Fame un spritz, fameo bon co ‘na feta de limon

Chi crede che il land grabbing sia un fenomeno tipico del Sud del mondo è in errore: accade anche da noi.CV 2017.03.01 Prosecco 001.jpgPer esempio in Lombardia, dove le aziende agricole stanno diventando sempre di meno ma con terreni sempre più estesi destinati a monocolture, in particolare soia e colza. Oppure nel Veneto, segnatamente nei territori votati alla produzione del prosecco.
Accade da anni ma da quando, nel gennaio dello scorso anno, la Regione Veneto ha di fatto liberalizzato l’impianto di nuovi vigneti, l’espansione delle vigne a Prosecco è stata inarrestabile. I coltivatori hanno cercato prevalentemente terreni di vaste proporzioni pagando anche da 6 a 10 euro al metro quadrato contro un valore effettivo che normalmente non supera i 2, non da ultimo grazie ai contributi elargiti dalla Regione, che nel 2015 hanno toccato la ragguardevole cifra di 13,5 milioni di euro.
La stessa Regione ha inoltre esteso l’area doc alla provincia di Belluno, e anche lì si è scatenato l’accaparramento delle terre per vigne da Prosecco.
Oltre alle conseguenze ambientali e sociali tipiche delle monocolture, ciò ha implicato un massiccio livello di utilizzo di prodotti chimici, segnatamente pesticidi utilizzati in non meno di 20-25 trattamenti annui, contro i quali nulla possono fare anche quei pochi coraggiosi produttori del biologico, visto che vengono sparsi con gli elicotteri e che i dati dell’Arpav sono chiari: aumento del 305% nell’uso di pesticidi dovuto ai nuovi vigneti.CV 2017.03.01 Prosecco 002.jpgA prescindere dall’effetto deriva dei pesticidi usati nel prosecco che inquinano altre coltivazioni e stanno creando problemi all’apicoltura, l’aumento dei prezzi della terra la rende inoltre sempre meno accessibile a chi volesse incrementare le coltivazioni tipiche e tradizionali. Una presenza invasiva come il prosecco, per la potenza economica di cui dispone e per l’impatto ambientale che provoca, comporta inoltre che l’uva divenga vino solo se trasformata nelle cantine del trevigiano. Sul territorio rimangono quindi solo pesticidi e danni, mentre la ricchezza va altrove. Esattamente come in Africa.
Le situazioni più critiche sono ovviamente nelle zone di Valdobiadene e Conegliano dove da decenni si coltiva il prosecco e dove ci sono molti problemi, oltre che di inquinamento e irrorazione, anche per il turismo, poiché sono state vietate le passeggiate lungo zone coltivate a vite da aprile ad agosto.
Già nel 2014 alcuni politici locali sono intervenuti in difesa della popolazione affermando che se fossero stati eletti al Parlamento Europeo avrebbero denunciato l’assalto alle terre e alla montagna. Perché, non potevano farlo come privati cittadini? E intanto anche l’incidenza dei tumori sta aumentando.
Grazie alla lobby del prosecco esiste inoltre una legge regionale che consente di distruggere i boschi per piantare i vigneti, tanto è vero che a Tarzo una collina è franata a causa della distruzione di un bosco secolare trasformato a suon di ruspe in area coltiva.
Per contrastare il fenomeno sono nati i GAST, Gruppi di Acquisto Solidale di Terreni, ma la battaglia è persa in partenza perché può essere combattuta solo a colpi di bonifici milionari, e non basta che gruppi di venti o trenta famiglie decidano di mettere insieme i loro risparmi per acquistare un terreno, un bosco, un frutteto, in modo da sottrarlo al prosecco.
A distanza di un anno dall’approvazione della legge assistiamo a boschi che scompaiono, e con loro animali selvatici, flora spontanea, possibili economie alternative, capacità di creare acqua, stabilità delle pendenze, caratterizzazione dei luoghi in senso paesaggistico, culturale, gastronomico. Tutto questo per far posto ad un’agricoltura che punta dritto all’happy hour e deve fare subito profitto grazie ad un aperitivo industriale frizzante.
Un’agricoltura armata di motoseghe e macchine movimento terra non pone le basi per la sostenibilità. Un produttore biologico o un vignaiolo serio non sterminano un bosco o un frutteto per poi produrre vino, perché l’agricoltura biologica è un sistema, non un processo.
Ma non era l’Africa quella della maledizione del riso e dell’olio di palma? Già… Non ce n’è, l’agroindustria miete vittime, e non è solo una questione estetica, ma anche etica. La terra considerata mera risorsa alla quale attingere a scopo di lucro non ha nulla a che vedere con i valori che l’agricoltura ha ispirato nei secoli.
Difendere il paesaggio è difendere la biodiversità, la fertilità del suolo, la qualità della vita e di ciò che consumiamo.
E, giusto per concludere un articolo per molti versi ovvio, con decisione unanime la Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco ha candidato il paesaggio vitivinicolo del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene e il dossier di candidatura, da qualche settimana a Parigi, ha molte possibilità di essere approvato entro l’anno. La notizia completa può essere letta sul sito dell’Agenzia Ansa, che l’ha pubblicata il 26 gennaio scorso e ciò significa che la lobby del prosecco si sta avviando a conseguire la patente di intoccabilità.
Bene. Sappiamo di avere, con questo articolo, smosso le coscienze degli ecochicbiobau di Brera. Ne parleranno, in attesa di completare il gruppo di amici davanti al Patuscino o al Radetzky. Dove, una volta accomodatisi, ordineranno uno spritz.

