Si profila il capolinea per la bolla speculativa degli chef stellati

Onnipresenti, stizzosi come primedonne e non raramente cooptati come tuttologi nonostante l’abissale ignoranza ed i modi da tamarri: sono gli chef cosiddetti stellati, miracolati dalla notorietà televisiva che premia il vuoto (no, meglio vacuum, onomatopeicamente suona meglio, come scarico del cesso) ed il loro seguito di gourmet, pseudoesperti, ristoranti d’autore, guide enogastronomiche, corsi per diventare sommellier in un mese.CSE 20200425001Taluni producevano più carta che piatti, se è vero che la dimensione volumetrica di giornali e altre pubblicazioni dedicate assommava quella di due libri al giorno, ospitanti l’imponente indotto fatto di classifiche, recensioni, giudizi non di rado espressi senza le necessarie capacità critiche, articoli su scuole di cucina destinate a sfornare stuoli di cannavacciuoli disoccupati, pubblicità redazionali di produttori pseudoecobiobau, ed annunci dedicati al mercato delle compravendite di locali che aveva raggiunto cifre assurde.
Insomma, una vera e propria bolla gastronomica che, secondo i dati Confcommercio, nel 2019 ha registrato poco meno di 400mila attività, vale a dire un locale ogni 150 persone, con una spesa stimata in 86 miliardi di Euro, pari a 1.400 euro a persona, infanti e poveri compresi, ai quali vanno aggiunti i valori dell’indotto: comunicazione, editoria, filiera alimentare, progettazione e edilizia, arredamento, tovagliame, stoviglie e via enumerando in una irrefrenabile esaltazione.
Come tante bolle speculative, anche questa è arrivata al capolinea, in seguito alle restrizioni da coronavirus che hanno mostrato i piedi d’argilla del colosso, da tempo affetto da gravi segnali di criticità, spesso ignorati.
Dai dati Confcommercio si evince come, a partire dall’anno 2018, ristoranti, trattorie, pizzerie, kebabbari, pub e friggitorie automontate abbiano segnato un saldo negativo: oltre 12.400 chiusure, pari a 34 al giorno, marcate da un rapidissimo turn-over che sancisce il decesso di un quarto dei locali dopo un anno, e del 57 per cento dopo cinque anni.
Una delle principali ragioni di questa criticità è proprio l’eccesso di offerta, che determina sempre più frequenti passaggi di gestione, ristrutturazioni, mutamenti di denominazione e di proprietà. Tutti segnali di situazioni a rischio, e che comportano tutt’altro che infondati sospetti di attività illecite, coperture, riciclaggio di denaro, tanto è vero che stando al Rapporto Agromafie di Coldiretti il controllo della malavita nel settore varrebbe 25 miliardi di euro di giro d’affari.
L’arrivo dell’epidemia ha comportato la forzata chiusura dei locali e comporterà successivamente la non breve recessione economica che ridimensionerà notevolmente il settore.
Sembra inoltre certo che, per accogliere i potenziali clienti che potranno lasciare le loro case, molti esercizi dovranno modificare le strutture delle sale con gli inevitabili costi.
Scompariranno gli operatori privi di adeguate capacità critiche ed esperienza, unitamente a quelli che vedevano la ristorazione come mezzo per conseguire facili guadagni.
Le ristrettezze economiche limiteranno inoltre il numero di locali di alto livello condotti da solidi professiobnisti dei fornelli, che torneranno come nel primo cin quantennio del secolo scorso a servire una ristretta fascia di clientela che potrà permettersi le loro raffinatezze.
Nulla sappiamo, infine, di affollati fast food e stipati apericena da movida, di kebabbari e cinesi dalle precarie condizioni igieniche, di pub e sagre gastronomiche all’insegna dei saperi e sapori a km zero che vedevano la solita onnipresente bancarella umbra o della porchetta di Ariccia alle manifestazioni intitolate Urlaub in Südtirol, accanto alle altrettanto onnipresenti del miele bio prodotto in Cina senza miele ed impacchettato in “vasetti del contadino”.
La cucina televisiva non sarà presumibilmente più un argomento preminente, ed anche la pubblicità del cibo muterà, in ragione del fatto che gran parte delle famiglie dovrà tornare ad una cucina più spartana ed economica, che probabilmente bandirà il costoso junk-food costituito da snack e merendine.
Il futuro del settore, che dava lavoro a decine di migliaia di persone, non sarà affatto roseo ma, proprio grazie ad una nuova interpretazione del cibo, bene primario per eccellenza, potrà portare nuove abitudini all’insegna della salubrità e dell’attenzione a non sprecare.
Chissà se tutto questo comporterà anche la scomparsa della pessima abitudine di salire mangiando sui mezzi pubblici, lordandoli di gelato e carte bisunte senza nessun rispetto per gli altri utilizzatori.

