Nuovi attori dello sviluppo territoriale: i nonni

Tra i paesi europei siamo secondi solo alla Germania e la tendenza, in atto da tempo, viene annualmente confermata: i dati Istat e le previsioni avvertono che entro il 2030 gli over 80 potrebbero rappresentare quasi un terzo della popolazione.CV 2017.03.10 Anziani come risorsa 001Ciò che emerge nettamente è il calo della capacità di assorbimento istituzionale delle nuove e numerose esigenze che il fenomeno sta creando, accompagnate da richieste di servizi da parte di questo esercito di anziani. Che lo si voglia o meno, lo stato sociale non potrà rimanere com’è oggi: molto sta cambiando e cambierà in relazione agli assetti pensionistici e all’assistenza socio-sanitaria.
A causa della trasformazione delle famiglie, dovuta alla diminuzione o all’assenza dei figli e all’incremento di separazioni e divorzi, stiamo inoltre assistendo a nuove modalità di aggregazione sociale. Da una parte una congiuntura economica che limita notevolmente la possibilità, e talvolta la volontà, di intervenire attivamente nella cura di genitori e nonni, dall’altra un aumento esponenziale degli anziani, fascia di popolazione tra le meno privilegiate e più colpite dalla costante erosione dei fondi destinati al welfare.
Lo scenario è indubbiamente insidioso e l’unica alternativa consiste nella creazione di tutto ciò che non può essere chiesto al Servizio Sanitario Nazionale, che non dispone oggi di sufficienti mezzi finanziari. Non rimane quindi che ricorrere all’iniziativa privata, ispirandosi a modelli già esistenti laddove il welfare pubblico non è sviluppato come lo era da noi fino a qualche anno fa. La soluzione risiede nello sviluppo di realtà associative o imprese private non lucrative finalizzate ad un’assistenza qualificata e non improvvisata e all’organizzazione di relazioni sociali, contemplando la possibilità che gli anziani possano rendere disponibili le loro conoscenze a beneficio di bambini, adolescenti e giovani, oltre che prestare la loro opera in attività adatte al loro stato psicofisico, tenendo presente che il desiderio di rimettersi in gioco non manca. Una delle migliori possibilità perché ciò possa accadere è la statuizione di contesti coresidenziali sociali dove per attuare un’economia di scala tutta una serie di servizi sia condivisa: assistenza, cucina, spazi di fruizione comune. E dove possano trovare dignitoso alloggio anche studenti universitari, singoli e giovani famiglie, con la garanzia di spazi individuali inviolabili destinati a ciascun soggetto, in cambio della disponibilità ad essere presenti e attivi nei riguardi degli anziani residenti.
Ne abbiamo parlato in proposito il 28 febbraio scorso nell’articolo Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento, citando la positiva esperienza di un cohousing solidale nella città atesina.
Il problema non si pone, o si pone in misura modesta, nei centri minori e nelle località montane, che tradizionalmente godono di relazioni sociali più solide rispetto a quelle cittadine. La questione va quindi massimamente affrontata nei centri urbani di una certa dimensione: Bergamo, Bologna, Firenze, Verona, oltre che nelle grandi città: Bari, Milano, Genova, Napoli, Palermo, Roma, Torino per citare alcune località e prestando attenzione a non creare gerontopoli ghetto.
Un’alternativa, della quale beneficierebbero i numerosissimi borghi in stato di abbandono dei quali è costellata la Penisola, potrebbe essere costituita dalla creazione di cohousing sul modello dell’albergo diffuso, che le leggi vigenti consentono di attuare in agglomerati che non superino i tremila abitanti. Memoria e cura del territorio, attività condivise, ritmi lenti in contesti ambientali ben diversi da quelli urbani costituirebbero gli atout. Il come, il dove, le modalità potranno essere oggetto di opportuni studi, in fondo oggi stiamo solo gettando un seme.
Gli spazi esistono quindi, senza dover ricorrere a nuove edificazioni. Si tratta di adattare l’esistente sottraendolo al degrado. In tal modo non solo si eviterebbe ulteriore consumo del suolo ma, in special modo in riferimento ai siti non urbani, si rivitalizzerebbero il territorio e la sua cultura, ottenendo altresì una sorta di “guardiania sociale” che contribuirebbe a contrastare il degrado ambientale.
Concludiamo esortando a non dimenticare che a fronte di anziani che, per mangiare, rovistano negli scarti del dopo mercato o addirittura si umiliano compiendo piccoli furti nei supermercati, altri godono di un tenore di vita improntato alla massima serenità economica. A certificare la sussistenza di un’area di benessere diffuso è l’esistenza di sempre più numerosi portali e siti web dove si incontrano domanda e offerta di servizi e di attività legate al mondo senior con informazioni utili non solo al reperimento di assistenti, personale medico e operatori socio sanitari, strutture di accoglienza e case di riposo, ma anche rubriche riguardanti soldi e lavoro, hobby e casa, cultura e mostre, viaggi e tempo libero, sport e centri termali, aree shop e persino incontri per rapporti di ogni tipo, dall’amicizia fino a qualcosa di più.
La questione fondamentale, che supera qualsiasi fattispecie tecnica, si situa però in un nuovo modo di ripensare e ripristinare la solidarietà e lo spirito di vicinato, non da ultimo unendo anziani più fortunati, che godono di un ottimo stato di salute e dispongono di un reddito dignitoso, ad altri che vivono al limite della sussistenza. Utopia? Può darsi.

