Parco della Lessinia: intollerabile per Legambiente, Italia Nostra e Lipu che qualcuno possa decidere in casa propria

CC 2018.07.14 Lessini 001“Grave voto della Giunta verso l’autogestione.” Per Italia Nostra, Legambiente Verona, Wwf veronese e Lipu è intollerabile che i proprietari dei terreni costituenti il parco della Lessinia, cioè i padroni di casa, entrino a far parte del comitato tecnico scientifico di gestione.
Per chiarire da subito come la pensiamo di loro e di quelli come loro: è da tempo immemore che esistono per barcamenarsi in chiacchiere, con qualche azione esclusivamente simbolica che al territorio ha procurato più danni che altro, e con l’esclusiva funzione reale di portare voti. È finita a Napoleone, si dice. Figuriamoci se prima o poi non sarebbe finita anche per loro.
Piccola premessa triste, prima di entrare in argomento: quando si trattò di devastare il territorio scaricando nei fiumi gli acidi delle concerie piuttosto che costruendo iinutili strade o realizzando improbabili poli artigianali oggi memento di uno squallido cimitero degli elefanti, per tacere di altre nefandezze, anche i Veneti elettori di Pio Mariano dei Miracoli non furono secondi a nessuno.
Stiamo parlando di quel Veneto, asservito per convenienza al governo di occupazione, dal quale si teneva ben saldo il timone dell’allora Ministero dell’Agricoltura che provvedeva ad elargire sul territorio gran copia di fondi e sovvenzioni, dove modesti artigiani diventavano miracolosamente imprenditori e successivamente industriali per poi delocalizzare dapprima nei paesi dell’Est europeo e successivamente ancora più lontano, in Asia e America Latina.
Intendiamoci: fatte le debite proporzioni nulla di nuovo sotto i cieli d’Italiland.
Ma le cose cambiano, le consapevolezze mutano, vi è maggiore attenzione alla tutela di un territorio sempre più percepito come Heimat, corroborata dala precisa volontà di essere attori del proprio cambiamento in una sorta di democrazia diretta e non rappresentativa.
In tutto questo, morta per consunzione la Balena Bianca, perite le altre sigle sue nemiche o alleate a seconda del canovaccio teatrale da mettere in scena, le forze d’occupazione con i loro scherani e i loro Ascari si sono ricompattate sotto sigle diverse e colori vuoi annacquati vuoi accentuati, imbrogli e tentativi di depistaggio, presto scoperti, di chi cavalcava in modo truffaldino il nascente desiderio di autonomia. Il resto non è più storia bensì cronaca.
Ma esiste ancora chi, in nome di uno statalismo comatoso, di un dirigismo da sacrestia e da segreteria pretende di comandare in casa d’altri indirizzando scelte e fondi, spiegando “al colto e all’inclita” come dovrebbero, anzi devono, pensare ed agire, e soprattutto davanti a chi dovrebbero, anzi devono, scappellarsi.
Il fenomeno è particolarmente riscontrabile nell’ambito della tutela ambientale del quale, sotto un manto di purezza virginale dagli irresistibilmente comici risvolti newage e disneiani, si sono nel silenzio di istituzioni e cittadini appropriate segreterie annacquate e sacrestie arrossate in allegra commistione, formando dei Komintern che ancora oggi pretendono di arrogarsi la facoltà di decidere chi, cosa, come, dove, quando sulla pelle degli altri e nei quali ingegneri, arhitetti del verde, agronomi, biotecnologi, biologi, veterinari, pastori e allevatori sono merce rara, contrapposta alla marea dei laureati (quando lo sono) in filosofia e scienze politiche o lettere antiche.
In questo scenario non stupisce il comunicato stampa unificato di Italia Nostra, Legambiente Verona, LIPU e WWF Veronese dedicato al Parco della Lessinia.
Che, nel Veneto, numerose aree verdi e protette siano state commissariate è storia. C’è da chiedersi dove fossero questi soloni verdi, queste cariatidi del pino mugo, questi opportunisti del cocal quando si trattò di commettere gli abusi e gli illeciti che portarono al commissariamento. Non sappiamo. Sappiamo però che furono fra i membri dei comitati di gestione, fra i probiviri, fra il questo e il quello degli organi di commissariamento, fra i disturbatori delle assemblee cittadine.
Vogliamo proprio essere pignoli ed osservare con la lente che cosa abbiano portato i commissariamenti, soprattutto in riferimento a certe realtà locali particolarmente delicate, in termini di benefici ambientali, ripopolamento, tutela delle specie e del territorio?
La risposta può validamente fornirla la nota e salvifica espressione di Cetto Laqualunque.
Ciò premesso gli organismi sopra menzionati hanno emesso un comunicato, che riportiamo nei suoi elementi essenziali:
“La Giunta Veneta, conscia della maggioranza in Consiglio, non ha faticato ad ottenere quello che da oltre un anno stava perseguendo. L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di svilire e ridurre le aree protette a favore di spazi per le attività economiche.” vale a dire esattamente quello che hanno fatto loro in questi anni non facendo nulla. Ma proseguiamo:
“… riuscita nell’intento con l’approvazione di questa legge, che accentra poteri straordinari su di sé in merito a nomine e controllo per la gestione di tutti i parchi del Veneto, ora potrà dedicarsi alle modifiche sostanziali della Legge Regionale 40 del 1984, riducendo le superfici dei parchi così come già più volte ribadito da alcuni consiglieri di maggioranza che non tollerano la presenza di tutele, vincoli e limiti alla libertà d’impresa.
Eppure non più tardi di due anni fa in fase di redazione della proposta di legge per modificare quella in vigore per l’istituzione dei parchi e delle riserve naturali regionali, si recitava che … Le aree naturali protette e più in generale la rete ecologica regionale … rappresentano un importante laboratorio per la conservazione e l’implementazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici attraverso lo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale …
Una premessa sacrosanta di cui oggi non c’è traccia nella norma appena approvata. Al suo posto, quali finalità e obiettivi da garantire, si dichiara che … le nuove disposizioni per la gestione e il funzionamento dei parchi perseguono l’obiettivo della semplificazione, del miglioramento e dell’efficienza delle procedure programmatorie e gestionali …”
Ed ora arrivano i toni lirici: “Addio conservazione, addio biodiversità!” Si, addio monti sorgenti dall’acque, addio gettoni di presenza, addio commissione di perizie, progetti, studi programmatici destinati ai blabla dei convegni. Andiamo avanti:
“Per uscire dal regime di commissariamento in cui tutti i parchi del Veneto erano miseramente finiti” E come mai c’erano finiti? Voi, nel frangente dove eravate? “il disegno di accentramento nelle mani della Giunta Regionale lo si legge in tutto l’articolato: ‘La Giunta regionale definisce … coordina … fornisce supporto …”
E qui troviamo la frase che ha fatto scendere gli ambientaioli dalle scale come la ragazzina de L’esorcista, sputazzando vomito e bile: “Il consiglio direttivo è nominato dal Presidente della Giunta regionale … il presidente del parco è nominato dal Presidente della Giunta regionale…”
E adesso viene l’intollerabile, per comunistoidi sacrestariani: “In questo quadro destra (Testuale nel comunicato, destra in luogo di desta. Ah, i lapis! ops, i lapsus… se non esistessero bisognerebbe inventarli) molta perplessità l’inserimento nel Consiglio Direttivo dei proprietari terrieri, rappresentanti almeno il 60% dei terreni silvo-pastorali, appartenenti cioè al Parco della Lessinia, con conseguenti possibili divergenze tra le istanze private e quello della protezione e conservazione del patrimonio naturale che sono la ragione per la quale ogni parco è Istituito, secondo quanto previsto dalla L. 394/1991.
Gravissimo, infine, il passaggio delle competenze in merito alle autorizzazioni paesaggistiche dalle mani dell’Ente Parco ai Comuni, spesso inadeguati per competenze tecnico-scientifiche, per mancanza di risorse umane e strumentali e per assenza di visione d’insieme.”
Insomma, nihil sub sole novi: gli altri, di chiunque si tratti, non sono sufficientemente acculturati, preparati, competenti per decidere in casa propria. Hanno bisogno il tutore.
Peccato che il tutore assomigli sempre al commissario politico. E questo è quanto.

