I 25 anni del Parco Agricolo Sud Milano: lo stato dell’arte

Un emiciclo dall’Adda al Ticino esteso per 47.044 ettari dove svolgono la loro attività 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti: è il Parco Agricolo Sud Milano, nella cui area rientrano 61 Comuni che ne condividono i vincoli ambientali ed urbanistici.cc-2017-02-04-parcosud-003Istituito il 23 aprile 1990 ma, a causa del tempo necessario per stilare regolamenti e convenzioni, attivato due anni più tardi, festeggia quest’anno il suo primo quarto di secolo. Oggi è gestito dalla Città Metropolitana di Milano, l’ente subentrato alla Provincia a partire dal gennaio 2015.
Anticamente l’area di competenza del parco era un’inestricabile foresta di aceri, querce, carpini, ciliegi selvatici, farnie, frassini, olmi e tigli. La plurisecolare attività agricola, in particolare quella sviluppata dai monaci cistercensi che a partire dal XII Secolo introdussero i metodi di coltivazione intensiva e le cosiddette marcite, comportarono una prima antropizzazione del territorio. Una seconda fase, ben più invasiva, iniziò con l’industrializzazione del XIX Secolo accompagnata dalla costruzione di infrastrutture viarie e dall’espansione, spesso senza ritegno, delle aree edificate, ed oggi i tratti naturalistici dell’area non costituiscono l’elemento preminente del territorio.
Alcuni comuni hanno, letteralmente, sgomitato per poter essere inseriti nell’area e circa la piaga dell’edificazione non mancano le mistificazioni, come quella che riportiamo nel box sottostante.cc-2017-02-04-parcosud-001Il progetto di istituzione del parco ha rappresentato una notevole opportunità per conservare e riqualificare quel che restava della natura prossima alle aree urbanizzate, ed in particolare risorgive, fontanili, marcite e testimonianze della storia contadina lombarda come complessi storici religiosi a vocazione agricola (le abbazie di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone), corti fortificate (Carpiano, Coazzano, Fagnano, Gudo Visconti, Settala e Tolcinasco), antiche cascine (Bazzanella, Gudo Gambaredo, Santa Brera) e castelli (Binasco, Buccinasco, Cassino Scanasio, Cusago, Locate Triulzi, Macconago, Melegnano e Peschiera Borromeo).cc-2016-02-26-parco-sud-001Oggi l’attività principale delle aziende agricole che insistono sul territorio del parco è l’allevamento di bovini e suini, seguono la coltivazione di cereali, riso, girasole e soia. Numerosi i fondi a prato, gli orti ed i vivai. Sono state inoltre salvaguardate 40 antiche marcite.
Sempre più numerose sono le cascine attive, 29 delle quali convertitesi al biologico, dov’è possibile acquistare prodotti agricoli direttamente o tramite i 73 GAS, gruppi di acquisto solidale, che intrattengono rapporti con le aziende agricole.
Non trascurabile l’offerta agrituristica e gastronomica (non possiamo apporre il prefisso eno poiché in zona la produzione vinicola è oggi praticamente inesistente) anche tramite la presenza di qualificate trattorie, alcune delle quali tuttora ruspanti mentre altre si sono rifatte il look, ritoccando sensisbilmente e talvolta immotivatamente i prezzi.
Notevole l’offerta di percorsi ciclopedonali, sentieri per il trekking, birdwatching e persino opportunità di navigazione su fiumi e canali.
Purtroppo l’area, tangente l’aeroporto di Linate, comprende anche tangenziali esterne, siti dediti alle trivellazioni per la ricerca di metano ed impianti a biomasse per la produzione di energia elettrica, oltre a siti – dismessi ma non completamente bonificati – già sede di industrie chimiche che in passato hanno impattato pesantemente sul territorio.
Ciò che, ad un quarto di secolo dall’istituzione, non è a nostro avviso adeguatamente valorizzato è non tanto il significato naturalistico dell’area, quanto il concetto che il parco sia un luogo di lavoro, e come tale meritevole di rispetto.cc-2017-02-04-parcosud-004Sui vari siti, compresi quelli istituzionali (googlare per credere) il parco è eminentemente proposto come un giocattolo per cittadini, una valvola di sfogo delle tensioni e dei malesseri da inurbamento, un luogo dove fare gli agricoltori ecochic. Una sola considerazione: se come scritto più sopra esistono 1.406 aziende agricole che occupano 4.097 addetti, ciò significa una media di 2,91 addetti per azienda. Ne risulta in linea di massima che, escluse le aziende esistenti ma prive di addetti ufficiali (esistono, a dimostrazione che nel parco non tutto è rose e fiori, per esempio nel comparto apparentemente non-profit dove viene occupata manovalanza volontaria non retribuita), si tratta di realtà a conduzione familiare dove i buoni propositi di incremento delle opportunità di lavoro propugnati da politici ed associazioni non trovano riscontro per mancanza di spazi di manovra economici.
Il parco ha in ogni caso il merito di aver creato il tramite di un processo di reciproca conoscenza fra cassinée (come venivano definiti, in un tono invero un po’ sprezzante, i contadini dell’hinterland milanese) e cittadini, che in passato difficilmente si frequentavano. Per mezzo del parco gli agricoltori hanno inoltre trovato un’opportunità di uscire parzialmente dal circolo vizioso di prezzi capestro imposti dagli intermediari commerciali, ed i cittadini la possibilità di acquistare prodotti sani, non come quelli di plastica provenienti dal comparto agroindustriale.cc-2017-02-04-parcosud-002Nell’area del parco trovano infine spazio organizzazioni dedite alla solidarietà sociale, come quella – un tempo privata ed oggi confluita nell’Opera San francesco – che fornisce un alloggio ed un lavoro a detenuti ed ex-detenuti, la cui sede è attualmente in fase di restauro. O quella che accoglie ragazze e donne madri e vittime di violenza, stoicamente voluta da una suora, Ancilla Beretta, spentasi nel dicembre scorso all’età di 94 anni. E per finire, nel parco ci sono persino i Templari. Si incontrano in due stanze presso l’Abbazia di Chiaravalle, ma chi è in cerca di arcani misteri resterà deluso: la loro attività principale consiste nell’essere presenti, indossando la tunica con la croce patente, a determinate funzioni religiose nelle chiese del circondario. Non cercano proseliti, cercano soldi. Per ristrutturare antiche pievi e cascine da trasformare in luoghi per accogliere portatori di disagio sociale. E di notte, ad onor del vero non sempre offrendo prodotti bio a km zero ma quel che c’è, ed in quel caso non indossando la veste d’ordinanza, li trovate dalle parti della Stazione Centrale insieme con i City Angels a portare un aiuto ai sempre più numerosi homeless.

