Consigli per gli acquisti: investire sui vaccini

Ed eccoci di fronte all’ennesima buffonata: il quaquarnicchio* (* da: uomini, mezzi uomini, quaquaraquà, quaquarnicchi, quaquarnicchio pd5s) vende la Fontana di Trevi e il Parco della Vittoria e con i proventi acquista 400 milioni di dosi di vaccino anti-immondo virus.
Non è chiaro perché 400 milioni: se gli italilandesi assommano a 60.317.000 unità, significa forse che altre dosi andranno alle popolazioni dell’Impero e del Regno di Albania?
I conti, ugualmente, non tornano. Sommando 6.500.000 eritrei, 109.200.000 etiopi, 6.600.000 libici, 16.000.000 somali, arriviamo a 138.300.000 anime. Aggiungendo il Dodecanneso, 200.000, e Tientsin, 15.600.000, siamo a 154.100.000, che diventano 157.100.000 con il Regno di Albania.
Bene, ed ora bambini seguitemi alla lavagna: 60.317.000 italilandesi + 157.100.000 nelle Colonie + 40.000, corrispondenti al 10% di 400.000 dosi, che daremo come perse per rotture od altre ragioni, ci porta ad un totale di?
257.457.000!
Bravo Carletto! si vede che hai dimestichezza con i negri, visto che il tuo nonno nella fabrichétta ne impiega tanti in nero.
Ed ora 400.000.000 – 257.457.000 fa… ve lo dico io: fa 142.543.000. Questa, posto di vaccinare tutti-tutti-tutti, ma proprio tutti, è l’eccedenza, il surplus, di vaccini.
Vediamo… chi di voi bambini mi saprebbe dire quale sarà la sorte di questi vaccini?

Li regaliamo alla Cina che ce li rivende a 250 euro l’uno per vaccinare i migranti?
Brava Gaia, un’ottima ipotesi! il buon sangue della tua famiglia di intellettuali di sinistra non mente.
A degno corollario di questa scenetta (non tanto) surreale, un’annotazione: come si fa ad acquistare vaccini non ancora esistenti, non solo perché non ancora prodotti ma anche perché in fase di studio?
Mistero, collocato in un non meglio specificato futures…CV 20200614001“Il tuo capitale è a rischio, questo non è un consiglio d’investimento” avverte sulle proprie pagine web eToro, una delle più note e longeve piattaforme mondiali di social trading, che offre investimenti in azioni e criptovalute, trading CFD ed altre modalità di impiego del risparmio.
Per chi non lo sapesse i CFD, Contract For Difference, sono strumenti cosiddetti derivati mediante i quali l’acquirente, a fronte della corresponsione di un tasso di interesse, percepisce il rendimento di un’attività finanziaria mentre il venditore del contratto, incassati gli interessi, si impegna a pagare il rendimento dell’asset cosiddetto sottostante.
Le parti si accordano per scambiarsi il flusso finanziario derivante dal differenziale tra i prezzi di un’attività finanziaria sottostante rispettivamente al momento dell’apertura (accensione) del contratto ed al momento della sua chiusura (conclusione).
Attraverso i CFD si opera quindi sulle differenze di prezzo dei contratti, guadagnando o perdendo in funzione della differenza tra il prezzo di acquisto ed il prezzo di vendita del sottostante, moltiplicato per il numero di CFD scambiati.
È possibile acquistare o vendere allo scoperto (fonte: Borsa Italiana).
Per chiarire il significato di acquistare o vendere allo scoperto ricorriamo a Wikipedia: la vendito allo scoperto, chiamata anche vendita a nudo (in lingua inglese short selling, o semplicemente short) è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non direttamente posseduti dal venditore, ma presi in prestito dietro il versamento di un corrispettivo, con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un movimento ribassista in una borsa valori.
Si tratta di strumenti finanziari complessi e non alla portata di chiunque, soprattutto non del piccolo risparmiatore, poiché presentano un elevato rischio di perdere denaro alla stessa velocità di una mano a poker.
Il Web abbonda di riferimenti, ivi compresa l’esortazione contenuta in un articolo de Il Sole24Ore pubblicato il 18 marzo scorso, in piena pandemia e data come vedremo proseguendo nella lettura non casuale, a vietarne l’effettuazione: Cosa sono le vendite allo scoperto e perché vietarle (non sempre) funziona.
Ciò premesso, nello scorso mese di marzo si contavano cinque aziende intente a sviluppare un vaccino contro il coronavirus, e la propaganda di eToro volta a sollecitare l’interesse di potenziali investitori testualmente declamava: “Mentre la pandemia di Covid-19 si fa strada in tutto il mondo e i paesi cercano disperatamente di contenere il virus, la necessità di un vaccino risulta evidente. E il tempo è essenziale. Queste aziende sono coinvolte in una gara contro il tempo per sviluppare un vaccino per il Coronavirus che possa essere immesso sul mercato il prima possibile. Quale sarà la prima a commercializzarlo?”
“eToro” risponde un esperto che intende rimanere anonimo, alla mia domanda sull’affidabilità “è seria ma si rivolge a gente con poca conoscenza finanziaria, che approccia gli investimenti con mentalità da scommettitore e quindi ha un approccio aggressivo sul marketing. Quindi si, è tutta speculazione.”
Le aziende sulle quali eToro proponeva di investire erano:
il colosso farmaceutico britannico GlaxoSmithKline, uno dei principali produttori mondiali di vaccini, famoso per aver introdotto sul mercato i vaccini per il Papillomavirus umano e quelli per l’influenza stagionale e che, secondo il disclaimer di eToro: “attualmente sta fornendo ad un’azienda biotecnologica cinese la tecnologia necessaria per sviluppare un vaccino per il Covid-19.”
la francese Sanofi, che “ha un team di scienziati negli Stati Uniti che lavora al vaccino in collaborazione con la BARDA, Biomedical Advanced Research and Development Authority, usufruendo dei progressi fatti in precedenza dall’azienda su un vaccino per la SARS. Anche la SARS fa parte della famiglia dei Coronavirus, e questo può dare a Sanofi un vantaggio nello sviluppo di un vaccino per il Covid-19.”
Regeneron Pharmaceuticals, l’azienda biotecnologica newyorkese che “sta sviluppando un trattamento che potrebbe proteggere le persone dal contagio del Coronavirus. Il trattamento utilizza anticorpi di topi geneticamente modificati con sistemi immunitari per imitare quelli degli esseri umani. L’azienda sostiene che potrebbe essere pronta per i test sull’uomo già ad agosto.”
Gilead Sciences, azienda biofarmaceutica statunitense che “sta lavorando su un trattamento per i pazienti affetti da Covid-19, che ha già aiutato un paziente negli Stati Uniti e che sarà presto inviato in Asia per test clinici in fase avanzata più completi. Questi studi determineranno se il trattamento può invertire l’infezione, aiutare i pazienti a guarire più velocemente e ad essere dimessi dall’ospedale più rapidamente.”
Johnson & Johnson, il colosso farmaceutico americano che “ha collaborato con la BARDA, Biomedical Advanced Research and Development Authority, per sviluppare trattamenti per il Covid-19. Il colosso farmaceutico americano sta utilizzando la tecnologia della sua piattaforma vaccinale sviluppata in precedenza per un vaccino sperimentale contro l’Ebola.”
Gli analisti della piattaforma, affermando che le azioni delle aziende sopra nominate avrebbero sicuramente segnato vantaggiose variazioni durante lo sviluppo di una soluzione, esortavano gli investitori ad aggiungerle alla Lista Preferiti per seguire gli sviluppi.
Da quei giorni, come scrive oggi Borsainside esortando ad investire sui titoli azionari delle società impegnate nella ricerca del vaccino anti-coronavirus, la posta in gioco si è fatta sempre più alta e la concorrenza sempre più forte rendendo sempre più concreta la possibilità di conseguire lauti guadagni.
“Tra le idee di investimento maggiormente prese in considerazione dai traders negli ultimi tempi ci sono quelle che puntano sui titoli azionari delle società che sono impegnate nella ricerca contro il coronavirus. Senza andare troppo lontani, l’andamento su Borsa Italiana del titolo Diasorin ha dimostrato quanto sia importante per le società medicali e della diagnostica riuscire ad arrivare per primi su determinati risultati che si inseriscono nella più grande lotta contro il coronavirus. Nel caso specifico di Diasorin la definizione di uno strumento rapido per la diagnosi precoce del Covid-19, significò un forte apprezzamento del valore delle azioni.
La citazione di Diasorin è solo un esempio per aiutare a capire quanto pesante sia la posta in gioco nella competizione tra le società del settore medico impegnate nella ricerca contro il coronavirus” afferma Borsainside, segnalando che nel frattempo le società farmaceutiche meritevoli di attenzione sono passate da cinque a diciotto.
A quelle citate in apertura si sarebbero infatti aggiunte Advent, Altimmune, Biontech, Cytodyn, Heat Biologics, Inovio Pharmaceuticals, Moderna, Novavax, Pfizer, Roche, Takeda, Vaxart e Vir Biotechnology, quasi tutte quotate nei listini della borsa di Wall Street e tutte in grado di presentare fatturati molto consistenti.
Dal punto di vista dell’investitore, acquistare le azioni di queste società costituirebbe un’opzione da prendere seriamente in considerazione.
Gli esperti di Borsainside avvertono: “poichè le società sono tante ed è logico pensare che solo poche di esse possano giungere traguardi concreti, è meglio investire in questi titoli attraverso strumenti derivati come ad esempio il CFD Trading: investire in borsa mediante i contratti per differenza significa infatti speculare sull’andamento dei prezzi delle azioni senza diventare azionisti.”
Va detto che fra i piedi dei giganti della sanità impegnati nella ricerca del vaccino si muovono numerosissime società più piccole attive nel segmento, gettatesi a capofitto nella ricerca per poter compiere il grande salto di qualità da tempo atteso.
Ma l’obiettivo non è solo il vaccino. La competizione in atto riguarda anche la realizzazione di trattamenti per la cura degli effetti del Covid-19.
Naturalmente, come sempre accade in momenti di confusione e spinte propulsive incontrollabili, le voci si sprecano e molte sono diffuse artatamente per gettare discredito sugli avversari piuttosto che promuovere l’una o l’altra azienda. L’investitore, o meglio il suo analista, deve quindi prestare la massima attenzione, effettuando attente scremature delle fonti prima di scegliere su chi investire, ben sapendo come il predomio degli americani in ambito biotech sia notoriamente indiscutibile.
Tra le date significative della maratona dobbiamo ricordare il 15 aprile, quando Advent si dichiarò pronta ai test su 550 volontari sani e, una volta superata la sperimentazione clinica, il vaccino sarebbe potuto essere disponibile da settembre
Non va assolutamente dimenticata inoltre la data fatidica del 2 maggio, quando i media riportarono la notizia della terapia con plasma iperimmune, in corso di sperimentazione a Mantova, Pavia e Padova.
Ed infine l’8 maggio, quando venne riportata la notizia che, con l’approssimarsi dell’estate, il virus avrebbe perso potenza, contagiosità e probabilmente letalità.
Conclusione: qualcuno, leggendo queste righe, si sarà stupito e magari anche indignato per il fatto che vi sia gente, e mi riferisco ai comuni mortali, non ai tycoon della finanza mondiale, interessata a speculare sui vaccini, investendovi 1.000 o 5.000 euro piuttosto che 25mila?
Io posso assicurare che non mi sono affatto stupito a scriverle.

