Menu del giorno: terra, acqua e gasolio

31 chili di suolo, 23 quintali di acqua e quasi 5 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. Altro che cibo spazzatura! E moltiplicato per 7 miliardi fa una cifra spaventosa:
217 miliardi di chilogrammi di suolo
161 miliardi di quintali di acqua
 35 miliardi di litri di gasolio
Questa incredibile quantità di risorse, sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili, viene consumata indirettamente proprio sotto forma di cibo, perché costituisce la materia prima e l’energia necessarie a produrlo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Secondo la Fao metà del pianeta è già degradato e la prima preoccupazione sorge dall’analisi dello stato di salute dell’acqua dolce, con oltre 4 mila chilometri cubi estratti annualmente dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili.
Quanto al petrolio siamo già al punto di non ritorno, dato che la produzione automobilistica mondiale cresce da 9 a 12 volte più rapidamente di quella dell’oro nero.
Infine il cibo, dove si incentrano i maggiori sprechi perché la sua produzione intensiva richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia.
Nell’attuale periodo storico, da alcuni battezzato Antropocene, abbiamo bombe ad orologeria innescate ovunque, e il timer continua a correre a causa della distonia tra scienza del clima, consapevolezza della società e obiettivo finalizzato al profitto. Il momento dell’esplosione è prossimo, più o meno attorno all’anno 2045 a meno che non vengano introdotti mutamenti radicali nell’agricoltura industriale, nel riscaldamento e nella mobilità cittadina, e soprattutto nell’alimentazione.
Tutto questo ci ricorda due libri. Il primo è The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, scritto nel 2010 da Julian Cribb, noto comunicatore scientifico. Il secondo è quasi un reperto archeologico: Il medioevo prossimo venturo, scritto nel 1971 da Roberto Vacca, ingegnere esperto in questioni ambientali e sociali.cv-2016-11-25-cibo-022Cribb afferma che c’è ancora tempo per cambiare mediante un’azione rapida e universale. Vacca invece, senza mezzi termini, illustrava un irreversibile quadro apocalittico che avrebbe portato – come sta accadendo – a un degrado e ad un’involuzione, anche delle facoltà intellettive, sino a giungere alla scomparsa del genere umano e del suo habitat sociale così come oggi li intendiamo.
Entrambi gli autori sono accomunati, nella loro visione, nell’indicare le ragioni della nostra prossima dissoluzione nel cambiamento climatico, nella dipendenza da combustibili fossili, nel disboscamento finalizzato a creare spazi per foraggiare gli allevamenti e le colture industriali e, soprattutto, nell’incontrollata crescita della popolazione mondiale.
Il vero nodo da sciogliere sembrerebbe quindi quello del cibo, nel senso della sua pessima qualità e del sovraconsumo, che riguarda però solo il 23% della popolazione mondiale (percentuale nella quale rientriamo anche noi italiani) mentre il 47% patisce, letteralmente, la fame mentre, paradossalmente, è proprio il suo territorio quello ad essere maggiormente devastato da operazioni speculative come il land grabbing.

ACS

Incuria del territorio e l’alluvione delle casse da morto

L’amico Lorenzo Pozzi ha pubblicato oggi su Archeologia Ferroviaria l’interessante articolo 8 novembre 1982: l’Italia ferroviaria divisa in due dedicato all’esondazione del fiume Taro avvenuta nella notte fra l’8 e il 9 novembre 1982 e che, letteralmente, spazzò via tre piloni del ponte ferroviario sulla linea Milano – Bologna dividendo l’Italia in due sino alla posa di un manufatto provvisorio ed alla successiva ricostruzione del ponte danneggiato.af-2016-10-20-taro-1982-01Nulla di nuovo, naturalmente. Il disastro del 1982 fu preceduto da quello del 1973 e seguito da quello del 1987, al quale seguirono quello dell’autunno 2000 (questa volta fu il Po) e quello di due anni fa che interessò solo marginalmente la provincia di Parma, abbattendosi più intensamente su Modenese e Reggiano.
A parte l’alluvione di Firenze del 1966, quelle del Polesine nel 1924 e nel 1951, i disastri in Valtellina nel 1906, nel 1929 e nel 1987, quello nella biellese valle del Cervo e quello in val d’Ossola, quello di Monza nel 2003 e quello… e quello… e quell’altro… e a parte il fatto che da quasi un secolo a Milano ogni volta che piove l’Olona esce e nel quartiere di Niguarda si va in barca, lo stato idrogeologico del nostro Paese gode ottima salute.
Un tempo ero un idealista, successivamente divenni pessimista. Ora, a parte le cose che mi riguardano direttamente, lo ammetto: me ne sto alla finestra a guardare. Tentare di risolvere i problemi di questa baracca che qualcuno insiste a chiamare paese è come insistere nel pestare la testa contro il muro, con l’inevitabile risultato.
Si spendono un sacco di soldi ma non si sa per cosa, visti i risultati. In ogni caso la soluzione non consiste nell’arginare i danni provocati da un abuso del territorio, la soluzione consiste proprio in un utilizzo diverso del territorio, per esempio nella non cementificazione degli alvei, per esempio curando la manutenzione dei boschi, per esempio non abbandonando il territorio a se stesso. Lo so, tutte cose già dette.
Dimenticavo… la storia delle casse da morto. L’alluvione del 7 novembre 1973 colpì molte località delle valli del Taro e del Ceno. Tra queste Bedonia, dove la fuoriuscita di un piccolo rio provocò l’allagamento della parte retrostante di un palazzo storico, area che si trasformò in un vero e proprio lago con quattro metri d’acqua e dove decine di bare fuoriuscite dal magazzino di una ditta di onoranze funebri che nel palazzo aveva sede presero a galleggiare come canoe. Dopo oltre quarant’anni questa lugubre scena rubata all’apocalisse rimane ancora ben salda nell’immaginario dei bedoniesi rimane ben salda, tant’è che tuttora l’evento è ricordato come “l’alluvione delle casse da morto”.

