I problemi della Calabria risolti da un libro fotografico. Parola di Domus.

CC 2018.07.11 A3Se già in lontananza noti qualcuno che indossa qualcosa di rosso potrebbe non essere il volontario di un’ambulanza.
Se avvicinandoti osservi il voluminoso pacco di quotidiani sottobraccio, a rischio lordosi, e tra questi spuntano Limes e Micromega, sei incappato in un presunto intellettuale inequivocabilmente connotato sotto il profilo ideologico.
Se fra tutte queste inconfutabili prove dell’uccisione di alberi, che rendono ecologista di comodo il portatore, distingui Domus, scarrella: il soggetto potrebbe essere addirittura architetto o sociologo urbano.
Tra i candidati al prestigioso Premio Gabriele Basilico, dedicato a “talenti emergenti della ricerca visiva”, vale a dire della fotografia senza bisogno di usare verbosità da manifesto programmatico, Domus, e segnatamente Domusweb, ne propone alcuni: In Quarta Persona è uno dei progetti fotografici selezionati per l’edizione 2018, realizzato da Martin Errichiello, classe 1987, e Filippo Menichetti, di un anno più grande. Immagini stupende, come quella che pubblichiamo.
Nell’incipit viene dichiarato che finalità del lavoro è quella di raccontare la Calabria “in quarta persona”.
Poiché l’espressione ci è apparsa priva di senso, ed essendo noi miseramente rimasti alla terza persona singolare e plurale, abbiamo provato ad informarci. Nulla: sul web l’unico riferimento è al titolo dell’opera de quo. Interpellata la Crusca per poco non ci hanno mandato… si, proprio là.
Viviamo di inesplicabili misteri ed irrisolte questioni, sopravviveremo anche a questa, nonché alla successiva: viene dichiarato che il libro dei due fotografi è “l’ultimo tassello di un’analisi precaria e plurale, condotta lungo l’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria”.
Crediamo di possedere cultura, acume, intuito “in misura bastevole”, come fece dire il Manzoni a Renzo, ma sentiamo che qualcosa ci sfugge come sabbia tra le dita. O forse è aria, aria fritta. Precaria? Plurale? L’ultimo tassello? E i precedenti?
Innegabilmente l’autostrada Salerno – Reggio Calabria è emblematica di contraddizioni e malversazioni, voluta inefficienza e malaffare che caratterizzano buona parte della Penisola.
Ma, francamente, il testo che accompagna la rassegna fotografica, avrebbe potuto scriverlo un americano tolto dal freezer dopo esservi stato immesso nei primi anni Sessanta del secolo scorso: pizza, mandolino, paesaggi deturpati, arcaiche reminiscenze di una cultura ancestrale. E mafia, tanta mafia asservita alla politica e viceversa. E ovvietà, tanta ovvietà. Come questa: “La memoria – l’atto di praticare la memoria – rappresenta un mezzo potente per ricordare ciò che si è perso e reclamare ciò che è stato dimenticato. Ed una grande parte della storia politica italiana degli ultimi 50 anni è innegabilmente avvolta nel mistero. Alcune delle sue storie e avvenimenti più importanti, pubblici e privati, sono ancora occulti, archiviati e persino censurati.
Poiché “Dagli anni Sessanta, nel bel mezzo del cosiddetto ‘miracolo economico’, le forze politiche e culturali in Italia hanno stabilito un processo di trasformazione ampio e radicale … il cambiamento andava alimentato con nuove strade, nuove macchine e industrie e sicuramente una nuova identità.”
Che, a detta di chi ha steso il testo “dovevano essere in grado di connettere – tecnicamente e politicamente – alcune delle aree più isolate del paese, portando i cittadini isolati verso il progresso.”  Progresso?
Ricordo ancora il cazziatone che mi presi, in seconda media, dalla prof di geografia quando affermai che la costruzione di strade portava l’Africa verso la civiltà. Mi fece graziosamente notare come uno dei paesi più civili al mondo era quindi sicuramente la Germania, che di una straordinaria rete viabilistica disponeva già negli anni Trenta. L’altro erano gli Stati Uniti, segnatamente la città di Los Angeles.
Come avrebbe detto il Giôan Brera: “palla lunga e pedalare”. Con le orecchie basse e una profonda incazzatura per avere detto una puttanata, aggiungo.
L’analisi è stata condotta lungo l’autostrada A3 in quanto “linea simbolica del progetto”. E ditelo, che c’è un progetto! Noi siam qui, a pettinare le uova, e invece c’è un progetto. Non si fa così, specialmente se questa linea “attraversa iconografia e storie sospese tra utopia e tradimento”. Azz.
Soprattutto considerando che in Calabria nessuno nega che vi sia la mafia e che – notizia dei giorni scorsi – un politico locale si sia appropriato pure dei fondi per un progetto di salvaguardia delle tartarughe marine. Saremo, come afferma l’intellighenzia (va da sè, di un unico colore possibile) quando non ha altre speranze dialettiche e non ha ancora fatto ricorso alle ingiurie, ancorati alla superficie dei fatti, ma non ci sembra di ravvisare eclatanti novità o scoperte tali da giustificare un caso di studio di questa terra antica “dove la sfida della modernità ha imposto un suo linguaggio e una sua estetica, opprimendo lentamente il paesaggio umano e naturale”.
Tutti bravi a sociologizzare con il cu… ehm, in casa d’altri: arrivano, aprono il tavolo, osservano, deducono sulla base del proprio metro antropologico, tecnologico, astrologico e scagazzano pregnanti ed ispirati teoremi. Spesso accompagnati da ineffabili ricette. Sempre quelle, in più di mezzo secolo. E sempre inutili. E quando chiudono il tavolo per andarsene non raccolgono nemmeno le cartacce.
Tanto è vero che fotografie, oggetti, documenti e video “sono assemblati come un progetto collettivo di un noi immaginario”.
Progetto collettivo di un noi immaginario. Perfetto, i problemi rimangono ma intanto abbiamo fatto giornata con il noi immaginario.
Conclusione: le immagini sono stupende – si vede che dietro c’è un lavoro mosso da competenza e passione – e meritano un’elevata considerazione. Il problema è il linguaggio, ideologicamente connotato e infarcito dei soliti luoghi comuni da colonizzatore bianco, però buono, che, lui si, sa come fare per risolvere i problemi del bovero negro.
Se ne sarebbe potuto fare tranquillamente a meno, ne avrebbero guadagnato sia l’opera sia la Calabria.

Alberto C. Steiner

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