Perché il cohousing non sia solo un bell’ecogioco di società

Abbiamo partecipato al convegno tenutosi il 14 corrente presso l’Università di Verona rilevando, oltre ad una partecipazione notevolmente superiore alle più rosee aspettative degli organizzatori, spunti di estremo interesse e chiarificatori dello stato dell’arte.
Notevole il filmato L’abitare sostenibile presentato da Isabelle Dupont dell’università di Roma Tre: quattro esempi, e tra questi quello relativo ad uno storico ecovillaggio situato in Toscana, improntati a concretezza e logica del fare.
I numeri riferiti dai relatori sono sintomatici: esistono oltre un migliaio di cohousing nel mondo occidentale, il che ne fa in ogni caso una soluzione abitativa di nicchia. A fronte di questi, quelli italiani (nel nostro paese di parla di cohousing da circa un quarantennio) constano attualmente soltanto in 22 esempi di residenza condivisa mentre una cinquantina di iniziative sono in corso, quasi tutte ferme alla fase di discussione teorica.Cesec-CondiVivere-2014.11.21-Identikit-Cohouser-002.jpgA nostro avviso, come abbiamo sottolineato nel nostro, non previsto, intervento che ha letteralmente riscosso applausi a scena aperta – segno che c’è voglia di concretezza dopo decenni di ecochiacchiere? – la ragione risiede nell’incapacità di uscire dal circolo vizioso che attribuisce alle pubbliche amministrazioni l’indebito potere di essere i soggetti attivi nella politica del cohousing, non ipotizzando la realizzazione di complessi coresidenziali come normali interventi privati da lasciare all’iniziativa privata ma come oggetto di bandi, assegnazioni, graduatorie, concessioni a vario titolo di immobili.
Ciò pertiene a nostro parere a quella cultura residuale di una sinistra intellettuale, ormai defunta e putrefatta ma che viene tuttora indebitamente accreditata come l’unica capace di coagulare iniziative ecosostenibili.
Quella, purtroppo, è la cultura delle interminabili discussioni, è la cultura del non fare, è la cultura dello stato che deve fare-dare-assegnare, che stabilisce come pensare: lo provano le graduatorie di merito nelle ipotesi di assegnazione di residenze in cohousing e, non da ultimo, è la cultura di chi bofonchia di urbanistica e riqualificazione del territorio ma non ha mai visto un cantiere, nemmeno nella pausa pranzo. E peccato che il cohouser, per comprarsi casa, sottoscriva un mutuo e nemmeno a condizioni agevolate.kl-cesec-cv-2014-01-31-ecovillaggio-ces-003Un disegno di legge, ora promosso da M5S ma precedentemente dal PD, propone addirittura classi di merito e vincoli alla proprietà ed alla negoziabilità dell’immobile.
Per quanto ci riguarda, e lo diciamo e lo scriviamo da anni, il recupero di un edificio per il suo riutilizzo in qualità di coresidenza prevede il rapporto con la pubblica amministrazione solo, ed esclusivamente, per quanto riguarda l’urbanizzazione primaria e secondaria, la dia, la scia, l’antisismica, l’impatto ambientale, il recupero volumetrico. Anche relativamente all’aspetto finanziario preferiamo ricorrere all’iniziativa privata mediante il ricorso a mutui e investitori etici privati.
Questo non solo non impedisce ai futuri coresidenti di essere sul territorio con iniziative sociali, culturali, ambientali, ma anzi agevola le azioni proprio perché svincolate da pastoie burocratiche o valutazioni di merito politico funzionali a raccattare voti. E si ha una definizione concreta e univoca in termini di identità e potenzialità operativa, proprio perché svincolati dal politico di turno che oggi dice A, domani dice B e dopodomani si rimangia tutto perché non ha più la convenienza a sostenere l’iniziativa.cesec-condivivere-2014-10-20-ecovillaggio-005Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, Cà di Landino è un villaggio operaio, oggi sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino, un campo base realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura popolato da centinaia di operai. Una volta terminati i lavori fu utilizzato per ospitare alcune colonie estive.
Cà di Landino, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è circondata da boschi di faggi e castagni. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine
Il villaggio presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio (nostro articolo 9 settembre 2016: Mappare l’abbandono).
Conosciamo realtà che, in un decennio di incontri, non sono ancora riuscite a trovarsi un nome, altre che sono ancora al palo con la storia del facilitatore per la risoluzione dei conflitti ed altre ancora che organizzano giornate di studio dove, anziché nozioni tecniche, pratiche o normative, vengono scambiati massaggi shiatsu per concludersi con il cerchio di condivisione al suono del tamburo sciamanico. Questa, come abbiamo avuito modo di dire a suo tempo, è fuffa (21 febbraio 2014: Percorsi per ecovillaggisti. Formativi?).
Ed un esempio che non dev’essere taciuto riguarda infine la dolorosa vicenda dell’autocostruzione assistita che ha visto coinvolte centinaia di famiglie truffate da una società (ovviamente cooperativa, ed ovviamente legata a onlus e ong) accreditata presso numerosi enti locali, e che dobbiamo purtroppo collocare nel pianeta cohousing.
Scrivevamo in proposito il 1° dicembre 2016, nell’articolo Il nostro contributo al referendum: “Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma.”
Questo per dire che a nostro parere il cohousing – che riteniamo una splendida risposta alle sfide sociali, economiche ed ambientali ed alle istanze di condivisione e solidarietà – deve essere visto in una logica d’impresa, sociale fin che si vuole ma all’insegna dell’iniziativa privata. Altrimenti rimarrà argomento di ecodotte disquisizioni intellettuali confinate nei salotti ecochic o nelle feste in cascina.