Alberto C. Steiner

La Dama dell’Ermellino, nata in Brianza tra rogge e mulini

Il primo documento europeo che ne parla è il Trattato d’Architettura di Vitruvio, ma dell’utilizzo del mulino idraulico si trovano tracce in iscrizioni mesopotamiche.
A partire dal IX Secolo il suo utilizzo si diffuse e il suo predominio, insieme con quello del successivo mulino a vento, rimase incontrastato sino al XIX Secolo quando l’avvento della macchina a vapore prima e del motore elettrico successivamente, ne decretarono la fine.cv-2016-09-28-dama-ermellino-002Per avere un’idea della produttività: poteva macinare due quintali di grano in un’ora, equivalente al lavoro di 40 schiavi o tre asini in un giorno.
Solitamente identifichiamo l’energia idraulica con la produzione di granaglie, ma essa serviva anche per ricavare olio e per azionare i telai delle filande o i magli dei fabbri.
Dai riscontri in nostro possesso risulta come gli ultimi mulini lombardi funzionanti ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso furono il Mulino Colombo di Monza e il mulino Orsi di Miradolo Terme in provincia di Pavia.
Circa la sorte del secondo nulla sappiamo, il primo venne invece trasformato in museo etnografico con annesso un minuscolo ristorante, tuttora esistente nel centro del capoluogo brianteo.cv-2016-09-28-dama-ermellino-005La strutture dei mulini ad acqua, in alcune parti analoghe e comuni a quelle di altri opifici industriali idraulici, sono sostanzialmente riconducibili al canale di adduzione delle acque: la ruota esterna all’edificio trasforma l’energia idraulica in energia meccanica che, attraverso una serie di alberi e ruote dentate, viene trasferita alle macine in pietra all’interno dell’edificio, come mostra l’immagine sottostante.cv-2016-09-28-dama-ermellino-004Relativamente alla produzione olearia parametrata ad un quintale di prodotto originario, dal lino si ricavava una resa in olio del 22%, dal germe di grano il 6%, dalle mandorle circa il 40%. Le scorie di lavorazione pressate in panetti, o panelli, venivano acquistate dai contadini come mangime per animali.
Le macine potevano essere orizzontali o verticali a seconda del tipo di lavorazione e del prodotto da ottenere e appositi invasi o tramogge servivano a raccogliere e convogliare alle macine la materia prima da sottoporre a pilatura o macinazione, mentre i buratti, per i cereali, raccoglievano il prodotto della prima lavorazione separando la farina dalla crusca.
Leve, tiranti, contrappesi, viti di regolazione e cinghie accompagnavano ovunque la complessa struttura, innescando o interrompendo i flussi.
L’avvento del vapore e dell’energia elettrica ha trasformato e reso obsoleti in breve tempo gli antichi impianti ad acqua con le grandi ruote in legno e ferro, i vecchi e polverosi congegni, talvolta d’impostazione ancora medievale, i suggestivi ambienti dove per secoli vennero lavorati i cereali locali.
La possibilità di localizzare le strutture produttive lontano dai corsi d’acqua provocò, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, una vera e propria rivoluzione nell’organizzazione del lavoro: non più luoghi obbligati, spazi ridotti, aree spesso umide, fredde e talvolta di difficile accesso, ma spazi ampi, ben serviti, dove le trasformazioni e gli adeguamenti erano in ogni modo e momento facilmente attuabili. Un esempio di razionalità in tal senso sono i Mulini Certosa, situati lungo la Statale 35 dei Giovi presso la Certosa di Pavia.
Oggi rimangono solo poche testimonianze di mulini ad acqua ed altre fabbriche idrauliche progressivamente abbandonate, che fortunatamente qualcuno ha conservato e talvolta recuperato salvando la memoria di quella che alcuni autori hanno definito l’unica vera grande “Macchina del Medioevo”.
I mulini dismessi e riconvertiti in musei della civiltà contadina, relais o ristoranti d’atmosfera sono innumerevoli, così come numerosi sono quelli tuttora in vendita, spesso in luoghi suggestivi.
