Imputato bianco, come si dichiara circa i poveri negri? Non colpevole.

L’impulso a pubblicare questo articolo, i cui appunti gironzolavano da tempo sul mio desktop occasionalmente integrati da ulteriori annotazioni, me lo ha fornito l’ennesimo articolo a tema, datato 30 maggio scorso ma visto solo ieri: Coltan, il Congo e la tua sporca coscienza apparso sul sito Lineadiretta24 a firma di tale Federico Lordi.
Con un tono accusatorio, sarcastico, arrogante, e supponente questo Savonarola in sedicesimo predicatore da strapazzo si permette di giudicare, rivolgendosi al lettore utilizzando la seconda persona singolare, ritenendolo incapace di resistere alla fregola dell’acquisto compulsivo di un nuovo smartphone, tablet, pc o che dir si voglia ed accusandolo così indirettamente di fiancheggiare il mercato criminale che presiede all’estrazione del coltan tentando – ma non ci riesce perché pur credendosi un Giordano Bruno scrive in modo cialtronesco – di instillare sensi di colpa nel lettore.
Ciccio, dammi retta: hai forse scritto l’articolo su un codex utilizzando un legnetto intinto nel succo di mirtillo? L’hai forse copiato a mano innumerevoli volte perché avesse un’adeguata diffusione? E queste domande, che non abbisognano di risposta, bastano da sole. Quindi, caro mio, osserva in primis i cazzi tuoi evitando di giudicare e di accusare per catturare con mezzucci da miserabile l’attenzione di qualche lettore e sentirti migliore. Non te l’hanno mai spiegato che di solito chi spala merda sugli altri è perché cerca di fare in modo che la merda altrui raggiunga il livello di quella che egli ha dentro di sè?
Bene, tolto il sassolino passiamo alle cose serie.
L’Africa è sempre innocente e l’Occidente è colpevole: un dogma, un assioma, un terzo principio della termodinamica.cvfoto-sudanNei cellulari c’è il coltan, ed è noto come questo minerale giunga ai nostri padiglioni auricolari proveniente in massima parte dalla Repubblica Democratica del Congo grazie a condizioni di lavoro insalubri e pericolose, minatori bambini in condizione di schiavitù, gruppi armati che se lo contendono per contrabbandarlo.
Ma a devastare le notti insonni di noi occidentali neocolonialisti non c’è solo il coltan: in principio fu il rame, nello Zambia che negli anni ’60 era il secondo produttore mondiale dopo il Cile. Per non dimenticare i diamanti, notoriamente insanguinati, il cacao e il petrolio, il legname e il cadmio, l’uranio ed oggi il land grabbing, ovvero il furto di terre.terra-africa-001Ad onor del vero, oltre che dai soliti Stati Uniti, perpetrato in massima parte da multinazionali arabe e indiane: il 29 novembre 2013, sul vecchio blog scrivemmo in proposito l’articolo Land Grabbing e vergini dai candidi manti leggibile qui.
Chi avrà voglia di leggerlo, vi ҄troverà queste illuminanti considerazioni sul povero negretto espresse da un amico di origine senegalese, presidente di una nota Associazione che tenta di dare una mano alle popolazioni dell’Africa più povera: “La responsabilità è anche di certe popolazioni africane, e non hanno nessun significato certe frasi buoniste che sento spesso ripetere quando mi ritrovo a riunioni, convegni o seminari e che suonano sempre di compassione verso il povero negretto: che è colpa dell’occidente colonialista. No, non è colpa dell’occidente colonialista se a Milano, dove vivo, vedo squadre di operai che effettuano riparazioni stradali in cinque: uno sovrintende e gli altri lavorano sapendo esattamente cosa fare. Al mio paese, ed anche in altri dell’Africa equatoriale, non è così: otto sovrintendono creando un casino infernale mentre altri quindici lavorano sovrapponendosi a vicenda.
Tra i molti di noi che, spesso con grandi sacrifici economici delle famiglie, hanno studiato e si sono laureati c’era il sogno di tornare a casa e dare una mano. Alcuni ci hanno provato, ma solo chi è entrato nel vortice della politica grazie ad agganci tribali e di parentela si è sistemato, ma non sta di certo lavorando per il bene della gente. Gli altri hanno cercato spazio in Europa e negli Stati Uniti, ritrovandosi spesso frustrati e quindi rancorosi. L’Africa morirà. Morirà come il resto del pianeta, ma questa non è una consolazione.”kl-cesec-cv-2014-03-14-acqua-africa-001
A proposito di terre: il 60 per cento dei soggetti privati che comprano porzioni di terra ha come obiettivo esportare tutto quello che produce. Secondo un’indagine effettuata dal francese Cirad, Centre Internationaux de Recherche Agriculture et Développement, la metà delle coltivazioni avviate non produce cibo bensì biocarburanti, su superfici cedute a prezzi ridicoli, vale a dire tra i 70 centesimi di dollaro ed i 100 dollari annui per ettaro con contratti di durata cinquantennale o centennale. I cui corrispettivi vengono versati direttamente nei conti delle etnie al momento al governo.
Il Congo uscì dallo status di colonia belga nel 1960, entrando immediatamente in una crisi che perdurò per un quinquennio favorendo atti criminali e faide da parte di esponenti delle etnie locali.
Nel 1965 Mobutu Sese Seko, già capo di stato maggiore dell’esercito nel 1961, assunse il potere assoluto inaugurando un trentennio di feroce dittatura, mutando il nome del paese nel tradizionale Zaire e costringendo gli abitanti ad assumere un nome tribale. Il biennio 1996-97 fu sconvolto da una guerra dai connotati tribali che vide protagonisti anche ruandesi e ugandesi. Lo Zaire tornò a chiamarsi Congo e nel 1998 iniziò una seconda guerra che perdurò sino al 2003 e costò quasi cinque milioni di vittime. Dal 2004 al 2008 il paese fu teatro di un ennesimo conflitto.
Nel 1964 lo Zambia, già Rhodesia Settentrionale, divenne indipendente inaugurando un trentennio di disagi per i circa 11 milioni di abitanti ed un susseguirsi di scandali finanziari a carico degli esponenti al potere e delle loro famiglie.
Significativa la posizione dell’agronomo francese René Dumont: nel 1962, mentre nell’ubriacatura indipendentista che caratterizzava gli anni Sessanta tutti prevedevano un roseo futuro per i paesi africani finalmente sottratti al giogo colonialista, egli scrisse L’Afrique noire est mal partie, un libro dove previde tutte le ragioni che avrebbero impedito agli africani di godersi l’indipendenza – previsioni puntualmente realizzatesi – e che gli costò il discredito della gauche intellettuale.
A partire dagli anni ’60 le cosiddette guerre di liberazione furono in realtà civili e tribali, finalizzate a mettere le mani sulle risorse naturali. Le etnie che ciclicamente si alternavano nel ruolo di vincitori, oltre a trucidare senza pietà i vinti, una volta insediatesi iniziavano il saccheggio rendendo i paesi sempre più poveri proprio a causa delle ricchezze ferocemente contese e dilapidate senza scrupoli in vistosi beni di lusso personali, palazzi ministeriali sfarzosi, ostentazione di simboli di status a beneficio dell’etnia dominante.
Numerosi, anche fra gli stessi africani, sono coloro che definiscono i leader corrotti, irresponsabili e criminali senza eccezioni.
Ma per la vulgata terzomondista è tutta colpa nostra se sono ridotti così, perché li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda non solo mi dichiaro non colpevole, ma penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali, fantocci rapaci e feroci che ben volentieri e per primi si concedono alle mani di istituzioni finanziarie internazionali. In più mendicando aiuti internazionali con la voce lamentosa e il dito puntato.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Persino quell’intoccabile icona di Serge Latouche – avversario tra i più noti dell’occidentalizzazione del pianeta e sostenitore della decrescita e del localismo – scrisse nelle sue memorie che un giorno un’anziana donna del Benin gli chiese: “Ma quando tornate voi francesi?” a significare che il paradosso africano seguiterà a congiungersi tragicamente a quello occidentale fintanto che la cultura occidentale si manterrà solo grazie al desiderio del resto del mondo di entrare a farne parte.
Ma ormai è trendy affermare che ci sono le guerre perché noi occidentali fabbrichiamo armi, sfruttiamo le risorse e il coltan alimenta conflitti, schiavitù, corruzione e stupri perché noi occidentali – tutti assassini della popolazione del Congo – usiamo smartphone, tablet ed altri gadget elettronici. Sorpresa: li usano anche indiani, cinesi e, naturalmente, africani, questi ultimi stimati in 400 milioni e con un mercato in crescita.
Ma la colpa resta nostra perché ragionare con la propria testa non seguendo ciò che viene scritto per il gregge costa fatica.

