Ritrovare la dimensione spaziale

Il castello nasce come evoluzione del castrum romano, l’accampamento militare, sviluppandosi, nelle forme che ci sono pervenute, come casa-azienda fortificata a partire dal IX Secolo: i suoi interni sono rustici ed essenziali, solo in epoca successiva ingentiliti da decorazioni e affreschi contestualmente ai criteri estetici che si andavano imponendo ed al prestigio delle famiglie occupanti.CC 2016.07.10 Recupero spazi 004Nella distribuzione degli spazi non vi era tutto sommato differenza tra castelli di campagna e rocche montane poste a presidio di passi o a difesa di valli: un salone utilizzato per la funzione pubblica, amministrazione del territorio e della giustizia, incontri con i feudatari sottoposti, feste; l’area riservata ai signori consistente spesso in un unico locale; altri locali ed edifici annessi adibiti a stalle, magazzini, dispense, alloggi del personale di servizio e della guarnigione militare.
Spesso all’esterno dell’edificio – e successivamente protetto da mura – si sviluppa un borgo di case arroccate occupate da agricoltori, artigiani, domestici e pastori al servizio dei signori, e successivamente anche da attività commerciali: lo speziale, il vinaio, la locanda. Gli abitanti del borgo possono all’occorrenza accedere al castello per trovarvi protezione nel caso di attacchi nemici.
È in quel periodo che si sviluppano gli agglomerati urbani minori: vere e proprie topaie con muri umidi e fatiscenti e pavimenti spesso in terra battuta, vicoli appositamente stretti per esigenze difensive e nei quali la luce del sole non penetra, liquami e prodotti della deiezione umana e animale che scorrono al centro delle strade. Le stesse abitazioni sono dei tuguri illuminati ed arieggiati solo dal vano d’ingresso: un unico locale nel quale vivono, dormono, mangiano, lavorano, si riproducono i membri della famiglia. Le malattie dovute alle carenze igieniche sono endemiche, e la situazione permane, anzi si reitera, negli anni della rivoluzione industriale con, in più, l’aggravante dell’ammorbamento da fumi tossici..
Nelle campagne la gente vive indubbiamente meglio, ma anche lì la conformazione edilizia prevede un unico locale da adibire alle esigenze abitative, e poi dispense, stalle, magazzini, ambienti lavorativi.CC 2016.07.10 Recupero spazi 003In buona sostanza gli spazi edificati concedono una quota decisamente minoritaria all’aspetto residenziale privato, rispetto a quella decisamente maggiore destinata alle attività produttive e di servizio.
In compenso le faccende domestiche non davano molto da fare, nello spazio abitativo ridotto a quell’unico locale in cui, nella brutta stagione, si dormiva e si mangiava. Inutilmente i parroci scagliavano i loro anatemi contro l’abitudine di dormire tutti insieme. Contadini e artigiani, fossero essi di pianura o di montagna, ben raramente disponevano di un letto. E così famiglie, parenti e ospiti di passaggio si coricavano tutti insieme su pagliericci, sacchi riempiti di foglie delle pannocchie (questo dopo il 1492, ovviamente), fieno, erbe oppure su panche, cercando di restare il più vicini possibile gli uni agli altri al fine di sfruttare il calore corporeo. In inverno si cenava e dormiva nella stalla, sfruttando il calore delle bestie. In montagna l’abitudine permase ben oltre il secondo dopoguerra, e ricordo di avere letto relazioni scandalizzate di alcuni etnologi alpini (ogni epoca ha i suoi studiosi, censori e consiglieri dei fatti degli altri: oggi abbiamo counselor e life coach) che, ripresi sul frontespizio o all’interno del libro vestiti come Tartarin di Tarascona, bollavano come selvagge, immorali, sporche ed affette da cretinismo le popolazioni montane.CC 2016.07.10 Recupero spazi 001Anche nei castelli la situazione non era però diversa: il letto privato era un privilegio riservato ai castellani, mentre gli altri si coricavano dove capitava, su giacigli disposti al momento. Persino la governante della signora dormiva a terra, ai piedi del letto padronale.