Alberto C. Steiner

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Apple store mediolanensis: sarà un troiaio come sui ponti di Venezia

CC 2018.06.28 Liberty 002Così come Tarantasio, il drago del lago Gerundo, si confondeva sotto il pelo dell’acqua pronto a ghermire le proprie prede, lo store Apple c’è ma non si vede.
La differenza è che nelle fauci del mostro creato da Stefano Impieghi (al quale ho sempre, di gran lunga, preferito Stefano Disegni) le prede ci si infileranno volontariamente, gioiose anzi e paghe di aver titillato il proprio miserrimo ego nel convincimento di sentirsi speciali discendendo, fra due colonne d’acqua, la scala che dalla Piazza Del Liberty li condurrà all’ipogeo Paese dei Balocchi ricavato nello spazio che fu del cinema Apollo.
I lavori, partiti non senza suscitare polemiche lo scorso anno, sono in dirittura d’arrivo e, ci informa Citylife: “Grazie a un’originale soluzione architettonica l’accogliente anfiteatro esterno sarà il posto perfetto per condividere le proprie passioni, scoprirne di nuove e approfondire le proprie capacità. Si scende nello store passando tra due alte pareti d’acqua: sono quelle che formano la grande fontana, omaggio alle piazze italiane e allo stretto legame tra Milano e i suoi navigli nella piazza è sempre aperta a costituire un moderno anfiteatro dove sedersi, rilassarsi e vedersi con gli amici.”
Leggi queste cose e non puoi più sostenere che a Milano non scorrono fiumi di droga. Scorrono, invece, e si tratta di roba brutta.
Saremo inguaribili romantici serotini, esteti decadenti, ma noi su quella scalinata – interdetta ai disabili motori – ci vediamo un troiaio come quello che ormai domina i ponti di Venezia: accumuli di carne sfatta e maleolente che vocifera masticando panzerotti acquistati da Luini e sputazzandone briciole insalivate, cicche di sigaretta, bicchieri di pseudocarta con cannuccia perché ormai non si beve, ridotti allo stadio neonatale si ciuccia. E nottetempo pisciate, e forse anche peggio, sui cui residui malamente rimossi e igienizzati l’indomani qualche coppia si siederà a limonare.
I rendering sono sufficientemente esplicativi, in particolare quello dell’enorme totem in cristallo, a piano strada, che ospiterà i giochi d’acqua fungendo anche da megaschermo per promuovere il brevetto Apple dedicato ad un sofisticato sistema audiovideo spaziale.
Del resto lo disse a chiare lettere Angela Ahrendts, vice presidente del colosso di Cupertino, secondo un certo immaginario collettivo alternativo allo strapotere delle multinazionali imperialiste, easy e persino hippy nonché ecofriendly e amato da ogni architetto o intellettuale di sinistra che si rispetti: “I nuovi Apple Store sono progettati per fungere da moderne piazze e punti di incontro, luoghi vitali per le persone e le città che li ospitano.”
E quello di Piazza Del Liberty sembra, in tal senso, l’applicazione meglio riuscita perché trasformerà la piazza in un anfiteatro.
Come? No, non c’entra nulla: quella era Anna, anzi Hannah, Arendt, l’autrice de La banalità del male, il libro che parlava dei crimini nazisti e che in Le origini del totalitarismo scrisse: “Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. Ma nel loro sforzo di tradurla in pratica, i regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare. Quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire.” Assolutamente fuori contesto.CC 2018.06.28 Liberty 001A nostro avviso quello che altri definiscono restyling urbano noi lo chiamiamo aberrazione, degrado culturale, prima ancora che ambientale, che sporca, ferisce, umilia il senso (residuo) delle nostre città, occupandole con l’equivalente fashion e tecnologico delle tende dei franzosi o dei lanzichenecchi travisato addirittura da azione illuminata finalizzata ad una migliore fruizione degli spazi urbani.
Del resto le stazioni della metropolitana si chiamano ormai Garibaldi Nissan (220mila euro per tre anni) piuttosto che San Siro Mediaset Premium (180mila euro annui, concessione biennale scaduta e prorogata fino a settembre, poi si vedrà), Tre Torri Allianz-Generali (5 milioni di euro per dieci anni), Cenisio Monte Paschi (55mila euro annui per tre anni) e, per finire, Gerusalemme Ibl Banca, a 60mila euro annui: saranno discendenti dei poveri cavalieri del tempio?
Il discorso, sia chiaro, è generale ed investe beni monumentali ed architettonici, e il fatto che siano sponsorizzati da qualche multinazionale non è di per sè negativo, se ne consente fruizione, conservazione, manutenzione. Se questo dà fastidio agli statalisti ad ogni costo vale la famosa risposta del colonnello Nathan Jessup /Jack Nicholson che i miei lettori ben conoscono, visto che gli statalisti più che aspettarsi assegnazioni di cohousing, organizzare mercatini finto bio, blaterare e promuovere la tradizione del cicciopirillo, purché andino perché fa cultura altra e nuovo paradigma, non hanno fatto. Per tacere di ben altro.
Resta il fatto che la scalinata che condurrà allo store, un enorme piano inclinato con gradini di dimensioni francamente eccessive e fuori contesto, e (lo ripetiamo) non accessibile ai disabili motori con buona pace del DPR 503/96, occuperà il 68 per cento della superficie della piazza discriminando di fatto gli utenti dello store (gli utili appleiani) dagli altri ai quali della mela mangiucchiata non interessa nulla.
I disabili, lo riferiamo per dovere di cronaca, potranno comunque accedere al negozio mediante un ascensore, come a dire: in qualità di consumatori sono benevenuti, per il resto stiano fuori dalle palle, che con le loro carrozzine compromettono e deturpano il messaggio di gente giovane, attiva, sana, benestante.
Giusto per finire in belezza: dal 1946 ad oggi, salvo le parentesi morattiana e albertiniana (Forza Italia) e formentiniana (Lega) e un commissariamento dal marzo al giugno 1993, i sindaci succedutisi alla guida della città sono stati socialisti in varie salse (addirittura una coalizione DC-PSI-PC concomitante l’elezione di Antonio Greppi, sindaco dal 27 aprile 1945 al 25 giugno 1951). I più recenti, è noto, sono stati Giuliano Pisapia e l’attuale, Giuseppe Sala, dei quali sono note le posizioni politiche. Ed è proprio nel corso di questi ultimi mandati che la città ha conoscoiuto una progressiva mercificazione totale.
Sic stantibus… avevamo pensato di concludere questo scritto con la nota esortazione: dimmi qualcosa di sinistra. No, meglio di no. Un bel tacer non fu mai scritto.

