Stiamo perdendo terreno: mai così allarmanti i dati sul consumo del suolo

Nel 2018 Pacman si è letteralmente mangiato l’equivalente di 314.814,81 campi da pallavolo, 864,19 al giorno. Secondo le norme FIPAV, la Federazione che sovrintende a tale disciplina, un campo regolamentare deve essere largo 9 metri e lungo 18, vale a dire esteso su 162 m2, perciò 314.814,81 campi corrispondono a 50.999.999,22 m2, quasi 51 chilometri quadrati: un buco nero capace di far scomparire agevolmente il Lago di Lugano, che conta una superficie di 50,5 Km², alla velocità di 2 metri quadrati al secondo.CC 2019.10.24 Consumo suolo 001La palma non esattamente d’oro del consumo di suolo spetta per la seconda volta consecutiva al Veneto, seguito da Toscana, area metropolitana di Roma, Abruzzo e Campania.
Virtuosa la Puglia mentre, analiticamente, tra le città sono da segnalare Torino (+65,2%), Napoli (62,8), Milano (57,5), Pescara (51,3), Monza (49,7), Padova (49,5), Bergamo (45), Brescia (44,8), Udine (42,8), Bari (42,7) e Firenze (42).
Monza è scesa dal primo a quinto posto ma, e il dato è comune a tutta la penisola, non per virtù improvvisamente ritrovata o per aumento di sensibilità verso i problemi ambientali, bensì per mancanza di denaro e credito che hanno frenato l’apertura di nuovi cantieri.
Il disastro ha interessato le località litoranee, in particolare romagnole e abruzzesi, e le aree periurbane a media e bassa densità situate nelle pianure e nei fondivalle.
Il consumo di suolo è stato più intenso nelle aree già molto compromesse, in ragione di 10 volte rispetto a quelle meno consumate, e quasi la metà del suolo perso negli ultimi dodici mesi si trova nelle città.
L’ottava edizione del rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici è stata diffusa a fine settembre da SNPA, Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, che lavora di concerto con ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale: due presidenti, due consigli di amministrazione, due comitati scientifici. Tutto doppio, anche incarichi fotocopia in capo alle medesime persone. Sciambola, fin che dura …
Questo l’indirizzo per chi volesse consultare e scaricare il Rapporto, in formato PDF: https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2019/09/Rapporto_consumo_di_suolo_20190917-1.pdf.CC 2019.10.24 Consumo suolo 002.jpgPer consumo di suolo si intende il suolo consumato a seguito di una variazione di copertura: da una naturale a ad una artificiale, ed il progressivo consumo coincide con una sempre maggiore estensione dell’impermeabilizzazione, ed è perciò evidente come, in occasione di eventi piovosi eccezionali, la massa d’acqua, in condizione non drenata, formi masse critiche arricchite da sedimenti sempre più consistenti asportati per erosione che, nel loro moto turbolento e impetuoso, causano i disastri a cui troppo spesso assistiamo.
Un aspetto che non viene considerato con l’attenzione che merita è l’estensione della superficie impermeabilizzata da nuove edificazioni, quasi pari al doppio della superficie del costruito e senza considerare le opere infrastrutturali che spesso accompagnano gli interventi.
I numeri dell’ultimo rapporto nazionale sono inquietanti: il consumo di suolo continua a crescere, e nell’ultimo triennio si è consolidato, sviluppando focolai di degrado dovuti essenzialmente ad un uso scorretto del territorio in ragione delle attività agroforestali e, soprattutto di quelle non agricole. La perdita di questa preziosa risorsa, rinnovabile solo a lungo termine (occorrono dai 100 ai 1000 anni perché si riformi 1 cm di suolo), è in gran parte dovuta all’uso di macchinari sempre più pesanti e potenti che se da un lato hanno consentito di abbreviare i tempi di lavoro, dall’altro, operando su territori agroforestali fragili, hanno contribuito a degradare il suolo.
Potremmo citare infiniti esempi di degrado a carico di regioni, province, comuni, alvei, consorzi, comprensori, zone protette e di rispetto, persino barene ed aree golenali.
Dovendo necessariamente limitarci, accenneremo al primo della classe al contrario, il Veneto, anche quest’anno primo in classifica anche se in lieve flessione con 923 ettari consumati contro i 1.100 del 2017. 570 ettari si sono perduti per cantieri di vario genere, dalla TAV ai centri commerciali all’autostrada A31 Rovigo – Piovene Rocchette detta della Val d’Astico ed alla Superstrada Pedemontana, 137 sono a carico dell’edilizia industriale e 132 a carico di quella residenziale pubblica e privata, ben 36 ettari vanno ascritti allo sfruttamento di cave, 61 alla realizzazione di viabilità ordinaria comunale e sovracomunale ed opere accessorie, 23 a carico delle aree agroforestali.
Analizzando in dettaglio i dati dei 20 comuni che presentano il consumo più elevato, variabile da 9 a 45 ettari, assommanti 314 ettari complessivi, pari al 34% di tutto il consumo regionale del 2018, risulta che circa 49 ettari sono dovuti alla costruzione di strade e 104 all’ampliamento di aree industriali. Rispetto all’anno precedente è diminuito il consumo di suolo dovuto alle infrastrutture, già assommante 130 ettari nel 2017, ripartiti fra i 23 comuni con consumo di suolo superiore ai 10 ettari.
I cantieri della TAV, e la ferrovia stessa ove in esercizio, occupano una fascia ormai ininfluente, a differenza di quelli della Pedemontana: ormai quasi tutti aperti ed avviati alla fase finale, nel 2018 hanno occupato 66 ettari tra le province di Treviso e Vicenza che, sommati ai 477 ettari degli anni precedenti, danno un totale di 543 ettari.
Da segnalare il notevole aumento del consumo dovuto alle aree industriali e terziarie, e tra queste immensi poli logistici con magazzini di proporzioni gigantesche: il più grande, esteso du 15 ettari, si trova a Nogarole Rocca, in provincia di Verona, ma sono da annoverare altri 5 magazzini con superfici superiori ai 5 ettari in costruzione dal 2016 (quasi ultimati) e il 2019 in varie località venete, destinati alla GDO e prevalentemente vocati ai prodotti alimentari e all’e-commerce.
Ancora nell’ambito industriale, è da segnalare nell’ultimo biennio un fenomeno caratteristico del Veneto, ed in generale del Nord-Est: l’ampliamento di strutture produttive già esistenti, a carico in particolare di aziende produttrici di materiale elettrico, manufatti metallici, mobili e manufatti in legno.
Ne approfittiamo per segnalare un’imprecisione contenuta alla pagina 217 del Rapporto, dove si afferma: “merita una riflessione il fatto che la costruzione o l’ampliamento di strutture produttive vada sempre a discapito di aree agricole.”
L’utilizzo dell’avverbio non riflette la realtà, costituita nella maggior parte dei casi da aree già adiacenti alle aziende che si espandono, spesso da tempo di proprietà delle stesse e già definite per lo sviluppo industriale, artigianale e terziario nei piani di governo del territorio.CC 2019.10.24 Consumo suolo 005Mancano purtroppo esempi virtuosi di recupero delle numerose aree dismesse disponibili, anche perché non sempre agevolmente possibili, come mostra l’immagine pubblicata qui sopra, ed è notevole il consumo di suolo per interventi di tipo residenziale turistico, come quello a Lazise illustrato nell’immagine sottostante.CC 2019.10.24 Consumo suolo 004Concludiamo la breve carrellata sulla regione menzionando il ricordo di un libro che fu illuminante: lo leggemmo nel 1996 e ci rimase dentro. Il suo titolo è Schei, e lo scrisse Gian Antonio Stella.CC 2019.10.24 Consumo suolo 006Ça va sans dire, il Rapporto raccomanda maggiore attenzione alla pianificazione da attuarsi attraverso la completa conoscenza dei tipi di suolo, la valutazione dell’impatto che determinati usi “agricoli ed extra agricoli” possono causare sull’ambiente, formulando voti affinché “si tengano particolare attenzionati i processi idrologici ed i rapporti acqua-suolo.”
Belle parole, a parte attenzionati, che è un termine da sbirri, ma ci sia consentita una citazione:
Una parola ancora
Parole, parole, parole
Ascoltami
Parole, parole, parole
Ti prego
Parole, parole, parole
Io ti giuro
Parole, parole, parole, parole,
parole, soltanto parole
parole tra noi
Rimangono l’amaro in bocca e la domanda se abbia ancora senso argomentare di sostenibilità ambientale, di protezione e conservazione dell’ambiente quando i fatti dimostrano che oggi l’atteggiamento della massa e dei suoi decisori politico-amministrativi è improntato al più classico dei chissenefrega, sorretto da un’abissale ignoranza.

