Sostenibilità ambientale degli edifici. Itaca: siamo veramente all’epilogo dell’Odissea?

CSE 2019.07.13 Itaca“La mia casa ce l’ho solo là” cantava Lucio Dalla in Itaca (https://www.youtube.com/watch?v=L2XuEvZNQO8) ed anch’io, credo come altri professionisti, vorrei poter tornare metaforicamente al mio letto ricavato dal maestoso ulivo, nel conforto del riposo sorretto dalla serenità di aver applicato norme univoche e non soggette alle solite interpretazioni, che alimentano incertezza e contenziosi facendo puntualmente ritrovare, invece che nella patria del diritto, nella terra dei Lestrigoni. E chi vuol capire capisca.
Dal 9 luglio vige la norma UNI PDR 13/2019, che specifica i criteri per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici.
Applicando di fatto il protocollo ITACA, Istituto per l’Innovazione e la Trasparenza negli Appalti (si, chi lo desidera può ridere) e Compatibilità Ambientale  nato in collaborazione con UNI, l’ente per la normazione, sostituisce la PDR 13/2015 ed il Protocollo Edifici Non Residenziali.
La nuova Prassi è suddivisa in tre parti:

  • 0 – UNI/PdR 13.0:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Inquadramento generale e principi metodologici
  • 1 – UNI/PdR 13.1:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici residenziali
  • 2 – UNI/PdR 13.2:2019 – Sostenibilità ambientale nelle costruzioni – Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità – Edifici non residenziali

La parte 0 illustra l’inquadramento generale ed i principi metodologici e procedurali che sottendono al sistema di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Le parti 1 e 2 specificano i criteri sui quali si fondano i sistemi di analisi per la valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici residenziali e non residenziali, ai fini della loro classificazione attraverso l’attribuzione di un punteggio di prestazione.
Oggetto di ogni valutazione sono il singolo edificio e la sua area esterna pertinenziale, applicando i criteri normativi al fine di calcolare un punteggio prestazionale degli edifici di nuova costruzione o oggetto di ristrutturazioni importanti.
Il protocollo ITACA, nelle sue diverse declinazioni, è lo strumento di valutazione del livello di sostenibilità energetica e ambientale degli edifici che permette di verificare le prestazioni di un edificio, non solo in riferimento ai consumi ed all’efficienza energetica, ma anche considerando il suo impatto sull’ambiente e sulla salute.
La ratio è quella di favorire la realizzazione di edifici utilizzando materiali sempre più innovativi e la cui produzione comporti ridotti consumi energetici, garantendo contestualmente un elevato confort, un impatto energetico e consumi idrici sempre più ridotti.
Il protocollo, garantendo l’oggettività valutativa attraverso l’utilizzo di indicatori e criteri di verifica conformi alle norme tecniche ed alle leggi di riferimento, grazie alle molteplici finalità di utilizzo costituisce uno strumento che per i professionisti sostiene la progettazione, per la pubblica amministrazione agevola i controlli, per gli attori finanziari agevola la valutazione degli investimenti e per i consumatori fornisce chiarezza nei criteri di scelta di immobili ed appartamenti.
Ciò è reso possibile dai principi dello strumento destinati ad individuare i criteri, parametrati ai temi ambientali, che permettono di misurare le prestazioni ambientali dell’edificio in esame ed i suoi eventuali scostamenti dallo standard.
Cliccando sui link che seguono è possibile scaricare dal sito dell’Ente Italiano di Normazione i testi, in formato pdf, delle norme
UNI/PdR 13.0:2019 – Inquadramento generale e principi metodologici
UNI/PdR 13.1:2019 – Edifici residenziali
UNI/PdR13.2:2019 – Edifici non residenziali

Alberto Cazzoli Steiner

Isola vendesi: 15 ettari sui quali non è possibile fare assolutamente nulla

CSE 2019.04.06 Isola Femmine 001Non solo luogo di antichi misteri, a partire dall’origine del toponimo, ma anche di recenti: viene indicata come lunga 575 metri e larga 325 che, essendo la pianta pressoché rettangolare, dovrebbero corrispondere metro più metro meno ad un’area di 186.875m², vale a dire 18,6875 ettari. E invece viene normalmente data per estesa su 15.
Che fine avrà fatto il 19,74% mancante? Erosione? Pizzo? Non sappiamo e, in fondo, neppure ci interessa saperlo.
Il suo punto di massima elevazione è di 32 metri sul livello marino e la trovate nel Tirreno a 38°12′37″N 13°14′09″E, a 800 metri dalla costa settentrionale della Sicilia, tra Capo Gallo e Punta Raisi: è Isola delle Femmine, amministrativamente parte dell’omonimo comune costiero, di proprietà privata ma dal 1997 riserva naturale curata, a partire dal 1998, dalla LIPU, Lega Italiana Protezione Uccelli.
Gli antichi abitanti vivevano prevalentemente di pesca ma oggi l’isola è disabitata e sul suo promontorio, dal quale lo sguardo può spaziare da Capo Gallo all’isola di Ustica ed agli abitati di Carini, Isola delle Femmine e Capaci, si eleva l’unico edificio: il mozzicone di una torre di avvistamento eretta nel XVI Secolo, sembra su progetto dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, più noto per avere realizzato la Fontana Pretoria a Palermo: a pianta quadrata e con spessori murari che superano i due metri subì notevoli danni durante il secondo conflitto mondiale.
Ed ecco la notizia: l’isola è in vendita. La proprietà, che nel 2017 chiedeva oltre tre milioni di euro, ha ribassato a un milione trattabile.
Il prezzo richiesto non è dissimile da quello pertinente ad analoghe soluzioni nella laguna veneziana e sull’isola, a parte restaurare la torre recuperando l’originaria volumetria ed ottenendo il cambio di destinazione in abitazione, non si può fare altro poiché l’area protetta e vincolata, la presenza di un sito archeologico ma soprattutto l’asperità del terreno, ne consentono l’utilizzo esclusivamente nel rispetto delle severissime norme che regolamentano l’area naturale.
Tanto è vero che il sindaco del comune ha affermato: “Chi la compra potrà solo guardarla.”
Probabilmente, aggiungiamo con una punta di malignità, perché la mafia non ritiene l’isola un affare. Altrimenti chissà da quanti anni vi si sarebbe insediato un resort di lusso con spa e, giusto per dare un ecocontentino, postazioni di birdwatching. Alla faccia dell’oasi naturale.

