Isola vendesi: 15 ettari sui quali non è possibile fare assolutamente nulla

CSE 2019.04.06 Isola Femmine 001Non solo luogo di antichi misteri, a partire dall’origine del toponimo, ma anche di recenti: viene indicata come lunga 575 metri e larga 325 che, essendo la pianta pressoché rettangolare, dovrebbero corrispondere metro più metro meno ad un’area di 186.875m², vale a dire 18,6875 ettari. E invece viene normalmente data per estesa su 15.
Che fine avrà fatto il 19,74% mancante? Erosione? Pizzo? Non sappiamo e, in fondo, neppure ci interessa saperlo.
Il suo punto di massima elevazione è di 32 metri sul livello marino e la trovate nel Tirreno a 38°12′37″N 13°14′09″E, a 800 metri dalla costa settentrionale della Sicilia, tra Capo Gallo e Punta Raisi: è Isola delle Femmine, amministrativamente parte dell’omonimo comune costiero, di proprietà privata ma dal 1997 riserva naturale curata, a partire dal 1998, dalla LIPU, Lega Italiana Protezione Uccelli.
Gli antichi abitanti vivevano prevalentemente di pesca ma oggi l’isola è disabitata e sul suo promontorio, dal quale lo sguardo può spaziare da Capo Gallo all’isola di Ustica ed agli abitati di Carini, Isola delle Femmine e Capaci, si eleva l’unico edificio: il mozzicone di una torre di avvistamento eretta nel XVI Secolo, sembra su progetto dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, più noto per avere realizzato la Fontana Pretoria a Palermo: a pianta quadrata e con spessori murari che superano i due metri subì notevoli danni durante il secondo conflitto mondiale.
Ed ecco la notizia: l’isola è in vendita. La proprietà, che nel 2017 chiedeva oltre tre milioni di euro, ha ribassato a un milione trattabile.
Il prezzo richiesto non è dissimile da quello pertinente ad analoghe soluzioni nella laguna veneziana e sull’isola, a parte restaurare la torre recuperando l’originaria volumetria ed ottenendo il cambio di destinazione in abitazione, non si può fare altro poiché l’area protetta e vincolata, la presenza di un sito archeologico ma soprattutto l’asperità del terreno, ne consentono l’utilizzo esclusivamente nel rispetto delle severissime norme che regolamentano l’area naturale.
Tanto è vero che il sindaco del comune ha affermato: “Chi la compra potrà solo guardarla.”
Probabilmente, aggiungiamo con una punta di malignità, perché la mafia non ritiene l’isola un affare. Altrimenti chissà da quanti anni vi si sarebbe insediato un resort di lusso con spa e, giusto per dare un ecocontentino, postazioni di birdwatching. Alla faccia dell’oasi naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

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Paesi Bassi: un rifugio invisibile di 35 metri quadrati

CSC 2019.03.30 Rifugioparco 002Se le archistar non fossero sopraffatte dal proprio ego avrebbero molto da imparare da questo modestissimo edificio, che possiede però notevoli controindicazioni: non può alimentare il trogolo di politici, amministratori e maneggioni vari poiché non fornisce lavoro alle megaimprese degli appalti pubblici, quelle che giocano con la finanza in carta del burro, quella che costruisce edifici finanziati da una banca, che li rivende ad un’altra che li affitta ad una compagnia di assicurazioni che li subaffitta alla pubblica amministrazione, che utilizza superfici di 120mila metri quadrati per tenervi uffici deserti o, una o due volte l’anno, convegni ai quali partecipano al massimo 60 persone.
E il resto è affittato ai soliti mutatemutandis, paninarium, biofrullallarium, ecosciurettam e libertomentosum che adeguano strutture, aprono, spendono per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiudono, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua strutture, apre, spende per lavori interni eseguiti sul nuovo, chiude, arriva un altro attore del medesimo teatrino, adegua … ah no, scusate: mi stavo ripetendo.
È probabilmente per questa ragione che il minuscolo edificio che sto per descrivere è stato pensato e realizzato nei Paesi Bassi e non in italiland.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 003CSC 2019.03.30 Rifugioparco 004.jpgEsteso su 2.388 ettari compresi fra i comuni di Utrecht, Stichtse Vecht e de Bilt, il Noorderpark è un’area di riqualificazione che include i laghi Loosdrecht, le foreste di Hollandsche Rading e i villaggi di Maartensdijk e Groenekan.
Il sito è sottoposto alla competenza dello Staatsbosbeheer, l’organismo statale costituito nel 1899 per la salvaguardia del patrimonio naturale.
All’interno del parco, nel 1966 venne realizzato uno spartano edificio con funzione di punto di appoggio logistico per i volontari che curano l’habitat. Ormai bisognosa di un’importante manutenzione, la struttura è stata sostituita con una ancora più semplice, ma affascinante e progettata in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 001.jpgEsteso su soli 35 m2 ed altro al colmo interno 3,5 m, l’edificio consta di ripostiglio, bagno/lavanderia, angolo relax con letto e zona pranzo con focolare, stufa a legna e sedute.
Il focolare è portante della struttura di supporto della copertura ed è conformato in modo da ricordare un albero.
Le facce esterne di tetto e pareti dell’edificio sono realizzati in pannelli in alluminio dipinti in verde, quelle interno sono rivestite in pannelli di legno locale. Ampie aperture finestrate caratterizzano pareti e tetto creano un forte richiamo con l’ambiente esterno, che “entra” nella struttura smaterializzando i confini anche grazie alle due ampie porte scorrevoli ad angolo che, aprendosi completamente, offrono l’opportunità di godere del prato ed instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.
L’ambiente naturale è l’unico protagonista della scena, e cucina e camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco, e nessuno è andato in fissa per la questione di eventuali emissioni nocive originate da un focolare acceso saltuariamente ed in funzione solo per poche ore.CSC 2019.03.30 Rifugioparco 005Un’opera minima, di facile realizzazione, basso impatto e costo modesto, ripetibile su ampia scala ed in grado di stupire per la sua caratteristica di rifugio, quasi nascondiglio, inaspettato.
Ne abbiamo parlato proprio perché, nonostante la sua apparente modestia, costituisce un esempio di opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in modo adeguato e naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Orvieto: recupero strutturale e considerazioni sull’impianto per la produzione di biogas

