Il nostro contributo al referendum

Lungi da me entrare nel merito delle disquisizioni politiche, del fronte del si e del muro del no. Non ne sono in grado e mi fa venire l’orticaria. Mi limito perciò a scrivere queste note accompagnato dalla Ciaccona per Organo di Pachelbel, che con il gelo che c’è fuori ci sta benissimo.cv-2016-12-01-referendum-002Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma. Neanche fossero passati francesi, spagnoli, alamanni, lanzichenecchi, saraceni e … abbiamo perso il conto … tutti coloro ai quali i nostri satrapi locali permisero di fare strame di terre e genti purché li aiutassero ad ottenere un marchesato o un papato.
Ah si, certo, stiamo parlando di Medioevo e Rinascimento. Oggi non è più così, specialmente da quando è nata la repubblica democratica fondata sul lavoro e sui valori della resistenza (quali, quelli che si misurano in Ohm?).
Nell’aprile 2012 i soci/lavoratori/mutuatari/vittime di una cooperativa ravennate finita a gambe all’aria ricevono questa raccomandata da Banca Etica (copia ai nostri atti): «Vi invitiamo a volerci rimborsare immediatamente, e comunque entro 8 giorni dal ricevimento della presente, il credito da noi vantato nei vostri confronti, ed ammontante a 1.288.605,80 euro. Nel mentre ci corre l’obbligo di informarvi che ci premuriamo di valutare le modalità più opportune per la tutela delle nostre ragioni di credito e di provvedere, in caso di mancato pagamento, alla segnalazione in Centrale Rischi della posizione di sofferenza.» Come dire cornuti e mazziati.
Dov’era la banca, si proprio quella banca con le seggioline da campeggio che impiega quindici giorni per aprirti un conto perché deve primariamente verificare se sei etico, quando si è trattato di periziare i lavori, di assumere informazioni sui promotori delle iniziative?
Dov’erano gli amministratori pubblici quando si è trattato di verificare il gradiente di affidabilità, i progetti ed i capitolati dei promotori delle iniziative, gli stati di avanzamento?cv-2016-12-01-referendum-001Oggi, dopo anni di opportuno silenzio, le iniziative di autocostruzione si stanno risvegliando. Ma senza apparire e, come avverte l’ingegnere campana Maria Angela Pucci, presidente dell’associazione Edilpaglia che si occupa da diversi anni di autocostruzione: «Edilizia naturale e autocostruzione sono stati sempre legati, ma non abbiamo bisogno di nuove leggi, ce ne sono anche troppe. Il problema, semmai, è di ordine burocratico. Avendo a che fare con dei cantieri che non vengono affidati a un’impresa, il sistema organizzativo dei cantieri in autocostruzione prevede addirittura l’innalzamento dei livelli di sicurezza rispetto a quanto richiesto, proprio in virtù di un principio di precauzione.» Come a dire che l’autocostruzione può non essere concepita solo per i grandi numeri delle cooperative, e non deve lasciare campo aperto a illeciti e abusi edilizi. Infatti l’ingegner Pucci aggiunge: «Chiunque condivida i principi etici che stanno alla base dell’associazione può aprire un cantiere in autocostruzione, ma di fatto però si tratta di cantieri innovativi, anomali rispetto a quelli convenzionali, e succede che sia necessario vigilare sulla legalità: non vogliamo che si possa mascherare il lavoro nero dietro la facciata del volontariato.»
Questa, signori, è una parte dell’Italia che racconta palle a chi andrà a referendarsela il 4 dicembre sostenendo gli uni che con il si i treni arriveranno in orario (fantasia ragazzi, fantasia! questa l’aveva già inventata il Duce e oggi dei treni non frega più niente a nessuno), gli altri che con il no la fatina buona del cazzo esaudirà ogni desiderio, e tutti, come prometteva il sergente Hartman di Full Metal Jacket: «Ti invito a casa mia, ti faccio scopare mia sorella.»
Per chi volesse approfondire lo “stato dell’arte” della tragedia dell’autocostruzione consiglio questo magistrale articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica: Il sogno tradito dell’autocostruzione.
Pur con tutta la buona volontà non riesco a concepire come si possa veramente continuare con l’illusione di considerare un Paese, uno Stato, questa cloaca maleolente accozzaglia di contrapposti interessi e localismi che trovano modo di accomunarsi solamente di fronte al dare addosso a qualcuno o al moloch del profitto, all’idea di assomigliare tutti a un venditore di spazzole che promise un milione di posti di lavoro, ad abbozzare di fronte all’elargizione (meglio: alla promessa di elargizione) di 85 euro ai dipendenti pubblici – da sempre una solidissima base elettorale – guarda caso proprio in concomitanza del referendum.cv-2016-12-01-referendum-003Cercando riferimenti in Rete ci siamo imbattuti in un nostro articolo scritto sul vecchio blog Cesec-CondiVivere il 6 giugno 2015 da Lorenzo Pozzi. Si intitola Sharing economy: una pericolosa “alternativa” ed è la recensione del libro Mi fido di te scritto da tale Gea Scancarello che, sotto il paravento della condivisione propone un’economia ed un’iniziativa fatte di accattonaggio. Illuminante, in particolare, questo passaggio che riportiamo: «E se i gestori di B&B vogliono svilire la loro professionalità regalando il soggiorno in cambio… in cambio di che? Dormo due notti e gli ridipingo le pareti? Ma figuriamoci, loro dimostrano di non valorizzare adeguatamente la risorsa imprenditoriale sulla quale hanno investito, e io in compenso so di non valere nulla come imbianchino.
Trovo che questo libro, al di là delle buone intenzioni, sia un inno al pressapochismo ed alla mancanza di professionalità ma, se decidiamo di vivere in una comune o in una setta di matrice orientaleggiante dove la condivisione è totale abbiamo fatto bingo. Peccato che gli hippies siano morti di vecchiaia e di stenti, tranne i più furbi che son diventati guru, e siano rimasti solo gli straccioni con la presunzione di insegnare agli altri come essere alternativi.
Oltretutto seguendo il percorso indicato nel libro si fa il gioco del potere più bieco, quello che oggi non è più neppure capitalista ma iperfinanziario, che vuole una massa di beoti non pensanti, amorfi, privi di iniziativa e massificati in ogni senso verso il basso come i negri (sissignori, ho scritto negri: consultare il Devoto-Oli) ridotti a vivere in attesa degli aiuti umanitari. L’iniziativa, signori, non consiste nello svegliarsi la mattina per andare a cercare la carità mascherata da new economy.»
Questo è quanto.

