The Covid Show. Il problema dell’italiland? Gli italilandesi

Rilanciamo, senza nulla togliere o aggiungere, l’articolo di Maria Micaela Bartolucci pubblicato su Conoscenze al Confine il 23 corrente sotto il titolo “Ignavi e servi”.
Un parlamento di ignavi e servi, come quello che, attualmente, occupa gli scranni delle massime istituzioni, non si era mai visto nella storia della repubblica.
L’Italia è guidata da un governo tecnico che, non essendo espressione di una scelta politica, non rappresenta il popolo né le sue istanze ed è, invece, espressione dei desiderata di una élite sovrannazionale, mondialista, che riesce, in questo modo, a far prevalere i propri interessi economici, rispetto ai reali bisogni del paese. Di conseguenza, le scelte amministrative e le politiche sociali che vengono portate a termine, hanno come unica finalità, la funzionalità a questo disegno. Quando parliamo di queste tematiche non abbiamo bisogno di riferirci a quattro signori incappucciati che si giocano ai dadi le sorti del mondo.
No, facciamo riferimento a noti gruppi di potere sovrannazionali che hanno specifici interessi da difendere e che delegano, a dei subalterni, la difesa degli stessi, attraverso la gestione locale (nazionale). Le azioni amministrative che questi gestori devono intraprendere sono quello che noi chiamiamo “Agenda”, un’Agenda che nessun servo troverà sulla sua scrivania perché a costoro, ultimo gradino della piramide del potere, non compete conoscere né sapere, essendo meri esecutori di ordini… “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare…” (Alighieri, Dante, Inferno, canto III, “Divina Commedia”)
Per costruire questo progetto sono stati necessari anni di sistematica azione che portasse alla demolizione culturale, allo svuotamento ideologico, alla distruzione di ogni valore etico, alla pianificazione dell’introiezione di falsi diritti civili, alla rimozione di fondanti diritti reali.
THE COVID SHOW Dalla pandemia alla ristrutturazione socio-economica globale di Andrea Tosatto
Ecco perché era necessario spingere l’antipolitica, la disaffezione attraverso lo sputtanamento anche dei valori fondanti della più nobile delle occupazioni umane, vilipesa e svilita, tra gli altri, da un puttaniere sedicente anticomunista, da un ex comico e da un perito informatico, nonché da un giornalistucolo rampante che si è prostituito per quattro spicci, prendendo un po’ troppo alla lettera “comprate il mio didietro, io lo vendo per poco”.
Altre forze partitiche non sono certo migliori: sul PD non ci esprimiamo essendo da sempre il nemico, la Lega, dietro ad un accanito “selfista”, postatore seriale di scempiaggini, nascondeva l’anima nera di omuncoli che accarezzano ancora il sogno proibito di un antico regionalismo, solo un po’ più svilente di quello di migliana memoria, le altre presenze sono agglomerati dismorfici che non meritano neppure la nostra attenzione.
Cosa è venuto fuori da questa accozzaglia? Un parlamento composto da scappati di casa, improvvisati, nullità prestate alla politica, spocchiosi narcisisti, opportunisti, eminenze grigie, buffoni, ballerine, nani… un circo Barnum di gente che, neppure lontanamente, ha un’idea di cosa significhi fare politica, prendere decisioni, operare scelte. Esattamente quello che serviva ai burattinai del vincolo esterno. Queste cialtronesche comparse potevano essere agevolmente e direttamente guidate e, per farlo, si è scelto il migliore dei maggiordomi che ci fosse sulla piazza italiana, un uomo ben addestrato ed ubbidiente, qualcuno “cresciuto” all’interno di quei centri di potere a cui accennato prima, il vile affarista Mario Draghi.
Da chi siamo amministrati quindi? Da servi che sostengono Draghi, formalmente o di fatto (PD, M5S e Lega) ed ignavi che fingono opposizione (tutti i gruppuscoli ed i Partiti, compresi i fuoriusciti dal Governo Conte 2), una manica di inutili, insulsi commedianti. Aspettarsi un’azione politica da tali individui sarebbe come essere convinti che Cicciolina sia vergine. Pura fantasia non suffragata da fatti, qualcosa che va oltre lo sprezzo del ridicolo, voglia indomita di credere alle favole. Purtroppo la realtà non lascia scampo all’illusione.
Quanto sta avvenendo ormai da mesi, le manifestazioni che si susseguono ogni sabato e, più recentemente i fatti di Trieste, avrebbe meritato, quantomeno, l’attenzione di questi fantocci che avrebbero potuto reagire con diversi strumenti a loro disposizione: interrogazioni, mozioni di sfiducia, azioni di protesta… invece, nel silenzio più assoluto, costoro hanno continuato a fare il loro “lavoro”.
Ci sono state, per la verità, alcune reazioni, almeno formali e dovute, di FdI che, però, non hanno avuto alcun supporto da altre formazioni e, di conseguenza, nessuna attuazione, addirittura, quando si è toccato uno dei livelli più bassi di incostituzionalità, si è arrivati a scomodare persino il concetto di libertà di coscienza (come se questi ammassi di cellule ne fossero dotati), un utile stratagemma linguistico dovuto solo al fatto che definire quell’azione “infamia motivata da ipocrisia” pareva brutto.
Proviamo a fare un breve excursus per chiarire meglio alcuni punti di discussione, senza alcuna pretesa né di esaustività né di precisione, che non ci competono per precisa scelta editoriale e che lasciamo a quanti hanno la passione non per le dinamiche, ma per le minuzie.
È evidente, ormai da molto tempo, che ci sono almeno due entità, economiche e sovrannazionali, in aperto conflitto tra loro e che perseguono interessi distinti, o per lo meno, contrastanti, ciò si è esplicitato palesemente in occasione delle elezioni americane dello scorso anno. Non stiamo parlando di operare una dicotomica distinzione buoni/cattivi, i ragionamenti semplicistici e banalizzanti li lasciamo, volentieri, ad altri. Diciamo però, questo sì, in forma estremamente schematica, che c’è un’economia reale che è, chiaramente, in opposizione con un’altra, espressione di una finanza sovrannazionale che ha, quale punto di riferimento, il World Economic Forum, ovvero i sostenitori del Grande Reset che vedono nello Stakeholder capitalism la soluzione di tutti i mali del mondo, nonché, ma solo casualmente sia chiaro… l’ultima possibilità per tirarsi fuori dalla crisi evidenziata dalla bolla finanziaria del 2008.
Libri e varie…
I problemi che quella bolla conteneva, sono lungi dall’essere stati risolti, anzi, forse non sono stati neppure affrontati, semplicemente – “maestra, il cane mi ha mangiato la pagina” – sono stati rimandati a data da destinarsi. Intanto si prendono tempo prezioso e, l’economia reale, quella di chi produce, sta pagando i rischi di finanzieri spregiudicati pronti a tutto per arrivare ad un profitto e non perdere neanche un centesimo di quanto hanno “scommesso”, poco importa se, per farlo, dovessero andare in default interi stati.
La “pandemia” è giunta, per costoro, come manna dal cielo. Prendere tempo per cercare una soluzione e, contemporaneamente, avere una scusa ed una possibilità per assestare un altro colpo all’economia reale in occidente. Il confinamento può essere letto in questa provvidenziale ottica distruttiva: bloccare la produzione, bloccare le partite iva e le piccole imprese, bloccare i servizi e, tanto che c’erano, colpire l’istruzione, la sanità e la pubblica amministrazione… perché se il fine è quello di distruggere uno stato nazionale, o quel che ne resta, nessuna tessera va lasciata in piedi.
Banale? Non credo. Lo stato ha acquistato 60 milioni di dosi di vaccino, che vanno moltiplicate almeno per tre, ma forse quattro o più inoculazioni, ha acquistato materiale elettronico per il telelavoro e la DaD, ha investito in telemedicina, ci hanno “costretto” a fare acquisti on line, Autogril è stato sempre aperto… le azioni di questi colossi finanziari sovrannazionali, che sono stati foraggiati grazie a pandemia e confinamento, hanno continuato a produrre profitto, allo stesso tempo, e per gli stessi motivi, parti consistenti dell’economia reale hanno chiuso: piccole aziende, ristoranti, librerie, bar… le tasse però, specialmente sotto forma di accise, sono aumentate. La domanda è: per finanziare cosa? La risposta è dentro di voi e non è sbagliata.
Fonte: https://frontiere.me/ignavi-e-servi/

Ravenna: sbarco provvisorio per il grano canadese avariato

Respinti dal porto algerino di Annaba, 337mila quintali di grano canadese avariato sono stati scaricati provvisoriamente a Ravenna.
È accaduto lunedì 16 agosto, vanificando il provvedimento di non ammissione allo sbarco del carico imbarcato sulla bulk carrier, nave porta rinfuse, Sumatra, battente bandiera portoghese, ferma nella rada ravennate dal 7 luglio.
La nave, proveniente dal porto canadese di Vancouver con il suo carico di grano giudicato non conforme, ha ricevuto il lasciapassare delle autorità per uno sbarco temporaneo, provvedimento bizantino, e che quindi ben si addice al porto romagnolo, che in sostanza dice: tu non puoi sbarcare il carico ma io te lo lascio sbarcare, stivato in un magazzino, e ti concedo due mesi per smaltirlo, bruciarlo, ripulirlo, sanificarlo ed utilizzarlo per alimentazione non umana.
Si comprende benissimo quale sarà, in questo non-paese colabrodo, disonesto e corrotto fino al midollo, la sorte del grano infestato da insetti e minato da infiltrazioni d’acqua che hanno creato muffe velenose.
La partita si trova ora nei magazzini Eurodocks in regime di deposito doganale grazie all’autorizzazione concessa dalla Direzione generale della sanità UVAC–PCF dell’Emilia-Romagna su istanza dell’importatore, Casillo commodities Italia Spa, società di trading leader del settore, che si occupa del commercio internazionale di cereali.
L’imbarco del carico era avvenuto il 5 marzo scorso, e dopo circa 45 giorni di navigazione la Sumatra, giunta nel porto algerino di Annaba, vi aveva sostato fino al 24 maggio in attesa delle verifiche sulla qualità della merce e, una volta appurato lo stato di grave alterazione del grano, è stata respinta per motivi sanitari, trovandosi nella condizione di ricercare una nuova destinazione dove scaricare i 337mila quintali deteriorati.
Ripreso il mare il 30 giugno, dopo un breve rifornimento presso Sarroch, in Sardegna, si è diretta, grazie alla mediazione dell’agente Spedra, al porto di Ravenna, giungendovi il 7 luglio alle ore 14.
Il 28 luglio le autorità portuali negavano lo sbarco ma il 12 agosto, accogliendo l’istanza di ricorso delll’importatore concedevano lo sbarco temporaneo.
La Casillo Commodities Italia è una società, tra le più importanti sul piano internazionale, che si occupa del commercio internazionale di cereali, con particolare attenzione ai mercati di Marocco, Algeria, Tunisia e Libia.
Nasce nel 1958 e le tappe significative dello sviluppo si hanno nel 1970 e nel 1990, con l’ingresso dei figli del fondatore, che portano l’azienda a divenire il leader del mercato di riferimento ed il principale fornitore dei più affermati pastifici nazionali, in grado di movimentare i cereali con una flotta di 30 navi e 250 autoarticolati. Il fatturato tocca i mille miliardi di lire.
Figura di spicco era Pasquale, soprannominato il re del grano, presidente degli industriali foggiani e proprietario del Foggia Calcio, oltre che di Salernitana e Bologna, con interessi, non concretizzatisi, verso Casertana e Roma.
Nel settembre del 1993 venne inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa e, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare, arrestato e brevemente detenuto. Venne scagionato da ogni addebito nel febbraio 2007 dal tribunale di Nola. Morì l’8 settembre 2020 per un tumore ai polmoni.
Il Gruppo svolge un’attività diversificata e dal 2008 impegna energie e investimenti in attività di mirate alla produzione di energia elettrica, che ad oggi ha portato a regime, in Puglia, impianti fotovoltaici per una potenza installata di 24MW.