Inizieranno auspicabilmente entro la prossima estate i lavori per il recupero strutturale e funzionale di una tenuta agricola orvietana estesa su 62 ettari con due complessi edificati, l’uno in uso e l’altro dismesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 001.jpgLa vocazione del sito sarà agrosilvopastorale, in quanto verterà sulla produzione di manufatti realizzati con una  lana ovina particolarmente pregiata, olio, vino e prodotti correlati, con commercio diretto e presso unità distributive esterne.
Un’importante quota delle risorse verrà invece dedicata alla ricettività turistica ed all’effettuazione di attività afferenti l’ambito olistico di livello medio-alto.
Dei due complessi edificati, quelli in uso dispone di una fossa biologica bisognosa di consistente manutenzione, mentre in quello dismesso è presente la vecchia buca del letame, com’era in uso un tempo.
Il progetto prevede la realizzazione, in zona defilata, di un impianto per la produzione di biogas alimentato con le deiezioni animali e umane, con gli sfalci di frutteti, oliveto, vigna e con gli scarti alimentari e della lavorazione dei prodotti. La capacità dell’impianto consentirà l’autonomia relativamente all’acqua calda sanitaria ed al gas per uso di cucina.
Uno degli ambiti valutativi fondamentali riguarda conseguentemente la scelta del tipo di impianto: fitodepurativo aerobico piuttosto che mediante lagunaggio, oppure anaerobico.
tale scelta, che non esclude l’ipotesi del lagunaggio, potrebbe privilegiare l’ipotesi anaerobica per motivi estetici (maggiore possibilità di occultare l’impianto nell’ambiente) e legati alla diffusione di odori sgradevoli ed all’inevitabile genesi di zanzare, considerata l’attività ricettiva che caratterizzerà parte del complesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 003Questo scritto è incentrato sull’esame di alcune particolarità dei digestori e ad alcune caratteristiche del metodo pFOM e delle metodologie Weende e Nirs.
Premettiamo che se gli scarti vegetali riguarderanno residui della cucina, dell’orto, della sfalciatura e delle potature, le deiezioni animali saranno di origine prevalentemente ovina, quindi con marker organici e gradienti di acidità molto particolari e ben differenti rispetto a quelli di origine bovina massimamente noti in ragione della loro diffusione dovuta all’allevamento intensivo.
Sappiamo come la base teorica che sottende alla valutazione ed alla previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica sia il metodo Weende1, zoccolo duro dell’analisi della digeribilità dei mangimi e più noto come CFM, Crude Fiber Method. Risale al 1864, quando fu codificato da Henneburg e Stohmann.
L’alternativa potrebbe essere costituita dal metodo Van Soest, più accurato del precedente ma non il più avanzato tecnicamente2.
Entrambi i metodi si basano sulla determinazione della frazione difficilmente degradabile (cellulosa) e non degradabile (lignina) di un foraggio, assumendo che la differenza fra tali misurazioni sia il valore nutrizionale netto per l’animale. Poiché il metodo non elabora moltissime variabili prenderemo in considerazione metodi ancora più accurati3.
Riteniamo che l’applicazione ad un impianto di biogas di un metodo sviluppato per la valutazione di mangimi, come comunemente avviene, sia sbagliata poiché la degradazione della biomassa nell’apparato digerente di un animale è sostanzialmente diversa da quella che si verifica all’interno di un digestore anaerobico.
Un’evidenza fondamentale in tal senso è data dai tempi: da 24 a 48 ore per il passaggio attraverso l’apparato digerente di un animale, contro i trenta o più giorni di permanenza in un digestore anaerobico.
Dati indicativi come la sostanza secca e la sostanza organica secca sono inoltre superati. tanto è vero che hanno lasciato il posto all’indicatore pFOM, potentially Fermentable Organic Matter, materia organica potenzialmente fermentescibile. Il valore definisce ciò che può essere effettivamente fermentato in modo efficace escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcola l’autoconsumo della massa batterica.
Per parte nostra specifichiamo che, affinché un impianto di biogas possa conseguire il massimo livello di efficienza, devono essere sviluppate competenze integrate di biologia, fisica, meccanica, automazione. Va inoltre tenuto in conto il fatto che un impianto viene realizzato nella previsione di un lungo periodo di alimentazione: agricola, industriale, comunale e della conseguente valorizzazione dell’energia ricavata per la sua gestione o vendita come prodotto finale in uscita.
Per avere certezza del potere metanigeno dei substrati, della loro adeguatezza biologica, della reperibilità, del costo e della gestione logistica, l’alimentazione dell’impianto viene quindi definita già in fase progettuale.
Ricapitoliamo un istante prima di proseguire: la base teorica ancora oggi più avanzata che sottende a valutazione ed a previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica è il metodo Weender, ampliato di Van Soest per combinare ed elaborare numerose variabili, dove i dati su sostanza secca e sostanza organica secca, ritenuti superati, hanno lasciato il campo all’indicatore pFOM, valore che definisce ciò che può essere effettivamente ed efficacemente fermentato, escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine ​​grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcolando l’autoconsumo della massa batterica, identificando il tempo di fermentazione kd di ogni singolo componente.
Collegando quindi il valore pFOM con i dati forniti dall’analisi all’infrarosso NIRS, Near Infrared Reflectance Spectroscopy, in uso da decenni, eseguita mediante spettroscopia a corto raggio ed oggi certificata ISO 9001, è possibile ottimizzare la ricetta di alimentazione in modo biologico, tecnico ed economico, per ottenerne una massa di deiezione ottimale, anticipando eventuali criticità e prevedendo contromisure in anticipo rispetto al manifestarsi di eventuali problemi.
Il corretto termine tecnico utilizzato, solidi volatili (SV, norma UNI 10458:2011, definizione 3.65), deriva dalla traduzione letterale dal tedesco Organische Trockenmasse, appunto sostanza secca organica per differenziarla dalla sostanza secca che include anche la frazione minerale nota come ceneri, ed i SV sono strettamente correlati al BMP, Biochemical Methane Potential, potenziale metanigeno, costituendo un indicatore fondamentale in tutte le norme applicabili alle biomasse per digestione anaerobica. Quindi la loro misurazione è imprescindibile per una corretta gestione dell’impianto.
Il processo di produzione del biogas, combustibile rinnovabile e dotato di un buon potere calorifico, avviene all’interno di digestori nei quali la biomassa introdotta, dove il cosiddetto substrato, che trova un riferimento nella cellulosa4, viene demolito in percentuali variabili tra il 40 e il 60%. Il biogas ricavato dal processo è composto mediamente al 50-80% da metano, dal 15-45% da anidride carbonica e nella misura residua del 5% da altri gas, soprattutto idrogeno e azoto.
Se per produrre calore, o elettricità con motori cogenerativi, il biogas può essere utilizzato tal quale, per essere immesso in una rete distributiva di gas, anche minima e privata come quella prevista a Orvieto, è indispensabile prevederne la purificazione che innalzi al 95-98% la percentuale di metano, incrementandone così qualità e potere calorifico. Il prodotto ottenuto assume, a rigore, la denominazione di biometano.
Un m³ di biogas consente di ottenere 1,8÷2,2 kWh di energia elettrica o 2÷3 kWh di energia termica, e la sua produzione mediante digestione anaerobica si differenzia in base alla temperatura di svolgimento del processo e del tipo di microrganismi coinvolti.
Le definizioni sono, rispettivamente, psicrofila tra 10 e 25° C, mesofila a circa 35° C e termofila a circa 55° C.
Sembra una banalità, ma la qualità del prodotto finito, nel nostro caso il biogas, è funzione della qualità di ciò che mangia l’animale le cui deiezioni finiscono nel digestore, ed in particolare delle proteine grezze, la cui digeribilità dipende dalla razza dell’animale e dai batteri anaerobici.
