Edilizia 4.0: no, Mago Merlino non lavora qui

Più che una new way of life sembra una new way of living-room. La rappresentazione dell’edilizia quattropuntozero, tutta BIM, Building Information Modeling, stampanti 3D e deliri di case popolari alte fino al cielo e cablatissime non è più affidata agli architetti.
Il protagonista, sempre sorridente, bello e macho come Paul Newman al massimo del suo splendore, è un ingegnere in camicia bianca, non a scacchi, desueta ed indossata ormai solo dai pensionati dei NOCS, Nuclei Osservatori Cantieristici e Suggeritori.
Completano la mise cravatta allentata tinta unita, preferibilmente stretta e scura, ed elmetto giallo. Sottobraccio, l’inevitabile rotolo con disegno di progetto e, pur essendo la scena ambientata in cantiere, senza la benché minima piegolina e candido siccome un giglio.
Non fatevi trarre in inganno: quell’ingegnere non sta lavorando, lo hanno assunto perché si distragga dopo la tragedia che ha colpito la sua famiglia.
È da poco rimasto vedovo: la moglie era la mamma del Buondì Motta, quella dell’asteroide.Shanghai city network technologyAllo stato dell’arte l’Edilizia 4.0 è una chimera con scarsissime possibilità applicative, ed in questo articolo ne espongo le ragioni.
Ancora nel 2016, esattamente il 27 aprile, l’allora Presidente dell’ANCE Claudio De Albertis, nel corso di un’audizione alla Camera dei Deputati affermava come l’attività nel settore delle costruzioni sia complessa e caratterizzata da un modo completamente diverso di industrializzare i processi rispetto a qualsiasi altro genere di attività industriale.
Lo prova il fatto che il settore si sia adattato al sopraggiungere di obblighi di legge piuttosto che di nuovi scenari del mercato semplificando al massimo la propria organizzazione, ma senza mai fare propria una visione strategica.
Ciò deriva precipuamente dal fatto che l’ossatura del sistema non siano i pochi colossi ipertecnologici, superfinanziati e maestri in pubbliche relazioni, ma imprese piccole, ed anche minime, assolutamente non in grado, in ragione del livello culturale dei loro esponenti e della modesta capacità finanziaria, di adeguarsi al cambiamento in atto.
Lo stesso cambiamento che nell’ultimo ventennio si è reso evidente in massima parte per la sostituzione dei muratori bergamaschi con quelli egiziani e dell’est europeo.
Lo stesso concetto del costruire, escluse innovazioni che spesso riportano al passato, è e ancora per decenni sarà connotato da tecniche e materiali consolidati da secoli di pratica, dove a mutare possono essere la mescola della malta cementizia, l’aggiunta in misura maggiore o minore di elementi resilienti, antimuffa, non soggetti nel tempo a mutamento dimensionale e via enumerando in un elenco di prodotti e soluzioni tecnologiche oggettivamente sterminato, specialmente nel campo delle componenti: lattonerie, ferramenta, infissi, serramenti, pavimentazioni, intonaci, rivestimenti, mastici, componenti elettriche ed idrauliche, generatori di calore ed altre che interessano complessivamente quasi ottanta settori produttivi.
Va detto che gli operatori sono, in linea di massima, più propensi rispetto al passato a prendere in considerazione nuovi concetti edilizi legati ad una maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale. Ma ciò è prevalentemente dovuto, oltre che alle norme legislative, alle richieste dei clienti, specialmente di quelli privati che ancora oggi costituiscono il nerbo della domanda cantieristica. Ripeto e sottolineo: tuttora costituita nella quasi totalità da piccole e medie imprese, con assoluta prevalenza di quelle artigianali e individuali.
Considerato lo scenario sin qui descritto appare pertanto quanto mai problematico coniugare soddisfacimento della qualità, anche manageriale, unito al rispetto di tempi e costi preventivati e ad una comunicazione globale fra operatori, referenti, e persino interferenti, vale a dire certi organismi pubblici che sembrano spesso esistere esclusivamente per autocertificare la propria esistenza in vita, creando a non finire problemi normativi, procedurali e persino umorali invece che promuovere ed individuare soluzioni.
Grande sfida, quindi, quella che dovrebbe condurre la filiera delle costruzioni da un’anarchica parcellizzazione di compiti, responsabilità e filosofie gestionali ad un governo comune del processo produttivo. Ad adottare persino la stessa lingua, in una Babele dove il cambiamento radicale di una visione che abbandoni l’individualismo sfrenato per trasmigrare a un nuovo modello fondato sull’integrazione collaborativa, assomiglia molto ad una visione utopistica.