ACS

Raccolta della frutta in Trentino Alto Adige: quello che semini…

Mancano 20mila addetti alla raccolta della frutta, secondo Coldiretti, che non possono essere reperiti né tra la manodopera locale né, tantomeno, fra quella polacca, montenegrina, rumena che fino allo scorso anno garantiva la raccolta della frutta e, successivamente, della preziosa uva da vino.
Le restrizioni dovute alle norme sulla pandemia hanno reso assolutamente improponibile l’arrivo dei lavoratori stagionali, tra quarantene e tamponi, green pass vari e limitazioni durante il poco tempo libero. Com’è avvenuto con il turismo, il flusso migratorio, al Trentino Alto Adige ha preferito la Spagna.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso. La regione sconta l’iniziativa dell’aprile scorso, quando fu la prima in italiland ad istituire tanto severe quanto illecite limitazioni, prontamente revocate ma ormai il danno era fatto e le disdette in alberghi e ristoranti superarono le prenotazioni e l’immagine venne irrimediabilmente compromessa.
Di passaggio rammento che, a livello nazionale, il settore agricolo vale 32 miliardi di euro ed offre occupazione ad oltre un milione di lavoratori, spesso sovrapponendosi parzialmentre a quello ricettivo turistico, oggi in piena crisi.
Il decreto flussi, che ogni anno regolamenta i fabbisogni di forza lavoro del mondo agricolo, non è stato ancora pubblicato. Si è quindi in ritardo di almeno due mesi e, mentre si sta pensando a prorogare i permessi di soggiorno al 31 dicembre, sono allo studio iniziative per trattenere più a lungo i lavoratori impegnandoli su diverse colture e diversificandone le mansioni.
Stiamo in ogni caso parlando di lavori che non si improvvisano, pena la distruzione di vigne e frutteti per imperizia, ed il colpevole ritardo rende sempre più difficile l’organizzazione dell’arrivo di quei pochi lavoratori stranieri disposti a recarsi in Trentino Alto Adige.
E intanto, mentre i funzionari pubblici a stipendio garantito, risorti dallo smart working stiracchiandosi e sbadigliando, cincischiano con le liste di disoccupazione, la frutta inizia a marcire.
Tutto ha una fine, ma le province di Trento e Bolzano continuano a rappresentare il fiore all’occhiello delle mele. A questo giro però di quelle marce.
In compenso una lezione di stile e dignità arriva dall’Ossola, e certamente non dalla pubblica amministrazione.
Tale Matteo Antonio Rubino, autonominatosi scrittore e noto a se stesso, al proprio cane ed al portinaio del suo condominio, ha tentato, per acquisire un minimo di notorietà, di cavalcare la passione per i lupi che caratterizza gli animalisti urbani scrivendo quello che definisce romanzo, ma che altro non è che la trasposizione di materiale di WolfAlps, l’organizzazione miliardaria che vorrebbe rinchiudere greggi, mandrie e pastori in recinti – anzi farli scomparire in nome di un malinteso senso della wilderness – per lasciare i poveri lupi liberi di scorazzare in lungo e in largo per forre, valloni, pascoli e crinali.
Naturalmente in questo ambito si situa l’intoccabilità di alpeggi e boschi, così gli incendi potranno svilupparsi alla grande.
In sintesi: il libello di sfacciata propaganda con il quale il nostro avrebbe voluto contribuire al lavaggio del cervello dei ragazzi in età scolare, era pronto per la presentazione all’Alpe Devero, con tanto di promozione del WWF e da Io non ho paura del lupo, emanazione di WolfAlps che, con i milioni che muove, sostiene direttamente e indirettamente l’attivismo lupista, presentando il grande predatore in forme antropomorfe alla Disney e portando avanti una campagna denigratoria nei confronti degli allevatori che vivono la montagna con tutti i disagi ed i rischi che ciò comporta.
Mancava il FAI, notoriamente ovunque come la maf … ops, il prezzemolo, ma forse non erano stati avvertiti.
Inevitabilmente, a partire dal titolo imbecille: Osso la Lupa, il libercolo ha suscitato l’indignazione del Comitato allevatori, ed il parco del Museo dell’Alpeggio all’Alpe Devero, dove era prevista la presentazione, ha negato l’uso della propria struttura in quanto ha ravvisato l’intento provocatorio ed ingiurioso nei riguardi di allevatori e alpigiani.
Rubino ha quindi tentato di ripiegare su un albergo locale, dove è stato però accolto dal presidio informativo del Comitato allevatori che, tanto civilmente quanto fermamente, gliele ha cantate costringendolo a ridursi ad una conversazione al tavolo di un bar attorniato da quattro gatti.
Un plauso agli allevatori ossolani, che hanno dimostrato che ci si può far rispettare e che il lupismo è spesso una tigre di carta, pur se miliardaria, ed un esempio per gli allevatori delle altre aree alpine, che dovrebbero agire come gli ossolani, con fermezza e senza cedere alle provocazioni.

Alberto Cazzoli Steiner

Emilia-Romagna: fino all’80% a fondo perduto al terzo settore, mentre chi produce muore

L’ennesimo bando della Regione Emilia-Romagna, uscito in questi giorni, si pone in complementarietà con i precedenti già approvati e finalizzati all’erogazione di contributi a rimborso delle spese sostenute durante il Covid, segnatamente durante i lockdown 1 e 2, da associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato, consorzi e fondazioni onlus, oltre che per la realizzazione di “progetti a rilevanza locale”, locuzione intesa a significare tutto e nulla: il nuovo forno di verniciatura di mio zio, se affidato a quattro migranti inquadrati in una onlus è un progetto di rilevanza locale. E se costoro non sanno fare nulla ecco pronta una sovvenzione per la formazione.

I destinatari degli interventi sono le associazioni di promozione sociale a rilevanza regionale “che presentino articolazioni in più territori provinciali” e che “risultino iscritte da almeno un anno nell’ apposita sezione del registro regionale”: come vedete il cerchio si stringe e chissà, forse arriveremo a definire quelle che avranno le pareti della sede azzurre ed esposte a Sud-Ovest.
Mentre le imprese private annaspano tra fatturati azzerati, fidi revocati, sofferenze sui crediti, suicidi di imprenditori le risorse per i fancazzisti sociali non mancano.
Ed ecco la clamorosa incongruenza: il provvedimento, che inizialmente parla di rimborso spese sostenute durante i lockdown, muta improvvisamente registro dichiarando testualmente che i fondi “sosterranno progetti” volti a realizzare:
a) Interventi di sostegno alla socialità che tengano conto delle misure di sicurezza comunque necessarie a causa della pandemia, ma che sappiano riattivare i legami di comunità, con una particolare attenzione alle persone vulnerabili e a rischio di isolamento sociale quali anziani e disabili;
b) partecipazione, in forma gratuita, alle attività (sociali, sportive, culturali, ecc..) organizzate e promosse dalle associazioni, da parte di persone, in particolare minori, in condizioni di difficoltà socio-economica, individuate in accordo con gli enti locali, al fine di contrastare fenomeni di svantaggio ed esclusione sociale;
c) Azioni di animazione della comunità che in particolare sappiano promuovere e valorizzare le relazioni fra generazioni e il dialogo interculturale quali fattori di resilienza, di coesione e inclusione sociale
d) Sviluppo e rafforzamento del volontariato, della cittadinanza attiva, della legalità e della corresponsabilità, in particolare attraverso il coinvolgimento delle giovani generazioni;
e) Sviluppo delle risorse umane e qualificazione delle competenze delle associazioni, attività di informazione, aggiornamento, analisi e diffusione sui temi del Terzo settore, con particolare riferimento all’attuazione della riforma;
f) Sensibilizzazione ai temi della sostenibilità ambientale e azioni volte alla tutela dell’ambiente e al benessere degli animali;
g) sostegno al riavvio e mantenimento sul territorio delle attività associative e loro adeguamento alle condizioni imposte dalle misure di prevenzione, in un’ottica di rilancio e rafforzamento dopo la fase di grave difficoltà legata alla sospensione delle attività di natura aggregativa.
Quindi non spese già sostenute bensì da sostenere in forza di progetti che il decreto impone espressamente di presentare.
Tra le spese ammissibili:
costo del progetto
personale
acquisto di attrezzature, materiali di consumo, beni strumentali, piccoli arredi e servizi
attività di formazione, promozionali e divulgative (per esempio ignobili vaccate in forma di volantini mal fatti e peggio tradotti)
rimborsi spese ai volontari
premi assicurativi
gestione immobili in forma di utenze ed affitti
manutenzione ordinaria strettamente necessarie allo svolgimento dell’attività.
Le risorse finanziarie necessarie all’intervento non considereranno come ammissibili progetti che presentino un costo totale inferiore a 20mila euro, mentre quelli dichiarati ammissibili potranno essere finanziati con una quota parte regionale non superiore al 80% delle spese fino ad un importo massimo di 50mila euro.
Il bando è, ovviamente, in corso in questo caldo agostano mentre tutti pensano a vacanze, grinpiss e vaccini a bambini e scadrà alle ore 13:00 del prossimo 15 settembre.