Alberto C. Steiner

Ecovillaggisti: la fabbrica degli illusi non è mai in crisi

Premesso che la fabbrica degli illusi illude chi è disposto a farsi illudere, imperversa da tempo sul più diffuso dei social il santino della pecora, nera o che va controcorrente rispetto al gregge: ma a nessuno viene in mente che è pur sempre una pecora.
RIVE, Raggruppamento Ideologico Villaggi Eco-chic, è tornato a colpire patrocinando l’iniziativa di Italia che Cambia: Progettare il Cambiamento, weekend formativi in ecovillaggio che “lanciati per la prima volta nel marzo 2017” a detta degli organizzatori “si sono finora rivelati una scintilla di cambiamento per più di 150 partecipanti da tutta Italia.”
Non sappiamo se la scintilla sia stata senza conseguenze o se l’ecovillaggio abbia preso fuoco.KL-Cesec-CV-2014.02.21-PecoreMa, orsù, entriamo nel dettaglio: cosa serve, oltre all’intento, per creare un ecovillaggio? Calce, malta, legname, carpenteria, tavelloni, parquet, impianti elettrici, idraulici e termici, infissi e serramenti?
Non scherziamo: servono laboratori di yoga, di cucina e di autoproduzione, momenti di formazione-gioco, meditazioni collettive, sentieri di trekking e attività serali nonché:
Facilitazione, “una metodologia di lavoro sempre più diffusa che permette di porre attenzione ai nostri obiettivi, alle modalità con cui li raggiungiamo e alle persone coinvolte nel processo.”
Ecopsicologia, “disciplina in grado di attivare sensibilità e connessione con l’ambiente per facilitare l’autorealizzazione personale.”
Comunicazione ecologica e Ascolto profondo, “due strumenti utili a creare armonia nei gruppi – in modo che ognuno possa contribuire con i propri talenti a realizzare lo scopo comune – e per entrare in contatto con i propri mondi interiori sviluppando empatia con il prossimo.”
Sociocrazia, “metodo cooperativo in grado di dare ai gruppi umani maggiore efficienza, coinvolgimento, stabilità e agilità nei processi decisionali.”
Conoscenza e gestione del Conflitto, “focus orientato a comprendere il conflitto e la sua azione su di noi per affrontarlo in modo costruttivo ascoltando i messaggi che ci porta senza esserne travolti.”
Mai più senza.
E francamente non comprendiamo questa spasmodica attenzione alla gestione ed alla risoluzione dei conflitti: se sono tutti amici, belli, bio&bau, sorretti dall’intento, fanno pure meditazione, quali conflitti dovranno mai insorgere? Forse gli stessi che da sempre hanno diviso la sinistra ed i suoi cosiddetti intellettuali?
Ma perché progettare il cambiamento? Perché, affermano i promotori: “Uno degli obiettivi … è la diffusione delle conoscenze fondamentali all’uomo contemporaneo per costruire un futuro degno di essere vissuto in armonia con il Pianeta che lo ospita.”
Il programma “non è rivolto solo a chi ha bisogno di consolidare una traccia personale già avviata, ossia a chi ha già smesso di credere alla capacità della vita tradizionale, stretta nella tenaglia città-lavoro-consumo, di generare felicità.”
Bene, assertivi i ragazzi. E soprattutto modesti nelle ambizioni. Ma si, tanto è gratis… Ma avevamo chiesto “a chi”, non “a chi non”. Veniamo dunque a quando gli toglie le mutande: “Soprattutto, è rivolto a coloro i quali avvertono l’esigenza di cambiare la propria vita.” Azz.
“La presenza … di materie diverse che nascono dagli stessi presupposti di fondo e si pongono obiettivi simili, rende automaticamente questi eventi tra le migliori introduzioni possibili al sistema concettuale e pratico che porta al Cambiamento.”
“Ogni incontro comprende workshop di diverse materie, testimonianze e attività sociali. La socialità è una parte fondamentale del progetto, perché nel Cambiamento che verrà non saremo mai soli se impariamo a riconoscerci. A latere dei workshop sulle varie materie proponiamo pertanto cerchi di condivisione, esercizi di costruzione dell’identità di gruppo, laboratori sul “saper fare”, attività fisiche (movimento corporeo, yoga, trekking, ecc.), meditazione e visite guidate dell’ecovillaggio.”
“Nel prossimo incontro, che si svolgerà dal 14 al 17 giugno all’ecovillaggio Torri Superiore, nel comune di Ventimiglia … torneremo a parlare degli Strumenti del Cambiamento con un programma ricchissimo. Oltre alle 6 materie oggetto dei workshop, avremo una meditazione collettiva, un laboratorio di autoproduzione di cosmetici (crema all’aloe vera) e uno di cucina (gnocchi di patate alla ligure) a cura degli abitanti dell’ecovillaggio, e poi momenti di formazione-gioco, un sentiero di trekking (durante il workshop di Ecopsicologia), 2 cerchi di condivisione, 2 laboratori di yoga e uno di giochi teatrali, un Open Mic nella piazza di Torri Superiore e naturalmente la visita guidata dell’ecovillaggio.”
Si, ridi ridi che nell’ecovillaggio hanno fatto i gnocchi.KL-Cesec-CV-2014.01.31-Ecovillaggio-Ces-003Bene gente, questo è quanto. Per parte nostra, inutile che ci ripetiamo, non possiamo che ribadire il contenuto dell’articolo Percorsi per ecovillaggisti. Formativi? che scrivemmo il 21 febbraio 2014 sul cessato blog Cesec-CondiVivere, leggibile qui, e dal quale ci limitiamo a tratte alcune brevissime note ricomprese nel finale:
“Signori, questa è fuffa. Allo stato puro e a caro prezzo. … La questione è che, finché l’ecosostenibilità sarà appannaggio di questa gente alternativa che di alternativo ha solo notevole pochezza condita da altrettanto sussiego, la numerosa gente normale ma attenta alle questioni ecologiche si guarderà bene dall’accostarsi a siffatte istituzioni, temendo di finire in una comune fricchettona e lasciandole così preda di chi vive una realtà che, stando così le cose, sarà sempre e solo marginale e fuorviante.”
Questo invece, giusto per far sapere che non ci siamo inventati nulla, è il link alla pagina di Italia che Cambia dalla quale abbiamo tratto le notizie qui commentate.
Sarà un caso che, su un migliaio di ecovillaggi censiti nel mondo, i 32 censiti in Italia nel 2015 siano diventati 22? Naturalmente il conteggio degli ecovillaggi non comprende quelli moldavi, azerbaigiani, dell’America Latina, dell’Africa equatoriale e di tutti quei luoghi del sud del mondo dove non ci sono strade e dove le donne percorrono anche 20 chilometri al giorno per attingere acqua ad un pozzo e dove l’ospedale è a tre giorni di viaggio. No, quelli non li comprende perché sono veri, non finta miseria ecochic.