La stessa metodologia che, prevedendo l’utilizzo di software dedicati, consente l’informatizzazione del processo edilizio, la rappresentazione digitale dell’opera nel corso del suo intero ciclo di vita dalla progettazione alla realizzazione, dalla manutenzione alla dismissione, vale a dire il BIM, Building Information Modelling, è ormai caricata di valenze magiche ed apotropaiche, quando non addirittura divinatorie.
Lo strumento permette indubbiamente molteplici profondità di dettaglio, consentendo di ottenere significativi benefici: dai minori tempi di realizzazione ad una maggiore rispondenza dell’opera alle esigenze del committente, da un maggiore rispetto dei preventivi ad una più elevata qualità dell’opera.
Però si scontra con un dato di fatto – che rientra nella fattispecie dell’allegra anarchia cui si è accennato – ovvero che in cantiere nessuno, dopo aver dato loro un’occhiata di massima, ha mai seguito i disegni. Nè mai lo farà. La frase: “Geometra/architetto/ingegnere, si che li ho visti i disegni, sono di là nell’armadietto.” è un classico. E spesso i vecchi volponi senza lauree ma con anni di esperienza sul groppone hanno irrobustito, consolidato, risparmiato materiali, esposto in misura minore a sollecitazioni, corrosione, umidità, ponti termici.
Dispiace dirlo ma chi vagheggia di Bim, quattropuntozero, normative che rischierebbero di far trascorrere la gran parte del tempo al pc invece che tra foratoni, scossaline e ferri, in cantiere c’è stato solo in visita guidata. Indossando elmetto lucido, badge, vestitino della festa e, giusto per riecheggiare i tempi del college, scarpe Penny Loafer.cc 2019.01.30 edilizia 4.0 001Certo, è assolutamente vero che oggi in Bim mode si realizzano le più importanti opere architettoniche ed ingegneristiche mondiali. Sono quelle partorite da imprese e studi con stuoli di architetti, ingegneri, galoppini.
Lo ha provato un’indagine, svolta proprio dall’ANCE nel 2017, che ha appurato come nel settore la conoscenza del Bim e delle sue procedure, maturata anche mediante corsi dedicati, si attesti in prossimità dell’80% degli addetti. Ma nella pratica gli utilizzatori sono in percentuale drasticamente ridotta: non superano il 20 per cento.
Un altro aspetto che sfugge ai propugnatori di cantieri da mulino bianco è che in cantiere non ci sono nè spazio, nè tempo, nè possibilità di consultare costantemente il tablet, di essere pronti a cogliere i gracidii del palmare o del telefono. Non si può lavorare con la faccia incollata ad un monitor e non si possono indossare cuffie, se non quelle antirumore. Altrimenti si rischia la pelle.
E questo senza disconoscere tutta una serie di benefici dati da un utilizzo coordinato e condiviso da tutte le figure tecniche, interne ed esterne all’azienda, ciascuna per la propria parte di competenza.
Esiste inoltre un aspetto, tipico di un’edilizia sottosviluppata e comunque arretrata come concetto, che nello Stivale è particolarmente marcato: il consumo del suolo.
L’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale fornisce i dati: nel 2018 54 chilometri quadrati letteralmente mangiati da nuove edificazioni. E l’Italiland dei massimi sistemi se ne frega.
Le uniche che non lo consumano sono, paradossalmente, le piccole imprese artigiane che operano prevalentemente nel settore delle ristrutturazioni, non certamente quelle che sventrano interi quartieri per ridisegnarli.
l’Internet of things, la gigabit society, le smart city non costituiscono affatto l’unico modello economicamente e socialmente sostenibile ma, risorse digitali o meno, contribuiscono alla corsa verso il disastro ambientale.
La lista degli interventi possibili, in edilizia, è piuttosto lunga, soprattutto relativamente a talune criticità in tema di nuova edilizia, di recupero urbanistico e, conseguentemente, di inclusione sociale e competitività.
Ma il settore è pieno di paradossi, di tranelli che sembrano messi lì apposta per rendere difficile la vita di chi in cantiere ci vive.
Un esempio? Il decreto 164 del 2014, il cosiddetto Sblocca Italia. In sede di conversione del DL 133/2014, venne inserito, con l’Articolo 6-ter Comma 2, l’Articolo 135-bis nell’ambito del T.U. sull’edilizia (DPR 380/2001) che regolamenta le norme per l’infrastrutturazione digitale degli edifici.