E concludiamo quindi queste brevi note citando un mulino – nel quale oggi sono stati ricavati un piccolo museo ed un ristorante molto bello – situato ad Agrate Brianza: il Mulino dell’Offellera.cv-2016-09-28-dama-ermellino-001Il 30 ottobre 1926 un contratto redatto su 40 pagine ne assegnava la conduzione, da parte del proprietario Pio Istituto dei Rachitici di Milano, ai signori Ortolina Livio, Calimero e Aliberto (detto Liberto) per un periodo di nove anni rinnovabili.
La perizia di stima allegata al contratto, a cura dell’ing. Luigi Giachi, descrive nel dettaglio i beni oggetto dell’affitto:
Prato “di sotto” per 34.340 m2
Prato “di mezzo” per 43.140 m2
Prato “di sopra” per 58.340 m2
Caseggiato e molino composto da cascinale di 21 vani su 2 piani con corte, orti e spazi uniti su un’area di 4.870 m2 (di cui 2.490 in catasto terreni e 2.380 in catasto fabbricati).
Complessivamente una proprietà di oltre 14 ettari tra i comuni di Agrate e Brugherio, con il mulino situato in quella che ancora oggi è chiamata Curt di Murnée, corte dei mugnai in dialetto.
Ma cos’avrà mai di particolare questo vecchio mulino, in fondo uno come tanti, per essere al centro della nostra attenzione?
Anzitutto il fatto di essere alimentato dalla Roggia Gallerana, tuttora esistente anche se non più in uso e in parte interrata, che sorgeva al Pian d’Erba derivata dal fiume Lambro e che, svolgendosi lungo la Brianza collinare, da Villasanta (in origine La Santa) raggiungeva Agrate Brianza e Brugherio e di qui attraverso Cisnusculus (l’attuale Cernusco sul Naviglio) e Pioltello si ricongiungeva al Lambro nei pressi dell’attuale San Donato Milanese.cv-2016-09-28-dama-ermellino-006Nel Quattrocento il duca Galeazzo Maria Visconti approvò una variante affinché il corso d’acqua venisse estratto dal lambro mediante un pozzo. Successivamente alla realizzazione del canale della Martesana dovuto a Leonardo da Vinci, l’acqua venne derivata dal canale Villoresi (originante dal Ticino e passante per Monza in senso Ovest-Est) incrociandosi con la Martesana, cosa che tuttora avviene tramite un sistema di chiuse non distante dalla stazione della metropolitana di Villa Fiorita, all’estremità orientale del comune di Cernusco sul Naviglio.
Ma è ben altra la particolarità della roggia Gallerana: essa deve il suo nome alla famiglia benestante dei Gallerani, di origine senese e trasferitasi a Milano – dove abitava nell’attuale corso Garibaldi presso San Simpliciano – a causa della guerra tra Guelfi e Ghibellini. Essendo di origine “straniera” non è censita fra i nobili milanesi anche se, provvista di notevoli mezzi, acquisì terre nella Brianza orientale ed in particolare tra Agrate Brianza e l’antica Vicus Mercati, l’odierna Vimercate. Di sua proprietà divenne la roggia, che dall’antroponimo prese a quel punto il nome.
Il mulino in questione fu voluto nel 1476 da Fazio Gallerani, padre di quella Cecilia che, sedicenne, divenne l’amante di Ludovico il Moro, lo “sponsor” ambrosiano di Leonardo da Vinci, al quale commissionò il ritratto successivamente intitolato La dama con l’ermellino, un piccolo olio su tavola delle dimensioni di 54×40 cm, databile al 1488-1490 ed uno dei più famosi insieme con la Gioconda e la Vergine delle Rocce.cv-2016-09-28-dama-ermellino-003Nel 1488 il Moro ricevette dal Re di Napoli il titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino, e sembra che l’identificazione con la giovane amante Cecilia Gallerani si basi sul sottile rimando rappresentato dall’animale simbolo di purezza e incorruttibilità, in greco denominato galḗ, γαλή, con un’allusiva assonanza al cognome di Cecilia.
E quindi? E quindi niente: la roggia Gallerana percorre tuttora, parzialmente interrata, i territori di Cernusco e Pioltello, e in quest’ultima località, al confine con Segrate non lontana da una nota industria tipografica, insiste una imponente cascina in via di progressivo degrado che potrebbe essere recuperata per ricavarne residenze, terreni coltivabili e spazi abitativi e di fruizione sociale a servizio della comunità.

