Coabitazione solidale come fonte di benessere: l’esempio di Trento

Tradizione e innovazione, in Trentino, si fondono costantemente, facendo del territorio un laboratorio sperimentale apprezzato a livello europeo.
cv-2017-02-28-trento-001In quest’ottica si colloca la Deliberazione 59 del 3 maggio 2016 del Consiglio comunale di Trento, che impegna Sindaco e Giunta ad avviare il censimento degli immobili di proprietà comunale non utilizzati e che possano essere destinati al riuso come unità abitative, selezionando quelli più idonei ad un progetto di abitare collaborativo privilegiando, tra le caratteristiche complementari rafforzative, il fatto che siano situati in aree cittadine che verrebbero valorizzate dalla riqualificazione degli edifici, che siano limitrofi a spazi verdi da destinare ad orti urbani e si trovino prossimi alla viabilità ciclabile.
Attuando la delibera il comune si impegnava ad avviare un’indagine conoscitiva per confrontarsi con realtà già attive in Italia e all’estero, coinvolgendo altri attori sensibili al tema e individuando possibili finanziamenti anche attraverso la partecipazione a bandi europei, per sperimentare progetti di cohousing mediante la messa a disposizione di immobili secondo idonee modalità idonee, tra queste il comodato trentennale gratuito.
Il passo successivo consiste nell’elaborare il nuovo PRG, Piano Regolatore Generale, dedicando azioni specifiche alle residenze solidali ed alla coabitazione, e favorendo tramite sgravi e incentivi il recupero del patrimonio edilizio privato al fine di accentuare la coesione sociale cittadina e la riqualificazione del tessuto esistente nell’ottica di “costruire sul costruito”, scongiurando così l’ulteriore consumo del suolo.
Per quanto ne sappiamo è la prima volta in Italia che un’amministrazione pubblica esce dalla stantia logica assistenziale e delle cooptazioni per meriti di fazione politica per affrontare pragmaticamente la questione con piglio imprenditoriale, finanziario e di tutela del territorio.
Ciò significa che privati, associazioni e cooperative, se vorranno che sia loro concesso un immobile, dovranno presentare progetti realistici, circostanziati ed in grado di autosostenersi economicamente.cv-2017-02-28-trento-003Degna di nota, inoltre, la particolare attenzione con la quale l’ammistrazione comunale sta osservando il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione con l’intento di utilizzare le risorse costituite dal patrimonio di conoscenze degli anziani, non più considerati carne da ingrasso per il fatturato delle varie RSA ma portatori di insegnamenti a bambini e giovani.
Ciò significa intervenire sulla pianificazione e sulla riprogettazione degli spazi urbani, attualizzando nella pratica del cohousing due caratteristiche centrali della tradizione trentina: cooperazione e cura per il territorio, caratterizzando la trasformazione dei bisogni sociali di base, della casa e delle relazioni di vicinato.