Alberto C. Steiner

Menu del giorno: terra, acqua e gasolio

31 chili di suolo, 23 quintali di acqua e quasi 5 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. Altro che cibo spazzatura! E moltiplicato per 7 miliardi fa una cifra spaventosa:
217 miliardi di chilogrammi di suolo
161 miliardi di quintali di acqua
 35 miliardi di litri di gasolio
Questa incredibile quantità di risorse, sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili, viene consumata indirettamente proprio sotto forma di cibo, perché costituisce la materia prima e l’energia necessarie a produrlo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Secondo la Fao metà del pianeta è già degradato e la prima preoccupazione sorge dall’analisi dello stato di salute dell’acqua dolce, con oltre 4 mila chilometri cubi estratti annualmente dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili.
Quanto al petrolio siamo già al punto di non ritorno, dato che la produzione automobilistica mondiale cresce da 9 a 12 volte più rapidamente di quella dell’oro nero.
Infine il cibo, dove si incentrano i maggiori sprechi perché la sua produzione intensiva richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia.
Nell’attuale periodo storico, da alcuni battezzato Antropocene, abbiamo bombe ad orologeria innescate ovunque, e il timer continua a correre a causa della distonia tra scienza del clima, consapevolezza della società e obiettivo finalizzato al profitto. Il momento dell’esplosione è prossimo, più o meno attorno all’anno 2045 a meno che non vengano introdotti mutamenti radicali nell’agricoltura industriale, nel riscaldamento e nella mobilità cittadina, e soprattutto nell’alimentazione.
Tutto questo ci ricorda due libri. Il primo è The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, scritto nel 2010 da Julian Cribb, noto comunicatore scientifico. Il secondo è quasi un reperto archeologico: Il medioevo prossimo venturo, scritto nel 1971 da Roberto Vacca, ingegnere esperto in questioni ambientali e sociali.cv-2016-11-25-cibo-022Cribb afferma che c’è ancora tempo per cambiare mediante un’azione rapida e universale. Vacca invece, senza mezzi termini, illustrava un irreversibile quadro apocalittico che avrebbe portato – come sta accadendo – a un degrado e ad un’involuzione, anche delle facoltà intellettive, sino a giungere alla scomparsa del genere umano e del suo habitat sociale così come oggi li intendiamo.
Entrambi gli autori sono accomunati, nella loro visione, nell’indicare le ragioni della nostra prossima dissoluzione nel cambiamento climatico, nella dipendenza da combustibili fossili, nel disboscamento finalizzato a creare spazi per foraggiare gli allevamenti e le colture industriali e, soprattutto, nell’incontrollata crescita della popolazione mondiale.
Il vero nodo da sciogliere sembrerebbe quindi quello del cibo, nel senso della sua pessima qualità e del sovraconsumo, che riguarda però solo il 23% della popolazione mondiale (percentuale nella quale rientriamo anche noi italiani) mentre il 47% patisce, letteralmente, la fame mentre, paradossalmente, è proprio il suo territorio quello ad essere maggiormente devastato da operazioni speculative come il land grabbing.

