Orvieto: recupero strutturale e considerazioni sull’impianto per la produzione di biogas

Inizieranno auspicabilmente entro la prossima estate i lavori per il recupero strutturale e funzionale di una tenuta agricola orvietana estesa su 62 ettari con due complessi edificati, l’uno in uso e l’altro dismesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 001.jpgLa vocazione del sito sarà agrosilvopastorale, in quanto verterà sulla produzione di manufatti realizzati con una  lana ovina particolarmente pregiata, olio, vino e prodotti correlati, con commercio diretto e presso unità distributive esterne.
Un’importante quota delle risorse verrà invece dedicata alla ricettività turistica ed all’effettuazione di attività afferenti l’ambito olistico di livello medio-alto.
Dei due complessi edificati, quelli in uso dispone di una fossa biologica bisognosa di consistente manutenzione, mentre in quello dismesso è presente la vecchia buca del letame, com’era in uso un tempo.
Il progetto prevede la realizzazione, in zona defilata, di un impianto per la produzione di biogas alimentato con le deiezioni animali e umane, con gli sfalci di frutteti, oliveto, vigna e con gli scarti alimentari e della lavorazione dei prodotti. La capacità dell’impianto consentirà l’autonomia relativamente all’acqua calda sanitaria ed al gas per uso di cucina.
Uno degli ambiti valutativi fondamentali riguarda conseguentemente la scelta del tipo di impianto: fitodepurativo aerobico piuttosto che mediante lagunaggio, oppure anaerobico.
tale scelta, che non esclude l’ipotesi del lagunaggio, potrebbe privilegiare l’ipotesi anaerobica per motivi estetici (maggiore possibilità di occultare l’impianto nell’ambiente) e legati alla diffusione di odori sgradevoli ed all’inevitabile genesi di zanzare, considerata l’attività ricettiva che caratterizzerà parte del complesso.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 003Questo scritto è incentrato sull’esame di alcune particolarità dei digestori e ad alcune caratteristiche del metodo pFOM e delle metodologie Weende e Nirs.
Premettiamo che se gli scarti vegetali riguarderanno residui della cucina, dell’orto, della sfalciatura e delle potature, le deiezioni animali saranno di origine prevalentemente ovina, quindi con marker organici e gradienti di acidità molto particolari e ben differenti rispetto a quelli di origine bovina massimamente noti in ragione della loro diffusione dovuta all’allevamento intensivo.
Sappiamo come la base teorica che sottende alla valutazione ed alla previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica sia il metodo Weende1, zoccolo duro dell’analisi della digeribilità dei mangimi e più noto come CFM, Crude Fiber Method. Risale al 1864, quando fu codificato da Henneburg e Stohmann.
L’alternativa potrebbe essere costituita dal metodo Van Soest, più accurato del precedente ma non il più avanzato tecnicamente2.
Entrambi i metodi si basano sulla determinazione della frazione difficilmente degradabile (cellulosa) e non degradabile (lignina) di un foraggio, assumendo che la differenza fra tali misurazioni sia il valore nutrizionale netto per l’animale. Poiché il metodo non elabora moltissime variabili prenderemo in considerazione metodi ancora più accurati3.
Riteniamo che l’applicazione ad un impianto di biogas di un metodo sviluppato per la valutazione di mangimi, come comunemente avviene, sia sbagliata poiché la degradazione della biomassa nell’apparato digerente di un animale è sostanzialmente diversa da quella che si verifica all’interno di un digestore anaerobico.
Un’evidenza fondamentale in tal senso è data dai tempi: da 24 a 48 ore per il passaggio attraverso l’apparato digerente di un animale, contro i trenta o più giorni di permanenza in un digestore anaerobico.
Dati indicativi come la sostanza secca e la sostanza organica secca sono inoltre superati. tanto è vero che hanno lasciato il posto all’indicatore pFOM, potentially Fermentable Organic Matter, materia organica potenzialmente fermentescibile. Il valore definisce ciò che può essere effettivamente fermentato in modo efficace escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcola l’autoconsumo della massa batterica.
Per parte nostra specifichiamo che, affinché un impianto di biogas possa conseguire il massimo livello di efficienza, devono essere sviluppate competenze integrate di biologia, fisica, meccanica, automazione. Va inoltre tenuto in conto il fatto che un impianto viene realizzato nella previsione di un lungo periodo di alimentazione: agricola, industriale, comunale e della conseguente valorizzazione dell’energia ricavata per la sua gestione o vendita come prodotto finale in uscita.
Per avere certezza del potere metanigeno dei substrati, della loro adeguatezza biologica, della reperibilità, del costo e della gestione logistica, l’alimentazione dell’impianto viene quindi definita già in fase progettuale.
Ricapitoliamo un istante prima di proseguire: la base teorica ancora oggi più avanzata che sottende a valutazione ed a previsione dell’efficienza biologica dei processi degradativi della materia organica è il metodo Weender, ampliato di Van Soest per combinare ed elaborare numerose variabili, dove i dati su sostanza secca e sostanza organica secca, ritenuti superati, hanno lasciato il campo all’indicatore pFOM, valore che definisce ciò che può essere effettivamente ed efficacemente fermentato, escludendo la parte non fermentabile (lignina, componenti di proteine ​​grezze e fibre come la cellulosa ed emicellulosa) e calcolando l’autoconsumo della massa batterica, identificando il tempo di fermentazione kd di ogni singolo componente.