Alberto C. Steiner

La Dama dell’Ermellino, nata in Brianza tra rogge e mulini

Il primo documento europeo che ne parla è il Trattato d’Architettura di Vitruvio, ma dell’utilizzo del mulino idraulico si trovano tracce in iscrizioni mesopotamiche.
A partire dal IX Secolo il suo utilizzo si diffuse e il suo predominio, insieme con quello del successivo mulino a vento, rimase incontrastato sino al XIX Secolo quando l’avvento della macchina a vapore prima e del motore elettrico successivamente, ne decretarono la fine.cv-2016-09-28-dama-ermellino-002Per avere un’idea della produttività: poteva macinare due quintali di grano in un’ora, equivalente al lavoro di 40 schiavi o tre asini in un giorno.
Solitamente identifichiamo l’energia idraulica con la produzione di granaglie, ma essa serviva anche per ricavare olio e per azionare i telai delle filande o i magli dei fabbri.
Dai riscontri in nostro possesso risulta come gli ultimi mulini lombardi funzionanti ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso furono il Mulino Colombo di Monza e il mulino Orsi di Miradolo Terme in provincia di Pavia.
Circa la sorte del secondo nulla sappiamo, il primo venne invece trasformato in museo etnografico con annesso un minuscolo ristorante, tuttora esistente nel centro del capoluogo brianteo.cv-2016-09-28-dama-ermellino-005La strutture dei mulini ad acqua, in alcune parti analoghe e comuni a quelle di altri opifici industriali idraulici, sono sostanzialmente riconducibili al canale di adduzione delle acque: la ruota esterna all’edificio trasforma l’energia idraulica in energia meccanica che, attraverso una serie di alberi e ruote dentate, viene trasferita alle macine in pietra all’interno dell’edificio, come mostra l’immagine sottostante.cv-2016-09-28-dama-ermellino-004Relativamente alla produzione olearia parametrata ad un quintale di prodotto originario, dal lino si ricavava una resa in olio del 22%, dal germe di grano il 6%, dalle mandorle circa il 40%. Le scorie di lavorazione pressate in panetti, o panelli, venivano acquistate dai contadini come mangime per animali.
Le macine potevano essere orizzontali o verticali a seconda del tipo di lavorazione e del prodotto da ottenere e appositi invasi o tramogge servivano a raccogliere e convogliare alle macine la materia prima da sottoporre a pilatura o macinazione, mentre i buratti, per i cereali, raccoglievano il prodotto della prima lavorazione separando la farina dalla crusca.
Leve, tiranti, contrappesi, viti di regolazione e cinghie accompagnavano ovunque la complessa struttura, innescando o interrompendo i flussi.
L’avvento del vapore e dell’energia elettrica ha trasformato e reso obsoleti in breve tempo gli antichi impianti ad acqua con le grandi ruote in legno e ferro, i vecchi e polverosi congegni, talvolta d’impostazione ancora medievale, i suggestivi ambienti dove per secoli vennero lavorati i cereali locali.
La possibilità di localizzare le strutture produttive lontano dai corsi d’acqua provocò, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, una vera e propria rivoluzione nell’organizzazione del lavoro: non più luoghi obbligati, spazi ridotti, aree spesso umide, fredde e talvolta di difficile accesso, ma spazi ampi, ben serviti, dove le trasformazioni e gli adeguamenti erano in ogni modo e momento facilmente attuabili. Un esempio di razionalità in tal senso sono i Mulini Certosa, situati lungo la Statale 35 dei Giovi presso la Certosa di Pavia.
Oggi rimangono solo poche testimonianze di mulini ad acqua ed altre fabbriche idrauliche progressivamente abbandonate, che fortunatamente qualcuno ha conservato e talvolta recuperato salvando la memoria di quella che alcuni autori hanno definito l’unica vera grande “Macchina del Medioevo”.
I mulini dismessi e riconvertiti in musei della civiltà contadina, relais o ristoranti d’atmosfera sono innumerevoli, così come numerosi sono quelli tuttora in vendita, spesso in luoghi suggestivi.
E concludiamo quindi queste brevi note citando un mulino – nel quale oggi sono stati ricavati un piccolo museo ed un ristorante molto bello – situato ad Agrate Brianza: il Mulino dell’Offellera.cv-2016-09-28-dama-ermellino-001Il 30 ottobre 1926 un contratto redatto su 40 pagine ne assegnava la conduzione, da parte del proprietario Pio Istituto dei Rachitici di Milano, ai signori Ortolina Livio, Calimero e Aliberto (detto Liberto) per un periodo di nove anni rinnovabili.
La perizia di stima allegata al contratto, a cura dell’ing. Luigi Giachi, descrive nel dettaglio i beni oggetto dell’affitto:
Prato “di sotto” per 34.340 m2
Prato “di mezzo” per 43.140 m2
Prato “di sopra” per 58.340 m2
Caseggiato e molino composto da cascinale di 21 vani su 2 piani con corte, orti e spazi uniti su un’area di 4.870 m2 (di cui 2.490 in catasto terreni e 2.380 in catasto fabbricati).
Complessivamente una proprietà di oltre 14 ettari tra i comuni di Agrate e Brugherio, con il mulino situato in quella che ancora oggi è chiamata Curt di Murnée, corte dei mugnai in dialetto.
Ma cos’avrà mai di particolare questo vecchio mulino, in fondo uno come tanti, per essere al centro della nostra attenzione?
Anzitutto il fatto di essere alimentato dalla Roggia Gallerana, tuttora esistente anche se non più in uso e in parte interrata, che sorgeva al Pian d’Erba derivata dal fiume Lambro e che, svolgendosi lungo la Brianza collinare, da Villasanta (in origine La Santa) raggiungeva Agrate Brianza e Brugherio e di qui attraverso Cisnusculus (l’attuale Cernusco sul Naviglio) e Pioltello si ricongiungeva al Lambro nei pressi dell’attuale San Donato Milanese.cv-2016-09-28-dama-ermellino-006Nel Quattrocento il duca Galeazzo Maria Visconti approvò una variante affinché il corso d’acqua venisse estratto dal lambro mediante un pozzo. Successivamente alla realizzazione del canale della Martesana dovuto a Leonardo da Vinci, l’acqua venne derivata dal canale Villoresi (originante dal Ticino e passante per Monza in senso Ovest-Est) incrociandosi con la Martesana, cosa che tuttora avviene tramite un sistema di chiuse non distante dalla stazione della metropolitana di Villa Fiorita, all’estremità orientale del comune di Cernusco sul Naviglio.
Ma è ben altra la particolarità della roggia Gallerana: essa deve il suo nome alla famiglia benestante dei Gallerani, di origine senese e trasferitasi a Milano – dove abitava nell’attuale corso Garibaldi presso San Simpliciano – a causa della guerra tra Guelfi e Ghibellini. Essendo di origine “straniera” non è censita fra i nobili milanesi anche se, provvista di notevoli mezzi, acquisì terre nella Brianza orientale ed in particolare tra Agrate Brianza e l’antica Vicus Mercati, l’odierna Vimercate. Di sua proprietà divenne la roggia, che dall’antroponimo prese a quel punto il nome.
Il mulino in questione fu voluto nel 1476 da Fazio Gallerani, padre di quella Cecilia che, sedicenne, divenne l’amante di Ludovico il Moro, lo “sponsor” ambrosiano di Leonardo da Vinci, al quale commissionò il ritratto successivamente intitolato La dama con l’ermellino, un piccolo olio su tavola delle dimensioni di 54×40 cm, databile al 1488-1490 ed uno dei più famosi insieme con la Gioconda e la Vergine delle Rocce.cv-2016-09-28-dama-ermellino-003Nel 1488 il Moro ricevette dal Re di Napoli il titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino, e sembra che l’identificazione con la giovane amante Cecilia Gallerani si basi sul sottile rimando rappresentato dall’animale simbolo di purezza e incorruttibilità, in greco denominato galḗ, γαλή, con un’allusiva assonanza al cognome di Cecilia.
E quindi? E quindi niente: la roggia Gallerana percorre tuttora, parzialmente interrata, i territori di Cernusco e Pioltello, e in quest’ultima località, al confine con Segrate non lontana da una nota industria tipografica, insiste una imponente cascina in via di progressivo degrado che potrebbe essere recuperata per ricavarne residenze, terreni coltivabili e spazi abitativi e di fruizione sociale a servizio della comunità.