Alberto Cazzoli Steiner

Vieni? No, unesco perché è tutto avvelenato: prosecco Docg

Come è noto, alla fine la lobby del prosecco l’ha spuntata: i 18.967,25 ettari nel cuore del Veneto sono diventati patrimonio dell’umanità sotto le insegne dell’Unesco e il motto, anzi il mantra, “unione di cultura e natura in un paesaggio non riproducibile”.FRANCE-AGRICULTURE-VITICULTURE-WINEChe non sia riproducibile ce ne accorgeremo quando non esisterà più, visto che oggi quel paesaggio sta scomparendo, eroso in misura variabile da 9.300 a 43.400 chilogrammi per ettaro, pari a 31 volte la media fisiologica ammissibile che va da 300 a 1.400 chilogrammi per ettaro.
L’erosione è un fenomeno assolutamente naturale, ma quello che nelle terre de ombre baciate dall’Unesco preoccupa è la velocità con cui avviene.
La ragione per cui avviene è una sola, si chiama “schei”, denaro, al quale è stata sacrificata qualsiasi cultura del lungo termine, qualsiasi forma di tutela del territorio, in un parossistico qui-e-ora che non prevede, anzi ne respinge il solo pensiero, quali saranno le conseguenze dell’eccessiva erosione fra venticinque, cinquanta o cento anni.
Intendiamoci, il suolo non si volatilizza, si trasforma, per esempio in polveri, e si sposta. E nessuno si preoccupa di verificare l’impatto ambientale di questa imponente massa di sedimenti che finisce nei fossi, nei fiumi e via via fino al mare portando quantità di inquinanti, a cominciare dai residui di fito”farmaci” e fertilizzanti come il fosforo attaccato alle particelle di suolo.
Ma andiamo con ordine.
Va detto, anzitutto, che esistono due aree del prosecco. Quella Doc è estesa su nove province, tre friulane (Gorizia, Pordenone e Udine) una giuliana (Trieste) e cinque venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza) e complessivamente vale 464 milioni di bottiglie che assommano annualmente 2,5 miliardi di euro.
Quella Docg, oggetto di queste note, è ricompresa in quindici comuni: Cison di Valmarino, Colle Umberto, Conegliano, Farra di Soligo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana, Tarzo, Valdobbiadene, Vidor e Vittorio Veneto e produce complessivamente poco più di 90 milioni di bottiglie per un controvalore di 520 milioni di euro.
Un tempo il vino italiano più bevuto nel mondo era il chianti, e molti si chiedevano come fosse possibile garantire un’esportazione otto volte superiore alla produzione.
Ma i misteri vitivinicoli sono pressoché infiniti, quasi pari a quelli eleusini, e si esplicano senza esclusioni territoriali dalle Alpi al Lilibeo. Per esempio trasformando, grazie ad enologi Maghi Merlini, il Primitivo o lo Squinzano in Prosecco. Nemmeno Michael Jackson riuscì mai a diventare così bianco.
Ma per non uscire dal tema non indaghiamo e mettiamoci una pietra sopra, come dicevano i costruttori della Salerno – Reggio Calabria.
Oggi il vino italiano più stappato al mondo è il prosecco, e il Regno Unito ne è il maggior consumatore. Nel 2019 il Docg ha già registrato un incremento del 28% delle esportazioni e per fine anno si prevede di raggiungere il miliardo di euro.
Ironia della sorte: è anche uno dei vini più imitati, soprattutto da cileni e sudafricani. E si stanno affacciando i cinesi. Loro non imitano, comprano.
Ma laggiù dove le linee dell’orizzonte sono dominate da colline dolci anche se molto ripide e da innumerevoli piccoli vigneti sviluppati longitudinalmente da Est a Ovest in scenografici terrazzamenti inerbiti, si nascondono invisibili insidie, mostri pronti a prenderti alla gola, ad entrarti nel sangue, a mozzarti il respiro, a modificare le tue cellule come in Morbus Gravis di Eleuteri Serpieri.
I peana che esprimono grande soddisfazione e immensa gioia per l’iscrizione a patrimonio dell’umanità delle colline di Conegliano e Valdobbiadene si sono sprecati, e tutti gli aedi affermano, come per esempio dichiara Innocente Nardi, presidente dell’Associazione temporanea di scopo Colline di Conegliano Valdobbiadene patrimonio dell’umanità e del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene prosecco Docg, che “il riconoscimento non rappresenta il punto di arrivo ma un’importante tappa di un percorso che mira alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico ed agricolo di questo piccolo territorio. Da oggi l’impegno di tutti sarà rivolto alla conservazione e alla manutenzione dei beni paesaggistici iscritti, con particolare attenzione alle raccomandazioni Unesco per la tutela e la valorizzazione a favore delle future generazioni, in coerenza con l’obiettivo di un equilibrato e armonico sviluppo economico e sociale.”
Banda, zum-pa-ppa, taglio del nastro e benedizione del vescovo. Segue brindisi.
Dal coro dei belanti si staccano in pochi. Per esempio Francois Veillerette, presidente del PAN, Pesticide Action Network, che scrisse una lettera al comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco per mettere in crisi la decisione:
“Vi scriviamo per conto di chi rappresenta 600 organizzazioni, istituzioni e individui in oltre 90 paesi che lavorano per sostituire l’uso di pesticidi pericolosi con alternative ecologicamente valide e socialmente giuste.