Alberto Cazzoli Steiner

Orvieto: recupero strutturale e considerazioni sull’impianto per la produzione di biogas

Inizieranno auspicabilmente entro la prossima estate i lavori per il recupero strutturale e funzionale di una tenuta agricola orvietana estesa su 62 ettari con due complessi edificati, l’uno in uso e l’altro dismesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 001.jpgLa vocazione del sito sarà agrosilvopastorale, in quanto verterà sulla produzione di manufatti realizzati con una  lana ovina particolarmente pregiata, olio, vino e prodotti correlati, con commercio diretto e presso unità distributive esterne.
Un’importante quota delle risorse verrà invece dedicata alla ricettività turistica ed all’effettuazione di attività afferenti l’ambito olistico di livello medio-alto.
Dei due complessi edificati, quelli in uso dispone di una fossa biologica bisognosa di consistente manutenzione, mentre in quello dismesso è presente la vecchia buca del letame, com’era in uso un tempo.
Il progetto prevede la realizzazione, in zona defilata, di un impianto per la produzione di biogas alimentato con le deiezioni animali e umane, con gli sfalci di frutteti, oliveto, vigna e con gli scarti alimentari e della lavorazione dei prodotti. La capacità dell’impianto consentirà l’autonomia relativamente all’acqua calda sanitaria ed al gas per uso di cucina.
Uno degli ambiti valutativi fondamentali riguarda conseguentemente la scelta del tipo di impianto: fitodepurativo aerobico piuttosto che mediante lagunaggio, oppure anaerobico.
tale scelta, che non esclude l’ipotesi del lagunaggio, potrebbe privilegiare l’ipotesi anaerobica per motivi estetici (maggiore possibilità di occultare l’impianto nell’ambiente) e legati alla diffusione di odori sgradevoli ed all’inevitabile genesi di zanzare, considerata l’attività ricettiva che caratterizzerà parte del complesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 003Questo scritto è incentrato sull’esame di alcune particolarità dei digestori e ad alcune caratteristiche del metodo pFOM e delle metodologie Weende e Nirs.
Premettiamo che se gli scarti vegetali riguarderanno residui della cucina, dell’orto, della sfalciatura e delle potature, le deiezioni animali saranno di origine prevalentemente ovina, quindi con marker organici e gradienti di acidità molto particolari e ben differenti rispetto a quelli di origine bovina massimamente noti in ragione della loro diffusione dovuta all’allevamento intensivo.
Sappiamo come la base teorica che sottende alla valutazione ed alla previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica sia il metodo Weende1, zoccolo duro dell’analisi della digeribilità dei mangimi e più noto come CFM, Crude Fiber Method. Risale al 1864, quando fu codificato da Henneburg e Stohmann.
L’alternativa potrebbe essere costituita dal metodo Van Soest, più accurato del precedente ma non il più avanzato tecnicamente2.
Entrambi i metodi si basano sulla determinazione della frazione difficilmente degradabile (cellulosa) e non degradabile (lignina) di un foraggio, assumendo che la differenza fra tali misurazioni sia il valore nutrizionale netto per l’animale. Poiché il metodo non elabora moltissime variabili prenderemo in considerazione metodi ancora più accurati3.
Riteniamo che l’applicazione ad un impianto di biogas di un metodo sviluppato per la valutazione di mangimi, come comunemente avviene, sia sbagliata poiché la degradazione della biomassa nell’apparato digerente di un animale è sostanzialmente diversa da quella che si verifica all’interno di un digestore anaerobico.
Un’evidenza fondamentale in tal senso è data dai tempi: da 24 a 48 ore per il passaggio attraverso l’apparato digerente di un animale, contro i trenta o più giorni di permanenza in un digestore anaerobico.
Dati indicativi come la sostanza secca e la sostanza organica secca sono inoltre superati. tanto è vero che hanno lasciato il posto all’indicatore pFOM, potentially Fermentable Organic Matter, materia organica potenzialmente fermentescibile. Il valore definisce ciò che può essere effettivamente fermentato in modo efficace escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcola l’autoconsumo della massa batterica.
Per parte nostra specifichiamo che, affinché un impianto di biogas possa conseguire il massimo livello di efficienza, devono essere sviluppate competenze integrate di biologia, fisica, meccanica, automazione. Va inoltre tenuto in conto il fatto che un impianto viene realizzato nella previsione di un lungo periodo di alimentazione: agricola, industriale, comunale e della conseguente valorizzazione dell’energia ricavata per la sua gestione o vendita come prodotto finale in uscita.
Per avere certezza del potere metanigeno dei substrati, della loro adeguatezza biologica, della reperibilità, del costo e della gestione logistica, l’alimentazione dell’impianto viene quindi definita già in fase progettuale.
Ricapitoliamo un istante prima di proseguire: la base teorica ancora oggi più avanzata che sottende a valutazione ed a previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica è il metodo Weender, ampliato di Van Soest per combinare ed elaborare numerose variabili, dove i dati su sostanza secca e sostanza organica secca, ritenuti superati, hanno lasciato il campo all’indicatore pFOM, valore che definisce ciò che può essere effettivamente ed efficacemente fermentato, escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine ​​grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcolando l’autoconsumo della massa batterica, identificando il tempo di fermentazione kd di ogni singolo componente.