ACS

Responsabilità e sostenibilità: lasciateli lavorare, lo fanno per il bene della Nazione. E forse anche del Messaggero.

Non sappiamo a voi, ma a noi la lettura di una frase così concepita crea problemi di ritenuta fecale: “Oggi l’impresa non può considerarsi un semplice attore economico che si adatta allo scenario competitivo e al mercato, al contrario è un’organizzazione aperta all’ecosistema in cui opera. L’open innovation, o nell’accezione a noi più vicina l’innovazione per la sostenibilità è un paradigma che afferma che le imprese possono e devono fare ricorso a idee esterne, così come a quelle interne, per aggredire i grandi cambiamenti di scenario ambientale e sociale – economico e competitivo – del nostro tempo, per accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati, per adattare al contesto le loro competenze, per identificare nuove forme di creazione di valore.”cv-2016-10-04-csiQuesto enunciato del nulla è parte dei temi della 48 ore dedicata a responsabilità, sostenibilità e innovazione sociale che inizia oggi presso l’Università Luigi Bocconi di Milano promossa da Aretè, Terzo Canale/Reteconomy Sky, Gruppo Tecnico della Responsabilità Sociale di Confindustria in partnership con Il Sole 24 Ore, Rai Cultura, Costa Crociere, Arcadia, Bureau Veritas Italia e Gruppo Generali.
Più sostenibili di così… Dobbiamo aggiornarci: l’ultima conversione di cui avevamo notizia è quella dell’Innominato.
La mission dichiarata della manifestazione è quella di tradurre in strategie e azioni concrete il modo di per dare visibilità alle organizzazioni sostenibili creando un circolo virtuoso e un effetto contagio attraverso quello che viene definito il più importante evento nazionale a tema: un appuntamento atteso in un’ottica multidisciplinare, con spazi per il networking e numerose attività interattive per trasformare anche i visitatori in attori del cambiamento.
Saremo stati distratti, ma scorrendo il programma di organizzazioni sostenibili non ne abbiamo trovate fra i partecipanti, e ci siamo perciò immaginati che forse verranno accolti a palazzo i loro rappresentanti più meritevoli, che per la foto ufficiale si presenteranno schierati sulla soglia con il cappello in mano, per una breve udienza con rinfresco gentilmente offerto dalle padrone di casa.
Comunque sia, gente, sappiate che: “Lavorare sui nuclei generazionali significa definire una concezione dinamica della segmentazione, in cui, estendendo le aree di attrattività dei brand sulla scia della forza di legame, diventa possibile utilizzare il nucleo generazionale come core target: non come una gabbia o un bersaglio militare, ma piuttosto come una molla verso altre generazioni. In questa nuova prospettiva, imprenditori e manager potranno così valutare le opportunità di convergenza tra settori e utilizzare i nuclei generazionali come facilitatori per nuove partnership. I gruppi generazionali non sono infatti semplicemente target di mercato, ma produttori di possibilità inedite, per una società globale rigenerata, fondata sulla varietà dell’umano, alla ricerca di nuove forme di convivenza.” come recita la presentazione del libro ConsumAutori, i nuovi nuclei generazionali, che si terrà oggi fra le 12 e le 12:30.
Vabbè dai, lasciamoli lavorare tranquilli: lo fanno per il nostro futuro e per il bene della Nazione. Non sappiamo se anche per quello del Messaggero…