Alberto C. Steiner

Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo

La condivisione di un video dedicato al recupero di particelle idriche dalla sospensione atmosferica, pubblicato da Marina Busetto su Idee per un mondo migliore ci ha riportati con la memoria ad uno dei nostri fallimenti.
Primavera 2014: era per noi un periodo di intensa attività sul fronte dell’acqua intesa come bene pubblico. Il nostro slogan era “Compriamo l’acqua per salvare l’acqua” intendendone il salvataggio dalle mani della speculazione finanziaria che, ad onta del referendum del 2011, allungava le mani sulla rete distributiva.
Disponendo di una mappatura attendibile relativa a centinaia di sorgenti alpine non sfruttate iniziammo un lavoro presso comuni, comunità montane, comprensori, movimenti proponendo di richiedere la concessione governativa e la costituzione di public company che sarebbero state proprietarie degli impianti di adduzione e distribuzione. Grazie a certi contributi pubblici la cosa sarebbe stata fattibile senza particolari sforzi finanziari e i cittadini avrebbero beneficiato per decenni della loro acqua senza interferenze ed a costi più che accettabili, decisamente inferiori a quelli nomalmente praticati. Non solo non pervenimmo mai ad un’assemblea pubblica, ma ci scontrammo con un muro e con il sarcasmo di certi politici, che deridevano la nostra iniziativa perché l’acqua sarebbe stata sempre un bene pubblico, e lo stato avrebbe fatto, dato, garantito e blablabla. Insomma, il solito imbonimento dell’assistenzialismo e dell’inazione da caravanserraglio pubblico. Intanto, a distanza di soli due anni, tutti siamo in grado di vedere cosa sta accadendo e in ogni caso, siccome non siamo masochisti, a un certo punto mollammo il colpo.cv-2016-09-18-warka-001Proprio in quel periodo una società composta da sette agguerriti trentenni veneziani ci contattò proponendoci di esaminare il prototipo di una struttura in bamboo che, attraverso un processo di condensazione, ricavava acqua dall’aria.
L’idea era quella di una produzione in serie da diffondere nei paesi africani tramite l’acquisto da parte di Ong e Onlus, ma servivano investitori per partire con una prima produzione in serie.
A regime il manufatto non sarebbe costato più di 400 euro e l’eventuale manutenzione sarebbe stata attuabile persino con ciò che sarebbe stato possibile reperire sulle bancarelle dei mercatini locali africani, comprese le camere d’aria delle biciclette e le lattine delle bibite. Geniale.
Il senso del progetto non era solo tecnico ma anche sociale: vi sono ancora oggi località dove donne e bambini trascorrono non meno di sei ore giornaliere impegnati nella raccolta dell’acqua, da pozzi spesso notevolmente distanti dalle abitazioni e le cui condizioni igieniche sono solo un veicolo di malattie.
Certi pozzi, in condizioni ignobili, sono il prodotto di donazioni europee: installati e lasciati al loro destino. Ne scrivemmo il 14 marzo 2014 nell’articolo Africa: quando i regali sono inutili leggibile qui.
E, sempre sul tema, il 7 aprile 2014 nell’articolo Acqua nascosta: il vero spreco è lì leggibile qui e il 18 ottobre 2014 nell’articolo Campioni del mondo! di spreco leggibile qui, senza dimenticare quello che consideriamo il nostro manifesto, pubblicato il 23 dicembre 2015 con il titolo Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare leggibile qui.kl-martaC’era il sostegno del Centro Italiano di Cultura di Addis Abeba e del EiABC, Ethiopian Institute of Architecture, Building Construction and City Development. Ma questi di soldi non ne avevano.
Il manufatto, che aveva anche un nome: Warka, come il monumentale fico etiope in via d’estinzione sotto al quale si tenevano le tradizionali riunioni pubbliche, era scomponibile in cinque moduli, pesava solo 60 kg e chiunque lo poteva assemblare.
A vederlo sembrava un “albero dell’acqua” altro 10 metri che, sfruttando l’umidità dell’aria, attraverso un processo di condensazione la trasformava in acqua che era possibile potabilizzare. Una struttura reticolare a maglia triangolare realizzata in giunco, materiale naturale e facilmente reperibile, alloggiava all’interno una fitta rete realizzata in polietilene tessile capace di trasformare l’umidità dell’aria, la rugiada e la nebbia in acqua potabile tramite condensazione, raccogliendo fino a 100 litri giornalieri.cv-2016-09-18-warka-002Considerando che poteva funzionare anche nel deserto era una manna, non solo per l’Africa ma anche per tutti quei paesi dove l’escursione termica fra giorno e notte è molto accentuata.
Una prima versione era stata presentata, a livello di progetto, alla Biennale di Architettura di Venezia del 2012 ricevendo alcuni applausi e qualche trafiletto sul Gazzettino e sui giornali specializzati. Nulla di più.
Perché il progetto decollasse occorreva denaro: raccoglierlo è una delle nostre specialità, tramite canali bancari e investitori privati, e ci siamo dati da fare. Visto che non servivano più di 250mila euro abbiamo anche lanciato una campagna di crowdfunding.
Risultato: le banche hanno riso tanto, gli investitori privati non hanno avuto il coraggio di rischiare e dal crowdfunding non abbiamo raccolto un centesimo.
Fine ingloriosa della storia, e non stiamo nemmeno a raccontare se qualcuno ci ha messo, come suol dirsi, i bastoni fra le ruote per la stessa ragione per cui l’acqua è oggi quotata alla borsa di Chicago, e si stanno già combattendo guerre silenziose per acqua e cibo.
Ma non molliamo: da tempo abbiamo allo studio un sensore desinato a monitorare la qualità dell’acqua realizzando altresì, grazie ad una banca dati, una mappatura territoriale: delle dimensioni di una pen-drive termina con una sorta di cucchiaino che, inserito nell’acqua, ne classifica la composizione. Può essere tarato per la ricerca di acidi, metalli pesanti ed altri elementi tossici e, con un’integrazione costituita da un semplice braccialetto da polso, può dirci se l’acqua che stiamo analizzando è adatta o meno al nostro stato di salute. Il nostro intento, dopo averne ultimato il prototipo, è quello di avviarne una produzione in grande serie, possibile grazie ai costi decisamente ridotti: lo regaleremmo ai bambini delle scuole primarie nel corso di incontri all’insegna del gioco, in modo che le famiglie possano utilizzarlo. In un ambito territoriale ristretto ciò consentirebbe una mappatura attendibile iun tempo reale e, agli organismi preposti alla distribuzione, di intervenire in caso di necessità. Il tester potrebbe essere utilizzato anche in città come Milano – notoriamente quella italiana con l’acqua migliore in assoluto e monitorata più volte al giorno – a fini educativi per i bambini e per il monitoraggio individuale di compatibilità sanitaria.