Collegando quindi il valore pFOM con i dati forniti dall’analisi all’infrarosso NIRS, Near Infrared Reflectance Spectroscopy, in uso da decenni, eseguita mediante spettroscopia a corto raggio ed oggi certificata ISO 9001, è possibile ottimizzare la ricetta di alimentazione in modo biologico, tecnico ed economico, per ottenerne una massa di deiezione ottimale, anticipando eventuali criticità e prevedendo contromisure in anticipo rispetto al manifestarsi di eventuali problemi.
Il corretto termine tecnico utilizzato, solidi volatili (SV, norma UNI 10458:2011, definizione 3.65), deriva dalla traduzione letterale dal tedesco Organische Trockenmasse, appunto sostanza secca organica per differenziarla dalla sostanza secca che include anche la frazione minerale nota come ceneri, ed i SV sono strettamente correlati al BMP, Biochemical Methane Potential, potenziale metanigeno, costituendo un indicatore fondamentale in tutte le norme applicabili alle biomasse per digestione anaerobica. Quindi la loro misurazione è imprescindibile per una corretta gestione dell’impianto.
Il processo di produzione del biogas, combustibile rinnovabile e dotato di un buon potere calorifico, avviene all’interno di digestori nei quali la biomassa introdotta, dove il cosiddetto substrato, che trova un riferimento nella cellulosa4, viene demolito in percentuali variabili tra il 40 e il 60%. Il biogas ricavato dal processo è composto mediamente al 50-80% da metano, dal 15-45% da anidride carbonica e nella misura residua del 5% da altri gas, soprattutto idrogeno e azoto.
Se per produrre calore, o elettricità con motori cogenerativi, il biogas può essere utilizzato tal quale, per essere immesso in una rete distributiva di gas, anche minima e privata come quella prevista a Orvieto, è indispensabile prevederne la purificazione che innalzi al 95-98% la percentuale di metano, incrementandone così qualità e potere calorifico. Il prodotto ottenuto assume, a rigore, la denominazione di biometano.
Un m³ di biogas consente di ottenere 1,8÷2,2 kWh di energia elettrica o 2÷3 kWh di energia termica, e la sua produzione mediante digestione anaerobica si differenzia in base alla temperatura di svolgimento del processo e del tipo di microrganismi coinvolti.
Le definizioni sono, rispettivamente, psicrofila tra 10 e 25° C, mesofila a circa 35° C e termofila a circa 55° C.
Sembra una banalità, ma la qualità del prodotto finito, nel nostro caso il biogas, è funzione della qualità di ciò che mangia l’animale le cui deiezioni finiscono nel digestore, ed in particolare delle proteine grezze, la cui digeribilità dipende dalla razza dell’animale e dai batteri anaerobici.
Nel caso in esame le proteine sono, in realtà, perfettamente digeribili dai batteri anaerobici a prescindere dall’origine, con valori di BMP, Biochemical Methane Potential, che si aggirano sui 450 Nm3/ton SV, metri cubi Normali per tonnellata di solidi volatili.
Lo dimostrano i numerosi impianti per la produzione di biogas autorizzati dal Ministero della Salute a funzionare con resti di macellazione, i cosiddetti SOA, Sottoprodotti di Origine Animale.
Il valore di autoconsumo della biomassa batterica si misura con una prova biologica, calcolando la differenza fra i SV totali iniziali e finali della biomassa batterica, detta inoculo. Tale differenza rappresenta la frazione di materia organica digeribile che, non mutata in biogas, contribuisce ad accrescere la popolazione di batteri vivi.
Se, sin dai tempi di Pasteur e addirittura con una strumentazione autocostruita e un po’ di pazienza, è possibile effettuare una semplice verifica di Bmp, misurando la costante di tempo di digestione, ben diversa è una situazione come quella orvietana, dove dovremo gestire la quotidianità dell’impianto con la massima precisione, ove possibile anticipando problemi di carico e qualità, e senza ricorrere all’acquisto di scarti di terzi.
Verrà pertanto impiantato un sistema di controllo digitalizzato ed in grado di dialogare con l’impianto di carico, il digestore e le altre strutture aziendali, in ossequio alla legge 232/2016 Industria 4.0 per fruire delle relative agevolazioni, ben sapendo che un modello matematico statico non ci consentirà di gestire un sistema che, per quanto minuscolo potrà essere, sarà in permanente cambiamento esattamente come accade nei digestori di impianti ben più dimensionati ed alimentati con sottoprodotti, per loro stessa natura inevitabilmente variabili nel tempo.
Ciò comporterà la costituzione di un data base di dati concreti, nello storico comprendenti picchi, assenze, carenze, eccedenze, presenza di composti anomali, parametri dei substrati e tra questi TS, NDF, ADF, Lignina, ADL, zucchero, proteine, grassi, amidi e via enumerando5. E ciò potrà avvenire solo mediante costanti prove biologiche realizzate nelle effettive condizioni operative dell’impianto.
La gestione della banca dati dinamica permetterà di avere sotto controllo alimentazione, combinazione corretta dei substrati per ottenere una resa ottimale del biogas, problemi di accumulo nei digestori, consistenza del volume fermentativo utile. L’utilizzo del software specifico consentirà inoltre di analizzare la degradazione dei substrati singolarmente ed in relazione tra loro, la produzione di energia, l’autoconsumo di batteri, la disponibilità residua, la riduzione volumetrica ed innumerevoli altri elementi.