Alberto C. Steiner

Buone notizie tra neve, macerie e sciacalli

In questi giorni si è verificato un fatto inconsueto: la stampa quotidiana ha dedicato più spazio del solito al settore agrosilvopastorale. Abbiamo quindi deciso di approfittarne rilanciando le notizie che ci hanno maggiormente colpiti perché possano costituire una buona chiave di lettura dei segnali che marcano i disagi degli operatori e la consapevolezza del grande pubblico attorno a ciò che mangiamo.cc-2017-02-03-agrinews-001Iniziamo con il prosecco, la cui proposta di essere fra i patrimoni tutelati dall’Unesco è stata depositata a Parigi, con molte probabilità che venga accolta. Lo scrivono Il Gazzettino del 27 gennaio e Avvenire del 29. Ne siamo lieti, aggiungendo solamente che servirebbe una maggiore attenzione al fatto che l’area di produzione sta sempre più trasformandosi in una monocoltura degna del land grabbing, e che i produttori non sempre sono attenti alle esigenze dell’ambiente.
Ma il mondo del vino non chiede solo riconoscimenti, soprattutto chiede meno burocrazia perché nemmeno il Testo unico sul vino e l’avvio dei registri telematici, sostiene La Stampa del 29 gennaio, sono riusciti a superare gli ostacoli di una burocrazia che andrebbe adattata alle realtà produttive.
La notizia che ci ha invece, letteralmente, avviliti riguarda invece le speculazioni ai danni di agricoltori e allevatori dei territori colpiti prima dal terremoto e poi dalla neve: prezzi in calo e meno credito, quando invece ci sarebbe bisogno di sostegno. Ma si sa, le banche ti danno l’ombrello quando c’è il sole e te lo tolgono quando piove.
E il mercato non è da meno: nelle aree colpite si aggirano veri e propri sciacalli, commercianti che offrono pochi spiccioli per acquistare animali privi di stalle e mangimi e pochi centesimi per gli ortofrutticoli.
L’accusa, pesante e circostanziata, è lanciata da Il Centro del 29 gennaio, mentre Il Corriere della Sera racconta la storia di chi si ribella e a dispetto di ogni difficoltà non si arrende, continuando la propria attività.
Si moltiplicano per contro, e vengono debitamente segnalati, gli episodi di solidarietà come quello raccontato il 2 febbraio da La Nuova del Sud che conferma l’arrivo a Teramo di 180 quintali di foraggio messi a disposizione dagli allevatori lucani.
Le vicende del Centro hanno lasciato in secondo piano il maltempo che non ha risparmiato la Sardegna. Ne parla su L’Unione Sarda del 27 gennaio a proposito delle conseguenze sulle coltivazioni di carciofo spinoso del Sulcis: una grande speranza degli anni ’90 alla quale il gelo ha dato il colpo di grazia.
Numeri positivi sono invece quelli che si incontrano per l’agroalimentare dell’Emilia Romagna, evidenziati da Nuova Ferrara del 31 gennaio, commentando gli esiti dell’analisi condotta da Monitor, che segnala per il settore ortofrutticolo romagnolo una crescita del 3,6% nei primi nove mesi del 2016.
Ma L’Eco di Bergamo del 28 gennaio avverte della pericolosità insita nei mutamenti della coltivazione di mais, sempre più mutante. Lo stesso quotidiano segnala inoltre che migliaia di ettari un tempo destinati a mais sono ora dedicati ad altre colture, in ossequio alle esigenze del mercato, e Il Sole 24 Ore dello stesso giorno registra come l’evoluzione dei prezzi stia spingendo i produttori verso la coltivazione di soia e colza, costringendo ad aumentare il mais importato. E può accadere che questo sia di infima qualità e privo di concrete possibilità di controllo sull’effettiva provenienza e sui trattamenti subiti.
La Voce di Mantova del 30 gennaio parla invece della sempre maggiore penalizzazione del settore lattiero caseario sul fronte dei prezzi, avvertendo che gli operatori della zootecnia da latte è pronta a darsi nuovamente appuntamento nei luoghi della protesta di venti anni fa. Questa volta accompagnata dagli allevatori di pecore, alla prese con l’ennesima crisi di pecorino e latte ovino.