Alberto Cazzoli Steiner

Quando CondiVivere significa solidarietà

Lo riconosco: quando, nell’aprile 2013, scelsi CondiVivere per identificare l’attività del Cesec, Centro Studi Ecosostenibili, nell’ambito del cohousing e conseguentemente della bioedilizia, delle energie rinnovabili e, più in generale, dell’ecosostenibilità, ebbi un colpo di genio.
Con buona pace di chi afferma che bisogna lasciar andare l’ego – e perché mai visto che da piccolo, oltre al lego, avevo anche il trenino e il meccano? – diedi origine ad un nome evocativo.CC 2018.03.22 Fondazione CondiVivere 001E sono lieto di sapere che altri abbiano seguito le mie orme, per esempio la Fondazione CondiVivere Onlus con sede a Bresso, vicino Milano, di recente formazione e con la quale non c’entro nulla.
Ne ho scoperto l’esistenza fortuitamente in ragione di una pubblicità apparsa su Facebook e, incuriosito, ho voluto approfondire. Ho così scoperto che svolgono un’attività interessante nell’ambito dell’accompagnamento di persone con deficit cognitivo affinché trovino una dignitosa collocazione in ambito relazionale e lavorativo.
In particolare attraverso Scuola delle autonomie, un progetto finalizzato alla formazione delle competenze, utili perché le persone possano vivere in modo il più autonomo e indipendente possibile, in particolare proponendo un itinerario che, dopo la scuola, vada a colmare il vuoto progettuale che spesso si lamenta in questo periodo di vita della persona con deficit e che crea le premesse a situazioni di esclusione e segregazione.
Un’altra iniziativa è L’emozione di conoscere i sapori, laboratorio e punto vendita di prodotti alimentari biologici di qualità, aperto nel quartiere Dergano, a Milano, e gestito da un gruppo di adulti disabili e di operatori, che lavorano insieme con l’obiettivo di costruire un’esperienza di imprenditoria etico-solidale e di inclusione sociale lontana da una logica assistenzialistica.
Nello spazio aperto nel dicembre 2016, oltre ad offrire verdura e frutta, formaggi e salumi, pasta e riso, olio, marmellate, legumi, farine, birra e vino, succhi, prodotti tipici regionali e a chilometro zero in collaborazione con produttori locali e gruppi di acquisto solidali, si promuovono iniziative culturali e sociali, eventi di degustazione, mostre e presentazione di libri, laboratori per bambini e spettacoli teatrali.
La Fondazione si segnala infine per un progetto di cohousing che intende sviluppare la convivenza fra persone con e senza disabilità.CC 2018.03.22 Fondazione CondiVivere 002Il sito della Fondazione è condivivere-onlus.org e una cosa è certa: ora che so dell’esistenza di questa realtà, oltretutto prossima a Milano, la osserverò con attenzione e, poiché non sono nuovo ad esperienze di volontariato, non è escluso che possa apportare il mio contributo.