In sostanza l’obbligo di prevedere, con decorrenza 1° luglio 2015, all’interno dei nuovi edifici o in caso di profonda ristrutturazione (Articolo 10, Comma 1, Lettera C), un’infrastruttura fisica multiservizi “passiva costituita da adeguati spazi istallativi e da impianti di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica fino ai punti terminali di rete”.
Obbligo che l’Articolo 8 del successivo DL 33/2016 ha esteso a tutti gli edifici esistenti che, ove già dotati di un’infrastruttura fisica multiservizi, sono obbligati a fornire accesso agli operatori di rete che ne fanno richiesta “secondo termini e condizioni eque e non discriminatorie, anche con riguardo al prezzo”.
Nel caso in cui sorga una controversia, l’Articolo 9 del suddetto decreto stabilisce che ci si possa rivolgere all’Autorità garante per le comunicazioni, individuata quale organismo competente per la risoluzione delle controversie tra operatori di rete e gestori di infrastrutture fisiche.
O tra operatori di rete che, nel pieno rispetto del principio di proporzionalità, adottino una decisione vincolante per risolvere la controversia “anche in materia di fissazione di termini e condizioni eque e ragionevoli, incluso il prezzo, ove richiesto, secondo le procedure di cui alla delibera 449/16/Cons”.
Interessante, vero? E soprattutto comprensibile, di immediata applicabilità e fondamentale per l’attività di cantiere. Peccato che l’Autorità indicata non rivesta nessun ruolo consultivo nell’ambito indicato e, anche ove lo rivestisse, dovrebbe nominare esperti e periti per capirci qualcosa. Immaginatevi i tempi biblici di definizione, con il cantiere bloccato e gli inevitabili costi finanziari. Per cosa? Per uno spazio mjunito di portelli di ispezione destinato ad ospitare cablaggi. Il risultato? Ciascuno fa come gli pare.
E mi sono limitato a citare un esempio da operetta, non ho parlato di inerti o smaltimenti.
Se si vuole che l’implemento dell’edilizia 4.0 tocchi la maggior parte delle attività edilizie e non, come oggi può avvenire, solo la ristretta fascia delle grandi imprese, esso dovrà quindi preliminarmente partire da un quadro normativo favorevole alla realizzazione delle infrastrutture, anche mediante la semplificazione degli oneri amministrativi, economici, tecnici.
Diversamente, parlare di incentivi, smart city e internet of things costituisce solo un vistuosismo accademico. Lo dimostrano del resto, anche relativamente ai grandi numeri, i pochissimi progetti di ampio respiro di riqualificazione o di recupero edilizio che non siano nella realtà dei fatti solo nuove edificazioni. Diversamente da quanto accade invece nella tanto vituperata Europa.
Siamo sempre, come si dice, nel campo delle cento pertiche: si dialoga sui massimi sistemi dimenticando come la ripresa, nel settore dell’edilizia, debba inderogabilmente passare attraverso la riqualificazione del patrimonio residenziale esistente, vale a dire i condomini, che secondo i dati Istat sono oggi circa un milione e coinvolgono oltre 10 milioni di famiglie.
Se è vero che Edilizia 4.0 costituirà una rivoluzione, questa rivoluzione dovrà coinvolgere in primis le famiglie ed il loro benessere.
Per esempio attraverso l’implementazione di sistemi di risparmio energetico e controllo dei consumi, che oltretutto con la massima semplicità conducono sulla via di un’edilizia maggiormente sostenibile.
Basterebbe riuscire a percepire il condominio come macchina energetica, costituita, oltre che dai materiali con cui è realizzata, anche da una serie articolata, complessa e interdipendente di impianti elettrici, di trasmissione dati, di riscaldamento e di produzione di acqua calda sanitaria, di distribuzione dell’acqua e di condizionamento dell’aria, di gestione dei rifiuti. Esistono già soluzioni tecnologiche, intelligenti, innovative ed ecosostenibili, che possono consentire gestione, monitoraggio e dialogo in tempo reale.
Conseguendo notevoli benefici in termini di contributo fiscale, ed evitando magari che in caso di gelo plateatici e rampe dei box non possano essere cosparsi di sale perché tutti credevano che ad occuparsene avrebbe dovuto essere qualcun altro.

Alberto Cazzoli Steiner

Annunci