ACS

Riflessioni sul consumo del suolo

“This is your dance space, this is my dance space” dice Patrick Swayze a Jennifer Grey in una delle scene più famose di Dirty Dancing, a significare che esistono dei confini, dei limiti.
Così come esistono nelle relazioni umane, esistono anche relativamente al diritto di costruire forsennatamente senza alcun riguardo al consumo del suolo.cv-2016-09-29-consumo-suolo-001E non ci sentiamo neppure di affermare che è giunto il momento di statuirli: siamo anzi in ritardo, e di parecchio, lungo il percorso che avrebbe dovuto portarci a recuperare il senso della misura e del rispetto per Madre Terra. Che prima o poi si stancherà di offrirci la tetta e la farà finita con il nostro Edipo, costringendoci a diventare di botto adulti consapevoli. Consapevoli di ritrovarci con il culo per terra ad onta dello sviluppo sostenibile, triste farsa tuttora in cartellone nei più scalcinati teatri dell’imbonimento politico.
In massima parte il paesaggio, come lo conosciamo e lo riconosciamo oggi, non è più, da millenni, frutto della natura ma dell’opera umana: coltivi, terrazzamenti, colline, canali, gli stessi boschi sono il prodotto dell’agricoltura e della pastorizia che plasmando il paesaggio e modificando il territorio, come dicono i botanici domano la natura e forse la distruggono.
In alcune zone, come la Pianura Padana, il continuo lavorio agricolo che dai tempi delle bonifiche benedettine modifica e trasforma gli elementi naturali è particolarmente evidente e di grande effetto anche ad occhi profani.
Ma anche le colline della Borgogna, gli aranceti e i vigneti di Sicilia, i riporti di terra olandesi, i terrazzamenti di Valtellina, le dolci colline toscane che tanto caratterizzano un paesaggio da cartolina sono altrettanti esempi di come l’agricoltura abbia contribuito in modo determinante a creare l’identità di molti luoghi, e non solo dal punto di vista estetico ma anche della cultura, delle tradizioni e della vita quotidiana delle persone che la abitano.
Per molti versi è vero che l’opera dell’agricoltura innesca una forza distruttrice e insensibile che nel suo sviluppo riduce la biodiversità, inquina e travolge la natura “selvaggia”, fermo restando che ormai quel concetto di natura appartiene solo ai film della Disney, anche se molti vi si sono abbarbicati in nome di un naturismo ideale ma privo di riscontri pratici.
Da quando l’uomo non è più un nomade raccoglitore, addomesticare piante ed animali – perché questo fa l’attività agrosilvopastorale – è stata sempre un’attività primaria assolutamente necessaria a garantire cibo e sopravvivenza: inizialmente a piccoli gruppi e successivamente ad intere popolazioni. Sopravvivenza, quella era la precipua preoccupazione, e non certamente l’attenzione al paesaggio o la conservazione di una biodiversità di cui non esisteva alcuna coscienza. Comunque sia l’agricoltura ha cambiato il volto delle terre emerse e la rassicurante presenza umana si esprime oggi nei paesaggi rurali, nei solchi dell’aratura, nei filari di pioppeti e vigneti, nei campanili e nelle cascine, nelle colline pettinate e nei pascoli incastonati tra i boschi. In fondo lo affermava indirettamente già nel 58 a.C. Tito Lucrezio Caro nel suo De Rerum Natura.cv-2016-09-29-consumo-suolo-002Testimonianze della bellezza e della bontà del lavoro che ha plasmato la natura rendendola forse ancora più bella, sicuramente meno ostica anche per i molti che vagheggiano un ritorno alle origini ma che, se si trovassero in una foresta come quelle che ancora esistevano nel Medioevo, non solo non saprebbero come procacciarsi il cibo, ma sussulterebbero terrorizzati ad ogni minimo rumore e, fatte le debite proporzioni, avrebbero la stessa probabilità di sopravvivenza di un sottenente dei Marines appena sbarcato in Vietnam (citazione dal film Full Metal Jacket) specialmente se tentassero di abbracciare un orso.
Non siamo messi bene: paradossalmente oggi l’avanzata del bosco a causa dell’abbandono dei coltivi viene ritenuta un pericolo. Lo è, ma per l’eccessiva antropizzazione del territorio. Ma a ben guardare dov’è questa bella campagna? Dov’è fra autostrade soffocate da barriere antirumore da edilizia carceraria, villette a schiera, sfilate di capannoni dismessi e abbandonati, luci per ogni dove, rotonde, tanto immensi quanto inutili centri commerciali, stazioni di servizio, linee ferroviarie ad alta velocità?
