La botta grossa

Il nostro interesse, relativamente al progetto al quale stiamo lavorando a Orvieto, non è tanto concludere una brillante e redditizia operazione di recupero immobiliare quanto sviluppare le premesse per una permanenza sul territorio in modo da operarvi come attori, agenti di sviluppo riconosciuti come appartenenti alla Comunità.CV 2017.11.22 La botta grossa 001.jpgÈ funzionalmente a tale premessa che, volentieri, condividiamo la notizia dell’uscita nelle sale cinematografiche, in particolare della Capitale e dell’Umbria (a Milano, ça va sans dire, solo al Mexico, isola felice tra multisale tamarre addobbate come centri psicosociali fetenti di popcorn di plastica), de La botta grossa, il documentario di Sandro Baldoni prodotto da Istituto Luce che racconta cosa accadde dopo il terremoto del 30 ottobre 2016 che colpì il Centro Italia, successivamente al sisma di Amatrice. Un evento che pur non mietendo vittime costituì, a memoria d’uomo, la scossa più devastante da decenni: interi paesi distrutti, 40mila persone sfollate, un’eredità sociale e psicologica ancora oggi, a distanza di un anno, “da centro psichiatrico a cielo aperto” come afferma il regista, aggiungendo: “è un documentario fuori moda, ho voluto far parlare le persone in macchina, oppure filmarle mentre fanno qualcosa ma ogni tanto rivolgono parole e sguardi allo spettatore, facendolo partecipare.”
La botta grossa, come in Umbria e Marche hanno chiamato il sisma, non racconta, purtroppo, storie nuove ma ci parla di emergenze e urgenze che paradossalmente si rinnovano, procrastinandosi quotidianamente in un eterno nulla. Il film racconta cosa accade a chi perde quasi tutto e come si sopravvive, continuando a vivere nell’attesa di interventi, tra dolore, smarrimento, auto-organizzazione, umanità e ironia tentando di smettere di sopravvivere per irprendere a vivere. Scuotendosi, dopo la scossa.
Il film è, infine, anche un road-movie tra strade dissestate, una Pro Loco divenuta isola nell’oceano, villeggiature forzate al mare, scuole improvvisate, racconti di anziani alternati al mondo dei social.
E, figura che a noi piace più di tutte, il nostro personale Arcano 9 dei tarocchi, un eremita che, pur solitario, fa qualcosa che rappresenta decine di migliaia di persone. Vedere e ascoltare per credere.CV 2017.11.22 La botta grossa 002Un film che senza fingere che la cinepresa non sia presente parla di persone, confidando di lanciare un messaggio ai cittadini di tutta Italia.
Ma su quest’ultimo punto noi – e ci duole affermarlo da decenni – abbiamo seri dubbi sulla capacità di ascolto e di comprensione, oltre che sulla memoria degli italiani.
Questo il link al trailer: http://cinecitta.com/IT/it-it/news/45/8679/la-botta-grossa-storie-da-dentro-il-terremoto-in-sala.aspx.

Alberto C. Steiner

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La ricerca: una risorsa per la tutela del suolo