Collegando quindi il valore pFOM con i dati forniti dall’analisi all’infrarosso NIRS, Near Infrared Reflectance Spectroscopy, in uso da decenni, eseguita mediante spettroscopia a corto raggio ed oggi certificata ISO 9001, è possibile ottimizzare la ricetta di alimentazione in modo biologico, tecnico ed economico, per ottenerne una massa di deiezione ottimale, anticipando eventuali criticità e prevedendo contromisure in anticipo rispetto al manifestarsi di eventuali problemi.
Il corretto termine tecnico utilizzato, solidi volatili (SV, norma UNI 10458:2011, definizione 3.65), deriva dalla traduzione letterale dal tedesco Organische Trockenmasse, appunto sostanza secca organica per differenziarla dalla sostanza secca che include anche la frazione minerale nota come ceneri, ed i SV sono strettamente correlati al BMP, Biochemical Methane Potential, potenziale metanigeno, costituendo un indicatore fondamentale in tutte le norme applicabili alle biomasse per digestione anaerobica. Quindi la loro misurazione è imprescindibile per una corretta gestione dell’impianto.
Il processo di produzione del biogas, combustibile rinnovabile e dotato di un buon potere calorifico, avviene all’interno di digestori nei quali la biomassa introdotta, dove il cosiddetto substrato, che trova un riferimento nella cellulosa4, viene demolito in percentuali variabili tra il 40 e il 60%. Il biogas ricavato dal processo è composto mediamente al 50-80% da metano, dal 15-45% da anidride carbonica e nella misura residua del 5% da altri gas, soprattutto idrogeno e azoto.
Se per produrre calore, o elettricità con motori cogenerativi, il biogas può essere utilizzato tal quale, per essere immesso in una rete distributiva di gas, anche minima e privata come quella prevista a Orvieto, è indispensabile prevederne la purificazione che innalzi al 95-98% la percentuale di metano, incrementandone così qualità e potere calorifico. Il prodotto ottenuto assume, a rigore, la denominazione di biometano.
Un m³ di biogas consente di ottenere 1,8÷2,2 kWh di energia elettrica o 2÷3 kWh di energia termica, e la sua produzione mediante digestione anaerobica si differenzia in base alla temperatura di svolgimento del processo e del tipo di microrganismi coinvolti.
Le definizioni sono, rispettivamente, psicrofila tra 10 e 25° C, mesofila a circa 35° C e termofila a circa 55° C.
Sembra una banalità, ma la qualità del prodotto finito, nel nostro caso il biogas, è funzione della qualità di ciò che mangia l’animale le cui deiezioni finiscono nel digestore, ed in particolare delle proteine grezze, la cui digeribilità dipende dalla razza dell’animale e dai batteri anaerobici.
Nel caso in esame le proteine sono, in realtà, perfettamente digeribili dai batteri anaerobici a prescindere dall’origine, con valori di BMP, Biochemical Methane Potential, che si aggirano sui 450 Nm3/ton SV, metri cubi Normali per tonnellata di solidi volatili.
Lo dimostrano i numerosi impianti per la produzione di biogas autorizzati dal Ministero della Salute a funzionare con resti di macellazione, i cosiddetti SOA, Sottoprodotti di Origine Animale.
Il valore di autoconsumo della biomassa batterica si misura con una prova biologica, calcolando la differenza fra i SV totali iniziali e finali della biomassa batterica, detta inoculo. Tale differenza rappresenta la frazione di materia organica digeribile che, non mutata in biogas, contribuisce ad accrescere la popolazione di batteri vivi.
Se, sin dai tempi di Pasteur e addirittura con una strumentazione autocostruita e un po’ di pazienza, è possibile effettuare una semplice verifica di Bmp, misurando la costante di tempo di digestione, ben diversa è una situazione come quella orvietana, dove dovremo gestire la quotidianità dell’impianto con la massima precisione, ove possibile anticipando problemi di carico e qualità, e senza ricorrere all’acquisto di scarti di terzi.
Verrà pertanto impiantato un sistema di controllo digitalizzato ed in grado di dialogare con l’impianto di carico, il digestore e le altre strutture aziendali, in ossequio alla legge 232/2016 Industria 4.0 per fruire delle relative agevolazioni, ben sapendo che un modello matematico statico non ci consentirà di gestire un sistema che, per quanto minuscolo potrà essere, sarà in permanente cambiamento esattamente come accade nei digestori di impianti ben più dimensionati ed alimentati con sottoprodotti, per loro stessa natura inevitabilmente variabili nel tempo.
Ciò comporterà la costituzione di un data base di dati concreti, nello storico comprendenti picchi, assenze, carenze, eccedenze, presenza di composti anomali, parametri dei substrati e tra questi TS, NDF, ADF, Lignina, ADL, zucchero, proteine, grassi, amidi e via enumerando5. E ciò potrà avvenire solo mediante costanti prove biologiche realizzate nelle effettive condizioni operative dell’impianto.
La gestione della banca dati dinamica permetterà di avere sotto controllo alimentazione, combinazione corretta dei substrati per ottenere una resa ottimale del biogas, problemi di accumulo nei digestori, consistenza del volume fermentativo utile. L’utilizzo del software specifico consentirà inoltre di analizzare la degradazione dei substrati singolarmente ed in relazione tra loro, la produzione di energia, l’autoconsumo di batteri, la disponibilità residua, la riduzione volumetrica ed innumerevoli altri elementi.
