Perché il cohousing non sia solo un bell’ecogioco di società

Abbiamo partecipato al convegno tenutosi il 14 corrente presso l’Università di Verona rilevando, oltre ad una partecipazione notevolmente superiore alle più rosee aspettative degli organizzatori, spunti di estremo interesse e chiarificatori dello stato dell’arte.
Notevole il filmato L’abitare sostenibile presentato da Isabelle Dupont dell’università di Roma Tre: quattro esempi, e tra questi quello relativo ad uno storico ecovillaggio situato in Toscana, improntati a concretezza e logica del fare.
I numeri riferiti dai relatori sono sintomatici: esistono oltre un migliaio di cohousing nel mondo occidentale, il che ne fa in ogni caso una soluzione abitativa di nicchia. A fronte di questi, quelli italiani (nel nostro paese di parla di cohousing da circa un quarantennio) constano attualmente soltanto in 22 esempi di residenza condivisa mentre una cinquantina di iniziative sono in corso, quasi tutte ferme alla fase di discussione teorica.Cesec-CondiVivere-2014.11.21-Identikit-Cohouser-002.jpgA nostro avviso, come abbiamo sottolineato nel nostro, non previsto, intervento che ha letteralmente riscosso applausi a scena aperta – segno che c’è voglia di concretezza dopo decenni di ecochiacchiere? – la ragione risiede nell’incapacità di uscire dal circolo vizioso che attribuisce alle pubbliche amministrazioni l’indebito potere di essere i soggetti attivi nella politica del cohousing, non ipotizzando la realizzazione di complessi coresidenziali come normali interventi privati da lasciare all’iniziativa privata ma come oggetto di bandi, assegnazioni, graduatorie, concessioni a vario titolo di immobili.
Ciò pertiene a nostro parere a quella cultura residuale di una sinistra intellettuale, ormai defunta e putrefatta ma che viene tuttora indebitamente accreditata come l’unica capace di coagulare iniziative ecosostenibili.
Quella, purtroppo, è la cultura delle interminabili discussioni, è la cultura del non fare, è la cultura dello stato che deve fare-dare-assegnare, che stabilisce come pensare: lo provano le graduatorie di merito nelle ipotesi di assegnazione di residenze in cohousing e, non da ultimo, è la cultura di chi bofonchia di urbanistica e riqualificazione del territorio ma non ha mai visto un cantiere, nemmeno nella pausa pranzo. E peccato che il cohouser, per comprarsi casa, sottoscriva un mutuo e nemmeno a condizioni agevolate.kl-cesec-cv-2014-01-31-ecovillaggio-ces-003Un disegno di legge, ora promosso da M5S ma precedentemente dal PD, propone addirittura classi di merito e vincoli alla proprietà ed alla negoziabilità dell’immobile.
Per quanto ci riguarda, e lo diciamo e lo scriviamo da anni, il recupero di un edificio per il suo riutilizzo in qualità di coresidenza prevede il rapporto con la pubblica amministrazione solo, ed esclusivamente, per quanto riguarda l’urbanizzazione primaria e secondaria, la dia, la scia, l’antisismica, l’impatto ambientale, il recupero volumetrico. Anche relativamente all’aspetto finanziario preferiamo ricorrere all’iniziativa privata mediante il ricorso a mutui e investitori etici privati.
Questo non solo non impedisce ai futuri coresidenti di essere sul territorio con iniziative sociali, culturali, ambientali, ma anzi agevola le azioni proprio perché svincolate da pastoie burocratiche o valutazioni di merito politico funzionali a raccattare voti. E si ha una definizione concreta e univoca in termini di identità e potenzialità operativa, proprio perché svincolati dal politico di turno che oggi dice A, domani dice B e dopodomani si rimangia tutto perché non ha più la convenienza a sostenere l’iniziativa.cesec-condivivere-2014-10-20-ecovillaggio-005Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, Cà di Landino è un villaggio operaio, oggi sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino, un campo base realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura popolato da centinaia di operai. Una volta terminati i lavori fu utilizzato per ospitare alcune colonie estive.
Cà di Landino, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è circondata da boschi di faggi e castagni. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine
Il villaggio presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio (nostro articolo 9 settembre 2016: Mappare l’abbandono).
Conosciamo realtà che, in un decennio di incontri, non sono ancora riuscite a trovarsi un nome, altre che sono ancora al palo con la storia del facilitatore per la risoluzione dei conflitti ed altre ancora che organizzano giornate di studio dove, anziché nozioni tecniche, pratiche o normative, vengono scambiati massaggi shiatsu per concludersi con il cerchio di condivisione al suono del tamburo sciamanico. Questa, come abbiamo avuito modo di dire a suo tempo, è fuffa (21 febbraio 2014: Percorsi per ecovillaggisti. Formativi?).
Ed un esempio che non dev’essere taciuto riguarda infine la dolorosa vicenda dell’autocostruzione assistita che ha visto coinvolte centinaia di famiglie truffate da una società (ovviamente cooperativa, ed ovviamente legata a onlus e ong) accreditata presso numerosi enti locali, e che dobbiamo purtroppo collocare nel pianeta cohousing.
Scrivevamo in proposito il 1° dicembre 2016, nell’articolo Il nostro contributo al referendum: “Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma.”
Questo per dire che a nostro parere il cohousing – che riteniamo una splendida risposta alle sfide sociali, economiche ed ambientali ed alle istanze di condivisione e solidarietà – deve essere visto in una logica d’impresa, sociale fin che si vuole ma all’insegna dell’iniziativa privata. Altrimenti rimarrà argomento di ecodotte disquisizioni intellettuali confinate nei salotti ecochic o nelle feste in cascina.