Si potrà così disporre di valori sempre aggiornati in tempo reale, monitorando ed inserendo da remoto dati e parametri, sia ottenuti manualmente sia automaticamente con l’ausilio di strumenti come il Nirs.
I fautori del metodo sostengono che mediante un software, alimentato da una serie di dati numerici ricavati da prove non-biologiche, sia possibile addirittura diagnosticare i problemi biologici e prevedere la riduzione del volume dei digestori per accumulo di sedimenti o massa galleggiante.
Lo scopriremo in corso d’opera poiché, come ben sanno coloro che da decenni svolgono funzioni tecniche dedicate, è impossibile prevedere la resa in metano di un substrato esclusivamente in base alle analisi chimiche come il pFOM, il cui scopo effettivo, ricordiamo, è il calcolo delle razioni dei mangimi. Aspetto che a noi interesserà in modo assolutamente marginale.
Poiché non riteniamo tecnicamente corretto applicare norme al di fuori del loro scopo dichiarato, verrà inizialmente applicata la norma tedesca VDI 4630, pur nella consapevolezza di quanto sia abbondantemente superata, per poi trasmigrare alle norme nazionali più recenti e precise, come da tabella sottostante.CSE 2019.03.10 Orvieto biogas 002Concludiamo queste brevi e sommarie note con una precisazione: pur in ossequio all’interconnettività tipicizzata dai criteri di Industria 4.0, nel caso specifico non è necessario che la strumentazione sia hi tech, ma è sufficiente che sia adeguata alla tipologia delle biomasse ed alle dimensioni dell’impianto e che le sue caratteristiche metrologiche siano note e affidabili.
Crediamo che requisito principale per la proficua gestione di un impianto di biogas sia fondamentalmente una mente aperta e libera da pregiudizi e timori, in modo da interpretare obiettivamente gli esiti delle prove biologiche senza tentare di parametrare la realtà con algoritmi predefiniti o con i risultati della letteratura scientifica ufficiale.
Quello che fa fede sono le norme e la loro scrupolosa osservanza, seguendo alla perfezione i protocolli prestabiliti, valutando sempre i margini di errore delle prove e le informazioni fornite dalle curve di produzione di metano.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Metodo Weende: quello ufficiale universalmente adottato e qui inteso in particolare per gli estrattivi inazotati, sempre superstimati rispetto al loro valore effettivo. In rete è presente esaustiva casistica
2 – Van Soest and McQueen: The chemistry and estimation of fibre – Cambridge University, 1973
3 – Considerazioni derivate in particolare dall’alimentazione di precisione delle bovine da latte
4 – norma UNI/TS 11703/2018
5 – La nota fa riferimento alle metodiche analitiche per la determinazione del contenuto in fibra degli alimenti, quella di Weende o della fibra grezza, ed il metodo Van Soest o della fibra neutro detersa, NDF, della fibra acido detersa, ADF e della lignina acido detersa, ADL.
Il metodo ufficiale universalmente utilizzato è quello di Weende, il cui principio è il seguente:
una aliquota dell’alimento macinato, dopo delipidizzazione con etere o acetone, viene trattata all’ebollizione per 30 min. con una soluzione di acido solforico 0,26N. Dopo filtrazione e lavaggio del residuo con acqua bollente questo viene trattato all’ebollizione per 30 min si filtra, si lava con acqua bollente e si secca il residuo in stufa; si pesa e si incenerisce il campione, che viene di nuovo pesato: la differenza tra le due pesate costituisce la fibra grezza del campione. Questo metodo sottostima il reale contenuto in fibra dell’alimento perchè il 50-90% della lignina, lo 0-50% della cellulosa e fino all’85% delle emicellulose può essere solubilizzato e quindi non dosato come fibra grezza.
Il sistema delle frazioni fibrose secondo Van Soest consente invece una migliore classificazione dei costituenti delle pareti cellulari. Principio del metodo:
a) fibra residua al detergente neutro NDF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente sodio laurilsolfato in ebollizione per 1 ora, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa; la differenza fra le due pesate, rapportata al peso del campione, costituisce l’NDF;
b) fibra residua al detergente acido ADF: tratta un’aliquota dell’alimento macinato con una soluzione contenente in qualità di detergente bromuro di cetil-trimetilammonio in acido solforico 1N in ebollizione per 1 ora. Si filtra, si essica in stufa il residuo e si pesa. Questo residuo costituisce l’ADF;
c) lignina ADL: il residuo dell’ADF viene trattato con acido solforico al 72% a freddo per 3 ore. Si lava, si essica in stufa il residuo e si pesa; quindi si incenerisce in muffola e si pesa di nuovo: la differenza tra le due pesate costituisce l’ADL.
Il metodo NDF consente di separare cellulosa, emicellulose e lignina dalle pareti cellulari vegetali e dal materiale cellulare solubile rappresentato da zuccheri, acidi organici, sostanze azotate proteiche e non proteiche, lipidi, sali minerali solubili.
All’analisi NDF sfuggono le pectine, che vengono solubilizzate, anche se sono intimamente legate alla parete cellulare.
Il metodo ADF consente di determinare un residuo fibroso costituito da cellulosa, lignina, cutina e silice. La differenza tra NDF-ADF dà una stima delle emicellulose.
Il metodo ADL consente di determinare la lignina, al netto delle ceneri.