Nel caso in esame le proteine sono, in realtà, perfettamente digeribili dai batteri anaerobici a prescindere dall’origine, con valori di BMP, Biochemical Methane Potential, che si aggirano sui 450 Nm3/ton SV, metri cubi Normali per tonnellata di solidi volatili.
Lo dimostrano i numerosi impianti per la produzione di biogas autorizzati dal Ministero della Salute a funzionare con resti di macellazione, i cosiddetti SOA, Sottoprodotti di Origine Animale.
Il valore di autoconsumo della biomassa batterica si misura con una prova biologica, calcolando la differenza fra i SV totali iniziali e finali della biomassa batterica, detta inoculo. Tale differenza rappresenta la frazione di materia organica digeribile che, non mutata in biogas, contribuisce ad accrescere la popolazione di batteri vivi.
Se, sin dai tempi di Pasteur e addirittura con una strumentazione autocostruita e un po’ di pazienza, è possibile effettuare una semplice verifica di Bmp, misurando la costante di tempo di digestione, ben diversa è una situazione come quella orvietana, dove dovremo gestire la quotidianità dell’impianto con la massima precisione, ove possibile anticipando problemi di carico e qualità, e senza ricorrere all’acquisto di scarti di terzi.
Verrà pertanto impiantato un sistema di controllo digitalizzato ed in grado di dialogare con l’impianto di carico, il digestore e le altre strutture aziendali, in ossequio alla legge 232/2016 Industria 4.0 per fruire delle relative agevolazioni, ben sapendo che un modello matematico statico non ci consentirà di gestire un sistema che, per quanto minuscolo potrà essere, sarà in permanente cambiamento esattamente come accade nei digestori di impianti ben più dimensionati ed alimentati con sottoprodotti, per loro stessa natura inevitabilmente variabili nel tempo.
Ciò comporterà la costituzione di un data base di dati concreti, nello storico comprendenti picchi, assenze, carenze, eccedenze, presenza di composti anomali, parametri dei substrati e tra questi TS, NDF, ADF, Lignina, ADL, zucchero, proteine, grassi, amidi e via enumerando5. E ciò potrà avvenire solo mediante costanti prove biologiche realizzate nelle effettive condizioni operative dell’impianto.
La gestione della banca dati dinamica permetterà di avere sotto controllo alimentazione, combinazione corretta dei substrati per ottenere una resa ottimale del biogas, problemi di accumulo nei digestori, consistenza del volume fermentativo utile. L’utilizzo del software specifico consentirà inoltre di analizzare la degradazione dei substrati singolarmente ed in relazione tra loro, la produzione di energia, l’autoconsumo di batteri, la disponibilità residua, la riduzione volumetrica ed innumerevoli altri elementi.
Si potrà così disporre di valori sempre aggiornati in tempo reale, monitorando ed inserendo da remoto dati e parametri, sia ottenuti manualmente sia automaticamente con l’ausilio di strumenti come il Nirs.
I fautori del metodo sostengono che mediante un software, alimentato da una serie di dati numerici ricavati da prove non-biologiche, sia possibile addirittura diagnosticare i problemi biologici e prevedere la riduzione del volume dei digestori per accumulo di sedimenti o massa galleggiante.
Lo scopriremo in corso d’opera poiché, come ben sanno coloro che da decenni svolgono funzioni tecniche dedicate, è impossibile prevedere la resa in metano di un substrato esclusivamente in base alle analisi chimiche come il pFOM, il cui scopo effettivo, ricordiamo, è il calcolo delle razioni dei mangimi. Aspetto che a noi interesserà in modo assolutamente marginale.
Poiché non riteniamo tecnicamente corretto applicare norme al di fuori del loro scopo dichiarato, verrà inizialmente applicata la norma tedesca VDI 4630, pur nella consapevolezza di quanto sia abbondantemente superata, per poi trasmigrare alle norme nazionali più recenti e precise, come da tabella sottostante.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 002Concludiamo queste brevi e sommarie note con una precisazione: pur in ossequio all’interconnettività tipicizzata dai criteri di Industria 4.0, nel caso specifico non è necessario che la strumentazione sia hi tech, ma è sufficiente che sia adeguata alla tipologia delle biomasse ed alle dimensioni dell’impianto e che le sue caratteristiche metrologiche siano note e affidabili.
Crediamo che requisito principale per la proficua gestione di un impianto di biogas sia fondamentalmente una mente aperta e libera da pregiudizi e timori, in modo da interpretare obiettivamente gli esiti delle prove biologiche senza tentare di parametrare la realtà con algoritmi predefiniti o con i risultati della letteratura scientifica ufficiale.
Quello che fa fede sono le norme e la loro scrupolosa osservanza, seguendo alla perfezione i protocolli prestabiliti, valutando sempre i margini di errore delle prove e le informazioni fornite dalle curve di produzione di metano.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Metodo Weende: quello ufficiale universalmente adottato e qui inteso in particolare per gli estrattivi inazotati, sempre superstimati rispetto al loro valore effettivo. In rete è presente esaustiva casistica
2 – Van Soest and McQueen: The chemistry and estimation of fibre – Cambridge University, 1973
3 – Considerazioni derivate in particolare dall’alimentazione di precisione delle bovine da latte
4 – norma UNI/TS 11703/2018
5 – La nota fa riferimento alle metodiche analitiche per la determinazione del contenuto in fibra degli alimenti, quella di Weende o della fibra grezza, ed il metodo Van Soest o della fibra neutro detersa, NDF, della fibra acido detersa, ADF e della lignina acido detersa, ADL.
Il metodo ufficiale universalmente utilizzato è quello di Weende, il cui principio è il seguente:
una aliquota dell’alimento macinato, dopo delipidizzazione con etere o acetone, viene trattata all’ebollizione per 30 min. con una soluzione di acido solforico 0,26N. Dopo filtrazione e lavaggio del residuo con acqua bollente questo viene trattato all’ebollizione per 30 min si filtra, si lava con acqua bollente e si secca il residuo in stufa; si pesa e si incenerisce il campione, che viene di nuovo pesato: la differenza tra le due pesate costituisce la fibra grezza del campione. Questo metodo sottostima il reale contenuto in fibra dell’alimento perchè il 50-90% della lignina, lo 0-50% della cellulosa e fino all’85% delle emicellulose può essere solubilizzato e quindi non dosato come fibra grezza.
Il sistema delle frazioni fibrose secondo Van Soest consente invece una migliore classificazione dei costituenti delle pareti cellulari. Principio del metodo:
a) fibra residua al detergente neutro NDF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente sodio laurilsolfato in ebollizione per 1 ora, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa; la differenza fra le due pesate, rapportata al peso del campione, costituisce l’NDF;
b) fibra residua al detergente acido ADF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente bromuro di cetil-trimetilammonio in acido solforico 1N in ebollizione per 1 ora. Si filtra, si essica in stufa il residuo e si pesa. Questo residuo costituisce l’ADF;
c) lignina ADL: il residuo dell’ADF viene trattato con acido solforico al 72% a freddo per 3 ore. Si lava, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa di nuovo: la differenza tra le due pesate costituisce l’ADL.
Il metodo NDF consente di separare cellulosa, emicellulose e lignina dalle pareti cellulari vegetali e dal materiale cellulare solubile rappresentato da zuccheri, acidi organici, sostanze azotate proteiche e non proteiche, lipidi, sali minerali solubili.
All’analisi NDF sfuggono le pectine, che vengono solubilizzate, anche se sono intimamente legate alla parete cellulare.
Il metodo ADF consente di determinare un residuo fibroso costituito da cellulosa, lignina, cutina e silice. La differenza tra NDF-ADF dà una stima delle emicellulose.
Il metodo ADL consente di determinare la lignina, al netto delle ceneri.

