente se vi sono ospiti o in occasione di festività. Il marketing, allora, non era ancora salutista ma basava la propria azione sulla corsa al benessere consumistico e sul senso di colpa indotto dal sentirsi “poveri” comportandosi di conseguenza. E il senso di deprivazione o miseria, pure negli anni che videro la consapevolezza dei primi movimenti di protesta, era fortissimo in un paese che proveniva da ristrettezze ataviche, alle quali la II Guerra Mondiale aveva dato un’ulteriore botta devastante.
E consumare acqua minerale denotava e simboleggiava, insieme con la Fiat prima 600 poi 850 e successivamente 127, il televisore, la cucina “all’americana” e la trattoria “di campagna” lungo una trafficatissima statale, dall’architettura chissà perché “rustico-spagnoleggiante” con tanto di ruota da carro all’esterno in puro stile spaghetti-western, se non ricchezza, quanto meno un benessere faticosamente conseguito.
Pensarci oggi fa sorridere, ma i simboli non si formano dall’impatto soggettivo con evidenze recenti. Quelli non fanno altro che insinuarsi nel data-base di una memoria atavica, trasmessaci dagli antenati, corroborandola. E quindi anche nel dna dell’operaio più acerrimo nemico della classe borghese risiedevano all’epoca i simboli della fonte termale, insieme con quelli della Belle Époque e dell’Orient Express mediati dai racconti di nonni e bisnonni.cc-2016-12-03-minerale-004L’industria delle acque minerali naturali nacque verso la fine dell’Ottocento nei Paesi europei a forte tradizione termale: Francia, Belgio, Germania e Italia. Si avvia l’imbottigliamento di acque provenienti da sorgenti storiche, famose per le loro virtù salutari, spesso utilizzando bottiglie dalle forme artistiche ed accattivanti, e “passare le terme” costituisce una forma di vacanza e intrattenimento, non privo di un connotato di trasgressione, per le sempre più numerose fasce benestanti nate dalla rivoluzione industriale. Intere località mutano definitivamente la propria anima diventando città termali con alberghi, iniziative per l’intrattenimento e addirittura l’impianto di casinò, strade, ferrovie e tramvie per un agevole collegamento. Se L’anno scorso a Marienbad fu un film famoso, non fu l’unico perché non infrequentemente le località termali fecero da sfondo a vicende patinate. Nella nostra Salsomaggiore, dove mirabili esempi di mosaici in stile liberty si sprecano, venne addirittura inventato il concorso di Miss Italia per far sognare l’Italia povera del dopoguerra. Chiunque di noi, ancora oggi, non cade dalle nuvole se sente nominare Bognanco, Recoaro, San Pellegrino, Tabiano, Montecatini, Chianciano o Fiuggi, per citare solo alcune località.cc-2016-12-03-minerale-003Nel nostro Paese i primi tentativi di commercializzazione di acque minerali naturali si ebbero verso il 1890 e ad essi seguì la costruzione dei primi impianti di imbottigliamento. Ma sino alla prima metà degli anni Sessanta il mercato delle acque minerali fu essenzialmente locale e ancorato alla connotazione medico-terapeutica, e proprio in tal senso rappresentativo di un segmento di consumatori appartenenti alle classi sociali più agiate.
L’eredità di tutto questo excursus storico è racchiusa nell’odierno giro d’affari, 3 miliardi e 250 milioni di euro annui.cc-2016-12-03-minerale-006L’acqua, definita non a caso Oro blu, rappresenta semmai ben altra questione a livello planetario, sulla quale più volte ci siamo espressi nell’ultimo triennio: la sperequata ripartizione delle fonti e la cattiva politica di gestione delle stesse, che causa ingenti danni idrogeologici, penuria di acqua in alcune zone geografiche, guerre e speculazioni.
Non dimentichiamo che il nostro pianeta è ricoperto per il 71% di acqua, per un volume pari a 1.400 milioni di km3, il 97% della quale è marina. Il restante 3% è acqua dolce (pari a circa 35 milioni di km3), i due terzi del quale si trovano nei ghiacciai perenni e l’1% deriva dalle precipitazioni o risiede nelle falde sotterranee.
Circa l’80 per cento dell’acqua dolce è concentrato in pochi bacini: il Baikal in Siberia, i Grandi Laghi in Canada, i laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa, il Rio delle Amazzoni in Brasile, il Gange e il Bramaputra in India e i fiumi Congo, Yangtze, Orinoco e Tigri. Purtroppo, a costo di dare un colpo basso alla nostra autostima, va detto che la catena alpina è abbastanza ininfluente nel computo: l’Asia dispone di circa 14.000 km3, il Sud America di 13.000, il Nord America di 9.000, l’Africa di 4.000, l’Europa di 3.500 e l’Oceania di 2.500.
Più in particolare il Canada dispone di risorse di acqua di buona qualità ben superiori al fabbisogno, mentre l’Egitto ne ha cento volte meno; Yemen e Israele hanno bassissime risorse di acqua, e devono ricorrere ai pozzi, pompaggio e desalinizzazione; Brasile e Zaire hanno grandi risorse di acqua ma una grande quantità della loro popolazione non ne ha accesso; gli Stati Uniti hanno scarse risorse ed alti consumi (in California si raggiungono consumi giornalieri pro-capite di 4mila litri, anche se gli statunitensi non appaiono in posizione di rilievo fra i consumatori di acqua in modo diretto, ma semplicemente perché bevono altro).cc-2016-12-03-minerale-001Dal 1950 al 1995, la quantità di acqua dolce disponibile pro-capite è diminuita da 17.000 a 7.500 m3 e se oggi si parla di crisi idrica la questione non è legata ai consumi individuali, bensì all’uso abnorme della preziosa risorsa da parte dell’industria agricola e dell’allevamento. Parallelamente a questa espansione, della quale beneficiamo però solo noi dei paesi ricchi, nell’ultimo cinquantennio la disponibilità di acqua è progressivamente diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia, in particolare a causa del land grabbing.
I “cattivi” non sono solo indiani e cinesi, ma anche italiani. Per esempio Benetton, in Patagonia proprietaria di tutte le terre di Rio Negro: le popolazioni tribali che le abitavano vengono utilizzate come manodopera sottopagata. Segregate in minuscoli lembi di terra subiscono ritmi di lavoro estenuanti, non beneficiano di nessuna assistenza medica e, in estate, è loro vietato di attingere acqua dai fiumi. In alcuni tratti per impedire l’accesso vengono utilizzati filo spinato e corrente elettrica.
E l’acqua sta sempre più assumendo un ruolo preminente nelle contrattazioni borsistiche dove, letteralmente, svariati fondi azionari di matrice speculativa scommettono sulla sete.

