Orvieto: recupero strutturale e considerazioni sull’impianto per la produzione di biogas

Inizieranno auspicabilmente entro la prossima estate i lavori per il recupero strutturale e funzionale di una tenuta agricola orvietana estesa su 62 ettari con due complessi edificati, l’uno in uso e l’altro dismesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 001.jpgLa vocazione del sito sarà agrosilvopastorale, in quanto verterà sulla produzione di manufatti realizzati con una  lana ovina particolarmente pregiata, olio, vino e prodotti correlati, con commercio diretto e presso unità distributive esterne.
Un’importante quota delle risorse verrà invece dedicata alla ricettività turistica ed all’effettuazione di attività afferenti l’ambito olistico di livello medio-alto.
Dei due complessi edificati, quelli in uso dispone di una fossa biologica bisognosa di consistente manutenzione, mentre in quello dismesso è presente la vecchia buca del letame, com’era in uso un tempo.
Il progetto prevede la realizzazione, in zona defilata, di un impianto per la produzione di biogas alimentato con le deiezioni animali e umane, con gli sfalci di frutteti, oliveto, vigna e con gli scarti alimentari e della lavorazione dei prodotti. La capacità dell’impianto consentirà l’autonomia relativamente all’acqua calda sanitaria ed al gas per uso di cucina.
Uno degli ambiti valutativi fondamentali riguarda conseguentemente la scelta del tipo di impianto: fitodepurativo aerobico piuttosto che mediante lagunaggio, oppure anaerobico.
tale scelta, che non esclude l’ipotesi del lagunaggio, potrebbe privilegiare l’ipotesi anaerobica per motivi estetici (maggiore possibilità di occultare l’impianto nell’ambiente) e legati alla diffusione di odori sgradevoli ed all’inevitabile genesi di zanzare, considerata l’attività ricettiva che caratterizzerà parte del complesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 003Questo scritto è incentrato sull’esame di alcune particolarità dei digestori e ad alcune caratteristiche del metodo pFOM e delle metodologie Weende e Nirs.
Premettiamo che se gli scarti vegetali riguarderanno residui della cucina, dell’orto, della sfalciatura e delle potature, le deiezioni animali saranno di origine prevalentemente ovina, quindi con marker organici e gradienti di acidità molto particolari e ben differenti rispetto a quelli di origine bovina massimamente noti in ragione della loro diffusione dovuta all’allevamento intensivo.
Sappiamo come la base teorica che sottende alla valutazione ed alla previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica sia il metodo Weende1, zoccolo duro dell’analisi della digeribilità dei mangimi e più noto come CFM, Crude Fiber Method. Risale al 1864, quando fu codificato da Henneburg e Stohmann.
L’alternativa potrebbe essere costituita dal metodo Van Soest, più accurato del precedente ma non il più avanzato tecnicamente2.
Entrambi i metodi si basano sulla determinazione della frazione difficilmente degradabile (cellulosa) e non degradabile (lignina) di un foraggio, assumendo che la differenza fra tali misurazioni sia il valore nutrizionale netto per l’animale. Poiché il metodo non elabora moltissime variabili prenderemo in considerazione metodi ancora più accurati3.
Riteniamo che l’applicazione ad un impianto di biogas di un metodo sviluppato per la valutazione di mangimi, come comunemente avviene, sia sbagliata poiché la degradazione della biomassa nell’apparato digerente di un animale è sostanzialmente diversa da quella che si verifica all’interno di un digestore anaerobico.
Un’evidenza fondamentale in tal senso è data dai tempi: da 24 a 48 ore per il passaggio attraverso l’apparato digerente di un animale, contro i trenta o più giorni di permanenza in un digestore anaerobico.
Dati indicativi come la sostanza secca e la sostanza organica secca sono inoltre superati. tanto è vero che hanno lasciato il posto all’indicatore pFOM, potentially Fermentable Organic Matter, materia organica potenzialmente fermentescibile. Il valore definisce ciò che può essere effettivamente fermentato in modo efficace escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcola l’autoconsumo della massa batterica.
Per parte nostra specifichiamo che, affinché un impianto di biogas possa conseguire il massimo livello di efficienza, devono essere sviluppate competenze integrate di biologia, fisica, meccanica, automazione. Va inoltre tenuto in conto il fatto che un impianto viene realizzato nella previsione di un lungo periodo di alimentazione: agricola, industriale, comunale e della conseguente valorizzazione dell’energia ricavata per la sua gestione o vendita come prodotto finale in uscita.
Per avere certezza del potere metanigeno dei substrati, della loro adeguatezza biologica, della reperibilità, del costo e della gestione logistica, l’alimentazione dell’impianto viene quindi definita già in fase progettuale.
Ricapitoliamo un istante prima di proseguire: la base teorica ancora oggi più avanzata che sottende a valutazione ed a previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica è il metodo Weender, ampliato di Van Soest per combinare ed elaborare numerose variabili, dove i dati su sostanza secca e sostanza organica secca, ritenuti superati, hanno lasciato il campo all’indicatore pFOM, valore che definisce ciò che può essere effettivamente ed efficacemente fermentato, escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine ​​grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcolando l’autoconsumo della massa batterica, identificando il tempo di fermentazione kd di ogni singolo componente.
Collegando quindi il valore pFOM con i dati forniti dall’analisi all’infrarosso NIRS, Near Infrared Reflectance Spectroscopy, in uso da decenni, eseguita mediante spettroscopia a corto raggio ed oggi certificata ISO 9001, è possibile ottimizzare la ricetta di alimentazione in modo biologico, tecnico ed economico, per ottenerne una massa di deiezione ottimale, anticipando eventuali criticità e prevedendo contromisure in anticipo rispetto al manifestarsi di eventuali problemi.
Il corretto termine tecnico utilizzato, solidi volatili (SV, norma UNI 10458:2011, definizione 3.65), deriva dalla traduzione letterale dal tedesco Organische Trockenmasse, appunto sostanza secca organica per differenziarla dalla sostanza secca che include anche la frazione minerale nota come ceneri, ed i SV sono strettamente correlati al BMP, Biochemical Methane Potential, potenziale metanigeno, costituendo un indicatore fondamentale in tutte le norme applicabili alle biomasse per digestione anaerobica. Quindi la loro misurazione è imprescindibile per una corretta gestione dell’impianto.
Il processo di produzione del biogas, combustibile rinnovabile e dotato di un buon potere calorifico, avviene all’interno di digestori nei quali la biomassa introdotta, dove il cosiddetto substrato, che trova un riferimento nella cellulosa4, viene demolito in percentuali variabili tra il 40 e il 60%. Il biogas ricavato dal processo è composto mediamente al 50-80% da metano, dal 15-45% da anidride carbonica e nella misura residua del 5% da altri gas, soprattutto idrogeno e azoto.
Se per produrre calore, o elettricità con motori cogenerativi, il biogas può essere utilizzato tal quale, per essere immesso in una rete distributiva di gas, anche minima e privata come quella prevista a Orvieto, è indispensabile prevederne la purificazione che innalzi al 95-98% la percentuale di metano, incrementandone così qualità e potere calorifico. Il prodotto ottenuto assume, a rigore, la denominazione di biometano.
Un m³ di biogas consente di ottenere 1,8÷2,2 kWh di energia elettrica o 2÷3 kWh di energia termica, e la sua produzione mediante digestione anaerobica si differenzia in base alla temperatura di svolgimento del processo e del tipo di microrganismi coinvolti.
Le definizioni sono, rispettivamente, psicrofila tra 10 e 25° C, mesofila a circa 35° C e termofila a circa 55° C.
Sembra una banalità, ma la qualità del prodotto finito, nel nostro caso il biogas, è funzione della qualità di ciò che mangia l’animale le cui deiezioni finiscono nel digestore, ed in particolare delle proteine grezze, la cui digeribilità dipende dalla razza dell’animale e dai batteri anaerobici.