Alberto C. Steiner

Salone del gusto: W la brogna! (nel senso della pecora)

cv-2016-09-25-salone-gusto-001Ti seguono, ti precedono, ti circondano, ti sovrastano masticanti, sorseggianti, ciuccianti ancorché discettanti ispirati di ecosostenibilità e specismo mentre lanciano lo sguardo lubrico allo stand accanto dove gli espositori affettano sapientemente a mano saporosi prosciutti e nell’aria si spargono effluvi di porchetta: sono le torme di visitatori del Salone del Gusto, precipitati in piena fase orale, pronti a una finta o a uno scarto da provetti calciatori alla vista, o all’odorato di cioccolata, grani antichi, vino, birra, lasagne, agnolotti e, per l’appunto, braciole o salamelle.cv-2016-09-25-salone-gusto-002Tra questi distingui a distanza i reparti speciali d’ecoassalto milanesi, soprattutto distingui le loro erinni.
Senza tirarla lunga: un suk, una fiera di paese, un inno all’inconsapevolezza mascherata con abiti tradizionali e peana alla sostenibilità e al benessere degli animali. Non sappiamo se prima o dopo essere diventati cotechini.
Una farsa condita dalle solite chiacchiere nei convegni dove i delegati di Terra Madre hanno sciorinato tra loro e con esperti provenienti da tutto il mondo la solita merce buona per i saldi: problemi di cibo, suolo, legalità, biodiversità, consumi di carne, ruolo delle donne spesso tratta da un canovaccio immutato da anni.cv-2016-09-25-salone-gusto-003Tra le immagini a corredo il kebab furlan: ineffabile. O il tipo che conciona di grani antichi mentre l’addetto allo stand della Garfagnana, a furia di ascoltare puttanate, se non si addormenta è un miracolo.cv-2016-09-25-salone-gusto-004E l’ennesimo furgoncino Ape o Citroën vintage per somministrare quel che è diventato il nuovo emblema della cultura gastronomica: il cibo di strada. Giusto per consentire alle masse di bifolchi di salire in metrò masticando e ungendo tutto e tutti con le loro dita zozze sentendosi trendy. Senza trascurare l’ecosensibilità dei consumatori quando si tratta di liberarsi di involti, fagotti, piatti, contenitori e bicchieri. La cui produzione ha un costo elevatissimo per l’ambiente, ad onta del fatto che siano spacciati come ecologici.
Per chiuderla con gli innumerevoli aspetti negativi e con gli esempi di ottusità e incoerenza, una sola, doverosa, citazione: un’azienda suinicola di Reggio Emilia alleva i maiali in modo assolutamente naturale.cv-2016-09-25-salone-gusto-005A leggere lo stampato che diffondono le scrofe partoriscono poco, i cuccioli rimangono altre un anno con le mamme, i capi hanno tantissimo spazio a disposizione, manca solo che li portino in vacanza a Sharm (ehm, no magari a Sharm i maiali non è il caso…) prima di accopparli. Sempra quasi che i maiali non vedano l’ora di diventare e salami e coppe.
E passiamo alle cose serie: sono talmente poche che faremo prestissimo.