Detto in altri termini, una visione globale in luogo della risposta sociale frammentata e caratterizzata da discontinuità assistenziale.
Effettivamente il cohousing si inserisce a pieno titolo nel contesto delle pratiche resilienti di sostenibilità e collaborazione civica, prestandosi ad essere esempio di innovazione sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello delle logiche economiche, con la possibilità di coinvolgere attraverso un’ottimale integrazione tra mercato, istituzioni e società civile, una vasta gamma di attori economici e sociali: cittadini animati da senso civico nella gestione del bene comune, associazioni, terzo settore e i diversi livelli della governance locale, anche in partnership pubblico-privato.
Rovesciando la logica tradizionale volta a intervenire sui casi problematici quando si sono ormai manifestati e promuovendo azioni ex-ante verso il disagio potenziale, in modo da ridurre i costi sociali e sanitari degli interventi indirizzati a problemi oramai conclamati, questo modello di cohousing sarebbe suscettibile di produrre benefici ai diversi livelli di complessità individuale-relazionale, comunitario e sociale rivelandosi espressione di un cambiamento nei servizi rivolti alla terza età.
Gli anziani, sottratti ad un ruolo passivo spesso accompagnato da senso di sfiducia, solitudine e sconforto, interagirebbero con giovani e adulti diventando protagonisti di un progetto di vita reale che crea alleanze permettendo di guardare al futuro con serenità.
Sul piano comunitario la soluzione rafforza la comunità intera, promuovendo l’esercizio della cittadinanza attiva, sostenendo la coesione e rinsaldando il sistema di relazioni sociali che anticamente innervarono il territorio.cv-2017-02-28-trento-002Trento può in questo senso vantare un modello che funziona, la Casa alla Vela, dove anziani e giovani già fruiscono di beni condivisi e servizi autoprodotti. Trattasi di un edificio costituito da tre appartamenti: i primi due accolgono 5 anziane parzialmente autonome seguite da due assistenti familiari, ed il terzo è abitato da 6 studenti dell’Università di Trento.
Le signore vivono insieme, escono liberamente, decidono il menu che l’assistente cucina per tutte e possono partecipare ad una serie di attività ed iniziative pensate appositamente per loro. Affitto, costi di bollette, spesa e assistente familiare sono divisi per cinque.
Gli studenti offrono parte del loro tempo per condividere momenti di relazione con le signore, conseguendo in tal modo la possibilità di ridurre i costi della loro permanenza a Trento svolgendo alcune mansioni utili alla casa, per le quali percepiscono una retribuzione. Qui il link al sito Percorsi di Secondo Welfare che ne parla in un articolo di Cinzia Boniatti e Enrico Bramerini pubblicato il 2 marzo 2015.
E, per concludere, la comunità scientifica è ormai unanime nell’inserire l’abitare collaborativo nella dimensione più concreta del benessere psicofisico.

