Beau geste a costo zero: uscire dalla Tav

La nostra opinione sulla inutilità della Tav fra Torino e Lione è da sempre chiara, ne abbiamo scritto in diverse circostanze (a titolo di esempio citiamo Mistificazioni ad Alta Velocità, 8 aprile 2014).
Il Consiglio Comunale di Torino ha approvato la mozione di uscita dall’Osservatorio Torino-Lione presentata il 1° dicembre dalla sindaca della città subalpina insieme con il capogruppo e alcuni consiglieri di maggioranza, unitamente a ringraziamenti e riconoscimenti alla tenacia e al coraggio del movimento NoTav. Sindaca e consiglieri hanno inoltre espresso l’impegno formale a contrastare in ogni sede istituzionale italiana ed europea la Tav.cc-2016-12-15-frejus-001A nostro avviso è solo fumo negli occhi, uno spot pubblicitario rilanciato dai media di parte come un segnale politico forte ed una rinnovata sintonia con il territorio, come ha concionato la consigliera pentastelluta Ferrero: «questa decisione ricostruisce un ponte tra Torino e la Valle di Susa, mentre fino a oggi con gran parte dei comuni valsusini fuori dall’Osservatorio c’era una voragine tra il capoluogo e l’area metropolitana.Diciamo no a un’opera inutile e dannosa e sì a un utilizzo diverso delle risorse».
La realtà è che la legge di ratifica tra Italia e Francia in corso di approvazione dovrà tener conto del fatto che oltralpe non ci sono più né interesse né denari per la linea ferroviaria superveloce.
La realtà è che i cantieri, di fatto mai partiti se non per i sondaggi, sono fermi da tempo e e persino le forze dell’ordine hanno allentato la presa sul territorio.
La realtà è che nessuna mozione può interrompere l’opera, come ha confermato il senatore Stefano Esposito, vicepresidente della Commissione Lavori Pubblici in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Sole 24ore lo stesso mercoledì 1° dicembre: «La Torino-Lione è una infrastruttura che si sta realizzando, nessuna mozione la potrà interrompere, e il sindaco lo sa bene, però per tenere buoni i suoi consiglieri comunali li fa giocare a fare i No Tav» ricordando che la sindaca Appendino «solo 3 giorni fa ha organizzato, insieme al presidente Chiamparino, una conferenza stampa per annunciare di aver inviato al Governo la richiesta per sottoscrivere il patto per il Piemonte. All’interno di questo patto sono contenute molte opere figlie della realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione».
La realtà è, infine, che l’Osservatorio è solo un organismo consultivo e non decisionale. Istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° marzo 2006 è “la sede tecnica di confronto di tutte le istanze interessate alla realizzazione della Nuova Linea Torino Lione (NLTL), con l’analisi delle criticità e l’istruzione di soluzioni per i decisori politico-istituzionali” come è scritto chiaramente sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nessuno può pertanto, nell’ambito dell’Osservatorio e tanto meno a livello comunale, disporre dei fondi stanziati limitandone l’impiego o dirottandoli ad altre opere.
Abbiamo scritto queste note esclusivamente perché la verità esca dal pantano dove vogliono confinarla i fuffari, qualunque sia la bandiera con la quale si avvolgono.cc-2016-12-15-frejus-002E questo ferma restando la nostra avversione nei confronti di un opera che in più occasioni abbiamo affermato essere inutile, costosa, devastatrice per il territorio e non giustificata dai volumi di traffico di una linea ferroviaria da sempre sottoutilizzata, che con poche modifiche potrebbe non solo essere potenziata ma soprattutto adeguata a nuovi standard di sicurezza mantenendo invariata, anzi incrementando, la propria efficacia per eventuali esigenze future, che sono di gronda. Con buona pace dei disegni faraonici di un asse Ovest-Est che, nei fatti, è stato nel corso degli anni ampiamente snaturato e ridimensionato rispetto all’idea originaria.cc-2016-12-15-frejus-003Gli esperti di trasporti, ed in particolare gli ingegneri ferroviari, sanno bene come un assetto ferroviario venga sempre considerato in un’ottica di ampio respiro geografico. Non va quindi dimenticato che i porti europei sono e rimangono Rotterdam e Amburgo, e che con l’apertura del tunnel di base del Gottardo esiste la concreta possibilità di transito per 180 treni merci nelle 24 ore, elevabili a 250 con il tratto integrativo di prossima inaugurazione. Il problema casomai è un altro: sono le merci che mancano, perché il 70% di esse viaggia su gomma.