Alberto C. Steiner

Imputato bianco, come si dichiara circa i poveri negri? Non colpevole.

L’impulso a pubblicare questo articolo, i cui appunti gironzolavano da tempo sul mio desktop occasionalmente integrati da ulteriori annotazioni, me lo ha fornito l’ennesimo articolo a tema, datato 30 maggio scorso ma visto solo ieri: Coltan, il Congo e la tua sporca coscienza apparso sul sito Lineadiretta24 a firma di tale Federico Lordi.
Con un tono accusatorio, sarcastico, arrogante, e supponente questo Savonarola in sedicesimo predicatore da strapazzo si permette di giudicare, rivolgendosi al lettore utilizzando la seconda persona singolare, ritenendolo incapace di resistere alla fregola dell’acquisto compulsivo di un nuovo smartphone, tablet, pc o che dir si voglia ed accusandolo così indirettamente di fiancheggiare il mercato criminale che presiede all’estrazione del coltan tentando – ma non ci riesce perché pur credendosi un Giordano Bruno scrive in modo cialtronesco – di instillare sensi di colpa nel lettore.
Ciccio, dammi retta: hai forse scritto l’articolo su un codex utilizzando un legnetto intinto nel succo di mirtillo? L’hai forse copiato a mano innumerevoli volte perché avesse un’adeguata diffusione? E queste domande, che non abbisognano di risposta, bastano da sole. Quindi, caro mio, osserva in primis i cazzi tuoi evitando di giudicare e di accusare per catturare con mezzucci da miserabile l’attenzione di qualche lettore e sentirti migliore. Non te l’hanno mai spiegato che di solito chi spala merda sugli altri è perché cerca di fare in modo che la merda altrui raggiunga il livello di quella che egli ha dentro di sè?
Bene, tolto il sassolino passiamo alle cose serie.
L’Africa è sempre innocente e l’Occidente è colpevole: un dogma, un assioma, un terzo principio della termodinamica.cvfoto-sudanNei cellulari c’è il coltan, ed è noto come questo minerale giunga ai nostri padiglioni auricolari proveniente in massima parte dalla Repubblica Democratica del Congo grazie a condizioni di lavoro insalubri e pericolose, minatori bambini in condizione di schiavitù, gruppi armati che se lo contendono per contrabbandarlo.
Ma a devastare le notti insonni di noi occidentali neocolonialisti non c’è solo il coltan: in principio fu il rame, nello Zambia che negli anni ’60 era il secondo produttore mondiale dopo il Cile. Per non dimenticare i diamanti, notoriamente insanguinati, il cacao e il petrolio, il legname e il cadmio, l’uranio ed oggi il land grabbing, ovvero il furto di terre.terra-africa-001Ad onor del vero, oltre che dai soliti Stati Uniti, perpetrato in massima parte da multinazionali arabe e indiane: il 29 novembre 2013, sul vecchio blog scrivemmo in proposito l’articolo Land Grabbing e vergini dai candidi manti leggibile qui.
Chi avrà voglia di leggerlo, vi ҄troverà queste illuminanti considerazioni sul povero negretto espresse da un amico di origine senegalese, presidente di una nota Associazione che tenta di dare una mano alle popolazioni dell’Africa più povera: “La responsabilità è anche di certe popolazioni africane, e non hanno nessun significato certe frasi buoniste che sento spesso ripetere quando mi ritrovo a riunioni, convegni o seminari e che suonano sempre di compassione verso il povero negretto: che è colpa dell’occidente colonialista. No, non è colpa dell’occidente colonialista se a Milano, dove vivo, vedo squadre di operai che effettuano riparazioni stradali in cinque: uno sovrintende e gli altri lavorano sapendo esattamente cosa fare. Al mio paese, ed anche in altri dell’Africa equatoriale, non è così: otto sovrintendono creando un casino infernale mentre altri quindici lavorano sovrapponendosi a vicenda.
Tra i molti di noi che, spesso con grandi sacrifici economici delle famiglie, hanno studiato e si sono laureati c’era il sogno di tornare a casa e dare una mano. Alcuni ci hanno provato, ma solo chi è entrato nel vortice della politica grazie ad agganci tribali e di parentela si è sistemato, ma non sta di certo lavorando per il bene della gente. Gli altri hanno cercato spazio in Europa e negli Stati Uniti, ritrovandosi spesso frustrati e quindi rancorosi. L’Africa morirà. Morirà come il resto del pianeta, ma questa non è una consolazione.”kl-cesec-cv-2014-03-14-acqua-africa-001