Alberto Cazzoli Steiner

Ritrovare l’autonomia alimentare nell’Europa dei muri che uniscono

L’immondo virus, inventato per imprigionare corpi, istupidire menti ed annichilire anime facendo tracimare la parte peggiore degli esseri cosiddetti umani, può rappresentare un’irripetibile opportunità di crescita nella decrescita, possibile attraverso una consapevole rivalutazione dei localismi.
Coerentemente con i temi trattati da CondiVivere mi riferisco, in particolare, all’incombente grave crisi alimentare mondiale.
Dal loro limitato orizzonte gli italilandesi festeggiano l’apertura degli stabielli ai transiti interregionali, oppure la contestano come dimostrano gli ignobili insulti lanciati dai liguri ai milanesi riversatisi sulle si fa per dire spiagge della regione.
Ma nessuno che alzi lo sguardo oltre la siepe, nessuno che al di là delle chiacchiere da social bar sia in grado di comprendere come la festa non sia affatto finita, e che il peggio stia per arrivare. E non mi riferisco a divisori di plexiglass tra i banchi di scuola, non mi riferisco a vaccini o microchip, ma alla fame.
A causa della riformulazione in atto del concetto di trasporto, ed alle restrizioni all’esportazione attuate da numerosi stati sin dall’inizio della crisi, il libero scambio si è grippato, nessun paese è immune dalla riduzione e dall’interruzione dei flussi e ciò porterà a riconsiderare, tra gli altri aspetti, quello della possibile cessazione della globalizzazione delle disponibilità e, in subordine, quello della stagionalità.
La questione non riguarderà tanto banane, mango, papaya, ananas ed altri frutti, germogli, bacche, legumi esotici che potrebbero scomparire dagli scaffali dei nostri supermercati, o tornare ad essere delle costose rarità, quanto prodotti di necessità primaria, come le granaglie, che rappresentano oltre il 90% delle importazioni e dai quali i fabbisogni alimentari della penisola dipendono in misura prossima al 60 per cento, senza dimenticare la soia americana destinata alla nutrizione animale.
Non ho mai creduto nel villaggio globale ma, pur propugnando da anni la costituzione di piccole comunità il più possibile autonome, non sono isolazionista.
Proprio per tale ragione desidero sviluppare l’argomento di oggi richiamando un articolo che pubblicai il 27 agosto 2016, intitolato L’Europa minore dei muri che uniscono, del quale riporto un estratto:CV 2020606 001«Ci piacciono le notizie di nicchia, quelle di cui nessuno parla perché non funzionali a fomentare odio, paura o sindrome del complotto. Quella sui muri a secco della Val Poschiavo è una di queste.
Il paesaggio montano è fortemente caratterizzato, anche culturalmente, dai muri a secco che sottendono spesso terrazzamenti sui quali – grazie ad un faticoso riporto di terra – vengono coltivate specie che danno origine a qualificate produzioni tipiche: per esempio i preziosi vigneti di Valtellina.
A dimostrazione della continuità e della contiguità antropologica sono presenti, nella medesima tipologia, anche sul versante retico settentrionale, appartenente amministrativamente al Cantone svizzero dei Grigioni e costituente parte integrante del Patrimonio Mondiale Unesco anche grazie alla presenza della RhB, la Ferrovia del Bernina, pregevolissima opera di ingegneria armoniosamente inserita nel paesaggio tanto da costituirne oggi una componente imprescindibile.
Per mantenere viva la memoria delle tecniche costruttive, con l’obiettivo preciso di garantire la trasmissione della conoscenza e del sapere legati alla costruzione a regola d’arte di questi manufatti, l’Associazione Polo Poschiavo con sede nell’omonima cittadina e Unimont, l’Università della Montagna con sede a Edolo, organizzano dal 6 al 10 settembre prossimi (il riferimento è all’anno 2016 – NdR) il 3° Corso pratico finalizzato alla comprensione, realizzazione e manutenzione dei muri a secco: rivolto a muratori, apprendisti, agricoltori, professionisti prevede la realizzazione di un muro a secco con intercalate lezioni teoriche e visite ad analoghe strutture realizzate.»
L’articolo parla di muretti a secco, ma il senso è estensibile all’agricoltura nelle sue contiguità internazionali, macroregionali, locali per arrivare a quel concetto di piccolo che consente di riprendere a pensare in modo da soddisfare le esigenze della comunità, lasciando comunque spazio agli scambi.
Non è detto che lo spettro della penuria alimentare incomba sulle popolazioni più vulnerabili, per esempio sulla solita Africa subsahariana.
La rottura delle catene degli approvvigionamenti inasprirà fame e malnutrizione a causa della difficoltà di accesso al cibo dovuta all’aumento dei prezzi ed agli stoccaggi di cereali e riso.
Nel favoloso mondo di Amélie della globalizzazione nessun paese dispone oggi di accantonamenti strategici capaci di assorbire le necessità consentendo di attendere l’estinguersi della crisi.
Le stesse componenti dei mangimi che nutrono il bestiame da latte o da macello provengono dai luoghi più disparati del pianeta, insieme con fosfati, azoto minerale, fertilizzanti, petrolio per alimentare i camion che riforniscono i supermercati, metano per il riscaldamento. Il tutto prevalentemente trasportato via strada, ferrovia, mare e nuovamente ferrovia e strada sino alla consegna.CV 20200606 002La nostra illusione di sicurezza alimentare permarrà solo fino a quando i flussi del trasporto non si interromperranno, per sempre od anche solo per un mese.
Ciò accade anche perché nel corso degli anni, promuovendo l’idea di coltivare ciò che rende maggiormente, importando il resto, si è data la stura ad eccessive specializzazioni agricole, atuate su vaste aree spesso frutto di speculazioni, consumo del suolo e nocumento alla biodiversità quando non provento del land-grabbing.
Ma l’emergenza ci sta dimostrando non solo quanto sia strategicamente suicida dipendere dall’estero per prodotti di prima necessità, ma anche come le persone dalla mente non ancora offuscata si siano organizzate, autonomamente o in minuscoli consorzi di acquisto, ricorrendo a circuiti di prossimità, alla spesa in cascina, ai gruppi di acquisto solidale.
Ma ciò, per quanto sia importante sotto il profilo di una ritrovata consapevolezza, costituisce un fatto marginale, al quale si affianca un inevitabile cenno alla capacità di spesa: comprare in cascina non costa come farlo al supermercato, a dimostrazione che la qualità non può essere svenduta.
Non bisogna però dimenticare chi non ha più un lavoro, chi sta erodendo o ha eroso i risparmi, chi è già oggi alla fame e non può ricorrere all’aiuto che molte organizzazioni pubbliche e private stanno fornendo. Costoro effettuano acquisti di prodotti commercializzati a basso, quando non bassissimo, prezzo nelle varie catene discount. Nutrendosi con cibi di infima qualità, vera e propria spazzatura velenosa destinata ad ingenerare patologie anche gravi.
Impennate di prezzi di particolare gravità non se ne sono viste ma, anche a detta di militari, evidentemente tanto esperti di strategia quanto inascoltati dal circo cialtrone della politica, il rischio peggiore potrebbe essere ingenerato da un qualsiasi fattore che comporti il blocco dei trasporti, evenienza che rivelerebbe l’assoluta impotenza dovuta a magazzini privati e pubblici vuoti ed all’incapacità di produrre a livello locale in quantitativi sufficienti.
In tal caso l’ipotesi di sommosse e di assalti alle aziende agricole è considerata tutt’altro che remota.
Conclusione: la soluzione, non immediata negli esiti ma per la quale è necessaria una pronta progettazione, consiste nell’instaurazione di piccole comunità che, letteralmente, si coltivino il proprio orticello in modo da garantire l’autoconsumo.
Va tenuto presente che in regioni come la Lombardia, notoriamente la superficie coltivabile più importante d’Europa, gli appezzamenti di terreno sono sempre più concentrati nelle mani di aziende agricole di notevoli dimensioni. Ed anche questo costituisce, unitamente alle monocolture da reddito, un grosso problema.