Alberto C. Steiner

Gualdo Tadino, cittadini in lotta civile contro gli abusi sull’acqua

Cogedi, Compagnia generale di distribuzione: anche se il nome non dice niente controlla i marchi Rocchetta (sesto italiano per volumi di vendita in Italia) e Uliveto (in nona posizione) e fa capo alla Chesnut Bv, una finanziaria olandese che, a propria volta, fa riferimento a una famiglia italiana, la De Simone Niquesa.cc-2016-12-13-rocchetta-001Il fatturato dell’acqua Rocchetta, emunta (oggi) nella misura di circa 400 milioni di litri annui dall’omonimo monte a partire dal 1952 dalle sorgenti del fiume Feo (ormai praticamente prosciugate) e dal Rio Fergia, assomma a circa 150 milioni di euro per i quali l’azienda corrisponde alla Regione Umbria 0,0005 euro per ogni litro d’acqua imbottigliato, pari a 50 centesimi per ogni metro cubo (1 m3= 1.000 litri) ovvero 220.000 euro annui.
Il prezzo medio al consumo dell’acqua Rocchetta è di 0,55 € per una bottiglia da 1,5 litri, come dire 37 centesimi al litro.
Ciascuno può caricare quel che vuole: manodopera, ammortamento immobili e impianti, tasse, trasporti. Il risultato è comunque un guadagno stratosferico a fronte di un contributo concessionario miserabile.
Il comune maggiormente interessato alle vicende del marchio è Gualdo Tadino, 15mila abitanti tra Gubbio e Assisi.
Si, ma qual’è la notizia? La notizia dovrebbe essere che è stato richiesto un ampliamento della concessione, con rinnovo venticinquennale, il quale funzionalmente alla creazione di un nuovo marchio comporterebbe l’ampliamento dell’area estrattiva da 208 a 908 ettari e l’estensione del prelievo da 12 a 40 litri al secondo, per un investimento di circa trenta milioni di euro. Attraverso l’apertura di nuovi pozzi verrebbero creati 22 (ventidue) nuovi posti di lavoro.
Nulla pare si sappia con certezza circa la sorte delle aree soggette a servitù e salvaguardia, nonché della riambientalizzazione delle gole del monte sfregiate da trincee e tubature a cielo aperto.
La notizia vera è invece che dalla parte di Spa Rocchetta sono schierati Regione, Comune e persino i sindacati e, dalla parte opposta, un manipolo di cittadini da tempo infastiditi dalle pretese della società e dall’acquiescenza dei poteri pubblici, che organizzatisi in un comitato di difesa dell’acqua, hanno voluto vederci chiaro scoprendo l’ammontare degli incassi di Regione e Comune per la concessione, appurando che le ripetute proroghe della concessione sarebbero avvenute senza né bando né gara pubblica, che l’azienda è stata più volte multata per la mancata ottemperanza alle direttive europee sulla concorrenza, che non è stato deliberato alcun cambio di destinazione d’uso dei terreni e che gli studi sulle portate delle acque sotterranee, sul deflusso minimo vitale dei torrenti, sul fabbisogno degli acquedotti dei comuni non sono affatto convincenti e, soprattutto, che i terreni su cui sorgono i pozzi di captazione non sono nella disponibilità né della Regione, né del Comune, ma della Comunanza Agraria dell’Appennino Gualdese, un antica istituzione che gestisce un demanio collettivo consistente in 2.350 ettari di beni formalmente considerati per usi civici, ovvero indivisibili e inalienabili, appartenenti alla comunità di riferimento che li deve amministrare nell’interesse collettivo.
Afferma in merito Paolo Grossi, dal 24 febbraio 2016 presidente della Corte Costituzionale: “Gli assetti fondiari collettivi costituiscono un altro modo di possedere, caduto in oblio e perseguitato perché estraneo alla modernità borghese, ma meritevole di tutela perché crea spazi identitari culturali, economici, ambientali”.
A Gualdo Tadino hanno pertanto ricostituito la Comunanza presentando numerosi esposti per abusi vari ed una istanza al Tar per l’annullamento della richiesta di proroga della concessione. Nadia Monicelli, presidente della Comunanza, dichiara: “Soffriamo la sordità delle istituzioni, ma il legame delle popolazioni con le loro terre ci dà la forza per continuare una lotta che è prima di tutto di principio”.
Questo è quanto. Plinplin.