Alberto C. Steiner

Confermiamo: i bambini? Mandiamoli a zappare!

Intitolandolo Agriasilo: i bambini? Mandiamoli a zappare! il 13 ottobre 2014 pubblicammo sul vecchio blog un articolo, leggibile qui. Nonostante il titolo provocatorio, assolutamente non apologetico del costume di quella miserrima Italia dei bei tempi andati – gli anni immediatamente successivi all’imbroglio chiamato Unità, per intenderci – che imponeva che i minori, spesso anche di soli 6 o 7 anni, venissero utilizzati senza ritegno nei campi e nelle miniere, nei cantieri edili e nelle filature o nelle fabbriche finché quelli di sesso maschile sopravvissuti a incidenti, malaria, colera, scrofola, pellagra ed altre malattie crescessero il necessario per essere mandati a morire ammazzati nelle trincee della I Guerra Mondiale.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-002Ci riferivamo invece agli odierni bambini inurbati: esclusa qualche sortita in parchi, boschi o fattorie didattiche, vivono rinchiusi dal mattino al pomeriggio in cubi di cemento dotati di patetici giardini di plastica credendo che i polli nascano tutto petto o tutta coscia e che i mirtilli spuntino in un guscio di plastica nera cellofanata in una serra che si chiama supermercato, insieme con gli alberi degli ombrelli.
Esprimevamo, a questo punto è palese, il nostro parere a favore dell’agriasilo e della scuola nel bosco: “Un’ipotesi progettuale da non trascurare, suscettibile di dare verde, serenità, socialità e conoscenza ai più piccoli e creare opportunità di lavoro. Senza dimenticare che in un contesto di cohousing, sia esso urbano oppure di campagna o montano, un agrinido ci sta benissimo.”cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-003Apprendiamo con piacere che a Milano sta nascendo un asilo nel bosco presso la Cascina S. Ambrogio, complesso risalente al XII Secolo in via Cavriana, a ridosso del Parco Forlanini.
La stessa cascina merita un breve accenno: è la storia di una decina di matti che alcuni anni fa decisero di ridare vita a questo imponente complesso fatiscente e praticamente in stato di abbandono. Oggi i matti sono oltre 1.500, hanno sottoscritto un contratto di locazione agricola trentennale con il Comune, proprietario del bene, e pian pano stanno creando un polo di aggregazione sociale, culturale e agricolo attraverso l’avvio di numerose iniziative.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-001Tra queste il neonato Asilo nel Bosco al quale auguriamo… anzi, al quale scaramanticamente non auguriamo proprio un bel niente limitandoci a un sentito: in bocca al lupo!
Per chi avesse interesse a seguire l’iniziativa riportiamo qui il link alla loro pagina Facebook.

