Ecovillaggisti: la fabbrica degli illusi non è mai in crisi

Premesso che la fabbrica degli illusi illude chi è disposto a farsi illudere, imperversa da tempo sul più diffuso dei social il santino della pecora, nera o che va controcorrente rispetto al gregge: ma a nessuno viene in mente che è pur sempre una pecora.
RIVE, Raggruppamento Ideologico Villaggi Eco-chic, è tornato a colpire patrocinando l’iniziativa di Italia che Cambia: Progettare il Cambiamento, weekend formativi in ecovillaggio che “lanciati per la prima volta nel marzo 2017” a detta degli organizzatori “si sono finora rivelati una scintilla di cambiamento per più di 150 partecipanti da tutta Italia.”
Non sappiamo se la scintilla sia stata senza conseguenze o se l’ecovillaggio abbia preso fuoco.KL-Cesec-CV-2014.02.21-PecoreMa, orsù, entriamo nel dettaglio: cosa serve, oltre all’intento, per creare un ecovillaggio? Calce, malta, legname, carpenteria, tavelloni, parquet, impianti elettrici, idraulici e termici, infissi e serramenti?
Non scherziamo: servono laboratori di yoga, di cucina e di autoproduzione, momenti di formazione-gioco, meditazioni collettive, sentieri di trekking e attività serali nonché:
Facilitazione, “una metodologia di lavoro sempre più diffusa che permette di porre attenzione ai nostri obiettivi, alle modalità con cui li raggiungiamo e alle persone coinvolte nel processo.”
Ecopsicologia, “disciplina in grado di attivare sensibilità e connessione con l’ambiente per facilitare l’autorealizzazione personale.”
Comunicazione ecologica e Ascolto profondo, “due strumenti utili a creare armonia nei gruppi – in modo che ognuno possa contribuire con i propri talenti a realizzare lo scopo comune – e per entrare in contatto con i propri mondi interiori sviluppando empatia con il prossimo.”
Sociocrazia, “metodo cooperativo in grado di dare ai gruppi umani maggiore efficienza, coinvolgimento, stabilità e agilità nei processi decisionali.”
Conoscenza e gestione del Conflitto, “focus orientato a comprendere il conflitto e la sua azione su di noi per affrontarlo in modo costruttivo ascoltando i messaggi che ci porta senza esserne travolti.”
Mai più senza.
E francamente non comprendiamo questa spasmodica attenzione alla gestione ed alla risoluzione dei conflitti: se sono tutti amici, belli, bio&bau, sorretti dall’intento, fanno pure meditazione, quali conflitti dovranno mai insorgere? Forse gli stessi che da sempre hanno diviso la sinistra ed i suoi cosiddetti intellettuali?
Ma perché progettare il cambiamento? Perché, affermano i promotori: “Uno degli obiettivi … è la diffusione delle conoscenze fondamentali all’uomo contemporaneo per costruire un futuro degno di essere vissuto in armonia con il Pianeta che lo ospita.”
Il programma “non è rivolto solo a chi ha bisogno di consolidare una traccia personale già avviata, ossia a chi ha già smesso di credere alla capacità della vita tradizionale, stretta nella tenaglia città-lavoro-consumo, di generare felicità.”
Bene, assertivi i ragazzi. E soprattutto modesti nelle ambizioni. Ma si, tanto è gratis… Ma avevamo chiesto “a chi”, non “a chi non”. Veniamo dunque a quando gli toglie le mutande: “Soprattutto, è rivolto a coloro i quali avvertono l’esigenza di cambiare la propria vita.” Azz.
“La presenza … di materie diverse che nascono dagli stessi presupposti di fondo e si pongono obiettivi simili, rende automaticamente questi eventi tra le migliori introduzioni possibili al sistema concettuale e pratico che porta al Cambiamento.”
“Ogni incontro comprende workshop di diverse materie, testimonianze e attività sociali. La socialità è una parte fondamentale del progetto, perché nel Cambiamento che verrà non saremo mai soli se impariamo a riconoscerci. A latere dei workshop sulle varie materie proponiamo pertanto cerchi di condivisione, esercizi di costruzione dell’identità di gruppo, laboratori sul “saper fare”, attività fisiche (movimento corporeo, yoga, trekking, ecc.), meditazione e visite guidate dell’ecovillaggio.”
“Nel prossimo incontro, che si svolgerà dal 14 al 17 giugno all’ecovillaggio Torri Superiore, nel comune di Ventimiglia … torneremo a parlare degli Strumenti del Cambiamento con un programma ricchissimo. Oltre alle 6 materie oggetto dei workshop, avremo una meditazione collettiva, un laboratorio di autoproduzione di cosmetici (crema all’aloe vera) e uno di cucina (gnocchi di patate alla ligure) a cura degli abitanti dell’ecovillaggio, e poi momenti di formazione-gioco, un sentiero di trekking (durante il workshop di Ecopsicologia), 2 cerchi di condivisione, 2 laboratori di yoga e uno di giochi teatrali, un Open Mic nella piazza di Torri Superiore e naturalmente la visita guidata dell’ecovillaggio.”
Si, ridi ridi che nell’ecovillaggio hanno fatto i gnocchi.KL-Cesec-CV-2014.01.31-Ecovillaggio-Ces-003Bene gente, questo è quanto. Per parte nostra, inutile che ci ripetiamo, non possiamo che ribadire il contenuto dell’articolo Percorsi per ecovillaggisti. Formativi? che scrivemmo il 21 febbraio 2014 sul cessato blog Cesec-CondiVivere, leggibile qui, e dal quale ci limitiamo a tratte alcune brevissime note ricomprese nel finale:
“Signori, questa è fuffa. Allo stato puro e a caro prezzo. … La questione è che, finché l’ecosostenibilità sarà appannaggio di questa gente alternativa che di alternativo ha solo notevole pochezza condita da altrettanto sussiego, la numerosa gente normale ma attenta alle questioni ecologiche si guarderà bene dall’accostarsi a siffatte istituzioni, temendo di finire in una comune fricchettona e lasciandole così preda di chi vive una realtà che, stando così le cose, sarà sempre e solo marginale e fuorviante.”
Questo invece, giusto per far sapere che non ci siamo inventati nulla, è il link alla pagina di Italia che Cambia dalla quale abbiamo tratto le notizie qui commentate.
Sarà un caso che, su un migliaio di ecovillaggi censiti nel mondo, i 32 censiti in Italia nel 2015 siano diventati 22? Naturalmente il conteggio degli ecovillaggi non comprende quelli moldavi, azerbaigiani, dell’America Latina, dell’Africa equatoriale e di tutti quei luoghi del sud del mondo dove non ci sono strade e dove le donne percorrono anche 20 chilometri al giorno per attingere acqua ad un pozzo e dove l’ospedale è a tre giorni di viaggio. No, quelli non li comprende perché sono veri, non finta miseria ecochic.

