Pandemia: annientato il mercato delle locazioni brevi

cc-2017-01-19-rodano-002Neppure la legge Reale1 riuscì dov’è invece riuscita la nuova peste.
Non tanto e non solo in forza delle norme restrittive bensì della paura folle, irragionevole, atavica che ha indotto gli umani a sfuggire i propri simili, a temerli, a scegliere di non vivere per paura di morire.
Tanto di cappello a chi ha saputo suscitare tutto questo, è gente persino più in gamba di Mendella, di Vanna Marchi e dei vecchi, pionieristici, consulenti globali d’assalto Fininvest.
Ma, certi dell’impunità, promotori e scherani dell’ignobile nefandezza lasciano che il telo di copertura, sempre più liso e squarciato, mostri senza ombra di dubbio lo sconcio verminaio, la vera natura della laida manfrina: affossare il paese, renderlo facile preda di avvoltoi che strappano brani di carne viva dal corpo ancora agonizzante, mentre con fare rassicurante ammanniscono al popolo bue sequele di menzogne che persino un bambino di cinque anni potrebbe smantellare.
Ma il popolo bue non lo fa, rintanato nelle caverne a pascersi di terrore e timore per il futuro. Perché il popolo bue le desidera, le menzogne, anela ad esse come a una droga anestetizzante.
Siamo alla terra bruciata, l’immonda manovra ha annichilito, devastato, annientato in ogni ambito economico innumerevoli attività artigianali, industriali, commerciali, professionali trucidate senza nemmeno la grazia del colpo alla nuca.
L’insipienza, la pochezza, l’immoralità di lor signori ha saputo solo partorire rinvii delle scadenze fiscali, elemosine e prestiti in luogo di contributi a fondo perduto.
In tale contesto, uno dei settori che più patisce lo sconvolgimento, per non dire l’azzeramento, è il mercato delle locazioni particolari, quelle brevi e quelle legate ai fenomeni di coliving e di coworking.
In riferimento a tale ambito, credo doveroso ripartire il fenomeno in due macro-realtà geografiche: Milano e il resto del non-paese.
Non è campanilismo, il mio, ma frutto di semplice constatazione: Milano, e la Lombardia, sono salite agli onori delle cronache quali maggiori focolai della pandemia, a livello mondiale. Non dimentichiamo che tutto nacque in quel di Codogno.
Inizio con le locazioni brevi: Milano non è solo la città di Leonardo, dell’Ambrosiana, della Scala, delle mostre a Palazzo Reale, ma anche la città degli eventi commerciali, la cui palma d’oro spetta indiscutibilmente al Salone del Mobile, totemico idolo inscalfibile che quest’anno è stato però abbattuto.
L’evento, che avrebbe dovuto avere luogo in aprile ma è stato per ora rinviato a giugno, porta in città, nell’hinterland e persino nell’intera regione centinaia di migliaia di visitatori, tecnici, operatori, acquirenti e turisti provenienti da ogni angolo del mondo per conoscere le novità e le tendenze dell’arredamento ed in generale dell’architettura di interni.
Proprio il Salone ha indotto numerose persone a compiere il salto, trasformandosi in affittacamere, magari sottoscrivendo mutui per acquistare appartamentini e loft da rendere disponibili a tariffe giornaliere variabili tra 150 e 500 euro.
L’immondo virus, o se preferite la supposta pandemia in quanto di vera a propria supposta trattasi, realizzata in acciaio rivestito in tela smeriglio, ha comportato la cancellazione di decine di migliaia di prenotazioni da parte di visitatori preoccupati, impossibilitati a giungere in città a causa delle norme restrittive e comunque privati dello scopo, con la contestuale restituzione delle caparre, non di rado già spese vuoi per approvvigionamenti, vuoi per la rata del mutuo, vuoi per mille altre ragioni che non ci è dato di sindacare.