Il suolo non è una risorsa infinita da consumare a nostro piacimento, e solo in riferimento all’Italia nell’ultimo decennio ne abbiamo perduto quasi tre milioni di ettari, e non erano terre marginali o residuali ma pianure fertili, irrigue, preziose per produrre cibo, vita, benessere.
In ogni caso, citando dal Macbeth: what’s done is done, quello che è fatto è fatto, e quindi, nell’intento di salvare il salvabile, passiamo alle nostre città dove costruire sulle poche aree rimaste libere da costruzioni dovrebbe essere proibito.
Ma se ci rechiamo all’edilizia, all’urbanistica o all’ufficio tecnico di qualsiasi comune a chiedere lumi circa terreni incolti, non infrequentemente ci sentiamo rispondere che trattasi di aree edificabili in quanto definite “di completamento”, vale a dire che se in un dato quartiere esistono fazzoletti residuali di aree libere, vanno eliminati per “completare” l’urbanizzazione.
Il medesimo discorso vale purtroppo per la “riqualificazione” di aree verdi urbane e periurbane, eliminare le quali significa aprire la porta a inquinamento ambientale, mutamenti climatici, migrazione forzata della piccola fauna stanziale, in particolare l’avifauna.
Con buona pace delle strategie globali sbandierate per la tutela dell’ambiente, il parcheggio di un piccolo centro commerciale – mediamente equivalente alla superficie di dieci campi di calcio – eleva la temperatura locale di 8° con picchi di 12 nelle giornate più torride. Senza nessun bisogno di tirare in ballo il nuovo ordine mondiale e i suoi complotti: è sufficiente un assessore ignorante contornato da una commissione edilizia di cretini. E sono talmente stupidi che spesso è sufficiente far vedere loro la carota senza nemmeno bisogno di corromperli.
Sfatiamo un mito: le maggiori responsabili del consumo di suolo urbano (ricordiamo che non stiamo argomentando di autostrade, tangenziali o TAV ma di edilizia) non sono le grandi concentrazioni finanziarie ed immobiliari: quelle convertono aree dismesse creando economia di carta attraverso l’edificazione di faraonici complessi, destinati in massima parte a rimanere invenduti e vuoti fino a quando l’emanazione di una banca “concorrente” quella che ha finanziato l’operazione non li acquista per farne alloggi convenzionati per i dipendenti, residences, centri polifunzionali, università e compagnia bella. Esempi? A Milano: Pirelli Bicocca, Richard Ginori e l’area circostante la stazione di Porta Garibaldi, per citarne solo tre. I maggiori responsabili sono le piccole imprese di costruzioni, sono i piccoli proprietari, sono come sempre i peones sgomitanti che a suo tempo hanno acquistato incolti agricoli vagheggiando un personale new deal attraverso la conversione in terreno edificabile grazie al mutamento delle norme edilizie o alla corruttela di qualche politico locale.
Questo è il vero malcostume, quello insospettabile del vicino di casa. Come sempre, la banalità del male.
Oggi è necessario che qualcuno (qualcuno chi? I cittadini naturalmente, attraverso una mutata coscienza civica) faccia presente ai proprietari di terreni liberi che l’epopea della rendita edilizia è fertig, finita. La corsa all’Ovest è arrivata al capolinea.cv-2016-09-29-consumo-suolo-003Non è escluso che costoro a quel punto, pur continuando a pensare a come mettere il terreno a reddito, scelgano di farlo a beneficio della comunità.
Basta girare naso all’aria e occhio attento per scoprire come negli angoli più impensati delle nostre città esistano estensioni di ruderi, alcuni risalenti ai bombardamenti della guerra, e costruzioni abbandonate. Demolire i fabbricati e risanare i terreni ove necessario, oppure recuperare gli edifici recuperabili. E se esistessero concreti incentivi di tipo compensativo per la trasformazione in area verde…
Un’obiezione che spesso viene opposta contro l’ipotesi del vincolo edificativo sulle aree libere è la crisi dell’edilizia: quando si muove l’edilizia si muove tutto, si sente dire spesso.
Non è affatto vero: ristrutturazioni, riconversioni, nuove edificazioni su aree già occupate da edifici demoliti costituirebbero un volano di entità non trascurabile.
E quando i comuni affermano che in questo modo non incasserebbero contributi a beneficio delle loro dissestate finanze non dicono il vero.