Alberto C. Steiner

Profumo di pane: dall’abbandono all’eccellenza

Nel suo libro Io faccio così, viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia (Chiarelettere, 2013) Daniel Tarozzi racconta storie di microeconomie, che non fanno più parte dell’aneddotica ma delle quali non troviamo notizia sui media impegnati a darci oggi il nostro nemico quotidiano informandoci su chi scanna chi, e che stanno silenziosamente consolidando una mentalità diffusa che valorizza il territorio e le competenze delle persone, spesso promuovendo lavori all’insegna dell’ecocompatibilità, del risparmio e della qualità della vita.
Della storia che stiamo per raccontare ci perviene una notizia datata 2013, ma l’origine risale addirittura al 1999. Perciò, prima di pubblicare, vogliamo verificare. E siamo felici di scoprire che ad oggi l’attività è più che mai viva e fiorente.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 001.jpgSanta Rita, nelle campagne attorno a Caltanissetta, è un borgo agricolo. Molto d’atmosfera e romantico, ma colpito dall’inesorabile abbandono che lo accomuna agli innumerevoli paesi fantasma italiani.
Aprire un panificio in un posto così è da pazzi, e infatti il pazzo c’è, risponde al nome di Maurizio Spinello ed ha fatto una scommessa, primariamente con se stesso. Piuttosto che andarsene come hanno fatto in tanti, o svolgere una stentata attività agropastorale, ha optato per una terza possibilità: aprire un forno e fare il pane. Cosa che avviene a partire dal 1999 grazie all’aiuto dei genitori e ad un prestito bancario.
Ma il suo non è un forno qualsiasi, perché grazie alla ricerca ed al recupero dei grani antichi siciliani Russello, Tumminia, Bidì, Maiorca, Perciasacchi ricavati da molitura a pietra, e con la sola aggiunta di sale, acqua e pasta madre viene preparato un pane seguendo il metodo tradizionale che prevede lievitazione lenta e cottura nel forno caricato con legna di mandorlo e di ulivo.
Anche la ricerca del mulino è stata laboriosa e tendente ad escludere tutti quelli industriali, che surriscaldano il grano durante la molitura. La scelta ha favorito un mulino di Castelvetrano, caratterizzato dalla lavorazione tradizionale a pietra.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 002I prodotti sono certificati Aiab, ed entrare nel forno di Maurizio Spinello significa essere inebriati dagli aromi di pane, legno di ulivo, terra, mandorle, lavanda, rosmarino, vino.
L’attività ha conseguito numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e, tra le numerose attività collaterali svolte, segnaliamo seguitissimi corsi di panificazione e la manifestazione Cibo che unisce, organizzata ogni ultima domenica del mese. Questa fiera del biologico fa incontrare aziende, consumatori ed appassionati siciliani (e non solo, considerata ormai la notorietà dell’evento) e comprende momenti di convivialità, musica, spettacoli teatrali e confronti tra i vari produttori che arrivano a radunare nel piccolo borgo fino a duemila persone.
Per finire, ma è un modo di dire perché in realtà, quando si è sorretti dalla passione e dalla creatività, non è mai finita… da qualche anno è in corso un’attività di agriturismo resa possibile dall’acquisto degli edifici abbandonati, oggetto di restauri accurati nel rispetto delle caratteristiche locali.
Precisiamo che questo non è un articolo redazionale, non pubblicihiamo quindi contatti ma solo questo link ad un gradevole filmato caricato su Youtube. Chi fosse interessato ad approfondire trova in rete ampia messe di riferimenti, tra questi il sito, e la pagina su uno dei più seguiti social network.
C’è indubbiamente qualcosa di magico in tutto questo. Quella magia, quell’alchimia che derivano dalla capacità di sognare, dall’intelligenza emotiva sorretta da pragmatismo, concretezza e determinazione.
Per quanto ci riguarda è l’ennesima dimostrazione che, nel rispetto di determinate condizioni, il recupero di borghi disabitati non solo è possibile ma può costituire una piacevole e redditizia fonte di attività.
A condizione, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di mettere mano al portafogli senza aspettarsi o, peggio, pretendere, che scenda la manna dal cielo sotto forma di stato assistenziale che deve dare, assegnare, promuovere, tutelare, garantire. Nel Medioevo prossimo venturo più che mai audentes Fortuna iuvat, il resto sono solo giochi da salotto ecochicbiobau.

Alberto C. Steiner

Un ringraziamento particolare a Rosa Kaska per avere pubblicato sulla propria pagina Fb la notizia che ci ha incuriositi.
Riferimenti: Foodscovery, Il Gambero Rosso, Italia che cambia, Tempi e Terre, Tripadvisor.

Scuole di agricoltura sostenibile? Le aveva già inventate il Fascismo

O popolo bruto su, snuda il banano!
Non vedi che giunge l’amato sovrano?
Il sir di Corinto dal nobile augello,
Qual mai non fu visto più duro, più bello.  (Ifigonia in Culide, Atto I Scena I)
In questo momento storico fondamentale
dove?dove?dove?
per il Paese
quale?quale?quale?
a latere di una legge che pone l’ὀστρακισμός, l’ostrakismós
bono l’ostrakismós, con la polenta!
a tutto ciò che richiama il Fasismo, le spoglie del Re Soldato alias Sciaboletta, ovvero di colui che di tale regime permise l’insediamento intimorito dalla frase che l’imbonitore da fiera alias Crapùn pronunciò: “Farò di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli” e che in un paese ormai devastato dalla guerra
Ma è giusto che te la dia al primo appuntamento?  (da un gruppo Fb di incontri per cinquantenni)
se la squagliò peggio del Carlo Martello di De Andrè dando così la stura alla guerra civile, nel silenzio più totale stanno per calcare l’italico suolo, grazie ad una legge che lo ha consentito. È persino possibile che Sciaboletta venga inumato al Pantheon
In questa palude territoriale che taluni (taluni? non fare l’acculturato del cazzo! su, da bravo, scrivi: una sbaraccata sba-rac-ca-ta … ecco, così) si ostinano a definire paese abbiamo varcato da gran tempo il confine della dicotomia schizoide: i sinistri sono diventati peggio delle peggiori destre, in fusion con le medesime dopo che queste sono diventate una pallida caricatura di se stesse.