Alberto C. Steiner

Verona Green Festival: morbidezza e silenzio

Si è conclusa ieri la terza edizione della tre giorni veronese dedicata all’ecosostenibilità tenutasi nella cornice del Forte Gisella, austera ma affascinante piazzaforte austriaca a pianta pentagonale.
Ci siamo stati e ne riportiamo brevi impressioni, non tanto sui partecipanti e sulle iniziative quanto su aspetti, per così dire, emozionali. Anzitutto semplicità: nessuna concessione ad orpelli scenografici, il prato bruciato dal sole estivo, materiale pubblicitario essenziale, i bidoni della spazzatura all’esterno del punto di ristoro, visibili e comodi, e non importa se accanto all’ingresso della sala conferenze.CV 2016.09.05 Verona Green 001Nessuno che se la tirava concionando di un’improbabile illuminazione avuta sulla via di … Dossobuono. Workshop e conferenze tenuti da persone che quotidianamente si occupano nella pratica reale dell’argomento trattato, esposto pacatamente, senza toni accademici e con la massima apertura alle domande.
I bambini, impegnati in giochi nell’area loro dedicata o semplicemente in giro con i genitori, carinissimi e … da mangiare, specialmente i più piccoli. No tranquilli, molti visitatori erano vegani e i bambini non correvano pericoli.CV 2016.09.05 Verona Green 002Accennando brevemente ai partecipanti che maggiormente ci hanno stimolati segnaliamo anzitutto una Onlus che gestisce una scuola nel bosco per bambini in età prescolare, una società che si occupa di condivisione di energia elettrica, un’organizzazione che promuove accoglienza e microcredito e, infine, progettisti e costruttori di edifici in paglia e antisismici.
Ciò che nel complesso maggiormente ci è risuonato, nella giornata trascorsa, lo è stato all’insegna della morbidezza e del silenzio, oltre che della concretezza e del sorriso.
Per la prossima edizione pensiamo di organizzare visite guidate di ecosotutto milanesi: crediamo che abbiano solo da imparare. Magari anche che Radetzky era un Feldmaresciallo austriaco, non un bar alla moda per radicalchic orfani della libreria Utopia.

