Pandemia: annientato il mercato delle locazioni brevi

cc-2017-01-19-rodano-002Neppure la legge Reale1 riuscì dov’è invece riuscita la nuova peste.
Non tanto e non solo in forza delle norme restrittive bensì della paura folle, irragionevole, atavica che ha indotto gli umani a sfuggire i propri simili, a temerli, a scegliere di non vivere per paura di morire.
Tanto di cappello a chi ha saputo suscitare tutto questo, è gente persino più in gamba di Mendella, di Vanna Marchi e dei vecchi, pionieristici, consulenti globali d’assalto Fininvest.
Ma, certi dell’impunità, promotori e scherani dell’ignobile nefandezza lasciano che il telo di copertura, sempre più liso e squarciato, mostri senza ombra di dubbio lo sconcio verminaio, la vera natura della laida manfrina: affossare il paese, renderlo facile preda di avvoltoi che strappano brani di carne viva dal corpo ancora agonizzante, mentre con fare rassicurante ammanniscono al popolo bue sequele di menzogne che persino un bambino di cinque anni potrebbe smantellare.
Ma il popolo bue non lo fa, rintanato nelle caverne a pascersi di terrore e timore per il futuro. Perché il popolo bue le desidera, le menzogne, anela ad esse come a una droga anestetizzante.
Siamo alla terra bruciata, l’immonda manovra ha annichilito, devastato, annientato in ogni ambito economico innumerevoli attività artigianali, industriali, commerciali, professionali trucidate senza nemmeno la grazia del colpo alla nuca.
L’insipienza, la pochezza, l’immoralità di lor signori ha saputo solo partorire rinvii delle scadenze fiscali, elemosine e prestiti in luogo di contributi a fondo perduto.
In tale contesto, uno dei settori che più patisce lo sconvolgimento, per non dire l’azzeramento, è il mercato delle locazioni particolari, quelle brevi e quelle legate ai fenomeni di coliving e di coworking.
In riferimento a tale ambito, credo doveroso ripartire il fenomeno in due macro-realtà geografiche: Milano e il resto del non-paese.
Non è campanilismo, il mio, ma frutto di semplice constatazione: Milano, e la Lombardia, sono salite agli onori delle cronache quali maggiori focolai della pandemia, a livello mondiale. Non dimentichiamo che tutto nacque in quel di Codogno.
Inizio con le locazioni brevi: Milano non è solo la città di Leonardo, dell’Ambrosiana, della Scala, delle mostre a Palazzo Reale, ma anche la città degli eventi commerciali, la cui palma d’oro spetta indiscutibilmente al Salone del Mobile, totemico idolo inscalfibile che quest’anno è stato però abbattuto.
L’evento, che avrebbe dovuto avere luogo in aprile ma è stato per ora rinviato a giugno, porta in città, nell’hinterland e persino nell’intera regione centinaia di migliaia di visitatori, tecnici, operatori, acquirenti e turisti provenienti da ogni angolo del mondo per conoscere le novità e le tendenze dell’arredamento ed in generale dell’architettura di interni.
Proprio il Salone ha indotto numerose persone a compiere il salto, trasformandosi in affittacamere, magari sottoscrivendo mutui per acquistare appartamentini e loft da rendere disponibili a tariffe giornaliere variabili tra 150 e 500 euro.
L’immondo virus, o se preferite la supposta pandemia in quanto di vera a propria supposta trattasi, realizzata in acciaio rivestito in tela smeriglio, ha comportato la cancellazione di decine di migliaia di prenotazioni da parte di visitatori preoccupati, impossibilitati a giungere in città a causa delle norme restrittive e comunque privati dello scopo, con la contestuale restituzione delle caparre, non di rado già spese vuoi per approvvigionamenti, vuoi per la rata del mutuo, vuoi per mille altre ragioni che non ci è dato di sindacare.
Le prenotazioni non sono differibili a giugno, perché comunque vada a giugno le partecipazioni al Salone saranno scarsissime e perché qualche operatore avrà già prenotazioni: due o tre notti nell’ultimo scorcio di stagione perché, come è noto, a Milano dalla seconda metà di giugno alla prima di settembre non viene praticamente nessuno.
Senza contare il fatto che, a causa del coraggio da coniglio e della memoria da elefante che classicamente caratterizza le masse, pronte al pregiudizio, la circostanza comporterà un minore interesse turistico almeno per i prossimi sei o addirittura dodici mesi.
Si badi bene, qualora non fosse sufficientemente chiaro: non sto parlando di società di gestione, di holding del B&B, ma di piccoli proprietari. Sono loro, e non le società di gestione dai nomi altisonanti e dalla provvigione del 20%, che ci rimettono fior di quattrini.
La beffa, oltre al danno, consiste proprio nel fatto che se il proprietario dell’immobile guadagna la società di gestione prende una percentuale, ma se il proprietario non guadagna, a perderci è solo lui.
Questo fenomeno porta, naturalmente, acqua al mulino delle cassandre delle locazioni brevi, quelle che preferiscono locazioni lunghe, ordinarie, con inquilini affidabili ai quali (a Milano è comunemente in uso questo sopruso) chiedere il 730 o l’Unico per certificare la capacità di sostenere il costo della pigione.
Il coliving ed il coworking vivono invece una vera e propria Beresina: ciò che appariva in inarrestabile crescita prima dell’epidemia da coronavirus sembra in caduta libera.
Relativamente al coliving, particolarmente gettonato da studenti e giovani professionisti che ricercano soluzioni condivise in un mercato delle locazioni, quello milanese, fra i più cari d’Europa, il concetto stesso del vivere insieme sul quale si fonda, minimizzando gli spazi individuali a favore di quelli condivisi: cucina, bagno, soggiorno, terrazzo o giardino, è messo in discussione dalle nuove abitudini che rifuggono dalla promiscuità.
Per quanto mi riguarda ho già avuto modo di esprimere le mie forti perplessità circa la validità della formula coliving, che mi ricorda molto le economie di guerra e certe tipicità dei paesi ex-socialisti, dissuadendo dall’acquistare immobili da destinare a tale forma di investimento chi ebbe occasione di chiedermi un parere.
E pensare invece che alcune imprese di costruzioni stavano ipotizzando di realizzare nuove edificazioni costituite da appartamenti in vendita in coliving, versione urbana più intimista rispetto al cohousing.
Le stesse problematiche, credo addirittura estremizzate, affliggeranno il mondo del coworking, dove diventa ormai impossibile condividere scrivania, bagno e distributore di caffè con degli sconosciuti.
Il medesimo scenario è proponibile per città come Torino, Genova, Roma e Napoli. In località minori, dove i canoni di locazione sono più abbordabili e le case destinate alle locazioni brevi costituiscono generalmente, da gran tempo quando non da secoli, patrimonio di famiglia la scure si abbatte comunque, ma con effetti meno devastanti.
Per contro, intravedo uno spiraglio nel comparto delle compravendite: a parte gli immobili in esecuzione forzata, dove si potranno spuntare ribassi particolarmente remunerativi con il ricorso al saldo e stralcio, i prezzi non crolleranno.
Come è già accaduto in passato il mercato si fermerà per due, tre, forse anche sei mesi, per poi riprendere sulle stesse basi antecedenti l’interruzione privilegiando, come sempre, le metrature piccole e medie.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Legge 22 maggio 1975 n.152: Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico, detta legge Reale dal promotore Oronzo Reale, allora ministro di Grazia e Giustizia. Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Reale