Alberto C. Steiner

Gli asset del futuro? Acqua e cibo

Politica e finanza invece che di petrolio, inflazione, debito e tassi di interesse farebbero meglio ad occuparsi di acqua e cibo, che costituiranno i veri asset su cui investire per il futuro. È la tesi espressa dal nostro sito partner Consulenza Finanziaria in un articolo molto interessante, che accentua l’aspetto niente affatto etico delle attuali speculazioni finanziarie sui beni primari, in grado di realizzare performances spaventose nella totale indifferenza, in aree geografiche dove la gente muore, letteralmente, di fame.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Il persistente livello di sotto-alimentazione, con le conseguenti ricadute economiche, sanitarie ed umanitarie, colpisce un terzo della popolazione mondiale, e tre quarti del cibo consumato nel pianeta sono costituiti da riso, grano e mais. In particolare, metà di tutto ciò che mangiano i 7 miliardi di esseri umani – compresi noi dei paesi ricchi – è rappresentato da riso.
Ma l’efficienza produttiva e lo sfruttamento del terreno variano considerevolmente fra paesi avanzati e arretrati. Un esempio aiuta a comprendere la situazione: se negli Stati Uniti della metà del XX Secolo 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate oggi, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per contadino.
Nell’Africa sub-sahariana, invece, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi solamente 700 chili annui, in prevalenza destinati prevalentemente all’autoconsumo.
Si direbbe inoltre che la domanda di cibo proveniente dalla Cina costituiscano la vera questione. Se lo sviluppo cinese, e conseguentemente la sua domanda mantenessero il ritmo attuale, nel 2030 quel paese, che oggi sta già importando il 25% della soia mondiale per nutrire i suoi 500 milioni di maiali ed i suoi 5.000 milioni di polli, abbisognerebbe del 70% della produzione mondiale di frumento e del 75% di quello di carne. La Cina deve, e dovrà, nutrire il 20% della popolazione mondiale disponendo solo dell’8% della terra coltivabile mondiale. Con lo sviluppo dell’industria e lo sfruttamento intensivo dei terreni, ogni anno Pechino perde un milione0 di ettari coltivabili e quantità enormi di acqua.
Per fare un raffronto, ogni cinese dispone oggi di 0,15 ettari, a fronte di ogni statunitense che può beneficiare di 1,5 ettari.
Altro grave, anzi gravissimo problema – che abbiamo più volte denunciato, per esempio nell’articolo  Land Grabbing e vergini dai candidi manti pubblicato sul vecchio blog il 29 novembre 2013) è costituito dal Land Grabbing. I dati sono controversi perché, va detto, abbiamo a che fare con vere e proprie organizzazioni criminali che sostengono, spesso ricorrendo all’uso delle armi, l’accaparramento delle terre nei paesi dell’Altro Mondo, quello che oggi è povero e che è destinato a divenire sempre più povero per soddisfare iu bisogni dei paesi ricchi.
La Banca Mondiale stima che nel periodo 2007-2010 56 milioni di ettari siano stati oggetto di land grabbing, mentre la National Academy of Sciences degli USA dichiara che le appropriazioni assommano a 100 milioni di ettari e l’Ong Oxfam afferma che si tratti di ben 200 milioni di ettari, due terzi dei quali si trovano in Africa.
Un terzo delle terre sarebbe usato per coltivare alimenti (esportati nel paese dei nuovi proprietari), un terzo per agro-combustibili, un terzo come foreste, legno e fiori, questi ultimi utilizzati principalmente per ottenere i cosiddetti crediti di anidride carbonica compensativi delle emissioni nei paesi acquirenti.terra-africa-001Riteniamo utile riportare, in proposito, due citazioni. La prima, inquietante, dal nostro articolo sopra menzionato: “Oltre il non profit, c’è un settore che punta a coniugare reddito, etica e sostenibilità. L’articolo, pubblicato dal settimanale Il Mondo del 22 novembre con un sottotitolo dal sapore vagamente inquietante di slogan: Siamo utili, e facciamo utili ci fornisce lo spunto per parlare di un argomento che da gran tempo, in particolare da quando a Milano ed in altre città italiane si è tenuto il Forum della finanza sostenibile, è nelle nostre corde. Vale a dire, quando la finanza dai denti a sciabola indossa l’abito di scena etico e solidale. Che lor signori, come scriveva l’indimenticato Fortebraccio, facciano utili è pleonastico. Se siano utili è altrettanto induscutibile: in questo scritto cercheremo di portare il nostro contributo per stabilire a chi siano utili.”
La seconda citazione, significativa poiché pone l’accento sulla reale capacità di autodeterminazione delle ex-colonie africane, proviene da un altro nostro articolo, L’Africa morirà. Questo come la fa sentire? Non colpevole, pubblicato anch’esso sul vecchio blog il 6 dicembre 2014: “Accade di parlare della devastazione di cui sono preda i paesi del Sud del mondo e, inevitabilmente, il discorso vira puntando ai sensi di colpa che attanaglia certi occidentali: colpa nostra se sono ridotti così, li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda mi dichiaro non colpevole. Penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali fantocci rapaci e feroci nelle mani di istituzioni finanziarie internazionali. Meglio ancora se li avessero lasciati in pace, ma questo è un altro discorso.
Oggi assistiamo ad una nuova colonizzazione di quei paesi, perpetrata da paesi che furono a loro volta colonizzati: e trattasi di una colonizzazione senza né pudore né ritegno, che va sotto il nome di land grabbing.”
Ma quali sarebbero i prodotti agricoli più coltivati? Soia, canna da zucchero, mais, olio di palma. Detto in altri termini, le terre africane sono considerate una soluzione a basso costo dei problemi altrui.
Vale a dire dei problemi dei paesi nei quali lo spreco di cibo è la norma, in proporzioni sempre più insostenibili: secondo l’Institution of Mechanical Engineers del Regno Unito, la produzione annua di cibo è di 4 miliardi di tonnellate, ma a causa di sistemi di raccolta, immagazzinamento e trasporto carenti, sprechi del mercato e dei consumatori, tra il 30 ed il 50 per cento dell’intera produzione alimentare mondiale (una quantità compresa fra 1,2 e 2 miliardi di tonnellate) non viene consumata.
Enormi quantità di terra, energia, fertilizzanti, acqua sono inoltre sprecati e persi durante la produzione di prodotti alimentari, che finiscono nei rifiuti.
Le cause variano in base alle regioni: nei paesi dell’Altro Mondo mancano infrastrutture, sistemi di stoccaggio e refrigerazione, trasporti adeguati. Se in Cina la percentuale di riso persa è pari al 45% del raccolto e in Vietnam dell’80%, nei paesi ricchi il cibo viene “dimenticato” in frigoriferi e banchi dei supermercati.
Studi della FAO indicano che in Europa e negli Stati Uniti il consumatore medio spreca 100 chili di cibo l’anno, contro i 10 chili del consumatore asiatico; i consumatori dei paesi ricchi sprecano ogni anno 100 milioni di tonnellate di cibo (un quantitativo superiore all’intera produzione dell’Africa Nera), e in particolare si stima che negli USA il 40% del cibo venga gettato. La spazzatura è la metafora del mondo di sopra, che spreca, e di quello di sotto, che muore di fame.cvfoto-sudanIl business del cibo (agricoltura e produzione) costituisce il 6% dell’economia mondiale, ma il 43% della popolazione mondiale attiva, circa 1,4 miliardi di persone, è fatto di agricoltori. Demografia, peso economico, necessità reale sono molto lontani e sembra non riescano a trovare un decente punto di incontro ed equilibrio. Chi ha terra coltivabile di buona qualità e disponibilità di acqua avrà cibo a sufficienza per nutrirsi; il valore di questa buona terra potrebbe aumentare in modo significativo.
E c’è da scommetterci, come scrivemmo per l’appunto quattro anni fa: il cibo e l’acqua saranno sempre più al centro di politica e finanza. Oltre che delle missioni militari “di pace”.