Alberto C. Steiner

Fonti: Comune.info e Giavelli.eu

Avevo sete e me l’avete data a bere: acque morte

Gli italiani sono i secondi consumatori mondiali di acqua minerale, dopo il Messico, con 208 litri annui pro-capite (dati Istat 11 aprile 2016).cc-2016-12-03-minerale-007Va detto che i Messicani hanno tutte le ragioni per giustificare il loro palmares, prima fra tutte quella che le acque dei loro acquedotti, oltre ad essere riconoscibili dall’odore nauseabondo e dal sapore pessimo, contengono una quantità pressoché infinita di agenti patogeni. Il Messico è altresì regno incontrastato di numerose multinazionali che utilizzano l’acqua come pare loro e non hanno nessun interesse ad investire in tubature affidabili ed impianti di depurazione pubblica: tra queste Pepsi.
L’incremento italiano rispetto al 2015 è stato del 7.9%, passando da 12.800 a 13.800 milioni di litri che, anche se ripartiti fra 140 stabilimenti che imbottigliano oltre 260 marchi, sono massimamente riconducibili a otto assetti proprietari, che controllano il 71,2% delle vendite. Tra questi Nestlè in posizione dominante (Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Panna, Pejo, Perrier, Pra Castello, Recoaro, San Benedetto, San Bernardo, San Pellegrino, Vera per citare alcune etichette).
I consumi (71% naturale, 12,3 gassata, 11,2 effervescente naturale e 5,3 leggermente gassata) sono ripartiti per il 28,9% al Nord Ovest seguito dal Sud con il 27,8%, dal Centro comprensivo della Sardegna con il 25% e dal Nord Est con il 18,3%. Chi vuole può divertirsi a ripartire le percentuali parametrandole alle popolazioni macroregionali: ne derivano dati interessanti.
Leggendo le etichette ci si rende conto delle date di imbottigliamento e di scadenza. Poiché la legge ammette il trascorrere di anni tra l’uno e l’altra, proviamo ad immaginare quanto possa essere “fresca” la nostra acqua giunta in tavola dopo mesi o anni di conservazione, prevalentemente in una bottiglia di plastica.cc-2016-12-03-minerale-005Il consumo di acque minerali comporta infatti un non trascurabile impatto ambientale costituito da tonnellate di plastica da smaltire e da trasporti che, se negli ultimi anni hanno rivalutato il vettore ferroviario, si svolgono su strada nella misura dell’82 per cento.
Il 73% dell’acqua venduta in Italia è imbottigliata in bottiglie di Pet da 1,5 o 2 litri, il 6% in quelle da 0,5 litri. Solamente il 34% delle bottiglie che finiscono annualmente tra i rifiuti, corrispondente a 124mila tonnellate, viene riciclato ma il rimanente 64%, pari a 320mila tonnellate, va perduto. E tra i rifiuti dell’indotto bisogna considerare anche le migliaia di chilometri quadrati di film ed i chilometri di regge, oltre ai quintali di clip metalliche di chiusura, utilizzati per il confezionamento sui bancali, ai quali si assomma il materiale plastico utilizzato per contenere la confezione finale, quella classica da sei bottiglie che preleviamo nei supermercati. A tutto questo vanno aggiunti altri chilometri quadrati dei separatori costituiti da figli in cartone e qualche tonnellata di legno costituita dai bancali che, per usura o incidenti, si rompono. In linea di massima questo tipo di rifiuti viene riciclato quasi completamente, ma non dimentichiamo che il riciclo costa in termini di denaro, energia, emissioni.cc-2016-12-03-minerale-002Perché, e da quando, consumiamo così tanta acqua minerale? La risposte sono disarmanti: in primo luogo per paura, indotta da una raffinata azione di marketing che è riuscita a farci credere che “l’acqua del sindaco” sia malsana e che quella minerale possieda addirittura proprietà medicamentose. Non è affatto così, specie nelle grandi città del Nord, Milano in testa, e se si ragiona un attimo ci si rende conto che tutta l’acqua, per sua stessa natura, fa fare plin-plin.