Alberto C. Steiner

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Quando CondiVivere significa solidarietà

Lo riconosco: quando, nell’aprile 2013, scelsi CondiVivere per identificare l’attività del Cesec, Centro Studi Ecosostenibili, nell’ambito del cohousing e conseguentemente della bioedilizia, delle energie rinnovabili e, più in generale, dell’ecosostenibilità, ebbi un colpo di genio.
Con buona pace di chi afferma che bisogna lasciar andare l’ego – e perché mai visto che da piccolo, oltre al lego, avevo anche il trenino e il meccano? – diedi origine ad un nome evocativo.CC 2018.03.22 Fondazione CondiVivere 001E sono lieto di sapere che altri abbiano seguito le mie orme, per esempio la Fondazione CondiVivere Onlus con sede a Bresso, vicino Milano, di recente formazione e con la quale non c’entro nulla.
Ne ho scoperto l’esistenza fortuitamente in ragione di una pubblicità apparsa su Facebook e, incuriosito, ho voluto approfondire. Ho così scoperto che svolgono un’attività interessante nell’ambito dell’accompagnamento di persone con deficit cognitivo affinché trovino una dignitosa collocazione in ambito relazionale e lavorativo.
In particolare attraverso Scuola delle autonomie, un progetto finalizzato alla formazione delle competenze, utili perché le persone possano vivere in modo il più autonomo e indipendente possibile, in particolare proponendo un itinerario che, dopo la scuola, vada a colmare il vuoto progettuale che spesso si lamenta in questo periodo di vita della persona con deficit e che crea le premesse a situazioni di esclusione e segregazione.
Un’altra iniziativa è L’emozione di conoscere i sapori, laboratorio e punto vendita di prodotti alimentari biologici di qualità, aperto nel quartiere Dergano, a Milano, e gestito da un gruppo di adulti disabili e di operatori, che lavorano insieme con l’obiettivo di costruire un’esperienza di imprenditoria etico-solidale e di inclusione sociale lontana da una logica assistenzialistica.
Nello spazio aperto nel dicembre 2016, oltre ad offrire verdura e frutta, formaggi e salumi, pasta e riso, olio, marmellate, legumi, farine, birra e vino, succhi, prodotti tipici regionali e a chilometro zero in collaborazione con produttori locali e gruppi di acquisto solidali, si promuovono iniziative culturali e sociali, eventi di degustazione, mostre e presentazione di libri, laboratori per bambini e spettacoli teatrali.
La Fondazione si segnala infine per un progetto di cohousing che intende sviluppare la convivenza fra persone con e senza disabilità.CC 2018.03.22 Fondazione CondiVivere 002Il sito della Fondazione è condivivere-onlus.org e una cosa è certa: ora che so dell’esistenza di questa realtà, oltretutto prossima a Milano, la osserverò con attenzione e, poiché non sono nuovo ad esperienze di volontariato, non è escluso che possa apportare il mio contributo.