Iniziamo da Ismea, l’organismo collegato al Ministero delle Politiche Agricole che si occupa di sostenere giovani talenti mediante assistenza normativa, formazione, finanziamenti: era ottimamente rappresentato da alcune aziende gestite da giovani che hanno scommesso sulla campagna.
Interessante e coinvolgente la conversazione intrattenuta con un funzionario dell’IPLA, l’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente già centro studi di una nota cartiera ed ora partecipata delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta e dal Comune di Torino: pur barcamenandosi tra ristrettezze di bilancio svolgono un importante e spesso scomodo lavoro nell’ambito micologico, delle patologie agroforestali, dell’analisi e della tutela dei terreni.
Una menzione per International Land Coalition, che si occupa di tutela dei diritti delle popolazioni agricole del Sud del mondo e di contrastare il fenomeno del land grabbing.
A seguire le aziende: iniziamo da un simpatico gentiluomo di campagna friulano che alle proprie mele, coltivate recuperandone diverse varietà quasi scomparse, dichiara di effettuare due soli trattamenti annui, uno dei quali con il classico sistema bordolese. Alla domanda: “Quanti quintali vende?” la risposta è stata: “Nemmeno una mela! le uso per farci marmellate, succhi, aceto e sidro. Al massimo le regalo.”  Detto fatto: certamente non laccate come quella di Biancaneve ma strabuone.
E ancora friulano è un prodotto di eccellenza: lo zafferano, solitamente coltivato nell’Italia centrale e per la prima volta sperimentato con successo in provincia di Pordenone.
Spicca a nostro parere – nell’inflazione di birre crude, ai tremilaseicentoluppoli, di fossa, di abbazia, di autorimessa, affinata in barrique che hanno in comune una cosa: la dialettica dei produttori – uno storico birrificio della provincia di Belluno. La sua produzione è diffusa anche nei supermercati, spesso con marchi ad hoc perché – come hanno spiegato – altrimenti a Cortina non la bevevano più. Senza tirarsela si presentano per ciò che sono: un’azienda che produce birra. Oltretutto buona.cv-2016-09-25-salone-gusto-006E passiamo alle ragazze veronesi di Vin Strip: un’idea semplice, simpatica e geniale, una rete morbida, resistente e flessibile che avvolge e protegge bottiglie e calici.
E per finire la Brogna di cui al titolo: l’unica razza di pecora autoctona della montagna veronese sopravvissuta all’estinzione, per la cui tutela è stata costituita nel 2012 un’associazione con lo scopo di evitare l’estinzione di un patrimonio della biodiversità.cv-brognaOltre al latte, dal quale vengono derivati formaggi decisamente particolari, le pecore forniscono lana, spesso tinta utilizzando il pigmento fornito da un frutto locale: il pero misso, anch’esso una rarità un tempo a rischio di estinzione.
Non è stato ovviamente possibile osservare ed ascoltare tutto. Sicuramente sono sfuggite tante aziende che tendono all’eccellenza, ma queste righe non hanno la pretesa di costituire un resoconto della manifestazione, ma solo di trasferire alcune sensazioni.