 

Spopolamento: parte da Bedonia la rivolta contro l’e-commerce

Bedonia, poco meno di 4mila abitanti, un Dreiländereck nascosto a 500 metri di altitudine nei boschi appenninici al confine tra le province di Parma, Piacenza e Genova.
Ma anche terra di confine, ben nota a chi segue il nostro blog La Fucina dell’Anima, tra il mondo vuoto e quello insospettato della Bellezza, del sovrasensibile, del lato magico della natura, dove Haria, Donna di Conoscenza e straordinaria scrittrice, viveva, e forse vive ancora, traendo significati e depositando nel cavo dei tronchi i propri manoscritti destinati a Maria Cristina del Torchio, la titolare della casa editrice Rupe Mutevole che sedici anni fa ebbe il coraggio di pubblicare libri senza tempo, destinati a far vibrare lo spirito svelando il magico che si cela negli spazi aperti, nei boschi di castagni, nei laghi segreti, su rupi e montagne.
Restare sospese, La mappa delle antiche Donne di Conoscenza, Estensità ed Eventi di bellezza sono i titoli dei libri a nostro avviso più intensi e significativi.CSE 2020.01.21 Spopolamento 002Bedonia è nel novero dei comuni, estesi su una superficie di 50.223 km1, corrispondente ad un sesto della superficie nazionale, in cammino verso il nulla: vale a dire come se dalla carta geografica scomparissero Lombardia, Toscana e Valle d’Aosta.
Un sesto della superficie nazionale, colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire, vedrà migrare i propri abitanti, corrispondenti al 4 per cento della popolazione. E, come sostiene Punto Ponte, “due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani.”
Dopo alcuni decenni di effimero benessere, campagne e montagne tornano a spopolarsi, perché vivere dignitosamente, oggi, in villaggi sempre più isolati e senza mezzi pubblici, farmacie, medici, uffici postali, negozi richiede primariamente mobilità esasperata e niente affatto ecologica per soddisfare esigenze di lavoro, istruzione, socializzazione.
Non di rado le case non rispettano la normativa antisismica, internet non arriva, il gas è affidato alle bombole, il medico e la farmacia sono a molti chilometri, non ci sono né scuole né banche e la posta arriva saltuariamente in ossequio alla linea cosiddetta liberista secondo la quale non si forniscono strutture se non garantite da un certo “giro di affari”.CV 2017.06.14 Sostila 001Esistono, per onor del vero, provvedimenti legislativi tendenti a contrastare lo spopolamento, ma non è con incentivi finanziari che odorano di assistenzialismo che ci si oppone ad un fenomeno che, ormai, è culturale.
E non è nemmeno agevole ottenerli, se non ci si sa muovere tra le pastoie burocratiche, la presentazione di progetti, i bandi e gli amici degli amici.
Per esempio, il provvedimento recentemente varato dalla Regione Liguria non andrà a beneficio di nessun comune montano o della primissima collina: le amministrazioni sono concentrate a riqualificare costantemente le zone centrali mentre i borghi si spopolano, riempiendo le città e lasciando abbandonati immobili e terreni, incrementando il rischio idrogeologico in un’area di per sè difficile.
Stessa sorte, probabilmente, riguarderà un fondo di 700 euro mensili previsto dalla Regione Molise e destinato a chi decide di trasferirsi aprendo un’attività in uno dei 106 paesi con meno di duemila abitanti. Il bando, pubblicato il 16 settembre scorso e che concedeva 60 giorni di tempo per partecipare, è andato praticamente deserto ed i pochi progetti presentati non sono stati giudicati meritevoli di sostegno.
Abbiamo in corso la stesura di un progetto finanziario immobiliare, innovativo e che garantirà il recupero di superfici rurali ed agrosilvopastorali, non in funzione di presepe o buen retiro ma come recupero di attività produttive affiancate a strutture ricettive e per il benessere fisico e spirituale improntate ad un elevato livello qualitativo.