Alberto C. Steiner

Ecovillaggi e coresidenze: serve la voglia di fare, non una legge

Premessa: questo articolo non piacerà. Non piacerà a coloro che, collocati ideologicamente nella fu sinistra, si sono arrogati l’indebito diritto di appropriarsi dell’ecosostenibilità facendo credere di poter essere gli unici ad avere titolo per occuparsene.campagna appena ieriIl nostro è un Paese orograficamente difficile, nel quale porzioni sempre più ampie di territorio collinare e montano vengono ancora oggi abbandonate da persone attratte dalla chimera della vita cittadina. Chi rimane invecchia, assistendo al progressivo degrado di case e terre.
Pur essendo innegabile che da almeno un ventennio campagne, colline e montagne vedono un rinnovato interesse di agricoltori ed allevatori locali – specialmente giovani – e di nuclei di persone che scelgono di lasciare la città non possiamo parlare di inversione di tendenza. E il saldo è comunque negativo.
Che si tratti di condomini solidali, coresidenze, comunità intenzionali o ecovillaggi, tali modelli sociali rappresentano un valore culturale e materiale utile al territorio perché costituiscono un modo di vivere attento all’ambiente e portatore di utilità sociale attraverso volontariato, solidarietà, recupero di aree agricole e silvopastorali non adatte ad utilizzi intensivi, riscoperta dell’artigianato, cura della salute e inclusione di persone anziane o portatrici di disagio sociale nella vita quotidiana.
Queste comunità, nate dall’esigenza di relazioni autentiche e solidali e di uno stile di vita sostenibile ed a basso impatto ambientale, oltre a facilitare l’aggregazione di relazioni fra le persone producono risparmio economico attraverso aiuto reciproco, migliore fruizione del tempo e degli spazi abitativi, economie di scala.
Gli strumenti giuridici che ne regolamentano l’esistenza possono essere attinti dal Codice Civile, dalle leggi edilize, dalle norme deputate alla tutela ed all’utilizzo del territorio e da innumerevoli disposizioni a carattere locale.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 003Ma secondo RIVE, Rete Italiana Villaggi Ecologici, e Conacreis, Coordinamento Nazionale Associazioni e Comunità di Ricerca Etica Interiore Spirituale, l’attuale giurisprudenza non è sufficiente per ottenere un reale riconoscimento di queste nuove forme di aggregazione.
Si sono quindi fatti promotori di un disegno di legge che il 1° aprile 2014 venne presentato dall’onorevole Mirko Busto, ingegnere ambientale in forza al M5S. La proposta non ebbe seguito ed ora viene ripresentata con alcune integrazioni: è leggibile qui in formato Word.
Premettiamo che non ci piacciono, né ne abbiamo mai fatto mistero, né Rive né Conacreis. Consideriamo quest’ultimo il Komintern della spiritualità e la prima come un raduno di veterohippies, come tutti gli ecobiobau da salotto mille miglia lontani dalla realtà operaia e contadina. A riprova, nei corsi che vengono tenuti per ecovillaggisti piuttosto che apprendere come fare innesti o far partorire la vacca, il programma prevede scambio di massaggi reiki, cerchi di condivisione al suono del tamburo sciamanico e preparazione della pizza consapevole. Ne scrivemmo a suo tempo, l’articolo è leggibile qui.
Siamo a favore della libera iniziativa, dell’acquisto, del mutuo, del darsi da fare concretamente, del vivere nel tempo presente non decontestualizzati, non del restarsene in attesa che qualcuno assegni o doni un casale o un terreno come atto dovuto, in una logica contrabbandata come decrescita ma che si configura come non azione e fiancheggiamento dell’assistenzialismo. Un’ulteriore riprova? Dopo anni di blabla esistono “comunità” che, ben lungi dal partire non hanno ancora deciso che nome darsi. Però si riuniscono ogni giovedì, e il sabato se la tirano nei mercatini biofuffa a Brera, a Isola o in quella specie di boutique della Cascina Cuccagna.CC-2016.05.28-Agrilombardia-000Doverosamente chiarito questo nostro sentire, riprendiamo commentandoli alcuni passaggi redatti da Conacreis nel loro “manifesto” sul web.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000«Una legge per il riconoscimento giuridico dell’esistenza di Ecovillaggi e Comunità intenzionali. Sembra strano, ma in Italia anche una semplice scelta di vita può rivelarsi più complicata del previsto.»
Esistono già le figure giuridiche di comitati, associazioni, fondazioni, cooperative, società a responsabilità limitata e per azioni, senza dimenticare il trust.
«Non chiediamo sovvenzioni … vogliamo soltanto che la democrazia sia applicata e che queste scelte di vita non siano discriminate.»
il solito lamento del vittimismo piagnone della serie lo stato mi deve fare, dare, dire, tutelare.
«Condividere spazi abitativi, praticare la solidarietà, cercare soluzioni sostenibili nel rapporto con l’ambiente, l’alimentazione, l’educazione e le relazioni sociali oppure costruire con materiali ecologici sono argomenti sui quali i gruppi chiedono di potersi esprimere.»