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Rodano: cervi, daini ed opere idrauliche del XV Secolo in un’oasi ambientale a mezz’ora da Milano

CC 2018.07.03 Rodano Casa Gola 003C’era una volta… anzi c’è, fra i campi della pianura insubrica, un luogo, se non di eccellenza quanto meno di assoluta particolarità ambientale, dove si possoo ammirare daini e cervi e dove acque, impianti idraulici risalenti al tardo Medioevo, oasi ambientali ed antichi edifici sono stati salvaguardati dal degrado e dalla speculazione.
Rodano è un comune di 4.600 abitanti ubicato a 15.300 metri dalla piazza del Duomo di Milano, fra le direttrici Cassanese e Rivoltana; occupa una superficie di 13,07 km², l’85 per centro della quale destinata ad uso agricolo e, almeno fino ad ora, protetta dalle mire della speculazione edilizia.CC 2018.07.03 Rodano Casa Gola 001I fontanili, che rappresentano storicamente, insieme con le marcite impiantate dai monaci Cistercensi, una delle fonti della ricchezza della Pianura Padana (ancora oggi la più estesa area coltivata europea) assumono qui particolare rilevanza ambientale. Pratomarzo è il nome di una delle numerose cascine esistenti nel territorio comunale, ed il toponimo è palesemente derivato dall’antica presenza delle marcite.
Notevole la presenza di opere idrauliche, alcune delle quali risalenti al XV Secolo ed ispirate ai progetti di Leonardo da Vinci, che come è noto tra Milano e il fiume Adda trascorse anni fecondi di iniziative.
L’estensione comunale, ricompresa nel Parco Agricolo Sud Milano, si caratterizza inoltre per la presenza, insistente su una superficie di 22,2 ettari oltre a 68,6 ettari di fascia di rispetto, di una particolare area florofaunistica denominata Le Sorgenti della Muzzetta: un complesso boschivo igrofilo formato da farnie, noccioli, olmi, ontani neri, querce, salici, sambuchi oltre che dal rarissimo giglio dorato, dove trovano complessivamente dimora non meno di 312 specie censite, oltre a circa 90 specie avifaunistiche, molte delle quali nidificano.
Il suo indirizzo ufficiale è Strada Vicinale del Duca, che deriva il toponimo dal duca Gabrio Serbelloni la cui famiglia acquistò da altri nobili, a metà del XVIII Secolo, le terre situate tra le attuali strade Paullese e Rivoltana: per agevolare il transito all’interno della proprietà venne ripristinata un’antica strada interpoderale originariamente derivante da una centuriazione romana.
Cervi e daini sono visibili, persino dalla strada Rivoltana, all’interno della tenuta Invernizzi situata a Trenzanesio, il cui toponimo deriva da un’antica cascina ed il cui edificio più significativo è la monumentale Villa Litta, edificata, secondo lo schema tipico delle cosiddette “ville di delizia” lombarde, non si sa se nel 1540 o se esattamente un secolo più tardi.
Dopo varie vicissitudini, nel 1955 fu acquistata dalla Famiglia Invernizzi ed oggi è sede di una Fondazione, che la lascia visitare malvolentieri, sembra a causa di comportamenti poco edificanti tenuti in passato da alcuni visitatori.CC 2018.07.03 Rodano Casa Gola 002Non male, vero, per un piccolo comune dell’hinterland milanese? Ma c’è di più: Casa Gola, ex-convento e parte del classico nucleo rurale a corte chiusa – che talvolta si presenta fortificato come la non lontana Cascina Imperiale di Cernusco sul Naviglio – ed il cui impianto è tipico dell’architettura degli Umiliati, del quale a Milano si conserva un pregevole esempio costituito dal complesso di Monluè.
Casa Gola risale alla fine del XV Secolo e, citiamo dal sito del Comune: “Presenta pregevoli tratti architettonici e decorativi, un perimetro murario in cotto ed ambienti interni dagli alti soffitti con alcuni disegni a pittura restaurati.
Il recente recupero ne consente una fruizione collettiva ospitando il ‘Polo culturale a carattere botanico’ del Parco Agricolo Sud Milano, costituito dall’Erbario della Flora Padana, reso disponibile al pubblico ed in grado di richiamare l’attenzione delle scolaresche allo studio della botanica, e da una piccola biblioteca a sfondo naturalistico che funzionerà anche come punto di informazioni sul Parco e sulla vicina Riserva Naturale delle Sorgenti della Muzzetta.
Al primo piano di Casa Gola, in una nicchia usata per riporre le lampade o le candele, è presente un affresco raffigurante una gazza su un ramo. L’affresco è stato scelto, tramite un concorso popolare, come logo della Cultura a Rodano.”
Alcuni cittadini rodanesi, ed in particolare l’Associazione Il Fontanile, propongono in questi giorni un progetto di riqualificazione di questo edificio e del circostante, prezioso, ecosistema precedentemente descritto per far conoscere la natura e le testimonianze di una storia agricola fatta di opere idrauliche, cascine, strade agricole raccontando ai bambini ed ai grandi quanto vi sia di interessante e meritevole di approfondimenti, anche attraverso laboratori dedicati e, in un’ottica allargata, permettendo di scoprire le correlazioni fra il territorio locale e le vie d’acqua lombarde, Adda e Martesana in primo luogo.
Uno dei, niente affatto trascurabili, scopi dell’iniziativa è quello di rivalutare la località come meta di un turismo, non solo locale, che può trovarvi numerose attrattive naturalistiche, storiche, artistiche e gastronomiche.
Al centro del progetto proprio Casa Gola, concessa in usufrutto al Parco Sud per un periodo di 50 anni ma chiusa da alcuni anni. Recentemente è stato presentato un progetto di massima, che abbiamo trovato interessante e coinvolgente e sul quale ritorneremo, confermando la nostra disponibilità ad appoggiare l’iniziativa.