Panino e listino: dalla finanza creativa alle criptovalute

CC 2016.07.07 Chi siamoLo spettacolo di ripeteva puntualmente ogni giorno all’ora di pranzo: dalla Lodi in Mercanti al Credito Italiano in Cordusio e sino all’Agricola Mantovana in Cairoli o, per i più raffinati, dal Banco di Napoli in via Grossi a salire lungo la direttrice Popolare di Novara e Monte Paschi in Santa Margherita fino all’Ambrosiano, riservato come un privè in piazza Ferrari, custodito dall’ombra della Scala e dall’incombente presenza, in Filodrammatici, di Mediobanca, “il salotto buono della finanza italiana”, torme di tassisti e casalinghe si assiepavano davanti alle vetrine delle banche, dov’erano allestiti monitor di notevoli dimensioni che trasmettevano incessantemente gli esiti delle negoziazioni borsistiche.
Onor di cronaca impone di menzionare come dette vetrine fossero meta anche di numerosi canuti pensionati dall’aria distinta e sussiegosa, effluvi di Monsieur di Givenchy, Loden verde bosco in inverno, Il Geniale sotto braccio ed i primi cordini a reggere gli occhiali, che avevano ben altro cui dedicare attenzioni, tra la casetta a Laveno piuttosto che l’appartamentino a Moneglia, rispetto ai cantieri, l’unica cosa rimasta oggi, a distanza di trent’anni, ai loro miserandi omologhi.
La gente, come nella Samarcanda di Vecchioni, era in festa e danzava attorno ai fuochi, resa ebbra dalla possibilità di poter investire in borsa come i ricchi, guadagnando in un giorno il 20, il 50 , il 200 per cento di cento, o cinquanta, o trenta, o anche solo diecimila lire investite mensilmente nei piani di accumulo dei fondi che, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso, presero sempre maggiore spazio nel panorama finanziario dell’Italiland, sino ad allora odoroso di legni e cera come una sacrestia e riservato a pochi soggetti dotati di notevoli mezzi.
Le nascenti società di intermediazione finanziaria consentirono il new deal della finanza popolare: tutti poterono sentirsi come i ricchi pur investendo importi anche minimi. Pioniera in questo fu Programma Italia, del Gruppo Fininvest, con le sue squadre d’assalto di consulenti globali guidati da Ennio Doris e specializzati nel gioco delle tre carte.
È sicuramente d’accordo con me signor Rossi …
Come lei può benissimo immaginare …
Al costo di un caffè al giorno lei può ottenere …CC 2019.02.01 Panino Listino 001.jpgContestualmente piombarono sul mercato i corsari dei titoli atipici, veri e propri guru della finanza creativa: Canavesio, Mendella, Bagnasco, Roveraro, Cultrera, Sgarlata.
Si giunse così al colpo di stato del 17 febbraio 1992, l’appeal dei fondi andò via via scemando, l’ubriacatura passò e, spesso, insieme con i guru si volatilizzarono i risparmi investiti negli atipici. Alcuni guru vennero ritrovati morti, anche in circostanze orribili, quelli ritrovati vivi trascorsero periodi più o meno lunghi nelle patrie galere. Che allora, ottimamente frequentate, assomigliavano a campus universitari o a sedi di blasonati club: guru della finanza, bardi e grand-commis della politica uscente, boss mafiosi dall’indiscusso prestigio. Tutte persone – come avrebbe scritto l’indimenticabile Fortebraccio – molto note, soprattutto fra loro.
Ah che bell’ ‘o café
Pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
Compagno di cella
Ci dette mammà
Tutti costoro, tranne i mafiosi che garantirono comunque la loro benedizione, uscirono con una nuova visione che portò a fondare cooperative improntate alla solidarietà sociale ed attive nella finanza etica.
Il resto è cronaca: giunsero i colori, le lucine, le icone di Windows 98, 2000, XP, lo sparatutto Doom, Commandos, Asylum ed i loro epigoni, internet e i social. Nel frattempo il rendimento degli investimenti finanziari precipitò dal 27% medio al nulla: niente panem, e nemmeno brioches, ma molto circenses.
Sono dieci anni che sento parlare di bitcoin, sono dieci anni che chi me ne parla se ne occupa professionalmente, sono dieci anni che non vi ho investito un centesimo.
Il nonno di un compagno delle superiori, vecchio volpone della finanza milanese che negli anni del dopoguerra aveva fatto i soldi come agente di borsa, affermò un giorno: “Ragazzi, quando sarete adulti ed avrete disponibilità finanziarie (era un fine umorista ed un inguaribile ottimista… NdA) se non volete sbattervi comprate case: incassate gli affitti, pagate le tasse, pagate le spese e qualcosa vi rimane, e quando le rivendete riportate a casa i vostri soldi.
Se invece volete rischiare investite al massimo il 25% di quello che avete, e cercate qualcosa che la massa non conosca, perché quando di un investimento si parla a cena, fosse anche in un ristorante esclusivo, la frittata è fatta: lo conoscono in troppi, persino il cameriere che vi sta servendo, ed è già diventato un prodotto a rischio. E tra non molto salterà per aria.”CC 2019.02.01 Panino Listino 003Ecco, la notizia, per altro da verificare, che Paolo Bonolis lascerebbe il mondo dello spettacolo per dedicarsi a Bitcoin Future, un software che “permetterebbe anche al cittadino medio di approfittare del boom dei Bitcoin, anche se non ha alcun tipo di esperienza con le criptovalute o strategie di investimento”, confermando le parole del nonno del mio compagno di scuola, va a sancire gli ultimi bagliori di un crepuscolo, costellato da tragedie occasionali come quella del lunedì nero, il 19 ottobre 1987, quando Wall Street crollò del 22% trascinando il mondo intero. O quella del 2008.