Alberto Cazzoli Steiner

Quelle ombre che aleggiano sul Prosecco

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Drone impiegato nello spargimento di erbicidi e pesticidi – Gettyimages

Se la provincia di Treviso fosse uno Stato si collocherebbe fra i più longevi al mondo: l’aspettativa di vita dei maschi sfiora gli 82 anni e quella delle femmine supera gli 86.
Lo afferma l’articolo Prosecco, viticoltura e salute: accuse infondate pubblicato nel numero di giugno 2020 da Georgofili Info, il notiziario della nota Accademia fiorentina che si occupa di ambiente, e che riprendiamo integralmente.
Come afferma l’autore Donatello Sandroni «I dati sanitari della provincia trevigiana mostrano un quadro eccellente, soprattutto nei 15 comuni del Prosecco Docg, i più battagliati sul fronte pesticidi.»
Roba da mandarci i bambini affinché respirino aria buona dopo i tre mesi di clausura forzata dovuta al virus che ha contaminato innumerevoli cervelli.
Non importa se i dati sanitari pubblicati sul sito della ULSS2 Marca Trevigiana (https://www.aulss2.veneto.it/fitosanitari-e-salute) affermino come l’area coltivata a Prosecco sia una delle più inquinate e ad elevata morbilità.
Sull’argomento eravamo intervenuti il 1° marzo 2017: «Chi crede che il land grabbing sia un fenomeno tipico del Sud del mondo è in errore: accade anche da noi» incipit dell’articolo Fame un spritz, fameo bon co ‘na feta de limon   scritto a proposito della liberalizzazione attuata dalla Regione Veneto nel gennaio 2016 relativamente all’impianto di nuovi vigneti, che rese inarrestabile l’espansione delle vigne a Prosecco impennando i prezzi dei terreni e portando l’inquinamento di aria, acqua e suolo a livelli insostenibili a causa del massiccio uso di pesticidi ed altre sostanze chimiche.
Tornavamo sull’argomento il 12 luglio 2018 con l’articolo Prosecco, se mi bocci non vale dedicato alla candidatura delle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene fra i siti culturali protetti come patrimonio mondiale dell’Unesco, bocciata con questa motivazione: “Le condizioni di notevole degrado ambientale non consentono di poter ragionevolmente argomentare di sito versato alla tutela dell’equilibrio dell’ecosistema.”
Riprendevamo infine il tema il 1° settembre 2019 con Vieni? No, unesco perché è tutto avvelenato: prosecco Docg  dedicato all’accoglimento della candidatura, che commentavamo con queste parole:
«Come è noto, alla fine la lobby del prosecco l’ha spuntata: i 18.967,25 ettari nel cuore del Veneto sono diventati patrimonio dell’umanità sotto le insegne dell’Unesco e il motto, anzi il mantra, “unione di cultura e natura in un paesaggio non riproducibile”.
Che non sia riproducibile ce ne accorgeremo quando non esisterà più, visto che oggi quel paesaggio sta scomparendo, eroso in misura variabile da 9.300 a 43.400 chilogrammi per ettaro, pari a 31 volte la media fisiologica ammissibile che va da 300 a 1.400 chilogrammi per ettaro.
L’erosione è un fenomeno assolutamente naturale, ma quello che nelle terre de ombre baciate dall’Unesco preoccupa è la velocità con cui avviene.
La ragione per cui avviene è una sola, si chiama “schei”, denaro, al quale è stata sacrificata qualsiasi cultura del lungo termine, qualsiasi forma di tutela del territorio, in un parossistico qui-e-ora che non prevede, anzi ne respinge il solo pensiero, quali saranno le conseguenze dell’eccessiva erosione fra venticinque, cinquanta o cento anni.

Le colture di vigneti, ricomprese nella cosiddetta agricoltura da versante, sono tra quelle che più stimolano i processi erosivi, e la ricerca dell’Università di Padova stima che il processo degenerativo potrebbe essere dimezzato se intorno alla produzione si allargasse una fascia di contenimento costituita da siepi intorno ai filari, fasce tampone e inerbimento delle aree dei vitigni.
Vi è stata, inevitabilmente, un’alzata di scudi da parte degli agricoltori che, oltre a contestare i dati della ricerca, hanno affermato come frenare l’erosione sia interesse primario di chi produce vino, indicando processi di mitigazione produttiva già avvenuti negli anni scorsi nelle zone del Chianti e delle Langhe, con esiti disastrosi per il fatturato.
Hanno perciò espresso la loro disponibilità ad intervenire, qualora sostenuti economicamente dallo Stato e dall’Unione Europea. L’80 per cento del prosecco varca la frontiera e, c’è da giurarci, l’80 per cento dei viticoltori sono a chiacchiere favorevoli all’indipendenza del Veneto.»CV 2017.03.18 Bancaterra 002Ne riparliamo quindi oggi, riportando integralmente il testo dell’articolo richiamato: «È una delle aree geografiche con le più alte aspettative di vita al mondo e mostra statistiche sanitarie al top per una molteplicità di patologie. Eppure la provincia di Treviso, patria del Prosecco, è una delle più battagliate del Belpaese a causa degli agrofarmaci utilizzati in viticoltura. Se da un lato il successo delle bollicine trevigiane ha portato crescita economica e reputazionale, dall’altro ha infatti inasprito le tensioni fra cittadinanza e viticoltori, accusati questi ultimi di avvelenare il territorio. Sono così fioriti comitati no-pesticidi, come pure si sono moltiplicate conferenze di associazioni che nell’allarmismo trovano da tempo la propria unica ragione di esistere. Non stupisce quindi che sia cresciuta fra i cittadini la sensazione di vivere in una “camera a gas”, infelice espressione spesso abusata da chi veda negli atomizzatori una metafora delle famigerate docce naziste.
Talvolta però il percepito dista molto dal reale.
Una comunicazione alquanto solida che pare purtroppo aver fatto scarsa breccia a livello popolare, poiché quando governa la paura a poco serve la ragione. A dispetto del rischio percepito, però, le locali aspettative di vita sono raddoppiate in un solo secolo, con i maschi trevigiani che sfiorano ormai gli 82 anni e le femmine che hanno superato gli 86. Fosse uno Stato, la provincia di Treviso si collocherebbe fra i più longevi al mondo. A conferma, si sono ridotte anche le morti precoci, quelle under 75, scese in un decennio del 24%. Di concerto l’età media di morte è salita da 78 a 81 anni, inducendo alcune modifiche nelle statistiche stesse, dato che una popolazione che invecchia è più soggetta a malattie come Alzheimer e demenze senili, cresciute infatti del 41%, come pure ai tumori, la cui incidenza s’impenna soprattutto sopra i 60 anni. Normalizzando i dati per l’età, infatti, i trend si mostrano incoraggianti, con una provincia di Treviso che presenta incidenze tumorali inferiori a quelle della Regione Veneto: -6% negli uomini e addirittura -18% nelle donne. Confrontando poi i dati dell’area a Docg, una delle più roventi sul fronte “pesticidi”, con le altre aree della Provincia, pressoché uguali si mostrano le incidenze di Alzheimer, Parkinson, SLA, sclerosi multipla, malattie renali e circolatorie. Leggermente migliore risulta invece proprio l’area Docg per diabete (0,3% contro 0,4%), malattie endocrine (1% contro 1,2%) e malformazioni congenite (0,5% contro 0,6%). Nemmeno analizzando i dati relativi ai linfomi non Hodgkin (prosecco-statistiche-ulss2-treviso.pdf) nei bambini fra zero e 14 anni emerge alcuna correlazione fra incidenza tumorale e presenza di vigneti, né quando espressi in termini di metri quadri pro-capite, né come densità territoriale sulle superfici comunali. Vi è semmai da interrogarsi sui perché Conegliano e Susegana, i due comuni più a Sud-Est fra i 15 della Docg, presentino insieme il 62,5% dei casi pur contabilizzando solo il 32% della popolazione dell’area del Consorzio. Una discrepanza che i numeri negano sia dovuta alla viticoltura. Tolti infatti questi due comuni dalle statistiche, i rimanenti 13 sarebbero decisamente sotto le medie nazionali ed europee per tale malattia nonostante l’alta densità viticola, come per esempio San Pietro di Feletto, che a vigneti mostra il 41% della superficie comunale, o Refrontolo, il quale ha la più alta metratura di vigneti pro-capite con quasi 2.500 metri quadri per abitante. Eppure, entrambi i comuni hanno incidenza zero per questa terribile patologia. Contro tali statistiche, decisamente schiaccianti, si schierano per lo più solo aneddotiche personali e correlazioni abitative avulse da prove concrete di causalità. Sicuramente, l’eccessiva vicinanza tra alcune abitazioni e certi vigneti è tema caldo su cui adoperarsi a livello politico e gestionale. Magari cercando anche di capire, però, quante di tali vicinanze siano dovute a nuovi vigneti posti al confine delle case e quante a nuove case costruite a ridosso delle vigne. Un dettaglio, questo, tutt’altro che trascurabile, visto che il Trevigiano è fra le prime province italiane per consumo dei suoli e cementificazione del territorio. Aspetti, questi, oscurati proprio dalle polemiche alimentate ad arte sui vigneti.»
Questo è quanto e, per dirla con le parole di un terrone, razza non particolarmente amata da queste parti: “così è se vi pare”.