Le prenotazioni non sono differibili a giugno, perché comunque vada a giugno le partecipazioni al Salone saranno scarsissime e perché qualche operatore avrà già prenotazioni: due o tre notti nell’ultimo scorcio di stagione perché, come è noto, a Milano dalla seconda metà di giugno alla prima di settembre non viene praticamente nessuno.
Senza contare il fatto che, a causa del coraggio da coniglio e della memoria da elefante che classicamente caratterizza le masse, pronte al pregiudizio, la circostanza comporterà un minore interesse turistico almeno per i prossimi sei o addirittura dodici mesi.
Si badi bene, qualora non fosse sufficientemente chiaro: non sto parlando di società di gestione, di holding del B&B, ma di piccoli proprietari. Sono loro, e non le società di gestione dai nomi altisonanti e dalla provvigione del 20%, che ci rimettono fior di quattrini.
La beffa, oltre al danno, consiste proprio nel fatto che se il proprietario dell’immobile guadagna la società di gestione prende una percentuale, ma se il proprietario non guadagna, a perderci è solo lui.
Questo fenomeno porta, naturalmente, acqua al mulino delle cassandre delle locazioni brevi, quelle che preferiscono locazioni lunghe, ordinarie, con inquilini affidabili ai quali (a Milano è comunemente in uso questo sopruso) chiedere il 730 o l’Unico per certificare la capacità di sostenere il costo della pigione.
Il coliving ed il coworking vivono invece una vera e propria Beresina: ciò che appariva in inarrestabile crescita prima dell’epidemia da coronavirus sembra in caduta libera.
Relativamente al coliving, particolarmente gettonato da studenti e giovani professionisti che ricercano soluzioni condivise in un mercato delle locazioni, quello milanese, fra i più cari d’Europa, il concetto stesso del vivere insieme sul quale si fonda, minimizzando gli spazi individuali a favore di quelli condivisi: cucina, bagno, soggiorno, terrazzo o giardino, è messo in discussione dalle nuove abitudini che rifuggono dalla promiscuità.
Per quanto mi riguarda ho già avuto modo di esprimere le mie forti perplessità circa la validità della formula coliving, che mi ricorda molto le economie di guerra e certe tipicità dei paesi ex-socialisti, dissuadendo dall’acquistare immobili da destinare a tale forma di investimento chi ebbe occasione di chiedermi un parere.
E pensare invece che alcune imprese di costruzioni stavano ipotizzando di realizzare nuove edificazioni costituite da appartamenti in vendita in coliving, versione urbana più intimista rispetto al cohousing.
Le stesse problematiche, credo addirittura estremizzate, affliggeranno il mondo del coworking, dove diventa ormai impossibile condividere scrivania, bagno e distributore di caffè con degli sconosciuti.
Il medesimo scenario è proponibile per città come Torino, Genova, Roma e Napoli. In località minori, dove i canoni di locazione sono più abbordabili e le case destinate alle locazioni brevi costituiscono generalmente, da gran tempo quando non da secoli, patrimonio di famiglia la scure si abbatte comunque, ma con effetti meno devastanti.
Per contro, intravedo uno spiraglio nel comparto delle compravendite: a parte gli immobili in esecuzione forzata, dove si potranno spuntare ribassi particolarmente remunerativi con il ricorso al saldo e stralcio, i prezzi non crolleranno.
Come è già accaduto in passato il mercato si fermerà per due, tre, forse anche sei mesi, per poi riprendere sulle stesse basi antecedenti l’interruzione privilegiando, come sempre, le metrature piccole e medie.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Legge 22 maggio 1975 n.152: Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico, detta legge Reale dal promotore Oronzo Reale, allora ministro di Grazia e Giustizia. Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Reale