Alberto C. Steiner

Profumo di pane: dall’abbandono all’eccellenza

Nel suo libro Io faccio così, viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia (Chiarelettere, 2013) Daniel Tarozzi racconta storie di microeconomie, che non fanno più parte dell’aneddotica ma delle quali non troviamo notizia sui media impegnati a darci oggi il nostro nemico quotidiano informandoci su chi scanna chi, e che stanno silenziosamente consolidando una mentalità diffusa che valorizza il territorio e le competenze delle persone, spesso promuovendo lavori all’insegna dell’ecocompatibilità, del risparmio e della qualità della vita.
Della storia che stiamo per raccontare ci perviene una notizia datata 2013, ma l’origine risale addirittura al 1999. Perciò, prima di pubblicare, vogliamo verificare. E siamo felici di scoprire che ad oggi l’attività è più che mai viva e fiorente.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 001.jpgSanta Rita, nelle campagne attorno a Caltanissetta, è un borgo agricolo. Molto d’atmosfera e romantico, ma colpito dall’inesorabile abbandono che lo accomuna agli innumerevoli paesi fantasma italiani.
Aprire un panificio in un posto così è da pazzi, e infatti il pazzo c’è, risponde al nome di Maurizio Spinello ed ha fatto una scommessa, primariamente con se stesso. Piuttosto che andarsene come hanno fatto in tanti, o svolgere una stentata attività agropastorale, ha optato per una terza possibilità: aprire un forno e fare il pane. Cosa che avviene a partire dal 1999 grazie all’aiuto dei genitori e ad un prestito bancario.
Ma il suo non è un forno qualsiasi, perché grazie alla ricerca ed al recupero dei grani antichi siciliani Russello, Tumminia, Bidì, Maiorca, Perciasacchi ricavati da molitura a pietra, e con la sola aggiunta di sale, acqua e pasta madre viene preparato un pane seguendo il metodo tradizionale che prevede lievitazione lenta e cottura nel forno caricato con legna di mandorlo e di ulivo.
Anche la ricerca del mulino è stata laboriosa e tendente ad escludere tutti quelli industriali, che surriscaldano il grano durante la molitura. La scelta ha favorito un mulino di Castelvetrano, caratterizzato dalla lavorazione tradizionale a pietra.CV 2018.02.26 Borgo Santa Rita 002I prodotti sono certificati Aiab, ed entrare nel forno di Maurizio Spinello significa essere inebriati dagli aromi di pane, legno di ulivo, terra, mandorle, lavanda, rosmarino, vino.
L’attività ha conseguito numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e, tra le numerose attività collaterali svolte, segnaliamo seguitissimi corsi di panificazione e la manifestazione Cibo che unisce, organizzata ogni ultima domenica del mese. Questa fiera del biologico fa incontrare aziende, consumatori ed appassionati siciliani (e non solo, considerata ormai la notorietà dell’evento) e comprende momenti di convivialità, musica, spettacoli teatrali e confronti tra i vari produttori che arrivano a radunare nel piccolo borgo fino a duemila persone.
Per finire, ma è un modo di dire perché in realtà, quando si è sorretti dalla passione e dalla creatività, non è mai finita… da qualche anno è in corso un’attività di agriturismo resa possibile dall’acquisto degli edifici abbandonati, oggetto di restauri accurati nel rispetto delle caratteristiche locali.
Precisiamo che questo non è un articolo redazionale, non pubblicihiamo quindi contatti ma solo questo link ad un gradevole filmato caricato su Youtube. Chi fosse interessato ad approfondire trova in rete ampia messe di riferimenti, tra questi il sito, e la pagina su uno dei più seguiti social network.
C’è indubbiamente qualcosa di magico in tutto questo. Quella magia, quell’alchimia che derivano dalla capacità di sognare, dall’intelligenza emotiva sorretta da pragmatismo, concretezza e determinazione.
Per quanto ci riguarda è l’ennesima dimostrazione che, nel rispetto di determinate condizioni, il recupero di borghi disabitati non solo è possibile ma può costituire una piacevole e redditizia fonte di attività.
A condizione, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di mettere mano al portafogli senza aspettarsi o, peggio, pretendere, che scenda la manna dal cielo sotto forma di stato assistenziale che deve dare, assegnare, promuovere, tutelare, garantire. Nel Medioevo prossimo venturo più che mai audentes Fortuna iuvat, il resto sono solo giochi da salotto ecochicbiobau.