Per quanto riguarda l’Italiland uno dei crolli più significativi fu quello di Europrogramme, società “italiana di diritto svizzero” che investiva in immobili rivalutandoli costantemente sulla base di perizie, artefatte per ottenere sempre maggiore credibilità e sempre maggiori finanziamenti per acquistare ulteriori immobili. E tutto andò bene fino a quando chi smobilizzava ritirava il capitale conferito, sontuosamente rivalutato non dai rendimenti immobiliari ma dagli aspiranti investitori che, visti i rendimenti, facevano la fila per entrare nel fondo, opportunamente rassicurati dai funzionari delle banche che lo commercializzavano.
Il fondo raccolse oltre mille miliardi, investì nella CIGA, Compagnia Italiana Grandi Alberghi, nella Valtur e nei suoi villaggi turistici, nella Interprogramme ed in altri rami.
Ad un certo punto gli investitori calarono, agli smobilizzi non corrisposero nuovi ingressi e il denaro liquido per remunerare i sottoscrittori uscenti si esaurì. Le banche, ai clienti infuriati, risposero che il fondo non era parte della banca ma esterno, e che comunque ciascuno vi aveva investito sotto la propria responsabilità. Finì con denunce, istanze di fallimento, commissariamenti, amministrazioni controllate, tentativi di vendita degli immobili.CC 2019.02.01 Panino Listino 002Tentativi ovviamente fallimentari, in primo luogo perché in casi consimili gli eventuali acquirenti offrono prezzi stracciati, ed in secondo luogo perché i periti nominati dai vari tribunali certificarono valori ben inferiori rispetto a quelli a bilancio.
Ancora il 6 settembre 2018 le ultime briciole del fondo, cessato nel 1985, risultavano in liquidazione in forza di un provvedimento deliberato il 5 giugno 2015. Fine della storia.
Ricordo che di Europrogramme ne parlava gente in tram, ne sentii parlare persino da alcuni operai della fonderia dove lavorai al tempo dell’università, ne sentii parlare, malvolentieri e solo perché costretti, da coloro che all’epoca furono i promotori del fondo, riciclatisi ove possibile in banche, assicurazioni e nascenti società di intermediazione, le nonne delle attuali sim.
Morale della favola: diffidate di un investimento favoloso e del quale parlano tutti come di una macchina per far soldi. Nessuno regala nulla, e meno ancora nel mondo finanziario, compreso quello dichiarato etico. Nel quale l’unica differenza è che il pifferaio vi condurrà sull’orlo del precipizio dando fiato ad uno strumento in legno garantito bio.

Alberto Cazzoli Steiner

Per approfondire
18.11.2009 – Attenti! Ora la finanza speculativa si traveste di “verde”
09.07.2015 – Analisi del portafoglio di Banca Etica Sgr
30.12.2015 – Possiamo fare a meno dei fondi etici?
08.01.2016 – Sempre più affilati i denti a sciabola della finanza etica

È sarda l’alchimista che ha saputo trasformare gli scarti in oro

Daniela Anna Ducato: era assolutamente sconosciuta ai più quando, il 10 marzo 2015, ne parlammo nell’articolo Dal letame nascono i fior. Di aziende pubblicato sul vecchio blog.
Fu in occasione della Giornata della Donna, quando Sergio Mattarella le conferì la nomina a Cavaliere “per avere offerto testimonianza, con la sua attività di trasformazione degli scarti in innovativi materiali edilizi, di come l’impegno imprenditoriale possa essere d’ausilio alla causa della tutela ambientale.”cc 2019.01.28 ducato 001La sua Edizero Architecture for Peace ha sede a Guspini, Medio Campidano, censita come l’area più povera d’Italia e Daniela Anna Ducato, grazie al sapiente utilizzo degli scarti, che lei preferisce definire eccedenze in una logica di celebrazione dell’abbondanza, ha impiantato sei aziende e creato alcune centinaia di posti di lavoro.
Ne riparliamo a distanza di tre anni (anche sulla nostra pagina Facebook Centro Studi Ecosostenibili) perché la prestigiosa rivista Fortune ha certificato la Ducato donna più innovativa d’Italia, nell’ambito di una classifica delle donne in grado di cambiare il mondo.
“Ho iniziato con la lana di pecora, quella a pelo corto, uno scarto di lavorazione, un rifiuto difficile da smaltire, e l’ho trasformata in un isolante termico per l’edilizia, ma anche in una straordinaria spugna per assorbire il petrolio nel mare” ha dichiarato l’imprenditrice. E dopo la lana il sughero, e poi la canapa, e ancora le vinacce e le bucce di pomodoro: “Cento sostanze da buttare diventate 120 biomateriali da impiegare in tanti settori. Non scarti, semmai scarti preziosi, ma preferisco eccedenze, dà il senso dell’abbondanza, di un dono. Cerco di trovare una funzione a ogni cosa.”
L’imprenditrice è dell’opinione che la vera povertà siano l’incapacità delle istituzioni di ascoltare il territorio, l’assistenzialismo, lo spreco di risorse, la svalutazione dell’esistente.
E che innovare significhi non rassegnarsi, valorizzando quello che c’è invece di agognare improbabili progetti faraonici trappole travestite da Green Economy1 dietro la quale si muovono imprenditori che sfruttano solo i fondi messi a disposizione senza offrire in cambio nulla, nè ecosostenibilità nè lavoro.
Nel corso di questo 2019 Daniela Anna Ducato esplorerà nuove vie: “Mi occuperò di alta formazione nella progettazione con le Università di Cagliari e Sassari. E mi dedicherò a produzioni differenti nel settore del cibo. Ammetto che da un lato sono preoccupata, ma dall’altro so che è giusto cambiare. È sempre utile mutare prospettiva, modo di vedere le cose.”