Ma a differenza degli agglomerati urbani, nelle realtà contadine preindustriali di matrice celtica – e quindi non contaminate da influssi turchi o arabi – le donne ricoprivano ruoli equivalenti a quelli maschili, compresi i lavori più pesanti ed all’occorrenza i combattimenti: niente affatto segregate si muovevano quanto i loro compagni, ed anzi a loro era affidata la fondamentale funzione pubblica di portare al mercato cittadino il surplus della produzione agricola, i prodotti del bosco, i manufatti tessili e artigianali. Frequentando le città interagivano con le loro omologhe degli altri villaggi, pagavano le tasse e tentavano di contrastare i soprusi di ogni genere – anche di matrice sessuale – perpetrati da signori, signorotti, armigeri e chiunque si sentisse investito di una qualche autorità, preti compresi.
La storia medioevale, rinascimentale e persino ottocentesca ci consegna l’immagine di popolane a capo di sommosse e rivolte: è evidente come l’abitudine al contatto con altre realtà ed opinioni favorisse in loro una crescita in termini di consapevolezza, cosa che non raramente ai loro compagni era preclusa.
Anche nelle classi agiate erano prevalentemente le donne ad amministrare l’autorità, essendo i mariti spesso assenti per conferire con il sovrano o con altri nobili, a caccia o in guerra, magari per anni in occasione delle crociate. Ed era quindi la castellana, nelle campagne ed in montagna, ad esercitare un potere paritario a quello maschile. E nessuno nel mondo rurale pensò mai di contestare tale autorità per il fatto che fosse una donna ad esercitarla, a parte i soliti preti che sgomitavano per proporsi come consiglieri, assistenti e censori della morale. Ma all’esterno dell’ambito urbano si può dire che i preti non battessero chiodo, sopravanzati dal carisma dei frati, che non erano poi di pasta tanto diversa, ed anche loro imponevano il pizzo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Va detto che le feudatarie non esercitavano il potere solo in assenza del marito, o fratello, ma anche come castellane a pieno titolo, tanto è vero che nelle famiglie di elevata nobiltà alle donne spettavano i medesimi diritti sulla proprietà riservati ai maschi e, nell’aristocrazia, il titolo di proprietà era indissolubilmente unito al dovere di amministrarla: giustizia, esazione dei tributi, controllo dei fondi vedevano le nobildonne spesso in sella per sorvegliare il buon andamento del feudo.
Breve salto temporale, per dire che l’odierna cultura occidentale contemporanea divide nettamente spazi fisici ed emozionali in pubblici e privati: esistono persino ridicole norme legislative che sulla carta dovrebbero difendere la privacy, alla quale è strettamente interconnesso il senso di quel pudore, ovviamente femminile, che secoli di malleus cattolico ci hanno surrettiziamente indotti a ritenere innato e naturale.
Ma il distinguo tra pubblico e privato è opera di condizionamenti culturali, che per quanto riguarda le classi lavoratrici urbane e contadine datano solo da alcuni secoli e, nelle nostre campagne, non abbero diritto di cittadinanza addirittura sino a qualche decennio fa. In questo senso è illuminante leggere quanto scrive Giampaolo Pansa in Poco o niente, eravamo poveri torneremo poveri (Rizzoli, 2011):
«Era un mondo feroce, dove pochi ricchi comandavano, decidevano tutto e si godevano le figlie dei miserabili. I poveri erano tantissimi, venivano messi al lavoro da piccoli, poi l’ignoranza li spingeva a comportarsi da violenti. Anche con le loro donne, costrette a partorire un figlio dopo l’altro oppure ad abbandonare la famiglia diventando prostitute.
Le campagne succhiavano il sangue dei braccianti, condannati a patire la fame, le città erano un inferno in preda al colera, alla malaria, al vaiolo, alla pellagra. Torme di bambini cenciosi vivevano per strada mendicando. I bordelli prosperavano ed il sesso nascosto trionfava. Dietro un ordine apparente covava il grande disordine che sarebbe sfociato nella prima guerra mondiale.