Si potrà così disporre di valori sempre aggiornati in tempo reale, monitorando ed inserendo da remoto dati e parametri, sia ottenuti manualmente sia automaticamente con l’ausilio di strumenti come il Nirs.
I fautori del metodo sostengono che mediante un software, alimentato da una serie di dati numerici ricavati da prove non-biologiche, sia possibile addirittura diagnosticare i problemi biologici e prevedere la riduzione del volume dei digestori per accumulo di sedimenti o massa galleggiante.
Lo scopriremo in corso d’opera poiché, come ben sanno coloro che da decenni svolgono funzioni tecniche dedicate, è impossibile prevedere la resa in metano di un substrato esclusivamente in base alle analisi chimiche come il pFOM, il cui scopo effettivo, ricordiamo, è il calcolo delle razioni dei mangimi. Aspetto che a noi interesserà in modo assolutamente marginale.
Poiché non riteniamo tecnicamente corretto applicare norme al di fuori del loro scopo dichiarato, verrà inizialmente applicata la norma tedesca VDI 4630, pur nella consapevolezza di quanto sia abbondantemente superata, per poi trasmigrare alle norme nazionali più recenti e precise, come da tabella sottostante.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 002Concludiamo queste brevi e sommarie note con una precisazione: pur in ossequio all’interconnettività tipicizzata dai criteri di Industria 4.0, nel caso specifico non è necessario che la strumentazione sia hi tech, ma è sufficiente che sia adeguata alla tipologia delle biomasse ed alle dimensioni dell’impianto e che le sue caratteristiche metrologiche siano note e affidabili.
Crediamo che requisito principale per la proficua gestione di un impianto di biogas sia fondamentalmente una mente aperta e libera da pregiudizi e timori, in modo da interpretare obiettivamente gli esiti delle prove biologiche senza tentare di parametrare la realtà con algoritmi predefiniti o con i risultati della letteratura scientifica ufficiale.
Quello che fa fede sono le norme e la loro scrupolosa osservanza, seguendo alla perfezione i protocolli prestabiliti, valutando sempre i margini di errore delle prove e le informazioni fornite dalle curve di produzione di metano.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Metodo Weende: quello ufficiale universalmente adottato e qui inteso in particolare per gli estrattivi inazotati, sempre superstimati rispetto al loro valore effettivo. In rete è presente esaustiva casistica
2 – Van Soest and McQueen: The chemistry and estimation of fibre – Cambridge University, 1973
3 – Considerazioni derivate in particolare dall’alimentazione di precisione delle bovine da latte
4 – norma UNI/TS 11703/2018
5 – La nota fa riferimento alle metodiche analitiche per la determinazione del contenuto in fibra degli alimenti, quella di Weende o della fibra grezza, ed il metodo Van Soest o della fibra neutro detersa, NDF, della fibra acido detersa, ADF e della lignina acido detersa, ADL.
Il metodo ufficiale universalmente utilizzato è quello di Weende, il cui principio è il seguente:
una aliquota dell’alimento macinato, dopo delipidizzazione con etere o acetone, viene trattata all’ebollizione per 30 min. con una soluzione di acido solforico 0,26N. Dopo filtrazione e lavaggio del residuo con acqua bollente questo viene trattato all’ebollizione per 30 min si filtra, si lava con acqua bollente e si secca il residuo in stufa; si pesa e si incenerisce il campione, che viene di nuovo pesato: la differenza tra le due pesate costituisce la fibra grezza del campione. Questo metodo sottostima il reale contenuto in fibra dell’alimento perchè il 50-90% della lignina, lo 0-50% della cellulosa e fino all’85% delle emicellulose può essere solubilizzato e quindi non dosato come fibra grezza.
Il sistema delle frazioni fibrose secondo Van Soest consente invece una migliore classificazione dei costituenti delle pareti cellulari. Principio del metodo:
a) fibra residua al detergente neutro NDF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente sodio laurilsolfato in ebollizione per 1 ora, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa; la differenza fra le due pesate, rapportata al peso del campione, costituisce l’NDF;
b) fibra residua al detergente acido ADF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente bromuro di cetil-trimetilammonio in acido solforico 1N in ebollizione per 1 ora. Si filtra, si essica in stufa il residuo e si pesa. Questo residuo costituisce l’ADF;
c) lignina ADL: il residuo dell’ADF viene trattato con acido solforico al 72% a freddo per 3 ore. Si lava, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa di nuovo: la differenza tra le due pesate costituisce l’ADL.
Il metodo NDF consente di separare cellulosa, emicellulose e lignina dalle pareti cellulari vegetali e dal materiale cellulare solubile rappresentato da zuccheri, acidi organici, sostanze azotate proteiche e non proteiche, lipidi, sali minerali solubili.
All’analisi NDF sfuggono le pectine, che vengono solubilizzate, anche se sono intimamente legate alla parete cellulare.
Il metodo ADF consente di determinare un residuo fibroso costituito da cellulosa, lignina, cutina e silice. La differenza tra NDF-ADF dà una stima delle emicellulose.
Il metodo ADL consente di determinare la lignina, al netto delle ceneri.

