Ai migranti certi ecochic gauchistes preferiscono la trifola

ritartuNell’ombrosa e discreta frescura del buen retiro che ogni sinistro che si rispetti possiede nell’Albese piuttosto che nell’Umbria che conta all’insegna del motto “via dalla pazza folla” si tessono trame finalizzate all’ammissione di progetti a contributi pubblici per le più disparate ragioni: tutela del ragno aracnideo, pianificazione di un ecovillaggio che non verdrà mai la luce, inserimento di un fienile fetente nel patrimonio dell’umanità o nelle “disponibilità” del Fai e via inventando.
Alcuni, più pragmatici, pensano alla trifola. No, non quella, il fungo ipogeo.
Il tartufo è un prodotto dall’alto valore commerciale, legato alla tradizione e che evoca nebbie, cani che fiutano il terreno, passi ovattati e, informazione ignota ai più, può essere coltivato. Le le odierne tecniche agronomiche permettono l’ottenimento di prodotti identici a quelli rinvenibili in natura.
Avviene da tempo in Australia, Cile, Nuova Zelanda, Sudafrica, Stati Uniti dove costituisce un’ottima opportunità per integrare il reddito delle aziende agricole.
La coltivazione richiede un’attenta pianificazione e, delle sette specie commercializzate nella Penisola, quelle adatte alla coltivazione sono il tuber melanosporum o tartufo nero, il tuber albidum Pico, o tuber Borchii Vitt, noti come bianchetto, e il tuber æstivum o scorzone.
Poiché il tartufo è un simbionte, vive cioè in simbiosi con l’albero ospite, che solitamente è una latifoglia: nocciolo, pioppo, quercia, tiglio, (il bianchetto anche su aghiformi come il pino) per avviare una tartufaia è necessario impiantare alberi giovani, le cui radici siano state micorizzate, vale a dire sulle quali viva il fungo.
L’intervento di micorizzazione è complesso e costoso, tanto è vero che sono ben pochi i vivai specializzati, in grado di certificare che sulle radici delle piante trattate sia presente il fungo.
Il terreno deve essere calcareo e leggermente alcalino e, metodo empirico ma efficace, è utile verificare se nella zona siano stati ritrovati tartufi.
Un terreno dove in precedenza non vi siano stati alberi è preferibile, per evitare che eventuali funghi presenti nel suolo possano entrare in competizione con il tartufo.
Le giovani piante vanno curate con attenzione e cautela: protezione dai selvatici, adeguata irrigazione, potature, diserbo del sottochioma nella consapevolezza che possono essere necessari anche cinque o dieci anni prima di vedere i primi risultati.
Sempre che questi arrivino, perché non esiste la certezza che fungo e pianta mantengano nel tempo un rapporto simbiotico che induca il tartufo a produrre i corpi fruttiferi.
In sintesi, si tratta di una coltura niente affatto banale, da impiantare solo in presenza di adeguate competenze, con l’assistenza di agronomi specializzati ed approfondendo la materia attraverso l’Associazione Nazionale Tartufai o la Federazione Tartuficoltori Associati. I molti libri disponibili possono essere utili, ma la più importante fonte di consigli pre e post-impianto rimangono i vivai specializzati.
Conclusione: un’attività difficile, di nicchia, da intendere come diversificazione del reddito aziendale e non come principale fonte di entrate, ma che può comportare positive implicazioni, legate al fatto che avere una tartufaia significa disporre di un gradevole bosco, riconosciuto però dalla legge come attività agricola.

ACS