Nessuno lo impedisce: se un gruppo di persone ha voglia di darsi da fare si rimbocca le maniche, senza auspicare un utopico sostegno legislativo da attesa della manna dal cielo.
«Per fare tutto questo è davvero necessaria una legge?»
Ecco, se lo chiedono persino loro…
«Ognuno trovi la sua risposta, noi ci siamo confrontati, arrivando a questa conclusione: oggi in Italia si può fare tutto (quasi tutto), almeno fino a quando una qualunque autorità chiede conto di quello che avviene o chiede un permesso, un’autorizzazione, un timbro qualunque.
Per questi motivi preferiamo spiegare chi siamo, cosa facciamo e i risultati delle nostre scelte di vita, perché siano eventualmente utili anche ad altri, anziché doverci giustificare o essere costretti a inventare mille sotterfugi.»
Il confronto, una delle specialità della casa… può durare anni, dà un senso all’esistenza e fa sentire coinvolti e parte attiva e consapevole. E nella migliore delle ipotesi chi non comprende deve osservarsi, nelle altre è fasista e rasista.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Esaurito anche questo passaggio troviamo interessanti gli Articoli 7 e 8 della proposta di legge.
Art. 7 – Proprietà
Ai sensi degli articoli 2659 e 2660 del codice civile, le Comunità possono acquisire la proprietà dei terreni necessari alla propria costituzione e funzionamento, con l’obbligo di destinare i beni ricevuti e le loro rendite all’esclusivo conseguimento delle finalità istituzionali.
Art. 8 – Gestione dei beni e dei rifiuti)
1. La gestione dei beni e dei rifiuti prodotti nell’ambito degli ecovillaggi è finalizzata:
a) a privilegiare operazioni di riparazione dei beni non ancora divenuti rifiuti oppure il riutilizzo di essi;
b) a ridurre a monte la produzione dei rifiuti urbani, assimilati e speciali;
c) alla promozione delle operazioni di riciclo, con particolare riferimento al riciclo di materia della frazione organica dei rifiuti, anche provenienti da lavorazioni agricole (compostaggio);
2. Nell’ambito degli interventi di prevenzione di cui al comma precedente, è privilegiato il ricorso all’uso di beni e imballaggi idonei ad un utilizzo durevole anziché l’utilizzo di beni e imballaggi monouso.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Ci trova invece completamente in disaccordo l’Articolo 2 – Regime autorizzativo:
1. Le regioni e i comuni disciplinano nel dettaglio le modalità di realizzazione e le procedure autorizzatorie degli ecovillaggi, determinando altresì i parametri, i requisiti, eventuali ulteriori restrizioni del rapporto tra area agricola e parte edificata, i controlli, il contenuto di eventuali convenzioni per la garanzia del rispetto dei parametri stessi, la possibilità di prevedere destinazioni complementari e coerenti con le finalità degli ecovillaggi.
2. Gli ecovillaggi sono realizzati su aree private o pubbliche, anche parzialmente. A tal fine i comuni possono procedere all’esproprio e riassegnazione dei terreni necessari.
3. I comuni, mediante procedure di evidenza pubblica, individuano i soggetti che intendono realizzare le comunità intenzionali di cui all’articolo 1. A tal fine i comuni possono avvalersi della disciplina di cui all’articolo 16 della legge 29 febbraio 1992, n. 179.
4. I programmi predisposti ai sensi del comma 3 garantiscono, in particolare modo:
l’effettivo raggiungimento dello scopo, prevenendo all’uopo sanzioni e cautele
⦁ la connessione logistica e funzionale con le aree agricole,
⦁ la prevalente destinazione dei prodotti agricoli ai residenti nell’ecovillaggio
⦁ la coltivazione secondo i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica.
Detto in altri termini, al di là delle chiacchiere di maniera biologiche e biodinamiche, l’ennesimo carrozzone che decide classi di merito, nonché cosa debbano fare gli altri e dove e come farlo: una mazzata all’iniziativa privata improntata alla concretezza. Ci immaginiamo chi farà parte dei comitati: nutrizionisti d’assalto, filosofi, counselor e facilitatori di stretta osservanza.
Non escludiamo che vengano affissi i bandi di assegnazione come per le case popolari, giusto per favorire il solito mangiamangia.
E che dire di sanzioni e cautele: la Stasi, la delazione in squallidi corridoi di partito, il controllo da dittatura del proletariato. Dittatura, appunto, perché i sinistri come sempre dimostrano di aver bisogno un padrone.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Quanto all’Articolo 13 – Eredità:
In caso di successione nel patrimonio di un associato appartenente alla Comunità intenzionale riconosciuta per morte del medesimo, in mancanza di altri successibili l’eredità è devoluta alla Comunità intenzionale di appartenenza in deroga all’art. 586 c.c.
Noi abbiamo una visione opposta: ciascun soggetto è proprietario della propria abitazione e pro-quota degli spazi comuni, esattamente come in un condominio (già ampiamente regolamentato dalla legge), e in caso di decesso valgono le normali regole delle successioni (regolamentate per legge come sopra).
Certo, non è una novità che esiste chi lascia i propri beni ad una chiesa o ad una setta, ma da qui a statuirlo per decreto ne corre.