Alberto C. Steiner

È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS

Olio d’oliva: scarsa produzione e rincari del 20 per cento

cc-2017-02-22-olio-rincaro-001Non è necessario aver frequentato il classico per sapere quanta importanza l’Antica Grecia attribuisse all’olio.
I produttori oleari italiani lo sanno bene, e infatti mai come quest’anno hanno intonato un pianto greco. A stretta creditizia e tasse si sono aggiunti maltempo e parassiti: questi ultimi in particolare, essendo cinesi e non avendo nemici naturali, pare si siano mangiati tutti gli ulivi nazionali. Una roba che neanche il Pacman…
E non fa nulla se i produttori di quel fluido che troviamo a tre euro sugli scaffali dei supermercati acquistano la materia prima prevalentemente in Spagna, Marocco, Grecia (non sappiamo se, giusto per retsare in tema, piangendo in ossequio a Cassandra…), Medio Oriente o chissà dove, indicando comunque sull’etichetta “prodotto da olive italiane” o, in un fremito di sensi di colpa?, “europee”.
Intendiamoci: stiamo parlando dei barboni, quelli che oggi si chiamano “Olio del Contadino” e domani “Frantoio di nonna Pina” e nel tempo libero, grazie a commercialisti e politici compiacenti, razzolano qualche contributo pubblico qua e là per poi sparire. Detto in altri termini stiamo parlando di quelli che sputtanano il mercato.
A proposito di sputtanamento: è di questi giorni la notizia che i Carabinieri hanno effettuato numerosi arresti fra gli affiliati al clan Piromalli (‘ndrangheta) che, oltre a chiedere un “contributo” di 50 centesimi al litro a produttori calabresi, siciliani e laziali, spacciava sul mercato statunitense per olio extravergine d’oliva quello che in realtà era olio di sansa – cioè frutto degli scarti di produzione – e che come tale passava la dogana.
La materia prima, di pessima qualità, veniva acquistata a prezzi stracciati in Grecia, Siria, Turchia e le etichette venivano taroccate prima che il prodotto giungesse sugli scaffali di Wal-Mart e altri grandi catene.
Sia chiaro: conosciamo produttori seri, e sono numerosi, che tengono al loro marchio e alla fidelizzazione dei clienti, e che praticamente ogni giorno ricevono la visita dei Nas.
Esaurita la premessa, torniamo ai parassiti: il timore di particolare tipo di mosca che si sarebbe potuta mangiare l’equivalente del 50 per cento della produzione avrebbe costretto ad una raccolta anticipata, roba da stato di calamità. E infatti le richieste sono già partite.
Quello che non hanno fatto i parassiti lo avrebbe fatto il maltempo, con le prime piogge che hanno rovinato le gemme. Risultato: prezzi all’ingrosso balzati all’insù del 64%, e al dettaglio ritoccati almeno del 20 per cento.
Gli italiani consumano collettivamente circa il 20% della produzione mondiale, la Spagna il 16 e gli Stati Uniti circa il 10. Il proprietario di un negozio parigino di generi alimentari italiani ha dichiarato che sperava di ottenere 30mila litri di olio ma, avendone ricevuti solo ottomila, dovrà fare affidamento su rimanenze dello scorso anno per compensare la differenza e assorbire parte dell’aumento dei prezzi. Oh, povero Ciccio!
Nel corso degli ultimi 25 anni il consumo di olio è aumentato del 75% e la domanda ha riguardato particolarmente mercati non tradizionali: incremento di sette volte nel Regno Unito e di 14 volte in Giappone, ha dichiarato Coldiretti, specificando che l’olio italiano è più vulnerabile rispetto a quello di altri paesi a causa di cambiamenti climatici, parassiti e in ragione della morfologia del territorio, che varia dalle colline del Nord agli uliveti del Sud. Ciò comporta per contro il notevole vantaggio di poter vantare circa 400 diverse qualità dai sapori unici derivati dalle combinazioni del terreno.cc-2017-02-22-olio-rincaro-002La notizia, rilanciata da AP, l’abbiamo trovata sul Washington Post. Stranamente i media italiani a grande diffusione non ne hanno parlato.
Per concludere: conosciamo alcuni produttori di olio bio, dal Garda al Salento. Appassionati al loro lavoro disdegnano il palcoscenico, e ci hanno dichiarato che anche quest’anno proporranno la loro produzione ai soliti prezzi variabili dai 9 ai 16 euro al litro.
I parassiti? Si, nella norma. Il maltempo? Non peggio del solito. Gli scarti? Al solito: cosmesi, alimenti per animali, compost. Richieste di sovvenzioni pubbliche? Non diciamo cazzate.