Alberto Cazzoli Steiner

Dall’immondo virus il nuovo Rinascimento

Precisazione: il tema di questo scritto lo rende compatibile con la pubblicazione sia su CondiVivere sia su La Fucina dell’Anima.CC 2018.08.01 Letame 003Dall’8 marzo a ieri, 26 maggio, ho avuto pochissime occasioni di misurarmi con i talebani della mascherina e del guanto.
La prima fu quando, all’ingresso di un supermercato, ricevetti l’applauso di un medico che, allorché illustrai alla guardia di porta il reale concetto di contaminazione traslandolo ai cervelli, disse: “Applauso al signore che ha detto quello che io, come medico, non posso permettermi di dire.”
La seconda fu quando smisi di frequentare quello stesso supermercato perché una ragazzetta dello staff credette di potermi tenere un sermoncino sull’uso della mascherina.
La terza fu per strada quando venni apostrofato da uno di quei vecchi che in vita – era già morto ma non lo sapeva ancora – furono uomini tutti d’un pezzo, tipico il caso dell’ex-militare di carriera che, lui sì, saprebbe come mettere a posto e far rigare dritta questa ciurmaglia di drogati, senzadio, culattoni e, va da sé, comunisti.
È nota la mia avversione ai rossi, ma non mi sognerei mai di farli rigare dritti, mi accontento di fare ciò che posso per contribuire alla loro estinzione.
La quarta fu ieri, tanto per cambiare in un grande magazzino, ed inutile fu il mio tentativo, certamente non attuato con tono di voce mellifluo o remissivo, di far ragionare il tizio di turno: esaurito il mio brevissimo accenno al concetto di manipolazione l’unico neurone rimasto del suo cervello in libertà vigilata lo coartò ad affermare: “Si-ma-lei-deve-me-t-tere-la-ma-s-che-rina.”
E mentre l’ignoto schiavo respirava i propri miasmi rabbiosi, resi mefitici e, nel prosieguo d’uso, letali proprio grazie alla piccola strassa, da taluni orgogliosamente indossata nella versione tricolore, io uscivo con il cuore in festa nel sole e nell’aria frizzante, odorando l’afrore di alcuni alberi di fico e mappando a futura memoria un cospicuo rovo di more.
Tornato nel centro dell’antica minuscola città che mi ospita, scoprendomi assetato mi dirigevo verso un pub, trovandolo chiuso ma nel contempo scoprendo proprio di fronte un graziosissimo ristorantino con pareti in parte di pietra faccia a vista, illuminate dalla luce diffusa e calda di lampade sapientemente posate, ed in parte affrescate con richiami etruschi ed alla pompeiana Villa dei Misteri in armoniosa commistione.
Grazie alla mia disposizione d’animo – chiamatela, se preferite, vibrazione – ho cocreato una realtà di tempo dilatato, priva di costrizioni paranoiche e costituita da un aperitivo morbidamente fluito in un imprevisto pranzo scandito da un servizio ineccepibile, cordiale ed ammirevole, allietato da ottimo cibo, gradevolissimi vini ed un’interessante conversazione con un altro, sconosciuto, avventore.FDA 20200527 002Tutto questo mi ha portato a considerare quanto io, nonostante me la prenda per dovere civico con untori e dittatorelli vari, sia in realtà felice che si sia scatenata questa presunta pandemia all’insegna di un non-virus strumento per manipolare quegli esseri che anelavano alla prigione, ad essere trattanti da poppanti da un padrone che dicesse loro cosa fare e cosa non fare con la minaccia di bacchettare sul popò i trasgressori.
Sono felice di aver rimosso zavorra costituita da persone e sovrastrutture inutili, sono felice perché sto progettando un futuro lavorativo all’insegna di progetti che mi evocano le luci e gli odori del bosco.
Sono infine, ma dico anche purtroppo, felice di constatare come ciò che dal novembre scorso costituì lo scenario di visioni e viaggi nell’altrove stia puntualmente accadendo, a partire da febbraio.
Dapprima con la prigionia coatta, accompagnata da un costante fremito di scosse telluriche (e non abbiamo ancora visto quelle vere: arriveranno) e, nel prosieguo, di vessazione in vessazione mistificata da misura di prevenzione sino ad oggi, con il tentativo maldestro di istituire un corpo di guardie rosse in forma di assistenti civici con il compito di delatori, segnalatori al Sant’Uffizio di streghe, untori ed eretici in una parossistica tensione e tenzone che metterà contro fazioni dell’appecorata plebe, ancora oggi orgasmicamente attratta dai roghi in piazza, provvista di un cervello i cui 1.500 grammi di peso servono solo ad alzare il baricentro, incapace di discernimento, impaurita ed ignorante, impaurita proprio perché in cambio di un piatto di lenticchie, di plastica, ha permesso che la si tenesse nell’ignoranza.
Molto ancora accadrà, prima della resa dei conti, ed assisteremo all’ultima vanagloriosa ascesa, prima della rovina finale, di esperti del nulla, di dittatori pagliacci, di sbirri che dichiarano di essere dalla parte della gente ma intanto intascano i trenta denari di indennità.
Anche la natura farà il suo corso ma non, come affermato da Galimberti, perché sia matrigna, vendicativa e incazzosa come il dio misogino dell’antico testamento: farà il suo corso perché è nell’ordine delle cose, perché questo esserino, questo omuncolo antropocentrico, non ha ancora capito che può essere spazzato via in ogni istante, e che i danni che ha inferto a Madre Terra sono solo ferite superficiali.
Mentre il pecorame, esattamente come più volte accadde in passato, si compiace della dittatura incipiente, il conto karmico di tutto è in arrivo una volta per tutte. Fateci caso, se non siete distratti dalle notizie terroristiche: ogni giorno emerge in superficie un pezzo di schifo, una parte della crosta immonda: dai bambini di Bibbiano a quelli del Forteto, dalla verità sui vaccini a quella delle reali cause delle morti attribuite al virus e via enumerando.
E non serve il lavoro di Guglielmo Cancelli e dei suoi laidi scherani e lacchè per far sì che si rimanga in pochi: 90/10.
E quando lo saremo, in pace, tra anime giuste e menti in buona salute, balleremo sulle macerie di questa farsa da avanspettacolo, prima di rimboccarci le maniche per ricostruire un mondo migliore, il nostro mondo.
Lasciando alle torme di sub-umani le puteolenti suburre urbane, agli zombie dalla faccia incrostata di terra e sangue rappreso i falò nelle stazioni delle metropolitane ridotte a riparo, agli esegeti della mascherina gli episodi di cannibalismo.CV 20200527 001Quelli come noi saranno i protagonisti del nuovo Rinascimento delle anime e del territorio, coloro che abbandoneranno il carico antropico dei grandi agglomerati, e presumibilmente anche di quelli di medie dimensioni, estesi in quella provincia della quale un tempo si disse che era sana, senza sapere del verminaio che prolificava sotto la superficie.
Molti di noi andranno ad occupare i quasi due milioni di case su 4,3 milioni oggi disabitate, in contesti insediativi che nel tempo antecedente il morbus gravis vennero ritenuti disagiati, svolgendo lavori creativi e portando innovazione sostenibile, sperimentando l’economia collaborativa e la condivisione di spazi, beni e servizi.
Lavorare nella e per la comunità, prendersi cura delle persone, costruire esperienze in borghi di poche centinaia di abitanti sperimentando nuove relazioni con il territorio circostante ed integrando energie rinnovabili ed efficienze energetiche costituirà la fase applicativa della nuova visione.
Le opportunità offerte, tra tradizione e innovazione, peculiarità locali e sviluppo globale costituiscono un patrimonio che riguarda oltre la metà del territorio nazionale ed il 70 per cento dei 7.954 comuni: ciò permetterà di valorizzare, ponendosi nella condizione di essere pronti per quando sarà il momento, l’offerta culturale, turistica ed enogastronomica.
Agglomerati e territori esistono: sono quelli che nei secoli hanno contribuito a costruire l’immagine e l’immaginario della penisola, anche antropizzato come dimostrano i dolci rilievi toscani o i terrazzamenti liguri e valtellinesi, e nei quali verranno messi al centro il lavoro, la salvaguardia dell’ambiente, il radicale ripensamento dei servizi trasformando la marginalizzazione in risorsa.
La stessa tecnologia che sinora ha diviso costituirà un punto di forza. Mi riferisco non solo a quella che fu la difficoltà di raggiungere servizi essenziali quali scuole, presidi sanitari, uffici postali, ma anche al mancato interesse degli operatori delle telecomunicazioni ad investire portando nelle campagne ed in media montagna le proprie infrastrutture per la connessione veloce.
Questa mancanza favorirà un ritmo lento, un diverso approccio alle relazioni, anche di affari, contribuendo a garantire una buona qualità della vita, possibile anche disponendo di un reddito non elevato.
Non vogliamo respirare aria inquinata: i vecchi rognosi e imbecilli che hanno dimostrato di impestare le città con i loro luridi egoismi, le attività delatorie, il loro sconcio terrore che li avrebbe portati, se avessero potuto farlo, ad incarcerare e sopprimere chiunque, verranno pertanto volentieri lasciati alle suburre del medioevo prossimo venturo.
Gli altri, che preferisco definire anziani proprio per una questione di rispetto, potranno vivere condividendo fra loro abitazioni e servizi, ottimizzando cure mediche e infermieristiche, momenti di socialità e di fruizione culturale.
Le comunità potranno autoprodurre una parte del fabbisogno alimentare in una logica di qualità. Già oggi il 92 per cento delle produzioni tipiche è opera di 297mila aziende che hanno sede in comuni con meno di 5.000 abitanti, dove esperienze anche recenti dimostrano quanto l’agricoltura basata su princìpi ecosostenibili e legata ai territori sia il più importante alleato per uno sviluppo armonioso ed economicamente sostenibile.
Tutto questo senza dimenticare i quasi 11 milioni di ettari costituiti da foreste, in costante crescita proprio perché non rappresenta l’esito di politiche mirate ma la conseguenza dell’abbandono dei territori agricoli e dei pascoli, soprattutto montani.FDA 20200527 001Si potrebbero recuperare attività forestali non legnose: frutta, funghi, piante aromatiche o di uso cosmetico e medicinale, selvaggina, fibre, resine garantendo un’adeguata protezione del suolo e una efficace conservazione della biodiversità.
Gli stimoli capaci di condurre alle interpretazioni di un mondo nuovo sono innumerevoli. Ma la vera sfida consiste nel coraggio di promuovere innovazione e recupero della tradizione, convogliando idee e risorse per progettare e realizzare spazi sicuri, accoglienti e sostenibili.