Alberto Cazzoli Steiner

cc 2019.01.28 ducato 002NOTA – 1 – Relativamente a quella che chiamammo “la finanza dai denti a sciabola con il vestitino sostenibile” ecco una selezione di articoli che pubblicammo sul vecchio blog:
7 novembre 2013 – Onoriamo il Lupo, per noi è un animale veramente Sacro. Soprattutto se parliamo di finanza
21 ottobre 2014 – Chi sostiene la finanza sostenibile

Mobilità insostenibile: in caso di neve, ci scusiamo per il disagio

CC Neve 2018.11.002In quel tempo … il riferimento è alla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso, il marchio di abbigliamento sportivo Colmar e le Ferrovie dello Stato si contesero lo slogan “in caso di neve”.
In una tenzone giudiziaria il monzesissimo Colombo Mario (ColMar, appunto: credevate che si trattasse di una ridente cittadina alpina francese? sbagliato …) l’ebbe vinta sulle F.S., che abbandonarono lo slogan, corroborato dall’immagine, rigorosamente affidata al fascino del bianco/nero, di un convoglio che sfrecciava sollevando due ali di neve, trainato dall’allora iconico locomotore 646, macchina pensata per treni pesanti e, per l’epoca, veloci, dipinta nella livrea “verde magnolia e grigio nebbia” caratteristico degli elettrotreni veloci di lusso, che dopo decenni rompeva lo schema marrone da treno operaio.
Una cosa è certa: i treni viaggiavano qualunque fosse la condizione atmosferica, e specialmente con neve e ghiaccio: negli impianti a rischio, specialmente in Piemonte, Alto Adige, Abruzzo, sui Giovi, sulla Pontremolese, erano dislocati spazzaneve, spesso ricavati da vecchi locomotori elettrici in disuso risalenti ai primi anni del ‘900, mentre anziane locomotive a vapore, accese per garantire la riserva, si annunciavano nel bianco dei piazzali con le loro esili colonne di fumo. Appositi raschiaghiaccio erano montati sui pantografi, si iniziavano ad installare deviatoi riscaldati.CC Neve 2018.11.001Particolare attenzione era dedicata alla cosiddetta Direttissima Bologna – Firenze, via Vernio, la linea inaugurata nel 1933 senza la quale l’Italia sarebbe stata tagliata in due, ed all’antica Bologna – Firenze via Porretta, a binario unico, dal profilo planoaltimetrico difficile ma che costituiva una parziale alternativa in caso di interruzioni alla Direttissima: lo dimostrò in uno dei momenti peggiori della nostra storia, quello degli attentati ai treni, in particolare quello dell’Italicus avvenuto nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1974 e del Rapido 904, del 23 dicembre 1984, e di tragici incidenti come quello avvenuto il 15 aprile 1978 e che coinvolse l’Espresso 572-bis Bari – Trieste (che non sarebbe dovuto transitare di là, ma che il destino ha voluto instradato via Caserta – Roma – Firenze a cusa del crollo di un ponte sulla linea Adriatica) ed il Rapido 813 “Freccia della Laguna” Trieste – Roma.
Tornando al meteo, a parte precipitazioni nevose di portata insostenibile, il sistema funzionava, primariamente grazie alla dedizione ed alla competenza di tecnici e personale.
Intendiamoci: non è che in passato le ferrovie fossero una meraviglia, anzi. A partire dal fatto che i viaggiatori, detti utenti, venivano trattati come pezze.
Ma come funziona il traffico ferroviario oggi, in caso di neve? Semplice: dopo varie cure, risanamenti, centostazioni, le ferrovie che si sono messe a giocare con la finanza immobiliare, la rete snella, vale a dire che non consente più retrocessioni o spostamenti di incroci in caso di necessità, è stato istituito un sistema di allerta gialla/arancio/rossa.
Attenzione: il sistema non prevede diversi gradi di intervento, ma diversi livelli di soppressione del traffico.
Prendiamo la Liguria, regione dall’orografia ferroviaria particolare: se l’allerta è arancione/rossa i treni vengono preventivamente soppressi nella misura del 50 per cento. Non solo i regionali ma anche quelli in transito, per dire un Torino – Roma.
Intendiamoci: allerta significa che potrebbe nevicare, secondo le notizie provenienti “in varie fasi sulla base delle previsioni dei bollettini meteo emanati dalla Protezione Civile”. Se, invece, dovesse nevicare davvero il blocco sarebbe totale. Così è se vi pare.
Del resto, proprio l’anno scorso un treno rimase bloccato sulla linea dei Giovi a causa del ghiaccio sulla linea elettrica di alimentazione. Ed in soccorso qualche genio inviò … una locomotiva elettrica. Che si inchiodò a propria volta, costituendo un ulteriore intralcio quando, ore dopo e passeggeri stremati, venne finalmente inviata un locomotiva Diesel.
Il bello è che, sotto la denominazione “Piano Neve e Gelo 2018/2019”, il tutto è stato presentato nei giorni scorsi agli organi di informazione “per gestire al meglio la circolazione ferroviaria in caso di criticità legate al maltempo”.
Sotto il profilo tecnico le riduzioni verranno programmate e annunciate il giorno precedente eventuali dichiarazioni di allerta, ed il piano sarà attivato a partire dai due giorni precedenti la dichiarazione di allerta meteo. Notare: precedenti.
Tra i molti aspetti incomprensibili si situa anche l’impiego di 170 addetti straordinari per ogni turno di lavoro, annunciato da Rete Ferroviaria Italiana per la gestione delle emergenze, il mantenimento in efficienza di impianti ferroviari e stazioni, le informazioni al pubblico, la gestione della circolazione. No fateci capire: se tutto è soppresso, se regna il silenzio sotto la coltre bianca, di quale circolazione stiamo parlando?
Il comunicato stampa di RFI si conclude rendendo noto che variazioni e soppressioni saranno tempestivamente comunicate utilizzando tutti i canali informativi del Gruppo: siti web, account sui social, biglietterie, uffici di assistenza, tabelloni elettronici e annunci sonori.
Naturalmente. Già immaginiamo la scena: Genova Sturla, ore 07:50, il tabellone annuncia dapprima un ritardo di 10′, che salgono a 15′, a 20′, a 30′ … Ed infine ecco l’annuncio: “Il treno, Regionale 2299, proveniente da Genova Piazza Principe e diretto a La Spezia Centrale previsto in arrivo per le ore 07:25, oggi, non è stato effettuato causa avverse condizioni meteo. Ci scusiamo per il disagio.”