Alberto C. Steiner

La botta grossa

Il nostro interesse, relativamente al progetto al quale stiamo lavorando a Orvieto, non è tanto concludere una brillante e redditizia operazione di recupero immobiliare quanto sviluppare le premesse per una permanenza sul territorio in modo da operarvi come attori, agenti di sviluppo riconosciuti come appartenenti alla Comunità.CV 2017.11.22 La botta grossa 001.jpgÈ funzionalmente a tale premessa che, volentieri, condividiamo la notizia dell’uscita nelle sale cinematografiche, in particolare della Capitale e dell’Umbria (a Milano, ça va sans dire, solo al Mexico, isola felice tra multisale tamarre addobbate come centri psicosociali fetenti di popcorn di plastica), de La botta grossa, il documentario di Sandro Baldoni prodotto da Istituto Luce che racconta cosa accadde dopo il terremoto del 30 ottobre 2016 che colpì il Centro Italia, successivamente al sisma di Amatrice. Un evento che pur non mietendo vittime costituì, a memoria d’uomo, la scossa più devastante da decenni: interi paesi distrutti, 40mila persone sfollate, un’eredità sociale e psicologica ancora oggi, a distanza di un anno, “da centro psichiatrico a cielo aperto” come afferma il regista, aggiungendo: “è un documentario fuori moda, ho voluto far parlare le persone in macchina, oppure filmarle mentre fanno qualcosa ma ogni tanto rivolgono parole e sguardi allo spettatore, facendolo partecipare.”
La botta grossa, come in Umbria e Marche hanno chiamato il sisma, non racconta, purtroppo, storie nuove ma ci parla di emergenze e urgenze che paradossalmente si rinnovano, procrastinandosi quotidianamente in un eterno nulla. Il film racconta cosa accade a chi perde quasi tutto e come si sopravvive, continuando a vivere nell’attesa di interventi, tra dolore, smarrimento, auto-organizzazione, umanità e ironia tentando di smettere di sopravvivere per irprendere a vivere. Scuotendosi, dopo la scossa.
Il film è, infine, anche un road-movie tra strade dissestate, una Pro Loco divenuta isola nell’oceano, villeggiature forzate al mare, scuole improvvisate, racconti di anziani alternati al mondo dei social.
E, figura che a noi piace più di tutte, il nostro personale Arcano 9 dei tarocchi, un eremita che, pur solitario, fa qualcosa che rappresenta decine di migliaia di persone. Vedere e ascoltare per credere.CV 2017.11.22 La botta grossa 002Un film che senza fingere che la cinepresa non sia presente parla di persone, confidando di lanciare un messaggio ai cittadini di tutta Italia.
Ma su quest’ultimo punto noi – e ci duole affermarlo da decenni – abbiamo seri dubbi sulla capacità di ascolto e di comprensione, oltre che sulla memoria degli italiani.
Questo il link al trailer: http://cinecitta.com/IT/it-it/news/45/8679/la-botta-grossa-storie-da-dentro-il-terremoto-in-sala.aspx.

Alberto C. Steiner

Coltivare legami: il condominio solidale

C’è una fascia debole della popolazione che oggi non riesce ad accedere alle misure locali o nazionali di contrasto alla povertà né ai servizi comunali, che invece raggiungono principalmente le fragilità delle famiglie il cui disagio si è cronicizzato e, partendo da questa riflessione che riguarda molti cittadini, ci siamo chiesti quali azioni sia possibile mettere in campo per dare una risposta anche ai loro bisogni.CV 2017.03.15 Condominio solidale 001.jpgLa persona dovrebbe sempre costituire il focus delle relazioni, quelle che sostengono la solidarietà reciproca accompagnando anche nei periodi in cui si affrontano difficoltà.
L’emergere di bisogni nuovi richiede la capacità di intercettarli e comprenderli attraverso l’adeguata progettualità di servizi innovativi sui quali investire, per affrontare situazioni di difficoltà temporanea o di disagio cronico che non trovano risposte nelle misure tradizionali di contrasto alla povertà. Pensiamo alla presenza di disabili all’interno della famiglia, alle madri con minori, alle situazioni di rischio evolutivo, o ancora agli adulti che faticano a reinserirsi nel mondo del lavoro.
Questo modello urbano ci piace e non lo riteniamo utopistico. Il condominio solidale risponde all’emergente necessità di casa o di socialità, di accompagnamento all’autonomia, di un contesto protetto e tutelato inserito nel tessuto urbano.CV 2017.03.15 Condominio solidale 002I bisogni specifici possono essere meglio affrontati in una piccola comunità dove si valorizzano i rapporti di prossimità e vicinato. In questo senso il condominio solidale promuove la solidarietà tra condomini con il sostegno reciproco e la partecipazione ad attività di socializzazione, sotto la guida di professionisti adeguatamente preparati.
Parlare di condominio sarebbe, tecnicamente, improprio poiché il modo migliore di concretizzare i progetti consisterebbe a nostro avviso in edifici ricostruiti o recuperati da imprese private, per esempio nell’ambito di più ampi progetti di edilizia convenzionata, e ceduti, come previsto nell’ambito di apposite convenzioni, alle amministrazioni comunali o ad operatori specializzati di provata affidabilità.

ACS