Alberto C. Steiner

Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo

La condivisione di un video dedicato al recupero di particelle idriche dalla sospensione atmosferica, pubblicato da Marina Busetto su Idee per un mondo migliore ci ha riportati con la memoria ad uno dei nostri fallimenti.
Primavera 2014: era per noi un periodo di intensa attività sul fronte dell’acqua intesa come bene pubblico. Il nostro slogan era “Compriamo l’acqua per salvare l’acqua” intendendone il salvataggio dalle mani della speculazione finanziaria che, ad onta del referendum del 2011, allungava le mani sulla rete distributiva.
Disponendo di una mappatura attendibile relativa a centinaia di sorgenti alpine non sfruttate iniziammo un lavoro presso comuni, comunità montane, comprensori, movimenti proponendo di richiedere la concessione governativa e la costituzione di public company che sarebbero state proprietarie degli impianti di adduzione e distribuzione. Grazie a certi contributi pubblici la cosa sarebbe stata fattibile senza particolari sforzi finanziari e i cittadini avrebbero beneficiato per decenni della loro acqua senza interferenze ed a costi più che accettabili, decisamente inferiori a quelli nomalmente praticati. Non solo non pervenimmo mai ad un’assemblea pubblica, ma ci scontrammo con un muro e con il sarcasmo di certi politici, che deridevano la nostra iniziativa perché l’acqua sarebbe stata sempre un bene pubblico, e lo stato avrebbe fatto, dato, garantito e blablabla. Insomma, il solito imbonimento dell’assistenzialismo e dell’inazione da caravanserraglio pubblico. Intanto, a distanza di soli due anni, tutti siamo in grado di vedere cosa sta accadendo e in ogni caso, siccome non siamo masochisti, a un certo punto mollammo il colpo.cv-2016-09-18-warka-001Proprio in quel periodo una società composta da sette agguerriti trentenni veneziani ci contattò proponendoci di esaminare il prototipo di una struttura in bamboo che, attraverso un processo di condensazione, ricavava acqua dall’aria.
L’idea era quella di una produzione in serie da diffondere nei paesi africani tramite l’acquisto da parte di Ong e Onlus, ma servivano investitori per partire con una prima produzione in serie.
A regime il manufatto non sarebbe costato più di 400 euro e l’eventuale manutenzione sarebbe stata attuabile persino con ciò che sarebbe stato possibile reperire sulle bancarelle dei mercatini locali africani, comprese le camere d’aria delle biciclette e le lattine delle bibite. Geniale.
Il senso del progetto non era solo tecnico ma anche sociale: vi sono ancora oggi località dove donne e bambini trascorrono non meno di sei ore giornaliere impegnati nella raccolta dell’acqua, da pozzi spesso notevolmente distanti dalle abitazioni e le cui condizioni igieniche sono solo un veicolo di malattie.
Certi pozzi, in condizioni ignobili, sono il prodotto di donazioni europee: installati e lasciati al loro destino. Ne scrivemmo il 14 marzo 2014 nell’articolo Africa: quando i regali sono inutili leggibile qui.
E, sempre sul tema, il 7 aprile 2014 nell’articolo Acqua nascosta: il vero spreco è lì leggibile qui e il 18 ottobre 2014 nell’articolo Campioni del mondo! di spreco leggibile qui, senza dimenticare quello che consideriamo il nostro manifesto, pubblicato il 23 dicembre 2015 con il titolo Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare leggibile qui.kl-martaC’era il sostegno del Centro Italiano di Cultura di Addis Abeba e del EiABC, Ethiopian Institute of Architecture, Building Construction and City Development. Ma questi di soldi non ne avevano.