Alberto C. Steiner

I 25 anni del Parco Agricolo Sud Milano: lo stato dell’arte

Un emiciclo dall’Adda al Ticino esteso per 47.044 ettari dove svolgono la loro attività 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti: è il Parco Agricolo Sud Milano, nella cui area rientrano 61 Comuni che ne condividono i vincoli ambientali ed urbanistici.cc-2017-02-04-parcosud-003Istituito il 23 aprile 1990 ma, a causa del tempo necessario per stilare regolamenti e convenzioni, attivato due anni più tardi, festeggia quest’anno il suo primo quarto di secolo. Oggi è gestito dalla Città Metropolitana di Milano, l’ente subentrato alla Provincia a partire dal gennaio 2015.
Anticamente l’area di competenza del parco era un’inestricabile foresta di aceri, querce, carpini, ciliegi selvatici, farnie, frassini, olmi e tigli. La plurisecolare attività agricola, in particolare quella sviluppata dai monaci cistercensi che a partire dal XII Secolo introdussero i metodi di coltivazione intensiva e le cosiddette marcite, comportarono una prima antropizzazione del territorio. Una seconda fase, ben più invasiva, iniziò con l’industrializzazione del XIX Secolo accompagnata dalla costruzione di infrastrutture viarie e dall’espansione, spesso senza ritegno, delle aree edificate, ed oggi i tratti naturalistici dell’area non costituiscono l’elemento preminente del territorio.
Alcuni comuni hanno, letteralmente, sgomitato per poter essere inseriti nell’area e circa la piaga dell’edificazione non mancano le mistificazioni, come quella che riportiamo nel box sottostante.cc-2017-02-04-parcosud-001Il progetto di istituzione del parco ha rappresentato una notevole opportunità per conservare e riqualificare quel che restava della natura prossima alle aree urbanizzate, ed in particolare risorgive, fontanili, marcite e testimonianze della storia contadina lombarda come complessi storici religiosi a vocazione agricola (le abbazie di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone), corti fortificate (Carpiano, Coazzano, Fagnano, Gudo Visconti, Settala e Tolcinasco), antiche cascine (Bazzanella, Gudo Gambaredo, Santa Brera) e castelli (Binasco, Buccinasco, Cassino Scanasio, Cusago, Locate Triulzi, Macconago, Melegnano e Peschiera Borromeo).cc-2016-02-26-parco-sud-001Oggi l’attività principale delle aziende agricole che insistono sul territorio del parco è l’allevamento di bovini e suini, seguono la coltivazione di cereali, riso, girasole e soia. Numerosi i fondi a prato, gli orti ed i vivai. Sono state inoltre salvaguardate 40 antiche marcite.
Sempre più numerose sono le cascine attive, 29 delle quali convertitesi al biologico, dov’è possibile acquistare prodotti agricoli direttamente o tramite i 73 GAS, gruppi di acquisto solidale, che intrattengono rapporti con le aziende agricole.
Non trascurabile l’offerta agrituristica e gastronomica (non possiamo apporre il prefisso eno poiché in zona la produzione vinicola è oggi praticamente inesistente) anche tramite la presenza di qualificate trattorie, alcune delle quali tuttora ruspanti mentre altre si sono rifatte il look, ritoccando sensisbilmente e talvolta immotivatamente i prezzi.
Notevole l’offerta di percorsi ciclopedonali, sentieri per il trekking, birdwatching e persino opportunità di navigazione su fiumi e canali.
Purtroppo l’area, tangente l’aeroporto di Linate, comprende anche tangenziali esterne, siti dediti alle trivellazioni per la ricerca di metano ed impianti a biomasse per la produzione di energia elettrica, oltre a siti – dismessi ma non completamente bonificati – già sede di industrie chimiche che in passato hanno impattato pesantemente sul territorio.
Ciò che, ad un quarto di secolo dall’istituzione, non è a nostro avviso adeguatamente valorizzato è non tanto il significato naturalistico dell’area, quanto il concetto che il parco sia un luogo di lavoro, e come tale meritevole di rispetto.cc-2017-02-04-parcosud-004Sui vari siti, compresi quelli istituzionali (googlare per credere) il parco è eminentemente proposto come un giocattolo per cittadini, una valvola di sfogo delle tensioni e dei malesseri da inurbamento, un luogo dove fare gli agricoltori ecochic. Una sola considerazione: se come scritto più sopra esistono 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti, ciò significa una media di 2,91 addetti per azienda. Ne risulta in linea di massima che, escluse le aziende esistenti ma prive di addetti ufficiali (esistono, a dimostrazione che nel parco non tutto è rose e fiori, per esempio nel comparto apparentemente non-profit dove viene occupata manovalanza volontaria non retribuita), si tratta di realtà a conduzione familiare dove i buoni propositi di incremento delle opportunità di lavoro propugnati da politici ed associazioni non trovano riscontro per mancanza di spazi di manovra economici.
Il parco ha in ogni caso il merito di aver creato il tramite di un processo di reciproca conoscenza fra cassinée (come venivano definiti, in un tono invero un po’ sprezzante, i contadini dell’hinterland milanese) e cittadini, che in passato difficilmente si frequentavano. Per mezzo del parco gli agricoltori hanno inoltre trovato un’opportunità di uscire parzialmente dal circolo vizioso di prezzi capestro imposti dagli intermediari commerciali, ed i cittadini la possibilità di acquistare prodotti sani, non come quelli di plastica provenienti dal comparto agroindustriale.cc-2017-02-04-parcosud-002Nell’area del parco trovano infine spazio organizzazioni dedite alla solidarietà sociale, come quella – un tempo privata ed oggi confluita nell’Opera San francesco – che fornisce un alloggio ed un lavoro a detenuti ed ex-detenuti, la cui sede è attualmente in fase di restauro. O quella che accoglie ragazze e donne madri e vittime di violenza, stoicamente voluta da una suora, Ancilla Beretta, spentasi nel dicembre scorso all’età di 94 anni. E per finire, nel parco ci sono persino i Templari. Si incontrano in due stanze presso l’Abbazia di Chiaravalle, ma chi è in cerca di arcani misteri resterà deluso: la loro attività principale consiste nell’essere presenti, indossando la tunica con la croce patente, a determinate funzioni religiose nelle chiese del circondario. Non cercano proseliti, cercano soldi. Per ristrutturare antiche pievi e cascine da trasformare in luoghi per accogliere portatori di disagio sociale. E di notte, ad onor del vero non sempre offrendo prodotti bio a km zero ma quel che c’è, ed in quel caso non indossando la veste d’ordinanza, li trovate dalle parti della Stazione Centrale insieme con i City Angels a portare un aiuto ai sempre più numerosi homeless.