Alberto C. Steiner

Annunci

Gli asset del futuro? Acqua e cibo

Politica e finanza invece che di petrolio, inflazione, debito e tassi di interesse farebbero meglio ad occuparsi di acqua e cibo, che costituiranno i veri asset su cui investire per il futuro. È la tesi espressa dal nostro sito partner Consulenza Finanziaria in un articolo molto interessante, che accentua l’aspetto niente affatto etico delle attuali speculazioni finanziarie sui beni primari, in grado di realizzare performances spaventose nella totale indifferenza, in aree geografiche dove la gente muore, letteralmente, di fame.cesec-condivivere-2014-12-06-africa-001Il persistente livello di sotto-alimentazione, con le conseguenti ricadute economiche, sanitarie ed umanitarie, colpisce un terzo della popolazione mondiale, e tre quarti del cibo consumato nel pianeta sono costituiti da riso, grano e mais. In particolare, metà di tutto ciò che mangiano i 7 miliardi di esseri umani – compresi noi dei paesi ricchi – è rappresentato da riso.
Ma l’efficienza produttiva e lo sfruttamento del terreno variano considerevolmente fra paesi avanzati e arretrati. Un esempio aiuta a comprendere la situazione: se negli Stati Uniti della metà del XX Secolo 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate oggi, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per contadino.
Nell’Africa sub-sahariana, invece, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi solamente 700 chili annui, in prevalenza destinati prevalentemente all’autoconsumo.
Si direbbe inoltre che la domanda di cibo proveniente dalla Cina costituiscano la vera questione. Se lo sviluppo cinese, e conseguentemente la sua domanda mantenessero il ritmo attuale, nel 2030 quel paese, che oggi sta già importando il 25% della soia mondiale per nutrire i suoi 500 milioni di maiali ed i suoi 5.000 milioni di polli, abbisognerebbe del 70% della produzione mondiale di frumento e del 75% di quello di carne. La Cina deve, e dovrà, nutrire il 20% della popolazione mondiale disponendo solo dell’8% della terra coltivabile mondiale. Con lo sviluppo dell’industria e lo sfruttamento intensivo dei terreni, ogni anno Pechino perde un milione0 di ettari coltivabili e quantità enormi di acqua.
Per fare un raffronto, ogni cinese dispone oggi di 0,15 ettari, a fronte di ogni statunitense che può beneficiare di 1,5 ettari.
Altro grave, anzi gravissimo problema – che abbiamo più volte denunciato, per esempio nell’articolo  Land Grabbing e vergini dai candidi manti pubblicato sul vecchio blog il 29 novembre 2013) è costituito dal Land Grabbing. I dati sono controversi perché, va detto, abbiamo a che fare con vere e proprie organizzazioni criminali che sostengono, spesso ricorrendo all’uso delle armi, l’accaparramento delle terre nei paesi dell’Altro Mondo, quello che oggi è povero e che è destinato a divenire sempre più povero per soddisfare iu bisogni dei paesi ricchi.
La Banca Mondiale stima che nel periodo 2007-2010 56 milioni di ettari siano stati oggetto di land grabbing, mentre la National Academy of Sciences degli USA dichiara che le appropriazioni assommano a 100 milioni di ettari e l’Ong Oxfam afferma che si tratti di ben 200 milioni di ettari, due terzi dei quali si trovano in Africa.
Un terzo delle terre sarebbe usato per coltivare alimenti (esportati nel paese dei nuovi proprietari), un terzo per agro-combustibili, un terzo come foreste, legno e fiori, questi ultimi utilizzati principalmente per ottenere i cosiddetti crediti di anidride carbonica compensativi delle emissioni nei paesi acquirenti.terra-africa-001Riteniamo utile riportare, in proposito, due citazioni. La prima, inquietante, dal nostro articolo sopra menzionato: “Oltre il non profit, c’è un settore che punta a coniugare reddito, etica e sostenibilità. L’articolo, pubblicato dal settimanale Il Mondo del 22 novembre con un sottotitolo dal sapore vagamente inquietante di slogan: Siamo utili, e facciamo utili ci fornisce lo spunto per parlare di un argomento che da gran tempo, in particolare da quando a Milano ed in altre città italiane si è tenuto il Forum della finanza sostenibile, è nelle nostre corde. Vale a dire, quando la finanza dai denti a sciabola indossa l’abito di scena etico e solidale. Che lor signori, come scriveva l’indimenticato Fortebraccio, facciano utili è pleonastico. Se siano utili è altrettanto induscutibile: in questo scritto cercheremo di portare il nostro contributo per stabilire a chi siano utili.”