Fu allora che si consumò il massacro dei poveri in divisa, destinato a concludersi con la contesa rabbiosa tra rossi e neri, chiusa dall’avvento del fascismo.»
Fu allora che il fascismo inventò la “professione” di casalinga, ruolo destinato alle popolane per escluderle dal lavoro in quel periodo di grave crisi occupazionale, e fu sempre allora che vennero istituiti i premi per le famiglie che mettevano al mondo più figli.
All’ideologia cattolica non sembrò vero di poter disporre di un così potente strumento di controllo, e cercò di tenerlo in vita sino alla fine degli anni Settanta, aiutata in questo, almeno sino alla prima metà del decennio precedente, dal nemico di sempre: il comunismo, al quale andava benissimo una rigida separazione degli spazi e l’estromissione delle donne dai processi produttivi e riproduttivi di beni e servizi.
Ed ora torno indietro nel tempo, ma non di molto, solo di circa tre secoli, quando l’ideologia borghese urbana stabilì che “La casa è il regno della donna”, affidando alla componente femminile rappresentanze da salotto ed onerosi compiti lavorativi: ordine, pulizia, figli, cibo, bucato, rammendo… Compiti che si fecero più gravosi con il trascorrere del tempo e l’ingrandirsi delle abitazioni. Aumentarono anche le esigenze che imponevano morale, igiene e – mentre i mariti potevano fare quel che volevano dove pareva loro – per le donne perbene vennero statuiti dei comportamenti sessuali, vale a dire dei doveri coniugali sanciti dal famoso aforisma: “Non lo fò per piacer mio ma lo fò per voler di Dio.” Come no, del resto le corna (e mi riferisco ai mariti, soprattutto a quelli tutti d’un pezzo) uno se le cerca.
Tutto questo non era nemmeno ipotizzabile al di fuori del tessuto urbano: fra contadini e contadine il lavoro esterno era equamente ripartito e l’esercizio della sessualità era naturale e selvatico in armonia con i ritmi della natura. Certo, c’era il rovescio della medaglia: aborti, ruota, infanticidio. Ma questo accadeva anche in città, e non necessariamente nelle sole classi miserabili.
I borghesi urbani, in una sorta di Sindrome di Stoccolma ante-litteram aiutati dalle mogli, accusavano le campagnole di non avere amore per la casa, di essere disordinate e sporche, di mostrarsi nude quando si lavavano al fiume o nella tinozza e… di non portare le mutande.
Salvo trombarsele senza ritegno, magari dodicenni, quando se le ritrovavano a servizio nelle case di città. E le intemerate signore non erano da meno con i ragazzini che accudivano la stalla ed il bestiame.
In realtà le donne di campagna avevano ben altro da fare, e gli spazi abitativi – come visto in precedenza – non solo erano ridottissimi, ma la gran parte della giornata veniva trascorsa all’esterno, e spesso persino la notte nella bella stagione.
Inoltre le contadine, a differenza delle cittadine ormai rinchiuse e sole, svolgevano molte attività in modo corale: dal bucato al lavatoio alla preparazione del pane nel forno del villaggio.CC 2016.07.10 Recupero spazi 005Alla fine di tutto questo ragionamento e, intendiamoci, non sto vagheggiando improbabili bei tempi andati ma solo osservando un modo di essere e di sentire, mi è sorta una considerazione basata sulla differenza tra la cultura agricola ancestrale e quella fabbrichettiana odierna.
Da una parte pochissimo spazio riservato all’abitazione, vita prevalentemente all’esterno e condivisa, ruolo e poteri femminili assolutamente paritari rispetto a quelli maschili.
Dall’altra 300 metri quadrati di capannone e 900 di villa, recintata con impianto di videosorveglianza e allarme “permanentemente collegato alle forze dell’ordine”, ruolo femminile, quando non imprenditoriale ma improntato ad un modello maschile, di contorno e scenografico.
Che la differenza in termini emozionali e di consapevolezza fosse data proprio da quella dimensione spaziale che, nella cascina come nel castello, non prevedeva inutili sovrastrutture?

Alberto C. Steiner

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