Alberto Cazzoli Steiner

Sorvegliato speciale chi vorrà visitare i parchi di plastica

Avrei di gran lunga preferito che il testo che mi accingo a criticare fosse stato pubblicato il 3 maggio, invece che il 7: sarebbe stato in sintonia con “Le fucilazioni”, il magistrale dipinto di Goya.cc-2017-02-9-sentieri-lombardia-002Non cessano infatti di stupire i fucilatori del regime, le mezze seghe governative e le loro scheraniche parassitarie emanazioni ormai al delirio di burocratica onnipotenza, tipico di chi non conta, non sa e non vale un cazzo, corroborato dall’equivalente del mitico “quante volte figliola?” in salsa cattocomunista.
Vorrei avere tra le mani alcuni dei merdosi esponenti di tale parassitario marciume, per inchianarlo di mazzate mentre mi pigola lei non sa chi sono io con voce di arrogante castrato.
Al dunque: è pronto il protocollo anticontagio per le escursioni nelle aree naturali protette, vademecum elaborato da Federparchi con RomaNatura e in collaborazione con Università Campus Bio Medico di Roma.
Prenotazione obbligatoria, mascherine, igienizzazione delle mani al punto di raccolta, rilevamento della temperatura corporea, gruppi non superiori alle dodici persone con distanziamento sociale sino a due metri e dispositivi di protezione aggiuntiva per le guide da utilizzare in caso di necessità. Una Glock 9×21?
Questi i punti fondamentali del protocollo speciale per le visite guidate, che andrà rispettato in modo rigoroso altrimenti niet alla fruizione dei parchi naturali.
Una proposta semplicemente ignobile, che si aggiunge alla militarizzazione del territorio con l’alibi dell’immondo virus e che non tiene in nessun conto il fatto che i nostri parchi annoverano migliaia di residenti e centinaia di attività agrosilvopastorali.
Ed ignobili esseri saranno le guide, non più mediatori ma escrescenze non armate delle amministrazioni.
Eh già, diranno che tengono famiglia.
La ratio di tutto questo si situa, inoltre, nel concetto tipico degli escrementi della sinistra urbana ecologista.
Per chi, di stomaco forte, desiderasse approfondire l’argomento, questo il link:
http://www.federparchi.it/dettaglio.php?id=59660&fbclid=IwAR0HYwd2G5kvDmqX8lth-7C7Xpq-kE6GqZhq7W1M7leE2Xpy7lj-PbwUcVc. Copiatelo ed incollatelo, poiché non intendo essere strumento di click a favore di questa gentaglia.