Alberto C. Steiner

Rovetta: l’esperienza di un ecovillaggio bergamasco dedicato principalmente ai disabili

Il ristorante è frequentato anche da ecochic milanesi che, tra casoncelli e polenta e strinù, discettano di cambiare il mondo come i quattro amici al bar mentre persone portatrici di handicap sgambettano in cucina e fra i tavoli.CV 2017.03.04 Coop Alchimia 001.jpgQui non ci sono tamburi sciamanici, tenda dell’inipi o scambi di massaggi reiki per imparare come si fa a realizzare ecovillaggi, ma solo gente che, gentile con chi se lo merita, si è rimboccata le maniche: siamo nelle Orobie bergamasche, per la precisione a Rovetta, dove presso la Rèssa de Fï – la salita per Fino (Del Monte) nella lingua dei padri, anzi delle madri – in località Vecchio Mulino si incontrano i tornanti che da Cerete Basso portano a Clusone.
Qui, il giorno di ferragosto del 2015 un gruppo di volontari decide di realizzare un sogno, costituendo Alchimia, una Onlus con l’obiettivo di svolgere le attività che caratterizzano la vita quotidiana di un ecovillaggio, traendone il proprio sostentamento.
Gli intenti sono valorizzare il territorio, vivere applicando nella misura del possibile il concetto di decrescita e inserire lavoratori protetti
I destinatari del progetto sono soggetti in situazione di svantaggio fisico, cognitivo e psicologico purché in grado di essere inseriti in un contesto lavorativo.
Sulla base di una concreta progettualità l’attività lavorativa è vista come opportunità emancipativa e di accompagnamento delle persone svantaggiate in un percorso finalizzato alla crescita dell’autostima.
Nell’ecovillaggio Vecchio Mulino è stato creato anche uno spazio per bambini, destinato a sussidiare genitori che hanno imprevisti lavorativi e a bambini bisognosi di un sostegno scolastico.
L’ecovillaggio è anche un ristorante ed un albergo, e l’associazione Alchimia (nin nomen omen…) sta attivando progetti di valorizzazione del territorio mirando soprattutto all’housing sociale, pensato in particolare per padri separati in difficoltà, che possono fruire di vitto e alloggio collaborando nel recupero degli spazi verdi estesi per circa tre ettari nei quali sono in corso esperienze di agricoltura e micro allevamento a chilometro zero.
L’associazione è infine aperta al territorio, cercando di valorizzare gli aspetti culturali della valle in collaborazione con le associazioni locali.
Il reperimento dei fondi necessari all’implemento dell’attività è avvenuto nel modo più logico e pragmatico possibile: nessuna attesa della manna dal cielo fatta scendere da qualche politico locale, nessuna richiesta di assegnazione o regalia con il cappello in mano in nome di improbabili e stantie visioni “alternative” ma, come si conviene a dei bergamaschi di montagna, mano al portafoglio e mutuo concesso sul valore dell’immobile e del terreno, rilevati da una situazione compromessa, ed in base a concrete garanzie di una fattiva progettualità.

Alberto C. Steiner

È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS

ECOnomy: Consulenza. Naturalmente.

ECOnomy nasce come marchio di CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, per dedicarsi allo sviluppo di progetti in grado di contribuire alla salvaguardia dell’ecosistema, e la sua consulenza finalizzata va oltre i confini della realtà agrosilvopastorale per diventare compagna di viaggio specializzata per le imprese e le comunità che operano con attenzione al settore ambientale.economy-378x378ECOnomy intende aiutare le comunità coresidenziali, le aziende agricole e di trasformazione, chi si dedica all’ospitalità rurale e al benessere psicofisico e ad ogni altra iniziativa rivolta ad un futuro sostenibile con attenzione alle soluzioni energetiche rinnovabili e a basso impatto.
ECOnomy offre servizi di consulenza tecnica, progettuale e di stima, finanziaria, assicurativa e di garanzia individuando i sostegni finanziari più adeguati ai programmi di investimento attraverso l’ottenimento di finanziamenti e contributi privati, bancari e pubblici regionali, nazionali e comunitari. Fornisce inoltre assistenza per l’incremento del capitale ai fini dell’autosostentamento e dello sviluppo. Continua a leggere

Così si fa, a valorizzare un territorio: sapevatelo!