 

Immobili e terreni demaniali: facciamo chiarezza

Successivamente all’uscita del nostro articolo Banca della Terra: appena nata già puzza di fritto rancido pubblicato il 18 corrente ci sono pervenute richieste di precisazioni, oltre ad accuse di essere i soliti disfattisti, nonché ecofascisti neoliberisti che respingono irridendole le iniziative tendenti a coinvolgere i giovani, i movimenti e le spinte dal basso.
Senza perder tempo a specificare quali siano i nostri convincimenti, da tempo ben noti a chi ci legge, replichiamo con questo scritto a tali vaneggiamenti.CV 2017.03.18 Bancaterra 002I beni immobili confiscati alla criminalità organizzata sono gestiti dall’Agenzia del Demanio, che nell’ambito delle procedure fissate provvede ad assegnarli o alienarli, non di rado affrontando fattori di criticità che portano a rallentare o rendere di fatto inutilizzabili i beni stessi: gravame di ipoteche o pignoramenti, procedure giudiziarie in corso, occupazione o locazione, quote indivise.
È all’Agenzia, unico organismo che ha la facoltà di disporre del bene, che qualsiasi ente privato o pubblico che si propone o propone il riutilizzo o l’assegnazione del bene deve riferirsi, di fatto ponendosi come intermediario delle aspettative del potenziale utilizzatore. E ciò vale anche per le varie associazioni che si propongono il riutilizzo di immobili o fondi sottratti alla mafia.
L’Agenzia del Demanio, soggetto giuridico autonomo costituito da una Direzione Generale a Roma in via Barberini e 16 strutture regionali, è nata nel 1999 dal conferimento delle funzioni dell’allora Ministero delle Finanze alle quattro Agenzie: Entrate, Territorio, Dogane e Demanio. Opera nell’ambito della Pubblica Amministrazione e, per raggiungere i propri obiettivi, ricorre a strumenti operativi di tipo privatistico nell’intento di perseguire il soddisfacimento dell’interesse pubblico mediante criteri di economicità e di creazione di valore economico e sociale nella gestione del patrimonio immobiliare dello Stato.
Poiché organi di stampa e altri media diffondono spesso informazioni superficiali e fuorvianti, non raramente a beneficio dell’immagine di associazioni e conventicole, va chiarito che il tratto caratteristico principale dei beni pertinenti al demanio pubblico è la loro inalienabilità (Codice Civile articolo 822 e seguenti, articolo 2774; Codice della Navigazione articoli 28, 29, 692 per le pertinenze del demanio marittimo). Gli altri beni, di proprietà dello Stato o di enti locali e non rientranti nel demanio, costituiscono il patrimonio dell’ente, ulteriormente ripartito in disponibile e indisponibile.
Stante la connotazione definita in premessa va quindi tenuto ben presente che, quando si plaude alla nascita o all’esistenza di questa o quella organizzazione, associazione o struttura intesa a rendere disponibili edifici, aree o fondi di proprietà pubblica ci si deve riferire a soggetti intermediari. Fumo negli occhi? Non sempre, anche se talvolta trattasi di veri e propri inutili doppioni nati da iniziative politiche ma privi di qualsiasi facoltà decisionale in materia di patrimonio statale.
La procedura per acquisire un bene soggetto all’Agenzia del Demanio è semplice: si accede al sito web, si ricercano le opportunità suddivise per regioni e province, si leggono le schede tecniche, si effettuano sopralluoghi e valutazioni, si partecipa ai bandi di acquisto o locazione cauzionando l’offerta con il 10% della medesima. Diverso è il caso delle concessioni, ben specificato sul sito caso per caso.
Nel contesto di queste note una menzione particolare spetta all’iniziativa Terrevive, scaturita dal decreto con cui il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, autorizzò in attuazione dell’art. 66 del decreto legge 24 gennaio 2012 n.1, convertito nella legge 24 marzo 2012, n.27 la vendita e l’affitto con prelazione riservata agli agricoltori under 40 di 5.510 ettari di terreni provenienti per 2.480 ettari al Demanio, per 2.148 al Corpo Forestale dello Stato e per 882 al CRA, Consiglio per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura. Nel testo della legge è espressamente vietato attribuire ai terreni alienati o locati una destinazione urbanistica diversa da quella agricola prima che siano trascorsi 20 anni dalla trascrizione dei contratti nei pubblici registri immobiliari.
La cartina sottostante illustra per ciascuna regione il numero di ettari dei terreni originariamente compresi nel Decreto Terrevive (5.510 e non 5.512 come indicato nella cartina stessa).
L’iniziativa Banca della Terra non costituisce pertanto che un’estensione, per non dire una sovrapposizione, all’iniziativa di cui sopra.CV 2017.03.25 Terrevive 001Tradotto in soldoni, poiché di questo si tratta: chi intende acquistare o locare immobili e terreni pubblico mette mano al portafogli, chi intende invece farseli assegnare gratis et amore dei segue un altro tipo di procedura e… aspetta l’esito dell’esame di congruità, nel frattempo riunendosi con i propri sodali per progettare, raccogliere consensi, organizzare eventi, discutere, deliberare, rilasciare comunicati stampa, attendere l’erogazione di sovvenzioni.