Alberto Cazzoli Steiner

Sorella Acqua: stato dell’arte

La trentanovesima edizione del Festival del Cinema Africano1, tenutasi a Verona dall’8 al 17 novembre, ci ha riportati ad alcune riflessioni su un tema a noi particolarmente caro, quello dell’acqua.CSE 2019.11.26 Acqua 001Poiché siamo in ambito di cinema africano facciamo nostro il filo conduttore di uno scritto pubblicato in questi giorni su Nigrizia2 a firma di Alex Zanotelli3, il combattivo padre Comboniano che già il 20 novembre di dieci anni fa, all’indomani dell’approvazione in Parlamento della cosiddetta Legge Ronchi4, si scagliò contro coloro che la votarono al grido di “Maledetti voi!” facendo propria l’espressione usata da Gesù secondo il Vangelo di Luca: “Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua. Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è un diritto fondamentale umano, perché questa è la più clamorosa sconfitta della politica, è la stravittoria dei potentati economico-finanziari e delle lobby internazionali. È la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business.”
Dal novembre 2009 al giugno 2011 il passo fu breve, e il disastro delle coscienze totale nel fare strame della volontà popolare dimostrando che non da oggi l’Italiland è saldamente in mano ad una losca cricca malavitosa che nessuno schieramento politico e nessun movimento finto spontaneo potranno mai scalfire.
Spesso anzi partiti e movimenti, ad onta di ciò che viene ammannito ad una base di zombie sempre più inconsapevoli, esistono per tirare la volata a potentati economici dietro ai quali si nascondono, ma nemmeno tanto, gruppi criminali.
Come sarebbe a dire nemmeno tanto? Certo, nemmeno tanto, nel momento in cui tali gruppi e le loro esteriorità vengono prese trasversalmente a modello, secondo un copione tipico delle società culturalmente sottosviluppate e, spesso, di matrice cattolica. I casi latino americani, nell’agghiacciante silenzio dei media che contano, sono sotto gli occhi di chiunque sia in grado di vedere.
E quindi l’acqua.
Infatti si fa presto a parlare di acqua pubblica, quando 26 milioni di ‘’ non sono bastati per trasformare il modello di gestione del servizio idrico nazionale. A otto anni dal referendum del 12 e 13 giugno 2011, nel quale il 54% degli elettori affermò la propria opposizione ad ogni forma di privatizzazione, non solo le tariffe non sono cambiate ma si è anzi sviluppata una pletora di società che, come per gas, energia elettrica e telefonia, sciacalla l’ultimo miglio, l’ultimo metro, l’ultimo centimetro di rete di trasporto per campare sul nulla drenando ciò che nelle tariffe generali è già previsto come surplus, per poter giocare a praticare sconti giustificando l’esistenza di queste aziende parassite.
Dal 2011 ad oggi si sono viste città come Ferrara, che hanno ridotto la partecipazione pubblica nelle multiutility, e regioni, come Red Tuscany, che davanti alle richieste dei comitati hanno attuato la tipica sgtrategia della sinistra, chiudendo la porta al dialogo.
In ogni caso, ad otto anni dal referendum, l’acqua non è uscita dal mercato, nonostante i sette governi alternatisi, che hanno visto in sella esponenti politici che, pur eletti dal popolo sovrano, se ne fregano di ciò che ventisei milioni di persone appartenenti a quel popolo hanno deciso nel giugno 2011, affermando che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si possono fare profitti sull’oro blu.
Politica sorda e popolo smemorato, esaurita l’onda emotiva. È un conto che chi detiene il potere sa fare benissimo e chissenefrega di cambi di casacche, opinioni, ruoli in corsa. Tanto non se ne accorge nessuno.
E anche fosse, due parole per intortare gli incauti si trovano sempre.
Un esempio? L’attuale presidente della Camera Roberto Fico, che mosse i primi passi proprio lottando, a Napoli, a favore dell’acqua che definì diritto umano fondamentale, tanto da affermare, invitando in parlamento i rappresentanti del Forum dei movimenti per l’acqua: “Lego la mia presidenza alla legge sull’acqua.”
Gli italilandesi hanno dimenticato, o forse non hanno mai saputo, storditi fra jus-sola e migranti tanto nullafacenti quanto arrapati, che nel famoso “contratto” del governo giallo-verde, l’acqua pubblica compariva, nella lista, al primo posto.
L’acqua che si sarebbe dovuta sottrarre allo strapotere di controllo ad Arera, autorità il cui fine è la gestione dell’acqua nel mercato, per restituirla al ministero dell’Ambiente, è ancora lì, esattamente dove stava prima. Anzi, approvando il decreto Crescita, è stata di fatto privatizzata l’acqua di Puglia, Basilicata e Campania.
Inquietanti anche il silenzio e l’inazione dei due presidenti della repubblica susseguitisi nella carica dal giugno 2011, nonostante il dovere costituzionale di richiamare i governi all’obbligo istituzionale di tradurre i referendum in leggi.
La prima vittima di questi veri e propri tradimenti, particolarmente gravi in un momento così difficile, sarà il bene comune più prezioso: l’acqua. Ed a pagarne le conseguenze saranno i poveri.
Ma, dimostrazione che il centralismo ha ormai fatto il suo tempo e che la democrazia cosiddetta rappresentativa è putrescente, a livello locale il lavoro per ottenere la gestione pubblica dell’acqua continua, spesso conseguendo ottimi risultati: Agrigento, Benevento, Brescia, Napoli.
Tra i significativi piccoli passi dal basso anche quelli, per noi particolarmente significativi, compiuti da una comunità montana inferiore ai mille abitanti, quella della Valle dei Ratti, 11 chilometri tra Valtellina e Valchiavenna ad un’altitudine media di 1.200 metri e priva di strade carrozzabili: senza clamore e senza scendere in piazza hanno semplicemente detto No al tentativo di appropriazione della loro acqua da parte di un gruppo finanziario attivo nel settore dell’energia.
La loro disobbedienza civile che, silenziosamente, ha paralizzato per un paio di mesi l’attività locale, è bastata per fare capire che non era aria. C’è da dire che queste persone sono state fortunate: in fondo il piatto non era, evidentemente, così appetibile, perché lupara bianca non è mai andata in pensione, non solo in America Latina o in Sicilia.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Festival del Cinema Africano
Trattasi di un festival cinematografico internazionale dedicato al continente africano, promosso per la prima volta nel 1981 dalla rivista Nigrizia.
In questa edizione, tenutasi tra Verona e 25 località della provincia, è stata rappresentata la realtà di 15 paesi: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Egitto, Kenya, Madagascar, Marocco, Mauritania, Nigeria, Rwanda, Senegal, Sudafrica, Sudan, Swaziland, Tunisia attraverso 145 proiezioni, 30 delle quali lungometraggi, ed il coinvolgimento di 7.500 studenti e studentesse e 600 docenti di scuole di ogni ordine e grado.
Lo sguardo sull’appena trascorsa edizione è stato focalizzato a partire dalla mostra allestita al Museo Africano di Verona, uno dei più importanti sul territorio nazionale ma ignorato dal circo della cultura ufficiale, compresa quella dell’inclusione, perché non nato da lombi né dei circoli Arci né delle sacrestie.
Come sempre, un invito a cambiare prospettiva osservando con altri occhi, per contribuire al cambiamento di visione, per andare al di là della percezione restrittiva, contaminata da pregiudizi e prese di posizione che hanno poco a che fare con l’orizzonte, anche culturale, ampio e variegato che caratterizza questo continente.
Anno dopo anno, il Festival è cresciuto. Non più solo cinema in sala, ma workshop con i nuovi cittadini di origine africana, con l’attrice Takoua Ben Mohamed e il musicista Tommy Kuti, aperitivi con i registi e le comunità africane presenti nel territorio, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, laboratori per famiglie.
Cresciuto anche il numero delle giurie coinvolte, da quella internazionale a quella degli esperti, affiancate dagli studenti dell’Università di Verona e dai detenuti della Casa circondariale di Montorio.
2 – Nigrizia
Nigrizia è la rivista mensile dei missionari comboniani dedicata al continente africano: annovera tra i suoi più noti collaboratori Alex Zanotelli ed altri autorevoli giornalisti e scrittori, africani e non.
fondata nel gennaio 1883, sostituì gli Annali, bimestrale fondato nel 1872 dall’Associazione del Buon Pastore con lo scopo di diffondere i testi di Daniele Comboni, che fu il primo vescovo di Khartoum.
A partire dal 1965 la rivista pose sempre maggiore attenzione alle vicende politiche locali, fornendo un’ottima visione dell’Africa post-coloniale e dando spazio ad una profonda riflessione autocritica sul concetto di missione. In questo periodo iniziò la collaborazione con due settimanali africani, l’Afrique Nouvelle di Dakar e La Semaine africaine di Brazzaville.
L’attuale direttore è Efrem Tresoldi. Negli anni novanta del secolo scorso la rivista accentuò l’interesse per le problematiche economiche legate alla globalizzazione, ai flussi migratori verso l’Europa, offrendo un punto di vista molto attendibile dal Sud del mondo.
3 – Alex Zanotelli
Alessandro, Alex, Zanotelli, nato a Livo, in provincia di Trento, il 26 agosto 1938, appartiene alla comunità missionaria dei Comboniani.
Iispiratore e fondatore di diversi movimenti tendenti a creare condizioni di pace e giustizia solidale, entra giovanissimo in seminario e nel 1964 viene ordinato sacerdote nell’ordine dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù.
Dal 1965 al 1973 è missionario nel Sudan meridionale martoriato dalla guerra civile.
Nel 1978 assume la direzione di Nigrizia, edita dai Comboniani hanno presso la casa madre di Verona, contribuendo a trasformarlo da mensile di informazione religiosa ad organo di informazione sociale e politica sulla situazione africana.
Lascia la direzione nel 1987 ed oggi vive a Napoli.
Padre Alex Zanotelli ha sempre sostenuto che i riti della religione cattolica vanno adattati alla cultura africana in modo da essere rispettosi della sua identità.
4 – Legge Ronchi
Con tale denominazione si intende la conversione del Decreto Legge 135/2009 che conteneva “disposizioni per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle comunità europea” ponendo l’obbligo di privatizzare almeno il 40% delle partecipazioni delle municipalizzate.

So’ fratelli a noi: alienare il patrimonio demaniale per stroncare le radici identitarie