Si è svolto il 10 gennaio a Varzi un convegno per la creazione di un comitato tecnico per la valorizzazione dell’Oltrepò Pavese, anzi dell’Appennino Lombardo – Alto Oltrepò Pavese, nuova area interna (meglio: Area Interna, creata ad hoc in modo da poter disporre di un apposito comitato opportunamente corredato di dipartimenti, sezioni, sottosezioni e uffici studi).
Non esprimiamo giudizi sul relativo comunicato stampa, leggibile sul sito di Unimont, l’Università della Montagna che, partita sotto i migliori auspici, si sta sempre più trasformando un convegnificio: ciascuno potrà giudicare da sè lo spreco di maiuscole, parole inutili, sigle roboanti, nomi e qualifiche. Ad onor del vero mancano i Puffi e i Sette Nani. Per chi non volesse tediarsi con la lettura del comunicato stampa ne proponiamo una sintesi in forma di ricetta. Anzi, di buona ricetta per una buona pratica.cc-2017-01-17-convegnite-001Ingredienti:
1 prestigiosa Università pubblica
1 Sottosegretario alla Presidenza con delega ai Rapporti con il Consiglio regionale
1 Dipartimento per le Politiche per la Montagna
1 Macroregione Alpina (Eusalp)
4 Motori per l’Europa (benzina, ecodiesel, metano, elettrico? può essere…)
1 Membro del Comitato Tecnico Nazionale Aree interne.
Montare a neve – in fondo è un’area montana – sino a creare “le premesse per un Incontro di Lancio della fase di Co-Progettazione della Strategia Nazionale Aree Interne.”
Unire 1 sindaco, preferibilmente del comune più rappresentativo dell’area, un pizzico di coinvolgimento, una presa di “partecipazione di tutti gli attori del territorio e la manifestazione della forte volontà di fare squadra per affrontare e vincere la sfida di dare una forte e concreta strategia di sviluppo all’Alto Oltrepò Pavese.”
Aggiungere una Comunità Montana, portare a bollore e cuocere lentamente per nove mesi, sempre mescolando unire “analisi e ascolto del territorio al fine di definire i risultati attesi e la visione complessiva per invertire le tendenze critiche in atto: spopolamento, invecchiamento della popolazione, dissesto idrogeologico, sfilacciamento delle reti interne ed esterne all’area, depauperamento materiale e immateriale, inaccessibilità dei patrimoni ambientali e culturali, abbandono delle attività agricole e produttive” e concludere “costruendo una strategia di sviluppo finale in co-progettazione con Regione Lombardia e Comitato Nazionale Aree Interne.”
A parte preparare una sfoglia e ripartirla in due fondi a forma di tavola rotonda con bordi rialzati di circa due cm, tenendone da parte un po’ per le guarnizioni finali superiori a forma di osservatorio, una finitura sempre elegante.
Riempire il primo fondo con l’impasto che chiameremo Strategia Nazionale Aree Interne “con una prima presentazione da parte delle Istituzioni presenti.”
Riempire il secondo con il medesimo impasto, che però chiameremo “un secondo momento di lavoro su tavoli tematici trasversali sui temi dell’Abitare in Oltrepò, Intraprendere in Oltrepò, Collaborare in Oltrepò, Reinterpretare l’Oltrepò, Riusare l’Oltrepò, scambiare Buone Pratiche.”
Abbrustolire leggermente alcune fette di pane ai cinque, no meglio sette, cereali e spalmarle con “una visione di sviluppo dimostrando una necessità di confronto e di coinvolgimento e portando all’attenzione valorizzazione ed innovazione delle filiere agricole ed agroalimentari, e la narrazione che il territorio deve portare all’esterno ricostruendo le reti lunghe, dalla diffusione ed innovazione della cura alla popolazione anziana al coinvolgimento dei giovani nel territorio, professionisti, operatori dei campi della salute, istruzione, mobilità, ritornanti (ritornanti?), innovatori ed attività resilienti.”
Raccomandiamo le attività resilienti: sono quelle che decidono il successo della cena perché sono come Laura P., ed è noto che: senza Laura P. nun se po’ partì
Per l’abbinamento suggeriamo riesling o pinot nero e, nel caso si desideri offrire un rustico dessert, sangue di giuda a temperatura ambiente.