A proposito di terre: il 60 per cento dei soggetti privati che comprano porzioni di terra ha come obiettivo esportare tutto quello che produce. Secondo un’indagine effettuata dal francese Cirad, Centre Internationaux de Recherche Agriculture et Développement, la metà delle coltivazioni avviate non produce cibo bensì biocarburanti, su superfici cedute a prezzi ridicoli, vale a dire tra i 70 centesimi di dollaro ed i 100 dollari annui per ettaro con contratti di durata cinquantennale o centennale. I cui corrispettivi vengono versati direttamente nei conti delle etnie al momento al governo.
Il Congo uscì dallo status di colonia belga nel 1960, entrando immediatamente in una crisi che perdurò per un quinquennio favorendo atti criminali e faide da parte di esponenti delle etnie locali.
Nel 1965 Mobutu Sese Seko, già capo di stato maggiore dell’esercito nel 1961, assunse il potere assoluto inaugurando un trentennio di feroce dittatura, mutando il nome del paese nel tradizionale Zaire e costringendo gli abitanti ad assumere un nome tribale. Il biennio 1996-97 fu sconvolto da una guerra dai connotati tribali che vide protagonisti anche ruandesi e ugandesi. Lo Zaire tornò a chiamarsi Congo e nel 1998 iniziò una seconda guerra che perdurò sino al 2003 e costò quasi cinque milioni di vittime. Dal 2004 al 2008 il paese fu teatro di un ennesimo conflitto.
Nel 1964 lo Zambia, già Rhodesia Settentrionale, divenne indipendente inaugurando un trentennio di disagi per i circa 11 milioni di abitanti ed un susseguirsi di scandali finanziari a carico degli esponenti al potere e delle loro famiglie.
Significativa la posizione dell’agronomo francese René Dumont: nel 1962, mentre nell’ubriacatura indipendentista che caratterizzava gli anni Sessanta tutti prevedevano un roseo futuro per i paesi africani finalmente sottratti al giogo colonialista, egli scrisse L’Afrique noire est mal partie, un libro dove previde tutte le ragioni che avrebbero impedito agli africani di godersi l’indipendenza – previsioni puntualmente realizzatesi – e che gli costò il discredito della gauche intellettuale.
A partire dagli anni ’60 le cosiddette guerre di liberazione furono in realtà civili e tribali, finalizzate a mettere le mani sulle risorse naturali. Le etnie che ciclicamente si alternavano nel ruolo di vincitori, oltre a trucidare senza pietà i vinti, una volta insediatesi iniziavano il saccheggio rendendo i paesi sempre più poveri proprio a causa delle ricchezze ferocemente contese e dilapidate senza scrupoli in vistosi beni di lusso personali, palazzi ministeriali sfarzosi, ostentazione di simboli di status a beneficio dell’etnia dominante.
Numerosi, anche fra gli stessi africani, sono coloro che definiscono i leader corrotti, irresponsabili e criminali senza eccezioni.
Ma per la vulgata terzomondista è tutta colpa nostra se sono ridotti così, perché li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda non solo mi dichiaro non colpevole, ma penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali, fantocci rapaci e feroci che ben volentieri e per primi si concedono alle mani di istituzioni finanziarie internazionali. In più mendicando aiuti internazionali con la voce lamentosa e il dito puntato.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Persino quell’intoccabile icona di Serge Latouche – avversario tra i più noti dell’occidentalizzazione del pianeta e sostenitore della decrescita e del localismo – scrisse nelle sue memorie che un giorno un’anziana donna del Benin gli chiese: “Ma quando tornate voi francesi?” a significare che il paradosso africano seguiterà a congiungersi tragicamente a quello occidentale fintanto che la cultura occidentale si manterrà solo grazie al desiderio del resto del mondo di entrare a farne parte.
Ma ormai è trendy affermare che ci sono le guerre perché noi occidentali fabbrichiamo armi, sfruttiamo le risorse e il coltan alimenta conflitti, schiavitù, corruzione e stupri perché noi occidentali – tutti assassini della popolazione del Congo – usiamo smartphone, tablet ed altri gadget elettronici. Sorpresa: li usano anche indiani, cinesi e, naturalmente, africani, questi ultimi stimati in 400 milioni e con un mercato in crescita.
Ma la colpa resta nostra perché ragionare con la propria testa non seguendo ciò che viene scritto per il gregge costa fatica.