Sono altresì da ritenere ininfluenti le ragioni addotte circa l’imbevibilità dell’acqua contaminata da Pfas individuata in 60 comuni (su oltre ottomila nazionali) che accorpano meno di 500mila abitanti (su 62 milioni).
Il “quando” va collocato nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso quando anche sulle tavole nostrane più modeste appare sempre più frequentemente l’acqua minerale, specialmente se vi sono ospiti o in occasione di festività. Il marketing, allora, non era ancora salutista ma basava la propria azione sulla corsa al benessere consumistico e sul senso di colpa indotto dal sentirsi “poveri” comportandosi di conseguenza. E il senso di deprivazione o miseria, pure negli anni che videro la consapevolezza dei primi movimenti di protesta, era fortissimo in un paese che proveniva da ristrettezze ataviche, alle quali la II Guerra Mondiale aveva dato un’ulteriore botta devastante.
E consumare acqua minerale denotava e simboleggiava, insieme con la Fiat prima 600 poi 850 e successivamente 127, il televisore, la cucina “all’americana” e la trattoria “di campagna” lungo una trafficatissima statale, dall’architettura chissà perché “rustico-spagnoleggiante” con tanto di ruota da carro all’esterno in puro stile spaghetti-western, se non ricchezza, quanto meno un benessere faticosamente conseguito.
Pensarci oggi fa sorridere, ma i simboli non si formano dall’impatto soggettivo con evidenze recenti. Quelli non fanno altro che insinuarsi nel data-base di una memoria atavica, trasmessaci dagli antenati, corroborandola. E quindi anche nel dna dell’operaio più acerrimo nemico della classe borghese risiedevano all’epoca i simboli della fonte termale, insieme con quelli della Belle Époque e dell’Orient Express mediati dai racconti di nonni e bisnonni.cc-2016-12-03-minerale-004L’industria delle acque minerali naturali nacque verso la fine dell’Ottocento nei Paesi europei a forte tradizione termale: Francia, Belgio, Germania e Italia. Si avvia l’imbottigliamento di acque provenienti da sorgenti storiche, famose per le loro virtù salutari, spesso utilizzando bottiglie dalle forme artistiche ed accattivanti, e “passare le terme” costituisce una forma di vacanza e intrattenimento, non privo di un connotato di trasgressione, per le sempre più numerose fasce benestanti nate dalla rivoluzione industriale. Intere località mutano definitivamente la propria anima diventando città termali con alberghi, iniziative per l’intrattenimento e addirittura l’impianto di casinò, strade, ferrovie e tramvie per un agevole collegamento. Se L’anno scorso a Marienbad fu un film famoso, non fu l’unico perché non infrequentemente le località termali fecero da sfondo a vicende patinate. Nella nostra Salsomaggiore, dove mirabili esempi di mosaici in stile liberty si sprecano, venne addirittura inventato il concorso di Miss Italia per far sognare l’Italia povera del dopoguerra. Chiunque di noi, ancora oggi, non cade dalle nuvole se sente nominare Bognanco, Recoaro, San Pellegrino, Tabiano, Montecatini, Chianciano o Fiuggi, per citare solo alcune località.cc-2016-12-03-minerale-003Nel nostro Paese i primi tentativi di commercializzazione di acque minerali naturali si ebbero verso il 1890 e ad essi seguì la costruzione dei primi impianti di imbottigliamento. Ma sino alla prima metà degli anni Sessanta il mercato delle acque minerali fu essenzialmente locale e ancorato alla connotazione medico-terapeutica, e proprio in tal senso rappresentativo di un segmento di consumatori appartenenti alle classi sociali più agiate.