Alberto C. Steiner

Un ringraziamento particolare a Rosa Kaska per avere pubblicato sulla propria pagina Fb la notizia che ci ha incuriositi.
Riferimenti: Foodscovery, Il Gambero Rosso, Italia che cambia, Tempi e Terre, Tripadvisor.

Rovetta: l’esperienza di un ecovillaggio bergamasco dedicato principalmente ai disabili

Il ristorante è frequentato anche da ecochic milanesi che, tra casoncelli e polenta e strinù, discettano di cambiare il mondo come i quattro amici al bar mentre persone portatrici di handicap sgambettano in cucina e fra i tavoli.CV 2017.03.04 Coop Alchimia 001.jpgQui non ci sono tamburi sciamanici, tenda dell’inipi o scambi di massaggi reiki per imparare come si fa a realizzare ecovillaggi, ma solo gente che, gentile con chi se lo merita, si è rimboccata le maniche: siamo nelle Orobie bergamasche, per la precisione a Rovetta, dove presso la Rèssa de Fï – la salita per Fino (Del Monte) nella lingua dei padri, anzi delle madri – in località Vecchio Mulino si incontrano i tornanti che da Cerete Basso portano a Clusone.
Qui, il giorno di ferragosto del 2015 un gruppo di volontari decide di realizzare un sogno, costituendo Alchimia, una Onlus con l’obiettivo di svolgere le attività che caratterizzano la vita quotidiana di un ecovillaggio, traendone il proprio sostentamento.
Gli intenti sono valorizzare il territorio, vivere applicando nella misura del possibile il concetto di decrescita e inserire lavoratori protetti
I destinatari del progetto sono soggetti in situazione di svantaggio fisico, cognitivo e psicologico purché in grado di essere inseriti in un contesto lavorativo.
Sulla base di una concreta progettualità l’attività lavorativa è vista come opportunità emancipativa e di accompagnamento delle persone svantaggiate in un percorso finalizzato alla crescita dell’autostima.
Nell’ecovillaggio Vecchio Mulino è stato creato anche uno spazio per bambini, destinato a sussidiare genitori che hanno imprevisti lavorativi e a bambini bisognosi di un sostegno scolastico.
L’ecovillaggio è anche un ristorante ed un albergo, e l’associazione Alchimia (nin nomen omen…) sta attivando progetti di valorizzazione del territorio mirando soprattutto all’housing sociale, pensato in particolare per padri separati in difficoltà, che possono fruire di vitto e alloggio collaborando nel recupero degli spazi verdi estesi per circa tre ettari nei quali sono in corso esperienze di agricoltura e micro allevamento a chilometro zero.
L’associazione è infine aperta al territorio, cercando di valorizzare gli aspetti culturali della valle in collaborazione con le associazioni locali.
Il reperimento dei fondi necessari all’implemento dell’attività è avvenuto nel modo più logico e pragmatico possibile: nessuna attesa della manna dal cielo fatta scendere da qualche politico locale, nessuna richiesta di assegnazione o regalia con il cappello in mano in nome di improbabili e stantie visioni “alternative” ma, come si conviene a dei bergamaschi di montagna, mano al portafoglio e mutuo concesso sul valore dell’immobile e del terreno, rilevati da una situazione compromessa, ed in base a concrete garanzie di una fattiva progettualità.

