La Dama dell’Ermellino, nata in Brianza tra rogge e mulini

Il primo documento europeo che ne parla è il Trattato d’Architettura di Vitruvio, ma dell’utilizzo del mulino idraulico si trovano tracce in iscrizioni mesopotamiche.
A partire dal IX Secolo il suo utilizzo si diffuse e il suo predominio, insieme con quello del successivo mulino a vento, rimase incontrastato sino al XIX Secolo quando l’avvento della macchina a vapore prima e del motore elettrico successivamente, ne decretarono la fine.cv-2016-09-28-dama-ermellino-002Per avere un’idea della produttività: poteva macinare due quintali di grano in un’ora, equivalente al lavoro di 40 schiavi o tre asini in un giorno.
Solitamente identifichiamo l’energia idraulica con la produzione di granaglie, ma essa serviva anche per ricavare olio e per azionare i telai delle filande o i magli dei fabbri.
Dai riscontri in nostro possesso risulta come gli ultimi mulini lombardi funzionanti ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso furono il Mulino Colombo di Monza e il mulino Orsi di Miradolo Terme in provincia di Pavia.
Circa la sorte del secondo nulla sappiamo, il primo venne invece trasformato in museo etnografico con annesso un minuscolo ristorante, tuttora esistente nel centro del capoluogo brianteo.cv-2016-09-28-dama-ermellino-005La strutture dei mulini ad acqua, in alcune parti analoghe e comuni a quelle di altri opifici industriali idraulici, sono sostanzialmente riconducibili al canale di adduzione delle acque: la ruota esterna all’edificio trasforma l’energia idraulica in energia meccanica che, attraverso una serie di alberi e ruote dentate, viene trasferita alle macine in pietra all’interno dell’edificio, come mostra l’immagine sottostante.cv-2016-09-28-dama-ermellino-004Relativamente alla produzione olearia parametrata ad un quintale di prodotto originario, dal lino si ricavava una resa in olio del 22%, dal germe di grano il 6%, dalle mandorle circa il 40%. Le scorie di lavorazione pressate in panetti, o panelli, venivano acquistate dai contadini come mangime per animali.
Le macine potevano essere orizzontali o verticali a seconda del tipo di lavorazione e del prodotto da ottenere e appositi invasi o tramogge servivano a raccogliere e convogliare alle macine la materia prima da sottoporre a pilatura o macinazione, mentre i buratti, per i cereali, raccoglievano il prodotto della prima lavorazione separando la farina dalla crusca.
Leve, tiranti, contrappesi, viti di regolazione e cinghie accompagnavano ovunque la complessa struttura, innescando o interrompendo i flussi.
L’avvento del vapore e dell’energia elettrica ha trasformato e reso obsoleti in breve tempo gli antichi impianti ad acqua con le grandi ruote in legno e ferro, i vecchi e polverosi congegni, talvolta d’impostazione ancora medievale, i suggestivi ambienti dove per secoli vennero lavorati i cereali locali.
La possibilità di localizzare le strutture produttive lontano dai corsi d’acqua provocò, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, una vera e propria rivoluzione nell’organizzazione del lavoro: non più luoghi obbligati, spazi ridotti, aree spesso umide, fredde e talvolta di difficile accesso, ma spazi ampi, ben serviti, dove le trasformazioni e gli adeguamenti erano in ogni modo e momento facilmente attuabili. Un esempio di razionalità in tal senso sono i Mulini Certosa, situati lungo la Statale 35 dei Giovi presso la Certosa di Pavia.
Oggi rimangono solo poche testimonianze di mulini ad acqua ed altre fabbriche idrauliche progressivamente abbandonate, che fortunatamente qualcuno ha conservato e talvolta recuperato salvando la memoria di quella che alcuni autori hanno definito l’unica vera grande “Macchina del Medioevo”.
I mulini dismessi e riconvertiti in musei della civiltà contadina, relais o ristoranti d’atmosfera sono innumerevoli, così come numerosi sono quelli tuttora in vendita, spesso in luoghi suggestivi.
E concludiamo quindi queste brevi note citando un mulino – nel quale oggi sono stati ricavati un piccolo museo ed un ristorante molto bello – situato ad Agrate Brianza: il Mulino dell’Offellera.cv-2016-09-28-dama-ermellino-001Il 30 ottobre 1926 un contratto redatto su 40 pagine ne assegnava la conduzione, da parte del proprietario Pio Istituto dei Rachitici di Milano, ai signori Ortolina Livio, Calimero e Aliberto (detto Liberto) per un periodo di nove anni rinnovabili.