Ne parleremo a tempo debito, nel frattempo troviamo interessante riferire come tra le cause dello spopolamento dei borghi minori, oltre a quelle indicate sopra, ve ne sia una insospettata: l’e-commerce.
L’insieme delle attività di vendita e acquisto di prodotti effettuato tramite Internet sta diventando una vera e propria piaga sociale. Il comparto è fonte di inquinamento a causa dell’incremento esasperato dei servizi di consegna effettuati con furgoni i cui guidatori, tesi da tempi di percorrenza esasperati, sono causa di incidenti sempre più numerosi e di parcheggi sempre più selvaggi.
È altresì all’origine del fenomeno di un neo-schiavismo costituito dall’assunzione di lavoratori privi di tutela, con qualifiche basse e stipendi risibili rispetto al carico ed ai ritmi di lavoro.
I centri di magazzinaggio e distribuzione, inoltre, consumano suolo e contribuiscono a deturpare un paesaggio sempre più compromesso, oltre che ad intasare la rete viaria con l’incessante andirivieni di furgoni e mezzi pesanti.
Ma non c’è solo questo, a carico di questa comodità sostanziata dall’accoppiata divano e carta di credito: c’è la morte dei negozi locali.
La gente acquista su Internet per pigrizia e comodità, nonché attratta dai prezzi inferiori a quelli praticati dai negozi di paese, e persino dai centri commerciali, resi possibili dall’enorme volume di acquisti garantiti da questi colossi, spesso multinazionali quotate in borsa. Prezzi dei quali riparleremo allorché queste mostruosità avranno conseguito uno status di monopolio.
Curioso il fatto che sulla stampa e nei dibattiti televisivi si stigmatizzi il fenomeno, ma facendo precedere la prolusione dall’incipit: “Non siamo contro il progresso ma …”
Progresso? Quale progresso? L’e-commerce è regresso, non progresso: è bruttura, schiavismo, sottocultura, isolamento, inquinamento.CSE 2020.01.21 Spopolamento 001Fuori dal coro dei belanti che fingono di contestare si pone Gianpaolo Serpagli, consulente aziendale e, dal maggio 2019, sindaco di Bedonia che, con una garbatissima lettera, ha invitato bambini e ragazzi (vale a dire le loro famiglie) a prediligere per gli acquisti i negozi di prossimità.
Tutto nasce dalla promozione, attuata dal colosso dei colossi dell’ e-commerce, consistente nell’attribuzione di punti ai plessi scolastici in funzione del volume di acquisti effettuato dai genitori degli alunni che li frequentano. I punti, va da sè, consentono agli istituti scolastici di effettuare a propria volta acquisti per via telematica.
Gianpaolo Serpagli ha scritto agli alunni delle scuole locali spiegando che: “Vivere a Bedonia è un privilegio. Siamo più fortunati e protetti dalla nostra stupenda vallata rispetto a tantissimi altri luoghi. Cosa sarebbe però Bedonia senza il suo centro storico vivo con i suoi negozi e le sue attività?” e proseguendo sottolineando che “dietro i colossi dell’e-commerce ci sono ragazzi sfruttati, a cui vengono contati i passi giornalieri che devono compiere per fare il proprio lavoro, ai quali anche i bisogni fisiologici sono sottoposti a controlli” e concludendo: “ho scelto quindi di rivolgermi a voi, piccoli concittadini, perché siete la forza del nostro paese, siete la speranza che mi fa ancora dire che vale la pena amministrare la nostra piccola comunità, più semplicemente siete il futuro. Credo che la vostra generazione possa ancora cambiare le cose. Cercare di farvi capire che la sagacia delle persone sta nel guardare non all’apparenza, ma dare un’occhiata anche a ciò che sta dietro, alle seconde file. Mi sono quindi sentito di rivolgervi a voi, piccoli bedoniesi, per non farvi trascurare i nostri negozi di vicinato, forza vitale della nostra comunità.”