La seconda citazione, significativa poiché pone l’accento sulla reale capacità di autodeterminazione delle ex-colonie africane, proviene da un altro nostro articolo, L’Africa morirà. Questo come la fa sentire? Non colpevole, pubblicato anch’esso sul vecchio blog il 6 dicembre 2014: “Accade di parlare della devastazione di cui sono preda i paesi del Sud del mondo e, inevitabilmente, il discorso vira puntando ai sensi di colpa che attanaglia certi occidentali: colpa nostra se sono ridotti così, li abbiamo per secoli colonizzati, sfruttati, ridotti in schiavitù.
Per quanto mi riguarda mi dichiaro non colpevole. Penso anzi che per certi aspetti l’epoca delle colonie fu migliore di quella attuale, almeno le cose erano chiare e non esistevano democrazie di paglia, in realtà feudo di satrapi locali fantocci rapaci e feroci nelle mani di istituzioni finanziarie internazionali. Meglio ancora se li avessero lasciati in pace, ma questo è un altro discorso.
Oggi assistiamo ad una nuova colonizzazione di quei paesi, perpetrata da paesi che furono a loro volta colonizzati: e trattasi di una colonizzazione senza né pudore né ritegno, che va sotto il nome di land grabbing.”
Ma quali sarebbero i prodotti agricoli più coltivati? Soia, canna da zucchero, mais, olio di palma. Detto in altri termini, le terre africane sono considerate una soluzione a basso costo dei problemi altrui.
Vale a dire dei problemi dei paesi nei quali lo spreco di cibo è la norma, in proporzioni sempre più insostenibili: secondo l’Institution of Mechanical Engineers del Regno Unito, la produzione annua di cibo è di 4 miliardi di tonnellate, ma a causa di sistemi di raccolta, immagazzinamento e trasporto carenti, sprechi del mercato e dei consumatori, tra il 30 ed il 50 per cento dell’intera produzione alimentare mondiale (una quantità compresa fra 1,2 e 2 miliardi di tonnellate) non viene consumata.
Enormi quantità di terra, energia, fertilizzanti, acqua sono inoltre sprecati e persi durante la produzione di prodotti alimentari, che finiscono nei rifiuti.
Le cause variano in base alle regioni: nei paesi dell’Altro Mondo mancano infrastrutture, sistemi di stoccaggio e refrigerazione, trasporti adeguati. Se in Cina la percentuale di riso persa è pari al 45% del raccolto e in Vietnam dell’80%, nei paesi ricchi il cibo viene “dimenticato” in frigoriferi e banchi dei supermercati.
Studi della FAO indicano che in Europa e negli Stati Uniti il consumatore medio spreca 100 chili di cibo l’anno, contro i 10 chili del consumatore asiatico; i consumatori dei paesi ricchi sprecano ogni anno 100 milioni di tonnellate di cibo (un quantitativo superiore all’intera produzione dell’Africa Nera), e in particolare si stima che negli USA il 40% del cibo venga gettato. La spazzatura è la metafora del mondo di sopra, che spreca, e di quello di sotto, che muore di fame.cvfoto-sudanIl business del cibo (agricoltura e produzione) costituisce il 6% dell’economia mondiale, ma il 43% della popolazione mondiale attiva, circa 1,4 miliardi di persone, è fatto di agricoltori. Demografia, peso economico, necessità reale sono molto lontani e sembra non riescano a trovare un decente punto di incontro ed equilibrio. Chi ha terra coltivabile di buona qualità e disponibilità di acqua avrà cibo a sufficienza per nutrirsi; il valore di questa buona terra potrebbe aumentare in modo significativo.
E c’è da scommetterci, come scrivemmo per l’appunto quattro anni fa: il cibo e l’acqua saranno sempre più al centro di politica e finanza. Oltre che delle missioni militari “di pace”.