Alberto C. Steiner

Vallicoltura, una tradizione storica e identitaria Veneta unica al mondo

cc-2017-02-01-vallicoltura-001Pochi conoscono le Valli da Pesca, dove si pratica la pescicoltura cosiddetta valliva con le stesse tecniche di allevamento in uso nel XVI Secolo, che derivano dagli antichi Veneti e che non trovano riscontro in nessun’altra parte del mondo.
Le valli, in tutto una trentina, sono zone di barena delimitate. La laguna Nord di Venezia ha valli piuttosto grandi, tra queste la Val Dogà estesa per circa 2mila ettari. Nella laguna Sud conta invece valli più piccole estese dai 100 ai 500 ettari.
Vi si alleva pesce biologico rigorosamente certificato, contribuendo alla salvaguardia della laguna, in quanto le valli costituiscono preziosi serbatoi naturali.cc-2017-02-01-vallicoltura-002Quest’attività plurisecolare, per non dire millenaria, pur se molto quotata presso i consumatori locali, è stata valorizzata come merita solamente a partire dall’anno 2011, in particolare grazie al biologo mestrino Mauro Doimi, che nell’interessantissima intervista – datata ma quanto mai attuale – ripresa dal nostro sito-partner Consulenza Finanziaria e leggibile qui, sottolinea il sano concetto che il vero biologico ha dei costi illustrando il progetto di introdurre il bio vallivo in alberghi di adeguato livello, luoghi di benessere ed agriturismi, fattorie didattiche e ristoranti attenti all’ambiente e frequentati da clienti culturalmente preparati ed ecosensibili.

ACS

ECOnomy: Consulenza. Naturalmente.

ECOnomy nasce come marchio di CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, per dedicarsi allo sviluppo di progetti in grado di contribuire alla salvaguardia dell’ecosistema, e la sua consulenza finalizzata va oltre i confini della realtà agrosilvopastorale per diventare compagna di viaggio specializzata per le imprese e le comunità che operano con attenzione al settore ambientale.economy-378x378ECOnomy intende aiutare le comunità coresidenziali, le aziende agricole e di trasformazione, chi si dedica all’ospitalità rurale e al benessere psicofisico e ad ogni altra iniziativa rivolta ad un futuro sostenibile con attenzione alle soluzioni energetiche rinnovabili e a basso impatto.
ECOnomy offre servizi di consulenza tecnica, progettuale e di stima, finanziaria, assicurativa e di garanzia individuando i sostegni finanziari più adeguati ai programmi di investimento attraverso l’ottenimento di finanziamenti e contributi privati, bancari e pubblici regionali, nazionali e comunitari. Fornisce inoltre assistenza per l’incremento del capitale ai fini dell’autosostentamento e dello sviluppo. Continua a leggere