Alberto C. Steiner

Si scrive cohousing, si pronuncia CondiVivere

CondiVivere: il riferimento è alla nostra nuova pagina Facebook sulla quale, nella presentazione, abbiamo scritto “un po’ vetrina e un po’ salotto” perché, a due anni dall’apertura dell’originaria pagina Cesec-CondiVivere, abbiamo deciso di… alleggerire il titolo enfatizzando l’aspetto che ci preme maggiormente: la condivisione di sogni, progetti, iniziative. Ed ecco quindi il senso di quel CondiVivere senza anteposizione di Cesec, l’acronimo che sta per Centro Studi Ecosostenibili.viandante Umberto VerdirosiProseguiamo nel nostro ambizioso obiettivo di non sottrarre nessun metro quadro a Madre Terra con nuove costruzioni. Ne sono stati erosi troppi a partire dagli anni immediatamente successivi all’ultimo dopoguerra, e il risultato è quello che possiamo nostro malgrado osservare in ogni angolo della Penisola: brutture, ecomostri, fantasmi di edifici mai completati o abbandonati come scarpe sfondate che deturpano per ogni dove il paesaggio contribuendo a devastare il territorio insieme con lussuose schifezze per ricchi tamarri, contrabbandate come ecoesempi in ragione di quattro povere piante che grazie alla dilagante sottocultura le sono valse l’appellativo di giardini verticali.
Per contro in campagna, collina e montagna resistono incantevoli luoghi abbandonati durante la corsa all’ultimo inurbamento avvenuta a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Del resto, quando l’alternativa per italiani che uscivano miserrimi dalla guerra erano ancora stenti e fame, l’ipotesi di un trasferimento a Milano, Torino e nei loro suburbi – oltre che nelle altre città del Nord e del Sud toccate dal miracolo della massiccia industrializzazione – appariva come un sogno, una benedizione divina.
Nel nostro Paese contiamo migliaia di borghi spopolati, in particolare nelle aree alpine e lungo la dorsale appenninica, che potrebbero tornare a nuova vita in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente, magari trasformati in Coresidenze.
Siamo presuntuosi, ce ne rendiamo conto: ci piace definirci creatori di Vita ecosostenible ed autosufficiente trasformando il lavoro da mero accidente di produzione alienata e alienante ad erogazione di tempo, cura, relazione. In una parola: CondiVisione.
Utopia? Apparentemente si, anche se un’esperienza professionale ormai ventennale ci ha convinti del contrario.
Corisiedere significa abitare condividendo spazi e servizi tra persone che hanno scelto di essere una comunità di vicinato, privilegiando gli aspetti sociale e ambientale per dare vita ad un villaggio inteso come comunità forte e coesa. E non importa se in campagna, in montagna, in un bosco o addirittura in città: ciò che conta è lo spirito che la anima.
La motivazione che porta alla Coresidenza è l’aspirazione a recuperare dimensioni perdute di socialità, aiuto reciproco e buon vicinato, riducendo contemporaneamente la complessità della vita, dello stress e dei costi di gestione delle attività quotidiane.
In ambito non urbano Coresidenza può significare fattoria didattica, azienda di trasformazione agroalimentare, attività ricettiva di turismo rurale, albergo diffuso, laboratorio artigianale: le opportunità di autosostentamento sono innumerevoli.
Lavoriamo per passione: nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, a malapena si parlava di ecosostenibilità e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
Possediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti, specialmente in campagna, in montagna e nelle aree boscate: ricerca dei siti idonei, verifica delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
Le nostre proposte, assolutamente pragmatiche nelle loro componenti tecniche, finanziarie e normative, si fondano primariamente sul rispetto delle persone.
Collocati in una particolare nicchia di mercato, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Per noi, come per molti, l’anno inizia dopo la pausa estiva con tutto il corredo di intenti e propositi. Relativamente a quella che ci piace definire linea editoriale andremo a privilegiare non solo l’informazione su progetti in corso, tecniche edilizie e materiali ecocompatibili, risorse energetiche rinnovabili ed a basso impatto, ma anche aspetti legati alla salvaguardia del territorio, all’agricoltura e all’allevamento sostenibili, particolarmente in aree montane e con attenzione a specie rare suscettibili di scomparire.
Aborriamo fanatismi e luoghi comuni: ne parleremo perciò come nostro costume all’insegna di un’ecosostenibilità non drastica o di maniera ma parametrata alla realtà di un vivere sereno, confortevole e piacevolmente rallentato.