“Uh mammà, ci stanno sparando, uh mammà!” cantava nel 1981 Mimmo Cavallo, portavoce del Sud ferito e violato come allora, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, imponeva la moda impegnata.
La madre rispondeva: “So’ fratelli a noi, ci vengono a liberà!”
Ed egli replicava: “Ma mammà sparano su di noi, uh mammà!”
E la madre, rassicurante: “Lo so figlio mio, ma lo fanno per necessità.”
Ed arrivarono infine i Piemontesi, decisamente meno simpatici di quelli della pubblicità di Barbero: “Ci stanno occupando, uh, mammà!”
“Il fatto è temporaneo, poi ci dovrebbero lasciare”
“E hanno aggiunto alla bandiera uno stemma blu, uh, mammà!”
“E non sei più contento? Mò teniamo un colore in più”
“E scrivo una canzone, uh, mammà!”
“Bravo sfogati figlio mio, che questo lo puoi fare, e scrivi una canzone evasiva”
“Uh, mammà!”
“Ma non metterci opinioni, fai una musichella d’invasione”
Incontrastato da un’Italiland che aveva altro da fare, per esempio sprecarsi a commentare, unitamente ad altre inutilità, la Carola uscita dal tribunale senza reggiseno (con le forze dell’ordine che, per una volta sincere, esortavano: “Circolare, circolare, non c’è niente da vedere!”) il governatorato italilandese ha varato il PiSDIP, Piano Straordinario di Dismissioni degli Immobili Pubblici 2019-2021 (in Veneto MPiSDos, Me Pisso Dosso? lo ignoriamo), previsto dalla Legge di Bilancio 2019.CSE 2019.08.06 dismissioniIl Demanio ha selezionato un primo lotto di 420 fra appartamenti, edifici e terreni, pubblicato nella Gazzetta ufficiale 166/2019 e del quale propongo lo stralcio nella tabella a corredo, unitamente alle definizioni ed alle modalità di attuazione, generalmente mediante asta, i cui iter sono già in preparazione relativamente a 90 unità selezionate, e le cui informazioni sono disponibili sulla piattaforma del Consiglio Nazionale del Notariato oltre che sul sito dell’Agenzia delle Entrate, alla sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”.
Il provvedimento, già operativo, dovrebbe contribuire ad abbattere il debito dello stato, migliorando quello degli enti locali ed incentivando, mediante la variazione della destinazione d’uso, la valorizzazione dei beni e del territorio favorendo ricadute positive, locali e nazionali, in termini di investimenti e occupazione.
Vale a dire che una caserma potrà diventare l’ennesimo centro commerciale, un castello un resort, un manicomio un complesso residenziale. E fin qui nulla da dire, anzi: svecchiare il territorio, togliere la muffa dalle strade, eliminare ricettacoli di balordi e di traffici tra disperati.
Agli immobili elencati nel primo programma di cessione potrebbero aggiungersene altri, per un valore complessivo stimato in circa 1,2 miliardi di euro. L’aspettativa è quella di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 nel biennio 2020-21.
L’elenco completo degli immobili è scaricabile in formato pdf da diverse fonti, io ho scelto Biblus, il notiziario online di una società di software attiva nella progettazione edilizia.
Scorrendo l’elenco saltano all’occhio immobili e terreni di notevole valore storico: carceri come quelle di Rossano Calabro e Vigevano, caserme, castelli, edifici manifatturieri, fari, stazioni ferroviarie la cui vendita comprometterà per sempre ogni ipotesi di ripristino delle linee cessate.
Colpisce, e sarebbe da approfondire, la vendita di aree pertinenti alla stazione ferroviaria di Tirano, tuttora in attività, mentre nel Friuli Venezia Giulia sarà presto in atto la massiccia vendita di edifici e fondi già in uso per scopi militari.
I veneziani, invece di perdere tempo a prendersela con i turisti, potrebbero meglio indirizzare le loro energie per comprendere e, se del caso contrastare, la cessione di beni decisamente importanti sotto il profilo storico locale, come quelli riportati nella tabella citata.
Infine una nota tecnica dettata dall’esperienza: il mercato delle vendite all’asta langue ormai da tempo e si lavora molto sul saldo e stralcio, pratica non possibile nel caso delle dismissioni, per le quali è obbligatoria la procedura ordinaria.
Si assisterà piuttosto, dopo aver constatato che le aste saranno andate non casualmente deserte, alla concessione di ribassi più o meno consistenti, che in casi particolari potranno portare persino all’effettivo azzeramento del controvalore di cessione.
Nel frattempo sarà trascorso non meno di un biennio e la gente, che già ora ignora l’iniziativa, si sarà completamente dimenticata di tutto. I reggitori del gioco politico potranno cambiare, ma ciò non sposterà assolutamente nulla nel teatrino, e non è escluso che certi beni, particolarmente appetibili, vengano acquistati ad un prezzo simbolico da enti locali o associazioni per svolgervi finalità culturali, sociali, di valorizzazione del territorio: l’abitazione del presidente e dei maggiorenti dell’associazione, la trasformazione in resort camuffato da centro culturale dove ogni anno, giusto per il punto della bandiera, si tiene un convegno per la valorizzazione della lasagna bio consapevole di Tarallo di Sopra o il concorso letterario Cicciuzza Della Gattina destinato a glorificare ego locali.
Su alcune estensioni territoriali si potrebbe, ricorrendone le caratteristiche, impiantare un’attività agricola per dare lavoro a volontari portatori di disagio sociale. Ovvio che saranno portatori di disagio, se nessuno li pagherà.
Sono modalità già viste, ma che i portatori di quella “cultura” che indebitamente si è appropriata di ecosostenibilità e solidarietà sociale sono ben attenti a custodire ammantate di segreto, nel timore di ipotesi di complotto maturate all’ombra delle modalità paranoidi che li caratterizzano.
E nel frattempo l’Italiland della quale, insieme con la pretaglia, occupano i punti sensibili: scuola, comuni, pubblica amministrazione, sanità, sindacato, tribunali, comunicazione, va allegramente a pezzi tra un selfie e l’altro.
Per quanto mi riguarda non sarò certo io a contribuire a contrastare il fenomeno: una metastasi di tale portata deve solo toccare il fondo, morire e imputridirsi nella trasformazione che la farà rinascere.
Sperabilmente in forma di piccole comunità locali autosufficienti, consce ed orgogliose delle proprie radici identitarie che non sono, nè mai potranno essere, quelle del villaggio globale, farsa decerebrante e deresponsabilizzante insieme con il politicamente corretto.
Se, infine, chi legge dovesse chiedersi, non già dimentico del titolo, la ragione dell’affermazione “stroncare le radici identitarie” ho pronta la risposta: a parte caserme ed altri ammennicoli edificati post-unitariamente, molti immobili e fondi, oltre a possedere una storia pre-unitaria, costituiscono precise connotazioni territoriali, punti di riferimento della storia locale e dell’etnografia. Venderli a non si sa chi, perché ne faccia non si sa cosa in nome di una non meglio definita riqualificazione, significa estirpare le radici territoriali, significa fare violenza al territorio.
Certo, ben venga lo straniero se nessuno a livello locale prende l’iniziativa andando oltre i lamenti e le recriminazioni, posto che ve ne siano state, ve ne siano o ve ne saranno … Del resto senza lilleri ‘un si lallera, come dicono in Toscana.

Alberto Cazzoli Steiner

Sostenibilità ambientale degli edifici. Itaca: siamo veramente all’epilogo dell’Odissea?

CSE 2019.07.13 Itaca“La mia casa ce l’ho solo là” cantava Lucio Dalla in Itaca (https://www.youtube.com/watch?v=L2XuEvZNQO8) ed anch’io, credo come altri professionisti, vorrei poter tornare metaforicamente al mio letto ricavato dal maestoso ulivo, nel conforto del riposo sorretto dalla serenità di aver applicato norme univoche e non soggette alle solite interpretazioni, che alimentano incertezza e contenziosi facendo puntualmente ritrovare, invece che nella patria del diritto, nella terra dei Lestrigoni. E chi vuol capire capisca.
Dal 9 luglio vige la norma UNI PDR 13/2019, che specifica i criteri per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici.
Applicando di fatto il protocollo ITACA, Istituto per l’Innovazione e la Trasparenza negli Appalti (si, chi lo desidera può ridere) e Compatibilità Ambientale  nato in collaborazione con UNI, l’ente per la normazione, sostituisce la PDR 13/2015 ed il Protocollo Edifici Non Residenziali.
La nuova Prassi è suddivisa in tre parti:

  • 0 – UNI/PdR 13.0:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Inquadramento generale e principi metodologici
  • 1 – UNI/PdR 13.1:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici residenziali
  • 2 – UNI/PdR 13.2:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici non residenziali

La parte 0 illustra l’inquadramento generale ed i principi metodologici e procedurali che sottendono al sistema di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Le parti 1 e 2 specificano i criteri sui quali si fondano i sistemi di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici residenziali e non residenziali, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Oggetto di ogni valutazione sono il singolo edificio e la sua area esterna pertinenziale, applicando i criteri normativi al fine di calcolare un punteggio prestazionale degli edifici di nuova costruzione o oggetto di ristrutturazioni importanti.
Il protocollo ITACA, nelle sue diverse declinazioni, è lo strumento di valutazione del livello di sostenibilità energetica e ambientale degli edifici che permette di verificare le prestazioni di un edificio, non solo in riferimento ai consumi ed all’efficienza energetica, ma anche considerando il suo impatto sull’ambiente e sulla salute.
La ratio è quella di favorire la realizzazione di edifici utilizzando materiali sempre più innovativi e la cui produzione comporti ridotti consumi energetici, garantendo contestualmente un elevato confort, un impatto energetico e consumi idrici sempre più ridotti.
Il protocollo, garantendo l’oggettività valutativa attraverso l’utilizzo di indicatori e criteri di verifica conformi alle norme tecniche ed alle leggi di riferimento, grazie alle molteplici finalità di utilizzo costituisce uno strumento che per i professionisti sostiene la progettazione, per la pubblica amministrazione agevola i controlli, per gli attori finanziari agevola la valutazione degli investimenti e per i consumatori fornisce chiarezza nei criteri di scelta di immobili ed appartamenti.
Ciò è reso possibile dai principi dello strumento destinati ad individuare i criteri, parametrati ai temi ambientali, che permettono di misurare le prestazioni ambientali dell’edificio in esame ed i suoi eventuali scostamenti dallo standard.
Cliccando sui link che seguono è possibile scaricare dal sito dell’Ente Italiano di Normazione i testi, in formato pdf, delle norme
UNI/PdR 13.0:2019 – Inquadramento generale e principi metodologici
UNI/PdR 13.1:2019 – Edifici residenziali
UNI/PdR13.2:2019 – Edifici non residenziali