La perizia di stima allegata al contratto, a cura dell’ing. Luigi Giachi, descrive nel dettaglio i beni oggetto dell’affitto:
Prato “di sotto” per 34.340 m2
Prato “di mezzo” per 43.140 m2
Prato “di sopra” per 58.340 m2
Caseggiato e molino composto da cascinale di 21 vani su 2 piani con corte, orti e spazi uniti su un’area di 4.870 m2 (di cui 2.490 in catasto terreni e 2.380 in catasto fabbricati).
Complessivamente una proprietà di oltre 14 ettari tra i comuni di Agrate e Brugherio, con il mulino situato in quella che ancora oggi è chiamata Curt di Murnée, corte dei mugnai in dialetto.
Ma cos’avrà mai di particolare questo vecchio mulino, in fondo uno come tanti, per essere al centro della nostra attenzione?
Anzitutto il fatto di essere alimentato dalla Roggia Gallerana, tuttora esistente anche se non più in uso e in parte interrata, che sorgeva al Pian d’Erba derivata dal fiume Lambro e che, svolgendosi lungo la Brianza collinare, da Villasanta (in origine La Santa) raggiungeva Agrate Brianza e Brugherio e di qui attraverso Cisnusculus (l’attuale Cernusco sul Naviglio) e Pioltello si ricongiungeva al Lambro nei pressi dell’attuale San Donato Milanese.cv-2016-09-28-dama-ermellino-006Nel Quattrocento il duca Galeazzo Maria Visconti approvò una variante affinché il corso d’acqua venisse estratto dal lambro mediante un pozzo. Successivamente alla realizzazione del canale della Martesana dovuto a Leonardo da Vinci, l’acqua venne derivata dal canale Villoresi (originante dal Ticino e passante per Monza in senso Ovest-Est) incrociandosi con la Martesana, cosa che tuttora avviene tramite un sistema di chiuse non distante dalla stazione della metropolitana di Villa Fiorita, all’estremità orientale del comune di Cernusco sul Naviglio.
Ma è ben altra la particolarità della roggia Gallerana: essa deve il suo nome alla famiglia benestante dei Gallerani, di origine senese e trasferitasi a Milano – dove abitava nell’attuale corso Garibaldi presso San Simpliciano – a causa della guerra tra Guelfi e Ghibellini. Essendo di origine “straniera” non è censita fra i nobili milanesi anche se, provvista di notevoli mezzi, acquisì terre nella Brianza orientale ed in particolare tra Agrate Brianza e l’antica Vicus Mercati, l’odierna Vimercate. Di sua proprietà divenne la roggia, che dall’antroponimo prese a quel punto il nome.
Il mulino in questione fu voluto nel 1476 da Fazio Gallerani, padre di quella Cecilia che, sedicenne, divenne l’amante di Ludovico il Moro, lo “sponsor” ambrosiano di Leonardo da Vinci, al quale commissionò il ritratto successivamente intitolato La dama con l’ermellino, un piccolo olio su tavola delle dimensioni di 54×40 cm, databile al 1488-1490 ed uno dei più famosi insieme con la Gioconda e la Vergine delle Rocce.cv-2016-09-28-dama-ermellino-003Nel 1488 il Moro ricevette dal Re di Napoli il titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino, e sembra che l’identificazione con la giovane amante Cecilia Gallerani si basi sul sottile rimando rappresentato dall’animale simbolo di purezza e incorruttibilità, in greco denominato galḗ, γαλή, con un’allusiva assonanza al cognome di Cecilia.
E quindi? E quindi niente: la roggia Gallerana percorre tuttora, parzialmente interrata, i territori di Cernusco e Pioltello, e in quest’ultima località, al confine con Segrate non lontana da una nota industria tipografica, insiste una imponente cascina in via di progressivo degrado che potrebbe essere recuperata per ricavarne residenze, terreni coltivabili e spazi abitativi e di fruizione sociale a servizio della comunità.