Alberto C. Steiner

Perché il cohousing non sia solo un bell’ecogioco di società

Abbiamo partecipato al convegno tenutosi il 14 corrente presso l’Università di Verona rilevando, oltre ad una partecipazione notevolmente superiore alle più rosee aspettative degli organizzatori, spunti di estremo interesse e chiarificatori dello stato dell’arte.
Notevole il filmato L’abitare sostenibile presentato da Isabelle Dupont dell’università di Roma Tre: quattro esempi, e tra questi quello relativo ad uno storico ecovillaggio situato in Toscana, improntati a concretezza e logica del fare.
I numeri riferiti dai relatori sono sintomatici: esistono oltre un migliaio di cohousing nel mondo occidentale, il che ne fa in ogni caso una soluzione abitativa di nicchia. A fronte di questi, quelli italiani (nel nostro paese di parla di cohousing da circa un quarantennio) constano attualmente soltanto in 22 esempi di residenza condivisa mentre una cinquantina di iniziative sono in corso, quasi tutte ferme alla fase di discussione teorica.Cesec-CondiVivere-2014.11.21-Identikit-Cohouser-002.jpgA nostro avviso, come abbiamo sottolineato nel nostro, non previsto, intervento che ha letteralmente riscosso applausi a scena aperta – segno che c’è voglia di concretezza dopo decenni di ecochiacchiere? – la ragione risiede nell’incapacità di uscire dal circolo vizioso che attribuisce alle pubbliche amministrazioni l’indebito potere di essere i soggetti attivi nella politica del cohousing, non ipotizzando la realizzazione di complessi coresidenziali come normali interventi privati da lasciare all’iniziativa privata ma come oggetto di bandi, assegnazioni, graduatorie, concessioni a vario titolo di immobili.
Ciò pertiene a nostro parere a quella cultura residuale di una sinistra intellettuale, ormai defunta e putrefatta ma che viene tuttora indebitamente accreditata come l’unica capace di coagulare iniziative ecosostenibili.
Quella, purtroppo, è la cultura delle interminabili discussioni, è la cultura del non fare, è la cultura dello stato che deve fare-dare-assegnare, che stabilisce come pensare: lo provano le graduatorie di merito nelle ipotesi di assegnazione di residenze in cohousing e, non da ultimo, è la cultura di chi bofonchia di urbanistica e riqualificazione del territorio ma non ha mai visto un cantiere, nemmeno nella pausa pranzo. E peccato che il cohouser, per comprarsi casa, sottoscriva un mutuo e nemmeno a condizioni agevolate.kl-cesec-cv-2014-01-31-ecovillaggio-ces-003Un disegno di legge, ora promosso da M5S ma precedentemente dal PD, propone addirittura classi di merito e vincoli alla proprietà ed alla negoziabilità dell’immobile.
Per quanto ci riguarda, e lo diciamo e lo scriviamo da anni, il recupero di un edificio per il suo riutilizzo in qualità di coresidenza prevede il rapporto con la pubblica amministrazione solo, ed esclusivamente, per quanto riguarda l’urbanizzazione primaria e secondaria, la dia, la scia, l’antisismica, l’impatto ambientale, il recupero volumetrico. Anche relativamente all’aspetto finanziario preferiamo ricorrere all’iniziativa privata mediante il ricorso a mutui e investitori etici privati.
Questo non solo non impedisce ai futuri coresidenti di essere sul territorio con iniziative sociali, culturali, ambientali, ma anzi agevola le azioni proprio perché svincolate da pastoie burocratiche o valutazioni di merito politico funzionali a raccattare voti. E si ha una definizione concreta e univoca in termini di identità e potenzialità operativa, proprio perché svincolati dal politico di turno che oggi dice A, domani dice B e dopodomani si rimangia tutto perché non ha più la convenienza a sostenere l’iniziativa.cesec-condivivere-2014-10-20-ecovillaggio-005Sconosciuto ai più e noto solo a chi si interessa di archeologia industriale e ferroviaria, Cà di Landino è un villaggio operaio, oggi sempre più esposto alle conseguenze dell’abbandono, realizzato a partire dal 1919 per alloggiarvi le maestranze che contribuirono alla costruzione della Grande Galleria dell’Appennino, un campo base realizzato dapprima con baracche in legno successivamente sostituite con edifici in muratura popolato da centinaia di operai. Una volta terminati i lavori fu utilizzato per ospitare alcune colonie estive.
Cà di Landino, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, dal quale dista 1,62 km, sorge a 602 metri di altitudine alle pendici del Monte Gatta ed è circondata da boschi di faggi e castagni. Oggi vi risiedono 24 anime: dieci maschi e quattordici femmine
Il villaggio presenta tutte le caratteristiche per essere riportato a nuova vita. Discutemmo una proposta in tal senso, supportata dalle necessarie competenze progettuali, dal supporto finanziario e dall’Università di Bologna con l’appoggio della Comunità Montana il 26 febbraio 2013: l’intento era quello di farne un complesso residenziale in cohousing ed un centro per lo sviluppo di attività artigianali con inclusione di portatori di disagio sociale. La proposta rimase lettera morta, sembrava anzi che dessimo fastidio (nostro articolo 9 settembre 2016: Mappare l’abbandono).
Conosciamo realtà che, in un decennio di incontri, non sono ancora riuscite a trovarsi un nome, altre che sono ancora al palo con la storia del facilitatore per la risoluzione dei conflitti ed altre ancora che organizzano giornate di studio dove, anziché nozioni tecniche, pratiche o normative, vengono scambiati massaggi shiatsu per concludersi con il cerchio di condivisione al suono del tamburo sciamanico. Questa, come abbiamo avuito modo di dire a suo tempo, è fuffa (21 febbraio 2014: Percorsi per ecovillaggisti. Formativi?).
Ed un esempio che non dev’essere taciuto riguarda infine la dolorosa vicenda dell’autocostruzione assistita che ha visto coinvolte centinaia di famiglie truffate da una società (ovviamente cooperativa, ed ovviamente legata a onlus e ong) accreditata presso numerosi enti locali, e che dobbiamo purtroppo collocare nel pianeta cohousing.
Scrivevamo in proposito il 1° dicembre 2016, nell’articolo Il nostro contributo al referendum: “Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma.”
Questo per dire che a nostro parere il cohousing – che riteniamo una splendida risposta alle sfide sociali, economiche ed ambientali ed alle istanze di condivisione e solidarietà – deve essere visto in una logica d’impresa, sociale fin che si vuole ma all’insegna dell’iniziativa privata. Altrimenti rimarrà argomento di ecodotte disquisizioni intellettuali confinate nei salotti ecochic o nelle feste in cascina.