Nel caso in esame le proteine sono, in realtà, perfettamente digeribili dai batteri anaerobici a prescindere dall’origine, con valori di BMP, Biochemical Methane Potential, che si aggirano sui 450 Nm3/ton SV, metri cubi Normali per tonnellata di solidi volatili.
Lo dimostrano i numerosi impianti per la produzione di biogas autorizzati dal Ministero della Salute a funzionare con resti di macellazione, i cosiddetti SOA, Sottoprodotti di Origine Animale.
Il valore di autoconsumo della biomassa batterica si misura con una prova biologica, calcolando la differenza fra i SV totali iniziali e finali della biomassa batterica, detta inoculo. Tale differenza rappresenta la frazione di materia organica digeribile che, non mutata in biogas, contribuisce ad accrescere la popolazione di batteri vivi.
Se, sin dai tempi di Pasteur e addirittura con una strumentazione autocostruita e un po’ di pazienza, è possibile effettuare una semplice verifica di Bmp, misurando la costante di tempo di digestione, ben diversa è una situazione come quella orvietana, dove dovremo gestire la quotidianità dell’impianto con la massima precisione, ove possibile anticipando problemi di carico e qualità, e senza ricorrere all’acquisto di scarti di terzi.
Verrà pertanto impiantato un sistema di controllo digitalizzato ed in grado di dialogare con l’impianto di carico, il digestore e le altre strutture aziendali, in ossequio alla legge 232/2016 Industria 4.0 per fruire delle relative agevolazioni, ben sapendo che un modello matematico statico non ci consentirà di gestire un sistema che, per quanto minuscolo potrà essere, sarà in permanente cambiamento esattamente come accade nei digestori di impianti ben più dimensionati ed alimentati con sottoprodotti, per loro stessa natura inevitabilmente variabili nel tempo.
Ciò comporterà la costituzione di un data base di dati concreti, nello storico comprendenti picchi, assenze, carenze, eccedenze, presenza di composti anomali, parametri dei substrati e tra questi TS, NDF, ADF, Lignina, ADL, zucchero, proteine, grassi, amidi e via enumerando5. E ciò potrà avvenire solo mediante costanti prove biologiche realizzate nelle effettive condizioni operative dell’impianto.
La gestione della banca dati dinamica permetterà di avere sotto controllo alimentazione, combinazione corretta dei substrati per ottenere una resa ottimale del biogas, problemi di accumulo nei digestori, consistenza del volume fermentativo utile. L’utilizzo del software specifico consentirà inoltre di analizzare la degradazione dei substrati singolarmente ed in relazione tra loro, la produzione di energia, l’autoconsumo di batteri, la disponibilità residua, la riduzione volumetrica ed innumerevoli altri elementi.
Si potrà così disporre di valori sempre aggiornati in tempo reale, monitorando ed inserendo da remoto dati e parametri, sia ottenuti manualmente sia automaticamente con l’ausilio di strumenti come il Nirs.
I fautori del metodo sostengono che mediante un software, alimentato da una serie di dati numerici ricavati da prove non-biologiche, sia possibile addirittura diagnosticare i problemi biologici e prevedere la riduzione del volume dei digestori per accumulo di sedimenti o massa galleggiante.
Lo scopriremo in corso d’opera poiché, come ben sanno coloro che da decenni svolgono funzioni tecniche dedicate, è impossibile prevedere la resa in metano di un substrato esclusivamente in base alle analisi chimiche come il pFOM, il cui scopo effettivo, ricordiamo, è il calcolo delle razioni dei mangimi. Aspetto che a noi interesserà in modo assolutamente marginale.
Poiché non riteniamo tecnicamente corretto applicare norme al di fuori del loro scopo dichiarato, verrà inizialmente applicata la norma tedesca VDI 4630, pur nella consapevolezza di quanto sia abbondantemente superata, per poi trasmigrare alle norme nazionali più recenti e precise, come da tabella sottostante.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 002Concludiamo queste brevi e sommarie note con una precisazione: pur in ossequio all’interconnettività tipicizzata dai criteri di Industria 4.0, nel caso specifico non è necessario che la strumentazione sia hi tech, ma è sufficiente che sia adeguata alla tipologia delle biomasse ed alle dimensioni dell’impianto e che le sue caratteristiche metrologiche siano note e affidabili.
Crediamo che requisito principale per la proficua gestione di un impianto di biogas sia fondamentalmente una mente aperta e libera da pregiudizi e timori, in modo da interpretare obiettivamente gli esiti delle prove biologiche senza tentare di parametrare la realtà con algoritmi predefiniti o con i risultati della letteratura scientifica ufficiale.
Quello che fa fede sono le norme e la loro scrupolosa osservanza, seguendo alla perfezione i protocolli prestabiliti, valutando sempre i margini di errore delle prove e le informazioni fornite dalle curve di produzione di metano.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Metodo Weende: quello ufficiale universalmente adottato e qui inteso in particolare per gli estrattivi inazotati, sempre superstimati rispetto al loro valore effettivo. In rete è presente esaustiva casistica
2 – Van Soest and McQueen: The chemistry and estimation of fibre – Cambridge University, 1973
3 – Considerazioni derivate in particolare dall’alimentazione di precisione delle bovine da latte
4 – norma UNI/TS 11703/2018
5 – La nota fa riferimento alle metodiche analitiche per la determinazione del contenuto in fibra degli alimenti, quella di Weende o della fibra grezza, ed il metodo Van Soest o della fibra neutro detersa, NDF, della fibra acido detersa, ADF e della lignina acido detersa, ADL.
Il metodo ufficiale universalmente utilizzato è quello di Weende, il cui principio è il seguente:
una aliquota dell’alimento macinato, dopo delipidizzazione con etere o acetone, viene trattata all’ebollizione per 30 min. con una soluzione di acido solforico 0,26N. Dopo filtrazione e lavaggio del residuo con acqua bollente questo viene trattato all’ebollizione per 30 min si filtra, si lava con acqua bollente e si secca il residuo in stufa; si pesa e si incenerisce il campione, che viene di nuovo pesato: la differenza tra le due pesate costituisce la fibra grezza del campione. Questo metodo sottostima il reale contenuto in fibra dell’alimento perchè il 50-90% della lignina, lo 0-50% della cellulosa e fino all’85% delle emicellulose può essere solubilizzato e quindi non dosato come fibra grezza.
Il sistema delle frazioni fibrose secondo Van Soest consente invece una migliore classificazione dei costituenti delle pareti cellulari. Principio del metodo:
a) fibra residua al detergente neutro NDF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente sodio laurilsolfato in ebollizione per 1 ora, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa; la differenza fra le due pesate, rapportata al peso del campione, costituisce l’NDF;
b) fibra residua al detergente acido ADF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente bromuro di cetil-trimetilammonio in acido solforico 1N in ebollizione per 1 ora. Si filtra, si essica in stufa il residuo e si pesa. Questo residuo costituisce l’ADF;
c) lignina ADL: il residuo dell’ADF viene trattato con acido solforico al 72% a freddo per 3 ore. Si lava, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa di nuovo: la differenza tra le due pesate costituisce l’ADL.
Il metodo NDF consente di separare cellulosa, emicellulose e lignina dalle pareti cellulari vegetali e dal materiale cellulare solubile rappresentato da zuccheri, acidi organici, sostanze azotate proteiche e non proteiche, lipidi, sali minerali solubili.
All’analisi NDF sfuggono le pectine, che vengono solubilizzate, anche se sono intimamente legate alla parete cellulare.
Il metodo ADF consente di determinare un residuo fibroso costituito da cellulosa, lignina, cutina e silice. La differenza tra NDF-ADF dà una stima delle emicellulose.
Il metodo ADL consente di determinare la lignina, al netto delle ceneri.