Alberto C. Steiner

Banca della Terra: appena nata già puzza di fritto rancido

Quando Montagnadizucchero propose la banda larga come mezzo risolutore dei problemi africani un nostro amico senegalese ci spiegò che i cannibali, nel Continente Nero, non esistono più da tempo e gli Africani ringraziavano ma non avrebbero saputo cosa farsene dell’arrivo di bande musicali composte da ciccioni.CV 2017.03.18 Bancaterra 002Da noi, nata sotto il segno dei pesci, è attiva dal 15 marzo la Banca della Terra, un applicativo disponibile sul sito dell’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, finalizzato a censire il patrimonio fondiario pubblico o sequestrato alla mafia e reso disponibile per la vendita o altre forme di possesso, con l’obiettivo dichiarato di agevolare il ricambio generazionale e recuperare terre abbandonate riportandole all’agricoltura valorizzando il patrimonio fondiario pubblico.
Ogni scheda informerà sulle caratteristiche naturali e strutturali dei terreni, sulle modalità e sulle condizioni di cessione e di acquisto, e nelle intenzioni costituirà un inventario completo della domanda e dell’offerta dei terreni e delle aziende agricole italiane. Se e quando Regioni e Province Autonome conferiranno i dati delle loro disponibilità da aggiungere ai per ora 8mila ettari resi disponibili da Ismea.
Scusate, ma siamo scettici. Non sull’aspetto tecnico: abbiamo verificato che l’applicativo informatico – sviluppato dalla bolognese Idea Futura utilizzando Flexcmp, il sistema ideato da Dedagroup, uno dei più importanti attori dell’Information Technology Made in Italy con headquarter a Trento e un fatturato di tutto rispetto – ben fatto e di agevole consultazione, consente di individuare le terre ripartite in tre classi (fino a 10 ettari, da 10 a 50, oltre 50) raggruppate per provincia, indicando tipologie colturali e informazioni catastali e corredando il tutto con una scheda in formato pdf che fornisce anche una mappa con buona vista da satellite.CV 2017.03.18 Bancaterra 001Il nostro scetticismo parte da queste premesse: se l’obiettivo dichiarato è quello di rimettere in circolo capitali e investimenti sulla terra, strombazzata come «perno fondamentale per la ricomposizione fondiaria e per la lotta all’abbandono dei terreni agricoli, nell’indifferibile intento di favorire l’occupazione giovanile» perché la legge, esistente dal marzo 2014, solo a dicembre 2016 è stata corredata dalle norme attuative? Quasi due anni per spiegare cosa si voleva ottenere dal software (peraltro immesso per la prima volta in reste alle ore 09:25 del 04/08/15) e come conferire l’elenco delle terre?
Quasi due anni prima che Regioni e Province Autonome, che in assenza di norme applicative non possono legiferare, potessero muoversi emanando una legge ed un regolamento, stilando e conferendo gli elenchi: se va bene passa un altro biennio (sicuramente non nel Veneto, dove dall’estate 2014 15mila ettari già censiti – quasi il doppio di quelli costituenti il patrimonio ministeriale – attendono solo di poter essere conferiti alla banca).
Il testo di legge recita inoltre testualmente: «La Banca delle terre agricole può essere alimentata con i terreni derivanti dalle attività fondiarie gestire dall’Ismea, sia da quelli appartenenti a regioni e province autonome, o altri soggetti pubblici interessati a dismettere i propri terreni». Quel “può” a nostro avviso la dice lunga…
Del resto lo stesso ministro Maurizio Martina, a margine del convegno di presentazione della Banca, ha dichiarato: «Si tratta di 8.000 ettari appartenenti a Ismea» Nè più, né meno. Aggiungendo che «si tratta di un importante sostegno ai giovani in agricoltura che si concretizza con l’utilizzo della banca dati e incentivi come decontribuzione totale per 3 anni per gli under 40 e incentivi al credito.»
In caso di richiesta d’acquisto da parte di giovani agricoltori, è infatti stata dichiarata la possibilità di richiedere un mutuo ipotecario all’Ismea (caso mai l’istruttoria per un mutuo, visto che Ismea non è una banca) argomentando di mutui a tasso zero per gli investimenti, e di esenzione totale dei contributi previdenziali per il primo triennio di attività. Per i mutui abbiamo interpellato alcune banche: ovviamente non ne sanno nulla, in attesa di disposizioni che spieghino, fra l’altro, chi e come pagherà il costo finanziario.
Viene infine dichiarato che le risorse ricavate dalla vendita dei terreni saranno destinate a interventi a favore del ricambio generazionale. Come, dove, quando? Silenzio e, per quel che ne sappiamo noi, anche una scopata può costituire un intervento finalizzato al ricambio generazionale.
«Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni», afferma Gianluca Guerra, trentenne veronese laureato in tecnologie alimentari, vincitore del premio conferito da Confagricoltura Verona per l’innovazione impressa all’azienda di erbe aromatiche rilevata dal padre nel 2013 aggiungendo che «per un’attività redditizia serve una base economica, alla quale vanno aggiunte competenze e impegno. Il mestiere di agricoltore non si può improvvisare ma intraprendere dopo aver studiato le esigenze del mercato sulle quali orientare le produzioni.»
Gli fa eco Andrea Lavagnoli, presidente di Cia Verona: «La Banca della terra veneta è un’iniziativa positiva ma presenta dei limiti» riferendosi a certi terreni messi a disposizione che non sono mai stati lavorati e spesso non si trovano in zone vocate all’agricoltura e sottolineando che «se un giovane deve partire da zero, serve accesso facilitato al credito, tutt’altro che scontato.».
Altro punto dolente la burocrazia, come sottolinea Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura: «Il progetto è eticamente affascinante, ma temiamo indirizzi diversi giovani verso attività difficilmente sostenibili economicamente. Per incentivare l’approccio occorrerebbe alleggerire fiscalità e burocrazia, che gravano sulle nostre aziende.»
Nonostante gli ostacoli, il ritorno degli under 40 in campagna è un fatto, visto come un’opportunità di conseguire reddito in un momento di crisi ma spesso, chi avvia una nuova attività parte da una proprietà familiare e da una base di capitale, indispensabili per programmare investimenti. Per l’agricoltura i giovani sono una risorsa, anche quando partono da zero. Per questa ragione è importante metterli in condizione di provare: solo con agevolazioni, sostegni e una formazione rigorosamente selettiva si eviterà di alimentare la fabbrica degli illusi e dei falliti.