Alberto C. Steiner

Nelle cave apuane tra memorie di lavoro e di paesaggi

Tutto ha un prezzo, per chi è in vendita.
Questa affermazione concludeva l’articolo “Carletto guarda: le Apuane! Dove papà? Non le vedo” che pubblicai il 4 marzo 2014 sul cessato blog Cesec-CondiVivere e leggibile qui: http://cesec-condivivere.myblog.it/2014/03/04/carletto-guarda-le-apuanedove-papa-le-vedo/.
Nell’articolo ipotizzavo un papà ed il figlio in viaggio in auto, ed il padre che esortava quest’ultimo: “Carletto guarda: le Apuane!” che replicava: “Dove papà? Non le vedo.”
Con il padre che concludeva, spazientito: “Uffa, non serve che guardi fuori dal finestrino… qui, sul tablet, in queste vecchie foto.”CC 2018.03.15 Marmifera 002L’articolo era significativo del gravissimo scempio ambientale perpetrato nel bacino marmifero più noto d’Italia: oltre ai costi in termini di sostenibilità non bisogna trascurare i costi in vite umane, perdute nei numerosissimi incidenti sul lavoro, nella fase estrattiva e durante il trasporto, il momento da sempre più pericoloso.
A proposito del trasporto va segnalata la ferrovia, detta La Marmifera, che dal 1876 al 1964 servì con ardite opere ingegneristiche gran parte del bacino, dalle cave sino alle zone di smistamento e del porto di Carrara. Venne chiusa a causa della concorrenza del trasporto su gomma ed alcune opere ne tramandano il ricordo, in particolare l’ormai raro volume I treni del marmo, ferrovie e tranvie della Versilia e delle Alpi Apuane dello scomparso Adriano Betti Carboncini (ETR Editrice Trasporti su Rotaie, Salò 1984).CC 2018.03.15 Marmifera 003Nel 1960, quando la ferrovia ormai languiva e numerosi mezzi erano già accantonati, la locomotiva 1 venne sacrificata per girare la scena de La strada dei Giganti, un film di infima qualità a sfondo risorgimentale, nella quale la locomotiva fu fatta precipitare da un viadotto. Qui la foto e, per gli interessati, il link allo spezzone del relativo filmato su Youtube dove, al minuto 3’21” si vede la locomotiva precipitare.CC 2018.03.15 Marmifera 001La Marmifera e La Storia dei Cavatori è una pagina presente su Facebook, espressione di un gruppo che organizza, in particolare presso la Cavamuseo di Fantiscritti, mostre a tema con esposizione di documenti e filmati e visite ai siti a bordo di veicoli fuoristrada. Le prossime iniziative in tal senso, che promettono di essere molto interessanti ed alle quali auguro il successo che meritano, sono previste per domenica 18 marzo e per domenica 8 aprile prossimi.

Alberto C. Steiner

Profumo di pane: dall’abbandono all’eccellenza

Nel suo libro Io faccio così, viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia (Chiarelettere, 2013) Daniel Tarozzi racconta storie di microeconomie, che non fanno più parte dell’aneddotica ma delle quali non troviamo notizia sui media impegnati a darci oggi il nostro nemico quotidiano informandoci su chi scanna chi, e che stanno silenziosamente consolidando una mentalità diffusa che valorizza il territorio e le competenze delle persone, spesso promuovendo lavori all’insegna dell’ecocompatibilità, del risparmio e della qualità della vita.
Della storia che stiamo per raccontare ci perviene una notizia datata 2013, ma l’origine risale addirittura al 1999. Perciò, prima di pubblicare, vogliamo verificare. E siamo felici di scoprire che ad oggi l’attività è più che mai viva e fiorente.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 001.jpgSanta Rita, nelle campagne attorno a Caltanissetta, è un borgo agricolo. Molto d’atmosfera e romantico, ma colpito dall’inesorabile abbandono che lo accomuna agli innumerevoli paesi fantasma italiani.
Aprire un panificio in un posto così è da pazzi, e infatti il pazzo c’è, risponde al nome di Maurizio Spinello ed ha fatto una scommessa, primariamente con se stesso. Piuttosto che andarsene come hanno fatto in tanti, o svolgere una stentata attività agropastorale, ha optato per una terza possibilità: aprire un forno e fare il pane. Cosa che avviene a partire dal 1999 grazie all’aiuto dei genitori e ad un prestito bancario.
Ma il suo non è un forno qualsiasi, perché grazie alla ricerca ed al recupero dei grani antichi siciliani Russello, Tumminia, Bidì, Maiorca, Perciasacchi ricavati da molitura a pietra, e con la sola aggiunta di sale, acqua e pasta madre viene preparato un pane seguendo il metodo tradizionale che prevede lievitazione lenta e cottura nel forno caricato con legna di mandorlo e di ulivo.
Anche la ricerca del mulino è stata laboriosa e tendente ad escludere tutti quelli industriali, che surriscaldano il grano durante la molitura. La scelta ha favorito un mulino di Castelvetrano, caratterizzato dalla lavorazione tradizionale a pietra.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 002I prodotti sono certificati Aiab, ed entrare nel forno di Maurizio Spinello significa essere inebriati dagli aromi di pane, legno di ulivo, terra, mandorle, lavanda, rosmarino, vino.
L’attività ha conseguito numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e, tra le numerose attività collaterali svolte, segnaliamo seguitissimi corsi di panificazione e la manifestazione Cibo che unisce, organizzata ogni ultima domenica del mese. Questa fiera del biologico fa incontrare aziende, consumatori ed appassionati siciliani (e non solo, considerata ormai la notorietà dell’evento) e comprende momenti di convivialità, musica, spettacoli teatrali e confronti tra i vari produttori che arrivano a radunare nel piccolo borgo fino a duemila persone.
Per finire, ma è un modo di dire perché in realtà, quando si è sorretti dalla passione e dalla creatività, non è mai finita… da qualche anno è in corso un’attività di agriturismo resa possibile dall’acquisto degli edifici abbandonati, oggetto di restauri accurati nel rispetto delle caratteristiche locali.
Precisiamo che questo non è un articolo redazionale, non pubblicihiamo quindi contatti ma solo questo link ad un gradevole filmato caricato su Youtube. Chi fosse interessato ad approfondire trova in rete ampia messe di riferimenti, tra questi il sito, e la pagina su uno dei più seguiti social network.
C’è indubbiamente qualcosa di magico in tutto questo. Quella magia, quell’alchimia che derivano dalla capacità di sognare, dall’intelligenza emotiva sorretta da pragmatismo, concretezza e determinazione.
Per quanto ci riguarda è l’ennesima dimostrazione che, nel rispetto di determinate condizioni, il recupero di borghi disabitati non solo è possibile ma può costituire una piacevole e redditizia fonte di attività.
A condizione, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di mettere mano al portafogli senza aspettarsi o, peggio, pretendere, che scenda la manna dal cielo sotto forma di stato assistenziale che deve dare, assegnare, promuovere, tutelare, garantire. Nel Medioevo prossimo venturo più che mai audentes Fortuna iuvat, il resto sono solo giochi da salotto ecochicbiobau.