Alberto C. Steiner

Paesaggi lunari tra Matilde di Canossa e la Pietra di Bismantova

Chi intende sfruttare o, come recita il linguaggio giuridico coltivare, una cava deve fra altri obblighi provvedere alla rimessa in pristino, ovvero al risanamento ambientale al termine dell’attività estrattiva. A garanzia di tale obbligo le amministrazioni comunali delle località interessate richiedono una fideiussione di importo pari agli oneri di ripristino. Non è però infrequente che la garanzia venga escussa per inadempienza dell’azienda concessionaria, e non è meno infrequente che la stessa azienda, una volta conclusa l’attività chiuda i battenti lasciando il sito non bonificato.
Uno dei trucchi spesso utilizzati consiste nel trasferire la concessione ad una nuova azienda i cui principali esponenti non hanno, come suol dirsi, nulla da perdere e nemmeno gli occhi per piangere: questa subentra nella facoltà e nei relativi obblighi per poi cessare l’attività, all’occorrenza mediante fallimento, entro pochi mesi dal subentro. La fideiussione risulta generalmente coperta ma se il suo ammontare può essere sufficiente a sostenere gli oneri di rispristino, non lo è per risarcire il danno ambientale.
Certi terreni argillosi presenti nelle province di Reggio Emilia e Modena hanno consentito a partire dai primi anni del secondo dopoguerra l’espansione della locale industria ceramica, che ha avuto un picco a partire dagli anni ’60 del secolo scorso: piastrelle per pavimentazioni e rivestimenti, manufatti decorativi, stoviglie, materiali per impianti elettrici e motoristici hanno visto una produzione a ritmi vertiginosi sino a pochi anni fa.
Oggi la produzione langue, molte aziende hanno cessato o ridotto sensibilmente l’attività e le cave dalle quali veniva estratto il materiale sono state chiuse e spesso abbandonate lasciando insanabili ferite sul territorio e, specialmente nel caso di terreni argillosi, creando le premesse per smottamenti ed altre gravi compromissioni ambientali.rap-2016-09-13-carpineti-008Carpineti, in provincia di Reggio Emilia, è una delle località deturpate: dagli anni ’90 l’estrazione inizia a calare in concomitanza con l’importazione di risorse esterne al bacino reggiano; il calo di richiesta non è dovuto ad una maturata sensibilità ambientale, bensì alla tipologia di prodotto, per il quale l’argilla locale non possiede più idonee caratteristiche.
Alla fine degli anni ’80 nella provincia si contano ancora 78 cave, una minima parte delle quali, nelle zone pianeggianti, forniscono ghiaia e, in quelle montane, materiali lapidei per edilizia. Ma dalla maggior parte, nelle adiacenze del Po, si ricava sabbia e dalle altre argilla: queste ultime sono concentrate fra Baiso, Castellarano e Carpineti, dov’è nata l’industria ceramica locale.
Ancora due anni fa le cave erano otto, tre a Castellarano e cinque a Carpineti e un tempo la tipologia classica era costituita da numerosi impianti di piccole dimensioni, ma oggi assistiamo ad una concentrazione: pochi impianti di notevoli dimensioni. La quantità di estratto ha subito un ridimensionamento: nel 2011 sono stati stimati 75mila metri cubi dalle tre cave di Castellarano (nel 2000 furono 92mila) e nel 2012 110mila dalle cinque di Carpineti (nel 2000 300mila).
Un Censimento delle aree degradate da attività estrattive redatto dalla Regione nell’anno 2000 presenta tuttora la sua validità.
L’argilla è la materia che provoca i maggiori danni ambientali, e la più difficile da recuperare perché tende a trasformarsi in calanco, essendo arida rende difficile la formazione del manto vegetativo in caso di mancato ripristino, portando il suolo al dissesto e ad una potenzialità franosa.
Va detto: una ex-cava non tornerà mai più come prima, perché l’attività estrattiva ha mutato la morfologia. Al massimo si può predisporre, all’atto della concessione come richiede la Legge Regionale 17 del 1991, un buon piano di risistemazione.
L’autorizzazione all’attività estrattiva non può durare oltre un quinquennio, ma può essere rinnovata, e il piano di ripristino deve essere contestuale allo scavo in modo che trascorsi i cinque anni si sia ultimata anche la sistemazione.
Ma la legge venne varata pensando principalmente alle cave di ghiaia e sabbia che, anche se abbandonate, vengono ripristinate entro breve tempo dall’acqua e dalla natura. Per quelle di argilla è tutto molto più complesso: essendo cave montane si scava sempre la stessa area, e chi estrae non può materialmente sistemare contestualmente allo svolgimento dell’attività estrattiva, che ne verrerbbe impedita.