La regione del prosecco Docg è caratterizzata da un’intensa produzione di vino, in cui i vigneti coprono sia le aree urbane sia quelle naturali dell’intera area e dove vengono utilizzati intensamente i pesticidi pericolosi.
L’uso intensivo di pesticidi ha già dimostrato effetti negativi sulla salute della popolazione locale e sulla qualità della vita nella regione. Le persone che vivono in prossimità delle zone viticole soffrono di questi effetti giorno dopo giorno.
I cittadini della regione del prosecco hanno contestato fortemente la nomina come patrimonio mondiale, poiché il loro benessere e la loro salute sono continuamente minacciati dall’uso di pesticidi pericolosi.”
Gli abitanti delle aree interessate, ma non interessati anzi dominati dalla produzione del prosecco, hanno fondato numerose organizzazioni, hanno organizzato marce, hanno scritto ed inviato petizioni, hanno promosso sit-in nel tentativo di fermare il processo di iscrizione, almeno fino a quando non si fosse interrotto l’uso di pesticidi.
A fronte di tutto questo il Consorzio Valdobbiadene ha messo al bando il pesticida più famoso, il glifosato, ma ciò ovviamente non è sufficiente per contenere la rabbia dei cittadini che si sentono abbandonati rispetto all’invadenza dei fitofarmaci usati abbondantemente vicino a case, scuole, ospedali e si sono sentiti presi in giro da coloro ai quali hanno espresso la loro fiducia attraverso il voto in ragione dell’inutilità dei loro sforzi.CV 2017.03.18 Bancaterra 002E veniamo infine al fenomeno dell’erosione.
Il processo che ha portato all’ottenimento della Docg ed al riconoscimento da parte dell’Unesco è durato undici anni e, negli ultimi sette, una ricerca caratterizzata da efficienza, professionalità, dedizione e basso profilo è stata svolta da un gruppo di agronomi, geografi, geologi, ingegneri ambientali e sismologi dell’Università di Padova.
Poiché nella letteratura scientifica si possono trovare diversi articoli in cui si evidenzia l’alto tasso di erosione dei suoli, i risultati della ricerca non sorprendono.
Purtroppo è noto come i processi del e nel suolo si manifestino nel lungo periodo ed è altrettanto evidente come attualmente, in qualsiasi attività produttiva intensiva si badi alla convenienza immediata, a discapito di qualsiasi interesse o bisogno ambientale o sociale.
A tali dinamiche l’agricoltura non sfugge, soprattutto per quanto riguarda colture estensive e certe eccellenze produttive, per esempio il prosecco.
E quindi, nei giorni in cui il prosecco segna record mondiali di vendite, l’Università di Padova pubblica sotto il titolo “Estimation of potential soil erosion in the Prosecco Docg area” sulla prestigiosa rivista Plos One il resoconto dell’accurata ricerca che dal 2012 ha monitorato i terreni del prosecco docg, certificando che quel territorio ha un indice di erosione trentun volte superiore ai limiti considerati tollerabili all’interno dell’Unione Europea.
Secondo la ricerca, per produrre una bottiglia di prosecco si consumano 3,3 kg di terra; calcolando come sopra indicato una produzione di 464 milioni di bottiglie doc e di 90 docg, il conto è presto fatto: scompaiono 1.828.200.000 kg di terra.
Evidente come l’impronta ecologica del prodotto sia notevolissima. Stiamo parlando di un’area estesa per 215 chilometri quadrati, dove la coltivazione della vite che origina il docg occupa il 30 per cento del terreno disponibile, e la ricerca avanza il dubbio che un’attività agricola così intensiva non sia più sopportabile sul piano ambientale.
Nella parte narrativa della ricerca si legge: “Il suolo è una risorsa non rinnovabile, per questo motivo bisogna avere un approccio integrato alla gestione dell’agroecosistema. Un territorio come quello dell’area prosecco oggi dà ottimi risultati dal punto di vista economico, ma questo tipo di produttività alla lunga difficilmente sarà sostenibile.”
Nei fatti, con l’erosione il suolo si abbassa sul piano topografico e il terreno si impoverisce, in termini di sostanza organica e nutrienti e l’erosione, che in natura assomma normalmente alla media di 1 mm/anno, qui preoccupa per la velocità con cui si manifesta.
Le colture di vigneti, ricomprese nella cosiddetta agricoltura da versante, sono tra quelle che più stimolano i processi erosivi, e la ricerca dell’Università di Padova stima che il processo degenerativo potrebbe essere dimezzato se intorno alla produzione si allargasse una fascia di contenimento costituita da siepi intorno ai filari, fasce tampone e inerbimento delle aree dei vitigni.
Vi è stata, inevitabilmente, un’alzata di scudi da parte degli agricoltori che, oltre a contestare i dati della ricerca, hanno affermato come frenare l’erosione sia interesse primario di chi produce vino, indicando processi di mitigazione produttiva già avvenuti negli anni scorsi nelle zone del Chianti e delle Langhe, con esiti disastrosi per il fatturato.
Hanno perciò espresso la loro disponibilità ad intervenire, qualora sostenuti economicamente dallo Stato e dall’Unione Europea. L’80 per cento del prosecco varca la frontiera e, c’è da giurarci, l’80 per cento dei viticoltori sono a chiacchiere favorevoli all’indipendenza del Veneto.
Così è, se vi pare. Cioè no, cosa dico? Non sia mai che cito Pirandello, un terrone.