Alberto C. Steiner

È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS

L’ecovillaggio del vicino: Ökodorf Sennrüti

Non sembra proprio una clinica svizzera, anche se lo era. La Kurhaus Bad Sennrüti venne realizzata in legno nel 1904 dall’imprenditore Isidor Grauer-Frey per effettuarvi terapie basate su bagni con idromassaggi e bagni solari, com’era di moda all’epoca. Nel 1922 ospitò per una cura anche lo scrittore Hermann Hesse e nel secondo dopoguerra venne ampliata e ammodernata sino a quando, il 9 settembre del 1973, un incendio la distrusse completamente. Fu ricostruita l’anno successivo ma l’attività cessò nel 2001 ed il complesso rimase abbandonato.cv-2017-02-26-okodorf-001Siamo a Degersheim, nel Cantone svizzero di St. Gallen, una cittadina di 3.791 abitanti incastonata in un paesaggio collinare a 800 metri di altitudine.
Che non siamo in Italia lo si capisce già dall’incipit della descrizione che ne fa Wikipedia: “Degersheim si trova sulla linea ferroviaria Südostbahn St. Gallen – Wattwil – Nesslau-Neu St. Johann.” Ecososteniblità a partire dalle strutture di trasporto.cv-2017-02-26-okodorf-005Nell’estate del 2009, venne acquisita dalla neocostituita Comunità Ökodorf Sennrüti, composta da una ventina di adulti di età compresa tra 25 e 62 anni con quindici bambini tra i sette mesi e dodici anni. Venivano da tutta la Svizzera tedesca, alcuni dalla Germania e per tre anni si incontrarono regolarmente per prendere in considerazione forme alternative di vita. sviluppando una visione comunitaria.
La battuta è troppo facile: essendo svizzeri non potevano che realizzare un ecovillaggio utilizzando una clinica. Invece non c’è proprio niente da ridere, è una cosa tanto seria quanto pragmaticamente organizzata. E anche per scegliersi il nome non hanno impiegato dieci anni come accade spesso da noi: Ökodorf, ecovillaggio, e Sennrüti dal nome della preesistente clinica. Punto.cv-2017-02-26-okodorf-007Il loro motto è Zukunftsfähig, hier und jetzt. Pronti per il futuro, qui e ora. Inizialmente la loro proposta di far rivivere il sito venne respinta dalla municipalità, che temeva di dover avere a che fare con una banda di hippies, ma di fronte a concreti progetti di riuso ed opportune garanzie non solo l’amministrazione comunale, ma anche quella Cantonale favorirono l’intento della comunità, e persino gli abitanti del paese – dopo la diffidenza iniziale – accolsero volentieri quei tizi un po’ strambi ma sempre sorridenti e gentili, anche perché “sponsorizzati” da nomi ben noti nel panorama culturale elvetico: il violinista Volker Biesenbender, il gesuita, maestro zen e fondatore dell’istituto Lassalle Niklaus Brantschen, lo storico Daniele Ganser, il musicista e compositore Paul Giger, la Consigliera Federale Pia Hollenstein. Va detto che gli stessi promotori dell’ecovillaggio non erano esattamente degli scappati di casa.
Sotto il profilo formale ogni famiglia è proprietaria dell’appartamento in cui vive, mentre una cooperativa costituita dagli stessi residenti è proprietaria degli spazi comuni e del terreno.
Prima di prendere una decisione definitiva i membri originari della comunità effettuarono delle prove, costituite da brevi periodi di vita in comune.cv-2017-02-26-okodorf-004A distanza di otto anni dalla sua nascita Ökodorf Sennrüti continua ad essere un progetto di vita in divenire, in particolare dedicato al potenziale di sviluppo umano ed ambientalee ricompreso in un concetto olistico, in grado di autoalimentarsi anche economicamente e nel quale una spiritualità, non di maniera ma profondamente radicata e senza orpelli, informa la vita di tutti i giorni degli attuali 30 adulti con altrettanti bambini.
L’ecovillaggio fa parte del network mondiale GEN, Global Ecovillage Network, al quale aderiscono anche alcuni ecovillaggi italiani.
Particolare attenzione viene posta nell’integrazione con la comunità locale, anche attraverso forme di cooperazione.cv-2017-02-26-okodorf-002Nell’ecovillaggio, che offre anche ospitalità di tipo alberghiero, la terra è coltivata con la tecnica della permacoltura e si svolgono numerose attività, aperte agli esterni.
Una, che promette di essere divertente e… golosa, è prevista per sabato 29 aprile: Pilze im eigenen Garten anbauen, crescere i funghi nel proprio giardino, un corso che insegnerà ad inoculare in legno vari tipi di funghi. E in chiusura niente cerchio di condivisione con tamburi sciamanici, ma un bel cestino di profumati miceti da portare a casa.