Alberto C. Steiner

Coltivare legami: il condominio solidale

C’è una fascia debole della popolazione che oggi non riesce ad accedere alle misure locali o nazionali di contrasto alla povertà né ai servizi comunali, che invece raggiungono principalmente le fragilità delle famiglie il cui disagio si è cronicizzato e, partendo da questa riflessione che riguarda molti cittadini, ci siamo chiesti quali azioni sia possibile mettere in campo per dare una risposta anche ai loro bisogni.CV 2017.03.15 Condominio solidale 001.jpgLa persona dovrebbe sempre costituire il focus delle relazioni, quelle che sostengono la solidarietà reciproca accompagnando anche nei periodi in cui si affrontano difficoltà.
L’emergere di bisogni nuovi richiede la capacità di intercettarli e comprenderli attraverso l’adeguata progettualità di servizi innovativi sui quali investire, per affrontare situazioni di difficoltà temporanea o di disagio cronico che non trovano risposte nelle misure tradizionali di contrasto alla povertà. Pensiamo alla presenza di disabili all’interno della famiglia, alle madri con minori, alle situazioni di rischio evolutivo, o ancora agli adulti che faticano a reinserirsi nel mondo del lavoro.
Questo modello urbano ci piace e non lo riteniamo utopistico. Il condominio solidale risponde all’emergente necessità di casa o di socialità, di accompagnamento all’autonomia, di un contesto protetto e tutelato inserito nel tessuto urbano.CV 2017.03.15 Condominio solidale 002I bisogni specifici possono essere meglio affrontati in una piccola comunità dove si valorizzano i rapporti di prossimità e vicinato. In questo senso il condominio solidale promuove la solidarietà tra condomini con il sostegno reciproco e la partecipazione ad attività di socializzazione, sotto la guida di professionisti adeguatamente preparati.
Parlare di condominio sarebbe, tecnicamente, improprio poiché il modo migliore di concretizzare i progetti consisterebbe a nostro avviso in edifici ricostruiti o recuperati da imprese private, per esempio nell’ambito di più ampi progetti di edilizia convenzionata, e ceduti, come previsto nell’ambito di apposite convenzioni, alle amministrazioni comunali o ad operatori specializzati di provata affidabilità.