Conservare e scambiare preziosi semi antichi non serve, se non si conosce nulla del terreno dove verranno immessi. Vagheggiare il ritorno ad un’agricoltura primitiva di impronta utopisticamente arcadica, impiantando un’attività senza tener conto delle attuali risorse tecnologiche significa campare borderline e diventare, entro breve tempo, carne da macello per gli uffici esecuzioni immobiliari dei tribunali. Respingere, anzi demonizzare la ricerca come portatrice di sventura a prescindere significa essere oscurantisti e non capire un accidente di come debba funzionare un’azienda agricola.
Se questi sono i parametri sui quali si intende basare un ritorno alla terra è meglio pensare seriamente di dedicarsi ad altro, evitando così di creare ulteriori premesse per il depauperamento del territorio, oltre che mettere in serie difficoltà se stessi e le proprie famiglie.CV 2017.03.18 Ricerca 001Il ruolo della ricerca è fondamentale nell’attività agrosilvopastorale, non da ultimo per quanto riguarda la tutela della risorsa suolo.
l suolo, inteso come la parte più esterna della crosta terrestre situata tra roccia o sedimento inalterato e atmosfera, è un sistema naturale che tende ad autoorganizzarsi in conseguenza dell’azione dei fattori della pedogenesi, e particolarmente dell’attività biologica che ne determina i maggiori dinamismi. Non è quindi un substrato inerte, statico, attraverso il quale realizzare le produzioni agricole e forestali o sul quale appoggiare attività e infrastrutture, ma un essere vivente e un patrimonio naturale formatosi nei millenni precedenti l’Antropocene, l’attuale era geologica nella quale gli esseri umani provocano le principali modifiche territoriali e climatiche.
È ormai ampiamente dimostrato come l’umanità stia sfruttando questa risorsa, non rinnovabile o rinnovabile con estrema lentezza, in modo insostenibile. L’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, e la Unccd, Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione, individuano nella degradazione del suolo il rischio principale di diminuzione o scomparsa della produttività biologica o economica delle terre. Riferito alla diminuita produzione di derrate alimentari ciò significa per l’Italia un maggior costo annuo pari a 900 milioni di euro.
In Italia, la degradazione del suolo assume un particolare rilievo a causa della continua riduzione della superficie agricola utilizzata – da oltre un decennio scesa sotto i 13 milioni di ettari – della stabilizzazione delle rese unitarie delle principali colture e della crescita dei consumi. Il risultato è che il tasso di auto approvvigionamento alimentare in Italia è sceso sotto l’80% e il paese risulta terzo fra quelli dell’Unione europea come deficit di suolo agricolo.
La qualità del suolo italiano non è affatto eccellente: se si considerano parametri biofisici oggettivi quali pendenza e aridità, presenza di suoli a scarso drenaggio o profondità, tessitura eccessivamente argillosa o sabbiosa, abbondanza di scheletro e pietrosità, fenomeni vertici, torbe, suoli salini, sodici o acidi, i suoli agricoli italiani risultano notevolmente svantaggiati in una misura prossima all’80%.
Tra gli obiettivi Primari dell’Unione Europea individuati nella Strategia Europa 2020 due riguardano espressamente il suolo:
adattamento ai cambiamenti climatici e prevenzione e gestione dei rischi;
tutela dell’ambiente ed efficienza delle risorse.
In tale direzione sono orientate molte attività di ricerca. Tra queste, degne di menzione quelle volte ad individuare il ruolo che il suolo può giocare nella mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso il sequestro di carbonio e la regolazione delle emissioni di gas serra, e quelle finalizzate ad aumentare l’efficienza dei servizi agro ambientali prodotti dal suolo, in particolare quantità e qualità delle produzioni agricole e forestali, e regolazione dei deflussi idrici e dei sedimenti.
I risultati delle ricerche per la tutela della risorsa suolo hanno evidenziato come i cambiamenti climatici presenti e futuri influiscono negativamente sui parametri pedologici e sui servizi ecosistemici.
Gli effetti locali infatti dovrebbero essere considerati come più importanti rispetto ai trend generali, a causa delle interazioni tra natura dei suoli e loro gestione. Quest’ultima, in particolare, dovrebbe essere sempre sito specifica a causa dell’elevata variabilità spaziale dei suoli. In questo senso agricoltura di precisione, biologica e conservativa possono costituire strumenti fondamentali per mitigare i possibili effetti negativi dei cambiamenti climatici, ma solo se basati su una conoscenza dettagliata della variabilità pedologica.