Ecovillaggisti: la fabbrica degli illusi non è mai in crisi

Premesso che la fabbrica degli illusi illude chi è disposto a farsi illudere, imperversa da tempo sul più diffuso dei social il santino della pecora, nera o che va controcorrente rispetto al gregge: ma a nessuno viene in mente che è pur sempre una pecora.
RIVE, Raggruppamento Ideologico Villaggi Eco-chic, è tornato a colpire patrocinando l’iniziativa di Italia che Cambia: Progettare il Cambiamento, weekend formativi in ecovillaggio che “lanciati per la prima volta nel marzo 2017” a detta degli organizzatori “si sono finora rivelati una scintilla di cambiamento per più di 150 partecipanti da tutta Italia.”
Non sappiamo se la scintilla sia stata senza conseguenze o se l’ecovillaggio abbia preso fuoco.KL-Cesec-CV-2014.02.21-PecoreMa, orsù, entriamo nel dettaglio: cosa serve, oltre all’intento, per creare un ecovillaggio? Calce, malta, legname, carpenteria, tavelloni, parquet, impianti elettrici, idraulici e termici, infissi e serramenti?
Non scherziamo: servono laboratori di yoga, di cucina e di autoproduzione, momenti di formazione-gioco, meditazioni collettive, sentieri di trekking e attività serali nonché:
Facilitazione, “una metodologia di lavoro sempre più diffusa che permette di porre attenzione ai nostri obiettivi, alle modalità con cui li raggiungiamo e alle persone coinvolte nel processo.”
Ecopsicologia, “disciplina in grado di attivare sensibilità e connessione con l’ambiente per facilitare l’autorealizzazione personale.”
Comunicazione ecologica e Ascolto profondo, “due strumenti utili a creare armonia nei gruppi – in modo che ognuno possa contribuire con i propri talenti a realizzare lo scopo comune – e per entrare in contatto con i propri mondi interiori sviluppando empatia con il prossimo.”
Sociocrazia, “metodo cooperativo in grado di dare ai gruppi umani maggiore efficienza, coinvolgimento, stabilità e agilità nei processi decisionali.”
Conoscenza e gestione del Conflitto, “focus orientato a comprendere il conflitto e la sua azione su di noi per affrontarlo in modo costruttivo ascoltando i messaggi che ci porta senza esserne travolti.”
Mai più senza.
E francamente non comprendiamo questa spasmodica attenzione alla gestione ed alla risoluzione dei conflitti: se sono tutti amici, belli, bio&bau, sorretti dall’intento, fanno pure meditazione, quali conflitti dovranno mai insorgere? Forse gli stessi che da sempre hanno diviso la sinistra ed i suoi cosiddetti intellettuali?
Ma perché progettare il cambiamento? Perché, affermano i promotori: “Uno degli obiettivi … è la diffusione delle conoscenze fondamentali all’uomo contemporaneo per costruire un futuro degno di essere vissuto in armonia con il Pianeta che lo ospita.”
Il programma “non è rivolto solo a chi ha bisogno di consolidare una traccia personale già avviata, ossia a chi ha già smesso di credere alla capacità della vita tradizionale, stretta nella tenaglia città-lavoro-consumo, di generare felicità.”
Bene, assertivi i ragazzi. E soprattutto modesti nelle ambizioni. Ma si, tanto è gratis… Ma avevamo chiesto “a chi”, non “a chi non”. Veniamo dunque a quando gli toglie le mutande: “Soprattutto, è rivolto a coloro i quali avvertono l’esigenza di cambiare la propria vita.” Azz.
“La presenza … di materie diverse che nascono dagli stessi presupposti di fondo e si pongono obiettivi simili, rende automaticamente questi eventi tra le migliori introduzioni possibili al sistema concettuale e pratico che porta al Cambiamento.”
“Ogni incontro comprende workshop di diverse materie, testimonianze e attività sociali. La socialità è una parte fondamentale del progetto, perché nel Cambiamento che verrà non saremo mai soli se impariamo a riconoscerci. A latere dei workshop sulle varie materie proponiamo pertanto cerchi di condivisione, esercizi di costruzione dell’identità di gruppo, laboratori sul “saper fare”, attività fisiche (movimento corporeo, yoga, trekking, ecc.), meditazione e visite guidate dell’ecovillaggio.”
“Nel prossimo incontro, che si svolgerà dal 14 al 17 giugno all’ecovillaggio Torri Superiore, nel comune di Ventimiglia … torneremo a parlare degli Strumenti del Cambiamento con un programma ricchissimo. Oltre alle 6 materie oggetto dei workshop, avremo una meditazione collettiva, un laboratorio di autoproduzione di cosmetici (crema all’aloe vera) e uno di cucina (gnocchi di patate alla ligure) a cura degli abitanti dell’ecovillaggio, e poi momenti di formazione-gioco, un sentiero di trekking (durante il workshop di Ecopsicologia), 2 cerchi di condivisione, 2 laboratori di yoga e uno di giochi teatrali, un Open Mic nella piazza di Torri Superiore e naturalmente la visita guidata dell’ecovillaggio.”
Si, ridi ridi che nell’ecovillaggio hanno fatto i gnocchi.KL-Cesec-CV-2014.01.31-Ecovillaggio-Ces-003Bene gente, questo è quanto. Per parte nostra, inutile che ci ripetiamo, non possiamo che ribadire il contenuto dell’articolo Percorsi per ecovillaggisti. Formativi? che scrivemmo il 21 febbraio 2014 sul cessato blog Cesec-CondiVivere, leggibile qui, e dal quale ci limitiamo a tratte alcune brevissime note ricomprese nel finale:
“Signori, questa è fuffa. Allo stato puro e a caro prezzo. … La questione è che, finché l’ecosostenibilità sarà appannaggio di questa gente alternativa che di alternativo ha solo notevole pochezza condita da altrettanto sussiego, la numerosa gente normale ma attenta alle questioni ecologiche si guarderà bene dall’accostarsi a siffatte istituzioni, temendo di finire in una comune fricchettona e lasciandole così preda di chi vive una realtà che, stando così le cose, sarà sempre e solo marginale e fuorviante.”
Questo invece, giusto per far sapere che non ci siamo inventati nulla, è il link alla pagina di Italia che Cambia dalla quale abbiamo tratto le notizie qui commentate.
Sarà un caso che, su un migliaio di ecovillaggi censiti nel mondo, i 32 censiti in Italia nel 2015 siano diventati 22? Naturalmente il conteggio degli ecovillaggi non comprende quelli moldavi, azerbaigiani, dell’America Latina, dell’Africa equatoriale e di tutti quei luoghi del sud del mondo dove non ci sono strade e dove le donne percorrono anche 20 chilometri al giorno per attingere acqua ad un pozzo e dove l’ospedale è a tre giorni di viaggio. No, quelli non li comprende perché sono veri, non finta miseria ecochic.