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Ferrovie dimenticate? Quelle dei pendolari. Parola di Legambiente

Nell’interregno tra il non più carnevale, di romana osservanza, e quello di non ancora carnevale, di rito ambrosiano, domenica 3 corrente si è celebratala Giornata delle Ferrovie Dimenticate.
Ne ho scritto nei giorni scorsi, evidenziando come a mio avviso a molti la kermesse ecochic faccia CoMoDo e costituisca il viatico per realizzare greenways e piste ciclopedonali sul sedime delle ferrovie dismesse all’insegna dell’esiziale slogan mobilità dolce. Esiziale? Certo, provate a pensare ai diabetici…
Finita la festa gabbato lo santo, si dice, ed allora torniamo alle vere ferrovie dimenticate. Per esempio a questa: esterno, pseudo giorno, nebbia, freddo umido che ti entra nelle ossa, marciapiede binario cinque bagnato di brina, teste basse avvolte in berretti, cappucci, scialli, sciarpe, conversazione assente o ridotta a grugniti, dita guantate e non che pigiano come stecchi i tasti di telefoni, tablet, ipod e via enumerando. Tra pochissimi minuti dovrebbe giungere, già annunciato con ritardo crescente, il treno “esseotto _ diecimilaottocentoventuno _ proveniente da _ Lecco _ e diretto _ a _ Milano _ Porta Garibaldi _ delle ore _ cinque _ e _ cinquanta.”
Ed ecco, invece, la ferale notizia: “o g g i _ non è stato effettuato. Ci scusiamo per il disagio.”
Animo, rimane quello delle 6:20. Forse.CSE 2019.03.06 Pendolaria 001Come è ormai consuetudine, Legambiente ha presentato Pendolaria, il dossier annuale sul trasporto ferroviario locale, giunto alla decima edizione e dal quale emerge una rete ferroviaria dicotomica, nettamente divisa tra eccellenze e degrado. Le une non si trovano necessariamente al Nord e le altre non necessariamente al Sud anche se quest’ultimo, con una Sicilia da cronache del dopobomba, presenta un quadro che definire ignobile è solo un garbato eufemismo.
La Varese – Milano e la Milano – Treviglio sono due delle relazioni del Nord maggiormente martoriate da ritardi e cancellazioni.
Dei servizi afferenti il nodo di Genova abbiamo già parlato in occasione del piano neve, che prevede la cancellazione senza eccezioni al primo apparire di un fiocco bianco.
E se al Sud la Circumvesuviana ha visto ridurre drasticamente gli utilizzatori a causa delle inefficienze del servizio, sembra che anche quest’anno il palmares del degrado spetti, per la quarta volta consecutiva, al Centro: alla Roma – Lido, 28.359 metri di carenze strutturali e igieniche degne del terzo mondo. Italilandesi.
Lo stato di salute del sistema ferroviario sembra essere pessimo, e gli investimenti effettuati negli ultimi cinque anni in infrasstrutture e mezzi non avrebbero prodotto migliorie, soprattutto non al trasporto cosiddetto pendolare anche se, nonostante tutti i tentativi di distogliere l’utenza dal trasporto ferroviario, secondo il rapporto di Legambiente anche il 2018 ha visto un incremento dei viaggiatori, arrivati “a quota 5,59 milioni segnando un nuovo record rispetto al 2012 (+7,9% in 4 anni). Sono infatti 2 milioni e 874 mila coloro che ogni giorno usufruiscono del servizio ferroviario regionale e 2 milioni e 716 mila quelli che prendono ogni giorno le metropolitane, presenti in 7 città italiane, in larga parte pendolari. E per entrambi i numeri sono in crescita.”
Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo, e invece i numeri svelano il paradosso: aumentano i passeggeri, ma la crescita è disomogenea per aree geografiche, bacini di utenza e gestori, e contestualmente diminuiscono i chilometri di linee percorribili.
Parlare di trasporto pendolare, inoltre, oggi non ha più senso solo a livello locale poiché molti sono coloro che, zaino in spalla contenente il pc aziendale, percorrono quotidianamente tratte quali Torino – Milano piuttosto che Genova o Milano – Verona piuttosto che Bologna quando non addirittura Firenze.
Le aziende ferroviarie, penalizzando di fatto il ricorso ai treni ordinari, spingono all’utilizzo di quelli ad alta velocità. Prendiamo ad esempio la tratta Bologna – Firenze, sulla cui linea ad alta velocità si riscontra la maggiore densità di traffico di tutta la rete nazionale con un’offerta che, stando al rapporto di Legambiente, “non ha paragoni al mondo.” È infatti servita giornalmente da 162 treni ripartiti fra le due direzioni: “erano 152 lo scorso anno, 142 due anni fa, mentre erano solo 18 gli Eurostar nel 2002.”CSE 2019.03.06 Pendolaria 002Dimostrerò ora come da Milano a Firenze, se non ci vai con Italo o con una Freccia, il collegamento senza cambi è praticamente impossibile, essendo gli orari congegnati in modo da scoraggiare anche il più strenuo dei masochisti.
Immagino un viaggio da Milano a Firenze ma voglio evitare il primo treno del mattino, previsto in partenza alle ore 05:15. La ricerca sul sito di Trenitalia mi propone quindi come prima opportunità una partenza da Milano Centrale alle ore 06:45 con treno Regionale 2117 per Livorno Centrale, arrivo ore 11:45 a Pisa Centrale e partenza ore 11:54 con treno Regionale 23418 per Firenze Santa Maria Novella, con arrivo ore 13:07.
Durata del viaggio 6h22′, con 9 minuti di cosiddetto comporto1 a Pisa (in realtà, non disponendo dell’orario di servizio e non essendo la linea sprovvista di altre opportunità, non so nemmeno se sia previsto, il comporto) e va da sè che se, come sovente accade, il Livorno dovesse essere in ritardo, le corse successive sarebbero rispettivamente alle 12:01 o alle 12:32, portando ad oltre 7 ore la durata del viaggio.
Costo € 25,50.
Preferisco percorrere la linea classica via Bologna? Eccomi servito: Milano Centrale partenza ore 07:15 con treno Regionale Veloce 2273 per Bologna Centrale, dove arrivo alle ore 10:10 per ripartire alle ore 12:08 con il Regionale 6557 per Prato Centrale, dove arrivo alle ore 13:23 per ripartire alle ore 13:29 con il Regionale 3049 per Firenze S.M. Novella, dove termino la, si fa per dire, corsa alle ore 13:50 dopo 6h35′ di viaggio.
Costo € 25,50 contro € 56,00 di Frecciarossa (tariffa minima odierna2 ) o 49,00 di Italo3.