Alberto C. Steiner

Rustico con terreno a Tizzano Val Parma

Ubicato sul pendio di un’altura dominata dai ruderi di un castello risalente al XIII Secolo, tra i monti Caio e Fuso e bagnato dai Torrenti Parma e Parmossa, Tizzano Val Parma (Coordinate 44°31′N 10°12′E) è un comune montano in provincia di Parma – dalla quale dista 40 km – esteso su una superficie di 78,39 km². Si trova a 814 metri di altitudine e il suo territorio era percorso dalla strada militare Romana detta delle Cento Miglia, che collegava Parma con Luni, l’odierna Ortonovo … continua su Riabitare Antiche Pietre.rap-2016-09-12-tizzano-val-parma-001

Confermiamo: i bambini? Mandiamoli a zappare!

Intitolandolo Agriasilo: i bambini? Mandiamoli a zappare! il 13 ottobre 2014 pubblicammo sul vecchio blog un articolo, leggibile qui. Nonostante il titolo provocatorio, assolutamente non apologetico del costume di quella miserrima Italia dei bei tempi andati – gli anni immediatamente successivi all’imbroglio chiamato Unità, per intenderci – che imponeva che i minori, spesso anche di soli 6 o 7 anni, venissero utilizzati senza ritegno nei campi e nelle miniere, nei cantieri edili e nelle filature o nelle fabbriche finché quelli di sesso maschile sopravvissuti a incidenti, malaria, colera, scrofola, pellagra ed altre malattie crescessero il necessario per essere mandati a morire ammazzati nelle trincee della I Guerra Mondiale.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-002Ci riferivamo invece agli odierni bambini inurbati: esclusa qualche sortita in parchi, boschi o fattorie didattiche, vivono rinchiusi dal mattino al pomeriggio in cubi di cemento dotati di patetici giardini di plastica credendo che i polli nascano tutto petto o tutta coscia e che i mirtilli spuntino in un guscio di plastica nera cellofanata in una serra che si chiama supermercato, insieme con gli alberi degli ombrelli.
Esprimevamo, a questo punto è palese, il nostro parere a favore dell’agriasilo e della scuola nel bosco: “Un’ipotesi progettuale da non trascurare, suscettibile di dare verde, serenità, socialità e conoscenza ai più piccoli e creare opportunità di lavoro. Senza dimenticare che in un contesto di cohousing, sia esso urbano oppure di campagna o montano, un agrinido ci sta benissimo.”cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-003Apprendiamo con piacere che a Milano sta nascendo un asilo nel bosco presso la Cascina S. Ambrogio, complesso risalente al XII Secolo in via Cavriana, a ridosso del Parco Forlanini.
La stessa cascina merita un breve accenno: è la storia di una decina di matti che alcuni anni fa decisero di ridare vita a questo imponente complesso fatiscente e praticamente in stato di abbandono. Oggi i matti sono oltre 1.500, hanno sottoscritto un contratto di locazione agricola trentennale con il Comune, proprietario del bene, e pian pano stanno creando un polo di aggregazione sociale, culturale e agricolo attraverso l’avvio di numerose iniziative.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-001Tra queste il neonato Asilo nel Bosco al quale auguriamo… anzi, al quale scaramanticamente non auguriamo proprio un bel niente limitandoci a un sentito: in bocca al lupo!
Per chi avesse interesse a seguire l’iniziativa riportiamo qui il link alla loro pagina Facebook.