Di una cosa non parleremo: non parleremo di sviluppo sostenibile. Perché il termine stesso è una presa in giro e perché per noi il re rimane nudo con le proprie vanagloriose miserie.1015x276Una menzione speciale, infine, al nostro blog La Fucina dell’Anima: apparentemente scollegato dai temi dell’ecosostenibilità poiché impegnato sul fronte della crescita personale e dell’esoterismo, fa parte invece a pieno titolo del nostro lavoro poiché affronta gli aspetti etnografici ed antropologici del nostro territorio costituendo una chiave di lettura in grado di farne comprendere le antiche tradizioni e contribuendo a salvaguardarne la memoria. Auguriamo a chi scorrerà queste pagine di trovarvi, se lo desidera, la sua nuova casa, dei compagni di viaggio e, in ogni caso, momenti di gradevole lettura e serena riflessione.

Alberto C. Steiner

L’estate premia gli agriturismi che hanno investito in professionalità e trasparenza

Pare che finalmente il sole sia tornato a splendere sui quasi 21mila agriturismi nostrani, ripagando chi ha investito in professionalità e qualità dei servizi offerti.
Anche se il mese di agosto non si è ancora concluso i dati diffusi da AgrieTour, organizzatore del Salone Nazionale dell’Agriturismo, e Confagricoltura dimostrano come dopo un biennio di crisi si siano sin qui registrati ben sei milioni di arrivi con una considerevole punta estiva capeggiata da tedeschi e britannici. In molte località, e la Toscana si conferma la Regione capofila con il 54% delle presenze, si è registrato il tutto esaurito.CC Agriturismi 2016 001Dopo la moria che nel 2013 ha falcidiato il 22 per cento delle strutture (ne scrivemmo sul blog l’8 ottobre 2014: Agriturismo, anche no) e la crisi che ha attanagliato quelle restanti nel successivo 2014, gli agrituristi sono tornati grazie anche ad una sempre maggiore attenzione alla qualità ed alla trasparenza da parte dei gestori.
L’agriturismo rappresenta sempre più un’ottima opportunità capace di coniugare silenzio, cibo naturale, ritmi lenti della natura con puntate in montagna, al mare o nelle città d’arte e, se per gli italiani le presenze si sono limitate ad un 39%, britannici e tedeschi – rispettivamente con l’81 ed il 78 per cento degli arrivi sul montante – hanno contribuito ad apportare una boccata di ossigeno ad un settore che ha vissuto due anni veramente drammatici.CC Agriturismi 2016 002Un dato curioso: tra gli stranieri si annovera il 55% di ospiti di età compresa fra 18 e 35 anni, mentre tra gli italiani i trentenni rappresentano solo il 3 per cento.
Gli agriturismi nostrani, oltre un terzo dei quali sono a conduzione femminile, sono ripartiti per il 45,1% al Nord mentre il Centro ne annovera il 34,4% e il Sud il 20,5%. Circa le preferenze degli ospiti abbiamo condensato alcuni dati interessanti nella tabella sottostante, elaborata sui dati AgrieTour e Confagricoltura.CC Agriturismi 2016 004Una sorpresa è costituita dalla scoperta delle masserie pugliesi, in particolare salentine, mentre scontato è il successo delle città d’arte toscane, umbre e venete. Relativamente alla montagna le presenze più corpose si sono registrate in Trentino e in Valtellina. In calo la Valle d’Aosta che, pur con soli 52 agriturismi ufficialmente censiti, ha segnalato il maggior numero di lamentele da parte degli ospiti.
A proposito di lamentele, reclami presso le autorità o commenti al pepe sui vari portali turistici, il dato generale nazionale ha riguardato prevalentemente la scarsa attenzione al booking e la banalità dei menù, ma soprattutto la mancanza del POS (obbligatorio per pagamenti oltre i 25 €) e la “disattenzione” nel rilascio di fatture e ricevute. Senza bisogno di scrivere fervorini o prediche, sono dati che fanno riflettere.CC Agriturismi 2016 003Considerati nel loro complesso, i dati disponibili fanno comunque ben sperare sulla sorte degli investimenti dedicati al comparto, particolarmente onerosi specie quando trattasi di recuperare strutture abbandonate o dismesse. I numeri dimostrano come il target è e sarà sempre più costituito dagli ospiti stranieri: sceglieranno l’agriturismo non solo per la buona cucina, la serenità e l’attenzione all’ecosostenibilità, ma anche per la disponibilità di servizi collaterali diversificati: escursioni, scoperta delle tradizioni locali, corsi, acquisto di prodotti locali. In non pochi casi si è scoperto che agli ospiti (in prevalenza a quelli stranieri) piace lavorare la terra e accudire gli animali.