Alberto C. Steiner

Un ringraziamento particolare a Rosa Kaska per avere pubblicato sulla propria pagina Fb la notizia che ci ha incuriositi.
Riferimenti: Foodscovery, Il Gambero Rosso, Italia che cambia, Tempi e Terre, Tripadvisor.

Scuole di agricoltura sostenibile? Le aveva già inventate il Fascismo

O popolo bruto su, snuda il banano!
Non vedi che giunge l’amato sovrano?
Il sir di Corinto dal nobile augello,
Qual mai non fu visto più duro, più bello.  (Ifigonia in Culide, Atto I Scena I)
In questo momento storico fondamentale
dove?dove?dove?
per il Paese
quale?quale?quale?
a latere di una legge che pone l’ὀστρακισμός, l’ostrakismós
bono l’ostrakismós, con la polenta!
a tutto ciò che richiama il Fasismo, le spoglie del Re Soldato alias Sciaboletta, ovvero di colui che di tale regime permise l’insediamento intimorito dalla frase che l’imbonitore da fiera alias Crapùn pronunciò: “Farò di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli” e che in un paese ormai devastato dalla guerra
Ma è giusto che te la dia al primo appuntamento?  (da un gruppo Fb di incontri per cinquantenni)
se la squagliò peggio del Carlo Martello di De Andrè dando così la stura alla guerra civile, nel silenzio più totale stanno per calcare l’italico suolo, grazie ad una legge che lo ha consentito. È persino possibile che Sciaboletta venga inumato al Pantheon
In questa palude territoriale che taluni (taluni? non fare l’acculturato del cazzo! su, da bravo, scrivi: una sbaraccata sba-rac-ca-ta … ecco, così) si ostinano a definire paese abbiamo varcato da gran tempo il confine della dicotomia schizoide: i sinistri sono diventati peggio delle peggiori destre, in fusion con le medesime dopo che queste sono diventate una pallida caricatura di se stesse.

In un melange da vomito, anzi da trasüu de ciucch (perdonino le gentili lettrici) sono individuabili residui di salvataggi bancari con denaro pubblico, attentati alla riservatezza in favore di case farmaceutiche, fantasmi di presunte nipotine di satrapi nordafricani e rottami che – interdetti ai pubblici uffici per reati che in un paese mediamente normale sarebbero considerati infamanti – possiedono tuttora facoltà di parola e peso politico, gioppini che girano in treno, contestatissimi ma questo non lo si deve sapere, e via enumerando. Anzi, non enumerando: ci fermiamo qui perché non desideriamo che i nostri lettori – che in quanto nostri lettori appartengono alla quota del 10% non imbecille, imbelle, rassegnato, inconsapevole, lobotomizzato – respirino ulteriori olezzi di discarica.Cesec 2017.12.18 Scuola Agricoltura Sostenibile.jpgSullo sfondo di questo scenario a tinte livide ci è stato regalato il manifesto che riproduciamo, avente per oggetto il Concorso Nazionale per la Vittoria del Grano. Risale, come evidenziato nel tondo in alto a sinistra, all’Anno VI E.F., Era Fascista, il 1928, quasi un decennio prima delle “inique sanzioni” e della conseguente autarchia con annesse battaglie del grano.
Quello che ci colpisce è la scritta che campeggia in calce: rivolgersi alla cattedra ambulante di agricoltura, che ci rimanda inevitabilmente alle varie scuole ambulanti di agricoltura sostenibile, che affermano di richiamarsi ad un’economia di scambio, felicemente decrescente, improntata alla condivisione.
Cesec-CondiVivere-2014.12.05-Autarchia-Verde-006Il 5 dicembre 2014 pubblicammo sul vecchio blog l’articolo Green economy? L’ha inventata il Duce: si chiamava Autarchia che, in ragione dell’argomento spinoso, iniziava con queste parole: “Premessa: se ciò che sto per scrivere sarà causa di turbamenti per i figli dei figli dei fiori, vale la risposta che Jack Nicholson, nei panni del colonnello dei Marines Nathan R. Jessep, diede al suo vice, tenente colonnello Matthew Andrew Markinson, nel film Codice d’Onore.”Cesec-CondiVivere-2014.12.05-Autarchia-Verde-002-1024x414.jpgInvitiamo chi lo desidera a rileggerlo, perché gli spunti che offre sono quanto mai attuali. E ciò senza dimenticare l’articolo del 15 febbraio 2017: Wie braun sind die Grünen? titolo “la cui traduzione letterale è ‘Come (nel senso di quanto) sono marroni i Verdi?’ in riferimento al colore marrone delle Camicie Brune originariamente indossate dalle S.A. (Sturmabteilungen, reparti d’assalto) di Ernst Röhm, che in Germania identificano i nazisti esattamente come in Italia le camicie nere sono associate al fascismo”, e che concludevamo specificando come “certe tesi siano decisamente tirate per i capelli, altre siano palesemente strumentali, ma nel complesso trattasi di un indicatore di modelli di pensiero spesso diffusi anche da noi.”
Giorgio Nebbia, nella prefazione del libro citato nel primo dei due articoli indicati sopra, ricorda come un’autarchia vada oggi praticata perché abitiamo tutti in un’unica nazione, il Pianeta Terra, i cui confini sono chiusi: “Possiamo trarre quello che ci occorre soltanto dal suo interno e la nazione planetaria soffre degli stessi limiti che affliggevano i paesi in guerra nel XX Secolo. Contare sulle proprie forze, fare di più con meno non sono capricci, ma linee della politica economica da adottare nel XXI secolo.”
Pur comprendendo come l’autarchia sia stata oggetto di ostracismo a causa dei suoi eccessi e del suo orientamento alla preparazione della guerra, uno dei suoi meriti principali fu rammentarci che negli stessi anni le stesse politiche – come il New Deal di Roosevelt – ebbero invece l’obiettivo di salvare la pace, e persino Keynes, nell’opuscolo intitolato La fine del laissez-faire, scrisse chiaramente: “Inclino a credere che, quando il percorso di transizione si sarà compiuto, una certa misura di autarchia o di isolamento economico tra le nazioni, maggiore di quello che esisteva nel 1914 possa piuttosto servire che danneggiare la causa della pace”.
E gli attuali ecovillaggi non sono altro che l’emblema della ricerca di uno stile di vita rallentato all’insegna della decrescita a km zero: in altre parole comunità e autarchia.