Andare da Bologna a Firenze senza ricorrere a Italo o ad una Freccia è un’avventura: anche in questo caso gli orari sono studiati in modo da non permetterlo in tempi decenti. L’offerta lungo la linea ordinaria, cosiddetta Direttissima, Bologna – Firenze prevede 20 coppie di treni giornalieri. In direzione di Firenze, salvo che utilizzando i treni Regionali 11521 (Bologna C.le p. 06:38 – Firenze SMN a. 08:23, durata del viaggio 1h45′) o 11635 (Bologna C.le p. 20:38 – Firenze SMN a. 22:10, durata del viaggio 1h32′) non esistono corse dirette: tutte prevedono il cambio a Prato Centrale, con tempi di attesa variabili da 17′ a due ore. Analogamente al ritorno. Il costo è pari a € 9,45 contro € 29,00di Frecciarossa o € 23,00di Italo.
Gli esempi potrebbero continuare, per esempio tra Milano e Venezia, relazione che costringe ad un cambio a Verona Porta Nuova, dove i treni da Milano arrivano al minuto 15 di ogni ora (binari 3 o 7) e quelli per Venezia partono al minuto 21 (generalmente binario 8). In caso di ritardo ci sono un’ottima birreria finto-bavarese al piano banchina del binario 1, che però non apre prima delle ore 11:45, e Feltrinelli.
In Piemonte, non solo per le insensate soppressioni di importanti relazioni locali – a carico in particolare delle province di Asti e Cuneo – che presumibilmente verranno prontamente trasformate in piste ciclopedonali nonostante le proteste di comitati e associazioni, il traffico viaggiatori è diminuito del 4,4%.
Incrementi in Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Abruzzo, Puglia.
Invariati gli afflussi di Friuli, Umbria, dove salvo Perugia e Orvieto non sanno nemmeno di avere la ferrovia, Marche e Valle d’Aosta, regione dove se venisse tolta di mezzo l’unica ferrovia esistente molti albergatori ed altri operatori turistici farebbero la ola.
In calo i passeggeri nelle restanti regioni, in particolare in Sicilia (da 50.300 a 37.600) e Campania (da 413.600 a 308.500). I dati sono rilevati sulla base dei transiti paganti: biglietti ordinari e abbonamenti.
La Sicilia è tuttora la regione dove i cartelli stradali indicano le stazioni degli autobus, servite da linee gestite da privati spesso in sovrapposizione alle relazioni ferroviarie, ma non le stazioni ferroviarie. È anche la regione che conta il maggior numero di soppressioni di treni a causa di guasti, prontamente sostituiti da autoservizi. Ci scusiamo per il disagio, e due più due di solito fa quattro.
L’analisi considera inoltre anche i trasporti su rotaia non ferroviari, riferendo come in ogni città dotata di tram o metropolitane i passeggeri siano aumentati. Particolarmente significativi i valori di Bergamo, Firenze, Milano e Torino.
Il rapporto di Legambiente denuncia inoltre come il trasporto ferroviario soffra della riduzione dei finanziamenti statali “con una diminuzione delle risorse nazionali stanziate tra il 2009 e il 2018 pari a -20,4% mentre i passeggeri crescevano del 6,8%” specificando che “per quest’anno le risorse si sono ridotte di 56 milioni di euro, ma si potrebbe aggiungere un ulteriore taglio di 300 milioni per una clausola di salvaguardia nella legge di Bilancio che ha buone probabilità di scattare vista la situazione economica. A quel punto le risorse in meno sarebbero oltre il 6%, rispetto allo scorso anno, con la conseguenza di vedere meno treni nelle Regioni.”
Pendolaria 2018 evidenzia come vi sia elevata disponibilità da parte delle persone a usare treni e trasporti pubblici locali, confermata in particolare nelle località dove sono arrivati nuovi treni ed è stato migliorato il servizio.
Ma troppe sono le Regioni nelle quali, all’opposto, è stato ridotto il numero dei treni, comportando veri e propri picchi nell’utilizzo dei mezzi privati, con le inevitabili conseguenze in termini di qualità della vita e dell’ambiente.
Quotidianamente, i treni pendolari normalmente in servizio sono 3.056, ripartiti fra Trenitalia, Trenord, CTI, Atac ed altri e la loro età media, spesso indicata dagli utenti come uno dei problemi principali, è di 16,8 anni, in calo rispetto ai 17,2 di un anno fa.
Ma, specifica la relazione di Legambiente: “La riduzione dell’età media dei treni è avvenuta soprattutto al nord e al centro, mentre al sud l’età media dei convogli è di 19,2 anni ed è urgente intervenire. Gli investimenti di Trenitalia con la gara per 500 nuovi treni sta cambiando la situazione in molte Regioni e inciderà anche al sud nei prossimi anni. A questi si aggiungono quelli delle Regioni, che hanno consentito complessivamente di far entrare in esercizio oltre 410 treni nuovi. Inoltre, gli investimenti decisi nella scorsa legislatura stanno permettendo nel quadriennio 2017-2020, l’entrata in circolazione di 210 nuovi treni.”
Legambiente afferma infine come per rilanciare il sistema dei trasporti ferroviari sia necessario incrementare le risorse finanziarie, intraprendendo congiuntamente azioni di coordinamento e controllo che possano evitare tagli e disservizi in alcune Regioni.
Un’ulteriore priorità viene individuata nel mutamento di rotta, a favore della rotaia piuttosto che delle autostrade, per le quali sono tuttora previste ingenti risorse.
Bisogna infine puntare sulle città, che costituiscono la punta di diamante della richiesta di trasporto, sul Sud che sconta il prezzo di pesanti ritardi e disservizi, e su progetti di mobilità sostenibile a beneficio della grande area inquinata costituita dalla Pianura Padana.
Naturalmente il dossier di Legambiente, costituito da 126 pagine e scaricabile in formato pdf dal sito legambiente.it, non dice come fare. E questo è quanto.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – COMPORTO
Da Wikipedia: “Il comporto è il periodo di tempo massimo che (! Nostra nota) un treno ha l’obbligo di aspettare per l’attesa di un treno corrispondente. L’esistenza di un comporto, periodo che entrambi i treni devono attendere anche in caso di ritardo, garantisce il proseguimento del viaggio verso una destinazione non servita da un collegamento diretto, o in particolari condizioni di traffico, come per esempio nel caso il comporto si riferisca all’ultimo treno disponibile per raggiungere una tale destinazione nell’arco del periodo di servizio. Il comporto massimo viene definito come norma regolamentare dalle imprese ferroviarie.
A titolo di esempio, nelle ferrovie italiane gestite da RFI, il comporto da rispettare nelle singole situazioni è definito nella Prefazione delle Unità Periferiche all’Orario di Servizio (PUPOS).
2 e 3 – TARIFFE
Le tariffe riguardano rispettivamente Frecciarossa Economy e Italo Smart, verificate in data 6 marzo 2019.