Alberto C. Steiner

Verona Green Festival: morbidezza e silenzio

Si è conclusa ieri la terza edizione della tre giorni veronese dedicata all’ecosostenibilità tenutasi nella cornice del Forte Gisella, austera ma affascinante piazzaforte austriaca a pianta pentagonale.
Ci siamo stati e ne riportiamo brevi impressioni, non tanto sui partecipanti e sulle iniziative quanto su aspetti, per così dire, emozionali. Anzitutto semplicità: nessuna concessione ad orpelli scenografici, il prato bruciato dal sole estivo, materiale pubblicitario essenziale, i bidoni della spazzatura all’esterno del punto di ristoro, visibili e comodi, e non importa se accanto all’ingresso della sala conferenze.CV 2016.09.05 Verona Green 001Nessuno che se la tirava concionando di un’improbabile illuminazione avuta sulla via di … Dossobuono. Workshop e conferenze tenuti da persone che quotidianamente si occupano nella pratica reale dell’argomento trattato, esposto pacatamente, senza toni accademici e con la massima apertura alle domande.
I bambini, impegnati in giochi nell’area loro dedicata o semplicemente in giro con i genitori, carinissimi e … da mangiare, specialmente i più piccoli. No tranquilli, molti visitatori erano vegani e i bambini non correvano pericoli.CV 2016.09.05 Verona Green 002Accennando brevemente ai partecipanti che maggiormente ci hanno stimolati segnaliamo anzitutto una Onlus che gestisce una scuola nel bosco per bambini in età prescolare, una società che si occupa di condivisione di energia elettrica, un’organizzazione che promuove accoglienza e microcredito e, infine, progettisti e costruttori di edifici in paglia e antisismici.
Ciò che nel complesso maggiormente ci è risuonato, nella giornata trascorsa, lo è stato all’insegna della morbidezza e del silenzio, oltre che della concretezza e del sorriso.
Per la prossima edizione pensiamo di organizzare visite guidate di ecosotutto milanesi: crediamo che abbiano solo da imparare. Magari anche che Radetzky era un Feldmaresciallo austriaco, non un bar alla moda per radicalchic orfani della libreria Utopia.