E proprio sull’argilla, poiché gli effetti degli interventi si vedono non prima che siano trascorsi tre anni, è stabilito che successivamente agli interventi le aziende effettuino manutenzione sino alla ricomparsa ed al consolidamento del manto vegetativo.
A Carpineti, dopo numerose proteste, interventi di comitati cittadini, associazioni ambientaliste e magistratura qualcosa si è fortunatamente mosso nella cittadina di 4mila abitanti ai piedi del Monte Antognano che, nonostante lo sfregio ambientale, conserva un suo fascino fatto di importanti vicende e testimonianze storiche.rap-2016-09-13-carpineti-001Posta a 562 metri di altitudine lungo la S.S. 63 del Cerreto, sulla dorsale dei monti Valestra e Fosola e ricompresa fra parte del bacino del fiume Secchia e dei torrenti Tresinaro e Tassobbio, la sua vegetazione è rappresentata prevalentemente da querceti, con tutto ciò che significa in termini di funghi porcini. Sul territorio comunale, che presenta numerosi esempi di borghi arroccati, chiese e case torri di origine altomedievale, si sono succeduti Liguri, Romani, Bizantini e Longobardi.rap-2016-09-13-carpineti-003Ma la località è indissolubilmente legata alla famosa vicenda della contessa Matilde di Canossa: nel castello romanico tuttora esistente ebbe luogo nell’anno 1092 il “Convegno di Carpineti” durante il quale ecclesiastici ed alleati della contessa discussero le proposte di pace di Enrico IV, che subì successivamente la nota umiliazione nella non lontana Canossa.rap-2016-09-13-carpineti-004E nel confinante comune di Castelnovo ne’ Monti svetta la Pietra di Bismantova, il monte che si eleva per 1.041 metri stagliandosi isolato tra le montagne appenniniche e che numerosi studiosi identificano come montagna sacra mediandone la denominazione dall’etrusco man, pietra scolpita, e tae, altare per sacrifici, mentre altri propendono per una matrice celtica data da vis, vischio, men, luna, e tua, raccolta notturna di vischio espressione di un antico culto lunare: Vismentua sarebbe perciò inizialmente divenuta Bismentua e poi Bismantua. Dante la menziona nel Canto IV del Purgatorio: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli / montasi su in Bismantova e ‘n Cacume / con esso i piè; ma qui convien ch’om voli.”rap-2016-09-13-carpineti-005Tornando all’argomento del ripristino ambientale, scrivo di questa località poiché il 6 dicembre prossimo, presso il Tribunale di Reggio Emilia, si procederà alla vendita – sempre che vi siano acquirenti – proprio di una ex-cava: quella denominata Pianella: 188.023 m2 offerti ad una base minima d’asta di 30.938,00 Euro.
I lavori di ripristino sono stati completati solo in parte e l’aggiudicatario dovrà provvedere all’esborso di 66.400,85 Euro per l’ultimazione ed attendere non meno di un triennio prima di poter ritenere il sito coltivabile.rap-2016-09-13-carpineti-002Queste le mie considerazioni tecniche:
La stima del sito è è stata effettuata considerando, come parametri fondamentali le dimensioni e il posizionamento dei terreni, urbanisticamente situati a circa 6 km dall’abitato: formalmente agricoli hanno sufficienti dimensioni e un agevole accesso, ma appaiono di difficile lavorabilità e di scarsa resa.
Tenuto conto che le opere di ripristino sono state eseguite solo parzialmente e considerata l’attuale situazione del mercato immobiliare locale per beni equivalenti e dopo aver analizzato attentamente le compravendite avvenute nell’arco dell’ultimo triennio – numericamente scarse ed economicamente non remunerative – ed averle raffrontate alle quotazioni dell’osservatorio dei valori agricoli medi della Provincia di Reggio Emilia, ho concluso che il più probabile valore sul libero mercato del bene in analisi, stabilito per comparazione, non possa superare 94.000,00 Euro per terreni vincolati da convenzione estrattiva e 21.500,00 per terreni svincolati.