Alberto C. Steiner

La botta grossa

Il nostro interesse, relativamente al progetto al quale stiamo lavorando a Orvieto, non è tanto concludere una brillante e redditizia operazione di recupero immobiliare quanto sviluppare le premesse per una permanenza sul territorio in modo da operarvi come attori, agenti di sviluppo riconosciuti come appartenenti alla Comunità.CV 2017.11.22 La botta grossa 001.jpgÈ funzionalmente a tale premessa che, volentieri, condividiamo la notizia dell’uscita nelle sale cinematografiche, in particolare della Capitale e dell’Umbria (a Milano, ça va sans dire, solo al Mexico, isola felice tra multisale tamarre addobbate come centri psicosociali fetenti di popcorn di plastica), de La botta grossa, il documentario di Sandro Baldoni prodotto da Istituto Luce che racconta cosa accadde dopo il terremoto del 30 ottobre 2016 che colpì il Centro Italia, successivamente al sisma di Amatrice. Un evento che pur non mietendo vittime costituì, a memoria d’uomo, la scossa più devastante da decenni: interi paesi distrutti, 40mila persone sfollate, un’eredità sociale e psicologica ancora oggi, a distanza di un anno, “da centro psichiatrico a cielo aperto” come afferma il regista, aggiungendo: “è un documentario fuori moda, ho voluto far parlare le persone in macchina, oppure filmarle mentre fanno qualcosa ma ogni tanto rivolgono parole e sguardi allo spettatore, facendolo partecipare.”
La botta grossa, come in Umbria e Marche hanno chiamato il sisma, non racconta, purtroppo, storie nuove ma ci parla di emergenze e urgenze che paradossalmente si rinnovano, procrastinandosi quotidianamente in un eterno nulla. Il film racconta cosa accade a chi perde quasi tutto e come si sopravvive, continuando a vivere nell’attesa di interventi, tra dolore, smarrimento, auto-organizzazione, umanità e ironia tentando di smettere di sopravvivere per irprendere a vivere. Scuotendosi, dopo la scossa.
Il film è, infine, anche un road-movie tra strade dissestate, una Pro Loco divenuta isola nell’oceano, villeggiature forzate al mare, scuole improvvisate, racconti di anziani alternati al mondo dei social.
E, figura che a noi piace più di tutte, il nostro personale Arcano 9 dei tarocchi, un eremita che, pur solitario, fa qualcosa che rappresenta decine di migliaia di persone. Vedere e ascoltare per credere.CV 2017.11.22 La botta grossa 002Un film che senza fingere che la cinepresa non sia presente parla di persone, confidando di lanciare un messaggio ai cittadini di tutta Italia.
Ma su quest’ultimo punto noi – e ci duole affermarlo da decenni – abbiamo seri dubbi sulla capacità di ascolto e di comprensione, oltre che sulla memoria degli italiani.
Questo il link al trailer: http://cinecitta.com/IT/it-it/news/45/8679/la-botta-grossa-storie-da-dentro-il-terremoto-in-sala.aspx.