Alberto C. Steiner

Ecovillaggi e coresidenze: serve la voglia di fare, non una legge

Premessa: questo articolo non piacerà. Non piacerà a coloro che, collocati ideologicamente nella fu sinistra, si sono arrogati l’indebito diritto di appropriarsi dell’ecosostenibilità facendo credere di poter essere gli unici ad avere titolo per occuparsene.campagna appena ieriIl nostro è un Paese orograficamente difficile, nel quale porzioni sempre più ampie di territorio collinare e montano vengono ancora oggi abbandonate da persone attratte dalla chimera della vita cittadina. Chi rimane invecchia, assistendo al progressivo degrado di case e terre.
Pur essendo innegabile che da almeno un ventennio campagne, colline e montagne vedono un rinnovato interesse di agricoltori ed allevatori locali – specialmente giovani – e di nuclei di persone che scelgono di lasciare la città non possiamo parlare di inversione di tendenza. E il saldo è comunque negativo.
Che si tratti di condomini solidali, coresidenze, comunità intenzionali o ecovillaggi, tali modelli sociali rappresentano un valore culturale e materiale utile al territorio perché costituiscono un modo di vivere attento all’ambiente e portatore di utilità sociale attraverso volontariato, solidarietà, recupero di aree agricole e silvopastorali non adatte ad utilizzi intensivi, riscoperta dell’artigianato, cura della salute e inclusione di persone anziane o portatrici di disagio sociale nella vita quotidiana.
Queste comunità, nate dall’esigenza di relazioni autentiche e solidali e di uno stile di vita sostenibile ed a basso impatto ambientale, oltre a facilitare l’aggregazione di relazioni fra le persone producono risparmio economico attraverso aiuto reciproco, migliore fruizione del tempo e degli spazi abitativi, economie di scala.
Gli strumenti giuridici che ne regolamentano l’esistenza possono essere attinti dal Codice Civile, dalle leggi edilize, dalle norme deputate alla tutela ed all’utilizzo del territorio e da innumerevoli disposizioni a carattere locale.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 003Ma secondo RIVE, Rete Italiana Villaggi Ecologici, e Conacreis, Coordinamento Nazionale Associazioni e Comunità di Ricerca Etica Interiore Spirituale, l’attuale giurisprudenza non è sufficiente per ottenere un reale riconoscimento di queste nuove forme di aggregazione.
Si sono quindi fatti promotori di un disegno di legge che il 1° aprile 2014 venne presentato dall’onorevole Mirko Busto, ingegnere ambientale in forza al M5S. La proposta non ebbe seguito ed ora viene ripresentata con alcune integrazioni: è leggibile qui in formato Word.
Premettiamo che non ci piacciono, né ne abbiamo mai fatto mistero, né Rive né Conacreis. Consideriamo quest’ultimo il Komintern della spiritualità e la prima come un raduno di veterohippies, come tutti gli ecobiobau da salotto mille miglia lontani dalla realtà operaia e contadina. A riprova, nei corsi che vengono tenuti per ecovillaggisti piuttosto che apprendere come fare innesti o far partorire la vacca, il programma prevede scambio di massaggi reiki, cerchi di condivisione al suono del tamburo sciamanico e preparazione della pizza consapevole. Ne scrivemmo a suo tempo, l’articolo è leggibile qui.
Siamo a favore della libera iniziativa, dell’acquisto, del mutuo, del darsi da fare concretamente, del vivere nel tempo presente non decontestualizzati, non del restarsene in attesa che qualcuno assegni o doni un casale o un terreno come atto dovuto, in una logica contrabbandata come decrescita ma che si configura come non azione e fiancheggiamento dell’assistenzialismo. Un’ulteriore riprova? Dopo anni di blabla esistono “comunità” che, ben lungi dal partire non hanno ancora deciso che nome darsi. Però si riuniscono ogni giovedì, e il sabato se la tirano nei mercatini biofuffa a Brera, a Isola o in quella specie di boutique della Cascina Cuccagna.CC-2016.05.28-Agrilombardia-000Doverosamente chiarito questo nostro sentire, riprendiamo commentandoli alcuni passaggi redatti da Conacreis nel loro “manifesto” sul web.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000«Una legge per il riconoscimento giuridico dell’esistenza di Ecovillaggi e Comunità intenzionali. Sembra strano, ma in Italia anche una semplice scelta di vita può rivelarsi più complicata del previsto.»
Esistono già le figure giuridiche di comitati, associazioni, fondazioni, cooperative, società a responsabilità limitata e per azioni, senza dimenticare il trust.
«Non chiediamo sovvenzioni … vogliamo soltanto che la democrazia sia applicata e che queste scelte di vita non siano discriminate.»
il solito lamento del vittimismo piagnone della serie lo stato mi deve fare, dare, dire, tutelare.
«Condividere spazi abitativi, praticare la solidarietà, cercare soluzioni sostenibili nel rapporto con l’ambiente, l’alimentazione, l’educazione e le relazioni sociali oppure costruire con materiali ecologici sono argomenti sui quali i gruppi chiedono di potersi esprimere.»