Alberto C. Steiner

Sull’argomento abbiamo già scritto qui:
2016 25.11 Menu del giorno: terra, acqua e gasolio
2016 18.09 Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo
e sul blog Cesec-CondiVivere in numerose circostanze, tra le quali:
2015 23 .12 Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare
2013 27 .07 Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?

Incuria del territorio e l’alluvione delle casse da morto

L’amico Lorenzo Pozzi ha pubblicato oggi su Archeologia Ferroviaria l’interessante articolo 8 novembre 1982: l’Italia ferroviaria divisa in due dedicato all’esondazione del fiume Taro avvenuta nella notte fra l’8 e il 9 novembre 1982 e che, letteralmente, spazzò via tre piloni del ponte ferroviario sulla linea Milano – Bologna dividendo l’Italia in due sino alla posa di un manufatto provvisorio ed alla successiva ricostruzione del ponte danneggiato.af-2016-10-20-taro-1982-01Nulla di nuovo, naturalmente. Il disastro del 1982 fu preceduto da quello del 1973 e seguito da quello del 1987, al quale seguirono quello dell’autunno 2000 (questa volta fu il Po) e quello di due anni fa che interessò solo marginalmente la provincia di Parma, abbattendosi più intensamente su Modenese e Reggiano.
A parte l’alluvione di Firenze del 1966, quelle del Polesine nel 1924 e nel 1951, i disastri in Valtellina nel 1906, nel 1929 e nel 1987, quello nella biellese valle del Cervo e quello in val d’Ossola, quello di Monza nel 2003 e quello… e quello… e quell’altro… e a parte il fatto che da quasi un secolo a Milano ogni volta che piove l’Olona esce e nel quartiere di Niguarda si va in barca, lo stato idrogeologico del nostro Paese gode ottima salute.
Un tempo ero un idealista, successivamente divenni pessimista. Ora, a parte le cose che mi riguardano direttamente, lo ammetto: me ne sto alla finestra a guardare. Tentare di risolvere i problemi di questa baracca che qualcuno insiste a chiamare paese è come insistere nel pestare la testa contro il muro, con l’inevitabile risultato.
Si spendono un sacco di soldi ma non si sa per cosa, visti i risultati. In ogni caso la soluzione non consiste nell’arginare i danni provocati da un abuso del territorio, la soluzione consiste proprio in un utilizzo diverso del territorio, per esempio nella non cementificazione degli alvei, per esempio curando la manutenzione dei boschi, per esempio non abbandonando il territorio a se stesso. Lo so, tutte cose già dette.
Dimenticavo… la storia delle casse da morto. L’alluvione del 7 novembre 1973 colpì molte località delle valli del Taro e del Ceno. Tra queste Bedonia, dove la fuoriuscita di un piccolo rio provocò l’allagamento della parte retrostante di un palazzo storico, area che si trasformò in un vero e proprio lago con quattro metri d’acqua e dove decine di bare fuoriuscite dal magazzino di una ditta di onoranze funebri che nel palazzo aveva sede presero a galleggiare come canoe. Dopo oltre quarant’anni questa lugubre scena rubata all’apocalisse rimane ancora ben salda nell’immaginario dei bedoniesi rimane ben salda, tant’è che tuttora l’evento è ricordato come “l’alluvione delle casse da morto”.