Alberto C. Steiner

È attivo il gruppo CondiVivere

cv-2017-02-27-e-attiva-la-pagina-001È attivo su Facebook il gruppo CondiVivere, che si affianca all’omonima pagina con lo scopo di illustrare opportunità di residenza in cohousing in ambito urbano, in campagna ed in aree montane favorendo scambio e condivisione di idee, opinioni e soluzioni tecniche all’insegna della concretezza in materia di bioedilizia, energie a basso impatto, attività agrosilvopastorali naturali, turismo e mobilità sostenibili e, più in generale, di decrescita e di un vivere rallentato, assistito dal recupero del patrimonio di conoscenze costituito dalla nostra cultura tradizionale.
Per chi desidera aderire questo è l’indirizzo: https://www.facebook.com/groups/condivivere/?ref=group_cover.

ACS

L’ecovillaggio del vicino: Ökodorf Sennrüti

Non sembra proprio una clinica svizzera, anche se lo era. La Kurhaus Bad Sennrüti venne realizzata in legno nel 1904 dall’imprenditore Isidor Grauer-Frey per effettuarvi terapie basate su bagni con idromassaggi e bagni solari, com’era di moda all’epoca. Nel 1922 ospitò per una cura anche lo scrittore Hermann Hesse e nel secondo dopoguerra venne ampliata e ammodernata sino a quando, il 9 settembre del 1973, un incendio la distrusse completamente. Fu ricostruita l’anno successivo ma l’attività cessò nel 2001 ed il complesso rimase abbandonato.cv-2017-02-26-okodorf-001Siamo a Degersheim, nel Cantone svizzero di St. Gallen, una cittadina di 3.791 abitanti incastonata in un paesaggio collinare a 800 metri di altitudine.
Che non siamo in Italia lo si capisce già dall’incipit della descrizione che ne fa Wikipedia: “Degersheim si trova sulla linea ferroviaria Südostbahn St. Gallen – Wattwil – Nesslau-Neu St. Johann.” Ecososteniblità a partire dalle strutture di trasporto.cv-2017-02-26-okodorf-005Nell’estate del 2009, venne acquisita dalla neocostituita Comunità Ökodorf Sennrüti, composta da una ventina di adulti di età compresa tra 25 e 62 anni con quindici bambini tra i sette mesi e dodici anni. Venivano da tutta la Svizzera tedesca, alcuni dalla Germania e per tre anni si incontrarono regolarmente per prendere in considerazione forme alternative di vita. sviluppando una visione comunitaria.
La battuta è troppo facile: essendo svizzeri non potevano che realizzare un ecovillaggio utilizzando una clinica. Invece non c’è proprio niente da ridere, è una cosa tanto seria quanto pragmaticamente organizzata. E anche per scegliersi il nome non hanno impiegato dieci anni come accade spesso da noi: Ökodorf, ecovillaggio, e Sennrüti dal nome della preesistente clinica. Punto.cv-2017-02-26-okodorf-007Il loro motto è Zukunftsfähig, hier und jetzt. Pronti per il futuro, qui e ora. Inizialmente la loro proposta di far rivivere il sito venne respinta dalla municipalità, che temeva di dover avere a che fare con una banda di hippies, ma di fronte a concreti progetti di riuso ed opportune garanzie non solo l’amministrazione comunale, ma anche quella Cantonale favorirono l’intento della comunità, e persino gli abitanti del paese – dopo la diffidenza iniziale – accolsero volentieri quei tizi un po’ strambi ma sempre sorridenti e gentili, anche perché “sponsorizzati” da nomi ben noti nel panorama culturale elvetico: il violinista Volker Biesenbender, il gesuita, maestro zen e fondatore dell’istituto Lassalle Niklaus Brantschen, lo storico Daniele Ganser, il musicista e compositore Paul Giger, la Consigliera Federale Pia Hollenstein. Va detto che gli stessi promotori dell’ecovillaggio non erano esattamente degli scappati di casa.
Sotto il profilo formale ogni famiglia è proprietaria dell’appartamento in cui vive, mentre una cooperativa costituita dagli stessi residenti è proprietaria degli spazi comuni e del terreno.
Prima di prendere una decisione definitiva i membri originari della comunità effettuarono delle prove, costituite da brevi periodi di vita in comune.cv-2017-02-26-okodorf-004A distanza di otto anni dalla sua nascita Ökodorf Sennrüti continua ad essere un progetto di vita in divenire, in particolare dedicato al potenziale di sviluppo umano ed ambientalee ricompreso in un concetto olistico, in grado di autoalimentarsi anche economicamente e nel quale una spiritualità, non di maniera ma profondamente radicata e senza orpelli, informa la vita di tutti i giorni degli attuali 30 adulti con altrettanti bambini.
L’ecovillaggio fa parte del network mondiale GEN, Global Ecovillage Network, al quale aderiscono anche alcuni ecovillaggi italiani.
Particolare attenzione viene posta nell’integrazione con la comunità locale, anche attraverso forme di cooperazione.cv-2017-02-26-okodorf-002Nell’ecovillaggio, che offre anche ospitalità di tipo alberghiero, la terra è coltivata con la tecnica della permacoltura e si svolgono numerose attività, aperte agli esterni.
Una, che promette di essere divertente e… golosa, è prevista per sabato 29 aprile: Pilze im eigenen Garten anbauen, crescere i funghi nel proprio giardino, un corso che insegnerà ad inoculare in legno vari tipi di funghi. E in chiusura niente cerchio di condivisione con tamburi sciamanici, ma un bel cestino di profumati miceti da portare a casa.