Lo affermano anche La Repubblica del medesimo giorno e L’Unione Sarda del 31 gennaio. Il Giornale di Vicenza del 2 febbraio scrive che potrebbe addirittura andare peggio, esortando la cooperazione veneta a spingere sulle esportazioni di formaggi, pena un’insostenibile caduta dei prezzi.
Insaccati e salumi emiliani crescono invece del 12,6% scrive La Gazzetta di Parma del 31 gennaio, e non capiamo quindi come mai sempre più numerosi siano gli immobili destinati all’allevamento in vendita all’asta nelle province di Parma, Reggio emilia e Modena. Che i suini vengano allevati altrove e le aziende chiudano con l’escamotage del fallimento? Non possiamo affermarlo, ma se la bresaola valtellinese igp si fa ormai con carne congelata di zebù brasiliano, perché non anche il culatello?
Il vero problema del mondo agricolo rimane però la costante flessione del credito, lo afferma l’autorevole voce de Il Sole 24 Ore del 28 gennaio segnalando un calo del 2,5% degli affidamenti agrari, scesi a 43,5 miliardi di euro, mentre salgono a 5,8 miliardi i debiti in sofferenza. Nonostante tutto nel 2016 sono stati investiti 855 milioni di Euro, a dimostrazione che il comparto intende sopravvivere e crescere.
Lo stesso quotidiano fornisce i primi numeri non ufficiali sulla consistenza delle aziende del settore: 1.048 cessate a Parma nel 2016, 1.669 a Modena, 281 in Basilicata, 1.011 in Lombardia (dove si verifica sempre più il fenomeno di poche aziende con grandi estensioni di terreno. In controtendenza Marche (+199), Toscana (+801, con una notevole vocazione agrituristica) e Umbria (+93).
E concludiamo con l’argomento che più ci sta a cuore: il lupo. Da tempo gli allevamenti devono fare i conti con i danni provocati dagli attacchi di selvatici, in particolare lupi.
L’argomento è spinoso: complicato ottenere rimborsi e difficile contrastare la diffusione dei predatori ma, come scrive il Quotidiano del Sud del 29 gennaio, prenderli a fucilate costituisce una soluzione crudele e irrispettosa dei bioritmi della natura, stravolta dall’antropizzazione intensiva con tutte le conseguenze del caso. L’interessante proposta suggerita dal quotidiano consiste nell’introduzione di cani di razza mastino abruzzese, una delle poche razze insieme con il maremmano capaci di competere con il lupo tenendolo a distanza dalle greggi.

ACS

Vallicoltura, una tradizione storica e identitaria Veneta unica al mondo

cc-2017-02-01-vallicoltura-001Pochi conoscono le Valli da Pesca, dove si pratica la pescicoltura cosiddetta valliva con le stesse tecniche di allevamento in uso nel XVI Secolo, che derivano dagli antichi Veneti e che non trovano riscontro in nessun’altra parte del mondo.
Le valli, in tutto una trentina, sono zone di barena delimitate. La laguna Nord di Venezia ha valli piuttosto grandi, tra queste la Val Dogà estesa per circa 2mila ettari. Nella laguna Sud conta invece valli più piccole estese dai 100 ai 500 ettari.
Vi si alleva pesce biologico rigorosamente certificato, contribuendo alla salvaguardia della laguna, in quanto le valli costituiscono preziosi serbatoi naturali.cc-2017-02-01-vallicoltura-002Quest’attività plurisecolare, per non dire millenaria, pur se molto quotata presso i consumatori locali, è stata valorizzata come merita solamente a partire dall’anno 2011, in particolare grazie al biologo mestrino Mauro Doimi, che nell’interessantissima intervista – datata ma quanto mai attuale – ripresa dal nostro sito-partner Consulenza Finanziaria e leggibile qui, sottolinea il sano concetto che il vero biologico ha dei costi illustrando il progetto di introdurre il bio vallivo in alberghi di adeguato livello, luoghi di benessere ed agriturismi, fattorie didattiche e ristoranti attenti all’ambiente e frequentati da clienti culturalmente preparati ed ecosensibili.

ACS