Alberto C. Steiner

Nuovi attori dello sviluppo territoriale: i nonni

Tra i paesi europei siamo secondi solo alla Germania e la tendenza, in atto da tempo, viene annualmente confermata: i dati Istat e le previsioni avvertono che entro il 2030 gli over 80 potrebbero rappresentare quasi un terzo della popolazione.CV 2017.03.10 Anziani come risorsa 001Ciò che emerge nettamente è il calo della capacità di assorbimento istituzionale delle nuove e numerose esigenze che il fenomeno sta creando, accompagnate da richieste di servizi da parte di questo esercito di anziani. Che lo si voglia o meno, lo stato sociale non potrà rimanere com’è oggi: molto sta cambiando e cambierà in relazione agli assetti pensionistici e all’assistenza socio-sanitaria.
A causa della trasformazione delle famiglie, dovuta alla diminuzione o all’assenza dei figli e all’incremento di separazioni e divorzi, stiamo inoltre assistendo a nuove modalità di aggregazione sociale. Da una parte una congiuntura economica che limita notevolmente la possibilità, e talvolta la volontà, di intervenire attivamente nella cura di genitori e nonni, dall’altra un aumento esponenziale degli anziani, fascia di popolazione tra le meno privilegiate e più colpite dalla costante erosione dei fondi destinati al welfare.
Lo scenario è indubbiamente insidioso e l’unica alternativa consiste nella creazione di tutto ciò che non può essere chiesto al Servizio Sanitario Nazionale, che non dispone oggi di sufficienti mezzi finanziari. Non rimane quindi che ricorrere all’iniziativa privata, ispirandosi a modelli già esistenti laddove il welfare pubblico non è sviluppato come lo era da noi fino a qualche anno fa. La soluzione risiede nello sviluppo di realtà associative o imprese private non lucrative finalizzate ad un’assistenza qualificata e non improvvisata e all’organizzazione di relazioni sociali, contemplando la possibilità che gli anziani possano rendere disponibili le loro conoscenze a beneficio di bambini, adolescenti e giovani, oltre che prestare la loro opera in attività adatte al loro stato psicofisico, tenendo presente che il desiderio di rimettersi in gioco non manca. Una delle migliori possibilità perché ciò possa accadere è la statuizione di contesti coresidenziali sociali dove per attuare un’economia di scala tutta una serie di servizi sia condivisa: assistenza, cucina, spazi di fruizione comune. E dove possano trovare dignitoso alloggio anche studenti universitari, singoli e giovani famiglie, con la garanzia di spazi individuali inviolabili destinati a ciascun soggetto, in cambio della disponibilità ad essere presenti e attivi nei riguardi degli anziani residenti.
Ne abbiamo parlato in proposito il 28 febbraio scorso nell’articolo Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento, citando la positiva esperienza di un cohousing solidale nella città atesina.
Il problema non si pone, o si pone in misura modesta, nei centri minori e nelle località montane, che tradizionalmente godono di relazioni sociali più solide rispetto a quelle cittadine. La questione va quindi massimamente affrontata nei centri urbani di una certa dimensione: Bergamo, Bologna, Firenze, Verona, oltre che nelle grandi città: Bari, Milano, Genova, Napoli, Palermo, Roma, Torino per citare alcune località e prestando attenzione a non creare gerontopoli ghetto.
Un’alternativa, della quale beneficierebbero i numerosissimi borghi in stato di abbandono dei quali è costellata la Penisola, potrebbe essere costituita dalla creazione di cohousing sul modello dell’albergo diffuso, che le leggi vigenti consentono di attuare in agglomerati che non superino i tremila abitanti. Memoria e cura del territorio, attività condivise, ritmi lenti in contesti ambientali ben diversi da quelli urbani costituirebbero gli atout. Il come, il dove, le modalità potranno essere oggetto di opportuni studi, in fondo oggi stiamo solo gettando un seme.
Gli spazi esistono quindi, senza dover ricorrere a nuove edificazioni. Si tratta di adattare l’esistente sottraendolo al degrado. In tal modo non solo si eviterebbe ulteriore consumo del suolo ma, in special modo in riferimento ai siti non urbani, si rivitalizzerebbero il territorio e la sua cultura, ottenendo altresì una sorta di “guardiania sociale” che contribuirebbe a contrastare il degrado ambientale.
Concludiamo esortando a non dimenticare che a fronte di anziani che, per mangiare, rovistano negli scarti del dopo mercato o addirittura si umiliano compiendo piccoli furti nei supermercati, altri godono di un tenore di vita improntato alla massima serenità economica. A certificare la sussistenza di un’area di benessere diffuso è l’esistenza di sempre più numerosi portali e siti web dove si incontrano domanda e offerta di servizi e di attività legate al mondo senior con informazioni utili non solo al reperimento di assistenti, personale medico e operatori socio sanitari, strutture di accoglienza e case di riposo, ma anche rubriche riguardanti soldi e lavoro, hobby e casa, cultura e mostre, viaggi e tempo libero, sport e centri termali, aree shop e persino incontri per rapporti di ogni tipo, dall’amicizia fino a qualcosa di più.
La questione fondamentale, che supera qualsiasi fattispecie tecnica, si situa però in un nuovo modo di ripensare e ripristinare la solidarietà e lo spirito di vicinato, non da ultimo unendo anziani più fortunati, che godono di un ottimo stato di salute e dispongono di un reddito dignitoso, ad altri che vivono al limite della sussistenza. Utopia? Può darsi.