Avevo sete e me l’avete data a bere: acque morte

Gli italiani sono i secondi consumatori mondiali di acqua minerale, dopo il Messico, con 208 litri annui pro-capite (dati Istat 11 aprile 2016).cc-2016-12-03-minerale-007Va detto che i Messicani hanno tutte le ragioni per giustificare il loro palmares, prima fra tutte quella che le acque dei loro acquedotti, oltre ad essere riconoscibili dall’odore nauseabondo e dal sapore pessimo, contengono una quantità pressoché infinita di agenti patogeni. Il Messico è altresì regno incontrastato di numerose multinazionali che utilizzano l’acqua come pare loro e non hanno nessun interesse ad investire in tubature affidabili ed impianti di depurazione pubblica: tra queste Pepsi.
L’incremento italiano rispetto al 2015 è stato del 7.9%, passando da 12.800 a 13.800 milioni di litri che, anche se ripartiti fra 140 stabilimenti che imbottigliano oltre 260 marchi, sono massimamente riconducibili a otto assetti proprietari, che controllano il 71,2% delle vendite. Tra questi Nestlè in posizione dominante (Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Panna, Pejo, Perrier, Pra Castello, Recoaro, San Benedetto, San Bernardo, San Pellegrino, Vera per citare alcune etichette).
I consumi (71% naturale, 12,3 gassata, 11,2 effervescente naturale e 5,3 leggermente gassata) sono ripartiti per il 28,9% al Nord Ovest seguito dal Sud con il 27,8%, dal Centro comprensivo della Sardegna con il 25% e dal Nord Est con il 18,3%. Chi vuole può divertirsi a ripartire le percentuali parametrandole alle popolazioni macroregionali: ne derivano dati interessanti.
Leggendo le etichette ci si rende conto delle date di imbottigliamento e di scadenza. Poiché la legge ammette il trascorrere di anni tra l’uno e l’altra, proviamo ad immaginare quanto possa essere “fresca” la nostra acqua giunta in tavola dopo mesi o anni di conservazione, prevalentemente in una bottiglia di plastica.cc-2016-12-03-minerale-005Il consumo di acque minerali comporta infatti un non trascurabile impatto ambientale costituito da tonnellate di plastica da smaltire e da trasporti che, se negli ultimi anni hanno rivalutato il vettore ferroviario, si svolgono su strada nella misura dell’82 per cento.
Il 73% dell’acqua venduta in Italia è imbottigliata in bottiglie di Pet da 1,5 o 2 litri, il 6% in quelle da 0,5 litri. Solamente il 34% delle bottiglie che finiscono annualmente tra i rifiuti, corrispondente a 124mila tonnellate, viene riciclato ma il rimanente 64%, pari a 320mila tonnellate, va perduto. E tra i rifiuti dell’indotto bisogna considerare anche le migliaia di chilometri quadrati di film ed i chilometri di regge, oltre ai quintali di clip metalliche di chiusura, utilizzati per il confezionamento sui bancali, ai quali si assomma il materiale plastico utilizzato per contenere la confezione finale, quella classica da sei bottiglie che preleviamo nei supermercati. A tutto questo vanno aggiunti altri chilometri quadrati dei separatori costituiti da figli in cartone e qualche tonnellata di legno costituita dai bancali che, per usura o incidenti, si rompono. In linea di massima questo tipo di rifiuti viene riciclato quasi completamente, ma non dimentichiamo che il riciclo costa in termini di denaro, energia, emissioni.cc-2016-12-03-minerale-002Perché, e da quando, consumiamo così tanta acqua minerale? La risposte sono disarmanti: in primo luogo per paura, indotta da una raffinata azione di marketing che è riuscita a farci credere che “l’acqua del sindaco” sia malsana e che quella minerale possieda addirittura proprietà medicamentose. Non è affatto così, specie nelle grandi città del Nord, Milano in testa, e se si ragiona un attimo ci si rende conto che tutta l’acqua, per sua stessa natura, fa fare plin-plin.
Sono altresì da ritenere ininfluenti le ragioni addotte circa l’imbevibilità dell’acqua contaminata da Pfas individuata in 60 comuni (su oltre ottomila nazionali) che accorpano meno di 500mila abitanti (su 62 milioni).
Il “quando” va collocato nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso quando anche sulle tavole nostrane più modeste appare sempre più frequentemente l’acqua minerale, specialmente se vi sono ospiti o in occasione di festività. Il marketing, allora, non era ancora salutista ma basava la propria azione sulla corsa al benessere consumistico e sul senso di colpa indotto dal sentirsi “poveri” comportandosi di conseguenza. E il senso di deprivazione o miseria, pure negli anni che videro la consapevolezza dei primi movimenti di protesta, era fortissimo in un paese che proveniva da ristrettezze ataviche, alle quali la II Guerra Mondiale aveva dato un’ulteriore botta devastante.
E consumare acqua minerale denotava e simboleggiava, insieme con la Fiat prima 600 poi 850 e successivamente 127, il televisore, la cucina “all’americana” e la trattoria “di campagna” lungo una trafficatissima statale, dall’architettura chissà perché “rustico-spagnoleggiante” con tanto di ruota da carro all’esterno in puro stile spaghetti-western, se non ricchezza, quanto meno un benessere faticosamente conseguito.
Pensarci oggi fa sorridere, ma i simboli non si formano dall’impatto soggettivo con evidenze recenti. Quelli non fanno altro che insinuarsi nel data-base di una memoria atavica, trasmessaci dagli antenati, corroborandola. E quindi anche nel dna dell’operaio più acerrimo nemico della classe borghese risiedevano all’epoca i simboli della fonte termale, insieme con quelli della Belle Époque e dell’Orient Express mediati dai racconti di nonni e bisnonni.cc-2016-12-03-minerale-004L’industria delle acque minerali naturali nacque verso la fine dell’Ottocento nei Paesi europei a forte tradizione termale: Francia, Belgio, Germania e Italia. Si avvia l’imbottigliamento di acque provenienti da sorgenti storiche, famose per le loro virtù salutari, spesso utilizzando bottiglie dalle forme artistiche ed accattivanti, e “passare le terme” costituisce una forma di vacanza e intrattenimento, non privo di un connotato di trasgressione, per le sempre più numerose fasce benestanti nate dalla rivoluzione industriale. Intere località mutano definitivamente la propria anima diventando città termali con alberghi, iniziative per l’intrattenimento e addirittura l’impianto di casinò, strade, ferrovie e tramvie per un agevole collegamento. Se L’anno scorso a Marienbad fu un film famoso, non fu l’unico perché non infrequentemente le località termali fecero da sfondo a vicende patinate. Nella nostra Salsomaggiore, dove mirabili esempi di mosaici in stile liberty si sprecano, venne addirittura inventato il concorso di Miss Italia per far sognare l’Italia povera del dopoguerra. Chiunque di noi, ancora oggi, non cade dalle nuvole se sente nominare Bognanco, Recoaro, San Pellegrino, Tabiano, Montecatini, Chianciano o Fiuggi, per citare solo alcune località.cc-2016-12-03-minerale-003Nel nostro Paese i primi tentativi di commercializzazione di acque minerali naturali si ebbero verso il 1890 e ad essi seguì la costruzione dei primi impianti di imbottigliamento. Ma sino alla prima metà degli anni Sessanta il mercato delle acque minerali fu essenzialmente locale e ancorato alla connotazione medico-terapeutica, e proprio in tal senso rappresentativo di un segmento di consumatori appartenenti alle classi sociali più agiate.
L’eredità di tutto questo excursus storico è racchiusa nell’odierno giro d’affari, 3 miliardi e 250 milioni di euro annui.cc-2016-12-03-minerale-006L’acqua, definita non a caso Oro blu, rappresenta semmai ben altra questione a livello planetario, sulla quale più volte ci siamo espressi nell’ultimo triennio: la sperequata ripartizione delle fonti e la cattiva politica di gestione delle stesse, che causa ingenti danni idrogeologici, penuria di acqua in alcune zone geografiche, guerre e speculazioni.
Non dimentichiamo che il nostro pianeta è ricoperto per il 71% di acqua, per un volume pari a 1.400 milioni di km3, il 97% della quale è marina. Il restante 3% è acqua dolce (pari a circa 35 milioni di km3), i due terzi del quale si trovano nei ghiacciai perenni e l’1% deriva dalle precipitazioni o risiede nelle falde sotterranee.
Circa l’80 per cento dell’acqua dolce è concentrato in pochi bacini: il Baikal in Siberia, i Grandi Laghi in Canada, i laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa, il Rio delle Amazzoni in Brasile, il Gange e il Bramaputra in India e i fiumi Congo, Yangtze, Orinoco e Tigri. Purtroppo, a costo di dare un colpo basso alla nostra autostima, va detto che la catena alpina è abbastanza ininfluente nel computo: l’Asia dispone di circa 14.000 km3, il Sud America di 13.000, il Nord America di 9.000, l’Africa di 4.000, l’Europa di 3.500 e l’Oceania di 2.500.
Più in particolare il Canada dispone di risorse di acqua di buona qualità ben superiori al fabbisogno, mentre l’Egitto ne ha cento volte meno; Yemen e Israele hanno bassissime risorse di acqua, e devono ricorrere ai pozzi, pompaggio e desalinizzazione; Brasile e Zaire hanno grandi risorse di acqua ma una grande quantità della loro popolazione non ne ha accesso; gli Stati Uniti hanno scarse risorse ed alti consumi (in California si raggiungono consumi giornalieri pro-capite di 4mila litri, anche se gli statunitensi non appaiono in posizione di rilievo fra i consumatori di acqua in modo diretto, ma semplicemente perché bevono altro).cc-2016-12-03-minerale-001Dal 1950 al 1995, la quantità di acqua dolce disponibile pro-capite è diminuita da 17.000 a 7.500 m3 e se oggi si parla di crisi idrica la questione non è legata ai consumi individuali, bensì all’uso abnorme della preziosa risorsa da parte dell’industria agricola e dell’allevamento. Parallelamente a questa espansione, della quale beneficiamo però solo noi dei paesi ricchi, nell’ultimo cinquantennio la disponibilità di acqua è progressivamente diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia, in particolare a causa del land grabbing.
I “cattivi” non sono solo indiani e cinesi, ma anche italiani. Per esempio Benetton, in Patagonia proprietaria di tutte le terre di Rio Negro: le popolazioni tribali che le abitavano vengono utilizzate come manodopera sottopagata. Segregate in minuscoli lembi di terra subiscono ritmi di lavoro estenuanti, non beneficiano di nessuna assistenza medica e, in estate, è loro vietato di attingere acqua dai fiumi. In alcuni tratti per impedire l’accesso vengono utilizzati filo spinato e corrente elettrica.
E l’acqua sta sempre più assumendo un ruolo preminente nelle contrattazioni borsistiche dove, letteralmente, svariati fondi azionari di matrice speculativa scommettono sulla sete.