Alberto C. Steiner

Incuria del territorio e l’alluvione delle casse da morto

L’amico Lorenzo Pozzi ha pubblicato oggi su Archeologia Ferroviaria l’interessante articolo 8 novembre 1982: l’Italia ferroviaria divisa in due dedicato all’esondazione del fiume Taro avvenuta nella notte fra l’8 e il 9 novembre 1982 e che, letteralmente, spazzò via tre piloni del ponte ferroviario sulla linea Milano – Bologna dividendo l’Italia in due sino alla posa di un manufatto provvisorio ed alla successiva ricostruzione del ponte danneggiato.af-2016-10-20-taro-1982-01Nulla di nuovo, naturalmente. Il disastro del 1982 fu preceduto da quello del 1973 e seguito da quello del 1987, al quale seguirono quello dell’autunno 2000 (questa volta fu il Po) e quello di due anni fa che interessò solo marginalmente la provincia di Parma, abbattendosi più intensamente su Modenese e Reggiano.
A parte l’alluvione di Firenze del 1966, quelle del Polesine nel 1924 e nel 1951, i disastri in Valtellina nel 1906, nel 1929 e nel 1987, quello nella biellese valle del Cervo e quello in val d’Ossola, quello di Monza nel 2003 e quello… e quello… e quell’altro… e a parte il fatto che da quasi un secolo a Milano ogni volta che piove l’Olona esce e nel quartiere di Niguarda si va in barca, lo stato idrogeologico del nostro Paese gode ottima salute.
Un tempo ero un idealista, successivamente divenni pessimista. Ora, a parte le cose che mi riguardano direttamente, lo ammetto: me ne sto alla finestra a guardare. Tentare di risolvere i problemi di questa baracca che qualcuno insiste a chiamare paese è come insistere nel pestare la testa contro il muro, con l’inevitabile risultato.
Si spendono un sacco di soldi ma non si sa per cosa, visti i risultati. In ogni caso la soluzione non consiste nell’arginare i danni provocati da un abuso del territorio, la soluzione consiste proprio in un utilizzo diverso del territorio, per esempio nella non cementificazione degli alvei, per esempio curando la manutenzione dei boschi, per esempio non abbandonando il territorio a se stesso. Lo so, tutte cose già dette.
Dimenticavo… la storia delle casse da morto. L’alluvione del 7 novembre 1973 colpì molte località delle valli del Taro e del Ceno. Tra queste Bedonia, dove la fuoriuscita di un piccolo rio provocò l’allagamento della parte retrostante di un palazzo storico, area che si trasformò in un vero e proprio lago con quattro metri d’acqua e dove decine di bare fuoriuscite dal magazzino di una ditta di onoranze funebri che nel palazzo aveva sede presero a galleggiare come canoe. Dopo oltre quarant’anni questa lugubre scena rubata all’apocalisse rimane ancora ben salda nell’immaginario dei bedoniesi rimane ben salda, tant’è che tuttora l’evento è ricordato come “l’alluvione delle casse da morto”.

Alberto C. Steiner

Cime: la montagna a Milano

Cime a Milano, tre giorni di mostre, conferenze, incontri, laboratori incentrati sulla realtà e la funzione della montagna organizzati da Unimont, l’Università della Montagna con sede a Edolo, e dal CAI, Club Alpino Italiano.cv-2016-10-08-cime-mi-001La conferenza stampa di presentazione che avrà luogo il 25 ottobre alle ore 11:30 presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Milano ne costituirà il preludio.
Tra i numerosi eventi, in programma da giovedì 3 a sabato 5 novembre ed ospitati nella cornice della “Statale”, l’Università degli Studi di Milano in via Festa del Perdono 7, segnaliamo quelli a nostro parere più interessanti.
Venerdì 4 novembre
Ore 09:00-12:00 – Quattro passi tra le cime
Quattro laboratori interattivi dedicati alle scuole primarie e secondarie inferiori: agro-food, cambiamento climatico e grandi ungulati, la montagna dei racconti, esplorare la montagna;
Ore 14:00-16:00 – Da un fiore un formaggio
L’evento per noi più interessante ed al quale parteciperemo: presentazione della nuova filosofia adottata da alcuni allevatori, il loro nuovo approccio alla produzione, alla promozione e alla distribuzione di latte e formaggi.
Il focus viene posto sulla salvaguardia delle razze animali autoctone e in via d’estinzione e sulla valorizzazione della biodiversità, anche vegetale, dei pascoli di montagna e dei prodotti che ne derivano. La vendita di un formaggio unico per approccio di produzione mira a creare un circolo virtuoso atto a preservare dell’estinzione animali e piante, anche attraverso il coinvolgimento diretto, attivo e consapevole del consumatore che in ogni momento può monitorare online il processo in corso e le caratteristiche del prodotto disponibile.
Nella tavola rotonda verranno introdotte esperienze in corso, casi di successo, prospettive presenti e future per le valli. Regione Lombardia e ERSAF presentate alcune delle condizioni che rendono possibile ai giovani imprenditori avviare aziende di questo tipo in montagna, gli allevatori illustreranno le loro esperienza e guideranno la degustazione dei prodotti.
Ore 14:00-16:00 – Viticoltura Eroica da tutte le regioni alpine italiane
Tavola rotonda con laboratorio di degustazione guidata dai produttori.
Ore 17:00-10:00 – Clima che cambia, montagna che cambia
I cambiamenti del clima, l’impatto sensibile sulla montagna e sulle modalità di frequentazione di questo ambiente.
Sabato 5 novembre
Ore 09:00-12:00 – La medicina di montagna
Tavola rotonda sugli interventi di primo soccorso e gestione delle emergenze con simulazione di un intervento di soccorso con unità cinofile.
Ore 12:00-14:00 – Incontro con gli specialisti della medicina in montagna
Aperto al pubblico, agli studenti delle scuole superiori e dell’Università.
Ore 13:00-14:30 – Un nuovo tipo di turismo
Sentieri e rifugi tecnologici
Ore 14:30-16:00 – Giovani e impresa
Tra ricerca, innovazione e creatività presentando casi di successo per indirizzare i giovani all’imprenditoria in aree montane.
Ore 14:30-18:00 – Sentieri e rifugi
Tavola rotonda con laboratorio di sentieristica aperto al pubblico, agli studenti delle scuole superiori e delle università.
Tra le mostre, aperte per tutta la durata della manifestazione, segnaliamo Presenze Silenziose: ritorni e nuovi arrivi di carnivori nelle Alpi, curata dal Gruppo Grandi Carnivori del CAI e composta da 20 pannelli che descrivono i grandi carnivori delle Alpi e le situazioni a essi collegate mediante 57 foto attuali e storiche, 10 disegni e 7 cartine che raccontano e informano sul ritorno attuale e futuro dei grandi carnivori, in particolare lupo e orso.
La partecipazione ad alcuni eventi, tutti gratuiti, deve essere prenotata; il nutritissimo programma è consultabile sul sito cimeamilano dal quale può essere scaricato in formato pdf.