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Secondo i dati Istat e Anci al 2 gennaio 2020 i comuni italiani sono 7.904, estesi su una superficie complessiva di 301.338 km²

 

Stiamo perdendo terreno: mai così allarmanti i dati sul consumo del suolo

Nel 2018 Pacman si è letteralmente mangiato l’equivalente di 314.814,81 campi da pallavolo, 864,19 al giorno. Secondo le norme FIPAV, la Federazione che sovrintende a tale disciplina, un campo regolamentare deve essere largo 9 metri e lungo 18, vale a dire esteso su 162 m2, perciò 314.814,81 campi corrispondono a 50.999.999,22 m2, quasi 51 chilometri quadrati: un buco nero capace di far scomparire agevolmente il Lago di Lugano, che conta una superficie di 50,5 Km², alla velocità di 2 metri quadrati al secondo.CC 2019.10.24 Consumo suolo 001La palma non esattamente d’oro del consumo di suolo spetta per la seconda volta consecutiva al Veneto, seguito da Toscana, area metropolitana di Roma, Abruzzo e Campania.
Virtuosa la Puglia mentre, analiticamente, tra le città sono da segnalare Torino (+65,2%), Napoli (62,8), Milano (57,5), Pescara (51,3), Monza (49,7), Padova (49,5), Bergamo (45), Brescia (44,8), Udine (42,8), Bari (42,7) e Firenze (42).
Monza è scesa dal primo a quinto posto ma, e il dato è comune a tutta la penisola, non per virtù improvvisamente ritrovata o per aumento di sensibilità verso i problemi ambientali, bensì per mancanza di denaro e credito che hanno frenato l’apertura di nuovi cantieri.
Il disastro ha interessato le località litoranee, in particolare romagnole e abruzzesi, e le aree periurbane a media e bassa densità situate nelle pianure e nei fondivalle.
Il consumo di suolo è stato più intenso nelle aree già molto compromesse, in ragione di 10 volte rispetto a quelle meno consumate, e quasi la metà del suolo perso negli ultimi dodici mesi si trova nelle città.
L’ottava edizione del rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici è stata diffusa a fine settembre da SNPA, Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, che lavora di concerto con ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale: due presidenti, due consigli di amministrazione, due comitati scientifici. Tutto doppio, anche incarichi fotocopia in capo alle medesime persone. Sciambola, fin che dura …
Questo l’indirizzo per chi volesse consultare e scaricare il Rapporto, in formato PDF: https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2019/09/Rapporto_consumo_di_suolo_20190917-1.pdf.CC 2019.10.24 Consumo suolo 002.jpgPer consumo di suolo si intende il suolo consumato a seguito di una variazione di copertura: da una naturale a ad una artificiale, ed il progressivo consumo coincide con una sempre maggiore estensione dell’impermeabilizzazione, ed è perciò evidente come, in occasione di eventi piovosi eccezionali, la massa d’acqua, in condizione non drenata, formi masse critiche arricchite da sedimenti sempre più consistenti asportati per erosione che, nel loro moto turbolento e impetuoso, causano i disastri a cui troppo spesso assistiamo.
Un aspetto che non viene considerato con l’attenzione che merita è l’estensione della superficie impermeabilizzata da nuove edificazioni, quasi pari al doppio della superficie del costruito e senza considerare le opere infrastrutturali che spesso accompagnano gli interventi.
I numeri dell’ultimo rapporto nazionale sono inquietanti: il consumo di suolo continua a crescere, e nell’ultimo triennio si è consolidato, sviluppando focolai di degrado dovuti essenzialmente ad un uso scorretto del territorio in ragione delle attività agroforestali e, soprattutto di quelle non agricole. La perdita di questa preziosa risorsa, rinnovabile solo a lungo termine (occorrono dai 100 ai 1000 anni perché si riformi 1 cm di suolo), è in gran parte dovuta all’uso di macchinari sempre più pesanti e potenti che se da un lato hanno consentito di abbreviare i tempi di lavoro, dall’altro, operando su territori agroforestali fragili, hanno contribuito a degradare il suolo.
Potremmo citare infiniti esempi di degrado a carico di regioni, province, comuni, alvei, consorzi, comprensori, zone protette e di rispetto, persino barene ed aree golenali.