Alberto Cazzoli Steiner

Viaggio tra veleni e cibo spazzatura

L’altro giorno ero in métro, e alla foto d’epoca improvvisamente palesatasi mancava l’Alfasud color liquirizia.
Soggetto: un’anziana che mezzo secolo fa si sarebbe potuta definire contadina inurbata, di tradizione cara agli allora gauchistes scesi dagli attici alla spasmodica ricerca di matrici popolari, salvo schifare la contadina in questione qualore fosse stata la nonna di qualcuno dei ricercatori, non tanto perché troppo cafona e ignorante per rappresentare Strunz und Drang o filande alla Milva ed altre amenità, ma in quanto in grado, con un semplice sguardo, di riportare quei fighetti arroganti alla loro reale consistenza.
L’anziana in questione, al telefono, discettava con una stupenda cadenza barese di vaccini elencandone proprietà e controindicazioni, quanto deve pippiare lo strazenecchia e se mettere la salsiccia con il finocchietto prima o dopo il moderna e … “Naaa, lu pifizzer non è cosa, è nu tremone!”
E veniamo al tema di queste riflessioni: senza nulla togliere alla pericolosità dei vaccini, sempre più conclamata ed ignorata solo da chi non vuol vedere, è almeno mezzo secolo che l’umanità ingurgita ogni sorta di veleni, e nonostante una presunta maturata consapevolezza il cibo spazzatura è tra i più consumati al mondo, non necessariamente dalle sole fasce povere e non scolarizzate della popolazione.
Secondo uno studio dell’Università di Sydney pubblicato sul mensile Nature Geoscience, Il 64% delle terre agricole mondiali è contaminato da pesticidi. Il riferimento è alla SAU, Superficie Agricola Utilizzata, corrispondente ad un terzo delle terre emerse, vale a dire 5 miliardi di ettari su 15, 3,4 dei quali utilizzati a pascolo, compresi gli alpeggi, 1,4 arabili e 140 milioni occupati da colture permanenti: frutteti, palmizi, vigneti, castagneti. Il computo esclude le superfici sotterranne adibite alla fungicoltura.
Il restante 36 per cento dei terreni agricoli mondiali è esposto ad un elevato, permanente ed irreversibile rischio di inquinamento da pesticidi, che si somma a quello delle scorie industriali.
Restando nell’ambito agricolo, i ricercatori australiani hanno censito 92 erbicidi, fungicidi e insetticidi utilizzati in 168 paesi, per determinare quali sostanze superano i livelli raccomandati, basandosi sui parametri della FAO, l’Organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura, e dell’Istituto americano di geofisica.
Sottolineando il rischio di inquinamento da pesticidi su scala mondiale, i ricercatori hanno constatato che i terreni contaminati presentano livelli di pesticidi superiori a quelli che le norme industriali considerano come concentrazioni senza effetto, e che quasi il 60% dei terreni agricoli in Europa, è classato a rischio elevato per le sostanze che possono infiltrarsi nelle riserve d’acqua e avere un impatto sulla salute umana. In posizione di assoluto rilievo il distretto del Prosecco, considerato una delle aree più inquinate del pianeta, a livelli asiatici: lo dimostra, negli ultimi anni, l’elevatissima incidenza di tumori e leucemie, anche infantili.
Lo studio classifica una zona ad alto rischio quando i livelli di concentrazione sono valutati ad almeno mille volte il livello in cui queste concentrazioni non hanno un effetto nefasto. I terreni maggiormente a rischio sono, quanto a 4,9 milioni di km2, in Asia e di questi 2,9 milioni in Cina. L’Africa, ormai preda di Cindia grazie a governi sempre più corrotti retti da satrapi sempre più avidi, si sta allineando a Russia, Ucraina e Spagna, che in Europa compendiano il 62% delle zone a rischio.
Dovremmo chiederci che mondo sarebbe, senza pesticidi e, per rispondere alla domanda, chiariamo, anche se a volo d’uccello, cosa siano i pesticidi, ripartiti in due distinte categorie di prodotti utilizzati nel comparto agricolo, forestale e degli allevamenti.

Dal punto di vista della regolamentazione comunitaria le due cstegorie si distinguono in prodotti fitosanitari (Reg. CE 1107/2009) e prodotti biocidi (Reg. UE 528/2012).
I biocidi comprendono una vasta quantità di sostanze utilizzate in vari settori (medico-chirurgico, industriale, alimentare, allevamento) con lo scopo di distruggere, impedire l’azione e rendere innocui gli organismo nocivi.
I PF, Prodotti Fitosanitari, definiti anche con macabra ironia fitofarmaci, sono sostanze chimiche o prodotti a base di micro-organismi impiegati in agricoltura per la lotta agli organismi parassiti (animali e vegetali) che danneggiano le piante coltivate compromettendo la produttività del terreno e la qualità del raccolto. Vengono anche impiegati sulle piante per regolarne la crescita, diradare i frutti o impedirne la caduta precoce.
I PF in commercio sono formulazioni che contengono almeno una sostanza attiva, definita anche con il termine di PA, Principio Attivo. Ad essa sono generalmente aggiunte altre sostanze, chiamate co-formulanti o coadiuvanti, utili per conservarne la stabilità ed efficacia o per migliorarne la penetrazione nell’organismo bersaglio. Il PA è la parte che agisce contro il parassita che si vuole controllare: è la sostanza tossica che, in base alla sua pericolosità e alla sua concentrazione nel preparato concorre a determinare la classe di tossicità e, quindi, di pericolosità.
Nella Penisola si utilizzano circa 130.000 tonnellate all’anno di PF che contengono circa 400 sostanze diverse e, quando le sostanze chimiche si mescolano, mutano i loro effetti: lo sanno bene i preparatori dei vaccini, ed anche politici ed esponenti dei comitati tecnico-scientifici, ma a loro non importa un accidente: lo scopo è rendere invalide ed accoppare più persone possibili.
La tossicità delle sostanze ha effetti diversi da persona a persona e persino tra specie diverse di animali. Inoltre, la biologia umana e animale influenza il modo in cui le sostanze chimiche si comportano quando sono all’interno di un organismo.
Quando le sostanze chimiche si mescolano, la combinazione che ne risulta può far aumentare o diminuire l’effetto complessivo, o persino produrre altri effetti.
Le sostanze chimiche con comportamento simile possono produrre effetti più importanti se sommate fra loro rispetto a quando agiscono singolarmente.
Il termine pesticida nelle le sue diverse specializzazioni: insetticida, acaricida, fungicida, è caratterizzato dal suffisso cida che significa “capace di uccidere” gli organismi che costituiscono il suo bersaglio: insetti, acari, funghi e, come la Storia ci ricorda, le vittime dei campi di sterminio nazisti.
Al composto granulare detto Zyklon B (ma esistevano anche A, C, D, E, F, a seconda del grado decrescente di tossicità) era aggiunto un agente lacrimogeno, inteso a segnalare la persistenza del gas, un po’ come i composti aromatici del metano, di per sé inodore, che servono a segnaalre la presenza del gas incombusto.
Per essere cida, l’agente deve essere in grado di interferire con strutture o funzioni degli organismi ritenuti nocivi, non infrequentemente presenti anche in altre specie inclusa quella umana. Ciò comporta che la maggior parte delle sostanze utilizzate come pesticidi possa avere effetti tossici anche su organismi che non sono il loro diretto bersaglio.
Le molecole dei pesticidi, estremamente nocive non solo per la salute umana ma anche per i tanti organismi viventi a causa delle loro particolari caratteristiche biochimiche, persistono nel suolo e nelle acque con danni diretti e permanenti agli ecosistemi acquatici, rappresentando un fattore di bioaccumulo in tessuti animali e favorendo l’insorgenza di resistenze con la conseguente necessità di sviluppare prodotti sempre più potenti.
Poiché presentano una tossicità a largo spettro, sono in grado di distruggere indistintamente molte specie di insetti anche utili, a partire dalle api.
Nei pesticidi sono contenute alcune sostanze chiamate interferenti endocrini. Esempi di queste sostanze sono gli ftalati e il bisfenolo A (BPA) ed i loro effetti sulla salute sono letali.
Il sistema endocrino è una rete complessa di comunicazioni tra il sistema nervoso e funzioni corporee fondamentali come la riproduzione, l’immunità, il metabolismo e il comportamento e, tra gli effetti negativi sulla salute che possono essere causati dagli interferenti endocrini, si annoverano la diminuzione della conta spermatica e il cancro testicolare negli uomini, effetti sul sistema neurologico e immunitario e un aumento di casi di malformazioni genitali maschili.
È cronaca di questi giorni il caso di un bambino veneto di cinque anni che da oltre due lotta contro la leucemia ed ha sviluppato un cancro ai testicoli per il quale si è reso necessario un pesante intervento chirurgico demolitorio.
L’aumento del tasso di disturbi neuro-comportamentali quali dislessia, ritardi mentali, autismo e deficit di attenzione e iperattività (AHDH) è stato associato all’esposizione agli interferenti endocrini, vere e proprie bombe a tempo poiché talvolta i loro effetti sono visibili solo molto tempo dopo l’esposizione: nel caso di un feto esposto a una sostanza di questo tipo, per esempio, possono prodursi effetti negativi sulla salute al raggiungimento dell’età adulta, con il rischio che tali effetti vengano ereditati dalle generazioni future. Esattamente come accade ai figli di madri esposte a radioattività.
L’EFSA, European Food and Safety Authority, Autorità europea per la sicurezza alimentare, quella che ogni tanto eleva i limiti di soglia, ha pubblicato le nuove linee guida per la valutazione del rischio all’esposizione dei PF in agricoltura.
Nel documento si fa riferimento a quattro categorie a rischio:
Operatori, agricoltori professionisti e amatoriali che svolgono attività legate all’applicazione di pesticidi, incluse miscelazione e caricamento delle sostanze nei macchinari, azionamento, pulizia, svuotamento e riparazione di apparecchiature.
Lavoratori che, nell’ambito della propria attività lavorativa agricola, operano in aree in cui si utilizzano pesticidi o che maneggiano colture trattate con essi.
Astanti ovvero coloro che, per motivi non immediatamente riconducibili al lavoro in agricoltura, si trovano in prossimità di un’area nella quale vengano utilizzati pesticidi.
Residenti, cioè coloro che abitualmente vivono, lavorano, vanno a scuola o frequentano qualunque altro luogo di ritrovo in prossimità di un’area in cui si utilizzano pesticidi.
Operatori, lavoratori, astanti e residenti possono essere esposti ai rischi dell’uso dei pesticidi sia per inalazione sia per assorbimento cutaneo, in base alla durata e alle modalità dell’esposizione.
Vi è chi crede, ed io sono tra questi, che possa esistere un modo diverso di fare agricoltura: rispettoso della salute, degli ecosistemi e di tutti gli organismi che li compongono, e persino del profitto.
Io ed altri sognatori non ci riconosciamo in un modello agro-alimentare basato sull’inquinamento, sull’impoverimento del suolo e delle acque, sul sovrasfruttamento delle risorse, ed in proposito ho scritto da tempo.
Qui una bibliografia essenziale:

28 maggio 2016 – I numeri dell’agricoltura lombarda
21 ottobre 2013 – Non siamo Cassandre, siamo per la Finanza CreAttiva
29 novembre 2013 – Land Grabbing e vergini dai candidi manti
14 marzo 2014 – Africa: quando i regali sono inutili
29 settembre 2016 – Riflessioni sul consumo del suolo

Alberto Cazzoli Steiner

Agricoltura giovanile: 16mila ettari e 255 milioni, l’illusione continua

Il mio linguaggio diventa sempre meno forbito e sempre più colorito, me ne rendo conto, ma nel nostro club ci stiamo ritrovando sempre più spesso appoggiati alla mensola del camino, a bere piscio fetido invece che a sorseggiare cognac.
Ciò deriva dal fatto che ormai, come dicono i Pirati dei Caruggi, il dolce consiste nella specialità della casa: torta di riso o prenderselo in culo. E la torta di riso è finita.

Come lo scout che imperterrito vuole aiutare la vecchina ad attraversare la strada, anche il carrozzone Ismea persiste nel voler traghettare giovani, in particolare di sesso femminile all’agricoltura.
Ah, non si deve più dire femminile? Beh Zan, fai come dicono a Brescia: incület.
Dal 9 giugno al 7 settembre 2021 è possibile inviare manifestazioni di interesse per l’acquisto di uno o più terreni e in proposito Stefano Patuanelli del pitupitum-Mipaaf chiosa: “È essenziale per l’agricoltura 5.0, e il ricavato sarà reinvestito a favore dei giovani.” Dai, che figata! se poi qualcuno ci spiegasse il concetto di agricoltura 5.0…
E quindi eccoci con la quarta edizione della Banca nazionale delle terre agricole ai box di partenza: consulenti, faccendieri, finanza etica e banche che affilano gli artigli perché la posta in gioco sono oltre 16mila ettari che, spacchettati, diventeranno 624 potenziali aziende agricole, per un valore complessivo minimo atteso di 255 milioni di euro.
Con l’idea di reinvestire queste risorse integralmente a favore dei giovani agricoltori. Come? Per ora non sappiamo, cominciamo ad incassarli, poi si vedrà.
Si tratta del quarto lotto di terreni classificati agricoli, derivanti dalle operazioni fondiarie di Ismea e, all’insegna del meridionalismo di stato, sindacalista, pappone ed assegnatario, l’unico che permette di spremere il territorio come un limone, ubicati in particolare nelle regioni del Sud: Sicilia, Basilicata e Puglia coprono da sole oltre la metà delle superfici disponibili, a seguire Toscana con una quota del 17% e il resto distribuito tra Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria.
L’iniziativa punta a favorire l’ingresso degli under 41 nel settore primario attraverso la possibilità di pagare il prezzo del terreno con rate semestrali o annuali per un periodo massimo di trenta anni. Negli ultimi anni è cresciuto il numero di aziende a conduzione giovanile, ma il tasso di ricambio generazionale rimane piuttosto basso.
Gli appezzamenti in vendita comprendono 89 terreni di oltre 50 ettari per complessivi 8.384 ettari, 299 tra 10 e 50 per complessivi 6.529 ettari e 236 terreni con superficie inferiore ai 10 per un totale di 1.496 ettari. Vale a dire 624 nuove aziende potenziali, con una superficie media di 26 ettari.
Il meccanismo di aggiudicazione è quello della vendita all’asta, e la procedura è stata semplificata introducendo uno sportello telematico che, “oltre a garantire trasparenza (chi lo desidera può ridere) consente un accesso attraverso una applicazione di consultazione.”
Dopo l’invio della manifestazione di interesse è possibile partecipare alla procedura di vendita presentando un’offerta economica. L’incanto è fissato su quattro tentativi di vendita invece che sui tre tradizionali con la possibilità, per i terreni al quarto incanto, di presentare offerte libere sia in rialzo che in ribasso rispetto al valore a base d’asta, con un valore di soglia del 35% rispetto alla base d’asta, sotto il quale la vendita non può avere luogo.
Attenzione: non pensate che tra primo, secondo, terzo e quarto incanto trascorrano giorni: proprio perché la procedura è telematica se ne riparla l’anno successivo. Nel frattempo gli statali addetti alla procedura coccolano e tengono al caldo i terreni, rimpallandosi le pratiche tra uno smart-working e l’altro, la vendita sottobanco di prodotti, in ufficio e in nero, e proposte di crociere organizzate dai sindacati per leccaculo vaccinati.
Infatti, dei 624 lotti in vendita 335 sono al primo tentativo, 93 al secondo, 115 al terzo e 81 al quarto.
I terreni vengono ovviamente aggiudicati a chi offre il prezzo più elevato rispetto al valore minimo. Dalla sua istituzione, nel luglio 2016, la Banca nazionale delle terre agricole ha messo in vendita 15.478 ettari, 8.345 dei quali aggiudicati, per un controvalore di 84 milioni di euro, vale a dire 10.065,90 euro per ettaro.
Considerato che i valori dei terreni agricoli sono quanto mai variabili, perché nella Pianura Padana lodigiana, cremonese, mantovana ed emiliana un ettaro vale da 35 a 45.000 euro, uno di vigna a Montalcino ne vale 300mila e nel distretto del Barolo anche due milioni, in Puglia l’oliveta vale 20-25 mila e la vigna da tavola 33, i valori enunciati non significano nulla, se non che si tratta di terreni impervi, carenti di acqua e produttivi a costo di sforzi immani.
Come al solito lo stato biscazziere e ladro si ingegna a giocare con le speranze di numerosi giovani che si ritroveranno indebitati per il resto dei loro giorni, condurranno una vita di stenti fino all’inevitabile epilogo: la morte o i libri in tribunale, terreno all’asta e via con la giostra che ricomincia da capo.
Naturalmente il ministro, da bravo rappresentante di istituzioni infami e corrotte, tira l’acqua sporca al suo mulino: “Mettere a disposizione la terra è essenziale anche per costruire l’agricoltura 5.0 attraverso la riduzione dell’impronta ambientale e la sensoristica (non si capisce bene che minchia c’entri questo settore della tecnologia che si occupa dei metodi per progettare e realizzare sensori – NdA). E’ un progetto che permette di scoprire il valore delle terra con strumenti nuovi. Si tratta di ripartire con nuove consapevolezze, oltre a essere un modo per coinvolgere i giovani in questo bellissimo mondo che ci lega alla cultura. E’ un’opportunità che ha tante gambe per svilupparsi. Non mancheranno risorse e nemmeno idee da parte degli imprenditori agricoltori, dei giovani e delle giovani donne, che sono al centro delle politiche: garantire parità di genere e accesso alle nuove generazioni è una priorità. Nel settore primario c’è bisogno di imprenditoria giovanile e femminile.”
Come al solito, tanto scilinguagnolo per non dire un cazzo.
Una cosa è certa: in italiland se non sei figlio d’arte, con casale, terra e produzioni avviate da decenni non cavi un ragno dal buco. E già così è difficile, in un mestiere che non si improvvisa sui banchi di scuola, dopo aver frequentato webinar, seminari e corsi che, all’università della montagna, ti insegnano a tutelare le biodiversità accarezzando i lupi. Non avete ancora capito che è dall’asilo che vi prendono per il culo con il miraggio di un futuro, ovviamente secondo un modello da pubblicità automobilistica, tutto iperbole e competizione. E intanto vogliono che produciate, vi indebitiate e viviate da schiavi. Per morire vaccinati.
A proposito: e l’asta quando si terrà? Non c’è nessuno che lo sa.