Alberto C. Steiner

Consumo del suolo: quando il riuso non è possibile

Carletto guarda: le Apuane!
Dove papà? Non le vedo.
Uffa, non serve che guardi fuori dal finestrino… qui, sul tablet, in queste vecchie foto.
Iniziava con questo scambio di battute fra un padre e un figlio immaginari il nostro articolo Carletto guarda: le Apuane! Dove papà? Non le vedo pubblicato il 4 marzo 2014 sul vecchio blog dedicato allo scempio ambientale delle Alpi Apuane, ormai ridotte a moncherini a causa delle cave di marmo.kl-cesec-cv-2014-03-04-consumo-del-suoloConsumo del suolo è un’espressione tanto efficace quanto impropria: il suolo non si consuma ma cambia uso attraverso i processi di trasformazione da usi agricoli o naturali ad usi urbani. Nella sola Lombardia, quella che possiede le terre più fertili in assoluto e che contribuisce per il 16% al prodotto agroalimentare nazionale, dal 1999 al 2007 si sono persi oltre 43.000 ettari, e altri 27mila dal 2007 al 2012.
E nel 2016 il discutibile palmares è ancora una volta toccato, secondo il Rapporto 2016 Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici diffuso dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, alla provincia di Monza e Brianza.
Il rapporto è leggibile e scaricabile in formato pdf anche tramite il nostro articolo Pole position per Monza e brianza: nel consumo del suolo, pubblicato il 2 settembre 2016.CV 2016.09.02 Consumo suolo 001È nota la nostra posizione a favore del riutilizzo del suolo, particolarmente in ambito urbano. Ma ciò non è sempre possibile, neppure a favore del reimpianto boschivo a causa di sostanze tossicche massicciamente sversate da aziende che, dopo aver operato in modo criminale, hanno chiuso baracca lasciando un’insostenibile eredità ambientale e sociale.
Sul territorio nazionale gli esempi non mancano, ne citiamo uno per tutti: le Fonderie e smalterie Genovesi di Latina – oggi molto apprezzate dagli appassionati di urbex – una bomba ecologica, una vicenda emblematica ed il simbolo di un fallimento.cv-2017-02-24-consumo-suolo-001Fu una delle prime aziende a beneficiare dei contributi della Cassa del Mezzogiorno, e con denaro pubblico costruì nel 1956 uno stabilimento alla periferia di Latina per produrre vasche da bagno. La città di Latina è oggi alle prese con una vera e propria bomba ecologica, un sito mai bonificato, un posto pericoloso con presenza di amianto e piscine colme di combustibile, un degrado impressionante, un luogo malsano dove tanti disperati trascorrono la notte tra l’indifferenza generale.
Genovesi prima, il Gruppo Pozzi-Ginori poi, l’affermarsi delle vasche in vetroresina che diede un duro colpo alla produzione, la cassa integrazione e la chiusura a metà degli anni Settanta, il fallimento, l’abbandono.
Il quadro è sconfortante: da Pomezia verso sud sono tanti i casi di improvvida gestione aziendale, dal 1955 al 1985 hanno chiuso più di cento industrie, e non si contano i le truffe milionarie in materia di contributi. A legare idealmente le diverse storie c´è il miraggio dell´occupazione, pompato da politici miopi e spesso corrotti. E infine il sogno infranto rappresentano dalle aziende che dopo aver preso i soldi pubblici cessano l’attività e spariscono.
Rimangono la cassa integrazione, finché dura, e l’insanabile devastazione del territorio.
Intendiamoci, se Atene piange Sparta non ride. Vale a dire che se la situazione al Sud – e il Sud, oltre a ricomprendere la Sardegna, per la Cassa iniziava dalla provincia di Latina – è indecente per lo sperpero di denaro pubblico, la devastazione del territorio, le morti a tempo per tumori e leucemie e perché nessuno è stato chiamato a rispondere delle conseguenze, anche il Nord non se la passa meglio. Semplicemente stati erogati altri tipi di contributi, ma il risultato è il medesimo dalle Cokerie di San Giuseppe di Cairo al polo chimico di Pioltello, da Marghera ai Cantieri dell’Adriatico di Monfalcone, dalla Bassa Pavese a quel che resta della SIR di Rovelli o della Breda a Sesto San Giovanni. E ci fermiamo qui perché l’elenco farebbe invidia a quello telefonico.