ACS

Nuovi attori dello sviluppo territoriale: i nonni

Tra i paesi europei siamo secondi solo alla Germania e la tendenza, in atto da tempo, viene annualmente confermata: i dati Istat e le previsioni avvertono che entro il 2030 gli over 80 potrebbero rappresentare quasi un terzo della popolazione.CV 2017.03.10 Anziani come risorsa 001Ciò che emerge nettamente è il calo della capacità di assorbimento istituzionale delle nuove e numerose esigenze che il fenomeno sta creando, accompagnate da richieste di servizi da parte di questo esercito di anziani. Che lo si voglia o meno, lo stato sociale non potrà rimanere com’è oggi: molto sta cambiando e cambierà in relazione agli assetti pensionistici e all’assistenza socio-sanitaria.
A causa della trasformazione delle famiglie, dovuta alla diminuzione o all’assenza dei figli e all’incremento di separazioni e divorzi, stiamo inoltre assistendo a nuove modalità di aggregazione sociale. Da una parte una congiuntura economica che limita notevolmente la possibilità, e talvolta la volontà, di intervenire attivamente nella cura di genitori e nonni, dall’altra un aumento esponenziale degli anziani, fascia di popolazione tra le meno privilegiate e più colpite dalla costante erosione dei fondi destinati al welfare.
Lo scenario è indubbiamente insidioso e l’unica alternativa consiste nella creazione di tutto ciò che non può essere chiesto al Servizio Sanitario Nazionale, che non dispone oggi di sufficienti mezzi finanziari. Non rimane quindi che ricorrere all’iniziativa privata, ispirandosi a modelli già esistenti laddove il welfare pubblico non è sviluppato come lo era da noi fino a qualche anno fa. La soluzione risiede nello sviluppo di realtà associative o imprese private non lucrative finalizzate ad un’assistenza qualificata e non improvvisata e all’organizzazione di relazioni sociali, contemplando la possibilità che gli anziani possano rendere disponibili le loro conoscenze a beneficio di bambini, adolescenti e giovani, oltre che prestare la loro opera in attività adatte al loro stato psicofisico, tenendo presente che il desiderio di rimettersi in gioco non manca. Una delle migliori possibilità perché ciò possa accadere è la statuizione di contesti coresidenziali sociali dove per attuare un’economia di scala tutta una serie di servizi sia condivisa: assistenza, cucina, spazi di fruizione comune. E dove possano trovare dignitoso alloggio anche studenti universitari, singoli e giovani famiglie, con la garanzia di spazi individuali inviolabili destinati a ciascun soggetto, in cambio della disponibilità ad essere presenti e attivi nei riguardi degli anziani residenti.
Ne abbiamo parlato in proposito il 28 febbraio scorso nell’articolo Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento, citando la positiva esperienza di un cohousing solidale nella città atesina.
Il problema non si pone, o si pone in misura modesta, nei centri minori e nelle località montane, che tradizionalmente godono di relazioni sociali più solide rispetto a quelle cittadine. La questione va quindi massimamente affrontata nei centri urbani di una certa dimensione: Bergamo, Bologna, Firenze, Verona, oltre che nelle grandi città: Bari, Milano, Genova, Napoli, Palermo, Roma, Torino per citare alcune località e prestando attenzione a non creare gerontopoli ghetto.
Un’alternativa, della quale beneficierebbero i numerosissimi borghi in stato di abbandono dei quali è costellata la Penisola, potrebbe essere costituita dalla creazione di cohousing sul modello dell’albergo diffuso, che le leggi vigenti consentono di attuare in agglomerati che non superino i tremila abitanti. Memoria e cura del territorio, attività condivise, ritmi lenti in contesti ambientali ben diversi da quelli urbani costituirebbero gli atout. Il come, il dove, le modalità potranno essere oggetto di opportuni studi, in fondo oggi stiamo solo gettando un seme.
Gli spazi esistono quindi, senza dover ricorrere a nuove edificazioni. Si tratta di adattare l’esistente sottraendolo al degrado. In tal modo non solo si eviterebbe ulteriore consumo del suolo ma, in special modo in riferimento ai siti non urbani, si rivitalizzerebbero il territorio e la sua cultura, ottenendo altresì una sorta di “guardiania sociale” che contribuirebbe a contrastare il degrado ambientale.
Concludiamo esortando a non dimenticare che a fronte di anziani che, per mangiare, rovistano negli scarti del dopo mercato o addirittura si umiliano compiendo piccoli furti nei supermercati, altri godono di un tenore di vita improntato alla massima serenità economica. A certificare la sussistenza di un’area di benessere diffuso è l’esistenza di sempre più numerosi portali e siti web dove si incontrano domanda e offerta di servizi e di attività legate al mondo senior con informazioni utili non solo al reperimento di assistenti, personale medico e operatori socio sanitari, strutture di accoglienza e case di riposo, ma anche rubriche riguardanti soldi e lavoro, hobby e casa, cultura e mostre, viaggi e tempo libero, sport e centri termali, aree shop e persino incontri per rapporti di ogni tipo, dall’amicizia fino a qualcosa di più.
La questione fondamentale, che supera qualsiasi fattispecie tecnica, si situa però in un nuovo modo di ripensare e ripristinare la solidarietà e lo spirito di vicinato, non da ultimo unendo anziani più fortunati, che godono di un ottimo stato di salute e dispongono di un reddito dignitoso, ad altri che vivono al limite della sussistenza. Utopia? Può darsi.