Alberto C. Steiner

Cime: la montagna a Milano

Cime a Milano, tre giorni di mostre, conferenze, incontri, laboratori incentrati sulla realtà e la funzione della montagna organizzati da Unimont, l’Università della Montagna con sede a Edolo, e dal CAI, Club Alpino Italiano.cv-2016-10-08-cime-mi-001La conferenza stampa di presentazione che avrà luogo il 25 ottobre alle ore 11:30 presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Milano ne costituirà il preludio.
Tra i numerosi eventi, in programma da giovedì 3 a sabato 5 novembre ed ospitati nella cornice della “Statale”, l’Università degli Studi di Milano in via Festa del Perdono 7, segnaliamo quelli a nostro parere più interessanti.
Venerdì 4 novembre
Ore 09:00-12:00 – Quattro passi tra le cime
Quattro laboratori interattivi dedicati alle scuole primarie e secondarie inferiori: agro-food, cambiamento climatico e grandi ungulati, la montagna dei racconti, esplorare la montagna;
Ore 14:00-16:00 – Da un fiore un formaggio
L’evento per noi più interessante ed al quale parteciperemo: presentazione della nuova filosofia adottata da alcuni allevatori, il loro nuovo approccio alla produzione, alla promozione e alla distribuzione di latte e formaggi.
Il focus viene posto sulla salvaguardia delle razze animali autoctone e in via d’estinzione e sulla valorizzazione della biodiversità, anche vegetale, dei pascoli di montagna e dei prodotti che ne derivano. La vendita di un formaggio unico per approccio di produzione mira a creare un circolo virtuoso atto a preservare dell’estinzione animali e piante, anche attraverso il coinvolgimento diretto, attivo e consapevole del consumatore che in ogni momento può monitorare online il processo in corso e le caratteristiche del prodotto disponibile.
Nella tavola rotonda verranno introdotte esperienze in corso, casi di successo, prospettive presenti e future per le valli. Regione Lombardia e ERSAF presentate alcune delle condizioni che rendono possibile ai giovani imprenditori avviare aziende di questo tipo in montagna, gli allevatori illustreranno le loro esperienza e guideranno la degustazione dei prodotti.
Ore 14:00-16:00 – Viticoltura Eroica da tutte le regioni alpine italiane
Tavola rotonda con laboratorio di degustazione guidata dai produttori.
Ore 17:00-10:00 – Clima che cambia, montagna che cambia
I cambiamenti del clima, l’impatto sensibile sulla montagna e sulle modalità di frequentazione di questo ambiente.
Sabato 5 novembre
Ore 09:00-12:00 – La medicina di montagna
Tavola rotonda sugli interventi di primo soccorso e gestione delle emergenze con simulazione di un intervento di soccorso con unità cinofile.
Ore 12:00-14:00 – Incontro con gli specialisti della medicina in montagna
Aperto al pubblico, agli studenti delle scuole superiori e dell’Università.
Ore 13:00-14:30 – Un nuovo tipo di turismo
Sentieri e rifugi tecnologici
Ore 14:30-16:00 – Giovani e impresa
Tra ricerca, innovazione e creatività presentando casi di successo per indirizzare i giovani all’imprenditoria in aree montane.
Ore 14:30-18:00 – Sentieri e rifugi
Tavola rotonda con laboratorio di sentieristica aperto al pubblico, agli studenti delle scuole superiori e delle università.
Tra le mostre, aperte per tutta la durata della manifestazione, segnaliamo Presenze Silenziose: ritorni e nuovi arrivi di carnivori nelle Alpi, curata dal Gruppo Grandi Carnivori del CAI e composta da 20 pannelli che descrivono i grandi carnivori delle Alpi e le situazioni a essi collegate mediante 57 foto attuali e storiche, 10 disegni e 7 cartine che raccontano e informano sul ritorno attuale e futuro dei grandi carnivori, in particolare lupo e orso.
La partecipazione ad alcuni eventi, tutti gratuiti, deve essere prenotata; il nutritissimo programma è consultabile sul sito cimeamilano dal quale può essere scaricato in formato pdf.