Alberto Cazzoli Steiner

Ecovillaggi, non boschi in città

Polemizzare non serve a nulla, specialmente in questo momento che ha visto sbocciare dal nulla il fior fiore di nuovi maître-à-penser, con i loro canali youtube a pagamento freschi di conio, presi d’assalto da chi anela ad una certezza, uno spiraglio di verità, un viatico contro la solitudine.
Per i più intraprendenti e spregiudicati l’immondo virus ha aperto la porta a nuovi modi per sbarcare il lunario.
E veniamo a questo articolo, nel quale analizzerò ciò che apparentemente potrebbe sembrare il deja vu di comuni nate negli anni 70, e miseramente fallite, per giungere a tracciare linee guida dedicate a come dovrebbero essere le realtà fondate anzitutto su principi spirituali e coesivi, naturalmente intesi nel senso di ciò che a ciascuno è più congeniale.
Fermo restando che, fin dall’età di sedici anni, il mio ideale rimane il kibbutz israeliano nel suo connubio di torah, zappa e mitraglietta, e che trovo superato solo dalla forza coesiva degli Amish, bisogna tenere presente che ecovillaggio è un termine che, in sé, non significa nulla: in quanto sostantivo che contempla innumerevoli declinazioni, è sovente abusato e frainteso, oltre che utilizzato fraudolentemente per indicare realtà che dell’ecovillaggio non hanno proprio nulla.Non è infrequente, infatti, che chi si accosta per la prima volta ad una esperienza ecovillaggista, veda andare deluse le proprie aspettative. In realtà quell’esperienza porta un insegnamento: non si tratta della realtà giusta, non è quella che vibra sintonicamente con le vibrazioni dell’aspirante ecovillaggista.
Ma c’è chi più o meno consapevolmente rema contro, anche ai piani alti: Confagricoltura, per esempio, che ha recentemente affermato l’opportunità di far tornare la natura nelle città. Peccato che la loro idea di natura in città coincida con variazioni sul tema del bosco verticale alla Boeri.
Nel frattempo il 10 marzo sono scaduti i bandi per la forestazione delle 14 città metropolitane e, palesemente, non è importato nulla a nessuno: sembra sia insostenibilmente faticoso riprogettare quote urbane secondo un concetto di rete ecologica.
Eppure, invece di vagheggiare l’improbabile trasloco di boschi in città, sarebbe semplicissimo onorare e rispettare natura e boschi lasciandoli dove si trovano, facendo manutenzione e riforestando dove si sono diradati. Niente, troppo poco costoso e quindi ininfluente ai fini dell’alimento del bisnèss e relative corruttele, oltre che non visibile per le archistar, che non possono proporre le loro costosissime puttanate, osannati da plebe ignorante e da amministratori in malafede.
La storia sociale ci insegna come le città, per quanto gradevoli possano essere, costituiscano inevitabilmente un modello artefatto, il risultato di un’antropizzazione contro natura. Non per caso fu nelle città, e nel loro malsano putridume, che si svilupparono i peggiori morbi letali.
Chi desidera avere la natura a portata di mano potrebbe, anzi dovrebbe, andare a ripopolare i numerosi borghi abbandonati dei quali è costellata la Penisola, recuperandone estetica, funzionalità e vita sociale, che sicuramente si svolgerebbe a ritmi ben diversi da quelli forsennati delle metropoli.
I due temi, ecovillaggio e giardino verticale, sembrano agli antipodi ma sono invece strettamente connessi: affronteremo quindi entrambi volo d’uccello.
Inizio con l’ecovillaggio, anzi con come non dovrebbe essere un ecovillaggio, riportando anonimamente la testimonianza di una persona che, l’estate scorsa, ha vissuto in un ecovillaggio da incubo:
«Molte persone sono interessate a conoscere come sia la vita in un ecovillaggio, voglio perciò raccontare la mia esperienza svoltasi nei mesi estivi in un ecovillaggio di montagna a circa 600 m di altitudine, che per correttezza non citerò.
Cercherò di essere più obiettivo possibile, ma so che sarà difficilissimo, e chiedo scusa in anticipo se sconfinerò in giudizi soggettivi e personali.
La struttura abitativa, non raggiungibile in auto, è una vecchia casa in pietra e legno, con annessi rustici, una stalla con alcuni animali, un deposito attrezzi, un pollaio, una conigliera, in mezzo ad un bosco e circondata da prati. Poco lontano c’è una fontana con l’acqua potabile che viene utilizzata per i fabbisogni domestici.
Quando ci sono stato io ci abitavano otto persone adulte, tra queste un paio di mamme con due bambini.
L’ecovillaggio tenta di strutturarsi per essere più possibile autonomo e autosufficiente, ma l’obiettivo è molto difficile da realizzare.
Non c’è elettricità e ovviamente non c’è internet, inoltre la copertura telefonica è assente: niente telefoni cellulari, computer, televisori, radio, aggeggi elettronici. Niente frigoriferi, lavatrici, ferri da stiro, frullatori, minipimer, spremiagrumi. Niente.
L’acqua corrente c’è, ma fredda. Era gelida d’estate, non oso pensare in inverno.
Ho chiesto come mai non abbiano pensato a pannelli fotovoltaici, ma mi è stato risposto che, oltre a non essere contemplati dalle loro esigenze, non hanno soldi, il tetto è messo male ed inoltre non saprebbero come trasportarli e come issarli sul tetto.
Riscaldamento solo mediante stufa a legna, in funzione tutto il giorno perché viene utilizzata per riscaldare e cucinare.
Un bagno in comune per 8 persone, piccolo e freddo, con una turca e un secchio per gettare l’acqua. Niente bidet, ma unicamente una vecchia vasca da bagno incrostata nella quale ci si fa il bagno una volta alla settimana, quando viene utilizzato un bollitore a legna per scaldare l’acqua.
In ogni caso ci si lava poco, e l’igiene credo sia l’ultimo dei pensieri.
I vestiti sono sempre i soliti, come detto non c’è lavatrice e ogni tanto vengono lavati alla fonte e stesi vicino alla stufa, assumendo così un vago aroma di fuliggine.
In ogni caso il colore predominante dei capi d’abbigliamento è il grigio-sporco, vuoi perché vengono lavati raramente, vuoi perché vengono utilizzati solo cenere o lisciva autoprodotti.
Il fabbisogno alimentare è assicurato da un orto e una serie di alberi da frutto, da alcuni animali d’allevamento. Nel periodo considerato c’erano una mucca con vitello, delle capre in un recinto, alcuni conigli in gabbia altrimenti avrebbero mangiato tutti gli ortaggi, galline lasciate libere, bellissime da vedere razzolare, ma che entravano dappertutto, anche sotto il porticato dove si mangiava lasciando i loro bisogni in giro.
C’erano alcune arnie, purtroppo vuote perché le api erano morte, ed alcuni cani, che spesso abbaiavano per ore durante la notte, e numerosi gatti malconci e poco in salute. Uno in particolare era molto malato, aveva gli occhi cisposi, pelo sporco, respirava malissimo e restava sempre accucciato sotto la tavola.
Ho chiesto loro se non fosse il caso di farlo vedere da un veterinario, e mi hanno guardato sbigottiti, come se avessi pronunciato un’eresia.
Le attività iniziavano la mattina molto presto, e c’era da fare tutto il giorno. Gli uomini facevano legna o portavano gli animali al pascolo, tagliavano il fieno per le bestie d’inverno, zappavano l’orto, eseguivano lavori di manutenzione, le donne preparavano il cibo, accudivano i figli, raccoglievano verdure nell’orto, lavavano il bucato.
I due bambini, un maschio e una femmina, erano piuttosto selvatici, sempre sporchi e poco curati, e intrattenevano con gli adulti relazioni poco rispettose: molte parolacce ed espressioni scurrili.
Giocavano nei boschi tutto il giorno, una cosa meravigliosa e molto wild, ma appena chiedevi loro un favore rispondevano male o facevano finta di niente.
I padri non ho ben capito né chi fossero né se facessero parte della comunità. Ho provato ad informarmi ma mi è stato risposto che non era importante chi fosse il padre, che loro erano madri autonome che senza un compagno vivevano benissimo e che la struttura familiare patriarcale era superata
(credo che il nostro ignoto autore avrebbe potuto risparmiarsi il giudizio sui bambini, assolutamente non funzionale alla descrizione delle caratteristiche dell’ecovillaggio. Non l’ho cassato per integrità informativa, pur essendomi formato l’opinione che i bambini costituiscano per il nostro un fastidio a prescindere, anche nella vita “civile”, e che probabilmente non sia genitore – Giudizio per giudizio, NdA).
Il cibo era poco vario e più o meno sempre lo stesso: zuppa di verdure con pezzi di carne, legumi, patate, uova, frutta fresca o secca, conserve di sottaceti, olive. Con buona pace per i vegetariani o vegani, mi chiedo cosa possano mangiare in un ecovillaggio come questo: solo frutta e verdura?
Ovviamente non essendoci né frigorifero né congelatore non si poteva conservare nulla, per cui si consumava tutto al momento e, in ogni caso, si mangiava assai poco, i pasti erano molto frugali e tutti erano abbastanza magri.
Nel periodo estivo, quando sono stato io, c’era molta frutta e verdura, l’orto produceva in abbondanza, ma mi sono domandato cosa mangiassero in inverno quando tutto era coperto dalla neve.
L’idea di fondo della comunità era la più completa autosufficienza, ma alcune cose erano impossibili da ottenere: la benzina per le varie motoseghe, per esempio, non si può produrre, e nemmeno l’olio per lubrificare la catena, e quella era una delle attività principali da fare, tutto l’anno, visto che la stufa andava 24 ore al giorno, e servivano quintali e quintali di legna, impossibile da fare con l’ascia e
addio rapporto idilliaco con la natura: rumore di motoseghe e odore di benzina tutto il giorno, oltre all’inquinamento che ne conseguiva.
L’alternativa sarebbe stata non scaldarsi, non fare da mangiare, non lavarsi una volta alla settimana con l’acqua calda.
Loro tentavano di tutto per non dover dipendere da fattori esterni: niente caffè, the, zucchero, raramente latte o formaggio, niente pasta o cereali, niente alcolici (ogni tanto spuntava qualche bottiglia di vino molto tannico, regalata da qualche contadino).
In compenso tanto fumo, di tabacco e di altro tipo.
La stanza destinata agli ospiti era un bellissimo sottotetto con pavimento in legno, accessibile tramite scala in legno, molto suggestivo e romantico, con una serie di materassi dall’aspetto poco igienico messi per terra, ma tant’è, ho sempre dormito nel mio sacco a pelo.
L’atmosfera generale, mi dispiace ammetterlo, non era di persone felici e soddisfatte, ma piuttosto di gente che voleva dimostrare ad ogni costo di potercela fare, ed anche le dinamiche tra di loro erano più improntate ad un rapporto di convivenza forzata piuttosto che di amicizia, e questo si rifletteva anche nelle conversazioni.
Lo so, il mio è un giudizio esterno, parziale e soggettivo, ma forse siamo noi che ci immaginiamo comunità ed ecovillaggi colmi di amore, felicità, benessere e serenità. E la serenità è proprio quella che non ho riscontrato in questo ecovillaggio.
Di fatto erano tutti troppo impegnati a procurarsi da che vivere, per poter creare armonia comunitaria, e alla sera erano tutti esausti e stanchissimi, tanto da andare a letto anche alle 9 o poco più. In ogni caso non c’era la luce, solo candele, e nemmeno TV o altri intrattenimenti
(Scusa, Ciccio, perché invece che in un ecovillaggio non sei andato a Ibiza? – NdA).
Perdonatemi se sono stato forse troppo critico e poco obiettivo, ma è difficile, a volte, mettere da parte il giudizio e mi rendo conto che, pur tentando di essere più aperto possibile, anch’io sono pieno di limiti personali.»