Alberto C. Steiner

Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento

Tradizione e innovazione, in Trentino, si fondono costantemente, facendo del territorio un laboratorio sperimentale apprezzato a livello europeo.
cv-2017-02-28-trento-001In quest’ottica si colloca la Deliberazione 59 del 3 maggio 2016 del Consiglio comunale di Trento, che impegna Sindaco e Giunta ad avviare il censimento degli immobili di proprietà comunale non utilizzati e che possano essere destinati al riuso come unità abitative, selezionando quelli più idonei ad un progetto di abitare collaborativo privilegiando, tra le caratteristiche complementari rafforzative, il fatto che siano situati in aree cittadine che verrebbero valorizzate dalla riqualificazione degli edifici, che siano limitrofi a spazi verdi da destinare ad orti urbani e si trovino prossimi alla viabilità ciclabile.
Attuando la delibera il comune si impegnava ad avviare un’indagine conoscitiva per confrontarsi con realtà già attive in Italia e all’estero, coinvolgendo altri attori sensibili al tema e individuando possibili finanziamenti anche attraverso la partecipazione a bandi europei, per sperimentare progetti di cohousing mediante la messa a disposizione di immobili secondo idonee modalità idonee, tra queste il comodato trentennale gratuito.
Il passo successivo consiste nell’elaborare il nuovo PRG, Piano Regolatore Generale, dedicando azioni specifiche alle residenze solidali ed alla coabitazione, e favorendo tramite sgravi e incentivi il recupero del patrimonio edilizio privato al fine di accentuare la coesione sociale cittadina e la riqualificazione del tessuto esistente nell’ottica di “costruire sul costruito”, scongiurando così l’ulteriore consumo del suolo.
Per quanto ne sappiamo è la prima volta in Italia che un’amministrazione pubblica esce dalla stantia logica assistenziale e delle cooptazioni per meriti di fazione politica per affrontare pragmaticamente la questione con piglio imprenditoriale, finanziario e di tutela del territorio.
Ciò significa che privati, associazioni e cooperative, se vorranno che sia loro concesso un immobile, dovranno presentare progetti realistici, circostanziati ed in grado di autosostenersi economicamente.cv-2017-02-28-trento-003Degna di nota, inoltre, la particolare attenzione con la quale l’ammistrazione comunale sta osservando il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione con l’intento di utilizzare le risorse costituite dal patrimonio di conoscenze degli anziani, non più considerati carne da ingrasso per il fatturato delle varie RSA ma portatori di insegnamenti a bambini e giovani.
Ciò significa intervenire sulla pianificazione e sulla riprogettazione degli spazi urbani, attualizzando nella pratica del cohousing due caratteristiche centrali della tradizione trentina: cooperazione e cura per il territorio, caratterizzando la trasformazione dei bisogni sociali di base, della casa e delle relazioni di vicinato.
Detto in altri termini, una visione globale in luogo della risposta sociale frammentata e caratterizzata da discontinuità assistenziale.
Effettivamente il cohousing si inserisce a pieno titolo nel contesto delle pratiche resilienti di sostenibilità e collaborazione civica, prestandosi ad essere esempio di innovazione sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello delle logiche economiche, con la possibilità di coinvolgere attraverso un’ottimale integrazione tra mercato, istituzioni e società civile, una vasta gamma di attori economici e sociali: cittadini animati da senso civico nella gestione del bene comune, associazioni, terzo settore e i diversi livelli della governance locale, anche in partnership pubblico-privato.