Alberto C. Steiner

Consumo del suolo: quando il riuso non è possibile

Carletto guarda: le Apuane!
Dove papà? Non le vedo.
Uffa, non serve che guardi fuori dal finestrino… qui, sul tablet, in queste vecchie foto.
Iniziava con questo scambio di battute fra un padre e un figlio immaginari il nostro articolo Carletto guarda: le Apuane! Dove papà? Non le vedo pubblicato il 4 marzo 2014 sul vecchio blog dedicato allo scempio ambientale delle Alpi Apuane, ormai ridotte a moncherini a causa delle cave di marmo.kl-cesec-cv-2014-03-04-consumo-del-suoloConsumo del suolo è un’espressione tanto efficace quanto impropria: il suolo non si consuma ma cambia uso attraverso i processi di trasformazione da usi agricoli o naturali ad usi urbani. Nella sola Lombardia, quella che possiede le terre più fertili in assoluto e che contribuisce per il 16% al prodotto agroalimentare nazionale, dal 1999 al 2007 si sono persi oltre 43.000 ettari, e altri 27mila dal 2007 al 2012.
E nel 2016 il discutibile palmares è ancora una volta toccato, secondo il Rapporto 2016 Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici diffuso dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, alla provincia di Monza e Brianza.
Il rapporto è leggibile e scaricabile in formato pdf anche tramite il nostro articolo Pole position per Monza e brianza: nel consumo del suolo, pubblicato il 2 settembre 2016.CV 2016.09.02 Consumo suolo 001È nota la nostra posizione a favore del riutilizzo del suolo, particolarmente in ambito urbano. Ma ciò non è sempre possibile, neppure a favore del reimpianto boschivo a causa di sostanze tossicche massicciamente sversate da aziende che, dopo aver operato in modo criminale, hanno chiuso baracca lasciando un’insostenibile eredità ambientale e sociale.
Sul territorio nazionale gli esempi non mancano, ne citiamo uno per tutti: le Fonderie e smalterie Genovesi di Latina – oggi molto apprezzate dagli appassionati di urbex – una bomba ecologica, una vicenda emblematica ed il simbolo di un fallimento.cv-2017-02-24-consumo-suolo-001Fu una delle prime aziende a beneficiare dei contributi della Cassa del Mezzogiorno, e con denaro pubblico costruì nel 1956 uno stabilimento alla periferia di Latina per produrre vasche da bagno. La città di Latina è oggi alle prese con una vera e propria bomba ecologica, un sito mai bonificato, un posto pericoloso con presenza di amianto e piscine colme di combustibile, un degrado impressionante, un luogo malsano dove tanti disperati trascorrono la notte tra l’indifferenza generale.
Genovesi prima, il Gruppo Pozzi-Ginori poi, l’affermarsi delle vasche in vetroresina che diede un duro colpo alla produzione, la cassa integrazione e la chiusura a metà degli anni Settanta, il fallimento, l’abbandono.
Il quadro è sconfortante: da Pomezia verso sud sono tanti i casi di improvvida gestione aziendale, dal 1955 al 1985 hanno chiuso più di cento industrie, e non si contano i le truffe milionarie in materia di contributi. A legare idealmente le diverse storie c´è il miraggio dell´occupazione, pompato da politici miopi e spesso corrotti. E infine il sogno infranto rappresentano dalle aziende che dopo aver preso i soldi pubblici cessano l’attività e spariscono.
Rimangono la cassa integrazione, finché dura, e l’insanabile devastazione del territorio.
Intendiamoci, se Atene piange Sparta non ride. Vale a dire che se la situazione al Sud – e il Sud, oltre a ricomprendere la Sardegna, per la Cassa iniziava dalla provincia di Latina – è indecente per lo sperpero di denaro pubblico, la devastazione del territorio, le morti a tempo per tumori e leucemie e perché nessuno è stato chiamato a rispondere delle conseguenze, anche il Nord non se la passa meglio. Semplicemente stati erogati altri tipi di contributi, ma il risultato è il medesimo dalle Cokerie di San Giuseppe di Cairo al polo chimico di Pioltello, da Marghera ai Cantieri dell’Adriatico di Monfalcone, dalla Bassa Pavese a quel che resta della SIR di Rovelli o della Breda a Sesto San Giovanni. E ci fermiamo qui perché l’elenco farebbe invidia a quello telefonico.