Alberto C. Steiner

Pedemontana: S.P.Q.R., Sono Pazzi Questi Romani… I brianzoli invece no, sono molto peggio.

“Sono Pazzi Questi Romani”… Afferma sconsolato Obelix, però fa ridere, specialmente nell’interpretazione di Gérard Depardieu.
I brianzoli, invece, non sono pazzi: in relazione alla Pedemontana sono dei veri figli di puttana.
l’Unione Artigiani si schiera con Gigi Ponti, presidente della Provincia, che esorta a creare una cabina di regia per il completamento della Pedemontana e, incredibile! (tranquilli, è sarcasmo), anche l’Unione Artigiani di Monza e Brianza spinge per il completamento dell’opera, condividendone spirito e contenuto, in particolare delle due lettere inviate al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delirio, e al nuovo presidente della Società Pedemontana Lombarda Antonio Chec’azzecca.cc-2016-07-17-pedemontana-003Ne avevamo scritto il 17 luglio scorso: Quella Pedemontana che porterà soldi. E diossina, leggibile qui.
“Sosteniamo convintamente” commenta il segretario generale dell’Unione Artigiani, Marco Accornero “il pressing attuato dal presidente Ponti circa la realizzazione del sistema autostradale lombardo, in grave ritardo a causa della scarsità di risorse e al mancato closing finanziario.”
A parte il “closing” che, si, fa proprio venire voglia di un closing in una stanza imbottita, quel “convintamente” ci ha fatto, malheureusement, ridere pensando a questi padani cornuti (non solo per l’elmo, credete) che non sono affatto dissimili da quel Cetto Laqualunque magistralmente inventato da Antonio Albanese: “Cosa intendo fare per l’ecosostenibilità? Una beata minchia!”
Proseguiamo: “La volontà espressa in primavera dal Governo di voler istituire una cabina di regia per valutare tutti gli aspetti problematici ed anche eventuali revisioni del progetto, deve trovare concretizzazione nella convocazione urgente del tavolo, al quale ci pare opportuno trovino posto anche le associazioni di categoria. Trattandosi di opere infrastrutturali vitali per la viabilità lombarda, in particolare della Brianza e di Milano, la presenza dei rappresentanti delle attività produttive appare doverosa.”
I rappresentanti delle attività produttive… Come diceva Sofia Loren in quella pubblicità della TIM: aiutateme! Ma lo sconcio prosegue: “Quanto alla particolare situazione della tratta B2 di Pedemontana” conclude Accornero “l’Unione Artigiani si colloca al fianco delle Amministrazioni comunali coinvolte (Lentate sul Seveso, Meda, Seveso, Barlassina e Cesano Maderno), invocando chiarezza circa la volontà attuativa e temporale di giungere al completamento dell’opera, auspicando anche in questo caso di essere coinvolta, insieme con le altre associazioni di categoria territoriali, nei processi di confronto che verranno istituiti. Pedemontana ha senso solo se vista nel suo complesso ed interamente ultimata. Attualmente non può esprimere tutte le sue potenzialità essendone stati realizzati solo alcuni tratti, ed il passaggio cruciale ovest-est attraverso la Brianza costituirà una arteria strategica per i collegamenti a nord di Milano, dal varesotto alla bergamasca.”
Fine delle citazioni. Commenti? Perché, secondo voi servono?