Rovesciando la logica tradizionale volta a intervenire sui casi problematici quando si sono ormai manifestati e promuovendo azioni ex-ante verso il disagio potenziale, in modo da ridurre i costi sociali e sanitari degli interventi indirizzati a problemi oramai conclamati, questo modello di cohousing sarebbe suscettibile di produrre benefici ai diversi livelli di complessità individuale-relazionale, comunitario e sociale rivelandosi espressione di un cambiamento nei servizi rivolti alla terza età.
Gli anziani, sottratti ad un ruolo passivo spesso accompagnato da senso di sfiducia, solitudine e sconforto, interagirebbero con giovani e adulti diventando protagonisti di un progetto di vita reale che crea alleanze permettendo di guardare al futuro con serenità.
Sul piano comunitario la soluzione rafforza la comunità intera, promuovendo l’esercizio della cittadinanza attiva, sostenendo la coesione e rinsaldando il sistema di relazioni sociali che anticamente innervarono il territorio.cv-2017-02-28-trento-002Trento può in questo senso vantare un modello che funziona, la Casa alla Vela, dove anziani e giovani già fruiscono di beni condivisi e servizi autoprodotti. Trattasi di un edificio costituito da tre appartamenti: i primi due accolgono 5 anziane parzialmente autonome seguite da due assistenti familiari, ed il terzo è abitato da 6 studenti dell’Università di Trento.
Le signore vivono insieme, escono liberamente, decidono il menu che l’assistente cucina per tutte e possono partecipare ad una serie di attività ed iniziative pensate appositamente per loro. Affitto, costi di bollette, spesa e assistente familiare sono divisi per cinque.
Gli studenti offrono parte del loro tempo per condividere momenti di relazione con le signore, conseguendo in tal modo la possibilità di ridurre i costi della loro permanenza a Trento svolgendo alcune mansioni utili alla casa, per le quali percepiscono una retribuzione. Qui il link al sito Percorsi di Secondo Welfare che ne parla in un articolo di Cinzia Boniatti e Enrico Bramerini pubblicato il 2 marzo 2015.
E, per concludere, la comunità scientifica è ormai unanime nell’inserire l’abitare collaborativo nella dimensione più concreta del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner

ECOnomy: Consulenza. Naturalmente.

ECOnomy nasce come marchio di CESEC, Centro Studi Ecosostenibili, per dedicarsi allo sviluppo di progetti in grado di contribuire alla salvaguardia dell’ecosistema, e la sua consulenza finalizzata va oltre i confini della realtà agrosilvopastorale per diventare compagna di viaggio specializzata per le imprese e le comunità che operano con attenzione al settore ambientale.economy-378x378ECOnomy intende aiutare le comunità coresidenziali, le aziende agricole e di trasformazione, chi si dedica all’ospitalità rurale e al benessere psicofisico e ad ogni altra iniziativa rivolta ad un futuro sostenibile con attenzione alle soluzioni energetiche rinnovabili e a basso impatto.
ECOnomy offre servizi di consulenza tecnica, progettuale e di stima, finanziaria, assicurativa e di garanzia individuando i sostegni finanziari più adeguati ai programmi di investimento attraverso l’ottenimento di finanziamenti e contributi privati, bancari e pubblici regionali, nazionali e comunitari. Fornisce inoltre assistenza per l’incremento del capitale ai fini dell’autosostentamento e dello sviluppo. Continua a leggere