Dovendo necessariamente limitarci, accenneremo al primo della classe al contrario, il Veneto, anche quest’anno primo in classifica anche se in lieve flessione con 923 ettari consumati contro i 1.100 del 2017. 570 ettari si sono perduti per cantieri di vario genere, dalla TAV ai centri commerciali all’autostrada A31 Rovigo – Piovene Rocchette detta della Val d’Astico ed alla Superstrada Pedemontana, 137 sono a carico dell’edilizia industriale e 132 a carico di quella residenziale pubblica e privata, ben 36 ettari vanno ascritti allo sfruttamento di cave, 61 alla realizzazione di viabilità ordinaria comunale e sovracomunale ed opere accessorie, 23 a carico delle aree agroforestali.
Analizzando in dettaglio i dati dei 20 comuni che presentano il consumo più elevato, variabile da 9 a 45 ettari, assommanti 314 ettari complessivi, pari al 34% di tutto il consumo regionale del 2018, risulta che circa 49 ettari sono dovuti alla costruzione di strade e 104 all’ampliamento di aree industriali. Rispetto all’anno precedente è diminuito il consumo di suolo dovuto alle infrastrutture, già assommante 130 ettari nel 2017, ripartiti fra i 23 comuni con consumo di suolo superiore ai 10 ettari.
I cantieri della TAV, e la ferrovia stessa ove in esercizio, occupano una fascia ormai ininfluente, a differenza di quelli della Pedemontana: ormai quasi tutti aperti ed avviati alla fase finale, nel 2018 hanno occupato 66 ettari tra le province di Treviso e Vicenza che, sommati ai 477 ettari degli anni precedenti, danno un totale di 543 ettari.
Da segnalare il notevole aumento del consumo dovuto alle aree industriali e terziarie, e tra queste immensi poli logistici con magazzini di proporzioni gigantesche: il più grande, esteso du 15 ettari, si trova a Nogarole Rocca, in provincia di Verona, ma sono da annoverare altri 5 magazzini con superfici superiori ai 5 ettari in costruzione dal 2016 (quasi ultimati) e il 2019 in varie località venete, destinati alla GDO e prevalentemente vocati ai prodotti alimentari e all’e-commerce.
Ancora nell’ambito industriale, è da segnalare nell’ultimo biennio un fenomeno caratteristico del Veneto, ed in generale del Nord-Est: l’ampliamento di strutture produttive già esistenti, a carico in particolare di aziende produttrici di materiale elettrico, manufatti metallici, mobili e manufatti in legno.
Ne approfittiamo per segnalare un’imprecisione contenuta alla pagina 217 del Rapporto, dove si afferma: “merita una riflessione il fatto che la costruzione o l’ampliamento di strutture produttive vada sempre a discapito di aree agricole.”
L’utilizzo dell’avverbio non riflette la realtà, costituita nella maggior parte dei casi da aree già adiacenti alle aziende che si espandono, spesso da tempo di proprietà delle stesse e già definite per lo sviluppo industriale, artigianale e terziario nei piani di governo del territorio.CC 2019.10.24 Consumo suolo 005Mancano purtroppo esempi virtuosi di recupero delle numerose aree dismesse disponibili, anche perché non sempre agevolmente possibili, come mostra l’immagine pubblicata qui sopra, ed è notevole il consumo di suolo per interventi di tipo residenziale turistico, come quello a Lazise illustrato nell’immagine sottostante.CC 2019.10.24 Consumo suolo 004Concludiamo la breve carrellata sulla regione menzionando il ricordo di un libro che fu illuminante: lo leggemmo nel 1996 e ci rimase dentro. Il suo titolo è Schei, e lo scrisse Gian Antonio Stella.CC 2019.10.24 Consumo suolo 006Ça va sans dire, il Rapporto raccomanda maggiore attenzione alla pianificazione da attuarsi attraverso la completa conoscenza dei tipi di suolo, la valutazione dell’impatto che determinati usi “agricoli ed extra agricoli” possono causare sull’ambiente, formulando voti affinché “si tengano particolare attenzionati i processi idrologici ed i rapporti acqua-suolo.”
Belle parole, a parte attenzionati, che è un termine da sbirri, ma ci sia consentita una citazione:
Una parola ancora
Parole, parole, parole
Ascoltami
Parole, parole, parole
Ti prego
Parole, parole, parole
Io ti giuro
Parole, parole, parole, parole,
parole, soltanto parole
parole tra noi
Rimangono l’amaro in bocca e la domanda se abbia ancora senso argomentare di sostenibilità ambientale, di protezione e conservazione dell’ambiente quando i fatti dimostrano che oggi l’atteggiamento della massa e dei suoi decisori politico-amministrativi è improntato al più classico dei chissenefrega, sorretto da un’abissale ignoranza.

Alberto Cazzoli Steiner

Sostenibilità ambientale degli edifici. Itaca: siamo veramente all’epilogo dell’Odissea?