Nessuno lo impedisce: se un gruppo di persone ha voglia di darsi da fare si rimbocca le maniche, senza auspicare un utopico sostegno legislativo da attesa della manna dal cielo.
«Per fare tutto questo è davvero necessaria una legge?»
Ecco, se lo chiedono persino loro…
«Ognuno trovi la sua risposta, noi ci siamo confrontati, arrivando a questa conclusione: oggi in Italia si può fare tutto (quasi tutto), almeno fino a quando una qualunque autorità chiede conto di quello che avviene o chiede un permesso, un’autorizzazione, un timbro qualunque.
Per questi motivi preferiamo spiegare chi siamo, cosa facciamo e i risultati delle nostre scelte di vita, perché siano eventualmente utili anche ad altri, anziché doverci giustificare o essere costretti a inventare mille sotterfugi.»
Il confronto, una delle specialità della casa… può durare anni, dà un senso all’esistenza e fa sentire coinvolti e parte attiva e consapevole. E nella migliore delle ipotesi chi non comprende deve osservarsi, nelle altre è fasista e rasista.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Esaurito anche questo passaggio troviamo interessanti gli Articoli 7 e 8 della proposta di legge.
Art. 7 – Proprietà
Ai sensi degli articoli 2659 e 2660 del codice civile, le Comunità possono acquisire la proprietà dei terreni necessari alla propria costituzione e funzionamento, con l’obbligo di destinare i beni ricevuti e le loro rendite all’esclusivo conseguimento delle finalità istituzionali.
Art. 8 – Gestione dei beni e dei rifiuti)
1. La gestione dei beni e dei rifiuti prodotti nell’ambito degli ecovillaggi è finalizzata:
a) a privilegiare operazioni di riparazione dei beni non ancora divenuti rifiuti oppure il riutilizzo di essi;
b) a ridurre a monte la produzione dei rifiuti urbani, assimilati e speciali;
c) alla promozione delle operazioni di riciclo, con particolare riferimento al riciclo di materia della frazione organica dei rifiuti, anche provenienti da lavorazioni agricole (compostaggio);
2. Nell’ambito degli interventi di prevenzione di cui al comma precedente, è privilegiato il ricorso all’uso di beni e imballaggi idonei ad un utilizzo durevole anziché l’utilizzo di beni e imballaggi monouso.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Ci trova invece completamente in disaccordo l’Articolo 2 – Regime autorizzativo:
1. Le regioni e i comuni disciplinano nel dettaglio le modalità di realizzazione e le procedure autorizzatorie degli ecovillaggi, determinando altresì i parametri, i requisiti, eventuali ulteriori restrizioni del rapporto tra area agricola e parte edificata, i controlli, il contenuto di eventuali convenzioni per la garanzia del rispetto dei parametri stessi, la possibilità di prevedere destinazioni complementari e coerenti con le finalità degli ecovillaggi.
2. Gli ecovillaggi sono realizzati su aree private o pubbliche, anche parzialmente. A tal fine i comuni possono procedere all’esproprio e riassegnazione dei terreni necessari.
3. I comuni, mediante procedure di evidenza pubblica, individuano i soggetti che intendono realizzare le comunità intenzionali di cui all’articolo 1. A tal fine i comuni possono avvalersi della disciplina di cui all’articolo 16 della legge 29 febbraio 1992, n. 179.
4. I programmi predisposti ai sensi del comma 3 garantiscono, in particolare modo:
l’effettivo raggiungimento dello scopo, prevenendo all’uopo sanzioni e cautele
⦁ la connessione logistica e funzionale con le aree agricole,
⦁ la prevalente destinazione dei prodotti agricoli ai residenti nell’ecovillaggio
⦁ la coltivazione secondo i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica.
Detto in altri termini, al di là delle chiacchiere di maniera biologiche e biodinamiche, l’ennesimo carrozzone che decide classi di merito, nonché cosa debbano fare gli altri e dove e come farlo: una mazzata all’iniziativa privata improntata alla concretezza. Ci immaginiamo chi farà parte dei comitati: nutrizionisti d’assalto, filosofi, counselor e facilitatori di stretta osservanza.
Non escludiamo che vengano affissi i bandi di assegnazione come per le case popolari, giusto per favorire il solito mangiamangia.
E che dire di sanzioni e cautele: la Stasi, la delazione in squallidi corridoi di partito, il controllo da dittatura del proletariato. Dittatura, appunto, perché i sinistri come sempre dimostrano di aver bisogno un padrone.CV 2016.09.02 Ecovillaggi 000Quanto all’Articolo 13 – Eredità:
In caso di successione nel patrimonio di un associato appartenente alla Comunità intenzionale riconosciuta per morte del medesimo, in mancanza di altri successibili l’eredità è devoluta alla Comunità intenzionale di appartenenza in deroga all’art. 586 c.c.
Noi abbiamo una visione opposta: ciascun soggetto è proprietario della propria abitazione e pro-quota degli spazi comuni, esattamente come in un condominio (già ampiamente regolamentato dalla legge), e in caso di decesso valgono le normali regole delle successioni (regolamentate per legge come sopra).
Certo, non è una novità che esiste chi lascia i propri beni ad una chiesa o ad una setta, ma da qui a statuirlo per decreto ne corre.