In un melange da vomito, anzi da trasüu de ciucch (perdonino le gentili lettrici) sono individuabili residui di salvataggi bancari con denaro pubblico, attentati alla riservatezza in favore di case farmaceutiche, fantasmi di presunte nipotine di satrapi nordafricani e rottami che – interdetti ai pubblici uffici per reati che in un paese mediamente normale sarebbero considerati infamanti – possiedono tuttora facoltà di parola e peso politico, gioppini che girano in treno, contestatissimi ma questo non lo si deve sapere, e via enumerando. Anzi, non enumerando: ci fermiamo qui perché non desideriamo che i nostri lettori – che in quanto nostri lettori appartengono alla quota del 10% non imbecille, imbelle, rassegnato, inconsapevole, lobotomizzato – respirino ulteriori olezzi di discarica.Cesec 2017.12.18 Scuola Agricoltura Sostenibile.jpgSullo sfondo di questo scenario a tinte livide ci è stato regalato il manifesto che riproduciamo, avente per oggetto il Concorso Nazionale per la Vittoria del Grano. Risale, come evidenziato nel tondo in alto a sinistra, all’Anno VI E.F., Era Fascista, il 1928, quasi un decennio prima delle “inique sanzioni” e della conseguente autarchia con annesse battaglie del grano.
Quello che ci colpisce è la scritta che campeggia in calce: rivolgersi alla cattedra ambulante di agricoltura, che ci rimanda inevitabilmente alle varie scuole ambulanti di agricoltura sostenibile, che affermano di richiamarsi ad un’economia di scambio, felicemente decrescente, improntata alla condivisione.
Cesec-CondiVivere-2014.12.05-Autarchia-Verde-006Il 5 dicembre 2014 pubblicammo sul vecchio blog l’articolo Green economy? L’ha inventata il Duce: si chiamava Autarchia che, in ragione dell’argomento spinoso, iniziava con queste parole: “Premessa: se ciò che sto per scrivere sarà causa di turbamenti per i figli dei figli dei fiori, vale la risposta che Jack Nicholson, nei panni del colonnello dei Marines Nathan R. Jessep, diede al suo vice, tenente colonnello Matthew Andrew Markinson, nel film Codice d’Onore.”Cesec-CondiVivere-2014.12.05-Autarchia-Verde-002-1024x414.jpgInvitiamo chi lo desidera a rileggerlo, perché gli spunti che offre sono quanto mai attuali. E ciò senza dimenticare l’articolo del 15 febbraio 2017: Wie braun sind die Grünen? titolo “la cui traduzione letterale è ‘Come (nel senso di quanto) sono marroni i Verdi?’ in riferimento al colore marrone delle Camicie Brune originariamente indossate dalle S.A. (Sturmabteilungen, reparti d’assalto) di Ernst Röhm, che in Germania identificano i nazisti esattamente come in Italia le camicie nere sono associate al fascismo”, e che concludevamo specificando come “certe tesi siano decisamente tirate per i capelli, altre siano palesemente strumentali, ma nel complesso trattasi di un indicatore di modelli di pensiero spesso diffusi anche da noi.”
Giorgio Nebbia, nella prefazione del libro citato nel primo dei due articoli indicati sopra, ricorda come un’autarchia vada oggi praticata perché abitiamo tutti in un’unica nazione, il Pianeta Terra, i cui confini sono chiusi: “Possiamo trarre quello che ci occorre soltanto dal suo interno e la nazione planetaria soffre degli stessi limiti che affliggevano i paesi in guerra nel XX Secolo. Contare sulle proprie forze, fare di più con meno non sono capricci, ma linee della politica economica da adottare nel XXI secolo.”
Pur comprendendo come l’autarchia sia stata oggetto di ostracismo a causa dei suoi eccessi e del suo orientamento alla preparazione della guerra, uno dei suoi meriti principali fu rammentarci che negli stessi anni le stesse politiche – come il New Deal di Roosevelt – ebbero invece l’obiettivo di salvare la pace, e persino Keynes, nell’opuscolo intitolato La fine del laissez-faire, scrisse chiaramente: “Inclino a credere che, quando il percorso di transizione si sarà compiuto, una certa misura di autarchia o di isolamento economico tra le nazioni, maggiore di quello che esisteva nel 1914 possa piuttosto servire che danneggiare la causa della pace”.
E gli attuali ecovillaggi non sono altro che l’emblema della ricerca di uno stile di vita rallentato all’insegna della decrescita a km zero: in altre parole comunità e autarchia.

Alberto C. Steiner

Fantasma a chi? Quando è meglio lasciar perdere il recupero di borghi “abbandonati”

È esplosa l’estate, l’Isis ha respinto la paternità dell’evento, e pure Anchise ha dichiarato: “Non è stato mio figlio.”