Alberto Cazzoli Steiner

So’ fratelli a noi: alienare il patrimonio demaniale per stroncare le radici identitarie

“Uh mammà, ci stanno sparando, uh mammà!” cantava nel 1981 Mimmo Cavallo, portavoce del Sud ferito e violato come allora, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, imponeva la moda impegnata.
La madre rispondeva: “So’ fratelli a noi, ci vengono a liberà!”
Ed egli replicava: “Ma mammà sparano su di noi, uh mammà!”
E la madre, rassicurante: “Lo so figlio mio, ma lo fanno per necessità.”
Ed arrivarono infine i Piemontesi, decisamente meno simpatici di quelli della pubblicità di Barbero: “Ci stanno occupando, uh, mammà!”
“Il fatto è temporaneo, poi ci dovrebbero lasciare”
“E hanno aggiunto alla bandiera uno stemma blu, uh, mammà!”
“E non sei più contento? Mò teniamo un colore in più”
“E scrivo una canzone, uh, mammà!”
“Bravo sfogati figlio mio, che questo lo puoi fare, e scrivi una canzone evasiva”
“Uh, mammà!”
“Ma non metterci opinioni, fai una musichella d’invasione”
Incontrastato da un’Italiland che aveva altro da fare, per esempio sprecarsi a commentare, unitamente ad altre inutilità, la Carola uscita dal tribunale senza reggiseno (con le forze dell’ordine che, per una volta sincere, esortavano: “Circolare, circolare, non c’è niente da vedere!”) il governatorato italilandese ha varato il PiSDIP, Piano Straordinario di Dismissioni degli Immobili Pubblici 2019-2021 (in Veneto MPiSDos, Me Pisso Dosso? lo ignoriamo), previsto dalla Legge di Bilancio 2019.CSE 2019.08.06 dismissioniIl Demanio ha selezionato un primo lotto di 420 fra appartamenti, edifici e terreni, pubblicato nella Gazzetta ufficiale 166/2019 e del quale propongo lo stralcio nella tabella a corredo, unitamente alle definizioni ed alle modalità di attuazione, generalmente mediante asta, i cui iter sono già in preparazione relativamente a 90 unità selezionate, e le cui informazioni sono disponibili sulla piattaforma del Consiglio Nazionale del Notariato oltre che sul sito dell’Agenzia delle Entrate, alla sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”.
Il provvedimento, già operativo, dovrebbe contribuire ad abbattere il debito dello stato, migliorando quello degli enti locali ed incentivando, mediante la variazione della destinazione d’uso, la valorizzazione dei beni e del territorio favorendo ricadute positive, locali e nazionali, in termini di investimenti e occupazione.
Vale a dire che una caserma potrà diventare l’ennesimo centro commerciale, un castello un resort, un manicomio un complesso residenziale. E fin qui nulla da dire, anzi: svecchiare il territorio, togliere la muffa dalle strade, eliminare ricettacoli di balordi e di traffici tra disperati.
Agli immobili elencati nel primo programma di cessione potrebbero aggiungersene altri, per un valore complessivo stimato in circa 1,2 miliardi di euro. L’aspettativa è quella di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 nel biennio 2020-21.
L’elenco completo degli immobili è scaricabile in formato pdf da diverse fonti, io ho scelto Biblus, il notiziario online di una società di software attiva nella progettazione edilizia.
Scorrendo l’elenco saltano all’occhio immobili e terreni di notevole valore storico: carceri come quelle di Rossano Calabro e Vigevano, caserme, castelli, edifici manifatturieri, fari, stazioni ferroviarie la cui vendita comprometterà per sempre ogni ipotesi di ripristino delle linee cessate.
Colpisce, e sarebbe da approfondire, la vendita di aree pertinenti alla stazione ferroviaria di Tirano, tuttora in attività, mentre nel Friuli Venezia Giulia sarà presto in atto la massiccia vendita di edifici e fondi già in uso per scopi militari.
I veneziani, invece di perdere tempo a prendersela con i turisti, potrebbero meglio indirizzare le loro energie per comprendere e, se del caso contrastare, la cessione di beni decisamente importanti sotto il profilo storico locale, come quelli riportati nella tabella citata.
Infine una nota tecnica dettata dall’esperienza: il mercato delle vendite all’asta langue ormai da tempo e si lavora molto sul saldo e stralcio, pratica non possibile nel caso delle dismissioni, per le quali è obbligatoria la procedura ordinaria.
Si assisterà piuttosto, dopo aver constatato che le aste saranno andate non casualmente deserte, alla concessione di ribassi più o meno consistenti, che in casi particolari potranno portare persino all’effettivo azzeramento del controvalore di cessione.
Nel frattempo sarà trascorso non meno di un biennio e la gente, che già ora ignora l’iniziativa, si sarà completamente dimenticata di tutto. I reggitori del gioco politico potranno cambiare, ma ciò non sposterà assolutamente nulla nel teatrino, e non è escluso che certi beni, particolarmente appetibili, vengano acquistati ad un prezzo simbolico da enti locali o associazioni per svolgervi finalità culturali, sociali, di valorizzazione del territorio: l’abitazione del presidente e dei maggiorenti dell’associazione, la trasformazione in resort camuffato da centro culturale dove ogni anno, giusto per il punto della bandiera, si tiene un convegno per la valorizzazione della lasagna bio consapevole di Tarallo di Sopra o il concorso letterario Cicciuzza Della Gattina destinato a glorificare ego locali.
Su alcune estensioni territoriali si potrebbe, ricorrendone le caratteristiche, impiantare un’attività agricola per dare lavoro a volontari portatori di disagio sociale. Ovvio che saranno portatori di disagio, se nessuno li pagherà.
Sono modalità già viste, ma che i portatori di quella “cultura” che indebitamente si è appropriata di ecosostenibilità e solidarietà sociale sono ben attenti a custodire ammantate di segreto, nel timore di ipotesi di complotto maturate all’ombra delle modalità paranoidi che li caratterizzano.
E nel frattempo l’Italiland della quale, insieme con la pretaglia, occupano i punti sensibili: scuola, comuni, pubblica amministrazione, sanità, sindacato, tribunali, comunicazione, va allegramente a pezzi tra un selfie e l’altro.
Per quanto mi riguarda non sarò certo io a contribuire a contrastare il fenomeno: una metastasi di tale portata deve solo toccare il fondo, morire e imputridirsi nella trasformazione che la farà rinascere.
Sperabilmente in forma di piccole comunità locali autosufficienti, consce ed orgogliose delle proprie radici identitarie che non sono, nè mai potranno essere, quelle del villaggio globale, farsa decerebrante e deresponsabilizzante insieme con il politicamente corretto.
Se, infine, chi legge dovesse chiedersi, non già dimentico del titolo, la ragione dell’affermazione “stroncare le radici identitarie” ho pronta la risposta: a parte caserme ed altri ammennicoli edificati post-unitariamente, molti immobili e fondi, oltre a possedere una storia pre-unitaria, costituiscono precise connotazioni territoriali, punti di riferimento della storia locale e dell’etnografia. Venderli a non si sa chi, perché ne faccia non si sa cosa in nome di una non meglio definita riqualificazione, significa estirpare le radici territoriali, significa fare violenza al territorio.
Certo, ben venga lo straniero se nessuno a livello locale prende l’iniziativa andando oltre i lamenti e le recriminazioni, posto che ve ne siano state, ve ne siano o ve ne saranno … Del resto senza lilleri ‘un si lallera, come dicono in Toscana.