Alberto C. Steiner

Uno sguardo a economia collaborativa e microcredito

L’economia collaborativa non si limita a sviluppare modelli pragmatici di produzione, commercio, scambio e consumo improntati alla solidarietà, ma è portatrice di un’energia nuova alle relazioni umane, spostando il focus dall’egocentrismo al sociocentrismo.
Spesso, e questo a mio avviso è un bene, senza l’intervento di uno Stato che non c’è, e se c’è crea solo problemi di elefantismo, sovrastruttura, miopia, carrozzoni per interessi clientelari.cesec-condivivere-2014-10-20-io-odio-la-finanza-sostenibileUno dei principi fondativi della finanza etica è l’economia solidale attuata sostenendo il lavoro autogestito, finalizzato alla creazione di modelli di cooperazione e associazionismo di base alternativi al sistema economico tradizionale.
Proponendosi come nuovo modello economico, l’economia collaborativa – che possiamo anche evitare di chiamare sharing economy – è oggi uno dei temi del cambiamento epocale che sta portando enormi benefici in termini di valore del lavoro e del tempo libero, solidarietà e consapevolezza consentendo di rispondere alle sfide della crisi promuovendo modelli di consumo più consapevoli basati sull’accesso piuttosto che sulla proprietà.
L’economia della condivisione richiama antiche tradizioni, non solo in materia di mutualità e cooperativismo ma anche di comunità ristrette in villaggi che dovevano autosostentarsi il più possibile.
L’economia collaborativa ci aiuta a comprendere come un sistema ideale sia quello dove non serve possedere beni e servizi, ma avere la facoltà di utilizzarli quando necessario, pagandone il corrispettivo: una nuova versione di capitalismo, privo di connotati speculativi e che dal concetto di proprietà tradizionale indottoci dalle concentrazioni produttive, finanziarie e del marketing trasmigra ad un sistema su basi decisamente più paritarie e diffuse, favorendo l’accesso. In funzione delle loro peculiarità possiamo sinteticamente individuare alcune modalità:
Il consumo collaborativo, sostanziato da riutilizzo, baratto, impiego di risorse utilizzate in maniera inefficiente o della cosiddetta capacità inutilizzata. Sul web ne abbiamo esempi ormai noti: Blablacar, Airbnb, Ebay, Gnammo.
I finanziamenti collaborativi, noti anche come crowdfunding dall’inglese crowd, folla, che consentono di finanziare un progetto attraverso il concorso di numerose persone. La modalità equity rende possibile ad un gruppo di investitori di finanziare startup o piccole aziende in cambio di alcuni titoli che li fanno diventare proprietari di una parte del business. I titoli possono essere riacquistati dal finanziato ad una scadenza stabilita – generalmente dopo tre o cinque anni – per un controvalore che remuneri in modo equo e non speculativo il capitale investito.
La produzione collaborativa, o peer production, introduce invece nuovo modo di produrre beni e servizi che fa affidamento su una comunità di individui, cooperanti (spesso attraverso il volontariato) per il conseguimento di un obiettivo comune.cesec-condivivere-2014-11-21-identikit-cohouser-002-640x450E infine il microcredito: accompagna iniziative di economia sociale e finanza solidale venendo spesso confuso con la beneficenza. In realtà è un’attività finanziaria a supporto dell’impresa, individuale o sociale, prevalentemente nei comparti dell’agricoltura biologica, della trasformazione agroalimentare e più in generale nella tutela ambientale e territoriale, nei servizi per la cura persona, tecnici ed ausiliari, nella produzione artigianale, nel commercio equo e solidale, nell’educazione, nella formazione e nelle attività destinate alla socializzazione.
Non mancano esempi negli ambiti turistici, dell’arte e della cultura, nella tutela dei diritti dei soggetti deboli e della tecnologia. Come nel caso dell’immagine sottostante, ripresa il 23 maggio 2015 nella coinvolgente cornice dell’ex Arsenale austriaco di Verona quando si tenne Roboval 2015, la manifestazione dedicata alla robotica ed in generale all’innovazione organizzata dall’Associazione Verona FabLab ed incentrata su ragazzi decisamente creativi delle scuole superiori, che si incontrarono per mostrare e condividere invenzioni ed esperienze. Alcuni di loro hanno avuto accesso ad interventi di microcredito per sviluppare le proprie idee e farne un’attività imprenditoriale.