Alberto C. Steiner

Sempre lì, lì nel mezzo, fin che ce n’hai: una vita da letame

Vedete voi se ridere o piangere: in Valtellina i Carabinieri hanno ricevuto segnalazioni, da parte di cittadini in vacanza, contro le vacche al pascolo perché con i campanacci disturberebbero la quiete e i pisolini.CC 2018.08.01 Letame 004Ma i bovini, oggi stimati in 5.500.0001 capi contro i 6.264.000 del 19212, oltre che tintinnare i campanacci defecano. E producono letame, risorsa tanto preziosa quanto controversa.
Da sempre sinonimo di fertilità e salute del terreno, il letame è storicamente accostato alle pratiche agricole per innalzare le rese e restituire al suolo quanto asportatovi dalle colture ma, pur nutrendo, strutturando, trattenendo l’acqua, è portatore di criticità, polemiche e limiti oggettivi nell’utilizzo.
Oggi gli allevamenti bovini sono prevalentemente concentrati nell’area centrale dell’Oceano Padano3, mentre un secolo fa erano distribuiti lungo quasi tutta la penisola, con particolare incidenza in Toscana, Marche, Lazio, Campania. La popolazione, inoltre, era in gran parte contadina, pertanto in ogni podere c’erano almeno un paio di vacche da latte, oltre a cavalli, asini o muli. Non vi era quindi campo che non potesse contare su un po’ di letame bovino ed equino. Oltre che su quello derivante dal pollame, come è noto la specie domestica più diffusa al mondo tanto da divenire emblematica delle aree povere di risorse.CC 2018.08.01 Letame 001Dal 1921 (anno i cui la popolazione assommava a 37.200.0004 unità) ad oggi (60.500.000) passando per il 1958 (49.300.000 ) anno che viene considerato l’inizio del boom economico, i consumi di carne sono notevolmente aumentati: è in quell’anno che l’immagine di un paese povero e arretrato, condannato a una dieta scarsa e pressoché vegetariana povera di grassi e proteine, vede una brusca impennata che inverte la tendenza e apre ad un’epoca nuova senza precedenti di crescita costante e intensa, nella quale l’alimentazione italiana raggiunge i livelli e gli standard dei Paesi avanzati del mondo occidentale.
Nel 1958 venivano mediamente consumati pro-capite 111 kg annui di carne bovina, 6 di suina e 3 di pollame (incluse oche, escluse anatre classificate come selvaggina); oggi si toccano rispettivamente i 25, i 40 e i 20 (senza distinzione fra anatre e oche, in ogni caso assolutamente marginali). Ma ciò è massimamente dovuto alle importazioni poiché, come visto, un secolo fa esistevano più bovini ma la popolazione era poco più della metà rispetto a quella attuale, ed il consumo di carne bovina era diffuso solo nelle fasce a reddito medio-alto.
Va aggiunto che, per l’allevamento dei bovini, la disponibilità di acqua è fondamentale, ben lo sapevano addirittura i Cistercensi che con le marcite istituirono il terzo ed il quarto taglio della fienagione, l’ultimo all’approssimarsi dell’inverno, e per tale ragione il Nord è da sempre più ricco di bovini rispetto al resto della penisola. Ed anche oggi, puntando un ideale compasso su Cremona e tracciando una circonferenza del diametro di 120 km includeremmo almeno il 60 per cento dei bovini, e dei suini, nazionali5.CC 2018.08.01 Letame 003Ciò è anche dovuto alla sempre più marcata specializzazione, pur tenendo conto (breve digressione fuori tema) che in aree come il Parmense sono numerosi gli impianti suinicoli abbandonati e sotto esecuzione, spesso perché dopo aver drenato contributi dalla tanto vituperata Europa ed aver delocalizzato all’estero gli “imprenditori” hanno portato i libri in tribunale, riciclandosi come intermediari e trasformatori di carni provenienti dall’estero, spesso da paesi dove i controlli esistono solo sulla carta e dove il giro di certificati sanitari incomprensibili la fa da padrone6. Per non andare troppo fuori tema ci limitiamo a citare come facciano fede, in tal senso, i dati del contenzioso di Cariparma (ex Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, oggi Crédit Agricole) oltre che dell’onnipresente Unicredit. Ma torniamo alla carne bovina: in Valtellina la bresaola doc-igp si fa con carne di zebù brasiliano.
Detto in altri termini: mangiamo la merda, ma la merda in senso stretto non la importiamo.
Questo significa, giusto per fare un esempio, che nelle vaste aree cerealicole del Centro e del Sud, dove i capi d’allevamento sono relativamente scarsi, letamare è praticamente impossibile. L’alternativa sono fertilizzanti minerali che, pur nutrendo le colture, non reintegrano il suolo relativamente al contenuto di sostanza organica, e i ritmi finanziari e del mercato non consentono di lasciare incolta una parte della superficie per ingrassare il terreno.
Per l’agricoltura biologica e biodinamica, che si sono vietate i fertilizzanti inorganici, il letame è uno dei fattori produttivi più ambiti ma…
Ma c’è un ma, perché qui sconfiniamo nell’ambito delle ideologie, dei convincimenti ascientifici, addirittura biomistici come nel caso della biodinamica, basata su una visione esoterica e resa famosa in primis dal Nazismo.
Fermo restando che, del letame, bisognerebbe avere la disponibilità sotto casa (ne va, anche, del km zero e dei costi di stoccaggio e trasporto) abbiamo visto come la preziosa risorsa sia prodotta prevalentemente al nord mentre l’agricoltura biologica e biodinamica è diffusa su tutto il territorio, addirittura con maggiore concentrazione al Sud.