Alberto C. Steiner

La Dama dell’Ermellino, nata in Brianza tra rogge e mulini

Il primo documento europeo che ne parla è il Trattato d’Architettura di Vitruvio, ma dell’utilizzo del mulino idraulico si trovano tracce in iscrizioni mesopotamiche.
A partire dal IX Secolo il suo utilizzo si diffuse e il suo predominio, insieme con quello del successivo mulino a vento, rimase incontrastato sino al XIX Secolo quando l’avvento della macchina a vapore prima e del motore elettrico successivamente, ne decretarono la fine.cv-2016-09-28-dama-ermellino-002Per avere un’idea della produttività: poteva macinare due quintali di grano in un’ora, equivalente al lavoro di 40 schiavi o tre asini in un giorno.
Solitamente identifichiamo l’energia idraulica con la produzione di granaglie, ma essa serviva anche per ricavare olio e per azionare i telai delle filande o i magli dei fabbri.
Dai riscontri in nostro possesso risulta come gli ultimi mulini lombardi funzionanti ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso furono il Mulino Colombo di Monza e il mulino Orsi di Miradolo Terme in provincia di Pavia.
Circa la sorte del secondo nulla sappiamo, il primo venne invece trasformato in museo etnografico con annesso un minuscolo ristorante, tuttora esistente nel centro del capoluogo brianteo.cv-2016-09-28-dama-ermellino-005La strutture dei mulini ad acqua, in alcune parti analoghe e comuni a quelle di altri opifici industriali idraulici, sono sostanzialmente riconducibili al canale di adduzione delle acque: la ruota esterna all’edificio trasforma l’energia idraulica in energia meccanica che, attraverso una serie di alberi e ruote dentate, viene trasferita alle macine in pietra all’interno dell’edificio, come mostra l’immagine sottostante.cv-2016-09-28-dama-ermellino-004Relativamente alla produzione olearia parametrata ad un quintale di prodotto originario, dal lino si ricavava una resa in olio del 22%, dal germe di grano il 6%, dalle mandorle circa il 40%. Le scorie di lavorazione pressate in panetti, o panelli, venivano acquistate dai contadini come mangime per animali.
Le macine potevano essere orizzontali o verticali a seconda del tipo di lavorazione e del prodotto da ottenere e appositi invasi o tramogge servivano a raccogliere e convogliare alle macine la materia prima da sottoporre a pilatura o macinazione, mentre i buratti, per i cereali, raccoglievano il prodotto della prima lavorazione separando la farina dalla crusca.
Leve, tiranti, contrappesi, viti di regolazione e cinghie accompagnavano ovunque la complessa struttura, innescando o interrompendo i flussi.
L’avvento del vapore e dell’energia elettrica ha trasformato e reso obsoleti in breve tempo gli antichi impianti ad acqua con le grandi ruote in legno e ferro, i vecchi e polverosi congegni, talvolta d’impostazione ancora medievale, i suggestivi ambienti dove per secoli vennero lavorati i cereali locali.
La possibilità di localizzare le strutture produttive lontano dai corsi d’acqua provocò, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, una vera e propria rivoluzione nell’organizzazione del lavoro: non più luoghi obbligati, spazi ridotti, aree spesso umide, fredde e talvolta di difficile accesso, ma spazi ampi, ben serviti, dove le trasformazioni e gli adeguamenti erano in ogni modo e momento facilmente attuabili. Un esempio di razionalità in tal senso sono i Mulini Certosa, situati lungo la Statale 35 dei Giovi presso la Certosa di Pavia.
Oggi rimangono solo poche testimonianze di mulini ad acqua ed altre fabbriche idrauliche progressivamente abbandonate, che fortunatamente qualcuno ha conservato e talvolta recuperato salvando la memoria di quella che alcuni autori hanno definito l’unica vera grande “Macchina del Medioevo”.
I mulini dismessi e riconvertiti in musei della civiltà contadina, relais o ristoranti d’atmosfera sono innumerevoli, così come numerosi sono quelli tuttora in vendita, spesso in luoghi suggestivi.