Alberto Cazzoli Steiner

Sostenibilità ambientale degli edifici. Itaca: siamo veramente all’epilogo dell’Odissea?

CSE 2019.07.13 Itaca“La mia casa ce l’ho solo là” cantava Lucio Dalla in Itaca (https://www.youtube.com/watch?v=L2XuEvZNQO8) ed anch’io, credo come altri professionisti, vorrei poter tornare metaforicamente al mio letto ricavato dal maestoso ulivo, nel conforto del riposo sorretto dalla serenità di aver applicato norme univoche e non soggette alle solite interpretazioni, che alimentano incertezza e contenziosi facendo puntualmente ritrovare, invece che nella patria del diritto, nella terra dei Lestrigoni. E chi vuol capire capisca.
Dal 9 luglio vige la norma UNI PDR 13/2019, che specifica i criteri per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici.
Applicando di fatto il protocollo ITACA, Istituto per l’Innovazione e la Trasparenza negli Appalti (si, chi lo desidera può ridere) e Compatibilità Ambientale  nato in collaborazione con UNI, l’ente per la normazione, sostituisce la PDR 13/2015 ed il Protocollo Edifici Non Residenziali.
La nuova Prassi è suddivisa in tre parti:

  • 0 – UNI/PdR 13.0:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Inquadramento generale e principi metodologici
  • 1 – UNI/PdR 13.1:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici residenziali
  • 2 – UNI/PdR 13.2:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici non residenziali

La parte 0 illustra l’inquadramento generale ed i principi metodologici e procedurali che sottendono al sistema di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Le parti 1 e 2 specificano i criteri sui quali si fondano i sistemi di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici residenziali e non residenziali, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Oggetto di ogni valutazione sono il singolo edificio e la sua area esterna pertinenziale, applicando i criteri normativi al fine di calcolare un punteggio prestazionale degli edifici di nuova costruzione o oggetto di ristrutturazioni importanti.
Il protocollo ITACA, nelle sue diverse declinazioni, è lo strumento di valutazione del livello di sostenibilità energetica e ambientale degli edifici che permette di verificare le prestazioni di un edificio, non solo in riferimento ai consumi ed all’efficienza energetica, ma anche considerando il suo impatto sull’ambiente e sulla salute.
La ratio è quella di favorire la realizzazione di edifici utilizzando materiali sempre più innovativi e la cui produzione comporti ridotti consumi energetici, garantendo contestualmente un elevato confort, un impatto energetico e consumi idrici sempre più ridotti.
Il protocollo, garantendo l’oggettività valutativa attraverso l’utilizzo di indicatori e criteri di verifica conformi alle norme tecniche ed alle leggi di riferimento, grazie alle molteplici finalità di utilizzo costituisce uno strumento che per i professionisti sostiene la progettazione, per la pubblica amministrazione agevola i controlli, per gli attori finanziari agevola la valutazione degli investimenti e per i consumatori fornisce chiarezza nei criteri di scelta di immobili ed appartamenti.
Ciò è reso possibile dai principi dello strumento destinati ad individuare i criteri, parametrati ai temi ambientali, che permettono di misurare le prestazioni ambientali dell’edificio in esame ed i suoi eventuali scostamenti dallo standard.
Cliccando sui link che seguono è possibile scaricare dal sito dell’Ente Italiano di Normazione i testi, in formato pdf, delle norme
UNI/PdR 13.0:2019 – Inquadramento generale e principi metodologici
UNI/PdR 13.1:2019 – Edifici residenziali
UNI/PdR13.2:2019 – Edifici non residenziali