E questo è quanto e, concedetemelo, più che il giudizio potè il pregiudizio: spalare merda sulla faccia altrui per sentirsi migliori è una delle pratiche più imbecilli e frustranti che esistano, che denota che quanto a crescita interiore siamo ancora ai primordi. Io in un posto del genere non ci sarei mai andato, ed anche ove mi fossi reso conto di avere sbagliato tiro (cosa improbabile perché se questi non hanno internet e non sono sui social non è che puoi prenotare via airbnb ma solo via passaparola, non raccontiamoci palle) avrei semplicemente voltato i tacchi, arrivederci e grazie senza tante menate.
Ed ora passiamo al tema proposto da Confagricoltura: collegare architettura e natura valorizzando le risorse boschive. Mi riferisco, in particolare, ai concetti espressi nel webinar Architettura e Natura: bioedilizia, bioeconomia forestale, eco-design.
Premesso che “a partire dagli anni delle rivoluzioni industriali fino ad oggi, passando per gli anni del boom economico, la contrapposizione tra città e natura è diventata sempre più forte, segnando una vera e propria rottura tra le due parti” l’auspicio di Confagricoltura è che ora la contrapposizione possa cedere il passo al legame, portando la natura in città.
Boschi verticali e foreste urbane – Confagricoltura non accenna però a quelle commestibili – non devono essere intesi come ornamento ma anche e soprattutto come “moltiplicatori di biodiversità e sistemi di regolazione del clima e mitigazione della biosfera all’interno del sistema-città: non casette sugli alberi, ma vere e proprie case di alberi.”
Bella frase, suona bene, soprattutto messa per iscritto. Petrolini l’avrebbe ripetuta a tormentone come “più fulgida e bella che pria”.
Confagricoltura spezza una lancia a favore della filiera foresta-legno, indispensabile per la produzione di risorse naturali rinnovabili, caldeggiando l’impiego del prezioso materiale per mobili, carta, cartone oltre che per fini energetici, esaltandone altresì il ruolo nella bioedilizia, con soluzioni che integrino design, sostenibilità e tecnologia per adeguare abitazioni e spazi all’aperto a nuove esigenze di multifunzionalità.
Il ruolo della silvicoltura, a partire dalla gestione attiva dei boschi considerati finalmente come risorsa essenziale per la collettività ed anche rilevanti economicamente per le filiere agro-forestali, dovrà essere strategico
Ricordo che la filiera foresta-legno conta circa 80mila imprese, per oltre 500mila unità lavorative occupate e, con un saldo commerciale positivo di più di 40 miliardi di euro, è il secondo settore produttivo dell’industria manifatturiera nazionale.
Insomma, due posizioni estreme: da una parte i duri e puri dell’ecosostenibilità militante, dall’altra il boschetto delle fate che si arrampica su, come ebbe a dire un architetto mia amica, palazzi di lattuga per camuffare architetture pessime con quattro spelucchi rampicanti.
I termini ecovillaggio ed architettura sostenibile hanno una cosa in comune: non significano nulla, sono solo esercizi verbali e cadfilosofici per frustrati e furboni, e credere che piantare arbusti per migliorare la qualità dell’aria è da illusi.
Disponiamo, fortunatamente, di migliaia di km2 di riserve naturali e sarebbe sufficiente tutelare in modo concreto ciò che già abbiamo, realizzare parchi urbani e curare quelli esistenti, curando parallelamente il recupero delle centinaia di magnifici borghi immersi nel verde.
In realtà i borghi sarebbero migliaia, ma molti insistono su aree logisticamente improponibili, prive di efficienti vie di comunicazione, soggette a smottamenti e terremoti, problematiche per l’approvigionamento idrico. Mi limito quindi ad immaginare il recupero di quelli che, concretamente, sarebbe possibile riabitare. Con un’avvertenza per l’uso: scordarsi aiuti pubblici, contributi agevolati o finanziamenti bancari a meno che non si desideri l’avventura di un percorso di guerra.
Le istituzioni favoriscono a parole il recupero dei borghi abbandonati, l’incentivazione dell’agricoltura per giovani imprenditori perché porta consenso ma, alla prova dei fatti, disseminano il percorso di trappole esplosive: nell’ultimo decennio non si contano i bagni di sangue dei quali sono state vittime giovani imprenditori agrosilvopastorali, spesso laureati all’Unimont ed in altre prestigiose università.
Perché, mettiamocelo in testa, senza il sostegno di una tradizione di famiglia imprenditori agricoli non ci si improvvisa. Esattamente come non si può pensare di vivere allo stato brado nei boschi come trogloditi.
Concludo con le linee guida, una su tutte: anni di esperienza in materia mi hanno indotto a ritenere vincenti due scelte, antitetiche fra loro.
La prima consiste nell’incontrarsi fra amici con i quali si intrattengono rapporti consolidati, stabilire che si intende cambiare vita, verificare il più possibile la solidità dell’intento, stabilire il quantum in senso finanziario, definire l’area di ricerca e le caratteristiche di massima di terreno e fabbricati ed iniziare la ricerca. Ogni passaggio, ogni casale, cascina, podere, borgo esaminato costituirà inoltre un passo in più verso la reciproca conoscenza, prova ne sia che alcuni abbandoneranno ancora prima di iniziare. Da cosa nasce cosa, forse, e se agli auspici seguiranno i fatti si giungerà presto ad una conclusione concreta: acquisto, ristrutturazione, definizione degli aspetti energetici e termici, impianto di nuove specie arboree e recupero di quelle esistenti, creazione di uno spazio orticolo.
La seconda consiste nell’individuare una realtà in possesso dei requisiti adatti, progettarne il recupero, stilare una relazione di fattibilità e proporne l’acquisto a terzi, perfetti sconosciuti individuati mediante annunci. Spesso danno più soddisfazione gli sconosciuti rispetto ad amicizie che si credevano consolidate.
Il tutto procede esattamente come una qualsiasi operazione immobiliare: acconto alla prenotazione, acconti a stato di avanzamento lavori, limitate facoltà di personalizzazione rispetto al capitolato, acquisto finale e frazionamento. Il resto sono dettagli gia visti sopra e comunque già oggetto del progetto.
La terza ipotesi, assolutamente nefasta e adatta per intellettualoidi allo spritz, va da sé sinistrensi, consiste nell’illudersi che una promozione su un social, in un gas o in una qualsiasi realtà considerata ricettiva possa sortire esiti che non siano la vuota chiacchiera e la conseguente noia.
È nella connaturato all’umano, che vuole chi tiri il carretto, o almeno la volata, per poi aggregarsi, se del caso con qualche mugugno d’ordinanza camuffato da proposta, che non inficia nulla e va lasciato liberamente eiaculare. E poi si continua imperterriti a fare ciò che già si è deciso. Namasté.
Sotto il profilo energetico l’eolico, che non può essere installato ovunque, è quanto di meno ecosostenibile possa esistere: è un mostro che deturpa il paesaggio, rende nella migliore delle ipotesi il 35 per cento della capacità nominale ed è causa di sconvolgimento del microclima locale e della moria di volatili che incappano nelle pale.
Chi desidera l’autosufficienza elettrica può ricorrere al fotovoltaico, meglio se ad accumulo, tenendo presente che i tetti degli edifici, oltre a venirne sminuiti sotto il profilo estetico, non presentano una superficie sufficiente a garantire il fabbisogno domestico e lavorativo. È quindi necessario dedicare un’area soleggiata di superficie opportuna. All’occorrenza l’impianto può essere integrato dalla rete pubblica. Ovviamente, parlando di ecovillaggio dovrebbero essere banditi i condizionatori.
Per il riscaldamento è possibile ricorrere al metano, all’occorrenza autoprodotto mediante fermentazione aerobica in lagunaggio per usi di cucina e per l’acqua calda sanitaria grazie alle deiezioni animali, allo stallatico, agli scarti domestici, agli sfalci dell’orto. Naturalmente occorre una massa di portata adeguata, magari ricorrendo con le opportune prescrizioni di legge, al conferimento da parte dei vicini. Una volta all’anno il laghetto del lagunaggio va drenato e la morchia di risulta, essiccata, costituisce un ottimo concime.
Ove non vi sia un quantitativo sufficiente di capi di bestiame è possibile ricorrere alla semplice soluzione del butano nel cosiddetto bombolone posizionato all’esterno per usi di cucina, acqua calda sanitaria e riscaldamento.
Altra valida soluzione è il geotermico, da usare con attenzione dopo aver sondato attentamente, per quanto possibile, la natura del sottosuolo e delle sue cavità, specialmente se l’ecovillaggio trovasi in zona a rischio sismico, vale a dire quasi tutta la Penisola, specialmente sui crinali appenninici.
Il geotermico costa poco in esercizio ma molto in installazione: un impianto a pompa di calore dimensionato per il riscaldamento di una superficie di 300 m2 non costa meno di 45mila euro, può però beneficiare del contributo al 65%.
Tendo a escludere il pellet, a meno che non si sappia con cosa viene prodotto ed in ogni caso la resa non è superiore a 5 kWh/kg. Stesso discorso per la legna, che ha normalmente una resa inferiore a quella del pellet: bello e d’effetto vedere scoppiettare i ciocchi nel camino, conviviale cuocere pizze o grigliate ma deve finire lì, altrimenti il bosco del nostro ecovillaggio ben presto se ne andrebbe in legna da ardere, fermo restando che ci si troverebbe in men che non si dica i forestali in casa.
Quanto alle modalità di distribuzione non mi soffermo: sono un fautore del sottopavimento ma ciascuno ha le proprie preferenze.
L’acqua piovana può essere raccolta in apposita cisterna centrale munita di adduttori periferici ed essere utilizzata per l’orto, oltre che per raffrescare gli edifici abitativi facendola correre in apposite tubazioni inserite nelle pareti.
Le stesse pareti – le necessità di recuperi e ristrutturazioni non mancheranno – possono essere realizzate con materiali ad elevata tenuta termica, in modo da risparmiare il più possibile sul riscaldamento. Paglia e terra cruda costituiscono un ottimo materiale, insieme con il legno. Fondamentale, in ogni caso, il ricorso ai materiali locali.
Gli accorgimenti per ottimizzare la tenuta termica sono numerosi, bisogna però fare attenzione alle normative vigenti che, spesso, sembrano studiate apposta per mettere i bastoni fra le ruote. E questo vale per ogni aspetto o materiale afferente il recupero.
A questo punto l’esperienza mi suggerisce di fare, nel rispetto di quelli che abbiamo stabilito essere i nostri parametri di ecosostenibilità e delle normative generali vigenti, meglio se previo consulto con il tecnico comunale e con esperti professionisti locali ed in ossequio, nella misura del possibile e del buon senso, al progetto approvato.
Contateci: arriverà, prima o poi, qualcuno a rilevare delle irregolarità e ad elevare opportuno verbale. A quel punto si fa ricorso, e si sa che i ricorsi vanno avanti anni, fino a quando l’inevitabile sanatoria, condono tombale o altra norma inventata per incassare quattrini ci riporterà fra i buoni. Spesso costa meno il condono rispetto agli oneri originari, ma non è quella la questione: la questione è che sul mio devo poter essere libero di fare quello che meglio credo, nel rispetto della natura e della sicurezza. Se la cosiddetta autorità mi impedisce di vivere, ed in campagna e in montagna è così, recuperando edifici rustici con norme di fatto inapplicabili io ho il dovere di ribellarmi. Usando le stesse armi dell’oppressore.
Il mio ecovillaggio ideale, infine, deve essere non solo connesso ma presentare soluzioni ammissibili alla legge 232/2016, la cosiddetta impresa 4.0, per esempio nel ciclo della produzione casearia e della trasformazione agroalimemtare. Escludo ovviamente le mungiture, altrimenti ricadiamo nelle stalle lager, certamente indegne di un ecovillaggio.
Per finire: per impiantare un ecovillaggio occorrono soldi, sono finiti i tempi dell’okkupazione, che per quanto mi consta non sono mai esistiti.
Fondamentale infine la statuizione delle modalità decisionali e la ripartizione delle spese di gestione e dei compiti: chi fa che cosa e con quali punti di verifica, nonché la definizione, che deve avvenire già in sede di progetto, delle attività da svolgersi per il sostentamento.
Intendiamoci: wild fino ad un certo punto, almeno per come la vedo io, e senza pensare di poter lasciar perdere qualsiasi attività lavorativa esterna, almeno nei primi anni. E ciascuna persona o nucleo familiare deve avere un proprio spazio privato, che non sia una stanza, ma l’equivalente di un appartamento dove, all’occorrenza, potersi isolare e tenere proprie cose personali. Vi saranno ovviamente spazi comuni, lavorativi e ludici, lavanderie, magazzini.
Per non tediare con cose già scritte rimando a Sì all’ecovillaggio, no al pauperismo pubblicato su queste pagine il 20 dicembre 2020 e dal quale traggo l’incipit: “Neppure questa volta abdico al mio stile tranchant, chiaro e diretto: vivere in un ecovillaggio non salva dalla fame, da un’economia di sussistenza, da rinunce che possono essere vissute in modo doloroso a meno che non si sia dei fautori di un pauperismo francescano.
Ed anche in quel caso, se il pauperismo è stato immaginato in salotto piuttosto che in un cerchio di condivisione o in parrocchia, e vissuto nel corso di qualche ritiro spirituale, il contatto con la realtà può essere traumatico.
Non vedo, in ogni caso, perché perseguire l’ecosotenibilità o vivere in un ecovillaggio debbano esporre a giorni miserevoli, credo anzi che con gli opportuni accorgimenti si possa vivere bene, addirittura agiatamente.
Dipende da che cosa si coltiva, alleva, produce, trasforma e da come lo si fa, oltre che dai plus che si è in grado di offrire agli ospiti in materia di produzioni di nicchia, consulenze, benessere fisico e spirituale.
Non mi dilungo: chi mi segue ha oltre 600 articoli scritti in sette anni sui miei vari blog e siti … per sapere come la penso e per conoscere svariate tecniche di approccio, realizzazione di una residenza condivisa in città ed in natura.
Vivere in una residenza condivisa, in campagna o in montagna, costituisce comunque un valido mezzo per contrastare i tanto opprimenti quanto odiosi controlli di polizia, oltre che la frequentazione, ed anche solo la visione, di polli in batteria in forma di maccheinomani detti anche mask addicted.
Appare evidente come le maggiori aree di disagio coincidano con le grandi città: a Bari,Napoli, MIlano, Roma o Torino la qualità della vita non sarà mai, né è mai stata, quella di Rimini, Orvieto, Parma o Treviso.”