E concludiamo quindi queste brevi note citando un mulino – nel quale oggi sono stati ricavati un piccolo museo ed un ristorante molto bello – situato ad Agrate Brianza: il Mulino dell’Offellera.cv-2016-09-28-dama-ermellino-001Il 30 ottobre 1926 un contratto redatto su 40 pagine ne assegnava la conduzione, da parte del proprietario Pio Istituto dei Rachitici di Milano, ai signori Ortolina Livio, Calimero e Aliberto (detto Liberto) per un periodo di nove anni rinnovabili.
La perizia di stima allegata al contratto, a cura dell’ing. Luigi Giachi, descrive nel dettaglio i beni oggetto dell’affitto:
Prato “di sotto” per 34.340 m2
Prato “di mezzo” per 43.140 m2
Prato “di sopra” per 58.340 m2
Caseggiato e molino composto da cascinale di 21 vani su 2 piani con corte, orti e spazi uniti su un’area di 4.870 m2 (di cui 2.490 in catasto terreni e 2.380 in catasto fabbricati).
Complessivamente una proprietà di oltre 14 ettari tra i comuni di Agrate e Brugherio, con il mulino situato in quella che ancora oggi è chiamata Curt di Murnée, corte dei mugnai in dialetto.
Ma cos’avrà mai di particolare questo vecchio mulino, in fondo uno come tanti, per essere al centro della nostra attenzione?
Anzitutto il fatto di essere alimentato dalla Roggia Gallerana, tuttora esistente anche se non più in uso e in parte interrata, che sorgeva al Pian d’Erba derivata dal fiume Lambro e che, svolgendosi lungo la Brianza collinare, da Villasanta (in origine La Santa) raggiungeva Agrate Brianza e Brugherio e di qui attraverso Cisnusculus (l’attuale Cernusco sul Naviglio) e Pioltello si ricongiungeva al Lambro nei pressi dell’attuale San Donato Milanese.cv-2016-09-28-dama-ermellino-006Nel Quattrocento il duca Galeazzo Maria Visconti approvò una variante affinché il corso d’acqua venisse estratto dal lambro mediante un pozzo. Successivamente alla realizzazione del canale della Martesana dovuto a Leonardo da Vinci, l’acqua venne derivata dal canale Villoresi (originante dal Ticino e passante per Monza in senso Ovest-Est) incrociandosi con la Martesana, cosa che tuttora avviene tramite un sistema di chiuse non distante dalla stazione della metropolitana di Villa Fiorita, all’estremità orientale del comune di Cernusco sul Naviglio.
Ma è ben altra la particolarità della roggia Gallerana: essa deve il suo nome alla famiglia benestante dei Gallerani, di origine senese e trasferitasi a Milano – dove abitava nell’attuale corso Garibaldi presso San Simpliciano – a causa della guerra tra Guelfi e Ghibellini. Essendo di origine “straniera” non è censita fra i nobili milanesi anche se, provvista di notevoli mezzi, acquisì terre nella Brianza orientale ed in particolare tra Agrate Brianza e l’antica Vicus Mercati, l’odierna Vimercate. Di sua proprietà divenne la roggia, che dall’antroponimo prese a quel punto il nome.
Il mulino in questione fu voluto nel 1476 da Fazio Gallerani, padre di quella Cecilia che, sedicenne, divenne l’amante di Ludovico il Moro, lo “sponsor” ambrosiano di Leonardo da Vinci, al quale commissionò il ritratto successivamente intitolato La dama con l’ermellino, un piccolo olio su tavola delle dimensioni di 54×40 cm, databile al 1488-1490 ed uno dei più famosi insieme con la Gioconda e la Vergine delle Rocce.cv-2016-09-28-dama-ermellino-003Nel 1488 il Moro ricevette dal Re di Napoli il titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino, e sembra che l’identificazione con la giovane amante Cecilia Gallerani si basi sul sottile rimando rappresentato dall’animale simbolo di purezza e incorruttibilità, in greco denominato galḗ, γαλή, con un’allusiva assonanza al cognome di Cecilia.
E quindi? E quindi niente: la roggia Gallerana percorre tuttora, parzialmente interrata, i territori di Cernusco e Pioltello, e in quest’ultima località, al confine con Segrate non lontana da una nota industria tipografica, insiste una imponente cascina in via di progressivo degrado che potrebbe essere recuperata per ricavarne residenze, terreni coltivabili e spazi abitativi e di fruizione sociale a servizio della comunità.

Alberto C. Steiner