Alberto C. Steiner

Obiettivo qualità: un albergo diffuso a Verona

ScenarioPopietra sfumato per tabella.jpgnella graduatoria delle province italiane a maggiore vocazione turistica Venezia rimane inscalfibile al primo posto, seguita da Bolzano che conferma la qualità dell’offerta sciistica che ha definitivamente oscurato la Valle d’Aosta. Subito dopo c’è Roma ma in quarta posizione, ben prima di Firenze e Napoli, c’è Verona, relativamente alla quale il 2016 ha confermato, consolidandola, la tendenza all’incremento di visite e pernottamenti registrata nel 2015, che ha costituito un vero e proprio record. I risultati sono la ricompensa di un lavoro eccezionale svolto da operatori e istituzioni, soprattutto per l’impegno profuso in ambito culturale per implementare, mantenere e sviluppare un’offerta turistica di qualità elevata.
15.125.798 presenze nella provincia (+4,83%) e 1.762.637 in città (+4,83%) costituiscono un dato di estremo interesse, con una permanenza media in provincia – segnatamente è il Garda a riscontrare il maggior numero di preferenze – di 4,62 giorni, e nel capoluogo di 1,98.
77,40% del totale i turisti stranieri, con tedeschi (5.372.463) e olandesi (1.516.709) ai primi posti. Seguono britannici, austriaci, danesi e svizzeri. Stazionari canadesi, statunitensi e francesi, in calo i russi (40.389 presenze, -24,20%), ininfluente la presenza di cinesi (0,11% sul totale). Questi ultimi costituiscono il 3,65% delle visite cittadine ma, inquadrati in rapidissimi tour mordi e fuggi, non contano assolutamente nulla sotto il profilo dei consumi non acquistando, letteralmente, neppure una bottiglietta d’acqua.
Relativamente ai visitatori italiani, la maggior parte proviene da Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige. Seguono Campania (incremento del 15,42% rispetto al 2014), Calabria (+16,37%) e Lazio (+14,81%).
Risorgere dall’acquaverona romana.jpgNella parte più antica di Verona, dominata dal fortilizio austriaco di Castel San Pietro edificato sulla spianata del colle dove sono state trovate tracce di insediamenti pre-romani risalenti all’Età del Ferro, tradizione, storia, esoterismo e religione si incontrano nel centro della Minor Hierusalem presso la memoria dell’antico Ponte Postumio, risalente al I Secolo ed in linea con il Cardo e il Decumano cittadini, crollato una prima volta nel 589 e definitivamente nel 1153, ed affiancato e poi sostituito dall’attuale Ponte Pietra, costituente oggi il più antico manufatto cittadino, edificato 150 metri più a monte del precedente.
Sacro e profano si incontrano inoltre nel Teatro Romano e nella chiesa di San Siro, fondata nel X Secolo e dove venne celebrata la prima messa cristiana.
Dal 26 novembre 2016 la chiesa (oggi intitolata ai santi Siro e Libera) è inserita nel percorso “Risorgere dall’acqua”, nell’ambito del progetto Verona Minor Hierusalem che ha portato in città migliaia di visitatori ed il cui tracciato si snoda dove abbiamo individuato tre immobili suscettibili di garantire un’accoglienza mirata di qualità.
A Verona, affascinante città la cui capacità ricettiva è oggi notevolmente inferiore alla domanda originata da afflussi turistici senza sosta dovuti alle bellezze architettoniche e paesaggistiche, alle manifestazioni culturali e fieristiche, è possibile investire con sensibili ritorni d’immagine ed economici in iniziative di elevato standing che facciano incontrare il calore di una casa in un borgo antico e le comodità di un hotel stellato.
Tale modalità ha un nome: ospitalità diffusa, gradevole alternativa all’albergo o all’affitto di case vacanza. L’ospite soggiorna in strutture solitamente lontane tra loro ma gestite come una unica, un sistema che permette di utilizzare tutti i servizi alberghieri garantendo autonomia e discrezione.
Nata in Abruzzo e molto popolare in Toscana, l’ospitalità diffusa ha permesso di recuperare intere frazioni che rischiavano di scomparire, regalando una totale immersione nella storia e nelle tradizioni di zone meno famose ma piene di fascino.
Le tipologie sono molto differenti: città d’arte di media dimensione, antichi borghi immersi nella campagna, località montane comprendendo un’offerta che spazia dall’hotel di lusso a strutture più semplici con appartamenti disseminati nelle case del paese o nella campagna, o ancora agriturismi e dove una doppia o un appartamento costano da 49 a 488 Euro.
L’offerta è generalmente integrata da corsi di cucina, tour enogastronomici e culturali, escursioni a cavallo o in bicicletta, camini accesi e ritmi lenti, spettacolari colazioni servite all’ombra di antiche mura o nel profumo di giardini e pergolati, piscine a sfioro, massaggi aromatici, atmosfere medioevali di villaggi costruiti da contadini ed ora, dopo decenni di abbandono, diventati piacevoli relais.
A rigore la definizione di albergo diffuso sarebbe pertinente a comuni che non eccedono i tremila abitanti, ma anche in città di più vasta dimensione è possibile realizzare strutture analoghe. Muta solo la denominazione e un appartamento che normalmente verrebbe locato ad un canone mensile da 600 a 1.200 Euro può rendere da 69 a 280 Euro a notte: dovendo fare i conti con sano pragmatismo ed attenzione alla redditività, questa è l’idea che ha portato allo sviluppo del progetto.