Ritengo inoltre equo ridurre del 35% i valori sopra indicati perché – fermo restando che lo scenario del mercato immobiliare è oggi molto critico e le vendite sono in completa stasi – il bene, in stato di completo abbandono, non è accompagnato dalla garanzia sull’assenza di vizi occulti, non può essere disponibile immediatamente dopo l’acquisto in quanto gravato da tempi e modalità dettate dalla procedura esecutiva e, dopo aver adottato ed eseguito il piano di consolidamento e coltivazione, sarà necessario attendere almeno un triennio per effettuare il primo raccolto.
Le opere necessarie per riconvertire l’odierno incolto improduttivo consistono indifferibilmente nella livellatura delle aree portando le pendenze a livelli accettabili, nel riassetto idrogeologico, nella concimazione e semina dei terreni pianeggianti e semipianeggianti, nell’impianto arbustivo sui fronti di cava non coltivabili che presentano pendenze superiori a 30°.
Alcune opere di ripristino sono state eseguite a regola d’arte ed in modo uniforme, anche contestualmente all’attività estrattiva, su tutta la superficie del sito, mettendo in sicurezza i fronti di cava ad alta pendenza con gradoni a più livelli oltre che ripianando, drenandole, le superfici pianeggianti mediante la realizzazione di argini di regimentazione e canali di scolo per il graduale deflusso delle acque e, inoltre, spargendo concimi naturali e seminando specie erbose per conseguire un ripristino tendente a rimuovere le criticità ambientali: per l’effettuazione di detti interventi l’esborso accertato è stato di € 124.760,25 come si evince anche dal capitolato di progetto e dalla documentazione agli atti dell’Ufficio tecnico del Comune di Carpineti.rap-2016-09-13-carpineti-007Al fine di effettuare una valutazione oggettiva del complesso che tenesse conto anche del valore delle aree coltivate dalla cava e successivamente ripristinate ho suddiviso e classificato le aree in base alla loro evidenza morfologica, riportando le rispettive superfici, che gli interventi di ripristino hanno variato solo in minima parte.
Considerando che le variazioni non si riflettono sulla determinazione del controvalore monetario ho classato tre fasce:
Superficie pianeggiante e sub-pianeggiante: aree poste in corrispondenza dell’accesso alla cava e comprendenti le aie di essicazione ricavate a quote altimetriche diverse per una superficie catastale complessiva di m2 58.108,00.
Superficie in pendenza di circa 30° lavorabili esclusivamente con macchine operatrici: aree di connessione tra le aie di essicazione e contornanti le stesse, già oggetto di precedenti estrazioni e dove oggi può essere rilevato un recupero spontaneo del manto vegetativo, peraltro di modesta entità per una superficie catastale complessiva di m2 21.786,00.
Superficie con pendenze maggiori di 30° gradi: sostanzialmente il fronte di cava orientato a Ovest, unitamente all’adiacente fronte in direzione Nord-Ovest confinante con le zone boscate per una superficie catastale complessiva di m2 79.021,00.
La tabella sottostante riporta sinteticamente le considerazioni economiche pertinenti al ripristino.rap-2016-09-13-carpineti-006La superficie risultante è pari a 158.915,00 m2 ai quali vanno aggiunte aree in fregio e sparse per complessivi m2 29.108,00 portando la superficie complessiva oggetto di esecuzione a m2 188.023,00 – corrispondenti a 64,35 Biolche Reggiane – sulla quale non insistono più i fabbricati rurali tuttora classati in mappe catastali e visure, essendo stati gli stessi completamente distrutti da una frana.
Considerando infine che la prima iscrizione nel RGE, Registro Generale delle Esecuzioni, risale all’anno 2010, che a fronte del notevole impegno economico necessario per il completamento della bonifica sarà necessario almeno un triennio per verificare l’effettiva produttività del capitale impiegato, che il substrato argilloso – anche in presenza di bonifica – non consente l’impianto di colture di particolare pregio se parametrate alle condizioni geomorfologiche e climatiche locali, ritengo che anche in questa occasione la sessione d’asta non vedrà la partecipazione di offerenti.
La mia opinione è pertanto che il controvalore di negoziazione sia sensibilmente ridotto in sede di trattativa a saldo e stralcio con offerenti concretamente motivati, in grado di attendere un triennio e sostenuti dalla possibilità di recuperare le volumetrie abbattute dalla frana.