Alberto C. Steiner

I 25 anni del Parco Agricolo Sud Milano: lo stato dell’arte

Un emiciclo dall’Adda al Ticino esteso per 47.044 ettari dove svolgono la loro attività 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti: è il Parco Agricolo Sud Milano, nella cui area rientrano 61 Comuni che ne condividono i vincoli ambientali ed urbanistici.cc-2017-02-04-parcosud-003Istituito il 23 aprile 1990 ma, a causa del tempo necessario per stilare regolamenti e convenzioni, attivato due anni più tardi, festeggia quest’anno il suo primo quarto di secolo. Oggi è gestito dalla Città Metropolitana di Milano, l’ente subentrato alla Provincia a partire dal gennaio 2015.
Anticamente l’area di competenza del parco era un’inestricabile foresta di aceri, querce, carpini, ciliegi selvatici, farnie, frassini, olmi e tigli. La plurisecolare attività agricola, in particolare quella sviluppata dai monaci cistercensi che a partire dal XII Secolo introdussero i metodi di coltivazione intensiva e le cosiddette marcite, comportarono una prima antropizzazione del territorio. Una seconda fase, ben più invasiva, iniziò con l’industrializzazione del XIX Secolo accompagnata dalla costruzione di infrastrutture viarie e dall’espansione, spesso senza ritegno, delle aree edificate, ed oggi i tratti naturalistici dell’area non costituiscono l’elemento preminente del territorio.
Alcuni comuni hanno, letteralmente, sgomitato per poter essere inseriti nell’area e circa la piaga dell’edificazione non mancano le mistificazioni, come quella che riportiamo nel box sottostante.cc-2017-02-04-parcosud-001Il progetto di istituzione del parco ha rappresentato una notevole opportunità per conservare e riqualificare quel che restava della natura prossima alle aree urbanizzate, ed in particolare risorgive, fontanili, marcite e testimonianze della storia contadina lombarda come complessi storici religiosi a vocazione agricola (le abbazie di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone), corti fortificate (Carpiano, Coazzano, Fagnano, Gudo Visconti, Settala e Tolcinasco), antiche cascine (Bazzanella, Gudo Gambaredo, Santa Brera) e castelli (Binasco, Buccinasco, Cassino Scanasio, Cusago, Locate Triulzi, Macconago, Melegnano e Peschiera Borromeo).cc-2016-02-26-parco-sud-001Oggi l’attività principale delle aziende agricole che insistono sul territorio del parco è l’allevamento di bovini e suini, seguono la coltivazione di cereali, riso, girasole e soia. Numerosi i fondi a prato, gli orti ed i vivai. Sono state inoltre salvaguardate 40 antiche marcite.
Sempre più numerose sono le cascine attive, 29 delle quali convertitesi al biologico, dov’è possibile acquistare prodotti agricoli direttamente o tramite i 73 GAS, gruppi di acquisto solidale, che intrattengono rapporti con le aziende agricole.
Non trascurabile l’offerta agrituristica e gastronomica (non possiamo apporre il prefisso eno poiché in zona la produzione vinicola è oggi praticamente inesistente) anche tramite la presenza di qualificate trattorie, alcune delle quali tuttora ruspanti mentre altre si sono rifatte il look, ritoccando sensisbilmente e talvolta immotivatamente i prezzi.
Notevole l’offerta di percorsi ciclopedonali, sentieri per il trekking, birdwatching e persino opportunità di navigazione su fiumi e canali.
Purtroppo l’area, tangente l’aeroporto di Linate, comprende anche tangenziali esterne, siti dediti alle trivellazioni per la ricerca di metano ed impianti a biomasse per la produzione di energia elettrica, oltre a siti – dismessi ma non completamente bonificati – già sede di industrie chimiche che in passato hanno impattato pesantemente sul territorio.
Ciò che, ad un quarto di secolo dall’istituzione, non è a nostro avviso adeguatamente valorizzato è non tanto il significato naturalistico dell’area, quanto il concetto che il parco sia un luogo di lavoro, e come tale meritevole di rispetto.cc-2017-02-04-parcosud-004Sui vari siti, compresi quelli istituzionali (googlare per credere) il parco è eminentemente proposto come un giocattolo per cittadini, una valvola di sfogo delle tensioni e dei malesseri da inurbamento, un luogo dove fare gli agricoltori ecochic. Una sola considerazione: se come scritto più sopra esistono 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti, ciò significa una media di 2,91 addetti per azienda. Ne risulta in linea di massima che, escluse le aziende esistenti ma prive di addetti ufficiali (esistono, a dimostrazione che nel parco non tutto è rose e fiori, per esempio nel comparto apparentemente non-profit dove viene occupata manovalanza volontaria non retribuita), si tratta di realtà a conduzione familiare dove i buoni propositi di incremento delle opportunità di lavoro propugnati da politici ed associazioni non trovano riscontro per mancanza di spazi di manovra economici.
Il parco ha in ogni caso il merito di aver creato il tramite di un processo di reciproca conoscenza fra cassinée (come venivano definiti, in un tono invero un po’ sprezzante, i contadini dell’hinterland milanese) e cittadini, che in passato difficilmente si frequentavano. Per mezzo del parco gli agricoltori hanno inoltre trovato un’opportunità di uscire parzialmente dal circolo vizioso di prezzi capestro imposti dagli intermediari commerciali, ed i cittadini la possibilità di acquistare prodotti sani, non come quelli di plastica provenienti dal comparto agroindustriale.cc-2017-02-04-parcosud-002Nell’area del parco trovano infine spazio organizzazioni dedite alla solidarietà sociale, come quella – un tempo privata ed oggi confluita nell’Opera San francesco – che fornisce un alloggio ed un lavoro a detenuti ed ex-detenuti, la cui sede è attualmente in fase di restauro. O quella che accoglie ragazze e donne madri e vittime di violenza, stoicamente voluta da una suora, Ancilla Beretta, spentasi nel dicembre scorso all’età di 94 anni. E per finire, nel parco ci sono persino i Templari. Si incontrano in due stanze presso l’Abbazia di Chiaravalle, ma chi è in cerca di arcani misteri resterà deluso: la loro attività principale consiste nell’essere presenti, indossando la tunica con la croce patente, a determinate funzioni religiose nelle chiese del circondario. Non cercano proseliti, cercano soldi. Per ristrutturare antiche pievi e cascine da trasformare in luoghi per accogliere portatori di disagio sociale. E di notte, ad onor del vero non sempre offrendo prodotti bio a km zero ma quel che c’è, ed in quel caso non indossando la veste d’ordinanza, li trovate dalle parti della Stazione Centrale insieme con i City Angels a portare un aiuto ai sempre più numerosi homeless.

Alberto C. Steiner