Alberto C. Steiner

Sull’argomento abbiamo già scritto qui:
2016 25.11 Menu del giorno: terra, acqua e gasolio
2016 18.09 Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo
e sul blog Cesec-CondiVivere in numerose circostanze, tra le quali:
2015 23 .12 Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare
2013 27 .07 Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?

Menu del giorno: terra, acqua e gasolio

31 chili di suolo, 23 quintali di acqua e quasi 5 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. Altro che cibo spazzatura! E moltiplicato per 7 miliardi fa una cifra spaventosa:
217 miliardi di chilogrammi di suolo
161 miliardi di quintali di acqua
 35 miliardi di litri di gasolio
Questa incredibile quantità di risorse, sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili, viene consumata indirettamente proprio sotto forma di cibo, perché costituisce la materia prima e l’energia necessarie a produrlo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Secondo la Fao metà del pianeta è già degradato e la prima preoccupazione sorge dall’analisi dello stato di salute dell’acqua dolce, con oltre 4 mila chilometri cubi estratti annualmente dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili.
Quanto al petrolio siamo già al punto di non ritorno, dato che la produzione automobilistica mondiale cresce da 9 a 12 volte più rapidamente di quella dell’oro nero.
Infine il cibo, dove si incentrano i maggiori sprechi perché la sua produzione intensiva richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia.
Nell’attuale periodo storico, da alcuni battezzato Antropocene, abbiamo bombe ad orologeria innescate ovunque, e il timer continua a correre a causa della distonia tra scienza del clima, consapevolezza della società e obiettivo finalizzato al profitto. Il momento dell’esplosione è prossimo, più o meno attorno all’anno 2045 a meno che non vengano introdotti mutamenti radicali nell’agricoltura industriale, nel riscaldamento e nella mobilità cittadina, e soprattutto nell’alimentazione.
Tutto questo ci ricorda due libri. Il primo è The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, scritto nel 2010 da Julian Cribb, noto comunicatore scientifico. Il secondo è quasi un reperto archeologico: Il medioevo prossimo venturo, scritto nel 1971 da Roberto Vacca, ingegnere esperto in questioni ambientali e sociali.cv-2016-11-25-cibo-022Cribb afferma che c’è ancora tempo per cambiare mediante un’azione rapida e universale. Vacca invece, senza mezzi termini, illustrava un irreversibile quadro apocalittico che avrebbe portato – come sta accadendo – a un degrado e ad un’involuzione, anche delle facoltà intellettive, sino a giungere alla scomparsa del genere umano e del suo habitat sociale così come oggi li intendiamo.
Entrambi gli autori sono accomunati, nella loro visione, nell’indicare le ragioni della nostra prossima dissoluzione nel cambiamento climatico, nella dipendenza da combustibili fossili, nel disboscamento finalizzato a creare spazi per foraggiare gli allevamenti e le colture industriali e, soprattutto, nell’incontrollata crescita della popolazione mondiale.
Il vero nodo da sciogliere sembrerebbe quindi quello del cibo, nel senso della sua pessima qualità e del sovraconsumo, che riguarda però solo il 23% della popolazione mondiale (percentuale nella quale rientriamo anche noi italiani) mentre il 47% patisce, letteralmente, la fame mentre, paradossalmente, è proprio il suo territorio quello ad essere maggiormente devastato da operazioni speculative come il land grabbing.