Praticamente scomparsi i baracchini delle angurie, con i quali peraltro gli ecochic non si sono mai mischiati ritenendoli un prodotto della sottocultura, quei pochi rimasti sono preda dei soliti extracomunitari, la cui multiculturalità esplicata all’insegna del “spaco botilia” pare non sia gradita agli alfieri del’ecosolidarismo urbano, che ne circoscrivono la frequentazione ad appositi convegni.
E quindi, agli ecosolidalbiobau milanesi (ricordiamo il mai abbastanza citato “Come difendersi dai milanesi” edito da Giunti nel 2004) non rimane che dedicare le proprie attenzioni a realtà foresi, preferibilmente abbandonate o in corso di spopolamento e sulle quali aleggino leggende capaci di procurare piccoli brividi anche alle anime newage, spiritiste ed esoteriche. A condizione che tali località non siano troppo lontane dal capoluogo e che vi si possa trovare un briciolo di refrigerio tra un cerchio di condivisione, la facilitazione nella risoluzione dei conflitti per pervenire alla costituzione di un ecovillaggio e il progetto di un fitolaghetto terrazzato su fondo argilloso in pendenza del 40%.CV 2017.06.14 Sostila 001.jpgQuest’anno è tornato di moda Sostila, “Il paesino senza strada in Valtellina avvolto dalla retorica dei paesi fantasma, ma in realtà mai morto”, come scriveva il 12 febbraio 2011 sul quotidiano La Gazzetta di Sondrio il professor Michele Corti, noto ruralista e titolare del seguitissimo sito Ruralpini.
In passato Sostila costituì una tappa importante lungo il tracciato che, percorrendo la Val Fabiolo, univa il fondovalle valtellinese alla valle del Tartano, strategica per l’economia silvopastorale locale.
Nel 1958 venne aperta la strada carrozzabile per Tartano, che isolò Sostila e la Val Fabiola poiché si sviluppa lungo il versante destro della valle, invece di risalire dalla Val Fabiola, si inerpica con arditi tornanti sul versante destro del vallone del Tartano. Per il borgo, che nel 1928 contava 120 anime, iniziò lo spopolamento che culminò nei soli 14 abitanti censiti negli anni Sessanta fino a quando, citiamo dal sito Ruralpini: “L’ultimo abitante che nacque e visse a Sostila e che morì in paese scomparve nel 1965.CV 2017.06.14 Sostila 003.jpgGià nel 1958 aveva chiuso la scuola (una pluriclasse ospitata nei locali della Casa parrocchiale). In ogni caso, anche se non fosse stata realizzata la nuova strada, il traffico della mulattiera si sarebbe comunque esaurito in seguito alla crisi degli alpeggi e dell’economia montana che ha colpito la Val Tartano come tutte le altre valli secondarie e piuttosto appartate delle Alpi.”
Per raggiungere il borgo bisogna oggi utilizzare un sentiero che, a partire dagli 880 metri di quota di uno spiazzo capace di ospitare tre, al massimo quattro, auto conduce ad un modesto valico, situato a quota 1.000, superato il quale si discende nuovamente sino agli 820 metri del centro abitato.
In Rete non mancano notizie ed informazioni circa storia e leggende riguardanti Sostila. Per chi volesse apprfondire, oltre al citato Ruralpini, consigliamo Paesi di Valtellina.
Stando a quanto apprendiamo dalla lettura di post ed articoli pubblicati su social, blog e siti più o meno felicemente decrescenti pare sia tutto un fiorire di iniziative, proposte di recupero, esortazioni ad ecocamminate, apertura e chiusura di tavoli e tavolini dedicati al recupero del borgo in chiave ecovillaggista.
Pare che – oltre a fotografare qualche vacca con margherita d’ordinanza in bocca, probabilmente ripresa da qualche pubblicità svizzera, ed a berciare bello bello bio joyjoyjoy – più in là non si sia andati.CV 2017.06.14 Sostila 002.jpgVabbè dai, lasciamoli sognare: giocando a progettare un nuovo mondo qualcuno di loro si inerpicherà uno di questi fine settimana lungo il sentiero, per accorgersi che Sostila non ha nessun bisogno di essere né recuperato né salvato, e meno ancora dai milanesi. Scoprirà altresì che – ohibò! – certi milanesi non sono affatto graditi, specialmente se sodali di altri che delirano di pastori schiavisti e assassini.
Arriveranno comunque le prime brume autunnali e, successivamente, dapprima il verglas e poi il ghiaccio. Pertanto, anche al fine di evitare freddo ed ignominiose culate lungo gli scivolosi sentieri, di Sostila non se ne parlerà più, lasciando fortunatamente l’onere della tutela del patrimonio territoriale agli unici che abbiano titolo per occuparsene: chi su quel territorio ci vive e lavora.