Alberto C. Steiner

Profumo di pane: dall’abbandono all’eccellenza

Nel suo libro Io faccio così, viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia (Chiarelettere, 2013) Daniel Tarozzi racconta storie di microeconomie, che non fanno più parte dell’aneddotica ma delle quali non troviamo notizia sui media impegnati a darci oggi il nostro nemico quotidiano informandoci su chi scanna chi, e che stanno silenziosamente consolidando una mentalità diffusa che valorizza il territorio e le competenze delle persone, spesso promuovendo lavori all’insegna dell’ecocompatibilità, del risparmio e della qualità della vita.
Della storia che stiamo per raccontare ci perviene una notizia datata 2013, ma l’origine risale addirittura al 1999. Perciò, prima di pubblicare, vogliamo verificare. E siamo felici di scoprire che ad oggi l’attività è più che mai viva e fiorente.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 001.jpgSanta Rita, nelle campagne attorno a Caltanissetta, è un borgo agricolo. Molto d’atmosfera e romantico, ma colpito dall’inesorabile abbandono che lo accomuna agli innumerevoli paesi fantasma italiani.
Aprire un panificio in un posto così è da pazzi, e infatti il pazzo c’è, risponde al nome di Maurizio Spinello ed ha fatto una scommessa, primariamente con se stesso. Piuttosto che andarsene come hanno fatto in tanti, o svolgere una stentata attività agropastorale, ha optato per una terza possibilità: aprire un forno e fare il pane. Cosa che avviene a partire dal 1999 grazie all’aiuto dei genitori e ad un prestito bancario.
Ma il suo non è un forno qualsiasi, perché grazie alla ricerca ed al recupero dei grani antichi siciliani Russello, Tumminia, Bidì, Maiorca, Perciasacchi ricavati da molitura a pietra, e con la sola aggiunta di sale, acqua e pasta madre viene preparato un pane seguendo il metodo tradizionale che prevede lievitazione lenta e cottura nel forno caricato con legna di mandorlo e di ulivo.
Anche la ricerca del mulino è stata laboriosa e tendente ad escludere tutti quelli industriali, che surriscaldano il grano durante la molitura. La scelta ha favorito un mulino di Castelvetrano, caratterizzato dalla lavorazione tradizionale a pietra.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 002I prodotti sono certificati Aiab, ed entrare nel forno di Maurizio Spinello significa essere inebriati dagli aromi di pane, legno di ulivo, terra, mandorle, lavanda, rosmarino, vino.
L’attività ha conseguito numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e, tra le numerose attività collaterali svolte, segnaliamo seguitissimi corsi di panificazione e la manifestazione Cibo che unisce, organizzata ogni ultima domenica del mese. Questa fiera del biologico fa incontrare aziende, consumatori ed appassionati siciliani (e non solo, considerata ormai la notorietà dell’evento) e comprende momenti di convivialità, musica, spettacoli teatrali e confronti tra i vari produttori che arrivano a radunare nel piccolo borgo fino a duemila persone.
Per finire, ma è un modo di dire perché in realtà, quando si è sorretti dalla passione e dalla creatività, non è mai finita… da qualche anno è in corso un’attività di agriturismo resa possibile dall’acquisto degli edifici abbandonati, oggetto di restauri accurati nel rispetto delle caratteristiche locali.
Precisiamo che questo non è un articolo redazionale, non pubblicihiamo quindi contatti ma solo questo link ad un gradevole filmato caricato su Youtube. Chi fosse interessato ad approfondire trova in rete ampia messe di riferimenti, tra questi il sito, e la pagina su uno dei più seguiti social network.
C’è indubbiamente qualcosa di magico in tutto questo. Quella magia, quell’alchimia che derivano dalla capacità di sognare, dall’intelligenza emotiva sorretta da pragmatismo, concretezza e determinazione.
Per quanto ci riguarda è l’ennesima dimostrazione che, nel rispetto di determinate condizioni, il recupero di borghi disabitati non solo è possibile ma può costituire una piacevole e redditizia fonte di attività.
A condizione, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di mettere mano al portafogli senza aspettarsi o, peggio, pretendere, che scenda la manna dal cielo sotto forma di stato assistenziale che deve dare, assegnare, promuovere, tutelare, garantire. Nel Medioevo prossimo venturo più che mai audentes Fortuna iuvat, il resto sono solo giochi da salotto ecochicbiobau.