CSE 2019.07.13 Itaca“La mia casa ce l’ho solo là” cantava Lucio Dalla in Itaca (https://www.youtube.com/watch?v=L2XuEvZNQO8) ed anch’io, credo come altri professionisti, vorrei poter tornare metaforicamente al mio letto ricavato dal maestoso ulivo, nel conforto del riposo sorretto dalla serenità di aver applicato norme univoche e non soggette alle solite interpretazioni, che alimentano incertezza e contenziosi facendo puntualmente ritrovare, invece che nella patria del diritto, nella terra dei Lestrigoni. E chi vuol capire capisca.
Dal 9 luglio vige la norma UNI PDR 13/2019, che specifica i criteri per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici.
Applicando di fatto il protocollo ITACA, Istituto per l’Innovazione e la Trasparenza negli Appalti (si, chi lo desidera può ridere) e Compatibilità Ambientale  nato in collaborazione con UNI, l’ente per la normazione, sostituisce la PDR 13/2015 ed il Protocollo Edifici Non Residenziali.
La nuova Prassi è suddivisa in tre parti:

  • 0 – UNI/PdR 13.0:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Inquadramento generale e principi metodologici
  • 1 – UNI/PdR 13.1:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici residenziali
  • 2 – UNI/PdR 13.2:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici non residenziali

La parte 0 illustra l’inquadramento generale ed i principi metodologici e procedurali che sottendono al sistema di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Le parti 1 e 2 specificano i criteri sui quali si fondano i sistemi di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici residenziali e non residenziali, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Oggetto di ogni valutazione sono il singolo edificio e la sua area esterna pertinenziale, applicando i criteri normativi al fine di calcolare un punteggio prestazionale degli edifici di nuova costruzione o oggetto di ristrutturazioni importanti.
Il protocollo ITACA, nelle sue diverse declinazioni, è lo strumento di valutazione del livello di sostenibilità energetica e ambientale degli edifici che permette di verificare le prestazioni di un edificio, non solo in riferimento ai consumi ed all’efficienza energetica, ma anche considerando il suo impatto sull’ambiente e sulla salute.
La ratio è quella di favorire la realizzazione di edifici utilizzando materiali sempre più innovativi e la cui produzione comporti ridotti consumi energetici, garantendo contestualmente un elevato confort, un impatto energetico e consumi idrici sempre più ridotti.
Il protocollo, garantendo l’oggettività valutativa attraverso l’utilizzo di indicatori e criteri di verifica conformi alle norme tecniche ed alle leggi di riferimento, grazie alle molteplici finalità di utilizzo costituisce uno strumento che per i professionisti sostiene la progettazione, per la pubblica amministrazione agevola i controlli, per gli attori finanziari agevola la valutazione degli investimenti e per i consumatori fornisce chiarezza nei criteri di scelta di immobili ed appartamenti.
Ciò è reso possibile dai principi dello strumento destinati ad individuare i criteri, parametrati ai temi ambientali, che permettono di misurare le prestazioni ambientali dell’edificio in esame ed i suoi eventuali scostamenti dallo standard.
Cliccando sui link che seguono è possibile scaricare dal sito dell’Ente Italiano di Normazione i testi, in formato pdf, delle norme
UNI/PdR 13.0:2019 – Inquadramento generale e principi metodologici
UNI/PdR 13.1:2019 – Edifici residenziali
UNI/PdR13.2:2019 – Edifici non residenziali