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Ed ora sfatiamo un mito. Come afferma Marco Gallicani nel suo Manuale del risparmiatore etico e solidale, edito da Terre di Mezzo nel novembre 2008: “Il microcredito non è un prodotto per poveri e tanto meno è uno strumento per l’eliminazione della povertà. Le caratteristiche elencate per chiarire cosa potesse intendersi come elemento d’innovazione nel brulicante mondo del microcredito italico non influenzano minimamente il necessario rapporto di clientela che si stabilisce tra affidante e affidato. Cionostante il logoro immaginario dell’alternativa ha ovviamente contagiato anche l’ultimo nato, ma questo ha solo giovato a chi lo ha voluto strumentalizzare.”
Molti credono erroneamente che il microcredito italiano nasca con Banca Etica, della quale conosciamo bene l’immagine eticochic con le sue seggioline pieghevoli, i suoi costi fra i più alti del mercato, le sue istruttorie da Sant’Uffizio. Tanto fumo, in passato anche di polvere da sparo con certi fondi etici dei quali avevamo scritto il 9 luglio 2015: Analisi del portafoglio di Banca Etica Sgr leggibile qui.cesec-condivivere-2014-10-20-squali-della-finanza-sostenibileIl microcredito nasce invece nel 1978 a Verona dal Movimento per l’Economia di Solidarietà capeggiato dall’avvocato Giambattista Rossi.
Chi si occupa di microcredito non si limita ad istruire una pratica, ma presta la propria opera anche nell’ambito dell’ascolto e dell’accompagnamento del soggetto sino alla restituzione del prestito ottenuto. Gli importi vengono generalmente erogati mediante una convenzione con il circuito delle BCC, le Banche di Credito Cooperativo.
Il microcredito è prevalentemente finalizzato all’avvio di un’attività imprenditoriale anche in assenza o inadeguatezza di storia creditizia ovvero in possesso di garanzie patrimoniali considerate inidonee dal credito tradizionale a causa della necessità di piccoli importi (non remunerativi per i parametri di reddito bancario) o addirittura di non bancabilità dei soggetti per assenza di garanzie, eventi pregressi o precaria situazione lavorativa.
Svolge anche un importante ruolo nel contrasto dell’usura e crea occupazione e inclusione sociale favorendo altresì l’educazione finanziaria.
Essendo paragonabile a un prestito d’onore il contenzioso è molto limitato e mai per ragioni che esulino da difficoltà oggettive, anche se in passato – quando la materia non era ancora adeguatamente regolamentata e l’esperienza ancora scarsa – accaddero episodi di particolare gravità.
L’attività microcreditizia ricorre anche allo strumento del peer-to peer, vale a dire prestiti tra privati strutturati attraverso l’aggregazione di un certo numero di piccoli prestiti, spesso ad un tasso di interesse trascurabile.
Numerosi studi dimostrano come il microcredito riduca la povertà creando opportunità di generare reddito, una maggiore occupazione e redditi più alti.
Alcune forme di finanziamento ad attività imprenditoriali sono possibili grazie al programma European Progress Microfinance Facility costituito dall’Unione Europea e, recentemente, la Provincia Autonoma di Bolzano ha istituito un proprio fondo di garanzia in collaborazione con la locale Camera di Commercio e con il Ministero per lo Sviluppo Economico: tramite l’iniziativa, che si rivolge ad aziende con meno di cinque anni di vita e in difficoltà nell’accesso al credito bancario, si possono ottenere crediti sino a 25mila Euro.
Istruire pratiche di microcredito non è difficile, bisogna solo prestare molta attenzione a fattori non finanziari, impossibili da classare nei software dedicati ai parametri finanziari. Detto in altri termini bisogna essere buoni conoscitori delle persone e delle aree di disagio, un po’ confessori, un po’ psicologi e… un po’ sbirri perché fare microcredito è oggi di moda e chiunque – da una parte e dall’altra – potrebbe approfittarne.
Dal punto di vista del soggetto beneficiario il microcredito è infine generalmente vantaggioso: gli oneri finanziari applicati sono agevolati perché manca nell’erogatore la componente del guadagno speculativo.