Alberto Cazzoli Steiner

Isola vendesi: 15 ettari sui quali non è possibile fare assolutamente nulla

CSE 2019.04.06 Isola Femmine 001Non solo luogo di antichi misteri, a partire dall’origine del toponimo, ma anche di recenti: viene indicata come lunga 575 metri e larga 325 che, essendo la pianta pressoché rettangolare, dovrebbero corrispondere metro più metro meno ad un’area di 186.875m², vale a dire 18,6875 ettari. E invece viene normalmente data per estesa su 15.
Che fine avrà fatto il 19,74% mancante? Erosione? Pizzo? Non sappiamo e, in fondo, neppure ci interessa saperlo.
Il suo punto di massima elevazione è di 32 metri sul livello marino e la trovate nel Tirreno a 38°12′37″N 13°14′09″E, a 800 metri dalla costa settentrionale della Sicilia, tra Capo Gallo e Punta Raisi: è Isola delle Femmine, amministrativamente parte dell’omonimo comune costiero, di proprietà privata ma dal 1997 riserva naturale curata, a partire dal 1998, dalla LIPU, Lega Italiana Protezione Uccelli.
Gli antichi abitanti vivevano prevalentemente di pesca ma oggi l’isola è disabitata e sul suo promontorio, dal quale lo sguardo può spaziare da Capo Gallo all’isola di Ustica ed agli abitati di Carini, Isola delle Femmine e Capaci, si eleva l’unico edificio: il mozzicone di una torre di avvistamento eretta nel XVI Secolo, sembra su progetto dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, più noto per avere realizzato la Fontana Pretoria a Palermo: a pianta quadrata e con spessori murari che superano i due metri subì notevoli danni durante il secondo conflitto mondiale.
Ed ecco la notizia: l’isola è in vendita. La proprietà, che nel 2017 chiedeva oltre tre milioni di euro, ha ribassato a un milione trattabile.
Il prezzo richiesto non è dissimile da quello pertinente ad analoghe soluzioni nella laguna veneziana e sull’isola, a parte restaurare la torre recuperando l’originaria volumetria ed ottenendo il cambio di destinazione in abitazione, non si può fare altro poiché l’area protetta e vincolata, la presenza di un sito archeologico ma soprattutto l’asperità del terreno, ne consentono l’utilizzo esclusivamente nel rispetto delle severissime norme che regolamentano l’area naturale.
Tanto è vero che il sindaco del comune ha affermato: “Chi la compra potrà solo guardarla.”
Probabilmente, aggiungiamo con una punta di malignità, perché la mafia non ritiene l’isola un affare. Altrimenti chissà da quanti anni vi si sarebbe insediato un resort di lusso con spa e, giusto per dare un ecocontentino, postazioni di birdwatching. Alla faccia dell’oasi naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Paesi Bassi: un rifugio invisibile di 35 metri quadrati

CSC 2019.03.30 Rifugioparco 002Se le archistar non fossero sopraffatte dal proprio ego avrebbero molto da imparare da questo modestissimo edificio, che possiede però notevoli controindicazioni: non può alimentare il trogolo di politici, amministratori e maneggioni vari poiché non fornisce lavoro alle megaimprese degli appalti pubblici, quelle che giocano con la finanza in carta del burro, quella che costruisce edifici finanziati da una banca, che li rivende ad un’altra che li affitta ad una compagnia di assicurazioni che li subaffitta alla pubblica amministrazione, che utilizza superfici di 120mila metri quadrati per tenervi uffici deserti o, una o due volte l’anno, convegni ai quali partecipano al massimo 60 persone.
E il resto è affittato ai soliti mutatemutandis, paninarium, biofrullallarium, ecosciurettam e libertomentosum che adeguano strutture, aprono, spendono per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiudono, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua strutture, apre, spende per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiude, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua … ah no, scusate: mi stavo ripetendo.
È probabilmente per questa ragione che il minuscolo edificio che sto per descrivere è stato pensato e realizzato nei Paesi Bassi e non in italiland.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 003CSC 2019.03.30 Rifugioparco 004.jpgEsteso su 2.388 ettari compresi fra i comuni di Utrecht, Stichtse Vecht e de Bilt, il Noorderpark è un’area di riqualificazione che include i laghi Loosdrecht, le foreste di Hollandsche Rading e i villaggi di Maartensdijk e Groenekan.
Il sito è sottoposto alla competenza dello Staatsbosbeheer, l’organismo statale costituito nel 1899 per la salvaguardia del patrimonio naturale.
All’interno del parco, nel 1966 venne realizzato uno spartano edificio con funzione di punto di appoggio logistico per i volontari che curano l’habitat. Ormai bisognosa di un’importante manutenzione, la struttura è stata sostituita con una ancora più semplice, ma affascinante e progettata in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 001.jpgEsteso su soli 35 m2 ed altro al colmo interno 3,5 m, l’edificio consta di ripostiglio, bagno/lavanderia, angolo relax con letto e zona pranzo con focolare, stufa a legna e sedute.
Il focolare è portante della struttura di supporto della copertura ed è conformato in modo da ricordare un albero.
Le facce esterne di tetto e pareti dell’edificio sono realizzati in pannelli in alluminio dipinti in verde, quelle interno sono rivestite in pannelli di legno locale. Ampie aperture finestrate caratterizzano pareti e tetto creano un forte richiamo con l’ambiente esterno, che “entra” nella struttura smaterializzando i confini anche grazie alle due ampie porte scorrevoli ad angolo che, aprendosi completamente, offrono l’opportunità di godere del prato ed instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.
L’ambiente naturale è l’unico protagonista della scena, e cucina e camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco, e nessuno è andato in fissa per la questione di eventuali emissioni nocive originate da un focolare acceso saltuariamente ed in funzione solo per poche ore.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 005Un’opera minima, di facile realizzazione, basso impatto e costo modesto, ripetibile su ampia scala ed in grado di stupire per la sua caratteristica di rifugio, quasi nascondiglio, inaspettato.
Ne abbiamo parlato proprio perché, nonostante la sua apparente modestia, costituisce un esempio di opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in modo adeguato e naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Sempre lì, lì nel mezzo, fin che ce n’hai: una vita da letame