Essere green è un must, anche per i B&Bda spalletta ponte.jpgSembra la conseguenza di una filosofia pauperista tardo-hippy, ma non lasciamoci trarre in inganno: siamo al cospetto della decrescita responsabile. E chi la sposa, ed apprezza dove questa viene praticata, appartiene sempre più per censo e cultura ad una fascia medio alta.
In Italia le strutture ricettive turistiche (alberghi, bed & breakfast, agriturismi) che adottano misure finalizzate a ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività sono una consolidata realtà in espansione, per quanto ancora di nicchia: Legambiente ne ha censite circa 1.200 conferendo a molte la certificazione Eco-Label.
Per ottenere la classificazione le strutture devono rispettare, in modo rigoroso, semplici ma fondamentali regole. Tra queste risparmio idrico ed energetico, riduzione dei rifiuti prodotti e loro riciclo attraverso la raccolta differenziata.
Una gestione sostenibile deve inoltre attuare la promozione del territorio e dei suoi beni naturalistici e culturali, adottare menu che valorizzino l’enogastronomia, preferibilmente biologica, tipica del luogo e proporre itinerari a stretto contatto con l’ambiente circostante.
Per nulla trascurabile ai fini del punteggio, infine, la capacità dei gestori di coinvolgere gli ospiti favorendo comportamenti rispettosi dell’ambiente. Va detto che quest’ultima particolarità incontra il divertito favore degli ospiti stranieri, in particolare olandesi, svizzeri e tedeschi che, abituati a casa loro a comportamenti ecosensibili, prendono la cosa come un simpatico gioco nel quale coinvolgere i bambini. Tra gli italiani sono sempre meno quelli che reagiscono infastiditi pronunciando la frase fatidica: “Almeno in vacanza vo-glio rilassarmi!” e sempre più quelli che accolgono l’opportunità, non fosse altro che per non fare la figu-ra dei selvaggi se sono in vacanza con amici.
Per ridurre l’impatto ambientale di un B&B gli accorgimenti sono semplici e alla portata di chiunque: de-tergenti ecologici, riduttori di flusso per l’acqua e pannelli solari per riscaldarla, sistemi di riutilizzo delle acque piovane, sensori crepuscolari di movimento per le luci.
Non incontra in linea di massima, dobbiamo dirlo, il nostro favore la prescrizione di eliminare tutti i prodotti usa e getta e monodose, dai saponi alle marmellate, poiché la riteniamo inelegante e poco igienica.
Concordiamo invece con il cambio degli asciugamani su richiesta e l’offerta di colazioni con prodotti locali – non necessariamente bio purché improntati ad un target di eccellenza – con il suggerimento di itinerari lenti e di ecoturismo, con l’incentivazione degli spostamenti a piedi, con i mezzi pubblici o in bicicletta, magari offrendo agli ospiti biciclette o free-pass turistici per i servizi di trasporto pubblico, non solo urbano.
A questo proposito va detto che Verona, essendo il suo centro storico da visitare a piedi, esula da tale concetto che riteniamo però valido per il territorio circostante: pensiamo solo alle difficoltà di parcheggio ed alle interminabili code lungo la litorale Gardesana.
Le tradizioni di un territorio già contemplano in sé la cultura dell’accoglienza, e la carta vincente consiste nel non cedere dalla standardizzazione che fa trovare ovunque i medesimi prodotti. Nell’ambito del progetto intendiamo perciò offrire servizi che valorizzino prodotti locali ed utilizzi tradizionali, poiché è dal contatto con il vivere quotidiano che nasce quell’esperienza che l’ospite ricorderà di aver vissuto come unica.
Relativamente agli interventi edilizi, per il recupero in chiave green di un edificio esistente vanno presi in considerazione i materiali cosiddetti poveri: ecosostenibili e naturali, ma non per questo meno costosi, come paglia, legno, terra cruda, e il verde anche per i tetti.
Essere green contempla la possibilità di accedere a contributi ed incentivi, per esempio a quelli previsti dai programmi di sviluppo cofinanziati dall’Unione Europea, dedicati agli imprenditori attivi nel comparto dell’ospitalità con una particolare attenzione ai temi della sostenibilità ambientale.
L’unico ostacolo, e non da poco, si incontra quando ci si deve malauguratamente rapportare alla burocrazia, che a parole incentiva l’innovazione e l’ecosostenibilità ma nei fatti è assolutamente contro l’imprenditorialità.
La nostra esperienza veronesepopietra originale 003.jpgNella città di Verona non arriviamo impreparati: il nostro team gestisce da tempo una struttura dalle caratteristiche similari a quelle che intendiamo acquisire, indirizzata specificatamente all’accoglienza di ospiti provenienti dall’estero e gestita attraverso le principali piattaforme di booking.
Il nostro target medio si compone abitualmente di coppie che, salvo eventi particolari come Fiere e manifestazioni sportive, soggiorna per una media di 2 -3 notti.
L’età è molto variabile, dai 20 agli over 65. Molto raramente ci sono figli di giovane età, per i quali siamo attrezzati con un letto dedicato.
Al momento la nostra piccola attività ha un altissimo indice di riempimento grazie ad una posizione estremamente favorevole in pieno centro storico a pochi passi dalle principali attrazioni, ed oggi non vediamo particolari minacce all’attuale redditività poiché le strutture analoghe in centro storico non sono molte e, a parte un paio di eccezioni, sono di ridotte dimensioni e quindi non possono crescere in competitività.