Alberto C. Steiner

Un ringraziamento particolare a Rosa Kaska per avere pubblicato sulla propria pagina Fb la notizia che ci ha incuriositi.
Riferimenti: Foodscovery, Il Gambero Rosso, Italia che cambia, Tempi e Terre, Tripadvisor.

Terra cruda, paglia, vetro e acciaio

L’attenzione all’ecosostenibilità può abbinarsi vantaggiosamente al senso del bello, alle soluzioni innovative e al reddito d’impresa.CV 2017.04.26 Terra cruda 001Il CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, è in ordine di tempo l’ultima creatura nata da un’evoluzione professionale più che ventennale. Pur attuando interventi edilizi in contesti diversi fra loro abbiamo sempre privilegiato, dove possibile, soluzioni tecniche in sintonia con la bioedilizia e il risparmio energetico. Nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, di ecosostenibilità si sussurrava sottovoce esclusivamente tra pochi addetti ai lavori, nel contesto di riferimento ritenuti quanto meno degli stravaganti, e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
In tutti questi anni non abbiamo “costruito” nulla, fedeli alla nostra ambiziosa missione: recuperare l’esistente senza sottrarre ulteriore terra alla Natura con nuove edificazioni. Abbiamo ridato vita ad alberghi, conventi, edifici urbani e rurali dismessi, con il massimo rispetto possibile per l’ecosostenibilità ma attenti al bello, al nuovo, all’efficienza, all’ergonomia e, quando trattasi di complessi funzionali allo svolgimento di attività d’impresa, alla redditività.
Oggi siamo ad una svolta, di fronte ad una sfida che comporta ulteriore impegno e che accogliamo con piacere. Il nostro Paese conta innumerevoli realtà dismesse che possono tornare a rivivere in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente attraverso il recupero strutturale e funzionale, dai borghi abbandonati alle aziende agricole, dai terreni agli edifici rurali dove reimpiantare attività agrosilvopastorali, di trasformazione agroalimentare, artigianali, didattiche, ricettive dall’agriturismo all’albergo diffuso, residenziali attuate anche secondo la formula del cohousing con finalità sociali.
Non improbabili Avalon o attedrali nel deserto avulse dal contesto cronosociale ma recuperi edilizi rispettosi delle matrici identitarie territoriali e che privilegiano energie a bassa intensità e rinnovabili: fotovoltaica e idraulica, recupero delle acque piovane e riutilizzo di quelle reflue, minimizzazione degli sprechi anche attraverso il riutilizzo dei rifiuti, a loro volta suscettibili di dienire elemento privilegiato per la produzione di energia.
La nostra attenzione alle istanze sociali si sostanzia inserendo dove possibile, nelle strutture oggetto di recupero, quote residenziali e lavorative destinate a soggetti deboli o portatori di disagio, non come attività caritativa bensì quali realtà capci di autosostenersi finanziariamente.
In questo senso riteniamo fondamentale la collaborazione con imprese, associazioni, istituzioni nel convincimento che ecosostenibilità, finalità sociali ed iniziativa privata possano accompagnarsi vicendevolmente e che siano anzi maggiormente efficaci senza etichette o sponsor politici. Per tale ragione i progetti vengono sviluppati privilegiando il ricorso a risorse finanziarie private: istituti di credito, business angels e investitori.
Possiediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti: ricerca delle aree idonee, ottenimento delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
La nostra collocazione in una particolare nicchia di mercato, quella delle rivenienze da contenzioso, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Questo sito web e la pagina Facebook, aperta per condividere idee nell’intento di stimolare adesioni, vogliono essere un po’ vetrina e un po’ salotto.