Vedete voi se ridere o piangere: in Valtellina i Carabinieri hanno ricevuto segnalazioni, da parte di cittadini in vacanza, contro le vacche al pascolo perché con i campanacci disturberebbero la quiete e i pisolini.CC 2018.08.01 Letame 004Ma i bovini, oggi stimati in 5.500.0001 capi contro i 6.264.000 del 19212, oltre che tintinnare i campanacci defecano. E producono letame, risorsa tanto preziosa quanto controversa.
Da sempre sinonimo di fertilità e salute del terreno, il letame è storicamente accostato alle pratiche agricole per innalzare le rese e restituire al suolo quanto asportatovi dalle colture ma, pur nutrendo, strutturando, trattenendo l’acqua, è portatore di criticità, polemiche e limiti oggettivi nell’utilizzo.
Oggi gli allevamenti bovini sono prevalentemente concentrati nell’area centrale dell’Oceano Padano3, mentre un secolo fa erano distribuiti lungo quasi tutta la penisola, con particolare incidenza in Toscana, Marche, Lazio, Campania. La popolazione, inoltre, era in gran parte contadina, pertanto in ogni podere c’erano almeno un paio di vacche da latte, oltre a cavalli, asini o muli. Non vi era quindi campo che non potesse contare su un po’ di letame bovino ed equino. Oltre che su quello derivante dal pollame, come è noto la specie domestica più diffusa al mondo tanto da divenire emblematica delle aree povere di risorse.CC 2018.08.01 Letame 001Dal 1921 (anno i cui la popolazione assommava a 37.200.0004 unità) ad oggi (60.500.000) passando per il 1958 (49.300.000 ) anno che viene considerato l’inizio del boom economico, i consumi di carne sono notevolmente aumentati: è in quell’anno che l’immagine di un paese povero e arretrato, condannato a una dieta scarsa e pressoché vegetariana povera di grassi e proteine, vede una brusca impennata che inverte la tendenza e apre ad un’epoca nuova senza precedenti di crescita costante e intensa, nella quale l’alimentazione italiana raggiunge i livelli e gli standard dei Paesi avanzati del mondo occidentale.
Nel 1958 venivano mediamente consumati pro-capite 111 kg annui di carne bovina, 6 di suina e 3 di pollame (incluse oche, escluse anatre classificate come selvaggina); oggi si toccano rispettivamente i 25, i 40 e i 20 (senza distinzione fra anatre e oche, in ogni caso assolutamente marginali). Ma ciò è massimamente dovuto alle importazioni poiché, come visto, un secolo fa esistevano più bovini ma la popolazione era poco più della metà rispetto a quella attuale, ed il consumo di carne bovina era diffuso solo nelle fasce a reddito medio-alto.
Va aggiunto che, per l’allevamento dei bovini, la disponibilità di acqua è fondamentale, ben lo sapevano addirittura i Cistercensi che con le marcite istituirono il terzo ed il quarto taglio della fienagione, l’ultimo all’approssimarsi dell’inverno, e per tale ragione il Nord è da sempre più ricco di bovini rispetto al resto della penisola. Ed anche oggi, puntando un ideale compasso su Cremona e tracciando una circonferenza del diametro di 120 km includeremmo almeno il 60 per cento dei bovini, e dei suini, nazionali5.CC 2018.08.01 Letame 003Ciò è anche dovuto alla sempre più marcata specializzazione, pur tenendo conto (breve digressione fuori tema) che in aree come il Parmense sono numerosi gli impianti suinicoli abbandonati e sotto esecuzione, spesso perché dopo aver drenato contributi dalla tanto vituperata Europa ed aver delocalizzato all’estero gli “imprenditori” hanno portato i libri in tribunale, riciclandosi come intermediari e trasformatori di carni provenienti dall’estero, spesso da paesi dove i controlli esistono solo sulla carta e dove il giro di certificati sanitari incomprensibili la fa da padrone6. Per non andare troppo fuori tema ci limitiamo a citare come facciano fede, in tal senso, i dati del contenzioso di Cariparma (ex Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, oggi Crédit Agricole) oltre che dell’onnipresente Unicredit. Ma torniamo alla carne bovina: in Valtellina la bresaola doc-igp si fa con carne di zebù brasiliano.
Detto in altri termini: mangiamo la merda, ma la merda in senso stretto non la importiamo.
Questo significa, giusto per fare un esempio, che nelle vaste aree cerealicole del Centro e del Sud, dove i capi d’allevamento sono relativamente scarsi, letamare è praticamente impossibile. L’alternativa sono fertilizzanti minerali che, pur nutrendo le colture, non reintegrano il suolo relativamente al contenuto di sostanza organica, e i ritmi finanziari e del mercato non consentono di lasciare incolta una parte della superficie per ingrassare il terreno.
Per l’agricoltura biologica e biodinamica, che si sono vietate i fertilizzanti inorganici, il letame è uno dei fattori produttivi più ambiti ma…
Ma c’è un ma, perché qui sconfiniamo nell’ambito delle ideologie, dei convincimenti ascientifici, addirittura biomistici come nel caso della biodinamica, basata su una visione esoterica e resa famosa in primis dal Nazismo.
Fermo restando che, del letame, bisognerebbe avere la disponibilità sotto casa (ne va, anche, del km zero e dei costi di stoccaggio e trasporto) abbiamo visto come la preziosa risorsa sia prodotta prevalentemente al nord mentre l’agricoltura biologica e biodinamica è diffusa su tutto il territorio, addirittura con maggiore concentrazione al Sud.