Alberto C. Steiner

Avevo sete e me l’avete data a bere: acque morte

Gli italiani sono i secondi consumatori mondiali di acqua minerale, dopo il Messico, con 208 litri annui pro-capite (dati Istat 11 aprile 2016).cc-2016-12-03-minerale-007Va detto che i Messicani hanno tutte le ragioni per giustificare il loro palmares, prima fra tutte quella che le acque dei loro acquedotti, oltre ad essere riconoscibili dall’odore nauseabondo e dal sapore pessimo, contengono una quantità pressoché infinita di agenti patogeni. Il Messico è altresì regno incontrastato di numerose multinazionali che utilizzano l’acqua come pare loro e non hanno nessun interesse ad investire in tubature affidabili ed impianti di depurazione pubblica: tra queste Pepsi.
L’incremento italiano rispetto al 2015 è stato del 7.9%, passando da 12.800 a 13.800 milioni di litri che, anche se ripartiti fra 140 stabilimenti che imbottigliano oltre 260 marchi, sono massimamente riconducibili a otto assetti proprietari, che controllano il 71,2% delle vendite. Tra questi Nestlè in posizione dominante (Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Panna, Pejo, Perrier, Pra Castello, Recoaro, San Benedetto, San Bernardo, San Pellegrino, Vera per citare alcune etichette).
I consumi (71% naturale, 12,3 gassata, 11,2 effervescente naturale e 5,3 leggermente gassata) sono ripartiti per il 28,9% al Nord Ovest seguito dal Sud con il 27,8%, dal Centro comprensivo della Sardegna con il 25% e dal Nord Est con il 18,3%. Chi vuole può divertirsi a ripartire le percentuali parametrandole alle popolazioni macroregionali: ne derivano dati interessanti.
Leggendo le etichette ci si rende conto delle date di imbottigliamento e di scadenza. Poiché la legge ammette il trascorrere di anni tra l’uno e l’altra, proviamo ad immaginare quanto possa essere “fresca” la nostra acqua giunta in tavola dopo mesi o anni di conservazione, prevalentemente in una bottiglia di plastica.cc-2016-12-03-minerale-005Il consumo di acque minerali comporta infatti un non trascurabile impatto ambientale costituito da tonnellate di plastica da smaltire e da trasporti che, se negli ultimi anni hanno rivalutato il vettore ferroviario, si svolgono su strada nella misura dell’82 per cento.
Il 73% dell’acqua venduta in Italia è imbottigliata in bottiglie di Pet da 1,5 o 2 litri, il 6% in quelle da 0,5 litri. Solamente il 34% delle bottiglie che finiscono annualmente tra i rifiuti, corrispondente a 124mila tonnellate, viene riciclato ma il rimanente 64%, pari a 320mila tonnellate, va perduto. E tra i rifiuti dell’indotto bisogna considerare anche le migliaia di chilometri quadrati di film ed i chilometri di regge, oltre ai quintali di clip metalliche di chiusura, utilizzati per il confezionamento sui bancali, ai quali si assomma il materiale plastico utilizzato per contenere la confezione finale, quella classica da sei bottiglie che preleviamo nei supermercati. A tutto questo vanno aggiunti altri chilometri quadrati dei separatori costituiti da figli in cartone e qualche tonnellata di legno costituita dai bancali che, per usura o incidenti, si rompono. In linea di massima questo tipo di rifiuti viene riciclato quasi completamente, ma non dimentichiamo che il riciclo costa in termini di denaro, energia, emissioni.cc-2016-12-03-minerale-002Perché, e da quando, consumiamo così tanta acqua minerale? La risposte sono disarmanti: in primo luogo per paura, indotta da una raffinata azione di marketing che è riuscita a farci credere che “l’acqua del sindaco” sia malsana e che quella minerale possieda addirittura proprietà medicamentose. Non è affatto così, specie nelle grandi città del Nord, Milano in testa, e se si ragiona un attimo ci si rende conto che tutta l’acqua, per sua stessa natura, fa fare plin-plin.
Sono altresì da ritenere ininfluenti le ragioni addotte circa l’imbevibilità dell’acqua contaminata da Pfas individuata in 60 comuni (su oltre ottomila nazionali) che accorpano meno di 500mila abitanti (su 62 milioni).
Il “quando” va collocato nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso quando anche sulle tavole nostrane più modeste appare sempre più frequentemente l’acqua minerale, specialmente se vi sono ospiti o in occasione di festività. Il marketing, allora, non era ancora salutista ma basava la propria azione sulla corsa al benessere consumistico e sul senso di colpa indotto dal sentirsi “poveri” comportandosi di conseguenza. E il senso di deprivazione o miseria, pure negli anni che videro la consapevolezza dei primi movimenti di protesta, era fortissimo in un paese che proveniva da ristrettezze ataviche, alle quali la II Guerra Mondiale aveva dato un’ulteriore botta devastante.
E consumare acqua minerale denotava e simboleggiava, insieme con la Fiat prima 600 poi 850 e successivamente 127, il televisore, la cucina “all’americana” e la trattoria “di campagna” lungo una trafficatissima statale, dall’architettura chissà perché “rustico-spagnoleggiante” con tanto di ruota da carro all’esterno in puro stile spaghetti-western, se non ricchezza, quanto meno un benessere faticosamente conseguito.