Alberto C. Steiner

Bio è morto?

Retrospettiva: nel Veronese, il 26 novembre 2014, la trasmissione televisiva Le Iene smascherò un venditore di ortofrutticoli fintobio ancorché certificati, che non coltivava direttamente come dichiarato ma acquistava al mercato ortofrutticolo, e che non solo non erano bio ma contenevano anzi alcuni tipi di pesticidi comunemente utilizzati in agricoltura convenzionale.
Il fatto non mancò di suscitare scalpore: denunce, richieste di pareri all’AVeProBi, l’associazione veneta produttori biologici, articoli sul quotidiano L’Arena e sui portali green, post e accese discussioni sui social a tema, tavoli quadrati, rotondi e di ogni altra forma aperti e chiusi fino a quando, nello spazio di un amen, su tutto scese il velo dell’oblio.campagna lombardaA distanza di oltre due anni abbiamo deciso di fare una verifica, sia della memoria collettiva sia della qualità di quanto proposto in vendita nei vari mercati locali. Circa alla memoria collettiva il conto è presto fatto: zero. Nessuno ricorda più l’episodio, nemmeno mostrando il video tuttora presente sul sito www.iene.mediaset.it.
Quanto ai mercatini a km zero, sia in quelli promossi da Coldiretti sia negli altri a livello più ristretto, tutti gli operatori hanno tenuto a precisare, ancorché non richiesti, che bio non significa esenzione da pesticidi, perché sia la legge sia le associazioni agricole ne ammettono l’uso. Come si dice: excusatio non petita
È bene chiarire che nonostante le certificazioni Icea, Mipaf e altre che stabiliscono controlli rigidissimi sulle aziende, può sempre esserci il furbo di turno che ci prova, rovinando la reputazione di tutto il settore.
Porto come sempre il paragone dei tassisti milanesi: sono 5mila, e in un ventennio di assidua frequentazione avrò incontrato forse trenta imbecilli o farabutti. Ma questo nulla toglie agli altri che si sono dimostrati sempre all’altezza del compito, e in molti casi simpatici, professionali e gentili.
Tornando quindi al bio, se le aziende agricole tradizionali vengono verificate ogni decennio – ma è una stima ottimistica – quelle biologiche lo sono ogni semestre.
I consumatori hanno quindi, almeno sulla carta, tutte le ragioni per sentirsi al sicuro, tanto più che nel caso di certe cooperative veronesi che raggruppano svariate decine di produttori i controlli vengono effettuati, oltre che sulle imprese, anche sulle cooperative stesse e persino sui distributori commerciali.
Certo, sta ai consumatori dedicare un minimo di attenzione alla presenza della certificazione: sull’etichetta o sul contenitore sono sempre presenti il riferimento all’ente certificatore e l’identificativo dell’azienda controllata. Basta leggere.
Visitare le aziende, conoscere i coltivatori e parlare con loro è inoltre estremamente utile, istruttivo e piacevole: chi non ha nulla da nascondere mostra volentieri i propri campi e parla con orgoglio e passione del proprio lavoro.
Non dimentichiamo inoltre che nel biologico, quello vero, esiste una sorta di rete di autocontrollo da parte degli stessi operatori, che tengono moltissimo a tutelare la propria credibilità: è facile infatti che sia un agricoltore il primo a rendersi conto che qualcosa dal vicino non funziona ed a segnalarlo, dapprima al vicino stesso e se necessario agli organismi di controllo.
Il nostro consiglio per i consumatori è quindi di essere consapevoli e di non andare in giro fideisticamente con la testa nel sacco, nella pretesa che tutto funzioni e che debba sempre pensarci qualcun altro.
È innegabile che esistano coloro che, avendo venduto frutta e verdura per un trentennio, affermino che il bio vero è impresentabile e che sia sufficiente acquistare generi normali e lavarli con i prodotti giusti (diluente nitro?) per mettere in tavola prodotti di prima qualità. Sono i produttori bio ad essere disonesti… Peccato che costoro dimentichino che in Alto Adige, terra delle mele di Biancaneve, fino a non molto tempo fa venivano emesse ordinanze comunali per dissuadere la popolazione ad uscire in certe ore del giorno, esortare a tenere le finestre chiuse e sopratuttto tenere i bambini lontani dai campi.
Il problema del bio, casomai, è il non bio: certe sostanze, complici il vento e gli insetti che non possono essere ovviamente governati, si spargono ovunque contaminando tutto.
Per garantire che non vi siano tracce di fitosanitari sintetici sul prodotto il biologico ha regole precise, ma va detto che non tutti produttori bio rispettano un ideale etico di produzione, specialmente quando, per comprimere i costi e campare, le quantità prodotte assommano a valori industriali. Se il consumatore vuole una produzione artigianale di alto livello la strada è una sola: affidarsi a produttori locali noti, con metodiche documentate.
E, tanto per essere chiari, non credere all’equivalenza biologico uguale salutistico o naturale, non è obbligatoriamente così. Per esempio, i protocolli bio ammettono l’uso del verderame (sostanza altamente irritante per occhi, cute e vie respiratorie) e di alcuni ossicloruri, nocivi per inalazione e ingestione e che, oltre a causare dolori in bocca e nella faringe, nausea, vomito, diarrea con presenza di sangue e calo della pressione sanguigna, sono altamente tossici per gli organismi acquatici.
Il consumatore deve essere consapevole che non può chiedere un prodotto ecologico che costi solo il 10 per cento in piú rispetto a quello convenzionale. Intendiamoci: ciò non significa che il bio debba costare il doppio, anzi.CC 2016.07.08 Bio è morto 003Conosciamo un’azienda ligure di olio bio, la cui esigua produzione è venduta, a 16 Euro al litro, ancora prima di finire imbottigliata. Questi sono i prezzi del bio, piaccia o meno: chi pensa di comprare extravergine a 3 Euro non solo non compra bio, non compra nemmeno olio… Ma anche chi lamenta prezzi a suo dire esosi non compra il bio, si bea di frequentare le boutique biobau ma cerca il tofu, l’amaranto, il kamut (!) e improbabili miscelanee di segatura, non i prodotti seri, che hanno un prezzo di poco superiore al normale.
Indubbiamente il bio costa: energia, impegno e passione a chi lo produce ma le furbate, per chi opera seriamente in un contesto di nicchia, equivalgono al suicidio.
Bisogna prestare attenzione, inoltre, anche ai marchi della grande distribuzione che offrono lo spazio bio, specie nell’ortofrutta: Esselunga, Carrefour, Auchan, Coop per intenderci.
Per citare solo un marchio, sul quale abbiasmo notizie certe: Coop, nonostante i proclami eticosocialbiobau, ritira solo episodicamente dai piccoli produttori locali perchè afferma che non sarebbe in grado di riempire i banchi e garantire le scorte.
È innegabile infine come l’agricoltura intensiva tradizionale sia una delle prime fonti d’inquinamento ambientale a livello mondiale e, come scrivemmo sul blog il 28 maggio scorso a proposito dei numeri dell’agricoltura lombarda, oggi la campagna è letteralmente devastata: sembrano aziende agricole ma sono fabbriche, veri e propri cibifici, con sempre meno produttori ed appezzamenti sempre più grandi a segnare un paesaggio sempre meno umano.CC 2016.07.08 Bio è morto 002Solo ora la maggiore consapevolezza culturale ci consente di uscire, non senza fatica a causa degli errati convincimenti indotti da certo marketing, da un periodo storico durato oltre un secolo e segnato, non solo nell’agroalimentare, dall’abuso della chimica.
Un tempo, grazie alle reminiscenze contadine della maggior parte delle famiglie, gli acquirenti stessi erano molto più informati, ma oggi è quasi utopico pensare – in ragione dello stile di vita forsennato e competitivo nel quale ci siamo ingabbiati – di avere tempo da spendere per ricercare il prodotto giusto e sano: i supermercati, aperti fino a tardi e persino di notte, permettono di andare a fare la spesa ad ogni ora. Il bio, va detto, pur costituendo un buon investimento per chi lo produce e lo commercializza, è ancora di nicchia, e la consapevolezza alimentare è ben lungi dall’essere a livelli generalmente condivisi. Il consumatore del biologico, pertanto, è chi sceglie di investire parte del proprio (poco) tempo in ricercche e acquisti molto più faticosi e laboriosi rispetto all’acquisto compulsivo, superficiale, veloce e ignorante al quale la massa è stata dis-educata, è informato e consapevole, gli sono mediamente note le tecniche produttive, di conservazione e trasformazione. Insomma, è difficile fregarlo.

Alberto C. Steiner