Se tutta l’agricoltura dovesse diventare bio, o biodinamica, a parità di impegno e di produzioni si renderebbe necessario accrescere notevolmente il patrimonio bovino solo per star dietro ai fabbisogni di letame dei campi. Vale a dire proprio ciò che l’intero mondo ambientalista vede come fumo negli occhi per via dell’inquinamento, dell’effetto serra, dei nitrati, della deforestazione e del blablabla, pur considerando che quando gli ambientalisti parlano, anzi proclamano, bisogna sempre fare la tara a ciò che dicono.
Un esempio a tema, anche se datato: nella provincia di Piacenza7 venne realizzato 14 anni fa uno studio comparativo dei livelli di nitrati nelle acque parametrati alla consistenza dei bovini in ogni comune. Vennero riscontrati meno nitrati nei comuni con più capi bovini e di più in quelli a densità zootecnica inferiore, esattamente il contrario di quello che ci si sarebbe dovuti aspettare.
In ogni caso l’incremento della richiesta di letame, e conseguentemente (anzi antecedentemente, per lapalissiane ragioni…) di capi bovini, contrasta apertamente con qualsiasi pretesa di maggiore ecosostenibilità dell’agricoltura biologica e, in particolare, biodinamica.
Ma nel 1921, anno del Milite Ignoto? Oltre al Milite Ignoto c’erano, come scritto più sopra, 37 milioni e duecentomila abitanti, il doppio delle terre coltivabili rispetto ad oggi ed una popolazione prevalentemente contadina con il proprio pezzo di terra e qualche bestia nella stalla. Ciascuno la sua mamma e tutti a far la nanna…
Piaccia o meno agli ambientalisti, va detto che le indagini e le proiezioni più attendibili non le fanno Legambiente, i genuini clandestini o i vari debunker, le fa il marketing, quello responsabile dell’impegno di miliardi di euro in strategie, linee di prodotto, macchinari, attività lobbistica, logistica, pubblicità per indurre i consumi.
E le indagini dicono (per chi mi conosce, siamo alle solite: il 90/10 che è ormai stabilmente diventato 95/5) che il mercato agroalimentaree, dopo il picco registrato negli anni scorsi, è in controtendenza: vegetariano e vegano costano troppo e, si è scoperto, spesso senza ragione, non sviluppano serotonine e la gente tende ad associarli con tutta una serie di intemperanze e fisse che negli anni scorsi hanno reso tristemente famosi vegani e antispecisti, a causa di alcune frange estremiste.
Il marketing ha quindi sentenziato che lo stile alimentare vegetariano, ed in particolare vegano, rappresenterà solo qualche punto percentuale sul totale (al massimo l’11 per cento), tenendo conto che i vegetariani mangiano uova e formaggi e bevono latte: ciò significa che pollame e vacche da latte sopravviveranno. E con loro il letame.CC 2018.08.01 Letame 002E, per concludere come l’uroboro, tornando ai villeggianti che si lamentano per il suono dei campanacci delle vacche, i cittadini, specialmente gli ecobiobau che orgasmano con semi antichi e bacche di improbabile provenienza nei biomercatini di città, una volta trasferitisi a vivere in campagna sono maestri nel rompere i maroni a chi in campagna ci lavora sul serio, per esempio lamentandosi che dalle stalle fuoriescono puzza e mosche. Adusi alle dinamiche cittadine sobillano comitati e presentano esposti, purtroppo essendo nuovi elettori e nuovi contribuenti vengono lasciati fare, nella speranza che – magari attraverso qualche pratica di meditazione, che negli ecobiobau non manca mai – trovino, se non il Nirvana, almeno la pace con se stessi, auspicabilmente decidendo di ritornare nelle loro città dove, forti del vissuto agreste, potranno organizzare corsi di agricoltura sostenibile ed ecovillaggi che saranno come la marcia dell’Aida, nonché ritrovarsi, oltre che al solito Radetzky, in quell’ammmmore del nuovo tisanispremificio appena aperto dalla Cicci, dalla Pilli, dal Simo o da Slurpasgnapavat.
Per quanto ci riguarda, nella consapevolezza che il letame gode, e per lungo tempo ancora godrà, ottima salute, gli formuliamo i nostri migliori auguri.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – Tutti i dati numerici sul patrimonio zootecnico e sull’alimentazione: Ministero delle Politiche Agricole e Forestali
2 – Anno del 6° censimento effettuato a partire dall’istituzione del Regno d’Italia (1861); fu l’ultimo demandato ai comuni, gravati anche delle spese di rilevazione, prima dell’avvento dell’Istat e rivestì particolare importanza poiché seguì il precedente, risalente al 1911, riferendo lo stato della popolazione e delle attività dopo la I Guerra Mondiale.
Mediante tale censimento vennero anche aggiornati i dati sulla proprietà fondiaria, che aveva per base il Catasto Geometrico Particellare istituito con legge 1° marzo 1886 e che accorpava i dati dei singoli stati, escluso lo Stato della Chiesa rilevato in due riprese, nel 1876 e nel 1898, che fino al 1861 costituivano l’ossatura politica della penisola.
3 – Oceano Padano è il titolo del libro di Mirko Volpi pubblicato da Laterza nel 2015.
4 – Tutti i dati numerici sulla popolazione: Istat
5 – Dato desunto da Interviste impossibili: una vita da letame, di A. Sandroni, Agrinotizie 25 luglio 2018, che ha liberamente ispirato il nostro articolo.
6 – Cristophe Brusset: Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2015.
7 – Progetto Aquanet: Analisi degli effetti dell’inquinamento diffuso sulle acque destinate all’uso potabile: definizione di piani di prevenzione – Arpa Emilia-Romagna, Università Cattolica del Sacro Cuore Facoltà di Chimica Agraria e Ambientale, anno 2004.