Il manufatto, che aveva anche un nome: Warka, come il monumentale fico etiope in via d’estinzione sotto al quale si tenevano le tradizionali riunioni pubbliche, era scomponibile in cinque moduli, pesava solo 60 kg e chiunque lo poteva assemblare.
A vederlo sembrava un “albero dell’acqua” altro 10 metri che, sfruttando l’umidità dell’aria, attraverso un processo di condensazione la trasformava in acqua che era possibile potabilizzare. Una struttura reticolare a maglia triangolare realizzata in giunco, materiale naturale e facilmente reperibile, alloggiava all’interno una fitta rete realizzata in polietilene tessile capace di trasformare l’umidità dell’aria, la rugiada e la nebbia in acqua potabile tramite condensazione, raccogliendo fino a 100 litri giornalieri.cv-2016-09-18-warka-002Considerando che poteva funzionare anche nel deserto era una manna, non solo per l’Africa ma anche per tutti quei paesi dove l’escursione termica fra giorno e notte è molto accentuata.
Una prima versione era stata presentata, a livello di progetto, alla Biennale di Architettura di Venezia del 2012 ricevendo alcuni applausi e qualche trafiletto sul Gazzettino e sui giornali specializzati. Nulla di più.
Perché il progetto decollasse occorreva denaro: raccoglierlo è una delle nostre specialità, tramite canali bancari e investitori privati, e ci siamo dati da fare. Visto che non servivano più di 250mila euro abbiamo anche lanciato una campagna di crowdfunding.
Risultato: le banche hanno riso tanto, gli investitori privati non hanno avuto il coraggio di rischiare e dal crowdfunding non abbiamo raccolto un centesimo.
Fine ingloriosa della storia, e non stiamo nemmeno a raccontare se qualcuno ci ha messo, come suol dirsi, i bastoni fra le ruote per la stessa ragione per cui l’acqua è oggi quotata alla borsa di Chicago, e si stanno già combattendo guerre silenziose per acqua e cibo.
Ma non molliamo: da tempo abbiamo allo studio un sensore desinato a monitorare la qualità dell’acqua realizzando altresì, grazie ad una banca dati, una mappatura territoriale: delle dimensioni di una pen-drive termina con una sorta di cucchiaino che, inserito nell’acqua, ne classifica la composizione. Può essere tarato per la ricerca di acidi, metalli pesanti ed altri elementi tossici e, con un’integrazione costituita da un semplice braccialetto da polso, può dirci se l’acqua che stiamo analizzando è adatta o meno al nostro stato di salute. Il nostro intento, dopo averne ultimato il prototipo, è quello di avviarne una produzione in grande serie, possibile grazie ai costi decisamente ridotti: lo regaleremmo ai bambini delle scuole primarie nel corso di incontri all’insegna del gioco, in modo che le famiglie possano utilizzarlo. In un ambito territoriale ristretto ciò consentirebbe una mappatura attendibile iun tempo reale e, agli organismi preposti alla distribuzione, di intervenire in caso di necessità. Il tester potrebbe essere utilizzato anche in città come Milano – notoriamente quella italiana con l’acqua migliore in assoluto e monitorata più volte al giorno – a fini educativi per i bambini e per il monitoraggio individuale di compatibilità sanitaria.

Alberto C. Steiner