ACS

Usseaux: quando il “sentirsi comunità” fa rinascere un borgo

Trovo fantastica la gente di montagna: più sali di quota e più aumentano l’identità culturale e, oggi, il desiderio di rinnovarsi.CV 2017.03.22 Usseaux 005Sintomatica in questo senso la storia di un territorio dimenticato fatto di case ridotte a ruderi e sentieri fangosi, sempre meno percorsi da abitanti sempre più in fuga verso Pinerolo, Torino e la vicina Francia.
Oggi, dopo diciassette anni di ostinato lavoro, ben lungi dall’essere concluso, molte case sono state recuperate, le strade sono lastricate in pietra e gli abitanti hanno smesso di andarsene. Nelle antiche stalle, alcune trasformate in musei, si tengono mercatini di Natale ed altre iniziative.CV 2017.03.22 Usseaux 00238,32 km² nell’alta Val Chisone ripartiti nelle cinque località di Usseaux, Balboutet, Fraisse, Laux e Pourrieres comprese fra un’altitudine di 1.210 e 2.890 metri nelle quali vivono 191 persone (dato Wikipedia) fra i boschi dove riecheggiano ancora gli echi del conflitto che tra il XVI e il XVIII Secolo contrappose cattolici e valdesi.
Area in gran parte montuosa e con limitati pianori coltivabili, dove bosco e pascoli costituiscono ancora oggi una ricchezza, nella quale ogni borgata doveva provvedere autonomamente al proprio sostentamento vivendo di allevamento, per quanto possibile di agricoltura, e scambiando i prodotti con le comunità vicine.
Ogni villaggio era infatti concepito e costruito in modo che gli abitanti vivessero in modo indipendente, e quasi tutte le borgate conservano ancora buona parte dell’antica struttura. Nel corso dell’ultimo secolo il progressivo abbandono ha portato un visibile degrado ai nuclei abitativi ed al territorio, ma oggi sono numerose le iniziative di recupero in corso.
Le borgate di Usseaux aderirono dal 1343 al 1713, anno in cui venne sottoscritto il Trattato di Utrecht, alla Repubblica degli Escartons (questo il link a Wikipedia per chi desiderasse approfondire).CV 2017.03.22 Usseaux 003Il percorso che ha ridato vita a Usseaux, facendolo ascrivere tra i Borghi più belli d’Italia, nasce dalla strategia di una decrescita messa in atto non solo nelle ristrutturazioni, ma anche nei più minuti gesti del quotidiano, attraverso un lavoro spesso immane, ma che ha ricreato un valore inestimabile.
L’azione pubblica ha riguardato la riqualificazione delle strade e il recupero di antichi forni, lavatoi, fontane. L’esito ha indotto i privati ad avere più cura delle proprie abitazioni ed a recuperarle nel rispetto delle specificità caratterizzanti le costruzioni, identificandosi sempre più con l’appartenenza ad una comunità territoriale dotata di caratteristiche e peculiarità assolutamente pregevoli.
In sinergia tra privato e pubblico sono state compiute azioni anche sul patrimonio forestale, certificato PFC, incentivando sempre di più l’utilizzo del legno locale, dimenticato com’è accaduto in tante valli montane. La filiera locale del legno inizia oggi ad importare sempre meno materiale dall’estero, in particolare dall’Austria e dall’Est europeo.
Ciascuna delle cinque borgate si caratterizza per alcuni murales che, contribuendo a riqualificarle ed abbellirle, sono dedicati al tema storico e culturale dei cattolici valdesi, al ciclo dell’acqua, alla filiera del pane nella borgata dotata di un forno comune, alla filiera del legno dove tutti i percorsi di abbellimento vengono realizzati con tale materiale, ed infine alla vita alpina e agli animali del bosco.CV 2017.03.22 Usseaux 004Particolare impegno, oltre che alla promozione e alla valorizzazione di un turismo naturalistico e culturale, è stato dedicato all’efficientamento energetico mediante lo sfruttamento di fonti rinnovabili, con l’obiettivo di pervenire all’autosufficienza.
Si sta lavorando al recupero della produzione agricola, agli inizi del ‘900 importante ma andata in gran parte perduta per l’abbandono delle valli generato prima dall’emigrazione e poi dall’industrializzazione, sul territorio particolarmente connessa al polo accentratore torinese.
In corso di rivalutazione anche pascoli e aziende di trasformazione casearia puntando a qualità e riconoscibilità dei prodotti.
Usciti dai localismi che in passato hanno portato solo improduttivi conflitti, Usseaux e gli altri comuni valligiani stanno sviluppando la condivisione, anche amministrativa, delle molteplici offerte turistiche attraverso una nuova visione progettuale, e la tematica del “fare rete”, adottata anche dagli artigiani locali con visibili economie di scala, potrebbe portare alla costituzione di un ecosistema territoriale che riunisca acqua, rifiuti, energia, mobilità promuovendola anche mediante forme di azionariato diffuso.
L’obiettivo primario non è creare un bel presepe a beneficio di un turismo pseudoculturale di passaggio, ma garantire concrete possibilità residenziali alla fascia in età lavorativa, con figli, che necessita quindi dei servizi necessari per fare in modo che gli abitanti non si sentano cittadini di seconda scelta.
L’amministrazione pubblica è perciò concentrata sull’investimento di risorse ricavate dalla valorizzazione dei beni locali, sia per garantire i servizi sia per proseguire recuperi e manutenzioni, nella consapevolezza che le opere vanno non solo realizzate ma anche mantenute.
L’inseriemnto di Usseaux nel circuito dei Borghi più belli d’Italia ha avuto ricadute positive in termini di visibilità in un contesto tendente a garantire un turismo di qualità, per accogliere il quale si sta seriamente pensando ad una formula di albergo diffuso che, idealmente, vorrebbe poter garantire una struttura a ciascuna delle cinque borgate per accogliere un turismo lento e sostenibile, integrato con esperienze sul territorio a partire dall’escursionismo in quota ma con l’assoluta preclusione ad infrastrutture pesanti come le funivie.CV 2017.03.22 Usseaux 001Con uno sguardo al Trentino Alto Adige, che però dispone di un’economia molto più diversificata, si sta creando spazio per fare in modo che tutte le potenziali risorse del territorio siano valorizzate creando attività socioeconomiche in grado di far crescere la comunità locale.
Unico rammarico: se Usseaux si fosse trovata nella vicina Svizzera, non solo della un tempo notevole rete locale di trasporti su rotaia costituita da ferrovie e tramvie molto sarebbe sopravvissuto, ma forse si sarebbe realizzato il collegamento ferroviario internazionale fra Pinerolo e Briançon progettato nel XIX Secolo e, chissà, anche quello con la Valle di Susa. Invece la tramvia Pinerolo – Perosa Argentina, che si attestava a pochi chilometri da Usseaux, venne soppressa nel 1968 “in nome del progresso” come scrisse il giornale locale, L’Eco del Chisone.

Alberto C. Steiner