Alberto C. Steiner

L’estate premia gli agriturismi che hanno investito in professionalità e trasparenza

Pare che finalmente il sole sia tornato a splendere sui quasi 21mila agriturismi nostrani, ripagando chi ha investito in professionalità e qualità dei servizi offerti.
Anche se il mese di agosto non si è ancora concluso i dati diffusi da AgrieTour, organizzatore del Salone Nazionale dell’Agriturismo, e Confagricoltura dimostrano come dopo un biennio di crisi si siano sin qui registrati ben sei milioni di arrivi con una considerevole punta estiva capeggiata da tedeschi e britannici. In molte località, e la Toscana si conferma la Regione capofila con il 54% delle presenze, si è registrato il tutto esaurito.CC Agriturismi 2016 001Dopo la moria che nel 2013 ha falcidiato il 22 per cento delle strutture (ne scrivemmo sul blog l’8 ottobre 2014: Agriturismo, anche no) e la crisi che ha attanagliato quelle restanti nel successivo 2014, gli agrituristi sono tornati grazie anche ad una sempre maggiore attenzione alla qualità ed alla trasparenza da parte dei gestori.
L’agriturismo rappresenta sempre più un’ottima opportunità capace di coniugare silenzio, cibo naturale, ritmi lenti della natura con puntate in montagna, al mare o nelle città d’arte e, se per gli italiani le presenze si sono limitate ad un 39%, britannici e tedeschi – rispettivamente con l’81 ed il 78 per cento degli arrivi sul montante – hanno contribuito ad apportare una boccata di ossigeno ad un settore che ha vissuto due anni veramente drammatici.CC Agriturismi 2016 002Un dato curioso: tra gli stranieri si annovera il 55% di ospiti di età compresa fra 18 e 35 anni, mentre tra gli italiani i trentenni rappresentano solo il 3 per cento.
Gli agriturismi nostrani, oltre un terzo dei quali sono a conduzione femminile, sono ripartiti per il 45,1% al Nord mentre il Centro ne annovera il 34,4% e il Sud il 20,5%. Circa le preferenze degli ospiti abbiamo condensato alcuni dati interessanti nella tabella sottostante, elaborata sui dati AgrieTour e Confagricoltura.CC Agriturismi 2016 004Una sorpresa è costituita dalla scoperta delle masserie pugliesi, in particolare salentine, mentre scontato è il successo delle città d’arte toscane, umbre e venete. Relativamente alla montagna le presenze più corpose si sono registrate in Trentino e in Valtellina. In calo la Valle d’Aosta che, pur con soli 52 agriturismi ufficialmente censiti, ha segnalato il maggior numero di lamentele da parte degli ospiti.
A proposito di lamentele, reclami presso le autorità o commenti al pepe sui vari portali turistici, il dato generale nazionale ha riguardato prevalentemente la scarsa attenzione al booking e la banalità dei menù, ma soprattutto la mancanza del POS (obbligatorio per pagamenti oltre i 25 €) e la “disattenzione” nel rilascio di fatture e ricevute. Senza bisogno di scrivere fervorini o prediche, sono dati che fanno riflettere.CC Agriturismi 2016 003Considerati nel loro complesso, i dati disponibili fanno comunque ben sperare sulla sorte degli investimenti dedicati al comparto, particolarmente onerosi specie quando trattasi di recuperare strutture abbandonate o dismesse. I numeri dimostrano come il target è e sarà sempre più costituito dagli ospiti stranieri: sceglieranno l’agriturismo non solo per la buona cucina, la serenità e l’attenzione all’ecosostenibilità, ma anche per la disponibilità di servizi collaterali diversificati: escursioni, scoperta delle tradizioni locali, corsi, acquisto di prodotti locali. In non pochi casi si è scoperto che agli ospiti (in prevalenza a quelli stranieri) piace lavorare la terra e accudire gli animali.