Alberto C. Steiner

Case in paglia: come la storia ci insegna a costruire il futuro

Nei boschi della Lessinia, tra memorie dei Cimbri e la Madonna della Lobbia per parlare di case di paglia.cc-2017-02-23-madonna-della-lobbia-001
È la proposta di Case da Coltivare, che ha organizzato per sabato 4 marzo alle ore 20:30 l’incontro “Case in paglia: come la storia ci insegna a costruire il futuro” presso il Centro di cultura ambientale di Selva di Progno, in provincia di Verona.
L’evento è rivolto a chi vuole conoscere la cultura e le tradizioni costruttive della Lessinia e costruire con materiali naturali.
Antonia Stringher parlerà della cultura cimbra, vicina ma poco conosciuta, e in particolare delle case della Lessinia costruite con paglia, pietra e legno, cioè con quello che era disponibile sul posto. Case semplici, ma durature, funzionali e belle.
Costruire con la paglia è più che mai attuale. L’architetto Nicola Preti mostrerà una recente casa fatta con la paglia che ha interpretato la filosofia costruttiva della Lessinia.
E Claudio Gaiga, costruttore di case in paglia di Selva di Progno, spiegherà come ha convinto il committente a utilizzare la paglia per ristrutturare una piccola contrada.
Scopriremo perché la paglia, il legno, la calce e l’argilla sono materiali da rivalutare per costruire abitazioni sane e sicure.
A nostro avviso, anche se la stagione non è ancora quella ideale, il luogo scelto per l’evento merita un approfondimento. Selva di Progno, paese che conta circa un milgiaio di abitanti, è situato a 570 metri di altitudine e si estende per 42 km quadrati dall’alta Val d’Illasi fino alle pendici meridionali del Gruppo del Carega, al confine con le province di Trento e Vicenza. Il territorio è compreso all’interno del Parco Naturale Regionale della Lessinia e fa parte della Comunità montana della Lessinia.
In località Giazza, ultima oasi linguistica del “Tauch”1, vi è un minuscolo ma interessante Museo Etnografico dei Cimbri e poco lontano, in alpeggio, spicca solitaria una scultura che sembra abbozzata nel Medioevo: è la Madonna della Lobbia, una delle più interessanti sculture popolari della Lessinia, una Pietà che ricorda un “non finito” michelangiolesco e che, per l’essenzialità dei volumi e le forme appena abbozzate rimanda a stilizzazioni figurative e simboliche dell’Alto Medioevo. Il gruppo statuario, eseguito da un ignoto lapicida incaricato di scolpire una Deposizione per la parrocchiale di Campofontana, risale invece alla metà dell’Ottocento. Poiché la scultura non piacque fu collocata tra gli alpeggi della Lobbia, a protezione di greggi e mandrie.
Questo il link al sito di Case da Coltivare per chi volesse approfondire e partecipare.

Alberto C. Steiner

NOTA 1
Il Tauch era l’antica lingua parlata dai Cimbri, un popolo che risiedeva in Danimarca, nell’attuale Jutland che un tempo si chiamava Kimberland, cioè terra dei Cimbri.
Questo popolo circa 200 anni prima di Cristo emigrò verso sud entrando in Italia dal Brennero, trovando l’opposizione dell’esercito romano che, dopo numerosi scontri, lo sconfisse definitivamente. I sopravvissuti da questa disfatta si rifugiarono sulle zone impervie e disabitate delle Prealpi Venete fondando le comunità attuali cimbre del Veronese, del Vicentino e del Trentino.
Questa versione storica venne però contestata dopo il ritrovamento di alcuni documenti in cui si poteva leggere che nel 1287 il vescovo di Verona, Bartolomeo della Scala, chiamò dalla vicina Baviera dei coloni boscaioli “tzimberer” per disboscare le zone montane della Lessinia veronese di sua proprietà. Offrì loro la possibilità di costruirsi una dimora e costoro costituirono ampie comunità, dette contrade, che diedero poi luogo alla formazioni dei XIII Comuni Cimbri Veronesi. Secondo tale ipotesi storica il nome “cimbri” deriverebbe pertanto da una dialettizzazione progressiva dell’originario termine “tzimberer”.
I tredici comuni erano quelli che oggi si chiamano: Velo, Roverè, erbezzo, Selva di Progno, Boscochiesanuova, Badia Calavena, Cerro, San Mauro delle Saline, Azzarino, San Bortolo, Val di Porro, Tavernole, Camposilvano. Gli ultimi cinque sono oggi accorpati ai comuni limitrofi più estesi.