Relativamente alla definizione del prezzo per una camera doppia, negli ultimi due anni la forbice si è costantemente mantenuta tra i 62 Euro a notte nella bassissima stagione (mesi di Novembre – Gennaio – Febbraio sino a San Valentino) e 109 Euro in caso di importanti manifestazioni (Vinitaly, grandi concerti in Arena, apertura della stagione operistica), con un prezzo variabile tra i 79 e gli 89 Euro negli altri giorni. Questo per una struttura che fondamentalmente offre servizi quasi spartani (in pratica un letto matrimoniale o due letti separati in una stanza accogliente ma null’altro) però in una posizione di assoluto prestigio.
Riteniamo che, vista l’elevatissima richiesta per una sistemazione di centro storico, questa forbice di prezzo rimarrà inalterata nel medio – lungo periodo e sicuramente, vista appunto l’elevata richiesta, non vedremo i margini di guadagno intaccati dai potenziali competitor che eventualmente entreranno sul mercato.
Gli immobili oggetto della nostra attenzioneCV 2017.06.07 Verona 001.jpgUn elegante trilocale in vicolo Cappelletta, in edificio risalente alla seconda metà del XIX Secolo che si apre su un cortile interno che richiama atmosfere conventuali, con uno splendido terrazzo dal quale sembra spuntare il campanile del Duomo.
Un bilocale in via Ponte Pietra che offre una vista ineguagliabile sull’Adige, su Ponte Pietra e sulla collina di Castel San Pietro.
Un edificio di tre piani fuori terra situato in vicolo Cœli, oltre il ponte dietro la chiesa di Santo Stefano.
Queste tre unità, dopo essere state sistemate, potranno offrire complessivamente 12 posti letto di estrema raffinatezza, con una serie di servizi aggregati improntati alla qualità.
Massaggi dell’Egofoto-34Proprio per definire un sano edonismo l’abbiamo chiamata Massaggi dell’Ego: un’iniziativa pensata per portare eccellenze italiane nel mondo, una finestra panoramica su cosa il nostro Bel Paese può offrire al turista attento alla costante ricerca di gusto, qualità e competenza in un campo, la cucina, che ricorda profumi e sapori di tempi lontani, mantenendo il senso della realtà viva e produttiva che caratterizza i nostri tempi e costituisce una delle più considerevoli attrattive turistiche nazionali.
Un vero e proprio massaggio dell’Ego emozionale, apportatore di serotonina attraverso il benessere psicofisico innato nell’alimentazione di eccellenza.
Nelle nostre unità ricettive saranno disponibili prodotti selezionati di alta gamma, creati con passione e supportati da anni di storie familiari legate ai territori delle nostre regioni, per creare sensazioni uniche racchiuse in cofanetti preziosi.
Pur stabilendo opportune convenzioni con ristoranti locali significativi per una cucina attenta alla qualità ed alla storia del territorio, nelle unità immobiliari protagoniste del progetto proporremo agli ospiti colazioni, aperitivi, cene, pacchetti da asporto utilizzabili per gite di un giorno con prodotti di elevato standing, frutto di una ricerca mirata che, attualmente in corso, sta selezionando una gamma ristretta di prodotti e fornitori affidabili.
Le dinamiche della proposta prevedono inoltre una componente di e-commerce affinché gli ospiti possano, una volta tornati a casa, ordinare direttamente online nostro tramite miele, vini, birre, dolci, conserve, elaborazioni a base di carne e pesce, ed altro di ciò che costituirà il corposo catalogo in corso di formazione, per un notevolissimo ritorno d’immagine ed un consistente apporto di fatturato.
Adottiamo un monumentoMappa antica.JPEGAbbiamo infine deciso di adottare un monumento. Anche in un città attenta al proprio passato ed al territorio com’è Verona sono purtroppo presenti monumenti, edifici, luoghi di culto esposti all’abbandono e al degrado.
Mediante la patrimonializzazione immobiliare e lo svolgimento dell’attività ricettiva intendiamo pertanto proporci per il recupero e la salvaguardia di una testimonianza del passato da conservare, rendendola disponibile alla cittadinanza ed ai turisti per visite e incontri tematici.
Individueremo il manufatto da tutelare mediante ricerche mirate e stabilendo opportuni accordi con l’Amministrazione Comunale e con gli enti preposti alla tutela degli edifici storici.
A livello esemplificativo si potrebbe pensare ad uno dei numerosi forti austriaci che, oltre a presentare interessanti strutture edificate, dispongono di superfici esterne adatte allo svolgimento di eventi ed attività ludiche e culturali e, sotto il profilo architettonico, vantano in alcuni casi delle soluzioni spettacolari, come l’incredibile dop-pia scala elicoidale seconda solo a quella dell’orvietano Pozzo di San Patrizio.
Riteniamo che, sapendo che parte del prezzo pagato per i pernottamenti andrebbe destinato a tale iniziativa, anche gli ospiti delle strutture ricettive si sentano molto coinvolti e ne deriverebbe per noi un sensibile ritorno d’immagine.
Opportuni strumenti informativi, cartacei e sul Web, informeranno con periodicità costante circa il procedere del recupero e l’effettuazione di eventi ed iniziative.

Alberto C. Steiner