Alberto C. Steiner

Ritrovare la dimensione spaziale

Il castello nasce come evoluzione del castrum romano, l’accampamento militare, sviluppandosi, nelle forme che ci sono pervenute, come casa-azienda fortificata a partire dal IX Secolo: i suoi interni sono rustici ed essenziali, solo in epoca successiva ingentiliti da decorazioni e affreschi contestualmente ai criteri estetici che si andavano imponendo ed al prestigio delle famiglie occupanti.CC 2016.07.10 Recupero spazi 004Nella distribuzione degli spazi non vi era tutto sommato differenza tra castelli di campagna e rocche montane poste a presidio di passi o a difesa di valli: un salone utilizzato per la funzione pubblica, amministrazione del territorio e della giustizia, incontri con i feudatari sottoposti, feste; l’area riservata ai signori consistente spesso in un unico locale; altri locali ed edifici annessi adibiti a stalle, magazzini, dispense, alloggi del personale di servizio e della guarnigione militare.
Spesso all’esterno dell’edificio – e successivamente protetto da mura – si sviluppa un borgo di case arroccate occupate da agricoltori, artigiani, domestici e pastori al servizio dei signori, e successivamente anche da attività commerciali: lo speziale, il vinaio, la locanda. Gli abitanti del borgo possono all’occorrenza accedere al castello per trovarvi protezione nel caso di attacchi nemici.
È in quel periodo che si sviluppano gli agglomerati urbani minori: vere e proprie topaie con muri umidi e fatiscenti e pavimenti spesso in terra battuta, vicoli appositamente stretti per esigenze difensive e nei quali la luce del sole non penetra, liquami e prodotti della deiezione umana e animale che scorrono al centro delle strade. Le stesse abitazioni sono dei tuguri illuminati ed arieggiati solo dal vano d’ingresso: un unico locale nel quale vivono, dormono, mangiano, lavorano, si riproducono i membri della famiglia. Le malattie dovute alle carenze igieniche sono endemiche, e la situazione permane, anzi si reitera, negli anni della rivoluzione industriale con, in più, l’aggravante dell’ammorbamento da fumi tossici..
Nelle campagne la gente vive indubbiamente meglio, ma anche lì la conformazione edilizia prevede un unico locale da adibire alle esigenze abitative, e poi dispense, stalle, magazzini, ambienti lavorativi.CC 2016.07.10 Recupero spazi 003In buona sostanza gli spazi edificati concedono una quota decisamente minoritaria all’aspetto residenziale privato, rispetto a quella decisamente maggiore destinata alle attività produttive e di servizio.
In compenso le faccende domestiche non davano molto da fare, nello spazio abitativo ridotto a quell’unico locale in cui, nella brutta stagione, si dormiva e si mangiava. Inutilmente i parroci scagliavano i loro anatemi contro l’abitudine di dormire tutti insieme. Contadini e artigiani, fossero essi di pianura o di montagna, ben raramente disponevano di un letto. E così famiglie, parenti e ospiti di passaggio si coricavano tutti insieme su pagliericci, sacchi riempiti di foglie delle pannocchie (questo dopo il 1492, ovviamente), fieno, erbe oppure su panche, cercando di restare il più vicini possibile gli uni agli altri al fine di sfruttare il calore corporeo. In inverno si cenava e dormiva nella stalla, sfruttando il calore delle bestie. In montagna l’abitudine permase ben oltre il secondo dopoguerra, e ricordo di avere letto relazioni scandalizzate di alcuni etnologi alpini (ogni epoca ha i suoi studiosi, censori e consiglieri dei fatti degli altri: oggi abbiamo counselor e life coach) che, ripresi sul frontespizio o all’interno del libro vestiti come Tartarin di Tarascona, bollavano come selvagge, immorali, sporche ed affette da cretinismo le popolazioni montane.CC 2016.07.10 Recupero spazi 001Anche nei castelli la situazione non era però diversa: il letto privato era un privilegio riservato ai castellani, mentre gli altri si coricavano dove capitava, su giacigli disposti al momento. Persino la governante della signora dormiva a terra, ai piedi del letto padronale.
Ma a differenza degli agglomerati urbani, nelle realtà contadine preindustriali di matrice celtica – e quindi non contaminate da influssi turchi o arabi – le donne ricoprivano ruoli equivalenti a quelli maschili, compresi i lavori più pesanti ed all’occorrenza i combattimenti: niente affatto segregate si muovevano quanto i loro compagni, ed anzi a loro era affidata la fondamentale funzione pubblica di portare al mercato cittadino il surplus della produzione agricola, i prodotti del bosco, i manufatti tessili e artigianali. Frequentando le città interagivano con le loro omologhe degli altri villaggi, pagavano le tasse e tentavano di contrastare i soprusi di ogni genere – anche di matrice sessuale – perpetrati da signori, signorotti, armigeri e chiunque si sentisse investito di una qualche autorità, preti compresi.
La storia medioevale, rinascimentale e persino ottocentesca ci consegna l’immagine di popolane a capo di sommosse e rivolte: è evidente come l’abitudine al contatto con altre realtà ed opinioni favorisse in loro una crescita in termini di consapevolezza, cosa che non raramente ai loro compagni era preclusa.
Anche nelle classi agiate erano prevalentemente le donne ad amministrare l’autorità, essendo i mariti spesso assenti per conferire con il sovrano o con altri nobili, a caccia o in guerra, magari per anni in occasione delle crociate. Ed era quindi la castellana, nelle campagne ed in montagna, ad esercitare un potere paritario a quello maschile. E nessuno nel mondo rurale pensò mai di contestare tale autorità per il fatto che fosse una donna ad esercitarla, a parte i soliti preti che sgomitavano per proporsi come consiglieri, assistenti e censori della morale. Ma all’esterno dell’ambito urbano si può dire che i preti non battessero chiodo, sopravanzati dal carisma dei frati, che non erano poi di pasta tanto diversa, ed anche loro imponevano il pizzo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Va detto che le feudatarie non esercitavano il potere solo in assenza del marito, o fratello, ma anche come castellane a pieno titolo, tanto è vero che nelle famiglie di elevata nobiltà alle donne spettavano i medesimi diritti sulla proprietà riservati ai maschi e, nell’aristocrazia, il titolo di proprietà era indissolubilmente unito al dovere di amministrarla: giustizia, esazione dei tributi, controllo dei fondi vedevano le nobildonne spesso in sella per sorvegliare il buon andamento del feudo.