Vecchi tram interurbani milanesi: nessuno li salverà dalla demolizione

CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 001In bici, a piedi, a cavallo, ‘n coppa ‘o ciuccio.
Numeri da esodo domenica 3 marzo per migliaia di persone, per le quali il fulcro dell’attenzione sarà costituito da ferrovie soppresse, abbandonate, dimenticate per auspicarne l’improbabile ripristino o la più verosimile trasformazione in piste ciclopedonali: giocattoli ecochic per arroganti pattuglie di velocisti e per sciurette da ciclocestino, non certamente sistemi di trasporto, realizzati spesso a costi da tav ed altrettanto spesso definitivamente compromissori della possibilità di ripristinare la ferrovia dismessa sul cui cadavere corrono.
Ma al popolo bove piacciono ed i politici locali ne fanno sempre strumento delle loro campagne elettorali ecotrendy, e pure quarandy. Talvolta a cinquandy li beccano col sorcio in bocca. Infortuni sul lavoro.
La Giornata delle Ferrovie Dimenticate, così si chiama la kermesse marzolina, procederà fra viaggi su treni composti da materiale d’epoca trainati da gloriose locomotive a vapore, qualche celebrazione, orazione, auspicio, lacrimuccia e poi, come cantava Bennato “anche l’ultimo degli addetti ai lavori ha a casa qualcuno che lo aspetta.”
Si parla di recupero di vestigia ferroviarie e ad onor del vero, in silenzio, molto è stato fatto, a partire da gruppi locali di appassionati sino all’arrivo dell’asso pigliatutto: Fondazione FS che, con l’appoggio istituzionale ed i mezzi finanziari a disposizione, ha potuto dove le risorse di piccoli gruppi mai sarebbero arrivate.
Oggi la situazione non è affatto rosea, ma va detto che molta parte dello scempio è figlia della scriteriata opera degli anni passati, oltre che di leggi che non tengono conto di casi particolari. Mi riferisco alla bonifica dall’amianto, con il quale molti rotabili ferroviari erano, un tempo, letteralmente foderati. Pur consapevole delle tragedie e delle devastazioni, anche familiari, che le numerose morti per amianto hanno creato, per questi casi si sarebbe potuta creare una norma ad hoc, ma invece che procedere ad una bonifica con tutte le cautele del caso si è preferito buttare l’acqua e il bambino.
Se ne sono così andati per sempre mezzi come l’elegantissimo autotreno Diesel binato Breda 442/448 nato per i servizi TEE, Trans Europe Express, i cui ultimi esemplari finirono mestamente i loro giorni sulla Jonica titolari di improbabili rapidi e nel Trevigiano ad effettuare servizi locali in orario prevalentemente scolastico.CC 2018.06.02 TEE 002O come la gran parte dei materiali utilizzati sulla ferrovia a cremagliera Paola – Cosenza, per tacere delle troppe tramvie e ferrovie in concessione delle quali non è rimasta traccia.
La medesima sorte, a meno di interventi dell’ultima ora, sta per toccare ad una quarantina di storici veicoli tramviari interurbani milanesi, motrici e rimorchi, da anni accantonati all’aperto presso il deposito di Desio. Concluso l’iter di una gara in corso di esperimento la fiamma ossidrica dardeggerà i suoi infuocati colpi letali.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 003CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 004.jpgSono i tram che ancora pochi decenni fa sferragliavano annunciandosi con il loro rauco fischio lungo sedi poste lateralmente alle carreggiate di strade statali e provinciali per collegare Milano con Giussano fino al 1958, Corsico e Monza (Ω 1966), Cassano d’Adda (Ω 1972), Vaprio d’Adda (Ω 1978), Vimercate (Ω 1981), Carate (Ω 1982), Desio (Ω 2011).
Di questa rete, che precedentemente si estendeva ad Ovest sino a Magenta e Castano, ad Est a Trezzo e Bergamo, a Sud a Pavia, Melegnano e Lodi rimane oggi un’unica testimonianza: la tramvia per Limbiate Ospedale, una tratta che dal 29 marzo 2011 origina dal capolinea di Comasina M3 e si sviluppa per 11.600 metri su un percorso elettrificato alla tensione di 600 V cc, a binario unico in sede propria adiacente alla Via dei Giovi, un tempo Strada Statale 35, con tre raddoppi sedi di incrocio rispettivamente a Cormano Molinazzo, Paderno Cassina Amata, Varedo.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 002Oggi, pur costituendo una valida alternativa ad una strada affollata al limite del collasso, è servita da pochissime corse nei giorni feriali, nelle fasce orarie dalle 06:00 alle 10:00 e dalle 16:30 alle 21:00 dal lunedì al sabato. I mezzi in uso sono degli elettrotreni a composizione bloccata di tre elementi, allestiti dal 1961 al 1964 unendo una motrice centrale con due rimorchi pilota alle estremità. Ne restano in servizio sei unità delle dodici originarie, in pessime condizioni nonostante interventi di manutenzione e revisione che ne hanno allungato l’agonia.
Il filmato, ripreso nei giorni scorsi e visibile qui, ne mostra uno in servizio mattinale diretto a Limbiate, in arrivo alla fermata di Paderno Tonolli.
Una curiosità: l’azienda Tonolli, un tempo nota fonderia di metalli non ferrosi e dove ebbi modo di lavorare per un biennio all’epoca dell’università, non esiste più da almeno un ventennio. Nonostante ciò la fermata tramviaria ne ha conservato il nome e, fino ad alcuni anni fa, la pensilina presentava una lastratura traforata con l’incisione del logo dell’azienda nei caratteri grafici “fascisti” caratteristici degli anni ’30 del secolo scorso.
Tornando ai rotabili di prossima demolizione presso il deposito di Desio, quelli ancora in grado di essere preservati – una decina in tutto – sono stati oggetto di una petizione, avente per oggetto il loro salvataggio, che ha raccolto decine di migliaia di firme e, recentemente, sono stati richiesti da alcuni privati, da un ristoratore che, da un’azienda bergamasca specializzata nell’organizzazione di eventi e da due associazioni di appassionati.
La prima ha sede a Reggio Emilia, dove un tempo erano attive le Officine Meccaniche Reggiane, costruttrici di una serie di motrici denominate proprio Reggio Emilia.CSE 2019.02.26 Tram Interurbani Milano 005L’altra è la tedesca HSM, Hannoversche Straßenbahn Museum, proprietaria di un importante museo tramviario e di una linea ad anello della lunghezza di circa 2.500 metri nei sobborghi del capoluogo della Bassa Sassonia, sulla quale viaggiano antiche motrici provenienti da svariate città germaniche, oltre che da Vienna, Brno, Amsterdam.
Tutti costoro hanno scritto ad ATM, che non risulta abbia risposto.
L’ipotesi paventata da molti è che ATM attenda l’esito della gara di assegnazione delle vetture demolende a qualche commerciante di rottami, il quale provvederà, se ne rileverà l’interesse, a vendere i rotabili a chi ne farà richiesta. Un’ennesima dimostrazione che le prime a fregarsene del proprio patrimonio storico sono proprio certe aziende esercenti.