Alberto Cazzoli Steiner

Sorridono tra un selfie e l’altro, ma sarà un riso sempre più amaro

CC 2019.07.04 riso amaroMentre a sinistra e a destra giocano al teatrino dei pirla nell’intento di anestetizzare gli imbecilli che credono ai falsi obiettivi, i numerosi chiaroscuri dell’accordo fra Unione Europea e Vietnam rischiano di ammazzare il mercato risicolo nazionale.
L’accordo firmato domenica 30 giugno tra Hanoi e l’Unione Europea, rappresentata dal Commissario al Commercio Cecilia Malmström e dal ministro rumeno per il Commercio Stefan-Radu Oprea, elimina quasi totalmente le barriere doganali e prevede misure affinché 169 indicazioni geografiche europee siano protette nello Stato asiatico.
Alcune righe dell’accordo, strumento sul quale la Commissione Ue ha puntato molto come strumento di negoziato commerciale, sono dedicate alla solita fuffa formale: l’impegno al rispetto dell’accordo di Parigi sul clima e alla messa in atto dei principi sul diritto dei lavoratori dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Blablabla.
Il numero uno di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, afferma però che l’accordo potrebbe nuocere gravemente alla produzione risicola nazionale e sollecita controlli alle frontiere ed ai porti sulle importazioni di riso da Cambogia e Myanmar (Birmania), perché è minacciata una produzione tipicamente europea come la varietà Japonica.
L’intesa col Vietnam, secondo Giansanti, non è soddisfacente per il riso, per il quale è stato fissato un contingente di importazioni agevolate sul mercato europeo di circa 80mila tonnellate, le cui conseguenze si sommano alla pesante situazione già determinatasi nelgli scorsi anni proprio in ragione delle concessioni fatte a Myanmar e Cambogia.
Estremamente critica la posizione di Coldiretti, il cui presidente Ettore Prandini, ricorda come il riso sia prevalentemente ottenuto attraverso il lavoro minorile, aggiungendo come l’accordo sia sbagliato e contraddittorio in virtù della difficile situazione del comparto e della decisione dell’Unione europea che da metà gennaio 2019 ha messo finalmente i dazi sulle importazioni provenienti dalla Cambogia e del Myanmar, che fanno concorrenza sleale ai produttori italiani.
Secondo Coldiretti, inoltre, il settore agricolo non deve diventare merce di scambio degli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico, occupazionale e ambientale sui territori. E la parità dei criteri deve essere rispettata poiché in gioco c’è il primato dell’Italia in Europa: il nostro paese è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende, che copre il 50% dell’intera produzione Ue, con una gamma varietale del tutto unica su una superficie coltivata di circa 220mila ettari.
Paolo Carrà, dell’Ente Nazionale Risi, parla addirittura di beffa: “Adottata la clausola di garanzia dopo anni di concorrenza sleale sul riso Indica cambogiano, l’Europa viene invasa da migliaia di tonnellate di riso Japonica lavorato, che non paga dazio. E si tratta di una doppia beffa, poiché si tratterebbe di varietà Japonica molto simili all’Indica. I numeri sono già impressionanti: nel mese di aprile 2019 sono entrate 11.261 tonnellate di lavorato Japonica e in maggio circa 18mila, portando il dato totale della presente campagna (settembre 2018-maggio 2019) a 52.076 tonnellate, con un incremento di 31.167 tonnellate (+149%) su base annua. Poiché il riso di tipo Japonica non è interessato dall’applicazione della clausola di salvaguardia, le importazioni di riso Japonica avvengono senza il pagamento del dazio e arrecano un danno alla coltivazione del riso europeo in quanto tale tipologia rappresenta il 75% della produzione totale di riso nell’Ue. Proprio per questo, esistono le condizioni perché la Commissione europea adotti la clausola di salvaguardia sul riso Japonica lavorato d’importazione.”
“Peraltro da parte del Mipaaft (Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo – NdR) sottolinea Carrà “c’è grande impegno per la difesa del Made in Italy, come dimostra l’impegno di Centinaio proprio sulla Cambogia e l’attenzione che ha riservato in questi mesi al problema dell’ex Birmania. Non dimentichiamo che il paese da cui proviene il riso lavorato è lo stesso che ha deportato la popolazione Rohingya, così come gravi violazioni dei diritti umani sono state segnalate anche in Cambogia.”
Per finire, lancia in resta anche per l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Fabio Rolfi, che parla di “passo indietro sulla sicurezza alimentare, sui diritti dei lavoratori e sulla qualità del cibo. Si tratta di un pugno nello stomaco che l’Unione europea assesta ai risicoltori lombardi. L’accordo con il Vietnam per l’agricoltura lombarda è una follia che non abbiamo intenzione di subire, e non nascondo la mia preoccupazione considerando che i 1.800 risicoltori lombardi producono il 40% del riso italiano. Li difenderemo dalle folli politiche europee.”
Sarà, ma a me sembra che i buoi siano scappati. Dov’erano i politici italilandesi quando si trattava di sputare in faccia a quelli di Bruxelles?