L’eredità di tutto questo excursus storico è racchiusa nell’odierno giro d’affari, 3 miliardi e 250 milioni di euro annui.cc-2016-12-03-minerale-006L’acqua, definita non a caso Oro blu, rappresenta semmai ben altra questione a livello planetario, sulla quale più volte ci siamo espressi nell’ultimo triennio: la sperequata ripartizione delle fonti e la cattiva politica di gestione delle stesse, che causa ingenti danni idrogeologici, penuria di acqua in alcune zone geografiche, guerre e speculazioni.
Non dimentichiamo che il nostro pianeta è ricoperto per il 71% di acqua, per un volume pari a 1.400 milioni di km3, il 97% della quale è marina. Il restante 3% è acqua dolce (pari a circa 35 milioni di km3), i due terzi del quale si trovano nei ghiacciai perenni e l’1% deriva dalle precipitazioni o risiede nelle falde sotterranee.
Circa l’80 per cento dell’acqua dolce è concentrato in pochi bacini: il Baikal in Siberia, i Grandi Laghi in Canada, i laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa, il Rio delle Amazzoni in Brasile, il Gange e il Bramaputra in India e i fiumi Congo, Yangtze, Orinoco e Tigri. Purtroppo, a costo di dare un colpo basso alla nostra autostima, va detto che la catena alpina è abbastanza ininfluente nel computo: l’Asia dispone di circa 14.000 km3, il Sud America di 13.000, il Nord America di 9.000, l’Africa di 4.000, l’Europa di 3.500 e l’Oceania di 2.500.
Più in particolare il Canada dispone di risorse di acqua di buona qualità ben superiori al fabbisogno, mentre l’Egitto ne ha cento volte meno; Yemen e Israele hanno bassissime risorse di acqua, e devono ricorrere ai pozzi, pompaggio e desalinizzazione; Brasile e Zaire hanno grandi risorse di acqua ma una grande quantità della loro popolazione non ne ha accesso; gli Stati Uniti hanno scarse risorse ed alti consumi (in California si raggiungono consumi giornalieri pro-capite di 4mila litri, anche se gli statunitensi non appaiono in posizione di rilievo fra i consumatori di acqua in modo diretto, ma semplicemente perché bevono altro).cc-2016-12-03-minerale-001Dal 1950 al 1995, la quantità di acqua dolce disponibile pro-capite è diminuita da 17.000 a 7.500 m3 e se oggi si parla di crisi idrica la questione non è legata ai consumi individuali, bensì all’uso abnorme della preziosa risorsa da parte dell’industria agricola e dell’allevamento. Parallelamente a questa espansione, della quale beneficiamo però solo noi dei paesi ricchi, nell’ultimo cinquantennio la disponibilità di acqua è progressivamente diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia, in particolare a causa del land grabbing.
I “cattivi” non sono solo indiani e cinesi, ma anche italiani. Per esempio Benetton, in Patagonia proprietaria di tutte le terre di Rio Negro: le popolazioni tribali che le abitavano vengono utilizzate come manodopera sottopagata. Segregate in minuscoli lembi di terra subiscono ritmi di lavoro estenuanti, non beneficiano di nessuna assistenza medica e, in estate, è loro vietato di attingere acqua dai fiumi. In alcuni tratti per impedire l’accesso vengono utilizzati filo spinato e corrente elettrica.
E l’acqua sta sempre più assumendo un ruolo preminente nelle contrattazioni borsistiche dove, letteralmente, svariati fondi azionari di matrice speculativa scommettono sulla sete.