Se tutta l’agricoltura dovesse diventare bio, o biodinamica, a parità di impegno e di produzioni si renderebbe necessario accrescere notevolmente il patrimonio bovino solo per star dietro ai fabbisogni di letame dei campi. Vale a dire proprio ciò che l’intero mondo ambientalista vede come fumo negli occhi per via dell’inquinamento, dell’effetto serra, dei nitrati, della deforestazione e del blablabla, pur considerando che quando gli ambientalisti parlano, anzi proclamano, bisogna sempre fare la tara a ciò che dicono.
Un esempio a tema, anche se datato: nella provincia di Piacenza7 venne realizzato 14 anni fa uno studio comparativo dei livelli di nitrati nelle acque parametrati alla consistenza dei bovini in ogni comune. Vennero riscontrati meno nitrati nei comuni con più capi bovini e di più in quelli a densità zootecnica inferiore, esattamente il contrario di quello che ci si sarebbe dovuti aspettare.
In ogni caso l’incremento della richiesta di letame, e conseguentemente (anzi antecedentemente, per lapalissiane ragioni…) di capi bovini, contrasta apertamente con qualsiasi pretesa di maggiore ecosostenibilità dell’agricoltura biologica e, in particolare, biodinamica.
Ma nel 1921, anno del Milite Ignoto? Oltre al Milite Ignoto c’erano, come scritto più sopra, 37 milioni e duecentomila abitanti, il doppio delle terre coltivabili rispetto ad oggi ed una popolazione prevalentemente contadina con il proprio pezzo di terra e qualche bestia nella stalla. Ciascuno la sua mamma e tutti a far la nanna…
Piaccia o meno agli ambientalisti, va detto che le indagini e le proiezioni più attendibili non le fanno Legambiente, i genuini clandestini o i vari debunker, le fa il marketing, quello responsabile dell’impegno di miliardi di euro in strategie, linee di prodotto, macchinari, attività lobbistica, logistica, pubblicità per indurre i consumi.
E le indagini dicono (per chi mi conosce, siamo alle solite: il 90/10 che è ormai stabilmente diventato 95/5) che il mercato agroalimentaree, dopo il picco registrato negli anni scorsi, è in controtendenza: vegetariano e vegano costano troppo e, si è scoperto, spesso senza ragione, non sviluppano serotonine e la gente tende ad associarli con tutta una serie di intemperanze e fisse che negli anni scorsi hanno reso tristemente famosi vegani e antispecisti, a causa di alcune frange estremiste.
Il marketing ha quindi sentenziato che lo stile alimentare vegetariano, ed in particolare vegano, rappresenterà solo qualche punto percentuale sul totale (al massimo l’11 per cento), tenendo conto che i vegetariani mangiano uova e formaggi e bevono latte: ciò significa che pollame e vacche da latte sopravviveranno. E con loro il letame.CC 2018.08.01 Letame 002E, per concludere come l’uroboro, tornando ai villeggianti che si lamentano per il suono dei campanacci delle vacche, i cittadini, specialmente gli ecobiobau che orgasmano con semi antichi e bacche di improbabile provenienza nei biomercatini di città, una volta trasferitisi a vivere in campagna sono maestri nel rompere i maroni a chi in campagna ci lavora sul serio, per esempio lamentandosi che dalle stalle fuoriescono puzza e mosche. Adusi alle dinamiche cittadine sobillano comitati e presentano esposti, purtroppo essendo nuovi elettori e nuovi contribuenti vengono lasciati fare, nella speranza che – magari attraverso qualche pratica di meditazione, che negli ecobiobau non manca mai – trovino, se non il Nirvana, almeno la pace con se stessi, auspicabilmente decidendo di ritornare nelle loro città dove, forti del vissuto agreste, potranno organizzare corsi di agricoltura sostenibile ed ecovillaggi che saranno come la marcia dell’Aida, nonché ritrovarsi, oltre che al solito Radetzky, in quell’ammmmore del nuovo tisanispremificio appena aperto dalla Cicci, dalla Pilli, dal Simo o da Slurpasgnapavat.
Per quanto ci riguarda, nella consapevolezza che il letame gode, e per lungo tempo ancora godrà, ottima salute, gli formuliamo i nostri migliori auguri.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – Tutti i dati numerici sul patrimonio zootecnico e sull’alimentazione: Ministero delle Politiche Agricole e Forestali
2 – Anno del 6° censimento effettuato a partire dall’istituzione del Regno d’Italia (1861); fu l’ultimo demandato ai comuni, gravati anche delle spese di rilevazione, prima dell’avvento dell’Istat e rivestì particolare importanza poiché seguì il precedente, risalente al 1911, riferendo lo stato della popolazione e delle attività dopo la I Guerra Mondiale.
Mediante tale censimento vennero anche aggiornati i dati sulla proprietà fondiaria, che aveva per base il Catasto Geometrico Particellare istituito con legge 1° marzo 1886 e che accorpava i dati dei singoli stati, escluso lo Stato della Chiesa rilevato in due riprese, nel 1876 e nel 1898, che fino al 1861 costituivano l’ossatura politica della penisola.
3 – Oceano Padano è il titolo del libro di Mirko Volpi pubblicato da Laterza nel 2015.
4 – Tutti i dati numerici sulla popolazione: Istat
5 – Dato desunto da Interviste impossibili: una vita da letame, di A. Sandroni, Agrinotizie 25 luglio 2018, che ha liberamente ispirato il nostro articolo.
6 – Cristophe Brusset: Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2015.
7 – Progetto Aquanet: Analisi degli effetti dell’inquinamento diffuso sulle acque destinate all’uso potabile: definizione di piani di prevenzione – Arpa Emilia-Romagna, Università Cattolica del Sacro Cuore Facoltà di Chimica Agraria e Ambientale, anno 2004.