ACS

Salone del gusto: W la brogna! (nel senso della pecora)

cv-2016-09-25-salone-gusto-001Ti seguono, ti precedono, ti circondano, ti sovrastano masticanti, sorseggianti, ciuccianti ancorché discettanti ispirati di ecosostenibilità e specismo mentre lanciano lo sguardo lubrico allo stand accanto dove gli espositori affettano sapientemente a mano saporosi prosciutti e nell’aria si spargono effluvi di porchetta: sono le torme di visitatori del Salone del Gusto, precipitati in piena fase orale, pronti a una finta o a uno scarto da provetti calciatori alla vista, o all’odorato di cioccolata, grani antichi, vino, birra, lasagne, agnolotti e, per l’appunto, braciole o salamelle.cv-2016-09-25-salone-gusto-002Tra questi distingui a distanza i reparti speciali d’ecoassalto milanesi, soprattutto distingui le loro erinni.
Senza tirarla lunga: un suk, una fiera di paese, un inno all’inconsapevolezza mascherata con abiti tradizionali e peana alla sostenibilità e al benessere degli animali. Non sappiamo se prima o dopo essere diventati cotechini.
Una farsa condita dalle solite chiacchiere nei convegni dove i delegati di Terra Madre hanno sciorinato tra loro e con esperti provenienti da tutto il mondo la solita merce buona per i saldi: problemi di cibo, suolo, legalità, biodiversità, consumi di carne, ruolo delle donne spesso tratta da un canovaccio immutato da anni.cv-2016-09-25-salone-gusto-003Tra le immagini a corredo il kebab furlan: ineffabile. O il tipo che conciona di grani antichi mentre l’addetto allo stand della Garfagnana, a furia di ascoltare puttanate, se non si addormenta è un miracolo.cv-2016-09-25-salone-gusto-004E l’ennesimo furgoncino Ape o Citroën vintage per somministrare quel che è diventato il nuovo emblema della cultura gastronomica: il cibo di strada. Giusto per consentire alle masse di bifolchi di salire in metrò masticando e ungendo tutto e tutti con le loro dita zozze sentendosi trendy. Senza trascurare l’ecosensibilità dei consumatori quando si tratta di liberarsi di involti, fagotti, piatti, contenitori e bicchieri. La cui produzione ha un costo elevatissimo per l’ambiente, ad onta del fatto che siano spacciati come ecologici.
Per chiuderla con gli innumerevoli aspetti negativi e con gli esempi di ottusità e incoerenza, una sola, doverosa, citazione: un’azienda suinicola di Reggio Emilia alleva i maiali in modo assolutamente naturale.cv-2016-09-25-salone-gusto-005A leggere lo stampato che diffondono le scrofe partoriscono poco, i cuccioli rimangono altre un anno con le mamme, i capi hanno tantissimo spazio a disposizione, manca solo che li portino in vacanza a Sharm (ehm, no magari a Sharm i maiali non è il caso…) prima di accopparli. Sempra quasi che i maiali non vedano l’ora di diventare e salami e coppe.
E passiamo alle cose serie: sono talmente poche che faremo prestissimo.
Iniziamo da Ismea, l’organismo collegato al Ministero delle Politiche Agricole che si occupa di sostenere giovani talenti mediante assistenza normativa, formazione, finanziamenti: era ottimamente rappresentato da alcune aziende gestite da giovani che hanno scommesso sulla campagna.
Interessante e coinvolgente la conversazione intrattenuta con un funzionario dell’IPLA, l’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente già centro studi di una nota cartiera ed ora partecipata delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta e dal Comune di Torino: pur barcamenandosi tra ristrettezze di bilancio svolgono un importante e spesso scomodo lavoro nell’ambito micologico, delle patologie agroforestali, dell’analisi e della tutela dei terreni.
Una menzione per International Land Coalition, che si occupa di tutela dei diritti delle popolazioni agricole del Sud del mondo e di contrastare il fenomeno del land grabbing.
A seguire le aziende: iniziamo da un simpatico gentiluomo di campagna friulano che alle proprie mele, coltivate recuperandone diverse varietà quasi scomparse, dichiara di effettuare due soli trattamenti annui, uno dei quali con il classico sistema bordolese. Alla domanda: “Quanti quintali vende?” la risposta è stata: “Nemmeno una mela! le uso per farci marmellate, succhi, aceto e sidro. Al massimo le regalo.”  Detto fatto: certamente non laccate come quella di Biancaneve ma strabuone.
E ancora friulano è un prodotto di eccellenza: lo zafferano, solitamente coltivato nell’Italia centrale e per la prima volta sperimentato con successo in provincia di Pordenone.
Spicca a nostro parere – nell’inflazione di birre crude, ai tremilaseicentoluppoli, di fossa, di abbazia, di autorimessa, affinata in barrique che hanno in comune una cosa: la dialettica dei produttori – uno storico birrificio della provincia di Belluno. La sua produzione è diffusa anche nei supermercati, spesso con marchi ad hoc perché – come hanno spiegato – altrimenti a Cortina non la bevevano più. Senza tirarsela si presentano per ciò che sono: un’azienda che produce birra. Oltretutto buona.cv-2016-09-25-salone-gusto-006E passiamo alle ragazze veronesi di Vin Strip: un’idea semplice, simpatica e geniale, una rete morbida, resistente e flessibile che avvolge e protegge bottiglie e calici.
E per finire la Brogna di cui al titolo: l’unica razza di pecora autoctona della montagna veronese sopravvissuta all’estinzione, per la cui tutela è stata costituita nel 2012 un’associazione con lo scopo di evitare l’estinzione di un patrimonio della biodiversità.cv-brognaOltre al latte, dal quale vengono derivati formaggi decisamente particolari, le pecore forniscono lana, spesso tinta utilizzando il pigmento fornito da un frutto locale: il pero misso, anch’esso una rarità un tempo a rischio di estinzione.
Non è stato ovviamente possibile osservare ed ascoltare tutto. Sicuramente sono sfuggite tante aziende che tendono all’eccellenza, ma queste righe non hanno la pretesa di costituire un resoconto della manifestazione, ma solo di trasferire alcune sensazioni.

Alberto C. Steiner