Pensarci oggi fa sorridere, ma i simboli non si formano dall’impatto soggettivo con evidenze recenti. Quelli non fanno altro che insinuarsi nel data-base di una memoria atavica, trasmessaci dagli antenati, corroborandola. E quindi anche nel dna dell’operaio più acerrimo nemico della classe borghese risiedevano all’epoca i simboli della fonte termale, insieme con quelli della Belle Époque e dell’Orient Express mediati dai racconti di nonni e bisnonni.cc-2016-12-03-minerale-004L’industria delle acque minerali naturali nacque verso la fine dell’Ottocento nei Paesi europei a forte tradizione termale: Francia, Belgio, Germania e Italia. Si avvia l’imbottigliamento di acque provenienti da sorgenti storiche, famose per le loro virtù salutari, spesso utilizzando bottiglie dalle forme artistiche ed accattivanti, e “passare le terme” costituisce una forma di vacanza e intrattenimento, non privo di un connotato di trasgressione, per le sempre più numerose fasce benestanti nate dalla rivoluzione industriale. Intere località mutano definitivamente la propria anima diventando città termali con alberghi, iniziative per l’intrattenimento e addirittura l’impianto di casinò, strade, ferrovie e tramvie per un agevole collegamento. Se L’anno scorso a Marienbad fu un film famoso, non fu l’unico perché non infrequentemente le località termali fecero da sfondo a vicende patinate. Nella nostra Salsomaggiore, dove mirabili esempi di mosaici in stile liberty si sprecano, venne addirittura inventato il concorso di Miss Italia per far sognare l’Italia povera del dopoguerra. Chiunque di noi, ancora oggi, non cade dalle nuvole se sente nominare Bognanco, Recoaro, San Pellegrino, Tabiano, Montecatini, Chianciano o Fiuggi, per citare solo alcune località.cc-2016-12-03-minerale-003Nel nostro Paese i primi tentativi di commercializzazione di acque minerali naturali si ebbero verso il 1890 e ad essi seguì la costruzione dei primi impianti di imbottigliamento. Ma sino alla prima metà degli anni Sessanta il mercato delle acque minerali fu essenzialmente locale e ancorato alla connotazione medico-terapeutica, e proprio in tal senso rappresentativo di un segmento di consumatori appartenenti alle classi sociali più agiate.
L’eredità di tutto questo excursus storico è racchiusa nell’odierno giro d’affari, 3 miliardi e 250 milioni di euro annui.cc-2016-12-03-minerale-006L’acqua, definita non a caso Oro blu, rappresenta semmai ben altra questione a livello planetario, sulla quale più volte ci siamo espressi nell’ultimo triennio: la sperequata ripartizione delle fonti e la cattiva politica di gestione delle stesse, che causa ingenti danni idrogeologici, penuria di acqua in alcune zone geografiche, guerre e speculazioni.
Non dimentichiamo che il nostro pianeta è ricoperto per il 71% di acqua, per un volume pari a 1.400 milioni di km3, il 97% della quale è marina. Il restante 3% è acqua dolce (pari a circa 35 milioni di km3), i due terzi del quale si trovano nei ghiacciai perenni e l’1% deriva dalle precipitazioni o risiede nelle falde sotterranee.
Circa l’80 per cento dell’acqua dolce è concentrato in pochi bacini: il Baikal in Siberia, i Grandi Laghi in Canada, i laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa, il Rio delle Amazzoni in Brasile, il Gange e il Bramaputra in India e i fiumi Congo, Yangtze, Orinoco e Tigri. Purtroppo, a costo di dare un colpo basso alla nostra autostima, va detto che la catena alpina è abbastanza ininfluente nel computo: l’Asia dispone di circa 14.000 km3, il Sud America di 13.000, il Nord America di 9.000, l’Africa di 4.000, l’Europa di 3.500 e l’Oceania di 2.500.
Più in particolare il Canada dispone di risorse di acqua di buona qualità ben superiori al fabbisogno, mentre l’Egitto ne ha cento volte meno; Yemen e Israele hanno bassissime risorse di acqua, e devono ricorrere ai pozzi, pompaggio e desalinizzazione; Brasile e Zaire hanno grandi risorse di acqua ma una grande quantità della loro popolazione non ne ha accesso; gli Stati Uniti hanno scarse risorse ed alti consumi (in California si raggiungono consumi giornalieri pro-capite di 4mila litri, anche se gli statunitensi non appaiono in posizione di rilievo fra i consumatori di acqua in modo diretto, ma semplicemente perché bevono altro).cc-2016-12-03-minerale-001Dal 1950 al 1995, la quantità di acqua dolce disponibile pro-capite è diminuita da 17.000 a 7.500 m3 e se oggi si parla di crisi idrica la questione non è legata ai consumi individuali, bensì all’uso abnorme della preziosa risorsa da parte dell’industria agricola e dell’allevamento. Parallelamente a questa espansione, della quale beneficiamo però solo noi dei paesi ricchi, nell’ultimo cinquantennio la disponibilità di acqua è progressivamente diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia, in particolare a causa del land grabbing.
I “cattivi” non sono solo indiani e cinesi, ma anche italiani. Per esempio Benetton, in Patagonia proprietaria di tutte le terre di Rio Negro: le popolazioni tribali che le abitavano vengono utilizzate come manodopera sottopagata. Segregate in minuscoli lembi di terra subiscono ritmi di lavoro estenuanti, non beneficiano di nessuna assistenza medica e, in estate, è loro vietato di attingere acqua dai fiumi. In alcuni tratti per impedire l’accesso vengono utilizzati filo spinato e corrente elettrica.
E l’acqua sta sempre più assumendo un ruolo preminente nelle contrattazioni borsistiche dove, letteralmente, svariati fondi azionari di matrice speculativa scommettono sulla sete.