Alberto C. Steiner

Evoluzione interiore e consapevolezza ecologica

Anticamente le manifestazioni della Natura, tanto potenti quanto incontrollabili, sgomentarono i nostri progenitori lasciando loro supporre l’azione di forze divine: il tuono, il lampo, il fuoco improvviso, lo sconvogimento tellurico, il seme di dimensioni infinitesimali che, gettato casualmente nella terra, dava vita ad un arbusto, un ortaggio, un albero in grado di nutrire.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Essere razionale che ha letto Virgilio, Voltaire, Rousseau, Nietzsche, Tolstòj ed altri, percepisco la consapevolezza ecologica come coronamento di un percorso legato alla crescita interiore, che non auspica il ritorno all’età della pietra o al nomadismo raccoglitore ma, all’opposto, intende promuovere un riequilibrio attraverso l’uso responsabile delle attuali conoscenze e delle moderne risorse tecnologiche, imprenditoriali e finanziarie.
Pensiamo a quanto l’evoluzione umana sia speculare alle tappe fondamentali delle nostre vite individuali. Esse iniziano con l’essenziale, l’allattamento, e proseguono con pappine e cibi sempre più elaborati fino a quando, drogate di superfluo, pervengono alle nefandezze sovrastrutturate della nouvelle cuisine, dell’empia mattanza di bovini, ovini, suini, pollame1 finalizzata alla preparazione di brasati e insaccati, cotechini e bistecchine, rognoncini al salto e risotti con l’ossobuco. Come se non bastasse, a latere di tutto questo nel mondo ricco disponiamo di patatine, acque minerali, liquori, biscottini “della nonna”, bibite gassate, snack e junk-food. Con la conseguenza di glicemia alle stelle, problemi cardiovascolari, insorgenze tumorali, tonnellate di monnezza data dai residui di cibo e dalle loro confezioni, depauperamento dell’ambiente perché il nostro geniale Giovannino o l’arguta Melissa possano avere a merenda il panino con prosciutto (cotto, che fa meno male…) e, noi adulti, gamberetti allevati nei loro escrementi e in overdose da farmaci per le nostre salsine oppure il costosissimo caffè, letteralmente, cacato da certi mammiferi esotici. Perché non ho scritto defecato? Perché cacato rende maggiormente l’idea. Mi fermo, nella certezza che in chi legge saranno già affiorati alla mente innumerevoli altri esempi di schifezze.
Osservo spesso come, a parole, siamo tutti compunti e compresi dalla necessità di porre un freno all’autodistruzione galoppante. Nelle minute manifestazioni del quotidiano constato invece con quanta inconsapevolezza ci stiamo allegramente mangiando la Terra (mentre scrivo ho la visione mistica della vignetta dei trinariciuti di Guareschi), e siamo arrivati al torsolo. Quanto al bere nessun problema: innumerevoli circostanze dimostrano come ci siamo ampiamente bevuti il cervello.
Perduta la capacità di provvedere al nostro autosostentamento mediante il ricorso a tecniche appropriate, delegando a macroaziende (che si chiamano infatti agroindustriali) il compito di produrre il nostro cibo, abbiamo altresì smarrito la benché minima facoltà di controllo, autoturlupinandoci con false scientificità, prodotti magici e miracolosi, ecofinzioni: dal seme antico scambiato come se fosse il Gronchi Rosa alla pasta alla carbonara di seitan, dalle fatate bacche di goji al caffè equosolidale, oggetto quest’ultimo di un ignobile sfruttamento di lavoratori come ben argomentò alcuni anni fa un’inchiesta del quotidiano La Repubblica.
Ci trastulliamo nel convincimento che qualche nicchia si sia salvata dalle mani rapaci dell’agrofinanza. È così, ma solo perché ci hanno lasciato un Kinderheim, un parchetto dove giocare con le nostre altalene e i nostri scivoli. E se abbiamo in mente il contadino dal quale il sabato andiamo a fare la spesa, facciamocene una ragione: costui fa parte di una nicchia marginale costantemente borderline, che le multinazionali lasciano sopravvivere al loro strapotere in quanto ininfluente. E comunque anche dal nostro contadino a km zero troviamo ananas e banane. Banane a Cassano d’Adda?
Eravamo poveri, torneremo poveri, è il titolo del bellissimo e terribile libro di Giampaolo Pansa che cito spesso. Da quando abbiamo smesso di crederci poveri abbiamo iniziato a comportarci da nuovi ricchi ma, proprio perché privi della cultura del denaro, facendo qualunque cosa che non ci ricordi i miserabili che fummo: ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale, il momento in cui abbiamo iniziato a divorare di tutto, preferibilmente di marca, esotico e costoso. Abbiamo iniziato alla fine degli anni ’60 con i pompelmi israeliani che facevano dimagrire (a pensarci oggi faceva tenerezza quel nostro convincimento che l’economia israeliana si fondasse sui pompelmi) e zolla per zolla ci siamo comportati come il Pacman dissipando acqua, impestando aria e suolo, modificando persino la composizione chimica dell’acqua marina.