Alberto C. Steiner

Mi manca la terra sotto i piedi: ancora sul consumo del suolo

Successivamente alla pubblicazione dell’articolo Riflessioni sul consumo del suolo pubblicato il 29 settembre scorso ho ricevuto telefonate ed email che sia pure garbatamente confutavano la mia posizione “ideologica”. Ho quindi deciso di precisare, come professionista e come cittadino, quello che ritengo sia un concetto importante della limitazione del consumo di suolo, imprescindibilmente connesso a quello della qualità urbanistica del risanamento delle città.cv-2016-10-06-citta-idealeDirò cose forse antipatiche, e sarò io a stigmatizzare posizioni “ideologiche”: da tempo è invalsa l’abitudine di accettare acriticamente stereotipi su ogni cosa. Discutendo, ad esempio, sulla ideologia del consumo di suolo mi sento dire: “Cosa vuoi farci, è così per la maggior parte della gente” come se ciò costituisse una giustificazione.
Scrivendo: “… è sufficiente un assessore ignorante contornato da una commissione edilizia di cretini” mi riferisco a quelle istituzioni che, pur riempiendosi la bocca con l’abuso del termine urbanistica, la ritengono una disciplina imprecisa, senza regole e fattibile da chiunque. Niente di più sbagliato: anche se l’urbanistica non ha la precisione di chi misura in angstrom, ha poche regole ben definite e precise per chi ne fa una corretta professione al servizio della comunità.
Cento abitanti in più o in meno in una città, a meno che non determinino un andamento statistico, non sono per l’urbanista significativi come lo è l’attenzione per le aree urbane e periurbane, la tutela delle quali dovrebbe mettere in gioco atti di programmazione urbanistica ed economica attuate da chi possiede una cultura specifica, non da chi vede solo la propria bottega o non è in grado di comprendere la differenza a lungo termine tra una tramvia e un centro commerciale. Per dire.
E invece si assiste spesso a scelte statiche ed obsolete. Faccio un esempio: se intendo utilizzare un’area dismessa nel tessuto urbano, al progetto devo anteporre la domanda: che cosa serve realmente nel contesto. E qualora la risposta fosse “un parco pubblico” devo (ripeto, devo) prevedere come attuarlo anche se ciò significa uno spostamento della volumetria in altre aree, di solito libere, ai margini dell’edificato, affrontando così un doppio problema: il parco dentro e la qualificazione dei margini urbanizzati fuori, solitamente sconclusionati per funzionalità e paesaggio. Certo, se la legge non mi imponesse lo spostamento della volumetria… ma qui siamo nell’ambito del fantasy, non nella progettazione e non dell’urbanistica.
Potrei portare innumerevoli esempi, nella direzione di esigenze non ideologiche ma ideali, di programmazione e che corrispondano agli standard di qualità di vita degli abitanti e dei loro fabbisogni. Ma torno all’esempio del parco interno: dovrebbe nascere dopo attenti studi sui fabbisogni del tessuto urbano e della gente, cosa che invece, sembra incredibile, spesso non avviene privilegiando (qui si) scelte ideologiche, mode, interessi di conventicole pseudonaturaliste. E naturalmente senza uno straccio di seria ricerca che valuti il rapporto tra fabbisogni, luoghi, priorità, tempi di realizzazione, fattori economici, ambientali e paesaggistici, di mobilità.
Detto in altri termini: i contenuti dei PGT e dei Piani Servizi che definiscono le strategie per l’utilizzo di risorse private e pubbliche, possibilmente prima dei Documenti di Piano e non dopo, come avviene quasi ovunque. Questa, a mio avviso, è ideologia, non le parole che ho scritto.
Ed è anche crassa ignoranza in materia, soprattutto per quanto riguarda il fatto che una corretta metodologia urbanistica determina la programmazione degli interventi nel tessuto urbano ed i loro tempi e priorità, compreso l’obiettivo del contenimento del consumo di suolo.
Le nostre città sono cresciute male e mettere mano alla loro riqualificazione non significa interessarsi solo delle aree dismesse, ma anche dell’espansione selvaggia avvenuta nel dopoguerra, delle frange periferiche a contatto con le residue aree agricole, della mobilità come fattore di sviluppo, del verde esistente come fattori determinanti la qualità.
Proprio perché cresciute male non vanno difese ad oltranza per le loro componenti ed esigenze parziali, ma per le trasformazioni che rispondono a fini precisi e molteplici: Le città migliorano solo attraverso una programmazione che risponda ai fabbisogni, per esempio a quelli della casa e dell’housing sociale.
Confermo quindi ciò che ho scritto relativamente al consumo del suolo, nell consapevolezza che i fabbisogni urbani sono complessi, da quelli ambientali a quelli sociali, economici, di mobilità e, oggi più che mai, di migrazione.