Alberto C. Steiner

Sull’argomento abbiamo già scritto qui:
2016 25.11 Menu del giorno: terra, acqua e gasolio
2016 18.09 Oro blu: storia di una sconfitta. Ma non molliamo
e sul blog Cesec-CondiVivere in numerose circostanze, tra le quali:
2015 23 .12 Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare
2013 27 .07 Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?

Il nostro contributo al referendum

Lungi da me entrare nel merito delle disquisizioni politiche, del fronte del si e del muro del no. Non ne sono in grado e mi fa venire l’orticaria. Mi limito perciò a scrivere queste note accompagnato dalla Ciaccona per Organo di Pachelbel, che con il gelo che c’è fuori ci sta benissimo.cv-2016-12-01-referendum-002Ancora in alto mare le vicende, massimamente finanziarie e giudiziarie, degli innumerevoli poveri cristi che a partire da un decennio fa si sono fidati di una ong, che si dichiara solo “omonima” di una pletora di srl e di un oceano di cooperative, e che sbandierando inoppugnabili credenziali ha, letteralmente, scannato come si fa con un capretto innocente il sogno di molti di possedere finalmente una casa, attraverso l’autocostruzione assistita. Comuni, Regioni, Aler e persino banche più o meno etiche si sono dati un gran daffare per accreditare questi soggetti varando piani urbanistici, rilasciando autorizzazioni edilizie e finanziando progetti. Risultato: a Ravenna, Trezzo d’Adda, Vimercate, Brugherio, Vimodrone, Marsciano, Villaricca, Piedimonte Matese ed in altre località (che le guide del TCI si ostinano a definire ridenti) scheletri di case costruite male ed oggi abbandonate, famiglie disperate che oltre ad aver perso ore di lavoro si ritrovano indebitate e senza la speranza di avere una casa, domande che rimbalzano contro muri di gomma. Neanche fossero passati francesi, spagnoli, alamanni, lanzichenecchi, saraceni e … abbiamo perso il conto … tutti coloro ai quali i nostri satrapi locali permisero di fare strame di terre e genti purché li aiutassero ad ottenere un marchesato o un papato.
Ah si, certo, stiamo parlando di Medioevo e Rinascimento. Oggi non è più così, specialmente da quando è nata la repubblica democratica fondata sul lavoro e sui valori della resistenza (quali, quelli che si misurano in Ohm?).
Nell’aprile 2012 i soci/lavoratori/mutuatari/vittime di una cooperativa ravennate finita a gambe all’aria ricevono questa raccomandata da Banca Etica (copia ai nostri atti): «Vi invitiamo a volerci rimborsare immediatamente, e comunque entro 8 giorni dal ricevimento della presente, il credito da noi vantato nei vostri confronti, ed ammontante a 1.288.605,80 euro. Nel mentre ci corre l’obbligo di informarvi che ci premuriamo di valutare le modalità più opportune per la tutela delle nostre ragioni di credito e di provvedere, in caso di mancato pagamento, alla segnalazione in Centrale Rischi della posizione di sofferenza.» Come dire cornuti e mazziati.
Dov’era la banca, si proprio quella banca con le seggioline da campeggio che impiega quindici giorni per aprirti un conto perché deve primariamente verificare se sei etico, quando si è trattato di periziare i lavori, di assumere informazioni sui promotori delle iniziative?
Dov’erano gli amministratori pubblici quando si è trattato di verificare il gradiente di affidabilità, i progetti ed i capitolati dei promotori delle iniziative, gli stati di avanzamento?cv-2016-12-01-referendum-001Oggi, dopo anni di opportuno silenzio, le iniziative di autocostruzione si stanno risvegliando. Ma senza apparire e, come avverte l’ingegnere campana Maria Angela Pucci, presidente dell’associazione Edilpaglia che si occupa da diversi anni di autocostruzione: «Edilizia naturale e autocostruzione sono stati sempre legati, ma non abbiamo bisogno di nuove leggi, ce ne sono anche troppe. Il problema, semmai, è di ordine burocratico. Avendo a che fare con dei cantieri che non vengono affidati a