Alberto C. Steiner

Sull’argomento abbiamo già scritto qui:
2016 25.11 Menu del giorno: terra, acqua e gasolio
2016 18.09 Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo
e sul blog Cesec-CondiVivere in numerose circostanze, tra le quali:
2015 23 .12 Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare
2013 27 .07 Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?

Menu del giorno: terra, acqua e gasolio

31 chili di suolo, 23 quintali di acqua e quasi 5 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. Altro che cibo spazzatura! E moltiplicato per 7 miliardi fa una cifra spaventosa:
217 miliardi di chilogrammi di suolo
161 miliardi di quintali di acqua
 35 miliardi di litri di gasolio
Questa incredibile quantità di risorse, sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili, viene consumata indirettamente proprio sotto forma di cibo, perché costituisce la materia prima e l’energia necessarie a produrlo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Secondo la Fao metà del pianeta è già degradato e la prima preoccupazione sorge dall’analisi dello stato di salute dell’acqua dolce, con oltre 4 mila chilometri cubi estratti annualmente dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili.
Quanto al petrolio siamo già al punto di non ritorno, dato che la produzione automobilistica mondiale cresce da 9 a 12 volte più rapidamente di quella dell’oro nero.
Infine il cibo, dove si incentrano i maggiori sprechi perché la sua produzione intensiva richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia.
Nell’attuale periodo storico, da alcuni battezzato Antropocene, abbiamo bombe ad orologeria innescate ovunque, e il timer continua a correre a causa della distonia tra scienza del clima, consapevolezza della società e obiettivo finalizzato al profitto. Il momento dell’esplosione è prossimo, più o meno attorno all’anno 2045 a meno che non vengano introdotti mutamenti radicali nell’agricoltura industriale, nel riscaldamento e nella mobilità cittadina, e soprattutto nell’alimentazione.
Tutto questo ci ricorda due libri. Il primo è The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, scritto nel 2010 da Julian Cribb, noto comunicatore scientifico. Il secondo è quasi un reperto archeologico: Il medioevo prossimo venturo, scritto nel 1971 da Roberto Vacca, ingegnere esperto in questioni ambientali e sociali.cv-2016-11-25-cibo-022Cribb afferma che c’è ancora tempo per cambiare mediante un’azione rapida e universale. Vacca invece, senza mezzi termini, illustrava un irreversibile quadro apocalittico che avrebbe portato – come sta accadendo – a un degrado e ad un’involuzione, anche delle facoltà intellettive, sino a giungere alla scomparsa del genere umano e del suo habitat sociale così come oggi li intendiamo.
Entrambi gli autori sono accomunati, nella loro visione, nell’indicare le ragioni della nostra prossima dissoluzione nel cambiamento climatico, nella dipendenza da combustibili fossili, nel disboscamento finalizzato a creare spazi per foraggiare gli allevamenti e le colture industriali e, soprattutto, nell’incontrollata crescita della popolazione mondiale.
Il vero nodo da sciogliere sembrerebbe quindi quello del cibo, nel senso della sua pessima qualità e del sovraconsumo, che riguarda però solo il 23% della popolazione mondiale (percentuale nella quale rientriamo anche noi italiani) mentre il 47% patisce, letteralmente, la fame mentre, paradossalmente, è proprio il suo territorio quello ad essere maggiormente devastato da operazioni speculative come il land grabbing.