Alberto Cazzoli Steiner

Panino e listino: dalla finanza creativa alle criptovalute

CC 2016.07.07 Chi siamoLo spettacolo di ripeteva puntualmente ogni giorno all’ora di pranzo: dalla Lodi in Mercanti al Credito Italiano in Cordusio e sino all’Agricola Mantovana in Cairoli o, per i più raffinati, dal Banco di Napoli in via Grossi a salire lungo la direttrice Popolare di Novara e Monte Paschi in Santa Margherita fino all’Ambrosiano, riservato come un privè in piazza Ferrari, custodito dall’ombra della Scala e dall’incombente presenza, in Filodrammatici, di Mediobanca, “il salotto buono della finanza italiana”, torme di tassisti e casalinghe si assiepavano davanti alle vetrine delle banche, dov’erano allestiti monitor di notevoli dimensioni che trasmettevano incessantemente gli esiti delle negoziazioni borsistiche.
Onor di cronaca impone di menzionare come dette vetrine fossero meta anche di numerosi canuti pensionati dall’aria distinta e sussiegosa, effluvi di Monsieur di Givenchy, Loden verde bosco in inverno, Il Geniale sotto braccio ed i primi cordini a reggere gli occhiali, che avevano ben altro cui dedicare attenzioni, tra la casetta a Laveno piuttosto che l’appartamentino a Moneglia, rispetto ai cantieri, l’unica cosa rimasta oggi, a distanza di trent’anni, ai loro miserandi omologhi.
La gente, come nella Samarcanda di Vecchioni, era in festa e danzava attorno ai fuochi, resa ebbra dalla possibilità di poter investire in borsa come i ricchi, guadagnando in un giorno il 20, il 50 , il 200 per cento di cento, o cinquanta, o trenta, o anche solo diecimila lire investite mensilmente nei piani di accumulo dei fondi che, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso, presero sempre maggiore spazio nel panorama finanziario dell’Italiland, sino ad allora odoroso di legni e cera come una sacrestia e riservato a pochi soggetti dotati di notevoli mezzi.
Le nascenti società di intermediazione finanziaria consentirono il new deal della finanza popolare: tutti poterono sentirsi come i ricchi pur investendo importi anche minimi. Pioniera in questo fu Programma Italia, del Gruppo Fininvest, con le sue squadre d’assalto di consulenti globali guidati da Ennio Doris e specializzati nel gioco delle tre carte.
È sicuramente d’accordo con me signor Rossi …
Come lei può benissimo immaginare …
Al costo di un caffè al giorno lei può ottenere …CC 2019.02.01 Panino Listino 001.jpgContestualmente piombarono sul mercato i corsari dei titoli atipici, veri e propri guru della finanza creativa: Canavesio, Mendella, Bagnasco, Roveraro, Cultrera, Sgarlata.
Si giunse così al colpo di stato del 17 febbraio 1992, l’appeal dei fondi andò via via scemando, l’ubriacatura passò e, spesso, insieme con i guru si volatilizzarono i risparmi investiti negli atipici. Alcuni guru vennero ritrovati morti, anche in circostanze orribili, quelli ritrovati vivi trascorsero periodi più o meno lunghi nelle patrie galere. Che allora, ottimamente frequentate, assomigliavano a campus universitari o a sedi di blasonati club: guru della finanza, bardi e grand-commis della politica uscente, boss mafiosi dall’indiscusso prestigio. Tutte persone – come avrebbe scritto l’indimenticabile Fortebraccio – molto note, soprattutto fra loro.
Ah che bell’ ‘o café
Pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
Compagno di cella
Ci dette mammà
Tutti costoro, tranne i mafiosi che garantirono comunque la loro benedizione, uscirono con una nuova visione che portò a fondare cooperative improntate alla solidarietà sociale ed attive nella finanza etica.
Il resto è cronaca: giunsero i colori, le lucine, le icone di Windows 98, 2000, XP, lo sparatutto Doom, Commandos, Asylum ed i loro epigoni, internet e i social. Nel frattempo il rendimento degli investimenti finanziari precipitò dal 27% medio al nulla: niente panem, e nemmeno brioches, ma molto circenses.
Sono dieci anni che sento parlare di bitcoin, sono dieci anni che chi me ne parla se ne occupa professionalmente, sono dieci anni che non vi ho investito un centesimo.
Il nonno di un compagno delle superiori, vecchio volpone della finanza milanese che negli anni del dopoguerra aveva fatto i soldi come agente di borsa, affermò un giorno: “Ragazzi, quando sarete adulti ed avrete disponibilità finanziarie (era un fine umorista ed un inguaribile ottimista… NdA) se non volete sbattervi comprate case: incassate gli affitti, pagate le tasse, pagate le spese e qualcosa vi rimane, e quando le rivendete riportate a casa i vostri soldi.
Se invece volete rischiare investite al massimo il 25% di quello che avete, e cercate qualcosa che la massa non conosca, perché quando di un investimento si parla a cena, fosse anche in un ristorante esclusivo, la frittata è fatta: lo conoscono in troppi, persino il cameriere che vi sta servendo, ed è già diventato un prodotto a rischio. E tra non molto salterà per aria.”CC 2019.02.01 Panino Listino 003Ecco, la notizia, per altro da verificare, che Paolo Bonolis lascerebbe il mondo dello spettacolo per dedicarsi a Bitcoin Future, un software che “permetterebbe anche al cittadino medio di approfittare del boom dei Bitcoin, anche se non ha alcun tipo di esperienza con le criptovalute o strategie di investimento”, confermando le parole del nonno del mio compagno di scuola, va a sancire gli ultimi bagliori di un crepuscolo, costellato da tragedie occasionali come quella del lunedì nero, il 19 ottobre 1987, quando Wall Street crollò del 22% trascinando il mondo intero. O quella del 2008.
Per quanto riguarda l’Italiland uno dei crolli più significativi fu quello di Europrogramme, società “italiana di diritto svizzero” che investiva in immobili rivalutandoli costantemente sulla base di perizie, artefatte per ottenere sempre maggiore credibilità e sempre maggiori finanziamenti per acquistare ulteriori immobili. E tutto andò bene fino a quando chi smobilizzava ritirava il capitale conferito, sontuosamente rivalutato non dai rendimenti immobiliari ma dagli aspiranti investitori che, visti i rendimenti, facevano la fila per entrare nel fondo, opportunamente rassicurati dai funzionari delle banche che lo commercializzavano.
Il fondo raccolse oltre mille miliardi, investì nella CIGA, Compagnia Italiana Grandi Alberghi, nella Valtur e nei suoi villaggi turistici, nella Interprogramme ed in altri rami.
Ad un certo punto gli investitori calarono, agli smobilizzi non corrisposero nuovi ingressi e il denaro liquido per remunerare i sottoscrittori uscenti si esaurì. Le banche, ai clienti infuriati, risposero che il fondo non era parte della banca ma esterno, e che comunque ciascuno vi aveva investito sotto la propria responsabilità. Finì con denunce, istanze di fallimento, commissariamenti, amministrazioni controllate, tentativi di vendita degli immobili.CC 2019.02.01 Panino Listino 002Tentativi ovviamente fallimentari, in primo luogo perché in casi consimili gli eventuali acquirenti offrono prezzi stracciati, ed in secondo luogo perché i periti nominati dai vari tribunali certificarono valori ben inferiori rispetto a quelli a bilancio.
Ancora il 6 settembre 2018 le ultime briciole del fondo, cessato nel 1985, risultavano in liquidazione in forza di un provvedimento deliberato il 5 giugno 2015. Fine della storia.
Ricordo che di Europrogramme ne parlava gente in tram, ne sentii parlare persino da alcuni operai della fonderia dove lavorai al tempo dell’università, ne sentii parlare, malvolentieri e solo perché costretti, da coloro che all’epoca furono i promotori del fondo, riciclatisi ove possibile in banche, assicurazioni e nascenti società di intermediazione, le nonne delle attuali sim.
Morale della favola: diffidate di un investimento favoloso e del quale parlano tutti come di una macchina per far soldi. Nessuno regala nulla, e meno ancora nel mondo finanziario, compreso quello dichiarato etico. Nel quale l’unica differenza è che il pifferaio vi condurrà sull’orlo del precipizio dando fiato ad uno strumento in legno garantito bio.