un’impresa, il sistema organizzativo dei cantieri in autocostruzione prevede addirittura l’innalzamento dei livelli di sicurezza rispetto a quanto richiesto, proprio in virtù di un principio di precauzione.» Come a dire che l’autocostruzione può non essere concepita solo per i grandi numeri delle cooperative, e non deve lasciare campo aperto a illeciti e abusi edilizi. Infatti l’ingegner Pucci aggiunge: «Chiunque condivida i principi etici che stanno alla base dell’associazione può aprire un cantiere in autocostruzione, ma di fatto però si tratta di cantieri innovativi, anomali rispetto a quelli convenzionali, e succede che sia necessario vigilare sulla legalità: non vogliamo che si possa mascherare il lavoro nero dietro la facciata del volontariato.»
Questa, signori, è una parte dell’Italia che racconta palle a chi andrà a referendarsela il 4 dicembre sostenendo gli uni che con il si i treni arriveranno in orario (fantasia ragazzi, fantasia! questa l’aveva già inventata il Duce e oggi dei treni non frega più niente a nessuno), gli altri che con il no la fatina buona del cazzo esaudirà ogni desiderio, e tutti, come prometteva il sergente Hartman di Full Metal Jacket: «Ti invito a casa mia, ti faccio scopare mia sorella.»
Per chi volesse approfondire lo “stato dell’arte” della tragedia dell’autocostruzione consiglio questo magistrale articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica: Il sogno tradito dell’autocostruzione.
Pur con tutta la buona volontà non riesco a concepire come si possa veramente continuare con l’illusione di considerare un Paese, uno Stato, questa cloaca maleolente accozzaglia di contrapposti interessi e localismi che trovano modo di accomunarsi solamente di fronte al dare addosso a qualcuno o al moloch del profitto, all’idea di assomigliare tutti a un venditore di spazzole che promise un milione di posti di lavoro, ad abbozzare di fronte all’elargizione (meglio: alla promessa di elargizione) di 85 euro ai dipendenti pubblici – da sempre una solidissima base elettorale – guarda caso proprio in concomitanza del referendum.cv-2016-12-01-referendum-003Cercando riferimenti in Rete ci siamo imbattuti in un nostro articolo scritto sul vecchio blog Cesec-CondiVivere il 6 giugno 2015 da Lorenzo Pozzi. Si intitola Sharing economy: una pericolosa “alternativa” ed è la recensione del libro Mi fido di te scritto da tale Gea Scancarello che, sotto il paravento della condivisione propone un’economia ed un’iniziativa fatte di accattonaggio. Illuminante, in particolare, questo passaggio che riportiamo: «E se i gestori di B&B vogliono svilire la loro professionalità regalando il soggiorno in cambio… in cambio di che? Dormo due notti e gli ridipingo le pareti? Ma figuriamoci, loro dimostrano di non valorizzare adeguatamente la risorsa imprenditoriale sulla quale hanno investito, e io in compenso so di non valere nulla come imbianchino.
Trovo che questo libro, al di là delle buone intenzioni, sia un inno al pressapochismo ed alla mancanza di professionalità ma, se decidiamo di vivere in una comune o in una setta di matrice orientaleggiante dove la condivisione è totale abbiamo fatto bingo. Peccato che gli hippies siano morti di vecchiaia e di stenti, tranne i più furbi che son diventati guru, e siano rimasti solo gli straccioni con la presunzione di insegnare agli altri come essere alternativi.
Oltretutto seguendo il percorso indicato nel libro si fa il gioco del potere più bieco, quello che oggi non è più neppure capitalista ma iperfinanziario, che vuole una massa di beoti non pensanti, amorfi, privi di iniziativa e massificati in ogni senso verso il basso come i negri (sissignori, ho scritto negri: consultare il Devoto-Oli) ridotti a vivere in attesa degli aiuti umanitari. L’iniziativa, signori, non consiste nello svegliarsi la mattina per andare a cercare la carità mascherata da new economy.»
Questo è quanto.

Alberto C. Steiner