Alberto Cazzoli Steiner

Sorridono tra un selfie e l’altro, ma sarà un riso sempre più amaro

CC 2019.07.04 riso amaroMentre a sinistra e a destra giocano al teatrino dei pirla nell’intento di anestetizzare gli imbecilli che credono ai falsi obiettivi, i numerosi chiaroscuri dell’accordo fra Unione Europea e Vietnam rischiano di ammazzare il mercato risicolo nazionale.
L’accordo firmato domenica 30 giugno tra Hanoi e l’Unione Europea, rappresentata dal Commissario al Commercio Cecilia Malmström e dal ministro rumeno per il Commercio Stefan-Radu Oprea, elimina quasi totalmente le barriere doganali e prevede misure affinché 169 indicazioni geografiche europee siano protette nello Stato asiatico.
Alcune righe dell’accordo, strumento sul quale la Commissione Ue ha puntato molto come strumento di negoziato commerciale, sono dedicate alla solita fuffa formale: l’impegno al rispetto dell’accordo di Parigi sul clima e alla messa in atto dei principi sul diritto dei lavoratori dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Blablabla.
Il numero uno di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, afferma però che l’accordo potrebbe nuocere gravemente alla produzione risicola nazionale e sollecita controlli alle frontiere ed ai porti sulle importazioni di riso da Cambogia e Myanmar (Birmania), perché è minacciata una produzione tipicamente europea come la varietà Japonica.
L’intesa col Vietnam, secondo Giansanti, non è soddisfacente per il riso, per il quale è stato fissato un contingente di importazioni agevolate sul mercato europeo di circa 80mila tonnellate, le cui conseguenze si sommano alla pesante situazione già determinatasi nelgli scorsi anni proprio in ragione delle concessioni fatte a Myanmar e Cambogia.
Estremamente critica la posizione di Coldiretti, il cui presidente Ettore Prandini, ricorda come il riso sia prevalentemente ottenuto attraverso il lavoro minorile, aggiungendo come l’accordo sia sbagliato e contraddittorio in virtù della difficile situazione del comparto e della decisione dell’Unione europea che da metà gennaio 2019 ha messo finalmente i dazi sulle importazioni provenienti dalla Cambogia e del Myanmar, che fanno concorrenza sleale ai produttori italiani.
Secondo Coldiretti, inoltre, il settore agricolo non deve diventare merce di scambio degli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico, occupazionale e ambientale sui territori. E la parità dei criteri deve essere rispettata poiché in gioco c’è il primato dell’Italia in Europa: il nostro paese è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende, che copre il 50% dell’intera produzione Ue, con una gamma varietale del tutto unica su una superficie coltivata di circa 220mila ettari.
Paolo Carrà, dell’Ente Nazionale Risi, parla addirittura di beffa: “Adottata la clausola di garanzia dopo anni di concorrenza sleale sul riso Indica cambogiano, l’Europa viene invasa da migliaia di tonnellate di riso Japonica lavorato, che non paga dazio. E si tratta di una doppia beffa, poiché si tratterebbe di varietà Japonica molto simili all’Indica. I numeri sono già impressionanti: nel mese di aprile 2019 sono entrate 11.261 tonnellate di lavorato Japonica e in maggio circa 18mila, portando il dato totale della presente campagna (settembre 2018-maggio 2019) a 52.076 tonnellate, con un incremento di 31.167 tonnellate (+149%) su base annua. Poiché il riso di tipo Japonica non è interessato dall’applicazione della clausola di salvaguardia, le importazioni di riso Japonica avvengono senza il pagamento del dazio e arrecano un danno alla coltivazione del riso europeo in quanto tale tipologia rappresenta il 75% della produzione totale di riso nell’Ue. Proprio per questo, esistono le condizioni perché la Commissione europea adotti la clausola di salvaguardia sul riso Japonica lavorato d’importazione.”
“Peraltro da parte del Mipaaft (Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo – NdR) sottolinea Carrà “c’è grande impegno per la difesa del Made in Italy, come dimostra l’impegno di Centinaio proprio sulla Cambogia e l’attenzione che ha riservato in questi mesi al problema dell’ex Birmania. Non dimentichiamo che il paese da cui proviene il riso lavorato è lo stesso che ha deportato la popolazione Rohingya, così come gravi violazioni dei diritti umani sono state segnalate anche in Cambogia.”
Per finire, lancia in resta anche per l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Fabio Rolfi, che parla di “passo indietro sulla sicurezza alimentare, sui diritti dei lavoratori e sulla qualità del cibo. Si tratta di un pugno nello stomaco che l’Unione europea assesta ai risicoltori lombardi. L’accordo con il Vietnam per l’agricoltura lombarda è una follia che non abbiamo intenzione di subire, e non nascondo la mia preoccupazione considerando che i 1.800 risicoltori lombardi producono il 40% del riso italiano. Li difenderemo dalle folli politiche europee.”
Sarà, ma a me sembra che i buoi siano scappati. Dov’erano i politici italilandesi quando si trattava di sputare in faccia a quelli di Bruxelles?

Alberto Cazzoli Steiner

Mobilità insostenibile: cicloche?

Queste considerazioni mi attireranno l’antipatia di taluni bikers che si spacciano per cicloturisti. Sappiano costoro che nella loro antipatia ci inzuppo il pane, perché conosco, frequento ed apprezzo fior di appassionati provvisti di ben dell’intelletto e senso civico.
Costoro fanno invece parte di una minoritaria feccia da stadio che molte persone, guarda caso, nel loro immaginario, assimilano ai cacciatori.ciclogardaIniziamo con l’identikit del “cicloturista”: è stronzo, prevalentemente padano e leghista e si muove in branco, dal quale trae forza e arroganza.
Il ciclodurista, detto impropriamente biker, è un predatore. Ovunque vi sia una superficie appena percorribile, sia essa alzaia piuttosto che sedime ferroviario, egli la fa sua, la concupisce.
Emblema dell’ennesima schizofrenia italilandese: tende a destra ma è coccolato dalla sinistra ignorante ecosostenibile per posa e per presa (di fondi comunitari, regionali e, ove non bastassero, delle cassette delle elemosine), le sue agognate ciclabili sottraggono denari ad iniziative più utili, deturpano il paesaggio come quella porcheria a sbalzo sulla Gardesana, si appropriano di linee ferroviarie dismesse compromettendone l’eventuale ripristino.
Quello che fa (ulteriormente) incazzare è che ci sono delle anime semplici che li appoggiano anche quando vengono attuati assassinii morali come il recupero in guisa di greenway di ferrovie come la Spoleto – Norcia. E mi limito a citare solo quella.
I cicloturisti d’assalto sono arroganti per compensazione: chi sta spesso in sella sviluppa problemi ai testicoli ed alla prostata, e sovente, da concupire, non gli resta che il sentiero. Ciò rende il ciclopirla estremamente aggressivo, oltre che reattivo nei confronti di ingiurie a sfondo sessuale.
Il cicloturista è infastidito da chi si pone sul suo percorso: anziani, bambini e, a suo modo di vedere, altri animali.
Attesa l’inutilità di ogni sforzo educativo, contro il cicloturista c’è una sola difesa: l’attacco.
Se il filo d’acciaio brunito vi sembra eccessivo offro un’alternativa: molti vagheggiano l’uso di particolari puntine o chiodi a tre punte. Scordatevelo. Molto più utili e letali minuscoli tondini di ferro disseminati sulla carreggiata.
Ferro, non acciaio: il ferro si ossida e si mimetizza, l’acciaio brilla.
Questa analisi, sulla quale avrei preferito non tornare, muove da alcuni commenti pubblicati di rimando in riferimento alla riapertura ciclopedonale del ponte di Paderno d’Adda, in occasione della quale molti ciclomerdosi lamentarono il fatto di non poter transitare in velocità, sabato 30 e domenica 31, lungo il ponte a causa della massiccia presenza di persone, orrore, “ferme a chiacchierare”.
Con il riaffacciarsi della bella stagione assisteremo nuovamente alla carica delle orde barbariche, lungo le alzaie piuttosto che sui sentieri boschivi: convinti che i percorsi esistano solo per permettere loro di allenarsi e performare non si sognano di avvertire del proprio arrivo e, se qualcuno si permette di redarguirli civilmente, volano insulti.
Sono sempre più convinto che contro costoro non servano leggi, ma mazzate.
Riporto, in proposito, il commento di una signora che si è ritrovata inzaccherata da una torma di questi imbecilli:
LV – “Qualche anno fa stavo camminando lungo l’Adda, dalla diga di Paderno verso Brivio, il giorno prima aveva piovuto quindi lungo il tragitto erano presenti molte belle pozze d’acqua, a volte neppure si riusciva a raggirarle.
Oltre ai pedoni arrivavano sfrecciando molti ciclisti, pochi di loro rallentavano ma la maggior parte aumentavano anche la pedalata senza neppure avvisare che stavano arrivando.
Risultato? Chi camminava veniva continuamente infangato. Dopo la quarta volta che sono stata lavata ad uno di questi mentre arrivava gli ho urlato “o rallenti o ti butto giù” e così è stato per il resto della camminata. Che ci siano o no le strisce il rispetto e l’educazione ci deve essere in entrambi i casi, ciclisti e pedoni.”
Una delle repliche al commento è stata: “Quale pozzanghera, la signora aveva il ciclo!” con un virtuosismo da caserma degno dei migliori elmi padani. Quelli con le corna.
Rammento inoltre che il gestore della pagina, riaperti i commenti che aveva chiuso per eccesso di polemiche, si rammaricava di non vedere commenti intelligenti.
Questa fu la mia replica: “Comprendo il suo stato d’animo nel riaprire i commenti scoprendo che non ve ne sono di ‘intelligenti’. Probabilmente, relativamente ai ‘cicloturisti’ il nostro concetto di intelligenza diverge, e neppure il mio commento le apparirà intelligente, offuscato dalla rabbia nei confronti di biker bastardi senza rispetto, nemmeno per una bambina che osa porsi in mezzo alla carreggiata mentre avanza l’orda dei pezzi di merda.
Lo ammetto pubblicamente: se avessi a mio carico denunce per aggressione contro alcuni bikers, ne andrei fiero.
Bene ha fatto a rititolare ‘la signora con il ciclo’, si rifà al commento dell’ennesimo imbecille minus habens contro una lettrice che si è permessa di eccepire. Certo, la sua replica non aiuta in termini di distensione.
Mi perdoni ma, visto che la legge non aiuta, io ho trovato il modo di aiutarmi da solo.
Pensi che vorrei addirittura tenere dei corsi, all’insegna del proverbio ‘la miglior difesa è l’attacco’. Mi stia bene, fin che può.”

Alberto Cazzoli Steiner