Alberto C. Steiner

Si scrive cohousing, si pronuncia CondiVivere

CondiVivere: il riferimento è alla nostra nuova pagina Facebook sulla quale, nella presentazione, abbiamo scritto “un po’ vetrina e un po’ salotto” perché, a due anni dall’apertura dell’originaria pagina Cesec-CondiVivere, abbiamo deciso di… alleggerire il titolo enfatizzando l’aspetto che ci preme maggiormente: la condivisione di sogni, progetti, iniziative. Ed ecco quindi il senso di quel CondiVivere senza anteposizione di Cesec, l’acronimo che sta per Centro Studi Ecosostenibili.viandante Umberto VerdirosiProseguiamo nel nostro ambizioso obiettivo di non sottrarre nessun metro quadro a Madre Terra con nuove costruzioni. Ne sono stati erosi troppi a partire dagli anni immediatamente successivi all’ultimo dopoguerra, e il risultato è quello che possiamo nostro malgrado osservare in ogni angolo della Penisola: brutture, ecomostri, fantasmi di edifici mai completati o abbandonati come scarpe sfondate che deturpano per ogni dove il paesaggio contribuendo a devastare il territorio insieme con lussuose schifezze per ricchi tamarri, contrabbandate come ecoesempi in ragione di quattro povere piante che grazie alla dilagante sottocultura le sono valse l’appellativo di giardini verticali.
Per contro in campagna, collina e montagna resistono incantevoli luoghi abbandonati durante la corsa all’ultimo inurbamento avvenuta a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Del resto, quando l’alternativa per italiani che uscivano miserrimi dalla guerra erano ancora stenti e fame, l’ipotesi di un trasferimento a Milano, Torino e nei loro suburbi – oltre che nelle altre città del Nord e del Sud toccate dal miracolo della massiccia industrializzazione – appariva come un sogno, una benedizione divina.
Nel nostro Paese contiamo migliaia di borghi spopolati, in particolare nelle aree alpine e lungo la dorsale appenninica, che potrebbero tornare a nuova vita in una logica di decrescita e rispetto dell’ambiente, magari trasformati in Coresidenze.
Siamo presuntuosi, ce ne rendiamo conto: ci piace definirci creatori di Vita ecosostenible ed autosufficiente trasformando il lavoro da mero accidente di produzione alienata e alienante ad erogazione di tempo, cura, relazione. In una parola: CondiVisione.
Utopia? Apparentemente si, anche se un’esperienza professionale ormai ventennale ci ha convinti del contrario.
Corisiedere significa abitare condividendo spazi e servizi tra persone che hanno scelto di essere una comunità di vicinato, privilegiando gli aspetti sociale e ambientale per dare vita ad un villaggio inteso come comunità forte e coesa. E non importa se in campagna, in montagna, in un bosco o addirittura in città: ciò che conta è lo spirito che la anima.
La motivazione che porta alla Coresidenza è l’aspirazione a recuperare dimensioni perdute di socialità, aiuto reciproco e buon vicinato, riducendo contemporaneamente la complessità della vita, dello stress e dei costi di gestione delle attività quotidiane.
In ambito non urbano Coresidenza può significare fattoria didattica, azienda di trasformazione agroalimentare, attività ricettiva di turismo rurale, albergo diffuso, laboratorio artigianale: le opportunità di autosostentamento sono innumerevoli.
Lavoriamo per passione: nel 1996, quando abbiamo mosso i primi passi in questo mondo affascinante, a malapena si parlava di ecosostenibilità e la coresidenza veniva inesorabilmente confusa con la comune tardo-hippy.
Possediamo l’ampio ventaglio di competenze professionali necessarie a realizzare progetti, specialmente in campagna, in montagna e nelle aree boscate: ricerca dei siti idonei, verifica delle necessarie autorizzazioni, progettazione sostenibile degli interventi e loro finanziamento, design di spazi e servizi comuni, formazione dei gruppi e loro evoluzione in comunità organizzate.
Le nostre proposte, assolutamente pragmatiche nelle loro componenti tecniche, finanziarie e normative, si fondano primariamente sul rispetto delle persone.
Collocati in una particolare nicchia di mercato, godiamo inoltre di un atout vincente: la possibilità di acquisire aree ed edifici a costi particolarmente vantaggiosi rispetto a quelli del mercato di riferimento.
Per noi, come per molti, l’anno inizia dopo la pausa estiva con tutto il corredo di intenti e propositi. Relativamente a quella che ci piace definire linea editoriale andremo a privilegiare non solo l’informazione su progetti in corso, tecniche edilizie e materiali ecocompatibili, risorse energetiche rinnovabili ed a basso impatto, ma anche aspetti legati alla salvaguardia del territorio, all’agricoltura e all’allevamento sostenibili, particolarmente in aree montane e con attenzione a specie rare suscettibili di scomparire.
Aborriamo fanatismi e luoghi comuni: ne parleremo perciò come nostro costume all’insegna di un’ecosostenibilità non drastica o di maniera ma parametrata alla realtà di un vivere sereno, confortevole e piacevolmente rallentato.
Di una cosa non parleremo: non parleremo di sviluppo sostenibile. Perché il termine stesso è una presa in giro e perché per noi il re rimane nudo con le proprie vanagloriose miserie.1015x276Una menzione speciale, infine, al nostro blog La Fucina dell’Anima: apparentemente scollegato dai temi dell’ecosostenibilità poiché impegnato sul fronte della crescita personale e dell’esoterismo, fa parte invece a pieno titolo del nostro lavoro poiché affronta gli aspetti etnografici ed antropologici del nostro territorio costituendo una chiave di lettura in grado di farne comprendere le antiche tradizioni e contribuendo a salvaguardarne la memoria. Auguriamo a chi scorrerà queste pagine di trovarvi, se lo desidera, la sua nuova casa, dei compagni di viaggio e, in ogni caso, momenti di gradevole lettura e serena riflessione.

Alberto C. Steiner