Solo in questo caso il sito potrà tornare a nuova vita attraverso il suo riuso come residenza agricola, presidio pastorale, fattoria didattica ed unità di trasformazione agroalimentare in possibile quota con un’attività ricettiva di pregio in grado di offrire un plus di servizi di livello alla clientela, eventualmente destinati alla sfera del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner

Rustico con terreno a Tizzano Val Parma

Ubicato sul pendio di un’altura dominata dai ruderi di un castello risalente al XIII Secolo, tra i monti Caio e Fuso e bagnato dai Torrenti Parma e Parmossa, Tizzano Val Parma (Coordinate 44°31′N 10°12′E) è un comune montano in provincia di Parma – dalla quale dista 40 km – esteso su una superficie di 78,39 km². Si trova a 814 metri di altitudine e il suo territorio era percorso dalla strada militare Romana detta delle Cento Miglia, che collegava Parma con Luni, l’odierna Ortonovo … continua su Riabitare Antiche Pietre.rap-2016-09-12-tizzano-val-parma-001

Confermiamo: i bambini? Mandiamoli a zappare!

Intitolandolo Agriasilo: i bambini? Mandiamoli a zappare! il 13 ottobre 2014 pubblicammo sul vecchio blog un articolo, leggibile qui. Nonostante il titolo provocatorio, assolutamente non apologetico del costume di quella miserrima Italia dei bei tempi andati – gli anni immediatamente successivi all’imbroglio chiamato Unità, per intenderci – che imponeva che i minori, spesso anche di soli 6 o 7 anni, venissero utilizzati senza ritegno nei campi e nelle miniere, nei cantieri edili e nelle filature o nelle fabbriche finché quelli di sesso maschile sopravvissuti a incidenti, malaria, colera, scrofola, pellagra ed altre malattie crescessero il necessario per essere mandati a morire ammazzati nelle trincee della I Guerra Mondiale.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-002Ci riferivamo invece agli odierni bambini inurbati: esclusa qualche sortita in parchi, boschi o fattorie didattiche, vivono rinchiusi dal mattino al pomeriggio in cubi di cemento dotati di patetici giardini di plastica credendo che i polli nascano tutto petto o tutta coscia e che i mirtilli spuntino in un guscio di plastica nera cellofanata in una serra che si chiama supermercato, insieme con gli alberi degli ombrelli.
Esprimevamo, a questo punto è palese, il nostro parere a favore dell’agriasilo e della scuola nel bosco: “Un’ipotesi progettuale da non trascurare, suscettibile di dare verde, serenità, socialità e conoscenza ai più piccoli e creare opportunità di lavoro. Senza dimenticare che in un contesto di cohousing, sia esso urbano oppure di campagna o montano, un agrinido ci sta benissimo.”cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-003Apprendiamo con piacere che a Milano sta nascendo un asilo nel bosco presso la Cascina S. Ambrogio, complesso risalente al XII Secolo in via Cavriana, a ridosso del Parco Forlanini.
La stessa cascina merita un breve accenno: è la storia di una decina di matti che alcuni anni fa decisero di ridare vita a questo imponente complesso fatiscente e praticamente in stato di abbandono. Oggi i matti sono oltre 1.500, hanno sottoscritto un contratto di locazione agricola trentennale con il Comune, proprietario del bene, e pian pano stanno creando un polo di aggregazione sociale, culturale e agricolo attraverso l’avvio di numerose iniziative.cv-2016-09-10-scuola-bosco-milano-001Tra queste il neonato Asilo nel Bosco al quale auguriamo… anzi, al quale scaramanticamente non auguriamo proprio un bel niente limitandoci a un sentito: in bocca al lupo!
Per chi avesse interesse a seguire l’iniziativa riportiamo qui il link alla loro pagina Facebook.

Alberto C. Steiner

Mappare l’abbandono

Per una volta non parliamo di realtà agrosilvopastorali ma di un sito archeoindustriale che per questa circostanza assumiamo come emblema dell’abbandono: Cà di Landino.
Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, è un villaggio operaio realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino.cv-2016-09-09-ca-di-landino-004Fino al 22 aprile 1934 i collegamenti ferroviari lungo la dorsale appenninica erano affidati alla Porrettana, la linea progettata dall’ingegnere francese Jean Louis Protche ed inaugurata nel 1864. Originando da Bologna percorreva inizialmente la valle del Reno per poi inerpicarsi verso Marzabotto, Porretta Terme, Pracchia (il culmine, a 617 metri di altitudine) e, discendendo da qui verso Pistoia e Prato, raggiungeva Firenze: 99 km difficili che mettevano a dura prova uomini e mezzi e, con l’incremento delle necessità di trasporto, insufficienti a garantire un volume di traffico accettabile. La ferrovia esiste tuttora – notevole esempio di ingegneria – spesso minacciata di soppressione e da tempo relegata ad un traffico locale.cv-2016-09-09-ca-di-landino-008Nel 1919 iniziarono i lavori per realizzare una ferrovia dal tracciato meno tormentato che in tempi accettabili collegasse Bologna con Firenze: la cosiddetta Direttissima, inaugurata il 22 aprile 1934 alla presenza di Re Vittorio Emanuele III ed in assenza di Benito Mussolini, sembra perché indispettito dal fatto che l’inaugurazione non fosse stata stabilita per il giorno 21, celebrato dal regime come “Natale di Roma”.cv-2016-09-09-ca-di-landino-001Il manufatto costituì l’ultimo dei grandi trafori ferroviari realizzati realizzati a partire dalla metà dell’Ottocento.cv-2016-09-09-ca-di-landino-003Il punto nodale della ferrovia è la Grande Galleria dell’Appennino, lunga 18.510 metri ed all’interno della quale vi è tuttora – anche se da decenni disabilitata al traffico – una vera e propria stazione, denominata Precedenze.cv-2016-09-09-ca-di-landino-002Chi fosse interessato ad un approfondimento, seguendo questo link potrà visionare il filmato 22 aprile 1934 – 22 aprile 2014 Cà di Landino, 80 anni della Galleria dell’Appennino, pubblicato il 29 aprile 2014 da Edizioni Artestampa, che documentando le difficili condizioni di vita e di lavoro delle maestranze ricorda i numerosi caduti sul lavoro.
Nella località Cà di Landino, frazione di Castiglione dei Pepoli, vennero costruiti due pozzi inclinati per consentire l’accesso degli operai impegnati negli scavi, nel caso che ci interessa raggiungibili tramite una scala di 1.863 gradini in pendenza del 50%.cv-2016-09-09-ca-di-landino-006Questo campo base, realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura, era popolato da centinaia di operai e, una volta terminati i lavori, fu utilizzato per ospitarvi alcune colonie estive. Nel 1956 accolse un migliaio di profughi provenienti dall’Ungheria invasa dalle truppe sovietiche ma, nel censimento del 2000, a Cà di Landino risultavano residenti solo una ventina di abitanti e la località appariva già come un villaggio fantasma. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine.
Cà di Landino sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, circondata da boschi di faggi e castagni.cv-2016-09-09-ca-di-landino-005Il vecchio villaggio operaio, sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio.cv-2016-09-09-ca-di-landino-007Da qualche tempo si parla di recuperare l’antica scalinata di 1.863 gradini, sostituita da un ascensore (quindi a rigor di logica la scalinata non verrebbe recuperata) per accedere alla dismessa stazione sotterranea di Precedenze per salvaguardare la memoria dello spirito operaio e come monumento al lavoro. Si, e una volta arrivate alla stazione le persone che fanno, guardano passare i treni come nel romanzo di Simenon? Dalla tastiera, pensando all’insipienza di certi pubblici amministratori ed a come potrebbe essere più utilmente impiegato il fiume di denaro necessario, stava scappando un vaffa
Fortunatamente i fondi non ci sono, ma intanto il villaggio di Cà di Landino muore nell’indifferenza.
Questo articolo costituisce una premessa.
Desideriamo procedere ad una mappatura dell’abbandono in aree collinari e montane, parametrata alle nostre possibilità e che potrebbe costituire una premessa al recupero di immobili di proprietà privata: rustici e cascine, malghe e stalle, oggi improduttivi e che significano solo un onere in termini fiscali e qualora i comuni dovessero imporre la messa in sicurezza.
Pubblicheremo a breve un questionario, ringraziando sin d’ora chi vorrà risponderci. In cambio della collaborazione offriremo una sintetica valutazione reale dei beni segnalati e, ove ne ricorreranno i presupposti, una breve relazione dove formuleremo ipotesi per un recupero residenziale o per attività agrosilvopastorali senza trascurare aspetti legati alla solidarietà sociale.
Chi, stimolato dalla nostra ipotesi di fattibilità, vorrà ridare vita all’immobile, potrà trovare oltre alle necessarie competenze tecniche anche il necessario supporto finanziario.

Alberto C. Steiner