Alberto C. Steiner

Riflessioni sul consumo del suolo

“This is your dance space, this is my dance space” dice Patrick Swayze a Jennifer Grey in una delle scene più famose di Dirty Dancing, a significare che esistono dei confini, dei limiti.
Così come esistono nelle relazioni umane, esistono anche relativamente al diritto di costruire forsennatamente senza alcun riguardo al consumo del suolo.cv-2016-09-29-consumo-suolo-001E non ci sentiamo neppure di affermare che è giunto il momento di statuirli: siamo anzi in ritardo, e di parecchio, lungo il percorso che avrebbe dovuto portarci a recuperare il senso della misura e del rispetto per Madre Terra. Che prima o poi si stancherà di offrirci la tetta e la farà finita con il nostro Edipo, costringendoci a diventare di botto adulti consapevoli. Consapevoli di ritrovarci con il culo per terra ad onta dello sviluppo sostenibile, triste farsa tuttora in cartellone nei più scalcinati teatri dell’imbonimento politico.
In massima parte il paesaggio, come lo conosciamo e lo riconosciamo oggi, non è più, da millenni, frutto della natura ma dell’opera umana: coltivi, terrazzamenti, colline, canali, gli stessi boschi sono il prodotto dell’agricoltura e della pastorizia che plasmando il paesaggio e modificando il territorio, come dicono i botanici domano la natura e forse la distruggono.
In alcune zone, come la Pianura Padana, il continuo lavorio agricolo che dai tempi delle bonifiche benedettine modifica e trasforma gli elementi naturali è particolarmente evidente e di grande effetto anche ad occhi profani.
Ma anche le colline della Borgogna, gli aranceti e i vigneti di Sicilia, i riporti di terra olandesi, i terrazzamenti di Valtellina, le dolci colline toscane che tanto caratterizzano un paesaggio da cartolina sono altrettanti esempi di come l’agricoltura abbia contribuito in modo determinante a creare l’identità di molti luoghi, e non solo dal punto di vista estetico ma anche della cultura, delle tradizioni e della vita quotidiana delle persone che la abitano.
Per molti versi è vero che l’opera dell’agricoltura innesca una forza distruttrice e insensibile che nel suo sviluppo riduce la biodiversità, inquina e travolge la natura “selvaggia”, fermo restando che ormai quel concetto di natura appartiene solo ai film della Disney, anche se molti vi si sono abbarbicati in nome di un naturismo ideale ma privo di riscontri pratici.
Da quando l’uomo non è più un nomade raccoglitore, addomesticare piante ed animali – perché questo fa l’attività agrosilvopastorale – è stata sempre un’attività primaria assolutamente necessaria a garantire cibo e sopravvivenza: inizialmente a piccoli gruppi e successivamente ad intere popolazioni. Sopravvivenza, quella era la precipua preoccupazione, e non certamente l’attenzione al paesaggio o la conservazione di una biodiversità di cui non esisteva alcuna coscienza. Comunque sia l’agricoltura ha cambiato il volto delle terre emerse e la rassicurante presenza umana si esprime oggi nei paesaggi rurali, nei solchi dell’aratura, nei filari di pioppeti e vigneti, nei campanili e nelle cascine, nelle colline pettinate e nei pascoli incastonati tra i boschi. In fondo lo affermava indirettamente già nel 58 a.C. Tito Lucrezio Caro nel suo De Rerum Natura.cv-2016-09-29-consumo-suolo-002Testimonianze della bellezza e della bontà del lavoro che ha plasmato la natura rendendola forse ancora più bella, sicuramente meno ostica anche per i molti che vagheggiano un ritorno alle origini ma che, se si trovassero in una foresta come quelle che ancora esistevano nel Medioevo, non solo non saprebbero come procacciarsi il cibo, ma sussulterebbero terrorizzati ad ogni minimo rumore e, fatte le debite proporzioni, avrebbero la stessa probabilità di sopravvivenza di un sottenente dei Marines appena sbarcato in Vietnam (citazione dal film Full Metal Jacket) specialmente se tentassero di abbracciare un orso.
Non siamo messi bene: paradossalmente oggi l’avanzata del bosco a causa dell’abbandono dei coltivi viene ritenuta un pericolo. Lo è, ma per l’eccessiva antropizzazione del territorio. Ma a ben guardare dov’è questa bella campagna? Dov’è fra autostrade soffocate da barriere antirumore da edilizia carceraria, villette a schiera, sfilate di capannoni dismessi e abbandonati, luci per ogni dove, rotonde, tanto immensi quanto inutili centri commerciali, stazioni di servizio, linee ferroviarie ad alta velocità?