ACS

Incuria del territorio e l’alluvione delle casse da morto

L’amico Lorenzo Pozzi ha pubblicato oggi su Archeologia Ferroviaria l’interessante articolo 8 novembre 1982: l’Italia ferroviaria divisa in due dedicato all’esondazione del fiume Taro avvenuta nella notte fra l’8 e il 9 novembre 1982 e che, letteralmente, spazzò via tre piloni del ponte ferroviario sulla linea Milano – Bologna dividendo l’Italia in due sino alla posa di un manufatto provvisorio ed alla successiva ricostruzione del ponte danneggiato.af-2016-10-20-taro-1982-01Nulla di nuovo, naturalmente. Il disastro del 1982 fu preceduto da quello del 1973 e seguito da quello del 1987, al quale seguirono quello dell’autunno 2000 (questa volta fu il Po) e quello di due anni fa che interessò solo marginalmente la provincia di Parma, abbattendosi più intensamente su Modenese e Reggiano.
A parte l’alluvione di Firenze del 1966, quelle del Polesine nel 1924 e nel 1951, i disastri in Valtellina nel 1906, nel 1929 e nel 1987, quello nella biellese valle del Cervo e quello in val d’Ossola, quello di Monza nel 2003 e quello… e quello… e quell’altro… e a parte il fatto che da quasi un secolo a Milano ogni volta che piove l’Olona esce e nel quartiere di Niguarda si va in barca, lo stato idrogeologico del nostro Paese gode ottima salute.
Un tempo ero un idealista, successivamente divenni pessimista. Ora, a parte le cose che mi riguardano direttamente, lo ammetto: me ne sto alla finestra a guardare. Tentare di risolvere i problemi di questa baracca che qualcuno insiste a chiamare paese è come insistere nel pestare la testa contro il muro, con l’inevitabile risultato.
Si spendono un sacco di soldi ma non si sa per cosa, visti i risultati. In ogni caso la soluzione non consiste nell’arginare i danni provocati da un abuso del territorio, la soluzione consiste proprio in un utilizzo diverso del territorio, per esempio nella non cementificazione degli alvei, per esempio curando la manutenzione dei boschi, per esempio non abbandonando il territorio a se stesso. Lo so, tutte cose già dette.
Dimenticavo… la storia delle casse da morto. L’alluvione del 7 novembre 1973 colpì molte località delle valli del Taro e del Ceno. Tra queste Bedonia, dove la fuoriuscita di un piccolo rio provocò l’allagamento della parte retrostante di un palazzo storico, area che si trasformò in un vero e proprio lago con quattro metri d’acqua e dove decine di bare fuoriuscite dal magazzino di una ditta di onoranze funebri che nel palazzo aveva sede presero a galleggiare come canoe. Dopo oltre quarant’anni questa lugubre scena rubata all’apocalisse rimane ancora ben salda nell’immaginario dei bedoniesi rimane ben salda, tant’è che tuttora l’evento è ricordato come “l’alluvione delle casse da morto”.

Alberto C. Steiner