Per approfondimenti ritengo altresì utile la lettura di Scomparire: autosostenibilità, punto di arrivo pubblicato su Decumanus il 28 aprile 2020 e di È tempo di ecovillaggio anch’esso pubblicato su Decumanus il 7 dicembre 2020.


Alberto Cazzoli Steiner

Valsusa, se il nemico è in casa

La notizia è offuscata dall’ossessione compulsiva per tamponi, vaccini, morti, guariti e intanto Giovanna Saraceno, pisana 36enne presente in Valle Susa sin dal 2005 per sostenere la lotta NoTav, è ricoverata alle Molinette di Torino con frattura orbitale dell’occhio destro e due emorragie cerebrali, dopo che un lacrimogeno l’ha colpita al volto.
L’episodio è gravissimo poiché non costituisce un evento criminale isolato bensì la conseguenza di un crescendo di violenze che sempre più paiono finalizzate alla ricerca del morto. Detto di passaggio: gli sbirri utilizzano lacrimogeni al CS, più volte vietati dalle varie convenzioni internazionali.
Giusto per farlo sapere al popolo delle frigne, a chi cerca i ristori, l’elemosina di stato, a chi si prostra agli aguzzini diventando egli stesso sbirro delatore, a chi recita la farsa della museruola all’aperto e della distanza sociale, che è come farsi una sega con le mani legate dietro la schiena: fatevi un giro in Valle Susa, dove da vent’anni la gente viene arrestata per nulla, manganellata, ferita, uccisa. Altro che amaccheina.
E questo semplicemente perché non vuole che la propria terra, la propria casa, la propria vita, la propria salute siano devastate da un’opera inutile, antieconomica destinata a violare irrimediabilmente l’ambiente e, come si è saputo alcuni anni fa, a seppellire rifiuti tossici nel ventre della montagna come è costume delle mafie delle grandi opere. Pozzuolo Martesana, che era una tavola da biliardo ed ora è una collinetta, con gli sbvancamenti della BreBeMi docet.
Anche se l’orazione funebre per la Tav Torino-Lyon è già stata pronunciata per insostenibilità di costi e di trasffici, la valle rimane militarizzata all’inverosimile perché la gente, già acerrima oppositrice della ferrovia ad alta velocità, non vuole che si costruisca un nuovo autoporto a San Didero: in valle ne esiste già uno, fortemente sottoutilizzato in ragione dell’ormai scarsissimo traffico merci. L’unica che ne trarrebbe vantaggio è l’allegra confraternita del cemento, che rispetto al devastante danno ecologico ha l’atteggiamento di Rhett Butler in Via col vento: francamente, se ne infischia.
E intanto nel territorio di San Didero e degli altri paesi e villaggi polizia, carabinieri e militari impediscono persino lo svolgersi delle normali incombenze quotidiane: andare al lavoro, fare la spesa, attraversare la strada. Nemmeno a Belfast.
I valsusini, dai quali credo che gli italilandesi dei proclami su feisbuc avrebbero molto da imparare, hanno ben presente come resistere significhi sempre più lottare per sopravvivere, e un video pubblicato sulla pagina Facebook del Movimento NoTav mostra con chiarezza come le cosiddette forze dell’ordine, con il favore delle tenebre, sparino per colpire le persone.
La violenza perpetrata dagli sbirri ogni volta che la popolazione valsusina si oppone ai cantieri dell’alta velocità ed alle opere collaterali è sempre più inaccettabile, specialmente ora che cittadini e amministratori pubblici sono in mobilitazione permanente per opporsi alle operazioni propedeutiche alla costruzione del nuovo autoporto, cantiere collaterale del progetto ormai monco della ferrovia ed ecomostro irrazionale rispetto alle sue funzioni dichiarate, foriero di un impatto ambientale pesante e permanente sugli abitanti.
Va detto che, caso unico nella storia della Penisola, nella storia giudiziaria del movimento NoTav non mancano esempi di sovradimensionamento dei reati, come nel caso del cosiddetto “processo del compressore”, che nel 2013 vide quattro militanti accusati di terrorismo a fronte del danneggiamento di un mezzo di cantiere, piuttosto che nel “processo del casello” riferito ai fatti del 3 marzo 2012, quando trecento manifestanti occuparono per trenta minuti il casello dell’autostrada di Avigliana alzando la sbarra per permettere agli automobilisti di uscire senza pagare il pedaggio, mentre volantinaggio e speakeraggio spiegavano le motivazioni della protesta.
La manifestazione al casello si concluse senza incidenti o contatti con le forze di polizia, e il danno alla Sitaf, Società di gestione autostradale, per mancati introiti venne quantificato in soli 777 euro.
E veniamo ai nostri giorni: la sera di lunedì 12 aprile, in pieno coprifuoco, oltre 1000 agenti antisommossa con idranti e lacrimogeni scortavano le ruspe fino ai terreni dell’ex autoporto di San Didero, caricando il presidio NoTav che da mesi occupa l’area boschiva.
Da allora in questa parte della Valsusa vige l’ennesimo stato d’assedio, con una massiccia presenza poliziesca in questi giorni distintasi per le cariche sui manifestanti, l’uso dei gas fin dentro i paesi, l’incendio dell’auto di un’attivista, lo spargimento nei campi di cartucce di lacrimogeni inesplose, lo schieramento di truppe per impedire l’apertura dei mercati cittadini.
Il movimento NoTav ha risposto con migliaia di persone unite in un corteo contro questa ulteriore aggressione. Ma la guerra continua.