Alberto C. Steiner

Bamboss, non è una pianta esotica

Bamboss ela mia üna, pianta forestéra, ma él chel che l’ha hacc chèsta paisanada, chèsta paströgnàda: na catedràl de 1.800 pal de aès, 600 brochèl de cantér e 6mila meter de brochèl de nissöl tra Oltra ‘l Còl, Ruch e Ardés.
Traduzione (tradüssiu): Imbecille (bamboss) non è una pianta esotica, ma quello che ha fatto questa paesanata, questo imbroglio: una cattedrale di 1.800 pali di abete bianco, 600 rami di castagno e 6mila metri di rami di nocciolo tra Oltre il Colle, Roncobello e Ardesio.cv-2016-09-07-cettadrale-vegetale-003Inaugurata il 4 settembre 2010 per celebrare l’Anno Internazionale della Biodiversità venne osannata come cattedrale vegetale, opera d’arte, un santuario verde ai piedi del Monte Arera.
Voluta dal Parco delle Orobie Bergamasche con la partecipazione del Centro di Etica Ambientale di Bergamo la struttura, pur avendo perso il suo iniziale (si fa per dire) splendore sorge tuttora circondata da alberi (veri, almeno quelli) al centro di una radura estendendosi per 650 metri quadrati di superficie. Lunga 28,5 e larga 24 metri, ha un’altezza variabile da 5 a 21 metri destinata ad aumentare, a detta di chi l’ha progettata e impiantata, con le piante che sarebbero cresciute di circa 50 centimetri all’anno. Per la cronaca: sono cresciuti solo spelacchiati arbusti.
Ma, bestie cornutissime, ovvero cavrù (caproni, affermato con tutto il rispetto per quelli veri) evitare di far fuori tutti quegli alberi per gratificare il vostro ego no eh? Al limite, giusto perché oggi sono buono, un palo, uno solo, per ciascuno dei progettisti, promotori, finanziatori dell’opera. Per quale uso immaginatevelo da soli.
“L’idea è nata alcuni anni fa” affermò l’allora presidente del Parco delle Orobie Bergamasche Franco Rossi perché “nei parchi l’idea di fruizione per l’uomo è sempre stata legata a qualcosa che modificasse l’ambiente: alberghi, sentieri, impianti di risalita. Ora abbiamo voluto proporre qualcosa di significativo che rispettasse al 100% la natura.”
Non oso pensare a cosa avrebbero combinato se avessero pensato a qualcosa che non rispettasse la natura.
Presentando l’iniziativa il sito GreenMe scrisse: “Il nuovo santuario assumerà sempre più la forma di una verde cattedrale gotica” e “non sarà adibito a luogo di culto bensì, sfruttando la sua struttura aperta e percorribile in ogni direzione è destinato ad ospitare eventi culturali, concerti, manifestazioni folkloristiche, oltre che diventare luogo di sosta per momenti formativi e come base di partenza ed arrivo per i percorsi e i sentieri del Parco.”cv-2016-09-07-cettadrale-vegetale-001Perché ne parlo a distanza di sei anni? Perché in questi giorni si stanno concludendo i lavori relativi all’analoga “cattedrale” realizzata a Lodi, anch’essa celebrata dalla stampa e dall’ecofighetto GreenMe e sulla quale non perdo tempo a dilungarmi.cv-2016-09-07-cettadrale-vegetale-002Tutto questo mi ricorda quando, nei formidabili anni dell’immaginazione al potere, certuni andavano per ogni dove a recuperare tradizioni, ballate e vestigia contadine, schifando nel contempo la propria nonna perché era una contadina ignorante. E mi viene da pensare che forse non aveva tutti i torti il sanguinario dittatore Pol Pot quando mandava gli intellettuali a zappare la terra. Come si dice: dai nemici mi guardo io… ma agli ecotrendy ci pensi Iddio, edd de sahìl (sapevatelo).

Alberto C. Steiner