Il suolo non è una risorsa infinita da consumare a nostro piacimento, e solo in riferimento all’Italia nell’ultimo decennio ne abbiamo perduto quasi tre milioni di ettari, e non erano terre marginali o residuali ma pianure fertili, irrigue, preziose per produrre cibo, vita, benessere.
In ogni caso, citando dal Macbeth: what’s done is done, quello che è fatto è fatto, e quindi, nell’intento di salvare il salvabile, passiamo alle nostre città dove costruire sulle poche aree rimaste libere da costruzioni dovrebbe essere proibito.
Ma se ci rechiamo all’edilizia, all’urbanistica o all’ufficio tecnico di qualsiasi comune a chiedere lumi circa terreni incolti, non infrequentemente ci sentiamo rispondere che trattasi di aree edificabili in quanto definite “di completamento”, vale a dire che se in un dato quartiere esistono fazzoletti residuali di aree libere, vanno eliminati per “completare” l’urbanizzazione.
Il medesimo discorso vale purtroppo per la “riqualificazione” di aree verdi urbane e periurbane, eliminare le quali significa aprire la porta a inquinamento ambientale, mutamenti climatici, migrazione forzata della piccola fauna stanziale, in particolare l’avifauna.
Con buona pace delle strategie globali sbandierate per la tutela dell’ambiente, il parcheggio di un piccolo centro commerciale – mediamente equivalente alla superficie di dieci campi di calcio – eleva la temperatura locale di 8° con picchi di 12 nelle giornate più torride. Senza nessun bisogno di tirare in ballo il nuovo ordine mondiale e i suoi complotti: è sufficiente un assessore ignorante contornato da una commissione edilizia di cretini. E sono talmente stupidi che spesso è sufficiente far vedere loro la carota senza nemmeno bisogno di corromperli.
Sfatiamo un mito: le maggiori responsabili del consumo di suolo urbano (ricordiamo che non stiamo argomentando di autostrade, tangenziali o TAV ma di edilizia) non sono le grandi concentrazioni finanziarie ed immobiliari: quelle convertono aree dismesse creando economia di carta attraverso l’edificazione di faraonici complessi, destinati in massima parte a rimanere invenduti e vuoti fino a quando l’emanazione di una banca “concorrente” quella che ha finanziato l’operazione non li acquista per farne alloggi convenzionati per i dipendenti, residences, centri polifunzionali, università e compagnia bella. Esempi? A Milano: Pirelli Bicocca, Richard Ginori e l’area circostante la stazione di Porta Garibaldi, per citarne solo tre. I maggiori responsabili sono le piccole imprese di costruzioni, sono i piccoli proprietari, sono come sempre i peones sgomitanti che a suo tempo hanno acquistato incolti agricoli vagheggiando un personale new deal attraverso la conversione in terreno edificabile grazie al mutamento delle norme edilizie o alla corruttela di qualche politico locale.
Questo è il vero malcostume, quello insospettabile del vicino di casa. Come sempre, la banalità del male.
Oggi è necessario che qualcuno (qualcuno chi? I cittadini naturalmente, attraverso una mutata coscienza civica) faccia presente ai proprietari di terreni liberi che l’epopea della rendita edilizia è fertig, finita. La corsa all’Ovest è arrivata al capolinea.cv-2016-09-29-consumo-suolo-003Non è escluso che costoro a quel punto, pur continuando a pensare a come mettere il terreno a reddito, scelgano di farlo a beneficio della comunità.
Basta girare naso all’aria e occhio attento per scoprire come negli angoli più impensati delle nostre città esistano estensioni di ruderi, alcuni risalenti ai bombardamenti della guerra, e costruzioni abbandonate. Demolire i fabbricati e risanare i terreni ove necessario, oppure recuperare gli edifici recuperabili. E se esistessero concreti incentivi di tipo compensativo per la trasformazione in area verde…
Un’obiezione che spesso viene opposta contro l’ipotesi del vincolo edificativo sulle aree libere è la crisi dell’edilizia: quando si muove l’edilizia si muove tutto, si sente dire spesso.
Non è affatto vero: ristrutturazioni, riconversioni, nuove edificazioni su aree già occupate da edifici demoliti costituirebbero un volano di entità non trascurabile.
E quando i comuni affermano che in questo modo non incasserebbero contributi a beneficio delle loro dissestate finanze non dicono il vero.

Alberto C. Steiner