Alberto Cazzoli Steiner

Il costo ambientale di una bibita in lattina

È evidente che non bevo una Guinness in lattina almeno dal 1989.
Perché sia evidente è presto detto: al supermercato ho fatto inavvertitamente cadere alcune lattine della scura di St. James Gate, udendo un tonfo strano. Raccolgo le lattine con l’intento di rimetterle nello scaffale, anzi di acquistarle visto che la caduta le aveva ammaccate, e, scuotendole, percepisco l’inconfondibile rumore di un oggetto all’interno.
Considero diverse ipotesi: un pezzo di dentiera di un operaio, caduto accidentalmente nella nera mistura, un animale morto, Unabomber che è tornato a colpire… impugno e scuoto altre lattine, stesso rumore soffocato. Propendendo quindi per una sorpresa tipo Kinder non mi resta che appagare la mia curiosità: googlando scopro invece che … dal 1989 nelle lattine si trova una pallina di plastica del diametro di circa due centimetri provvista di un foro del diametro di 0,61 mm, che viene chiamata agente schiumificante proprio perché ha il compito di mettere in movimento le molecole di carbo-azoto che formano la famosa schiuma setosa della birra.Cito dal sito Everything2, dal quale ho tratto la spiegazione: “La birra viene versata nella lattina insieme all’azoto e all’anidride carbonica e, durante il processo di pastorizzazione, l’azoto in soluzione si trasforma in gas aumentando di circa due atmosfere la pressione interna della lattina, costringendo la birra ad entrare nella pallina.
Quando il consumatore apre la birra, avviene la decompressione del contenuto e l’azoto contenuto nello schiumificante si espande proiettando un getto di birra attraverso il foro e, fuoriuscendo dalla soluzione crea uno strato di schiuma simile a quello presente nelle birre dei pub.”
All’apertura della lattina si percepisce nettamente un sibilo da decompressione, ed il liquido affiora al boccaporto con una certa veemenza, in ogni caso non sufficiente perché la birra trabocchi.
Tutto questo è molto interessante, e mi ha fatto ricordare perché da almeno 22 anni non bevo una Guinness: perché non mi piace. Ed ora, con la pallina di plastica, mi piace ancora meno.Se è vero che, a livello mondiale, l’87 per cento delle lattine di bevande viene abbandonato ovunque e non conferito alla raccolta differenziata, la durata pressoché eterna della pallina costituisce un problema nel problema.
Purtroppo è un dato di fatto: ogni minuto vengono gettati milioni di lattine, che non inquinano solamente con la loro presenza e la cui biodegradabilità è misurabile in millenni, ma pur assommando il loro valore intrinseco pochi centesimi, hanno costituito un costo notevolissimo in termini di impiego di risorse all’atto della loro realizzazione.
Tutte le chiacchiere sullo sviluppo sostenibile, che è un bell’ossimoro, sulla decrescita felice e sulla resilienza, non si sa di cosa rispetto a che, si scontrano con l’argomento lattine che, poiché la produzione del loro contenuto è saldamente in mano a colossi che in determinati luoghi non pagano nemmeno l’acqua, viene semplicemente ignorato.
Proviamo a non pensare al prezzo irrisorio che paghiamo per una lattina di Coca piuttosto che di Monster, birra e via numerando ma a parametrarne il costo sostenuto dall’ambiente.
Iniziamo da una miniera di bauxite, attiva 24 ore al giorno: ne ho trovato una in Tasmania, che si vanta di usare torce ecofriendly e di dare lavoro a trenta persone. Per chi non lo sapesse la Tasmania è in Australia e, dopo essere stata chimicamente ridotta e purificata a freddo e a caldo utilizzando una tonnellata di ossido di alluminio per ogni due tonnellate di estratto, la bauxite viene inviata, con un viaggio via mare della durata di un mese, presso aziende specializzate svedesi e norvegesi dove verrà ridotta in billette, o lingotti, che verranno successivamente laminati a caldo sino allo spessore di 3 millimetri ad una temperatura di 500 gradi centigradi, e trasformati in fogli stoccati in rotoli.
Le bobine vengono caricate su un camion e trasferite presso un laminatoio a freddo, dove assumono lo spessore definitivo di 0,3 mm.
I film così ottenuti vengono inviati in ogni parte del mondo ove vi siano stabilimenti per la produzione di bibite in lattina, per essere punzonati, fustellati, piegati e trasformati in lattine.
Queste vengono ripulite dagli sfridi del processo, lavate, sgrassate e laccate e flangiate per la successiva apposizione del coperchio. Vengono infine verniciate e spruzzate internamente con un film protettivo per evitare che certe bevande possano corrodere il metallo.
A questo punto le lattine possono essere pallettizzate e stoccate per l’utilizzo al momento del bisogno, una volta inviate all’imbottigliamento, dove vengono nuovamente lavate ed infine riempite del contenuto.
Una curiosità sul fosforo presente in una certa bibita addizionata con caffeina, la più bevuta al mondo e che costiuisce una vera bomba glicemica: viene prevalentemente estratto negli Stati Uniti, in miniere a cielo aperto attive senza soluzione di continuità, e che sono vere bolge infernali dove lavorano solo latinos ed orientali. Il processo di estrazione porta alla luce anche cadmio e torio radioattivo.
Le lattine riempite vengono sigillate con il coperchio di alluminio, quello che con l’anello di apetura e che in gergo si chiama pop-top, al ritmo di millecinquecento al minuto, ed introdotte nei cartoni stampati delle confezioni, caricate sui pallet ed inviate ad un distributore locale che provvedere alla consegna ai punti di vendita.
I cartoni sono realizzati con pasta di legno, generalmente tratta dalle foreste della Svezia, della Siberia o della British Columbia, e le statistiche ci dicono che, una volta entrata in un supermercato, una lattina viene venduta entro tre giorni, consumata entro due e consegiuentemente buttata.
Morale: la nostra lattina di birra, o della bibita costituita da acqua zuccherata fosfatata, addizionata di caffeina ed al sapore di caramello, costituisce l’88% dei rifiuti di alluminio, difficilmente riciclabile proprio perché buttato per ogni dove.
Le aziende sono quindi costrette, dal tritacarne di consumi sempre più dissennati, inutili e massicci, a ricavare i tre quinti dell’alluminio dal minerale vergine, con dispendio energetico 25 volte superiore a quello del riciclo.
Noi non ce ne rendiamo conto, ma la produzione di un qualsiasi oggetto costa, in termini energetici, dalle 10 alle 100mila volte il suo peso. Per fare due esempi: fabbricare una tonnellata di carta richiede l’utilizzo di 98 tonnellate di risorse, comprese quelle idriche, produrre un litro di succo d’arancia costa l’equivalente di tre litri di idrocarburi e di mille di acqua.

Alberto Cazzoli Steiner

Macchine indietro sui decreti Ogm?

Riprendiamo, senza modifiche o commenti, quanto pubblicato dal quotidiano Il Manifesto venerdì 15 gennaio 2021:


«Respinti i decreti ogm dell’ormai ex ministra Bellanova – Accolto l’appello lanciato da decine di associazioni agricole bio e degli ambientalisti
La Commissione agricoltura della Camera ha frenato la spinta per introdurre nei campi italiani organismi geneticamente modificati (Ogm) “vecchi” e “nuovi”, cioè ricavi utilizzando le New Breeding Techniques. Lo ha fatto approvando con condizioni gli schemi di parere in merito ai quattro decreti legislativi che portano la firma della ormai ex ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova.
La decisione è stata commentata dalla coalizione che aveva denunciato i rischi legati alla votazione prevista in Commissione: “Grazie all’apertura al dialogo con le organizzazioni agricole biologiche e contadine, le associazioni di tutela ambientale e dei consumatori da parte dei relatori incaricati, e al sostegno dei membri della Commissione agricoltura della Camera, questo tentativo è stato per il momento sventato” sottolineano in un comunicato stampa.
Sarebbe così superata la brutta pagina del parere positivo espresso dalla Commissione agricoltura del Senato a fine dicembre. “Il futuro ministro dell’Agricoltura sarà chiamato a rispettare i vincoli posti dai pareri espressi alla Camera” sottolineano in un comunicato le 25 organizzazioni, tra cui Slow Food, Aiab, FederBio, Greenpeace, Legambiente, Wwf, segnalando l’importanza di aver chiesto lo stralcio anche di quei passaggi che avrebbero di fatto negato “la possibilità per gli agricoltori di svolgere attività quali il reimpiego delle sementi o lo scambio di parte del raccolto come sementi o materiale di moltiplicazione.” Piccole rivincite per l’agricoltura contadina.
Due sono gli elementi ricorrenti nei quattro pareri approvati (i testi consultati dal manifesto sono disponibili sul portale della Commissione agricoltura): da una parte, che lo schema dei decreti in esame, «nella parte in cui richiama, in via diretta o indiretta, gli Ogm», appare non coerente con il quadro normativo di riferimento, dato che in Italia “vige il generale divieto di sperimentazione e coltivazione di piante geneticamente modificate in campo aperto”; dall’altra, che “il divieto di coltivazione degli Ogm deve ritenersi esteso, coerentemente alla pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 16 luglio 2018, anche ai prodotti ottenuti mediante l’impiego di nuove tecniche di miglioramento genico (New breeding techniques-NBT) o genome editing, in considerazione degli elevati rischi per l’ambiente e la salute umana.”
Adesso tocca al ministero rispettare la volontà democratica espressa alla Camera. Alla vigilia del voto, il 12 gennaio, l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab) aveva indirizzato ai parlamentari coinvolti e alla ministra Bellanova una lettera firmata dal professor Salvatore Ceccarelli, genetista. Secondo Ceccarelli vecchi e nuovi Ogm “hanno la stessa debolezza e quindi non possono rappresentare una soluzione durevole alla suscettibilità delle piante ai parassiti. Questo accade – spiega Ceccarelli – a causa di un principio fondamentale della biologia che si chiama Teorema Fondamentale della Selezione Naturale (Fisher, 1930). Sulla base di questo principio, di fronte a una pianta resistente a un parassita, quel parassita, se possiede sufficiente variabilità genetica, evolve e riesce così a superare quella resistenza.”
La letteratura scientifica riconosce che negli Stati Uniti, dove tanti coltivano mais e soia Ogm, l’agicoltura industriale è costretta a far largo uso di glifosate: le erbe infestanti sono più forti degli Ogm. Meglio scegliere un’altra strada.»

ACS
Link all’articolo: https://ilmanifesto.it/respinti-i-decreti-ogm-dellormai-ex-ministra-bellanova/?fbclid=IwAR2_-9kl86jBY-JqYQnE7fJ3KYrF775Bbemmy3NiEununWCRw1g8BXGR-bIhttps://ilmanifesto.it/respinti-i-decreti-ogm-dellormai-ex-ministra-bellanova/?fbclid=IwAR2_-9kl86jBY-JqYQnE7fJ3KYrF775Bbemmy3NiEununWCRw1g8BXGR-bI