Alberto Cazzoli Steiner

Per approfondire
18.11.2009 – Attenti! Ora la finanza speculativa si traveste di “verde”
09.07.2015 – Analisi del portafoglio di Banca Etica Sgr
30.12.2015 – Possiamo fare a meno dei fondi etici?
08.01.2016 – Sempre più affilati i denti a sciabola della finanza etica

Edilizia 4.0: no, Mago Merlino non lavora qui

Più che una new way of life sembra una new way of living-room. La rappresentazione dell’edilizia quattropuntozero, tutta BIM, Building Information Modeling, stampanti 3D e deliri di case popolari alte fino al cielo e cablatissime non è più affidata agli architetti.
Il protagonista, sempre sorridente, bello e macho come Paul Newman al massimo del suo splendore, è un ingegnere in camicia bianca, non a scacchi, desueta ed indossata ormai solo dai pensionati dei NOCS, Nuclei Osservatori Cantieristici e Suggeritori.
Completano la mise cravatta allentata tinta unita, preferibilmente stretta e scura, ed elmetto giallo. Sottobraccio, l’inevitabile rotolo con disegno di progetto e, pur essendo la scena ambientata in cantiere, senza la benché minima piegolina e candido siccome un giglio.
Non fatevi trarre in inganno: quell’ingegnere non sta lavorando, lo hanno assunto perché si distragga dopo la tragedia che ha colpito la sua famiglia.
È da poco rimasto vedovo: la moglie era la mamma del Buondì Motta, quella dell’asteroide.Shanghai city network technologyAllo stato dell’arte l’Edilizia 4.0 è una chimera con scarsissime possibilità applicative, ed in questo articolo ne espongo le ragioni.
Ancora nel 2016, esattamente il 27 aprile, l’allora Presidente dell’ANCE Claudio De Albertis, nel corso di un’audizione alla Camera dei Deputati affermava come l’attività nel settore delle costruzioni sia complessa e caratterizzata da un modo completamente diverso di industrializzare i processi rispetto a qualsiasi altro genere di attività industriale.
Lo prova il fatto che il settore si sia adattato al sopraggiungere di obblighi di legge piuttosto che di nuovi scenari del mercato semplificando al massimo la propria organizzazione, ma senza mai fare propria una visione strategica.
Ciò deriva precipuamente dal fatto che l’ossatura del sistema non siano i pochi colossi ipertecnologici, superfinanziati e maestri in pubbliche relazioni, ma imprese piccole, ed anche minime, assolutamente non in grado, in ragione del livello culturale dei loro esponenti e della modesta capacità finanziaria, di adeguarsi al cambiamento in atto.
Lo stesso cambiamento che nell’ultimo ventennio si è reso evidente in massima parte per la sostituzione dei muratori bergamaschi con quelli egiziani e dell’est europeo.
Lo stesso concetto del costruire, escluse innovazioni che spesso riportano al passato, è e ancora per decenni sarà connotato da tecniche e materiali consolidati da secoli di pratica, dove a mutare possono essere la mescola della malta cementizia, l’aggiunta in misura maggiore o minore di elementi resilienti, antimuffa, non soggetti nel tempo a mutamento dimensionale e via enumerando in un elenco di prodotti e soluzioni tecnologiche oggettivamente sterminato, specialmente nel campo delle componenti: lattonerie, ferramenta, infissi, serramenti, pavimentazioni, intonaci, rivestimenti, mastici, componenti elettriche ed idrauliche, generatori di calore ed altre che interessano complessivamente quasi ottanta settori produttivi.
Va detto che gli operatori sono, in linea di massima, più propensi rispetto al passato a prendere in considerazione nuovi concetti edilizi legati ad una maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale. Ma ciò è prevalentemente dovuto, oltre che alle norme legislative, alle richieste dei clienti, specialmente di quelli privati che ancora oggi costituiscono il nerbo della domanda cantieristica. Ripeto e sottolineo: tuttora costituita nella quasi totalità da piccole e medie imprese, con assoluta prevalenza di quelle artigianali e individuali.
Considerato lo scenario sin qui descritto appare pertanto quanto mai problematico coniugare soddisfacimento della qualità, anche manageriale, unito al rispetto di tempi e costi preventivati e ad una comunicazione globale fra operatori, referenti, e persino interferenti, vale a dire certi organismi pubblici che sembrano spesso esistere esclusivamente per autocertificare la propria esistenza in vita, creando a non finire problemi normativi, procedurali e persino umorali invece che promuovere ed individuare soluzioni.
Grande sfida, quindi, quella che dovrebbe condurre la filiera delle costruzioni da un’anarchica parcellizzazione di compiti, responsabilità e filosofie gestionali ad un governo comune del processo produttivo. Ad adottare persino la stessa lingua, in una Babele dove il cambiamento radicale di una visione che abbandoni l’individualismo sfrenato per trasmigrare a un nuovo modello fondato sull’integrazione collaborativa, assomiglia molto ad una visione utopistica.
La stessa metodologia che, prevedendo l’utilizzo di software dedicati, consente l’informatizzazione del processo edilizio, la rappresentazione digitale dell’opera nel corso del suo intero ciclo di vita dalla progettazione alla realizzazione, dalla manutenzione alla dismissione, vale a dire il BIM, Building Information Modelling, è ormai caricata di valenze magiche ed apotropaiche, quando non addirittura divinatorie.
Lo strumento permette indubbiamente molteplici profondità di dettaglio, consentendo di ottenere significativi benefici: dai minori tempi di realizzazione ad una maggiore rispondenza dell’opera alle esigenze del committente, da un maggiore rispetto dei preventivi ad una più elevata qualità dell’opera.
Però si scontra con un dato di fatto – che rientra nella fattispecie dell’allegra anarchia cui si è accennato – ovvero che in cantiere nessuno, dopo aver dato loro un’occhiata di massima, ha mai seguito i disegni. Nè mai lo farà. La frase: “Geometra/architetto/ingegnere, si che li ho visti i disegni, sono di là nell’armadietto.” è un classico. E spesso i vecchi volponi senza lauree ma con anni di esperienza sul groppone hanno irrobustito, consolidato, risparmiato materiali, esposto in misura minore a sollecitazioni, corrosione, umidità, ponti termici.
Dispiace dirlo ma chi vagheggia di Bim, quattropuntozero, normative che rischierebbero di far trascorrere la gran parte del tempo al pc invece che tra foratoni, scossaline e ferri, in cantiere c’è stato solo in visita guidata. Indossando elmetto lucido, badge, vestitino della festa e, giusto per riecheggiare i tempi del college, scarpe Penny Loafer.cc 2019.01.30 edilizia 4.0 001Certo, è assolutamente vero che oggi in Bim mode si realizzano le più importanti opere architettoniche ed ingegneristiche mondiali. Sono quelle partorite da imprese e studi con stuoli di architetti, ingegneri, galoppini.
Lo ha provato un’indagine, svolta proprio dall’ANCE nel 2017, che ha appurato come nel settore la conoscenza del Bim e delle sue procedure, maturata anche mediante corsi dedicati, si attesti in prossimità dell’80% degli addetti. Ma nella pratica gli utilizzatori sono in percentuale drasticamente ridotta: non superano il 20 per cento.
Un altro aspetto che sfugge ai propugnatori di cantieri da mulino bianco è che in cantiere non ci sono nè spazio, nè tempo, nè possibilità di consultare costantemente il tablet, di essere pronti a cogliere i gracidii del palmare o del telefono. Non si può lavorare con la faccia incollata ad un monitor e non si possono indossare cuffie, se non quelle antirumore. Altrimenti si rischia la pelle.
E questo senza disconoscere tutta una serie di benefici dati da un utilizzo coordinato e condiviso da tutte le figure tecniche, interne ed esterne all’azienda, ciascuna per la propria parte di competenza.
Esiste inoltre un aspetto, tipico di un’edilizia sottosviluppata e comunque arretrata come concetto, che nello Stivale è particolarmente marcato: il consumo del suolo.
L’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale fornisce i dati: nel 2018 54 chilometri quadrati letteralmente mangiati da nuove edificazioni. E l’Italiland dei massimi sistemi se ne frega.
Le uniche che non lo consumano sono, paradossalmente, le piccole imprese artigiane che operano prevalentemente nel settore delle ristrutturazioni, non certamente quelle che sventrano interi quartieri per ridisegnarli.
l’Internet of things, la gigabit society, le smart city non costituiscono affatto l’unico modello economicamente e socialmente sostenibile ma, risorse digitali o meno, contribuiscono alla corsa verso il disastro ambientale.
La lista degli interventi possibili, in edilizia, è piuttosto lunga, soprattutto relativamente a talune criticità in tema di nuova edilizia, di recupero urbanistico e, conseguentemente, di inclusione sociale e competitività.
Ma il settore è pieno di paradossi, di tranelli che sembrano messi lì apposta per rendere difficile la vita di chi in cantiere ci vive.
Un esempio? Il decreto 164 del 2014, il cosiddetto Sblocca Italia. In sede di conversione del DL 133/2014, venne inserito, con l’Articolo 6-ter Comma 2, l’Articolo 135-bis nell’ambito del T.U. sull’edilizia (DPR 380/2001) che regolamenta le norme per l’infrastrutturazione digitale degli edifici.
In sostanza l’obbligo di prevedere, con decorrenza 1° luglio 2015, all’interno dei nuovi edifici o in caso di profonda ristrutturazione (Articolo 10, Comma 1, Lettera C), un’infrastruttura fisica multiservizi “passiva costituita da adeguati spazi istallativi e da impianti di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica fino ai punti terminali di rete”.
Obbligo che l’Articolo 8 del successivo DL 33/2016 ha esteso a tutti gli edifici esistenti che, ove già dotati di un’infrastruttura fisica multiservizi, sono obbligati a fornire accesso agli operatori di rete che ne fanno richiesta “secondo termini e condizioni eque e non discriminatorie, anche con riguardo al prezzo”.
Nel caso in cui sorga una controversia, l’Articolo 9 del suddetto decreto stabilisce che ci si possa rivolgere all’Autorità garante per le comunicazioni, individuata quale organismo competente per la risoluzione delle controversie tra operatori di rete e gestori di infrastrutture fisiche.
O tra operatori di rete che, nel pieno rispetto del principio di proporzionalità, adottino una decisione vincolante per risolvere la controversia “anche in materia di fissazione di termini e condizioni eque e ragionevoli, incluso il prezzo, ove richiesto, secondo le procedure di cui alla delibera 449/16/Cons”.
Interessante, vero? E soprattutto comprensibile, di immediata applicabilità e fondamentale per l’attività di cantiere. Peccato che l’Autorità indicata non rivesta nessun ruolo consultivo nell’ambito indicato e, anche ove lo rivestisse, dovrebbe nominare esperti e periti per capirci qualcosa. Immaginatevi i tempi biblici di definizione, con il cantiere bloccato e gli inevitabili costi finanziari. Per cosa? Per uno spazio mjunito di portelli di ispezione destinato ad ospitare cablaggi. Il risultato? Ciascuno fa come gli pare.
E mi sono limitato a citare un esempio da operetta, non ho parlato di inerti o smaltimenti.
Se si vuole che l’implemento dell’edilizia 4.0 tocchi la maggior parte delle attività edilizie e non, come oggi può avvenire, solo la ristretta fascia delle grandi imprese, esso dovrà quindi preliminarmente partire da un quadro normativo favorevole alla realizzazione delle infrastrutture, anche mediante la semplificazione degli oneri amministrativi, economici, tecnici.
Diversamente, parlare di incentivi, smart city e internet of things costituisce solo un vistuosismo accademico. Lo dimostrano del resto, anche relativamente ai grandi numeri, i pochissimi progetti di ampio respiro di riqualificazione o di recupero edilizio che non siano nella realtà dei fatti solo nuove edificazioni. Diversamente da quanto accade invece nella tanto vituperata Europa.
Siamo sempre, come si dice, nel campo delle cento pertiche: si dialoga sui massimi sistemi dimenticando come la ripresa, nel settore dell’edilizia, debba inderogabilmente passare attraverso la riqualificazione del patrimonio residenziale esistente, vale a dire i condomini, che secondo i dati Istat sono oggi circa un milione e coinvolgono oltre 10 milioni di famiglie.
Se è vero che Edilizia 4.0 costituirà una rivoluzione, questa rivoluzione dovrà coinvolgere in primis le famiglie ed il loro benessere.
Per esempio attraverso l’implementazione di sistemi di risparmio energetico e controllo dei consumi, che oltretutto con la massima semplicità conducono sulla via di un’edilizia maggiormente sostenibile.
Basterebbe riuscire a percepire il condominio come macchina energetica, costituita, oltre che dai materiali con cui è realizzata, anche da una serie articolata, complessa e interdipendente di impianti elettrici, di trasmissione dati, di riscaldamento e di produzione di acqua calda sanitaria, di distribuzione dell’acqua e di condizionamento dell’aria, di gestione dei rifiuti. Esistono già soluzioni tecnologiche, intelligenti, innovative ed ecosostenibili, che possono consentire gestione, monitoraggio e dialogo in tempo reale.
Conseguendo notevoli benefici in termini di contributo fiscale, ed evitando magari che in caso di gelo plateatici e rampe dei box non possano essere cosparsi di sale perché tutti credevano che ad occuparsene avrebbe dovuto essere qualcun altro.