Alberto Cazzoli Steiner

Isola vendesi: 15 ettari sui quali non è possibile fare assolutamente nulla

CSE 2019.04.06 Isola Femmine 001Non solo luogo di antichi misteri, a partire dall’origine del toponimo, ma anche di recenti: viene indicata come lunga 575 metri e larga 325 che, essendo la pianta pressoché rettangolare, dovrebbero corrispondere metro più metro meno ad un’area di 186.875m², vale a dire 18,6875 ettari. E invece viene normalmente data per estesa su 15.
Che fine avrà fatto il 19,74% mancante? Erosione? Pizzo? Non sappiamo e, in fondo, neppure ci interessa saperlo.
Il suo punto di massima elevazione è di 32 metri sul livello marino e la trovate nel Tirreno a 38°12′37″N 13°14′09″E, a 800 metri dalla costa settentrionale della Sicilia, tra Capo Gallo e Punta Raisi: è Isola delle Femmine, amministrativamente parte dell’omonimo comune costiero, di proprietà privata ma dal 1997 riserva naturale curata, a partire dal 1998, dalla LIPU, Lega Italiana Protezione Uccelli.
Gli antichi abitanti vivevano prevalentemente di pesca ma oggi l’isola è disabitata e sul suo promontorio, dal quale lo sguardo può spaziare da Capo Gallo all’isola di Ustica ed agli abitati di Carini, Isola delle Femmine e Capaci, si eleva l’unico edificio: il mozzicone di una torre di avvistamento eretta nel XVI Secolo, sembra su progetto dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, più noto per avere realizzato la Fontana Pretoria a Palermo: a pianta quadrata e con spessori murari che superano i due metri subì notevoli danni durante il secondo conflitto mondiale.
Ed ecco la notizia: l’isola è in vendita. La proprietà, che nel 2017 chiedeva oltre tre milioni di euro, ha ribassato a un milione trattabile.
Il prezzo richiesto non è dissimile da quello pertinente ad analoghe soluzioni nella laguna veneziana e sull’isola, a parte restaurare la torre recuperando l’originaria volumetria ed ottenendo il cambio di destinazione in abitazione, non si può fare altro poiché l’area protetta e vincolata, la presenza di un sito archeologico ma soprattutto l’asperità del terreno, ne consentono l’utilizzo esclusivamente nel rispetto delle severissime norme che regolamentano l’area naturale.
Tanto è vero che il sindaco del comune ha affermato: “Chi la compra potrà solo guardarla.”
Probabilmente, aggiungiamo con una punta di malignità, perché la mafia non ritiene l’isola un affare. Altrimenti chissà da quanti anni vi si sarebbe insediato un resort di lusso con spa e, giusto per dare un ecocontentino, postazioni di birdwatching. Alla faccia dell’oasi naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Paesi Bassi: un rifugio invisibile di 35 metri quadrati

CSC 2019.03.30 Rifugioparco 002Se le archistar non fossero sopraffatte dal proprio ego avrebbero molto da imparare da questo modestissimo edificio, che possiede però notevoli controindicazioni: non può alimentare il trogolo di politici, amministratori e maneggioni vari poiché non fornisce lavoro alle megaimprese degli appalti pubblici, quelle che giocano con la finanza in carta del burro, quella che costruisce edifici finanziati da una banca, che li rivende ad un’altra che li affitta ad una compagnia di assicurazioni che li subaffitta alla pubblica amministrazione, che utilizza superfici di 120mila metri quadrati per tenervi uffici deserti o, una o due volte l’anno, convegni ai quali partecipano al massimo 60 persone.
E il resto è affittato ai soliti mutatemutandis, paninarium, biofrullallarium, ecosciurettam e libertomentosum che adeguano strutture, aprono, spendono per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiudono, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua strutture, apre, spende per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiude, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua … ah no, scusate: mi stavo ripetendo.
È probabilmente per questa ragione che il minuscolo edificio che sto per descrivere è stato pensato e realizzato nei Paesi Bassi e non in italiland.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 003CSC 2019.03.30 Rifugioparco 004.jpgEsteso su 2.388 ettari compresi fra i comuni di Utrecht, Stichtse Vecht e de Bilt, il Noorderpark è un’area di riqualificazione che include i laghi Loosdrecht, le foreste di Hollandsche Rading e i villaggi di Maartensdijk e Groenekan.
Il sito è sottoposto alla competenza dello Staatsbosbeheer, l’organismo statale costituito nel 1899 per la salvaguardia del patrimonio naturale.
All’interno del parco, nel 1966 venne realizzato uno spartano edificio con funzione di punto di appoggio logistico per i volontari che curano l’habitat. Ormai bisognosa di un’importante manutenzione, la struttura è stata sostituita con una ancora più semplice, ma affascinante e progettata in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 001.jpgEsteso su soli 35 m2 ed altro al colmo interno 3,5 m, l’edificio consta di ripostiglio, bagno/lavanderia, angolo relax con letto e zona pranzo con focolare, stufa a legna e sedute.
Il focolare è portante della struttura di supporto della copertura ed è conformato in modo da ricordare un albero.
Le facce esterne di tetto e pareti dell’edificio sono realizzati in pannelli in alluminio dipinti in verde, quelle interno sono rivestite in pannelli di legno locale. Ampie aperture finestrate caratterizzano pareti e tetto creano un forte richiamo con l’ambiente esterno, che “entra” nella struttura smaterializzando i confini anche grazie alle due ampie porte scorrevoli ad angolo che, aprendosi completamente, offrono l’opportunità di godere del prato ed instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.
L’ambiente naturale è l’unico protagonista della scena, e cucina e camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco, e nessuno è andato in fissa per la questione di eventuali emissioni nocive originate da un focolare acceso saltuariamente ed in funzione solo per poche ore.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 005Un’opera minima, di facile realizzazione, basso impatto e costo modesto, ripetibile su ampia scala ed in grado di stupire per la sua caratteristica di rifugio, quasi nascondiglio, inaspettato.
Ne abbiamo parlato proprio perché, nonostante la sua apparente modestia, costituisce un esempio di opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in modo adeguato e naturale.

Alberto Cazzoli Steiner