Breve salto temporale, per dire che l’odierna cultura occidentale contemporanea divide nettamente spazi fisici ed emozionali in pubblici e privati: esistono persino ridicole norme legislative che sulla carta dovrebbero difendere la privacy, alla quale è strettamente interconnesso il senso di quel pudore, ovviamente femminile, che secoli di malleus cattolico ci hanno surrettiziamente indotti a ritenere innato e naturale.
Ma il distinguo tra pubblico e privato è opera di condizionamenti culturali, che per quanto riguarda le classi lavoratrici urbane e contadine datano solo da alcuni secoli e, nelle nostre campagne, non abbero diritto di cittadinanza addirittura sino a qualche decennio fa. In questo senso è illuminante leggere quanto scrive Giampaolo Pansa in Poco o niente, eravamo poveri torneremo poveri (Rizzoli, 2011):
«Era un mondo feroce, dove pochi ricchi comandavano, decidevano tutto e si godevano le figlie dei miserabili. I poveri erano tantissimi, venivano messi al lavoro da piccoli, poi l’ignoranza li spingeva a comportarsi da violenti. Anche con le loro donne, costrette a partorire un figlio dopo l’altro oppure ad abbandonare la famiglia diventando prostitute.
Le campagne succhiavano il sangue dei braccianti, condannati a patire la fame, le città erano un inferno in preda al colera, alla malaria, al vaiolo, alla pellagra. Torme di bambini cenciosi vivevano per strada mendicando. I bordelli prosperavano ed il sesso nascosto trionfava. Dietro un ordine apparente covava il grande disordine che sarebbe sfociato nella prima guerra mondiale.
Fu allora che si consumò il massacro dei poveri in divisa, destinato a concludersi con la contesa rabbiosa tra rossi e neri, chiusa dall’avvento del fascismo.»
Fu allora che il fascismo inventò la “professione” di casalinga, ruolo destinato alle popolane per escluderle dal lavoro in quel periodo di grave crisi occupazionale, e fu sempre allora che vennero istituiti i premi per le famiglie che mettevano al mondo più figli.
All’ideologia cattolica non sembrò vero di poter disporre di un così potente strumento di controllo, e cercò di tenerlo in vita sino alla fine degli anni Settanta, aiutata in questo, almeno sino alla prima metà del decennio precedente, dal nemico di sempre: il comunismo, al quale andava benissimo una rigida separazione degli spazi e l’estromissione delle donne dai processi produttivi e riproduttivi di beni e servizi.
Ed ora torno indietro nel tempo, ma non di molto, solo di circa tre secoli, quando l’ideologia borghese urbana stabilì che “La casa è il regno della donna”, affidando alla componente femminile rappresentanze da salotto ed onerosi compiti lavorativi: ordine, pulizia, figli, cibo, bucato, rammendo… Compiti che si fecero più gravosi con il trascorrere del tempo e l’ingrandirsi delle abitazioni. Aumentarono anche le esigenze che imponevano morale, igiene e – mentre i mariti potevano fare quel che volevano dove pareva loro – per le donne perbene vennero statuiti dei comportamenti sessuali, vale a dire dei doveri coniugali sanciti dal famoso aforisma: “Non lo fò per piacer mio ma lo fò per voler di Dio.” Come no, del resto le corna (e mi riferisco ai mariti, soprattutto a quelli tutti d’un pezzo) uno se le cerca.
Tutto questo non era nemmeno ipotizzabile al di fuori del tessuto urbano: fra contadini e contadine il lavoro esterno era equamente ripartito e l’esercizio della sessualità era naturale e selvatico in armonia con i ritmi della natura. Certo, c’era il rovescio della medaglia: aborti, ruota, infanticidio. Ma questo accadeva anche in città, e non necessariamente nelle sole classi miserabili.
I borghesi urbani, in una sorta di Sindrome di Stoccolma ante-litteram aiutati dalle mogli, accusavano le campagnole di non avere amore per la casa, di essere disordinate e sporche, di mostrarsi nude quando si lavavano al fiume o nella tinozza e… di non portare le mutande.
Salvo trombarsele senza ritegno, magari dodicenni, quando se le ritrovavano a servizio nelle case di città. E le intemerate signore non erano da meno con i ragazzini che accudivano la stalla ed il bestiame.
In realtà le donne di campagna avevano ben altro da fare, e gli spazi abitativi – come visto in precedenza – non solo erano ridottissimi, ma la gran parte della giornata veniva trascorsa all’esterno, e spesso persino la notte nella bella stagione.
Inoltre le contadine, a differenza delle cittadine ormai rinchiuse e sole, svolgevano molte attività in modo corale: dal bucato al lavatoio alla preparazione del pane nel forno del villaggio.CC 2016.07.10 Recupero spazi 005Alla fine di tutto questo ragionamento e, intendiamoci, non sto vagheggiando improbabili bei tempi andati ma solo osservando un modo di essere e di sentire, mi è sorta una considerazione basata sulla differenza tra la cultura agricola ancestrale e quella fabbrichettiana odierna.
Da una parte pochissimo spazio riservato all’abitazione, vita prevalentemente all’esterno e condivisa, ruolo e poteri femminili assolutamente paritari rispetto a quelli maschili.
Dall’altra 300 metri quadrati di capannone e 900 di villa, recintata con impianto di videosorveglianza e allarme “permanentemente collegato alle forze dell’ordine”, ruolo femminile, quando non imprenditoriale ma improntato ad un modello maschile, di contorno e scenografico.
Che la differenza in termini emozionali e di consapevolezza fosse data proprio da quella dimensione spaziale che, nella cascina come nel castello, non prevedeva inutili sovrastrutture?

Alberto C. Steiner