Olio d’oliva: scarsa produzione e rincari del 20 per cento

cc-2017-02-22-olio-rincaro-001Non è necessario aver frequentato il classico per sapere quanta importanza l’Antica Grecia attribuisse all’olio.
I produttori oleari italiani lo sanno bene, e infatti mai come quest’anno hanno intonato un pianto greco. A stretta creditizia e tasse si sono aggiunti maltempo e parassiti: questi ultimi in particolare, essendo cinesi e non avendo nemici naturali, pare si siano mangiati tutti gli ulivi nazionali. Una roba che neanche il Pacman…
E non fa nulla se i produttori di quel fluido che troviamo a tre euro sugli scaffali dei supermercati acquistano la materia prima prevalentemente in Spagna, Marocco, Grecia (non sappiamo se, giusto per retsare in tema, piangendo in ossequio a Cassandra…), Medio Oriente o chissà dove, indicando comunque sull’etichetta “prodotto da olive italiane” o, in un fremito di sensi di colpa?, “europee”.
Intendiamoci: stiamo parlando dei barboni, quelli che oggi si chiamano “Olio del Contadino” e domani “Frantoio di nonna Pina” e nel tempo libero, grazie a commercialisti e politici compiacenti, razzolano qualche contributo pubblico qua e là per poi sparire. Detto in altri termini stiamo parlando di quelli che sputtanano il mercato.
A proposito di sputtanamento: è di questi giorni la notizia che i Carabinieri hanno effettuato numerosi arresti fra gli affiliati al clan Piromalli (‘ndrangheta) che, oltre a chiedere un “contributo” di 50 centesimi al litro a produttori calabresi, siciliani e laziali, spacciava sul mercato statunitense per olio extravergine d’oliva quello che in realtà era olio di sansa – cioè frutto degli scarti di produzione – e che come tale passava la dogana.
La materia prima, di pessima qualità, veniva acquistata a prezzi stracciati in Grecia, Siria, Turchia e le etichette venivano taroccate prima che il prodotto giungesse sugli scaffali di Wal-Mart e altri grandi catene.
Sia chiaro: conosciamo produttori seri, e sono numerosi, che tengono al loro marchio e alla fidelizzazione dei clienti, e che praticamente ogni giorno ricevono la visita dei Nas.
Esaurita la premessa, torniamo ai parassiti: il timore di particolare tipo di mosca che si sarebbe potuta mangiare l’equivalente del 50 per cento della produzione avrebbe costretto ad una raccolta anticipata, roba da stato di calamità. E infatti le richieste sono già partite.
Quello che non hanno fatto i parassiti lo avrebbe fatto il maltempo, con le prime piogge che hanno rovinato le gemme. Risultato: prezzi all’ingrosso balzati all’insù del 64%, e al dettaglio ritoccati almeno del 20 per cento.
Gli italiani consumano collettivamente circa il 20% della produzione mondiale, la Spagna il 16 e gli Stati Uniti circa il 10. Il proprietario di un negozio parigino di generi alimentari italiani ha dichiarato che sperava di ottenere 30mila litri di olio ma, avendone ricevuti solo ottomila, dovrà fare affidamento su rimanenze dello scorso anno per compensare la differenza e assorbire parte dell’aumento dei prezzi. Oh, povero Ciccio!
Nel corso degli ultimi 25 anni il consumo di olio è aumentato del 75% e la domanda ha riguardato particolarmente mercati non tradizionali: incremento di sette volte nel Regno Unito e di 14 volte in Giappone, ha dichiarato Coldiretti, specificando che l’olio italiano è più vulnerabile rispetto a quello di altri paesi a causa di cambiamenti climatici, parassiti e in ragione della morfologia del territorio, che varia dalle colline del Nord agli uliveti del Sud. Ciò comporta per contro il notevole vantaggio di poter vantare circa 400 diverse qualità dai sapori unici derivati dalle combinazioni del terreno.cc-2017-02-22-olio-rincaro-002La notizia, rilanciata da AP, l’abbiamo trovata sul Washington Post. Stranamente i media italiani a grande diffusione non ne hanno parlato.
Per concludere: conosciamo alcuni produttori di olio bio, dal Garda al Salento. Appassionati al loro lavoro disdegnano il palcoscenico, e ci hanno dichiarato che anche quest’anno proporranno la loro produzione ai soliti prezzi variabili dai 9 ai 16 euro al litro.
I parassiti? Si, nella norma. Il maltempo? Non peggio del solito. Gli scarti? Al solito: cosmesi, alimenti per animali, compost. Richieste di sovvenzioni pubbliche? Non diciamo cazzate.

Alberto C. Steiner