Ad un certo punto qualcuno si è reso conto che così non avremmo potuto proseguire a lungo, la consapevolezza è cresciuta sino ai livelli attuali. Si può fare di più… Ma siamo sinceri: quanti crediamo di essere? Pochi, ancora troppo pochi, e osteggiati, come dimostrano i menu delle scuole primarie, quando oggetto di timidi tentativi di togliere ai creaturi la fesa di tacchino contrastati da genitori che rizzano barricate, non so dirvi se gridando ça ira o salamella, perché se per il buonismo multietnico imperante il menu islamico è politicamente corretto2,  quello vegetariano è da fanatici rompicoglioni.
La media è bassa, e non mi riferisco al profitto scolastico, e anche l’acqua… conseguentemente la papera ha smesso da un pezzo di galleggiare.
In questo momento storico particolare alcuni (in tutta onestà non me la sento di scrivere “molti”) stanno lasciando o hanno lasciato il materialismo ideologico, il sovrabbondante, l’inutile, il ridondante per passare tra le fila dei consapevoli.
Ed ecco che affermo come la profondità della consapevolezza ecologica si situi nell’ambito della spiritualità naturale legata all’animismo e al culto di Madre Terra. Tutto bene, allora: siamo belli, siamo bio ed apparteniamo alla ristretta cerchia degli eletti, gli ecoconsapevoli, gli illuminati. Siamo i buoni per definizione e conseguentemente, come cantava l’architetto Edoardo Bennato, abbiamo sempre ragione e andiamo dritti verso la gloria.
Come no, riparliamone dopo aver esaminato le due tabelle ed il grafico a corredo: annotano a quanto ammonti la superficie terrestre, quanta di questa sia dedicata alla produzione delle risorse alimentari e, soprattutto, ricordano quanti siamo e quanti saremo nel prossimo futuro.ecopro 1Sfrondiamoci di inutile buonismo: siamo tanti, siamo troppi. E continuiamo a crescere, soprattutto nel Sud del mondo.ecopro 3Chi propone una seria politica di limitazione delle nascite viene preso a sputi dagli esponenti delle varie religioni, in questo assolutamente coalizzate, e chi ipotizza un riuso consapevole delle eccedenze viene gratificato di qualche scatolone di avanzi scaduti, in modo che giocando a fare il buono con i negretti si senta ecosolidalappagato.ecopro 2.jpgNon siamo come i lemming, i roditori che in caso di sovraffollamento intraprendono il loro viaggio finale in gelide acque per riequilibrare le risorse, ma anche noi ci autodistruggiamo: con le guerre (a bassa intensità, si capisce) con i suicidi (non necessariamente puntandoci una pistola alla tempia) con una vita malsana, pur perseverando nell’arroganza di ritenerci specie superiore e dominante.
Le tabelle e il grafico spiegano, più di tante parole. A fronte dell’espansione umana le specie animali si sono drasticamente ridotte, alcune sono scomparse, la maggior parte di esse nel corso dell’ultimo secolo. Stando così le cose è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse per soddisfare le esigenze di consumo parossistico dei grandi agglomerati urbani.
Se persino la storia delle religioni ci insegna che fu attraverso l’osservazione delle manifestazioni della natura, oltre che del mistero della nascita e della morte, che l’umanità pervenne ad un concetto3 di spiritualità, questa, riferita oggi al contesto in esame, dovrebbe perseguire scopi non immaginari o dogmatici ma occuparsi esclusivamente del presente, mediante una presa di coscienza di come rimettere per quanto possibile in pari i piatti della bilancia senza ritenerci controllori, dominanti o possessori.
Negli ultimi due secoli abbiamo privilegiato la prestazione, il superfluo e le sovrastrutture a discapito di ciò che è primario: acqua, aria, cibo, suolo, serenità. La rivoluzione industriale e l’inurbamento hanno portato disagi, malattie, delinquenza, fame, miseria, tensioni sociali.
Pensiamoci: dovremo rendere domani tutto ciò che prendiamo oggi. Per godercela senza sentire di avere colpe da espiare, ma anche senza esagerare con le fisse, ciascuno di noi dovrebbe perciò affrontare un percorso di crescita individuale sapendo che respiriamo, mangiamo, viviamo con gli stessi diritti di ogni altro essere vivente.
E piantiamola di credere che la spinta evolutiva promani dalle masse: quelle servono per mantenere il senso del gregge che il potere deve tenere sotto il tallone con l’ignoranza, la superstizione, la falsa scientificità, la paura. La spinta evolutiva è solitaria e quasi sempre fuori dal coro.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – In ambiti culturali diversi dal nostro possiamo annoverare anche serpenti e cani
2 – Al di là della farsa del “villaggio globale”, una società che non rispetta le proprie radici antropologiche è votata all’autoestinzione
3 – Il concetto è massimamente antropocentrico