Alberto Cazzoli Steiner

È sarda l’alchimista che ha saputo trasformare gli scarti in oro

Daniela Anna Ducato: era assolutamente sconosciuta ai più quando, il 10 marzo 2015, ne parlammo nell’articolo Dal letame nascono i fior. Di aziende pubblicato sul vecchio blog.
Fu in occasione della Giornata della Donna, quando Sergio Mattarella le conferì la nomina a Cavaliere “per avere offerto testimonianza, con la sua attività di trasformazione degli scarti in innovativi materiali edilizi, di come l’impegno imprenditoriale possa essere d’ausilio alla causa della tutela ambientale.”cc 2019.01.28 ducato 001La sua Edizero Architecture for Peace ha sede a Guspini, Medio Campidano, censita come l’area più povera d’Italia e Daniela Anna Ducato, grazie al sapiente utilizzo degli scarti, che lei preferisce definire eccedenze in una logica di celebrazione dell’abbondanza, ha impiantato sei aziende e creato alcune centinaia di posti di lavoro.
Ne riparliamo a distanza di tre anni (anche sulla nostra pagina Facebook Centro Studi Ecosostenibili) perché la prestigiosa rivista Fortune ha certificato la Ducato donna più innovativa d’Italia, nell’ambito di una classifica delle donne in grado di cambiare il mondo.
“Ho iniziato con la lana di pecora, quella a pelo corto, uno scarto di lavorazione, un rifiuto difficile da smaltire, e l’ho trasformata in un isolante termico per l’edilizia, ma anche in una straordinaria spugna per assorbire il petrolio nel mare” ha dichiarato l’imprenditrice. E dopo la lana il sughero, e poi la canapa, e ancora le vinacce e le bucce di pomodoro: “Cento sostanze da buttare diventate 120 biomateriali da impiegare in tanti settori. Non scarti, semmai scarti preziosi, ma preferisco eccedenze, dà il senso dell’abbondanza, di un dono. Cerco di trovare una funzione a ogni cosa.”
L’imprenditrice è dell’opinione che la vera povertà siano l’incapacità delle istituzioni di ascoltare il territorio, l’assistenzialismo, lo spreco di risorse, la svalutazione dell’esistente.
E che innovare significhi non rassegnarsi, valorizzando quello che c’è invece di agognare improbabili progetti faraonici trappole travestite da Green Economy1 dietro la quale si muovono imprenditori che sfruttano solo i fondi messi a disposizione senza offrire in cambio nulla, nè ecosostenibilità nè lavoro.
Nel corso di questo 2019 Daniela Anna Ducato esplorerà nuove vie: “Mi occuperò di alta formazione nella progettazione con le Università di Cagliari e Sassari. E mi dedicherò a produzioni differenti nel settore del cibo. Ammetto che da un lato sono preoccupata, ma dall’altro so che è giusto cambiare. È sempre utile mutare prospettiva, modo di vedere le cose.”

Alberto Cazzoli Steiner

cc 2019.01.28 ducato 002NOTA – 1 – Relativamente a quella che chiamammo “la finanza dai denti a sciabola con il vestitino sostenibile” ecco una selezione di articoli che pubblicammo sul vecchio blog:
7 novembre 2013 – Onoriamo il Lupo, per noi è un animale veramente Sacro. Soprattutto se parliamo di finanza
21 ottobre 2014 – Chi sostiene la finanza sostenibile

Ferrovia delle Dolomiti: se il Sud Tirolo si italilandizzasse, vi italilandizzereste voi?

Molto tempo fa lessi in un saggio di economia una massima che mi rimase impressa: la moneta cattiva scaccia quella buona.
Sono fermamente convinto che ciò valga anche per costumi sociali, condizioni di vita, interazione fra persone. Senza tirare in ballo dialoghi sui massimi sistemi lo dimostrano le piccole cose di ogni giorno. Prendiamo un elemento primordiale, il cibo: è normale, anzi è una moda, si chiama street food, mangiare per strada e sui mezzi di trasporto pubblico incuranti del rischio di insozzare cose e persone; è normale parlare con la bocca piena, è normale brandire la forchetta come se fosse una zappa, o nella foga del discorso puntarla come un’arma, e il coltello come se fosse un flessibile; è normale bivaccare schiamazzando all’esterno di locali pubblici.
Se poi, come seppi che accadde quando abitavo sui Navigli, a certi avventori piovvero in testa secchiate di acqua bollente e soda accompagnate da una mitragliata di chiodi, si trattò certamente di un gesto esecrabile ma comprensibile: non tutti chiamano i carabinieri, che tanto non escono, e l’esasperazione è come il Natale. Quando arriva arriva, e in tribunale vengono pur sempre considerate attenuanti generiche e specifiche.
Adoro giudici e avvocati, quando inanellano dotte disquisizioni sul fatto de quo, purtoppo dimenticando sempre Qui e Qua.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 003De quo, appunto: gli interventi di bassa macelleria altrimenti detti potatura dei rami secchi (autocitazione dal mio libro: Voghera-Varzi, un treno per l’Oltrepò, Cetrasp 1980) portarono, in ossequio al trasporto su gomma e segnatamente all’incremento del mezzo privato, ad una tanto drastica quanto dissennata riduzione di linee ferroviarie e tramvie, che avrebbero potuto, e potrebbero tuttora costituire, l’ossatura delle strutture per una mobilità sostenibile, oltre che un modello di riferimento per comportamenti meno individualisti.
La prima ondata si verificò negli anni ’30 del XX Secolo, seguita da una negli anni ’60 del cosiddetto boom economico, una nel decennio successivo riguardante in particolare lo smantellamento dei trasporti urbani su rotaia ed una, di notevoli proporzioni specialmente a carico di ferrovie locali, a cavallo tra il primo e l’attuale decennio di questo secolo.
L’elenco dei misfatti è innumerevole e non lascia indenne nessuna regione, neppure quelle considerate, non si è mai capito il perché, più illuminate. Ed in questo senso il Trentino – Alto Adige non fa eccezione: Ora – Predazzo, Dermulo – Fondo – Mendola, Ferrovia della Val Gardena, Tramvia Lana – Postal, Ferrovia delle Dolomiti.
Quest’ultima, in tedesco Dolomitenbahn, era una ferrovia di montagna a scartamento metrico, aperta all’esercizio il 15 giugno 1921 e, a pochi anni da un dispendioso rinnovo di mezzi e infrastrutture, attuato in occasione delle olimpiadi invernali del 1956, chiusa definitivamente il 17 maggio 1964 in difetto di ulteriori necessari investimenti. Univa le province di Bolzano e Belluno collegando Dobbiaco, posta sulla linea ferroviaria internazionale Fortezza – San Candido – Prato alla Drava, con Calalzo di Cadore servendo l’iumportante località turistica di Cortina d’Ampezzo.
Possiamo ricordarla attraverso spezzoni di numerosi film, interpretati anche da attori molto noti. Uno per tutti: Il conte Max, del 1957, con Alberto Sordi e Vittorio De Sica.
Alcuni anni fa il sedime e gli edifici furono posti in vendita all’asta, ne scrivemmo il 27 marzo 2017 nell’articolo Ex-stazioni ferroviarie e occasioni perdute. In ragione di consistenti lavori di ripristino, costosi e limitati da vincoli monumentali, oltre che delle pesanti restrizioni nell’uso dei fabbricati, le aste andarono deserte. E fu la quarta volta.contesto ferdolomitiCirca l’ipotesi del ripristino della ferrovia, ovviamente su un tracciato diverso da quello originale, il 13 febbraio 2016 venne siglato a Cortina un protocollo d’intesa sottoscritto da Luca Zaia, Governatore della Regione Veneto, e da Arno Kompatscher, Presidente della çrovincia Autonoma di Bolzano.
Purtroppo, è notizia di questi giorni, il progetto sembra destinato a naufragare per il suo costo eccessivo. La notizia viene riportata, fra gli altri, dal quotidiano Alto Adige, che si segnala per l’inesattezza dei riferimenti geografici forniti e per l’intollerabile approssimazione circa il tracciato di progetto, oltre che per la pubblicazione di una bellissima immagine … della Ferrovia della Val Gardena.imageSiamo abituati all’ignoranza dei pennivendoli quando si tratta di trasporti, e la cosa non ci stupisce. Riportiamo però il link all’articolo poiché a nostro avviso costituisce una summa dell’ignoranza in materia ferroviaria.
Comica finale: sempre di questi giorni è la notizia (Alto Adige Innovazione) dell’istituzione di un collegamento aereo diretto Bolzano – Aosta, per favorire il turismo … cinese.
So ist es wenn es scheint dir, che è più o meno l’equivalente tedesco di: così è, se vi pare.

Alberto Cazzoli Steiner